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Nello Cassata

 

Pensando di rendere omaggio allo Storico e all'amico Nello Cassata. In questa pagina web, è pubblicata cronologicamente << La Storia di Barcellona Pozzo di Gotto>>. Con l’intento di dare un contributo di memoria “storica” sulla nostra città, ai nostri concittadini sparsi per il mondo. Si ringrazia la famiglia Cassata per la gentile concessione.

 

 

La Storia di Barcellona Pozzo di Gotto

 

PREMESSA

Questa prima parte della mia «Storia di Barcellona Pozzo di Gotto», dal Risorgimento ai nostri giorni, costituisce il nucleo centrale di una monografia sui fatti risorgimentali, di Barcellona, che ha visto la luce quando ancora non era spenta l'eco delle solenni manifestazioni nazionali per la ricorrenza del 1° Centenario dell'Unità d'Italia, culminate nella mostra storica di Torino «Italia '61».

La Sicilia, nel quadro generale delle celebrazioni, ricordò con manifestazioni non meno solenni i fasti della sua epopea risorgimentale e nel pellegrinaggio a Caprera - dove il 10 maggio 1960 i gloriosi stendardi municipali si inchinarono riverenti sulla tomba dell'eroe dei due mondi - la città del Longano fu in prima fila.

Già essa, con sensibile anticipo sulla costituzione dei vari Comitati celebrativi, aveva richiamato all'attenzione del pubblico, attraverso la stampa regionale e nazionale, il proprio valido contributo alla causa unitaria e l'Amministrazione comunale aveva entusiasticamente aderito all'iniziativa del Comitato provinciale di Messina, che tenne la sua prima riunione nell'aula consiliare di palazzo Zanca, il 19 aprile di quell'anno.

Nella riunione del 27 aprile, il sindaco della città dello Stretto, on. avv. Michelangelo Trimarchi, rendeva noto all'assemblea provinciale che Barcellona Pozzo di Gotto era stata designata a rappresentare i Comuni della provincia in seno al Comitato esecutivo. Ancora una volta veniva dato alla città del Longano, da parte di un'assemblea qualificata, un riconoscimento ufficiale delle sue benemerenze patriottiche risorgimentali.

Dopo il pellegrinaggio a Caprera, Barcellona Pozzo di Gotto visse la sua solenne giornata rievocatrice il 24 luglio, quando venne scoperta una stele alla memoria dell'eroina Giuseppina Calcagno Bolognani, riproducente in lettere di bronzo il messaggio che Giuseppe Garibaldi indirizzò alla città il 5 agosto 1860.

Per questo modesto studio, mi son voluto rigorosamente documentare, onde evitare che la passione di cittadino potesse portarmi ad esagerazioni campanilistiche.

Ho consultato opere di numerosi scrittori di cose garibaldine e risorgimentali in genere, quali Rossitto, Mazzei, Di Benedetto, Bandi, Fabietti, Piaggia, Bizzoni, Bordone, Casalaina, Guerzoni, Vecchi, Villari, Recupero, Finocchíaro, Sacerdote, Oddo, La Cecilia, La Farina, Críspi e lo stesso Garibaldi.

Ho rintracciato documenti storici inediti, in geloso possesso di privati, come l'epistolario dei patrioti fratelli Fazio, e documenti sul '48 del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto, gentilmente messi a mia disposizione, in Santa Marina di Salina, dalla signora Iacono Di Benedetto, figlia del prof. A. Di Benedetto, noto memorialista e storiografo.

Nulla ho cercato di tralasciare perchè il lettore potesse avere un quadro vivo degli avvenimenti di cui fu protagonista una operosa cittadina di Sicilia, che oggi, a distanza di oltre un secolo, ascende verso forme sempre più progredite del civile e ordinato progresso. E mi è di conforto il pubblico consenso che ha accompagnato il mio lavoro sin dal suo primo apparire.

