In tutta la
sua storia millenaria, la Sicilia mai si trovò così compatta
nell'insorgere contro le varie tirannidi straniere, come quando
il suo furore rivoluzionario esplose per rovesciare
definitivamente il dispotismo dei Borboni.
Nemmeno per
la rivoluzione del Vespro vi era stata tanta plebiscitaria
adesione di spiriti e d'intenti. Fu prima nel '48 e quindi nel
'60 che il mondo guardò ammirato la Sicilia scendere nelle
piazze, senza distinzioni di ceti, per abbattere il governo che
un celebre statista inglese, il Gladstone, dopo un'inchiesta sul
sistema carcerario e sui mezzi di tortura per soffocare ogni
anelito di libertà, doveva definire «negazione di Dio».
Antecedentemente al '48 e al '60, la vita siciliana è
contrassegnata da scoppi di ribellione, sedizioni, insurrezioni
e rivolte, che, dopo aver dimostrato l'insofferenza dell'anima
isolana al sopruso e all'ingiustizia dei governanti, finiscono
per lasciare le cose allo statu quo: non sono, quindi, vere e
proprie rivoluzioni.
Le
dominazioni si susseguono alle dominazioni, un popolo straniero
scaccia un altro, quasi sempre in sanguinose guerre, per
affermare il proprio dominio sull'isola. Fenici, Cartaginesi,
Greci, Romani, Ostrogoti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi,
Angioini, Spagnoli, Austriaci, e infine i Borboni, lasciano, più
o meno, tracce profonde della loro dominazione in Sicilia.
Contro il
malgoverno dei reggitori, specie in periodi di carestia e di
fame, insorgono le popolazioni. Ma non vi è ancora in quei moti
scomposti una coscienza, diciamo così, d'indipendenza dallo
straniero: spesso, pur di liberarsi da una tirannide, il popolo
ne invoca un'altra.
Da un esame
approfondito di quelle continue rivolte, sulla causa, natura ed
effetti di esse, lo studioso trae il convincimento che la
maggior parte, se non tutte, furono determinate dal disagio
economico, dall'esosità dei tributi, da carestie, da pestilenze.
Questa constatazione sembrerebbe dar ragione al concetto
marxista del materialismo storico.
Invero
l'elemento materiale si coglie a piene mani nelle primitive
rivolte indigene, quale quella di Euno, che capeggia turbe
fameliche di schiavi, marchiati nel corpo, seminudi, contro la
nuova dominazione romana; o di Atenione, che guida una seconda
guerra servile, dopo circa trent'anni dalla prima; o dei «callicirii»,
schiavi siculi e greci, contro i «geomeri» dell'oligarchia
greca, che trovano in Ducezio il loro condottiero. Ma non può
disconoscersi, almeno per chi crede che l'uomo sia
essenzialmente realtà spirituale, che nell'animo di quei
rivoltosi agisca il sentimento della giustizia, sentimento che
appartiene alla sfera morale dell'individuo.
Gaspare
Nicotra, discepolo di Enrico Ferri, in uno studio di sociologia
storica (1), dopo aver trattato dal punto di vista della scuola
positiva la natura economica delle rivolte in Sicilia, finisce
per affermare che «tanti secoli di schiavitù, di miserie, di
scorrerie, di mancanza di ogni governo e di ogni istituzione
avrebbero non menomato ma distrutto qualsiasi razza, avesse pure
la sapienza politica di Roma repubblicana, l'eroismo della
Grecia. Eppure la Sicilia sopravvisse ed ebbe forza di
ritemprarsi colle stesse qualità dei suoi dominatori arabi,
normanni, svevi ».
È, quindi,
in forza dei requisiti spirituali della razza che la Sicilia
mantiene il suo volto e il suo carattere peculiare di popolo.
Già con la rivoluzione dei Vespri del 1282, la causale
economica comincia ad impallidire di fronte al grido unanime
dei Siciliani. Ci sono, è vero, gli insopportabili balzelli
imposti da Carlo d'Angiò, ma vi è anche il senso della
insofferenza per la dominazione straniera. Comincia a «puzzare»,
secondo l'efficace espressione machiavellica, il barbaro
dominio. Ma ancora manca l’organizzazione, la preparazione, un
obiettivo preciso da raggiungere.
Frequenti
rivolte si hanno contro il malgoverno spagnolo, anch’esse
determinate dalla schiavitù morale e materiale in cui il popolo
è tenuto. A Palermo, il battiloro Alessi si mette a capo del
popolo apostrofandolo: «Feccia del mondo, chi sarà che ti
guida?>>
Nell'infuriare della fame e del vaiolo, insorgono molte città
siciliane e, tra le minori, Pozzo di Gotto nel 1647, quando
appena da pochi anni aveva ottenuto la sua autonomia da Milazzo.
In quell'occasione «la plebe obbligò i giurati a togliere le
gabelle sulla seta e sulle farine. [...] Due frati cappuccini
furono mandati a are con buoni modi i tumultuanti pozzogottesi e
nel tempo stesso si arruolavano mille soldati armati per
reprimere con la forza i moti e scacciare i riottosi. [...]
Durarono però i moti dagli 8 di giugno ai 9 di luglio» (2).
Ma se c'è un
movimento rivoluzionario che non si può ricondurre dentro gli
schemi del materialismo storico, questo è il Risorgimento, nel
quale le ragioni ideali hanno l'assoluta prevalenza su ogni
altra considerazione di carattere economico. A distanza di un
secolo ne subiamo ancora il fascino, anche se la mentalità è
antiromantica per eccellenza. I1 Risorgimento è il dramma di
tutto un popolo diviso e oppresso, alla ricerca e conquista di
una Patria unita nei confini assegnati dalla Provvidenza.
Esula dal
nostro compito un'indagine approfondita del fenomeno. Solo
abbiamo voluto ricordare al lettore le condizioni di una Sicilia
prerisorgimentale, continuamente ribelle all'ingiustizia dei
numerosi governanti stranieri. E quindi di una Sicilia
risorgimentale che acquista coscienza della propria italianità,
del suo appassionato rientro nell'orbita nazionale, del suo
apporto determinante alla causa dell'unità d'Italia, per la
quale aristocratici, borghesi, popolo, illuminati dal pensiero
di Giuseppe Mazzini e da una secolare speranza, si batterono
generosamente e vinsero.
La
dominazione borbonica in Sicilia inizia can Carlo III Infante
di Spagna. Gli Austriaci si erano resi invisi al popolo, che ora
salutava con gioia il nuovo «liberatore».
Pozzo di
Gotto, che nella guerra tra Spagnoli e Austriaci aveva
parteggiato per i primi, dopo la vittoria dei secondi era stata
), occupata dalle truppe del capitano Riccardo Vilds, che aveva
imposto agli abitanti una taglia di onze venti e si era dato a
rovinare 1 commercio locale aprendo un pubblico spaccio esente
da dazio • ). Sicchè anche Pozzo di Gotto emise un sospiro di
sollievo quando gli Austriaci dovettero cedere il possesso
dell'isola a Carlo III.
Questi
governò saggiamente e fu sotto il suo regno che Barcellona, in
seguito alla terribile alluvione del Longano del 1757 ottenne un
congruo contributo reale per l'arginatura del torrente. Ma
l'idillio tra popolo e sovrano sembrava destinato a svolgersi
tra l'infuriare di pubbliche calamità: la peste di Messina del
1743, terremoti del '49, l'alluvione del'57.
Con
Ferdinando III dovevano sorgere e maturare sempre più motivi di
attrito tra animo popolare e real casa, specie quando il monarca
commetteva l'imperdonabile errore di ferire l'orgoglio nazionale
dei Siciliani, riducendo con una serie di decreti la Sicilia al
ruolo di provincia, dimentico ed ingrato delle accoglienze
ricevute nell'isola allorchè, incalzato dalle truppe francesi al
comando di Championnet, vi aveva trovato provvidenziale riparo.
Furono
calpestate le prerogative del Parlamento, nel tentativo di
restaurare il sistema assoluto; imposte nuove tasse, suscitando
la pronta reazione dei baroni, e solo dopo alterne vicende e
tentennamenti fu accordata la costituzione spagnola del 1812. I1
re, però, non tralasciava occasione di esautorarla e violarla,
come, ad esempio con i due decreti del 1815 e del 1816: col
primo, destinava la Luogotenenza generale senza ascoltare il
parere del Parlamento; col secondo, estremamente più grave,
fondeva in uno Stato le Due Sicilie, aboliva la bandiera
siciliana e si proclamava re Ferdinando 1. Questa fu la goccia
che fece traboccare il vaso: la guerra era ormai dichiarata tra
il popolo siciliano e casa Borbone; guerra sorda, senza
quartiere, che, tra incertezze iniziali, tra sconfitte e
successi momentanei, doveva concludersi sui campi di Milazzo.
Lo spirito
di libertà del popolo siciliano, il geloso furore nel volere
rispettata la sua costituzione, in base alla quale aveva goduto
di una propria rappresentanza nazionale, agivano spontanea mente
senza dipendere dalle grandi correnti del pensiero europeo e dal
gigantesco fatto storico che fu la Rivoluzione francese, da cui
l'isola era rimasta praticamente tagliata fuori.
Sulle
intenzioni dei Siciliani, in quel periodo in cui le idee di
libertà, uguaglianza, fratellanza, volavano per il mondo sulle
punte delle baionette degli eserciti napoleonici, vegliavano le
truppe inglesi, a difesa dell'antico regime borbonico. E
tuttavia, pur senza una vera unità di intenti, spesso minata
dalle gelosie municipali, la Sicilia, «fatti precorrendo e
idee», fu la prima tra le regioni d'Italia a scuotere dalle
fondamenta l'assolutismo regio.
In questo
tormentato periodo della storia, Barcellona, nelle generali
aspirazioni di libertà e di giustizia, si batteva per uscire da
una sua particolare situazione di servaggio: e, nella lotta per
se pararsi da Castroreale, da cui dipendeva, col titolo non
certamente lusinghiero di «casale», apprezzò a sue spese il
valore immenso della libertà e maturò il giusto convincimento
che, per raggiungere una determinata mèta ideale, era
indispensabile l'unità degli intenti, la solidarietà tra i
cittadini di qualunque classe e censo, una concorde volontà.
La lotta per
l'autonomia ebbe inizio ai primi del 1812 e si concluse nel
1815, con decreto di separazione firmato da re Ferdinando.
A1 notaro
Antonio Maria Mazzej, che a Palermo, per alcuni anni di seguito
(1812-1815) aveva patrocinato in Parlamento le ragioni dei
barcellonesi, costoro, al suo rientro, espressero la loro
gratitudine con entusiastiche dimostrazioni popolari. Ma la
gioia di quel primo successo fu offuscata dalla questione della
regolamentazione dei confini. E infatti avvenimenti
internazionali, quale la sconfitta di Napoleone a Waterloo e di
conseguenza la mutata politica europea e in particolare quella
dell'Inghilterra verso la Sicilia, resero vana l'attesa della
Commissione che avrebbe dovuto esaminare e risolvere la
questione dei confini.
Intanto
Ferdinando III, approfittando della mutata situazione politica,
assumeva il titolo di Ferdinando I, calpestava la costituzione,
conculcava le libertà parlamentari ed instaurava il più rigoroso
assolutismo.
Solo nel
1823 Barcellona ebbe assegnato il proprio territorio, mentre
Castroreale restava come capoluogo. Con la conquistata
autonomia, mentre Castroreale rimaneva isolata e «tranquilla in
tutta quella serie di agitazioni che precedettero il 1848» (4),
Barcellona si tuffa a capofitto nella lotta, partecipa
attivamente alla rivoluzione.
Da questo
momento, non c'è idea di riscossa per la libertà e
l'indipendenza della Patria, dalle Alpi alla Sicilia, che non
trovi la sua eco nel piccolo comune di nuova formazione. Anche
qui appaiono le prime vendite della carboneria, la famosa setta
che propugnava l'idea di nazionalità ed indipendenza italiana.
Viene introdotta verso il 1818 «da un certo signor Periccioli,
senese, venuto in Sicilia sotto il pretesto di dettar lezioni di
lingua italiana al padre Francesco da Caccamo, cappuccino, ed ad
altri svegliati ingegni del paese» (5).
In poco
tempo sorsero tre vendite: due in Barcellona, una in Pozzo di
Gotto. «Queste vendite» afferma il Di Benedetto «incontrarono la
simpatia di molti cittadini: alcuni di essi, invero, sdegnati
col governo, sia perchè abusivamente aveva tolto la costituzione
concessa poco prima, sia perchè più volte s'era negato a firmare
il decreto del re per la separazione di Castroreale da
Barcellona, s'inscrissero con tutta franchezza, con la speranza
che questa società avesse potuto frenare gli abusi d'un
dispotico governo, quand'anche non l'avesse potuto abbattere.
Durò fino al 1821, anno in cui, sedati i moti di Palermo e
nominato come vicerè dell'isola il duca delle Favare, incominciò
per la Sicilia un periodo terribile; poichè in ogni paese le
case dei sospetti furono messe sottosopra, e gli incarceramenti,
le persecuzioni e le inaudite condanne ebbero il loro corso. In
Barcellona P.G., quantunque si fosse tenuto celato, per mezzo di
spie ed indizi, si venne a conoscenza non solo dell'esistenza
delle vendite, ma anche dei loro componenti. Perciò, quando il
governo emanò ordini affinchè fossero arrestati i capi, questi
si sottrassero dalle mani borboniche riparando in luoghi sicuri,
dove difficilmente la polizia poteva penetrarvi».
E più oltre:
«La carboneria in Barcellona P.G., durante il breve periodo di
vita, tenne a freno tutto il paese, incominciando dal municipio,
i cui capi furono scelti ed eletti per opera di essa, come
Carmelo Rossitto, sindaco di Pozzo di Gotto; mentre la stessa
società si cooperava ad introdurre nelle singole amministrazioni
i suoi affiliati e ridurre al suo dominio i vecchi impiegati
borbonici, e se accadeva che qualcuno ricevesse qualche offesa,
la società provvedeva immantinenti e con energia» (6).
Nella
carboneria, il dispotismo borbonico, che marciava sulle
direttive tracciate dal Congresso di Vienna (autoritarismo,
compressione della libertà), trovò il più implacabile nemico.
La Santa
Alleanza, con il principio dell'intervento, si mutò in un
sistema soffocatore dei movimenti liberali e nazionali e
intensificò, quindi, l'azione delle sette. Ebbero così inizio le
agitazioni e le sommosse per ottenere regimi
costituzionali-liberali.
Le idee
della carboneria non penetrarono nel popolo, ma solo nelle alte
classi della borghesia e della nobiltà.
Non si ebbe
un preciso programma tra nord e sud e nemmeno, si può dire, tra
città e città della stessa regione. In Sicilia si voleva a
separazione da Napoli; a Napoli, i carbonari volevano la
costituzione, ferma restando la dinastia dei Borboni. Sicchè
era facile per il governo dominare le rivolte e soffocarle nel
sangue.
Di questo
stato di confusione troviamo esempio anche nelle città di cui ci
occupiamo: Barcellona e Pozzo di Gotto aderirono alla
costituzione napoletana, schierandosi dalla parte di Messina,
mentre Palermo era insorta per ottenere l'autonomia, ma «non
fecero votazione pel deputato a quel Parlamento» (7).
Abbiamo
voluto fare qualche cenno sulla natura della carboneria, per
dimostrare che siamo ancora ben lungi dal pensiero dell'unità
d'Italia. Certo è che la carboneria alimentò l'odio dei
siciliani contro i Borboni e li rese maturi per la più grande e
nobile causa.
Morto
Ferdinando I, gli successe il figlio Francesco I. Dal
cambiamento, nessun giovamento trassero i siciliani. I1 nuovo re
continuò l'opera di repressione del padre e si giovò, per
questa, del luogotenente delle Favare.
Di fronte al
rinnovato dispotismo, si risvegliò l'opera delle sette, La
polizia borbonica si mise all'opera per scoprirne la fila. Là
dove arrivò la sua mano, si ebbero arresti e condanne
gravissime, sino alla pena di morte.
In questo
periodo venne arrestato in Pozzo di Gotto don Letterio Cassata e
dalla Commissione suprema condannato per reati contro lo Stato
(8).
Dalla
carboneria uscirono i migliori patrioti barcellonesi; i tre
fratelli, di nobile casato, Mario, Antonio e Vittorio Fazio, lo
scrittore Filippo Rossitto, Giovanni Rossitto Cassata, Valentino Maimone Sciacca, Mariano Aliquò, Sebastiano Mazzei, Giovanni
Rossitto Asciutti, Bartolo Di Giovanni Calamarà, l'abate Giacomo
Ilacqua, che consacrarono tutta la loro vita alla causa della
rivoluzione. Dopo la fondazione della «Giovine Italia»,
affinarono la loro azione antiborbonica nel senso più
squisitamente italiano e diventarono nel loro paese fiaccola ed
esempio dell'idea mazziniana.
Invero, non
era difficile parlare al popolo barcellonese di libertà e
indipendenza, nato com'era da un atto di ribellione e
giustamente orgoglioso della sua autonomia. Sicchè, se nel 1848
e nel 1860 vediamo questo popolo di un piccolo comune insorgere
tra i primi contro la tirannide; se lo vediamo armarsi e
accorrere entusiasticamente in aiuto di Messina; se lo vediamo
non spettatore passivo, ma soggetto attivo, dobbiamo pensare sì
alle virtù dei capi, ma anche al suo carattere fiero ed
indipendente.
(1) G. Nicorra, Rivoluzioni e rivolle in Sicilia,
Utec, Torino, 1910.
(2)Filippo
Rossitto, La città di Barcellona Pozzo di Gotto, Crupi, Messina,
1911 pp 187-188.
(3) Cfr F.
Rossitto, La città di Barcellona, op. cit., p. 211.
(4) Mario
Casalaina, CaJtroreale, in «Dizionario illustrato dei Comuni
siciliani>>. tip Vena. Palermo, 1910, p. 63.
(5) F.
Rossitto, La città dr Barcellons, op in , p. 245.
(6) Antonio
Di Benedetto. Barce!lona P G in <<Dizionario dei Comuni
siciliani>>. Palermo, 1906, p. 48.
(7) .
Rossitto, La città di Barcellona, op. cit., p. 244.
(8) F. Russitto, La ctttà de Barcellona, op. cit.
, p. 252.
Per poter meglio apprezzare il fermento
patriottico determinatosi in Barcellona Pozzo di Gotto, ci
sembra opportuno dare un quadro sintetico delle condizioni
generali della Sicilia alle porte della rivoluzione del 1848.
Con la morte di Francesco I, avvenuta l'8
novembre 1830 in Napoli, saliva al trono Ferdinando II.
«Nato il 12 gennaio 1810 in Palermo,
variò coi tempi i costumi e la vita: giovanetto, a 15 anni, col
padre re pigro e tentennante, cominciò a comandare superbamente
l'esercito, e non amante straordinariamente della caccia come
l'avo, nè di studi politici e civili, visse indifferente alle
sofferenze del popolo, e tutto intento alle parate militari.
Acclamato re l'8 novembre 1830, parve da prima benigno e
modesto, ma poi il suo governo si fece più che mai personale,
più tardi dividendolo con la polizia e col confessore. Da queste
due forze sovente distratto in opposti lati, ma sempre
dispotico, il regime di Ferdinando II continuamente peggiorò. Le
pubbliche sostanze mal rispettate e riguardate come regia
proprietà; gli amministratori più spesso corrotti, vili,
ignoranti; gli studi non curati e condannati alle torture di
una stupida censura; il commercio non protetto per ignoranza di
governo; l'esercito numeroso ma tenuto unicamente in piedi per
la sicurezza del re, e in parte composto di mercenari svizzeri;
il popolo avvilito, ignorante, corrotto, e tolto dal consorzio
delle nazioni civili. A tanti mali si aggiunsero le più spietate
persecuzioni politiche, i più infami processi, le maggiori
turpitudini di governo per combattere le idee di libertà e
nazionalità. La storia ricorda di lui la violenta repressione
delle insurrezioni siciliane; la costituzione giurata e tosto
violata, l’esercito inviato in Lombardia sotto il comando del
generale Guglielmo Pepe e quasi subito richiamato, il
bombardamento di Napoli, che gli valse il soprannome di re
Bomba. [... ] Ferdinando II morì di morbo pediculare in Caserta
il 22 maggio 1859, non compianto da alcuno» (9).
Da un siffatto re il popolo di Sicilia
aveva ben poco da aspettarsi. Egli aveva un sacro terrore della
libertà. A Luigi Filippo, re di Francia, che gli consigliava una
politica più liberale, risponde va: «La libertà è fatale alla
famiglia dei Borboni. Il mio popolo non ha bisogno di pensare».
E nel male fu coerente sino alla morte.
Ben presto Ferdinando II dovette accorgersi che il suo popolo
pensava, e come! Le coscienze non eran più quelle del '13 e del
'21; i Siciliani avevano pagato con i continui insuccessi la
loro disunione, e non era più impresa facile dominarli con il
metodo del divide et impera; le rivalità municipali che avevano
funestato i rapporti tra le grandi città dell'isola,
specialmente tra Palermo e Messina, erano ormai sopite;
l'esperienza delle costituzioni, prima accordate e poi
rimangiate, aveva maturato il convincimento che ormai non più
di libertà costituzionale doveva parlarsi, ma d'indipendenza. In
una parola, si doveva cacciare fuori il Borbone. Sicchè
Ferdinando II si trovò contro, compatta e unita come mai, tutta
la Sicilia.