 

ALLE FONTI DELLA STORIA

 

Mentre in Valdemone, arroccate sui monti o distese sul mare, splendevano per antichi miti, per forza di storia e di cultura città come Milazzo, S. Lucia, Castroreale, Novara, e si elevavano al cielo le torri merlate dei loro castelli, un'umile e quasi ignorata terra, compresa tra il Patrì e il Mela, attraversata dallo storico torrente Longano, iniziava e perseguiva con tenacia la volontà di uscire dall'anonimato e porsi con pari dignità civica sul piano di progresso sociale delle altre consorelle confinanti.

Nel corso di qualche secolo vediamo così sorgere Barcellona Pozzo di Gotto.

Come scrisse il suo primo storico municipale Filippo Rossitto, Barcellona sorge «nella costa settentrionale della Sicilia, ai piedi di amenissime colline vestite di olivi, di vigneti, di cipressi e di piante di freschissima verdura, nel lato meridionale dell'estesa pianura di Milazzo. [... ] La catena dei monti Abaceni stendendosi da Tindari a sud si ripiega ad oriente e congiungendosi all'ultima coda settentrionale degli antichi Pelorias forma un grande anfiteatro nel cui mezzo siede la città al grado 13 e m. 3 di longitudine occidentale e 38 e m. 5 di latitudine boreale del meridiano di Parigi. Alta sul mare metri 50».

Castelli e fortezze delle varie dominazioni arabe, normanne, spagnole erano sorti, in funzione strategica, per le continue guerre di conquista; poi l'invenzione della polvere da sparo, la navigazione che incrementò il commercio marittimo, le torri di guardia per dare l'allarme alle incursioni barbaresche, lo stanziamento di truppe, la posta, che non correva più per le trazzere di Lando, Gala, Castroreale, ed altri fattori concorrenti mutarono il metodo di guerreggiare e facilitarono l'afflusso delle popolazioni dai monti alla pianura. Per quelle che si stanziarono in Barcellona e Pozzo di Gotto vi fu il valido motivo di liberarsi dalla soggezione del vassallaggio baronale, preferendo abitare le terre demaniali. Vi accorse anche gente levantina, che, per sfuggire all'invasione turca, venne a stabilirsi a grandi masse nel messinese.

Non il mito, perciò, o l'eroe più o meno leggendario, guidò questa popolazione verso nuove terre promesse, ma un moto spontaneo in senso orizzontale, schiettamente democratico, fenomeno sociologico posto in evidenza dallo storico Amico, che in proposito ebbe a scrivere: «mortales congregati brevissime coluere et novo oppido auspicia dederunt».

Questo afflusso di genti disparate teso ad occupare un agro, per sottrarsi a condizioni servili di vita, per darsi reggimenti di libertà, per assicurarsi con la bonifica di una terra vergine il pane quotidiano, sta all'origine della fortuna di Barcellona e Pozzo di Gotto. Diciamo di Barcellona e Pozzo di Gotto perchè ci riferiamo a quel periodo storico in cui tanto l'uno quanto l'altro centro abitato non erano ancora riuniti in un unico comune, ma erano semplici casali, appartenenti quello ad oriente del Longano a Milazzo, quello ad occidente del torrente a Castroreale, l'antica Crizzina che, divenuta «urbs fidelissima» di Federico II d'Aragona, possedeva un vastissimo territorio.

Pozzo di Gotto sorse almeno due secoli prima di Barcellona. Il suo nome appare nelle scritture civili nel latino Puteus Gothi, in dialetto Pizzaottu. Pare abbia ricevuto il nome da un cérto Nicolò Goto, messinese, stabilitosi in quella contrada verso il 1463 e che per ragioni agricole vi avrebbe impiantato un pozzo. Ce lo conferma un'antica scrittura: «ab hoc Nicolao de Gotho, quia dominus etiam erat fundi, in quo Puzzo de Gotho olim terra, nunc ad civitatis gloriam elevata, fundata fuit, ipsa nomen accepisse credendum est».