Il pensiero del Mazzini, del Gioberti,
del Cattaneo soffiava sulla brace e induceva a guardare al di là
dei confini della regione. Tutto il pensiero filosofico,
l'arte, la scienza, la poesia, la musica erano in funzione
della libertà. Era una gigantesca ondata di pensiero e di
azione, che faceva scricchiolare il trono del despota. La prima
solenne denuncia al mondo di un assurdo potere esercitato con
«la festa, la farina, la forca», fu la «Protesta del popolo
delle due Sicilie» del Settembrini. Ma più terribile giunse
all'orecchio del tiranno il grido di sfida di Palermo, di una
sfida singolare ed unica al mondo, una sfida a giorno fisso.
«Siciliani! I1 tempo delle preghiere
inutilmente passò. Inutili le proteste, le suppliche, le
pacifiche dimostrazioni. Ferdinando tutto ha sprezzato. E noi,
popolo nato libero, ridotto fra catene e nella miseria,
tarderemo ancora a riconquistare i legittimi diritti? All'armi,
figli della Sicilia. La forza di tutti è onnipossente; l'unirsi
dei popoli è la caduta dei re. Il giorno 12 gennaio all'alba,
segnerà l'epoca gloriosa della universale rigenerazione. Palermo
accoglierà con trasporto quei Siciliani armati che si
presenteranno al sostegno della causa comune, a stabilire
riforme ed istituzioni analoghe al progresso del secolo, volute
dall'Europa, dall'Italia, da Pio. Unione, ordine, subordinazione
ai capi. Rispetto a tutte le proprietà, il furto si dichiari
tradimento alla causa della Patria e come tale punito».
Il nobile e singolare manifesto era stato
lanciato da certo Francesco Bagnasco e il suo appello «ai figli
della Sicilia» trovava ormai riscontro nella realtà dell'unione
degli animi. In tutta la Sicilia i più arditi liberali si
riunivano per organizzare adeguatamente la resistenza contro i Borboni.
Il barcellonese Mariano Aliquò, dando ad
intendere di essere spinto da ragioni di commercio, faceva la
spola tra Catania e Messina per coordinare le azioni.
Nella stessa Barcellona le case di
Rossitto Cassata e di Mario Fazio erano diventate fucine di armi
e convegno clandestino di patrioti.
Palermo questa volta insorgeva, sicura
della lealtà di Messina, la quale aveva dato prova del suo amaro
disinganno nella fede borbonica, e già il 1 ° settembre del 1847
un generoso e ardito gruppo di congiurati era sceso dalle
colline circostanti per cogliere di sorpresa alcuni ufficiali
superiori. Purtroppo il tentativo fallì, per difetto di
organizzazione, e la rivolta venne soffocata nel sangue. Il
generale Landi s'incaricò di punire i ribelli e di identificare
i capi. Ma, nonostante avesse posto sulle loro teste
considerevoli taglie, nessun cittadino si prestò a fare da
delatore.
(9) E. Lessona, Dizionario di cognizioni
utili, Torino. Utet, 1909, p. 484.
A Palermo le cose andarono diversamente.
La popolazione, insorta puntualmente, secondo la sfida di
Bagnasco, all'alba del 12 gennaio rinnovò i fasti del Vespro.
Innalzò le barricate e diede inizio ad una lotta che durò
venticínque giorni. I soldati regi, costretti ad abbandonare le
munite fortificazioni, persero terreno giorno per giorno, finché
furono costretti ad abbandonare la città in mano agli insorti.
La splendida vittoria venne coronata
dalla ricostituzione del glorioso Parlamento siciliano, sotto la
presidenza di Ruggiero Settimo (10).
Giuseppe Mazzini dall'esilio esultava e
inviava una lettera di lode.
«Siciliani, siete grandi! Voi avete, in
pochi giorni, fatto più assai per !'Italia, patria nostra
comune, che non tutti noi con due anni di agitazione, di
concitamento generoso nel fine, ma incerto e diplomatizzante nei
modi. Avete esaurito le vie di pace, inteso la santità della
guerra che si combatte per le facoltà ineluttabili dell'uomo e
del cittadino. Avete in un momento solenne d'ispirazione tolto
consiglio dalla vostra coscienza e da Dio; decretato che sarete
liberi, combattuto, vinto, e serbato la moderazione dei forti
nella vittoria. E la vostra vittoria ha mutato (tanto i vostri
fati sono connessi con quelli della penisola) le sorti italiane
»...
Mentre a Palermo e a Messina si
svolgevano i fatti raccontati, Barcellona (11) iniziava il suo
fervido periodo insurrezionale, unitamente alla consorella
Milazzo, dove la presenza della munitissi ma piazzaforte
borbonica non impediva ai cittadini di manifestare i loro
sentimenti liberali (12).
(10) Viene nominato ministro di grazia e
giustizia, il bareellonese avv Francesco De Luca, sommo
giurista e patriota. Nel'50, fu eletto presidente del Comitato
rivoluzionario di Messina.
(11) D'ora in poi, poichè nel 1835
Barcellona e Pozzo di Gotto si unirono in unico Comune, diremo,
per brevità, Barcellona.
(12) Cfr. Santi Recupero, La città di
Milazzo nel Risorgimento italiano, Editoriale Opere Nuove, Roma,
1161.
Agli inizi del '47, dopo la fallita
rivolta di Messina, apparvero in Barcellona i primi manifesti
rivoluzionari, con cui si incitavano i cittadini a brandire le
armi contro la tirannide, mentre venivano messi sull'avviso il
comandante della piazza con le sue truppe come si legge in
questo murale, riportato da F. Guardione: «Attenti alla tremenda
sentenza, amici e fratelli! Un sol patto ci unisca; ma se
contrari vi mostrerete a quanto noi opereremo, giuriamo che il
sangue vostro ci servirà di bevanda salutare. Voi non ci
avvilirete, e pazzi vi crederemo volendo mostrare prodezza.
Persuadetevi che le vostre sciabole, le baionette, i cannoni non
ci spaventano, anzi accendono di più il coraggio siciliano.
Popolo di Barcellona, dormi ancora? Su,
via, svegliati, imbrandisci le armi, e all'ora stabilita
distruggi i nemici della patria e della libertà».
La polizia borbonica si diede a ricercare
gli autori dei manifesti incitanti alla ribellione; e tra le
vittime designate, la prima fu il patriota e scrittore Filippo
Rossitto, che, per non essere arrestato, si diede alla macchia.
Un altro murale era diretto all'esattore
Gaspare Recupero: «Carissimo, amatissimo Gaspare. Se hai denaro
in cassa tienilo forte a disposizione degli onesti capi di
questo popolo, che già sta pronto con l'isola intera a
sollevarsi dal fango. Senti, dunque, la sovrana voce del popolo:
Gaspare, versamenti a nessuno per nessuna somma. Dopo la
presente, te ne f... di qualunque minaccia ti faranno i tuoi
superiori. Non versare, Gaspare, per non dirsi ulteriormente che
versi il nostro sangue dalle vene nostre, tranne quello che da
noi debba versarsi, o Gaspare, se è d'uopo, a comprarci coi
figli tuoi e con te stesso della crudelissima ed ormai
insopportabile schiavitù in cui viviamo.
Castroreale, è già noto, deve
incominciare i fatti suoi, con lo impossessarsi della cassa, che
tiene il denaro, cui il governo tuo costituente chiamò suo, e
questo avverrà appena fatti i versamenti al capo distretto, per
farsene la proporzionale distribuzione ai dipendenti del
distretto.
A che questo circolo vizioso, o Gaspare,
se non hai risoluto di voler vedere la resurrezione dei nostri
popoli? Gaspare, eseguisci scrupolosamente, mentre tua vita,
come ben vedi, sta in pegno della doverosa esecuzione».
Strettamente sorvegliati erano anche i
fratelli Fazio, di antichissimo e nobile casato,, che il Villari, il Di Benedetto, il Mazzej e il Rossitto indicano ai
posteri come i più ferventi animatori della causa nazionale.
«Se la vita e l'opera dei grandi
protagonisti del nostro Risorgimento - Vittorio Emanuele.
Cavour, Garibaldi, Mazzini, od anche i fratelli Bandiera, Ciro
Menotti e Carlo Pisacane - sono ben note e di continuo studiate
e ristudiate, è pur vero che tanti patrioti di minor risonanza
restano pressochè ignorati dal gran pubblico. Epperò, se il
Risorgimento italiano divenne una realtà, ciò fu dovuto non solo
figure di quel periodo storico, ma pur alle minori, che con esse
collaborarono perché la coscienza dell'unità e della libertà
si diffondesse e divenisse operante. Così, a cento anni di
distanza da quell’epico periodo, ci sembra doveroso ricordare
queste figure secondarie ma essenziali. In Sicilia, in quel
lembo dell'isola che è pi vicino al continente, tra i
preparatori dei moti del 1 e dei 1848 e del 1860, troviamo
tra gli altri, tre patrioti, tre fratelli di nobile casato:
Mario ( 1809-1874), Antonino (1816-1869) e Vittorio Fazio Salvo
(1823-1883 •-1883»> ( 13).
Ai primi moti di Messina, i tre fratelli
sceglievano ognuno il proprio posto di combattimento:
partecipava alla insurrezione del 1° settembre '47 in Messina,
dove rimaneva per tenersi in contatto coi liberali del luogo;
Antonino, divenuto poi deputato al Parlamento siciliano teneva
le fila coi liberali di Palermo; Mario rimaneva in Barcellona
per animare e dirigere i movimenti locali. Da questo momento li
vedremo sulla breccia sino alla battaglia di Milazzo.
Gli esuli messinesi della disastrosa
giornata del 1 ° settembre si sparpagliavano per la provincia,
riparando alcuni a Patti, altri a Castroreale, moltissimi a
Barcellona.
Una delle più nobili figure del
patriottismo messinese, Luigi Pellegrino, si rifugiò a
Castroreale, dove trovò ospitale soggiorno, e da dove si
manteneva in contatto con Mario Fazio
Salvo, al quale spesso faceva pervenire lettere d'intesa.
«Carissimo Mario, qui tutto è completo e
il comitato e l'arruolamento. Si è cantato il Te Deum e si è
fatta grande festa. Avvisatemi quando devo calare e il come vi
farete trasportare. Avvisatemi e presto perchè io brucio ed
ardo.
A 20 ore (s. d. ) Addio, il tuo
Luigi»
«Mio carissimo Mario, mi duole l'anima
che non posso venire domani.
In primo luogo mi sento ammalato e
l'amico Sollazzo lo sa; in secondo luogo poi non mi conviene,
mentre ho fatto tanto qui, scompagnarmi da questa gente. Avrei
desiderato, giacché le cose a Messina sono urgenti, di unirsi
Castro e !e sue dipendenze con Barcellona, onde far così una
truppa imponente e con due bande musicali. Qui si parte prima di
mezzogiorno. Potreste voi anco, se piace al Comitato, ritardare
la partenza per poche ore.
Ma credi tu, che questa mia preghiera è
fatta con tutta l'anima mia, poiché io non vorrei staccarmi
dalla mia carissima Barcellona.
Ad ore 8-31 gennaio.
Addio, il tuo Luigi»
Il comitato al quale si riferisce Luigi
Pellegrino era stato eletto dal popolo barcellonese il 27
gennaio ed era suddiviso in 4 settori: guerra e sicurezza
pubblica, finanze, annona, giustizia e culto.
Il vero e proprio comitato insurrezionale
era composto dai seguenti membri: dott. Antonio Fazio Salvo,
presidente; Mario Fazio Salvo, vice presidente; Francesco Di
Giovanni Calamarà; Angelo Cambria; Giovanni Rossitto Asciutti;
Santi Longo; Antonino Fugazzotto; Carmelo Aliquò, segretario.
( l3) Cfr Luigi Athos Sottile d’Afano. I
patrioti Fazio di Nasari e la loro gente, in Rivista araldica.
Dopo due giorni dalla sua costituzione,
il comitato inviava a quello di Palermo, un nobilissimo
messaggio di solidarietà redatto da Filippo Rossitto:
II popolo di Barcellona Pozzo di Gotto a!
Presidente del Comitato generale di; Palermo.
II bombardamento, !e inumane stragi, le
ingiustizie di ogni sorta, che hanno afflitto da più giorni
codesta generosa popolazione, non poterono non smuovere all'ira
l'animo dei buoni siciliani. Già da gran tempo le oppressioni e
le miserie ci avevano maggiormente affratellati; non attendevasi
che il momento opportuno per darsi libero alla rivendicazione
dei nostri diritti colla forza delle armi.
Messina, che il I settembre aveva dato la
scossa a tutta l'isola, eccitò lo spirito dei siciliani e la
simpatia dei popoli; ma era riservato solo alla valorosa
Palermo il dare concepimento all'opera. Quando si ebbero
notizie delle sagaci preparazioni che costì facevansi, non che
fiducia, certezza divenne nel cuore dei Siciliani la vittoria e
la politica rigenerazione.
Questo popolo, che costituisce il più
grande comune del Vallo di Messina, intese il bisogno di essere
tra i primi a seguire l'impulso magnanimo delle grandi città.
Già sin dal dodici, tuttoché non avevansi
notizie degli avvenimenti di codesta città, si era pronunziato
proclamando la costituzione e la fratellanza siciliana; quando
poi il 2S comparve il corriere con la bandiera tricolore, non
ebbe più ritegno il pubblico entusiasmo. Allora un folto stuolo
di uomini di ogni ceto e di ogni condizione prese le bandiere ed
andò per le strade concorde ed unanime gridando: Viva la
Costituzione di Sicilia! Viva l'Indipendenza! Viva Palermo!
Viva !'Italia!
Facevan eco da ogni parte le donne
spettatrici; di tal che più grande, più concorde, più solenne,
non poteva riuscire quella pubblica dimostrazione. Niuno
sconcerto ebbe u compiangersi in quello avvenimento.
Nè colle voci solo, ma coi fatti ha
voluto manifestarsi lo spirito liberale di questa popolazione.
Già si sono cominciate ad organizzare le squadriglie; una
contribuzione a cui ogni cittadino spontaneamente concorre, ebbe
di già il suo cominciamento, un comitato esiste; insomma tutto
si è fatto conforme alle istruzioni da costà trasmesse:
l'ordine, la subordinazione. La lealtà domina dappertutto.
Abbiamo in pari data, scritto a persona
in codesta per rappresentarci presso codesto comitato; se
accetterà, le manifesteremo il suo nome. Noi vogliamo dipendere
dagli ordini che per suo mezzo ci saranno comunicati, e per
camminare concordemente, abbiamo attaccato corrispondenza al
Comitato di Messina.
Sarà compiacente rapportare quei nostri
sensi al valoroso popolo palermitano, a quel popolo cui
principalmente in ogni tempo è stata debitrice la Sicilia della
politica esistenza, ripetendogli che uno è il voto universale:
Indipendenza, Costituzione del 1812 adattata ai tempi, Lega
Italiana.
Barcellona Pozzo di Gotto, 29 gennaio
1848.
Ed ecco la risposta del Comitato generale
in Palermo, datata 5 febbraio 1848:
« Questo Comitato generale non può a meno
di lodare la solerzia con cui Barcellona ha aderito alla santa
causa nazionale, creando un Comitato provvisorio e provvedendo a
tutto l'occorrente. Organizzate provvisoriamente una guardia
nazionale, onde i cittadini di tutta l'isola si adunino a questa
indispensabile istituzione, prima che fossero emanate in
proposito delle leggi generali. Per quel che concerne poi le
cose del Vallo, mettetevi d "accordo col Comitato provvisorio di
Messina e dirigetevi a questo Comitato generale per gli altri
affari che interessano la somma dello stato, affinché in tutta
l'isola si proceda con unità d'intento e d'azione. - II
segretario M. Stabile / il <Presidente R, Settimo>>
I1 Comitato insurrezionale di Barcellona
funzionò egregiamente, pur in mezzo a mille difficoltà. Istituì
la Guardia nazionale, chiamò i cittadini a collaborare per la
santa causa, mantenne l’ordine interno senza conculcare le
libertà fondamentali, svento le insidie dei filoborbonici che
cercavano di discreditarlo e, fra l’altro, in un manifesto al
pubblico, chiudeva con queste parole:
<< Ordine, unione, obbedienza ai capi
furono le prime voci del politico risorgimento: Ordine, Unione,
Obbedienza siano le ultime; bando, eterno bando agli interessi
particolari, che potrebbero disturbare l'andamento delle cose
pubbliche; confermiamoci sempre fratelli, senza distinzione di
ceto e di condizione; guardiamoci sempre sotto questo punto di
vista, e la causa nazionale non potrà mai venir abbattuta».
IV
Si stava
preparando Messina a un nuovo e più tremendo movimento
insurrezionale e pertanto quel comitato chiamava alle armi tutti
gli uomini validi della provincia. Molti comuni preparavano
squadre di soccorso per avviarle a quella città.
Barcellona si distingueva, come sempre, per passione patriottica
ed aveva pronte le sue squadre, comandate dal colonnello Mariano
Aliquò, dai capitani Giovanni Rossitto Cassata, Bartolo Di
Giovanni e da altri ufficiali. Tra i giovani, Giovanni Rossîtto
era tra i più impazienti ed entusiasti. Egli mordeva il freno
nell'attesa e già dai monti, ove si era rifugiato, così scriveva
al Fazio, presidente del Comitato di Barcellona:
«Stanotte non ho dormito: niuna altra cosa mi sta presente che
la patria: questo cuore e quest'anima sono ad essa consacrai Io
farò tutti gli sforzi per lavare l'onore nostro e la nostra
,fama. Spedite persone probe a Gala, a S. Paolo, a Cannistrà, e
in i luoghi del nostro territorio.
Avvertite tutti gli urbani, e le persone di qualunque ceto
perchè domani all'alba si facessero trovare al ponticello di
Pozzo di Gotto. Avvertite tutti i cittadini a trovarsi in quel
punto. Avvertite tutti i cappellani di suonare le campane a
stormo.
Deve
assolutamente seguirmi la musica. Avvertite tutti i civili che
non vorranno intervenire, a darci le armi e le munizioni.
Avvertite il barone Longo a darci il cannone e il denaro. Questa
spedizione deve essere solenne ed imponente, come è imponente
paese. Io qui,farò di tutto».
La
popolazione in generale era eccitatissima, anche perchè messa in
fermento da continui falsi allarmi di sbarchi borbonici. 11
Rossitto parla di cinque di questi falsi allarmi. I1 primo fu
veramente drammatico, e dimostra come il popolo era disposto a
rintuzzare l'aggressione nemica.
Fulmineamente erasi propalata la voce di uno sbarco di truppe
borboniche a Spadafora. Era la notte dal 1 al 2 febbraio 1848.
Un giovanetto quindicenne, galoppando su un cavallo, percorse le
strade e le piazze del paese, agitando una bandiera tricolore e
chiamando a raccolta i cittadini per accorrere là dove si
presumeva fosse avvenuto lo sbarco.
Si
trattava del nobile don Luigi Sottile, che da adulto avrebbe
comandato, quale Capitano, la Guardia nazionale di Barcellona
nella battaglia di Milazzo (l5).
«Allora
tutta la popolazione si riversa all'ingresso del paese: si fanno
barricate nella via provinciale, presso il torrente Lando; un
avamposto viene collocato nel torrente Mela presso Merì; si
carica un cannone che il barone Longo aveva giorni prima fatto
portare dalla sua tonnara di Oliveri, e si colloca su un
carretto. Esso era stato caricato da un Lombardo, che diceva
essere stato sotto Napoleone nell'artiglieria. Era intanto un
bello spettacolo vedere uomini e donne, armati di scuri, di
pertiche, di spiedi, di pietre, di fucili, correre coraggiosi ad
affrontare il nemico. Il paese era tutto straordinariamente
illuminato; le terrazze, i balconi, e i tetti delle case eran
rigurgitanti di pietre, e dove anche delle signore attendevano
imperterrite il nemico; delle bombe erano state costruite dal
nostro fochista Filippo Pisani... Tutto, insomma, era preparato
per sostenere l'attacco» (16),
Questi
falsi allarmi, ora a Patti, ora ad Oliveri, ora a Calderà, ora a
Spadafora, se da una parte servivano a tener desto lo spirito
combattivo della popolazione, dall'altra provocavano inevitabili
disordini per cui il Comitato fu costretto ad emanare rigorose
disposizioni in cui erano previste severe sanzioni per i
propalatori di notizie false.
I1 forte
di Milazzo, intanto, era presidiato dalle truppe borboniche. Cionostante,
il Comitato insurrezionale di quella città, presieduto dal
coraggioso ed insigne milazzese Giuseppe D'Amico Rodriquez, per
niente spaventato dalla presenza del nemico, «il quale in poche
ore avrebbe potuto ridurre in polvere il loro paese», invitava i
barcellonesi ad intervenire per l'assalto al castello.
I
barcellonesi accorrevano all'appello, ma le trattative, condotte
con somma scaltrezza dallo stesso D'Amico Rodriquez, inducevano
la guarnigione borbonica ad abbandonare il castello senza
spargimento di sangue. Sicchè «gli accorsi numerosi da
Barcellona vennero a dimostrare soltanto la loro disposizione a
prestarsi, in solidarietà coi milazzesi, a qualunque sacrificio
di sangue» (17).
Sul
castello di Milazzo venne inalberato il vessillo tricolore, in
mezzo alla commozione e all'entusiasmo frenetico dei milazzesi.
In seguito, per iniziativa del Comitato di Milazzo, di concerto
con quello di Barcellona, essendosi a Messina iniziate le
ostilità e rendendosi necessaria un'efficiente difesa del forte,
venne organizzata una squadra armata di uomini validi dei comuni
di Tripi, Montalbano, Casalnuovo, Merì;
Furnari,
Castroreale, Novara, Mazzarà, Barcellona. Questa squadra
cessò il suo compito il 4 maggio, data dell'armistizio col re di
Napoli.
Alla
stessa data, cessò il suo compito il cordone marittimo per la
tutela del litorale di levante da Patti a Bauso, e che era sorto
su proposta del Comitato insurrezionale di Barcellona.
Ferveva
intanto l'opera di organizzazione delle squadre che dovevano
inviarsi in soccorso di Messina. Tutti guardavano a Barcellona
ove il barone Antonino Fazio, presidente del comitato, rannodava
e teneva le fila dell'organizzazione con i comitati di
Castroreale, Furnari, Novara, Montalbano, Mazzarà e Patti. Da
Castroreale egli riceveva dal cugino Antonino Salvo la seguente
lettera:
«Caro
fratello cugino, si vuol sapere se siino in codesta pergiunti li
rinforzi da Furnari, Patti e da Novara; e, nell'affermativa, ti
prego io di farli in codesta attendere fino a domani al tardi,
per unirsi con i nostri. Nel caso poi che non fossero arrivati,
e che arriveranno domani, avrete bontà, al momento che arrivano,
spedir un espresso per essere noi notiziati e per notiziare
(anche che fosse partito) il cugino Coppolino per strada. Dacci
col ritorno del presente pedone qualche buona notizia. Di cuore
ti abbraccio come pratica il cugino Ignazio, e con verace
attaccamento ai tuoi cari comandi irti sottoscrivo.
Castroreale, il 1 ° febbraio del 1848 / Tuo cugino, A. Salvo»
Nella
notte tra il 1 ° e il 2 febbraio, le squadre barcellonesi
lasciavano il paese, dirette a Messina, ove da un momento
all'altro doveva scoppiare una tra le più memorande insurrezioni
di popolo che la storia ricordi. Giovani pieni di vita e
d'entusiasmo, ma non certamente allenati alle fatiche di guerra,
componevano quelle squadre. La passione, a lungo contenuta,
metteva loro le ali, e nel cuore una tale fiamma d'amor patrio
da supplire alla improvvisata preparazione bellica.
Molti
altri cimenti affronteranno gli italiani discendenti da quell'eroica
giovinezza risorgimentale, ma osiamo dire che nei !oro petti non
si ripeterà più l'anelito romantico di allora, quello spirito di
sacrificio e di dedizione incondizionata alla causa comune.
Oggi,
nell'era atomica e delle conquiste spaziali, ci fa sorridere il
pensare a quelle squadre di giovani, vestiti e armati alla men
peggio di fuciloni e di qualche cannone dalla ridicola gittata,
preceduti dalla banda musicale e accompagnati dai concittadini
sino al limite estremo del comune. Ma quella giovinezza seppe
fare l'Italia «una,libera, indipendente».
A Merì e
a Spadafora, la nostra squadra si unì con quelle cittadine e
quindi fece sosta sui monti di Cesso, dove era già arrivata la
squadra di S. Lucia del Mela. Qui, i volontari siciliani, come
vecchi veterani alpini, accesero i fuochi di bivacco; e dai loro
petti generosi si sprigionarono i canti del Risorgimento, allora
in voga.
Verso
l'alba ripresero la marcia per Messina, alle cui porte il
Comitato cittadino venne loro incontro e li condusse ai
Cappuccini, «dove si celebrò una messa e si benedissero le
bandiere; (le squadre) furono poi alloggiate nel convento di S.
Francesco d'Assisi, e sentiti ringraziamenti furono diretti al
Comitato di qui, che le aveva inviate» (18).
A
Messina, sin dalle prime operazioni contro i regi, la squadra di
Barcellona si coprì di gloria. Primo tra tutti per ardimento e
sprezzo del pericolo, il pozzogottese abate Giacomo Ilacqua, che
in seguito, nel '60, vedremo spavaldamente affrontare i soldati
di Bosco alla battaglia di Corriolo.
Non meno
arditi furono Vittorio Fazio, Bartolo e Giuseppe Di Giovanni,
Crisostomo e Luigi Maimone, Giuseppe Duci, Giuseppe Flaccomio,
Giovanni Rossitto Cassata, Francesco Rugolo, Giuseppe Bombaci,
Vito Giunta.
Giovanni
Rossitto, la mattina del 3 febbraio, assieme al messinese
Tommaso Landi, penetrò nel monastero di S. Girolamo, adibito a
quartiere dei regi. La squadra li seguì e i regi si diedero alla
fuga.
Nella
giornata del 22, si distinsero l'abate Giacomo llacqua e
Giuseppe Di Giovanni. Essi furono tra i primi ad entrare per la
breccia del castello di Porta Real Basso. Ivi llacqua fece
prigioniero l'alfiere Pietro Nini.
Questo
primo successo, che conobbe anche l'audacia di Giuseppe Duci,
Giuseppe Bombaci e Vito Giunta, non appena fu conosciuto a
Barcellona, venne festeggiato dalla popolazione con grande
gioia. «Fu in una volta come per incanto illuminata la città, e
il mezzo busto in gesso di Pio IX, primo motore del riscatto
italiano, fu portato in trionfo per le strade con fiaccole
accese ed entusiastiche dimostrazioni».
Nella
giornata del 25, le nostre squadre furono maggiormente impegnate
e sul loro comportamento riferirono al Comitato di Barcellona i
comandanti Rossitto e Di Giovanni con loro rapporto, che il
presidente Fazio lesse al popolo.
«Signor
Presidente del Comitato di Barcellona Pozzo di Gotto. Se il
giorno 22 fu commemorando, non è da porsi in dimenticanza quello
di ieri. Tutto fu quieto sino alle ore 20, quando i traditori
regi, dopo aver preparato nell'antecedente notte una fossata,
tentarono, in numero di trecento circa con due pezzi dl
artiglieria, uscire dalla Cittadella ed avanzarsi verso il
piano di Terranova. Appena eransi posti fuori dalla rastigliera,
ed il nostro forte dei Pellizzari attendeva che più si fossero
avanzati onde tirar sovr'essi, l'intrepido abate Crimi, innanzi
a cui la morte piega il ginocchio, trovandosi di posto in
Terranova, avanza colla sua squadra, affronta i nemici, li mette
in fuga, ed insegue i fuggitivi sin dentro la porta della
Cittadella seminando di morti la strada che correvano.
Qui
comincia n vivo fuoco dai nostri forti, i sacri bronzi
chiamavano all'armi, un rinforzo di soldati avanza dietro la
fossata, corre fa nostra squadra, e non possiamo dirle qual
coraggio, quale arditezza si segnava nei loro volti. Fra le
mitraglie, le bombe e la grandine delle palle che vomitava la
cittadella, non solo essa si teneva ferma, ma fece un vivo fuoco
di quattr'ore.
In tutte
le altre squadre chi non comparea e chi indietreggiava, e fra
tutte possiamo senza scrupolo assicurarle che i nostri impavidi
non tardavano un momento a caricare e a scaricare i loro fucili
sempre con profitto, e fu tanto a questa città visibile il
coraggio che, passando alcuni dei nostri, tutti ad una voce
gridavano: - Ecco i nostri prodi. Viva la squadra di Barcellona
Pozzo di Gotto!
Alle ore
24 circa cessò il fuoco ».
Nel
combattimento, i due comandanti Rossitto e Di Giovanni avevano
riportato ferite.
E
torniamo alla simpatica e spavalda figura dell'abate Giacomo
Ilacqua, sempre pronto a menar le mani ove più cruenta arde la
mischia. Non solo, ma spesso egli piglia iniziative personali
che portano giovamento all'economia generale della rivolta.
Impedisce l'avanzata di sorpresa che i regi stanno per compiere
nella pianura di Terranova, mitragliandoli con un cannone e
costringendoli a ripiegare. Snida, a colpi di cannone, un
contingente di soldati borbonici asserragliati in un gruppo di
casolari, e buona parte ne uccide. Rintuzza a mitragliate un
assalto di regi che, nonostante l'armistizio del 27, cercano di
invadere la città.
Lo
storico messinese Raffaele Villari lo vede personalmente
combattere con furia diabolica nel giardino del monastero di S.
Teresa, dove, con un buon assestato colpo di pistola, uccide un
soldato svizzero e riesce anche a ripigliare un cannone che era
caduto in mano ai nemici.
Il mese
di febbraio si chiudeva così vittorioso per gli insorti e se ne
traevano lieti auspici per l'esito finale.
Messina,
impegnata ormai in un mortale duello, chiedeva aiuti alle città
consorelle. Voleva uomini, denaro, armi, munizioni e quant'altro
potesse giovare alla gigantesca lotta.
Barcellona rispose all'appello generosamente e tempestivamente,
come sempre. Abbattè le sue più belle quercie per costruire
affusti di cannone; fuse le campane delle sue chiese; inviò
sessantacinque rotoli di polvere; spedì carri, carretti, muli,
buoi, cavalli, e le sue squadre furono impegnate in prima linea
sin dal 1 ° febbraio.
Messina
ne rimane commossa; riconoscimenti e lodi pervengono alla
cittadina del Longano da ogni parte. II presidente Fazio
provvede a tutto, anche con denaro proprio, senza parsimonia.
Egli tratta per comprare dei cannoni ed incarica un certo
Antonino Geminiani da Castroreale, il quale, non appena trovato
un pezzo di artiglieria, glielo comunica con la seguente
lettera: « Carissimo amico, dopo aver girato tutte le batterie
a due tarì, fino a quelle di tre grani, mi è riuscito, per mezzo
delle spie del mestiere, di trovare questo cannone che ti
rimetto quale era stato donato, ma mediante piccolo riscatto è
venuto in nostre mani»...
E da un
certo Emanuele Mazzeo riceve altre richieste: «...Con la massima
rigorosità ed esattezza, saranno eseguiti i di lei ordini per il
buono andamento della santa causa per cui siamo occupati. Mi è
intanto necessità manifestarle che gli individui di Castro,
Novara, Furnari e Mazzarà, trovandosi sprovvisti di munizioni di
guerra, o sia cartocci, ond'io la prego degnarsi equipaggiarli a
ciò nell'occorrente non venisse meno il servizio per cui siamo
chiamati»...
Messina
aveva dichiarato, di fronte all'attonita ammirazione del mondo:
«Il fuoco continua fortemente d'ambo le parti. La città soffre
arsa. Siamo decisi a morire sotto le ruine per la libertà
siciliana! » (19).
Ferdinando ll, che aveva soffocato nel sangue, il 15 maggio del
1848, la patriottica insurrezione dei napoletani, volendo farla
finita con l'eroica Messina, invia una squadra «forte di quattro
fregate a vapore, una fregata a vela, di ventuno barche
cannoniere e di altri piccoli legni >>, la quale, «all'alba del
3 settembre 1848, fu osservata sotto i baluardi della
cittadella. 11 divisamento d'un imminente attacco rendevasi
chiaro per quei legni colà riuniti» (20).
Lo
stesso Domenico Piraino, gloria e vanto dell'eroismo milazzese,
nominato dai messinesi presidente del Comitato di guerra, così
descrive gli avvenimenti:
«La
giornata del 3 settembre in Messina segna l'epoca più gloriosa
della nostra rivoluzione. L'esecrato despota napolitano,
sperando di potere consumare anco in Sicilia un 15 maggio, ieri
al l'alba, forte di molti vapori, fregate e barche cannoniere,
tentò l'aggressione di Messina dalla parte di Maregrosso. I
legni di guerra, i bastioni don Blasco, e le batterie della
cittadella attaccarono di sorpresa il fortino di Sicilia.
Questo, dopo d'aver sostenuto l'impeto d'un fuoco sopraffacente,
venne in potere dei regi, sbarcati e sortiti dalla cittadella.
Allora le nostre batterie ruppero in fuoco generale.
Sopravvenuti i nostri, con coraggio da leoni, attaccarono il
nemico, e fin colla baionetta lo ricacciarono all'estrema
sponda, donde dovette vilmente rifugiarsi e nelle barche e nella
cittadella, abbandonando l'aggredito fortino e lasciando il
suolo coperto di cadaveri. Onore all'incomparabile ed invitta
costanza dei nostri intrepidi artiglieri. Lode all'operoso corpo
del Genio. Onore al 10° e 11' di linea, ai molti militi della
Guardia nazionale, alla maggior parte delle nostre squadre. La
G.N. si rese ammirabile per solerzia e zelo patriottico, nel
mantenere l'ordine, la sicurezza interna. Onore al popolo che
sostiene con sublime slancio lo sforzo prolungato e vandalico di
questa infame guerra>>.
Onore
alla maggior parte delle nostre squadre, tra cui quella di
Barcellona è ancora una volta tra le prime a sferrare l'attacco:
l'indiavolato abate Giacomo Ilacqua, durante quest'azione, come
abbiamo accennato, fa fuori uno svizzero che aveva mancato un
colpo di pistola contro di lui. Prende di sorpresa alla spalle
un gruppo di regi che, impossessatisi d'un cannone, stavano per
puntarlo contro i volontari. «Ferisce nella gamba un artigliere,
fa saltare ad un altro il keppj; gli altri si danno alla fuga, e
vittorioso riguadagna il cannone e lo pone in salvo» (21).
Nella
giornata del 6, Messina veniva sottoposta ad uno spietato
bombardamento da parte della flotta nemica, allo scopo di
effettuare lo sbarco delle regie truppe. A contrastare il passo
al nemico, ch'era riuscito nell'intento, si fanno sotto, oltre
il 10° e VI 1 ° di linea, le squadre e la Guardia nazionale.
È in
quest'azione che, colpito da una palla in fronte, muore Pagnocco,
comandante delle squadre trapanesi, e viene ferito ad un braccio
il maggiore Sant'Antonio. È in quest'azione che si fa nuovamente
ammirare per il suo coraggio leonino l'abate Giacomo Ilacqua,
che ferisce ad un gamba e fa prigioniero un soldato borbonico,
certo Angelo Costanzo.
Si
distinguono inoltre in questa azione Giuseppe Rossitto e molti
altri barcellonesi della quarta compagnia del 10° di linea, tra
cui Giovanni Saraò e Antonino Munafò, che riportano ferite
leggere.
Dobbiamo
ora parlare di un episodio singolare, riportato dal solo
Rossitto e che si inserisce nelle cinque giornate di Messina. Ne
fu protagonista certo Francesco Rugolo, di Barcellona.
Dal
colonnello Interdonato era stato lasciato, assieme ad altri
dieci volontari, a custodia della posizione del Porto Franco,
sotto cui era stata posta una mina, e di là si doveva vigilare
il nemico, se mai fosse avanzato dai forti della cittadella.
I1
Rugolo espresse il suo scetticismo circa l'efficienza della
mina, asserendo che la forte umidità dei luoghi l'avrebbe resa
inservibile e quanto mai pericolosa per chi si accingesse a
darle fuoco. Ma non venne ascoltato.
Combattè
il Rugolo, frattanto, contro i regi, che, montati sul piano
superiore del palazzo Porto Franco, aprirono un fuoco nutrito
sui difensori. Ad un certo punto, la situazione della
guarnigione divenne insostenibile. Il Rugolo, visto l'imminente
pericolo in cui versava la città per la sicura avanzata dei
regi, si decise a dar fuoco alla miccia. Epperò, secondo le sue
previsioni, la polvere nel tubo che passava sotto la strada si
era inumidita per le abbondanti pioggie cadute dal 5 al 6, per
cui la carica, non potendo andare avanti, tornò fulmineamente
indietro con inaudita violenza, bruciando da capo a piedi il
Rugolo. Questi, più morto che vivo, venne ricoverato
all'Ospedale dei Cappuccini gravemente ustionato.
Miracolosamente guarito, ottenne una pensione dal governo
nazionale.
«Alcuni
storici» afferma il Rossitto «mettono in dubbio questo glorioso
episodio; ma è indubitato che, essendo tornato il Rugolo in
patria immediatamente dopo la caduta di Messina, noi stessi
potemmo vederlo coperto di cicatrici ed annerito come un
minatore, e dalla sua stessa bocca apprendere questi
particolari, che ancora conferma. Egli mostra le onorate
cicatrici prodotte da quelle ustioni».
Un
qualche riscontra di questo episodio si può ricavare
dall'accenno che ne fa il Piraino: «Il Porto Franco già
brulicava di regi: quell'edificio, già minato, era stato dai
nostri abbandonato appena fu minacciato dal nemico. Arrivato il
momento opportuno la miccia non esplose» (22).
Come si
nota, sono descritte qui le condizioni obbiettive del luogo e
della mina, non si fa cenno al gesto del Rugolo. La lacuna viene
colmata dal Rossitto, al quale possiamo credere, per che, pur
essendo scrittore di cose municipali, si mostrò sempre quanto
mai minuzioso annotatore dei fatti. Basti pensare che, in mezzo
alle calunniose dicerie di alcuni storici dell'epoca contro il
comportamento dei milazzesi, è l'unico che, mettendo da parte
ogni basso livore campanilistico, rende chiara giustizia al
patriottismo intemerato dei vicini confratelli.
Nonostante l'eroismo dei messinesi, senza distinzione di ceto,
di corpo, di censo, tutti nelle strade, a battersi, per 5
giorni, nonostante gli aiuti ricevuti da ogni parte dell'isola,
Messina deve cedere alla strapotenza nemica, tra immani
distruzioni.
Avvampa
ancora di tanto in tanto l'ira della difesa, la rabbia del
popolo si scatena negli ultimi furiosi combattimenti. Ecco Rosa
Donato incitare i rivoltosi a non mollare. Ecco il popolano
Lanzetta compiere atti di prodigio. a<E furono viste delle
tenere mogli, delle vecchie madri, fuggendo non dal nemico ma
dall'elemento distruttore scatenato da tutti i punti, ad
incitare i loro mariti, i loro figli, a combattere fino alla
morte in difesa della patria» (23).
«Indicibili gli orrori del saccheggio, gli stupri, gli
assassini, le crudeltà più nefande, mentre Messina ardeva come
un'immensa fornace, avvolgendo vincitori e vinti» (24).
Mentre
si stipula l'armistizio, fitte schiere di profughi messinesi si
rifugiano in provincia. Barcellona li accoglie a braccia aperte.
Al contempo, fanno ritorno in patria le squadre di Barcellona,
anch'esse duramente impegnate in quelle epiche giornate.
(15) Cfr.
Luigi Sottile, La. Mia condotta pubblica e privata, Tipografia
Russo e Genovese, Barcellona 1921.
(16) F.
Rossitto, La città di Barcellona, op cit. . pp 286-87.
(17) Cfr.
F. Rossitto, La città di Barcellona, op cit.
(18) F.
Rossitto. La città di Barcellona, o p. cit. p. 286
(19) Cfr.(Ai-
.Giornale Officiale di Palermo n.102 IU, 6 settembre.
(20)
Domenico Piraino, Memorie storiche messinesi, Principato,
Messina, 1930.
(21) F.
Rossitto, La città di Barcellona, op, cit., p. 321
(22) D.
Piraino, Memore storiche di messina , op. cit., p. 51.
(23) D.
Piraino, Memone storiche di messina, op. cit.
(24)
Achille Bizzoni, Garibaldi nella sua epopea, Sonzogno, Milano,
v. 2.
Prima di passare ad esaminare la paradossale situazione in cui
venne a trovarsi Barcellona in seguito all'armistizio, è giusto
parlare della entusiastica partecipazione della città del
Longano alla spedizione nelle Calabrie.
Ci riferiamo ai fatti del 31 maggio e del 1 ° giugno del '48.
Abbiamo accennato, nel precedente capitolo, al fallito moto
insurrezionale napoletano dei giorni 15-16-17, soffocato nel
sangue.
Dal Parlamento siciliano era nuovamente partito il grido
dell'esecrazione e della riscossa. Esso votò una legge con la
quale veniva autorizzato il potere esecutivo ad organizzare
delle spedizioni in Calabria onde aiutare quel popolo contro
Ferdinando di Borbone.
Il giornale Il Parlamento appoggiava l'opera del governo
nazionale, incitando gli animi con scritti di fuoco: « I giorni
dell'empio sono brevi. Stia pur chiuso dentro una rocca: si
avviluppi fra un'orda di lazzaroni, da lui abbrutiti perchè
fossero al bisogno strumento d'ogni suo nefando pensiero;
s'accerchi dei suoi mercenari svizzeri; proclami bottino a
saccheggio, strugga palagi, precipiti donne e fanciulli dalle
alte finestre, ne faccia schizzare le midolla, sorrida in faccia
a quegl'infelici cui la sventura ha fatto smarrire la ragione,
l'ira del popolo lo raggiungerà tosto, e ricco di esecrata prole
lo farà bene tremare per più vite». .
Il popolo poi beffeggiava lo stesso Ferdinando con improvvisati
canti popolari, tra cui quello famoso, in cui è detto:
Pensa a li soi tirribuli
casteddi e bastiuna,
chini di baddi e pruvuli,
di bummi e di cannuna,
e non si pò pirsuàdiri
comu sti don Pasquini,
infra d'un nenti pòtturu
sfunnaricci li rini.
I1 31 maggio giungevano a Barcellona le schiere di valorosi
dirette nelle Calabrie. Come al solito, il popolo tributò loro
accoglienze trionfali e diede la più generosa ospitalità. Erano
circa trecento giovani.
Il comandante della 1 a divisione, colonnello principe di
Grammonte, e il comandante della Ila divisione, maggiore
Pasquale Bruno, espressero pubblicamente il loro riconoscimento
per le accoglienze ricevute.
Non si limitarono però i barcellonesi alle parole d'entusiasmo
otto di essi si arruolarono per la spedizione: Paolo Gambadauro,
F. Masuri, Filippo Ponzio, Giuseppe Di Giovanni, F. Isgrò,
Salvatore Greco, Girolamo Castellino, Antonino Oliva.
Sul passaggio dei volontari della spedizione calabrese esistono
5 documenti, rappresentati da lettere i cui autografi sono
gelosamente conservati, in Salina, dalla signora Iacono, figlia
del Prof. Di Benedetto, che con squisita sensibilità ce ne ha
consenti la pubblicazione.
Ai fratelli di Barcellona
I Volontari Siciliani
Fratelli!! Coloro, che da Palermo corrono sotto la bandiera di
libertà, corrono alla guerra contro il Tiranno dei popoli, non
possono frenare l'espressione di un affetto sacrosanto, che
sentono fortemente agitarsi nel cuore.
Quella è parola di riconoscenza a Voi, Siciliani di Barcellona,
eminentemente Siciliani! Essa può appena esprimere ciò che
comprende, può appena rispondere a quei vincoli fraterni, che ci
legano ed eternamente ci legheranno!
Lode e gloria alla Guardia Nazionale di Barcellona!
Lode e gloria a tutto questo popolo generoso!!
L'unione del popolo siciliano fu l'arma potente contro la quale
i tradimenti e la forza del Tiranno s'infransero!
Accettate queste parole essere pegno sincero della più alta
riconoscenza, e se non uguagliamo la generosità di coloro a cui
son dirette, che almeno si degnino di compatimento.
Pei volontari, Luigi La Porta
Un addio
Ai fratelli di Barcellona, i Siciliani di Palermo.
Noi vi lasceremo!... Dio sa con qual cuore... Se il dovere
imperioso verso la Patria non c'intimasse la partenza, chi
potrebbe mai strapparci al bacio santissimo dell'amicizia?
Fratelli! La vostra ospitalità ci ha divinizzato, la stessa
morte non è più per noi che un piacere... un desiderio.
Sì, popolo generoso; quando tu, ispirato ai patri affetti, ci
confondevi con la tua generosità, centuplicavi l'animo e il
braccio dei difensori della Patria, immortalavi il tuo nome in
una pagina delle più gloriose.
Noi ora abbiamo incominciato a comprendere quanto nobile
ricompensa ha il prode, che sparge il sangue per la causa della
libertà.
Barcellona! Nobile paese! Noi non sappiamo se più splendente di
gloria ti presentavi alla Sicilia, quando col braccio dei tuoi
prodi combattevi contro il Borbone tiranno, od ospitale
accoglievi nel tuo grembo i Siciliani di Palermo.
... Se nei campi di Calabria incontreremo una onorata morte, per
sempre addio.... Se però ritorneremo, allora la gioia della
vittoria sarà confusa col bacio della riconoscenza.
Per i Siciliani di Palermo, Luigi La Porta
Ai fratelli di Barcellona I Volontari Siciliani
La voce della gratitudine scende nel cuore dell'uomo, più dolce
ed imperiosa d'ogni altro sentimento: e chi non sentivasi con
mosso di questo dolce piacere alla grata accoglienza di
Barcellona?
Veramente il semplice spirito della libertà bastò a diffondere
nell'animo dei Siciliani tutti, quel caldo amor patrio quasi
incentivo di gloria e di entusiasmo.
Già noi ci sentiamo commossi alle lagrime pel gentile modo col
quale ci avete accolti, ci reputiamo fortunati d'avervi
simpatizzati e con quell'entusiasmo che la natura ci ha
pienamente elargito, vi porgiamo i più vivi ringraziamenti e ci
protestiamo di essere particolarmente stretti e legati.
Grazie alla Guardia Nazionale e a tutti i cittadini di
Barcellona.
I Volontari Siciliani
Viva il popolo di Barcellona!
I segni di amore che ci avete mostrato, o cittadini di
Barcellona, destarono nel cuore della nostra armata il desiderio
di potervi in qualunque modo addimostrare grande riconoscenza.
Ma voi siete troppo generosi e noi a prova conosciamo che ogni
parola di ringraziamento sarebbe per voi un rimprovero.
Figli di un'unica terra, sapete benissimo che siamo tutti
fratelli e come fratelli non esigerete ringraziamenti.
Risorti dall'antico servaggio, riguardate ogni fazione del polo
siciliano come voi stessi, ed avete benissimo raccolto i! frutto
della vittoria, formandovi un cuore libero, italiano, sublime.
Quindi a nome di tutta l'armata non ringraziamenti si
esterneranno, o cortesissimi cittadini, ma vi do - e per sempre
accettate - il bacio della più sincera unione; e vi invito, o
Barcellona generosa, di amare e difendere la nostra Sicilia e
l'Italia, e di odiare il tiranno non ancora interamente
sconfitto.
Viva la fratellanza, gridiamo tutti concordi, viva dunque quel
vincolo di perfetta armonia, che ci ha resi formidabili in
faccia alla tirannide già crollata in Europa.
Per tutta l'armata, il Comandante
All'amatissima Barcellona
Gli ufficiali dell'Esercito Nazionale de' volontari
I sentimenti di gratitudine rinserrati per poco nell'imo dei
nostri petti, per la gentilissima tua accoglienza, madre di
nobilissimi figli, è nostro dovere esternarti.
Mille voci per organo di altrettante lingue, no, non sono
sufficienti per ringraziarti della tua amabilità, sorella di
Palermo e di Messina, figlia notevolissima, che hai già fatto
crollare di mano gli scettri ai formidabili tiranni.
La missione nostra è ben altra e noi là sui campi di battaglia
nelle Calabrie, ove altra speme non avremo che il compianto
solo, nel caso della nostra perdita, che mai non sia, battendoci
per ultimare la causa santa intrapresa con gli infami satelliti
de l'empio Bombardatore, ricorderemo con gioia le tue sincere
cordialissime accoglienze, che non oblieremo giammai, anche dopo
la nostra morte, nel soggiorno dei Martiri della nostra Patria.
Accogli questi nostri ringraziamenti e prega che l'ora estrema
del nostro carnefice venga a toccare sotto di uno di noi, che
senza tema a ciò fare si precipita.
Gli Ufficiali: Giuseppe Ricciardi, 2° tenente
Andrea Lo Nigro
Antonio Lanzerotto, alfiere
Sebastiano De Francisci, alfiere
Pietro Pignocco, alfiere
Giuseppe Pennucci, alfiere
Gaspare Floritta, alfiere
Comandante la I° divisione, Principe di Grammonte
Comandante la 2 ° divisione, Pasquale Bruno
Maggiore Aiutante, Giovanni Leone
Per i volontari, Gaetano Priolo
Antonino Parlatore
I volontari sbarcarono a Paola il 14 giugno. I1 loro nobile
tentativo di fare insorgere la Calabria falli. La rivolta venne
domata con la solita dura repressione di marca borbonica. Gran
parte degli insorti furono condannati a morte o ai lavori
forzati a vita, bagni di Nisida.
Degli otto barcellonesi, solo Antonino Oliva riuscì a sfuggire
alla cattura, dandosi alla fuga e riparando a Corfù. Ritornato
quindi in patria, riprese la sua attività di cospiratore, per
cui venne braccato dalla polizia borbonica. Mentre veniva
perquisita la casa ove si teneva nascosto, sentendo avvicinare
gli sgherri cantina, s'immergeva in una vasca d'olio, sfuggendo
così alla sicura pena capitale. Nel 1860 partecipò alla
battaglia di Milazzo.
Nel caos generale determinato dalla caduta di Messina, sorgeva
il problema di non far cadere anche la fortezza di Milazzo in
mano al nemico (25).
Essa era presidiata da una guarnigione comandata dal colonnello
Sant'Antonio. Chiamato questi ad accorrere in aiuto di Messina,
il presidente del municipio di Milazzo si rivolse a Barcellona
onde ottenere un contingente di uomini per la difesa del forte.
Da Barcellona partì subito Vittorio Fazio Salvo con 150 uomini
della Guardia nazionale. Essi furono alloggiati nel convento di
S. Francesco di Paola, pronti, come sempre, a compiere il loro
dovere.
Senonchè, giunto il La Masa in Milazzo, reduce dalla sventurata
Messina, per motivi tutt'oggi non molto chiari, determinò di
abbandonare la piazza e di ritirarsi a Barcellona. Si giustificò
in seguito, in un suo rapporto, scaricando la colpa su Orsini e
sulla mancanza di munizioni. Milazzo venne occupata dalle truppe
regie, senza colpo ferire.
Sembra, però, che nella resa di Milazzo abbia avuto parte non
indifferente un certo Giuseppe Mortelliti, di Villa S. Giovanni.
Questi svolgeva servizio di spionaggio a favore del governo
borbonico. Servendosi di un telegrafo, posto nel territorio di
Patti,
(25) Domenico Piraino attribuisce la caduta di Messina alla
insipienza di La Masa e di Orsini, accusandoli addirittura di
tradimento. Nelle sue Myuone storiche messinesi, critica
aspramente sin dal giorno 3 l'operato dei due comandanti
militari.
Nel caos generale determinato dalla caduta di Messina, sorgeva
il problema di non far cadere anche la fortezza di Milazzo in
mano al nemico (25).
Essa era presidiata da una guarnigione comandata dal colonnello
Sant'Antonio. Chiamato questi ad accorrere in aiuto di Messina,
il presidente del municipio di Milazzo si rivolse a Barcellona
onde ottenere un contingente di uomini per la difesa del forte.
Da Barcellona partì subito Vittorio Fazio Salvo con 150 uomini
della Guardia nazionale. Essi furono alloggiati nel convento di
S. Francesco di Paola, pronti, come sempre, a compiere il loro
dovere.
Senonchè, giunto il La Masa in Milazzo, reduce dalla sventurata
Messina, per motivi tutt'oggi non molto chiari, determinò di
abbandonare la piazza e di ritirarsi a Barcellona. Si giustificò
in seguito, in un suo rapporto, scaricando la colpa su Orsini e
sulla mancanza di munizioni. Milazzo venne occupata dalle truppe
regie, senza colpo ferire.
Sembra, però, che nella resa di Milazzo abbia avuto parte non
indifferente un certo Giuseppe Mortelliti, di Villa S. Giovanni.
Questi svolgeva servizio di spionaggio a favore del governo
borbonico. Servendosi di un telegrafo, posto nel territorio di
Patti, avrebbe ingenerato confusione d'idee tra Palermo e
Milazzo. Caduto in sospetto, venne arrestato; ma, per un
complesso di circostanze a lui favorevoli, non subì il
processo, ottenne la libertà e di questa si giovò ancora nel '60
per servire la causa del Borbone.
Intanto, da Barcellona era un continuo passaggio di sbandati e
di fuggitivi, ai quali si univano i peggiori delinquenti, che
attentavano nottetempo alla proprietà privata. Squadre di
sbandati reduci da Messina, laceri ed affamati, facevano man
bassa di tutto, tenendo la popolazione in continuo allarme. Una
povera donna fu trovata morente in un biviere di campagna. Le
avevano mozzato le orecchie per portarle via gli orecchini. Fu
ucciso per errore uno sventurato messinese, ritenuto autore di
un furto sacrilego nella chiesa di S. Maria dell'Idria.
«Partite le squadre, uno squallore di morte regnava nel paese:
chiuse le botteghe, serrati gli usci delle case, dispersi qua e
là i cittadini per le campagne: tutto aveva l'aspetto di un
sepolcreto» (26).
Ma i giorni più duri dovevano ancora venire per Barcellona.
In seguito all'armistizio, stipulato il giorno 12, per la
mediazione dei plenipotenziari inglesi e francesi, tra il
Governo nazionale e Ferdinando II, si doveva procedere a
stabilire la linea d. demarcazione delle zone territoriali di
competenza.
Prima che ciò avvenisse e si conoscesse qual sorte spettasse a
Barcellona, se cioè doveva appartenere al Governo nazionale o al
Borbone, un contingente di truppe regie piombò sulla cittadina
per sottometterla con la frode o con la violenza.
Giunse il tenente Armenio con 51 carabinieri a cavallo,
costringendo il vecchio sindaco ed altri due anziani (Sebastiano
De Luca S. Giorgio, Sebastiano De Luca Feanza, Melchiorre
Consiglia) a firmare un atto di sottomissione. Ma la
popolazione, venuta a conoscenza che truppe regie nella notte
avevano invaso la città, si adunò in piazza S. Sebastiano
tumultuando. La truppa ebbe timore, tanto più che si era sparsa
la notizia che si appressavano squadre palermitane, ed Armenio
ritenne prudente battere in ritirata.
Appena i regi lasciarono la città e si venne a sapere della
umiliante firma di soggezione apposta dai tre vecchi, sia pure
in stato di costrizione e di necessità, la popolazione non si
ritenne soddisfatta, e 101 persone firmarono la seguente
dichiarazione: «Da noi qui sottoscritti cittadini di Barcellona
Pozzo di Gotto si certifica che in questa città niun soldato
delle truppe di re Ferdinando II era venuto pria del 14
settembre corrente non che nei suoi dintorni e che solamente la
sera del 14 corrente circa 49 soldati a cavallo entrarono in
paese. Certifichiamo che, restando la sera, procuravano con
tutti i mezzi far firmare ai più distinti cittadini una carta da
loro presentata e da niuno firmata se non da un solo funzionante
da Sindaco, il quale obbligato con la forza ed intimorito dalle
minacce, non potè fare a meno di firmare. Certifichiamo che tale
firma può riguardarsi come individuale e che essa non esprime
affatto il voto del popolo, il quale è ben altro. / Barcellona
Pozzo di Gotto, 21 settembre 1848».
Seguono le firme di Litterio Rotella, arciprete; Mario Fazio,
Comandante la G.N.; Valentino Maimone; Bartolomeo Di Giovanni;
Antonio Longo; Carmelo Marullo; Alessandro Teresi; Luigi
D'Amico, alfiere della G.N.; Francesco Di Giovanni; Giuseppe
Cammareri; abate Salvatore Mazzeo; Orazio dott. Aliquò;
sacerdote Antonino Aliquò; Pietro Fugazzotto; Giuseppe Dalia;
dott. Francesco Aliquò; Stefano Aliquò; Antonino Iannelli;
Salvatore Fugazzotto; Stefano Ribera; Giovanni Marullo; Michele
De Rueda; Diego Flaccomio; Giuseppe De Francesco; Vito Barbuto;
Vito Casdia; Giovanni Rossitto; Nicolò Longo; Antonino Rossitto;
Giuseppe Rossitto; Cosimo Flaccomio; Francesco Recupero;
Antonino Franchina; Biagio Papa; Giovanni Flaccomio; Giovanni
Lazzaro; Michelangelo Consiglia; Mariano Cambria; Giuseppe
Flores; Giuseppe Recupero; Bartolomeo Cattafi; Luigi De Luca;
Letterio Franchina; Carmelo De Luca; sac. Luigi Cutroni; Vito
Maimone; Domenico Livoti; Giuseppe Caccamo; Placido Recupero;
Antonino Sottile; Salvatore De Luca; Fortunato Gregorio -
Giacomo Todaro; Biagio Recupero; Pasquale Basilio; Michele Papa;
Giuseppe Torre; Giuseppe Perroni; Franco Papa; Antonino De Luca;
Michelangelo Romano; Francesco Basilicò D'Amico; Francesco Di
Giovanni; Giuseppe Fugazzotto; Giuseppe Mazzeo; Orazio Mazzeo;
Sebastiano Perroni; Giovanni Pettini; sac. Michele Isgrò;
Emmanuele Spagnolo; Antonio Di Giovanni; Antonio Panzia;
Giovanni Di Giovanni; sac. Francesco Cullorà; Marco Ponzio;
Sebastiano Alicò; Antonino Biondo; Salvatore Siracusa; Francesco
Spagnolo; Pietro Genovesi; Francesco Carboni; Domenico Buda;
Felice Runcio; Michele Marullo; Antonino Duci; Fortunato La
Motta; Gioacchino Cavallaro; Federico Siracusa; Remigio Marullo;
Michele Nicolaci; Luciano Biondo; sac. Giuseppe Rotella; sac.
Gregorio Ponzio; Giovanni Aliquò; Saverio Cavallaro; Domenico
Nicolaci; Silvestro Nicolaci; Fortunato Longo; Felice Mazzeo,
Crisostomo Maimone; Gaetano Russo; Antonino Rotella; Giovanni
Galluppi; Sebastiano Mannucci; Francesco Chillemi; Salvatore
Barresi; Gaspare Recupero; sac. Antonio Ilacqua; Vito Rossitto
Cassata; Girolamo Papa; Teodoro Sottile.
I nomi dei firmatari furono certificati dal prof. Filippo Bucolo
(annotatore della citata opera del Rossitto) in Palermo.
«Giornale Officiale». n. 127, del venerdì 6 ottobre 1848, dove
si leggono parole di elogio per la cittadinanza.
Dimostrò indubbiamente Barcellona in quel critico frangente una
grande forza d'animo, quando si pensa ch'essa nulla aveva più da
sperare dalle sorti di Messina ed era tagliata fuori dalle
comunicazioni con Palermo. La fine di Messina avrebbe potuto
suggerirle almeno la prudenza: orbene essa dichiarò
inequivocabilmente di non volersi sottoporre al vittorioso
Borbone, a costo di subirne le più gravi conseguenze.
Nella giornata del 24 settembre, il colonnello Carlo De Carolis
lo stesso tenente Giuseppe Armenio, al comando di una nutrita
colonna di regi, con alcuni pezzi di artiglieria, si diressero
su Barcellona, facendo sosta al confine orientale del paese, nei
pressi del torrente Idria.
Quindi, invano cercarono messi che andassero a chiamare le
autorità. Riusciti inutili i tentativi di servirsi di alcuno per
le loro ambascerie, i due ufficiali si recarono personalmente al
«Circolo di conversazione» per trattare coi notabili del paese.
Cominciarono con le lusinghe e, conoscendo le segrete
aspirazioni dei barcellonesi, promisero che avrebbero fatto
elevare il loro comune a capo-distretto. Poi passarono alle
minacce: avrebbero fatto occupare la città dai 2.000 uomini che
stanziavano dietro i bastioni dell' ldria.
Non avevano finito di profferire queste parole che quattro
cittadini, e precisamente i giovani avvocati Salvatore Siracusa,
Salvatore Fugazzotto, Carmelo Aliquò, Lorenzo Mazzeo
«rispondevano con ardimento che, a un sol fischio, avrebbero
fatto scendere dai vicini monti e dai paesi circonvicini
migliaia di contadini che avrebbero fatto a pezzi la truppa
napolitana» (27).
Di fronte a tanta intrepidezza, non rimase al colonnello De
Carolis che venire a più miti consigli. Si riunirono in una
stanza a pianterreno di casa Fazio, in via S. Filippo Neri, da
una parte De Carolis rappresentante Ferdinando II, e dall'altra
i quattro giovani forensi, ed ivi decisero che l'occupazione di
Barcellona doveva dipendere da quanto i rispettivi governi
avrebbero deciso.
Per due giorni e due notti, le truppe di De Carolis dovettero
bivaccare dietro i bastioni dell'ldria, sotto l'imperversare
della pioggia e senza che alcuno offrisse una stamberga per
alloggiare lo stato maggiore.
Mentre la cittadinanza, affrontando seri pericoli di distruzione
si opponeva con i fatti all'occupazione borbonica, il colonnello
Castiglia e il capo di stato maggiore, inviati dal Governo
nazionale a difenderla, si limitavano a lasciare una semplice
formale protesta, mentre La Masa e Orsini avevano già
abbandonato il paese.
Molto presto la generosa Barcellona conobbe la propria sorte:
essa era stata inclusa nella striscia territoriale ricadente
sotto la giurisdizione borbonica.
Secondo la convenzione, infatti, «la linea napoletana dovea
cominciare alla congiunzione della strada di Barcellona,
Centineo, Pozzo di Gotto, creste di Rosimano, Altolia, Scaletta.
La linea siciliana doveva aver principio a capo Tindari e, per
Casalnuovo (oggi Basicò), Tripi, Noara (l'odierna Novara),
Graniti e Mola doveva giungere a Taormina. Tutto il territorio
compreso fra le due linee e perciò anche la nostra città (Castroreale),
rimaneva neutrale» (28).
Piegata dagli eventi, Barcellona subiva le conseguenze
dell'iniquo trattato. Essa fu segnata da una linea di
demarcazione che la ridusse a brani, con grave disagio del
commercio e della sicurezza pubblica in quanto incerta rimaneva
la zona di competenza per 1'esercizio della giurisdizione civile
e penale e per l'imposizione dei tributi. Non solo, ma, in odio
all'occupazione delle truppe regie il paese si spopolò, i
migliori cittadini emigrarono. Le campagne rimasero alla merce
della soldataglia, che fece scempio delle culture. Da ogni parte
il centro abitato era circondato da truppe come se fosse
assediato.
Si cercò allora di adoperare, con quelli che erano rimasti,
l'arma della corruzione, per far loro accettare cariche
pubbliche ed impieghi. Si promise ancora una volta che si
sarebbe elevata Barcellona a capoluogo di circondario.
Inutilmente.
(25) Domenico Piraino attribuisce la caduta di Messina alla
insipienza di La Masa e di Orsini. accusandoli addirittura di
tradimento. Nelle sue memorie storiche messinesi, critica
aspramente sin dal giorno 3 l'operato dei due comandanti
militari.
(26) F. Rossitto La città di Barcellona, op. cit.
(27) F Rossitto, La città di Barcellona, op- cit., p. 352 Cfr.
pure S. Mazzei. Storia si Barcellona P.G., Tipografia Montes
Girgenti, 1910.
(28) M. Casalaina, Castroreale, op. cit, p. 72.