Prima era terra di Milazzo, al cui municipio pagava esosi balzelli. Sta di fatto che, in data 18 gennaio 1571, i pozzogottesi chiedono ed ottennero dalla Gran Corte arcivescovile di Messina il riconoscimento del diritto che da tempo immemorabile avevano di eleggere il cappellano della loro chiesa di S. Vito, senza più dipendere dall'arciprete di Milazzo. Ottenuto con sentenza tale riconoscimento, riuscendo loro sempre più gravoso il dominio milazzese, auspice l'iniziativa del loro concittadino don Antonio Sanginisi, inoltrarono domanda di riscatto alla Corte di Madrid e questa, ingorda e vessatoria, ne approfittò, per mettere all'incanto la richiesta! «Alla prima offerta di scudi diecimila, aggiunsero i pozzogottesi altri scudi cinquemila; a questi altri tremila quei di Milazzo, e quindi altri duemila i pozzogottesi, che alla fine, come migliori offerenti, riuscirono vincitori ed imposero il perpetuo silenzio ai loro avversari». Così dice testualmente il Rossitto.

La sanzione dell'autonomia avvenne con contratto vicereale del 22 maggio 1639, sotto il regno di Filippo IV di Spagna. Pozzo di Gotto ebbe il suo bravo stemma municipale, che rappresentava l'aquila reale ad ali spiegate sull'orifizio di un pozzo con la leggenda intorno: «Libera et Realis Civitas Putei de Gotho». Non solo, ma acquistò il privilegio di avere un proprio deputato al Parlamento siciliano, che sedeva al posto quarantesimoterzo. E analogamente alla manzoniana Lecco ebbe anche «l'onore d'alloggiare» il quartier generale dell'esercito spagnolo, proprio nel rione Panteini, oggi Vico V° Cerere, nella casa ove nacque lo storico municipale e patriota Filippo Rossitto.

Nonostante la loro presenza armata, Pozzo di Gotto, nel 1647, insorse contro gli spagnoli, a causa della carestia, così come i napoletani con Masaniello a Napoli ed i palermitani con Giuseppe Alessi. « I moti» dice il Rossitto «durarono dagli 8 di giugno ai 9 di luglio. La sedizione venne repressa ed i dazi senza strepito rimessi in vigore».

Per l'atto di divisione del territorio con Milazzo, Pozzo di Gotto ebbe in dotazione sette piccoli villaggi, inclusi nella sua giurisdizione territoriale e cioè: S. Andrea, Pagano, Calderà (o Caldora), La Torretta (questa venne in seguito restituita a Milazzo,­ Loreto, Femmina Morta, Serro Carmine. Calderà, sentinella avanzata sul mare, a circa due chilometri, è divenuta oggi rigogliosa stazione balneare, ma anche allora fu molto importante. Vi sorgeva una florida tonnara e nel 1549 il vicerè de Vega vi fece costruire una torre di guardia e un ufficio di dogana. Nel 1747 fu eretta la chiesa dedicata a S. Rocco.

Analoghe vicende ebbe la vicina «Barsalona», la quale, come si legge in una memoria dei castrorealesi, «al 1522 non era che semplice contrada». Per tradizione popolare, il nome le sarebbe derivato da una certa Graziosa Barsalona, iscritta nei libri battesimali di Pozzo di Gotto. Riteniamo però che la tesi più accettabile sia quella per la quale il nome le sia stato dato dagli spagnoli. Questa ipotesi è suffragata da uno studio di Jorge Marin, apparso sulla rivista «Destino», edita a Barcellona di Spagna, in data 1 settembre 1962, n. 1308.

«En la margen izquierda del Longano, vivia a comienzos del siglo XVI una familia Illamada Barsalona. Este nombre es la ex­presion fonetica de Barcelona en catalan y en el dialecto siciliano, y no cabe duda que debia haber sido dado o adoptado por alguno de los muchos barceloneses que durante el siglo XVI iban a Sicilia en las naves catalanas».

Riesce difatti difficile pensare che una certa Graziosa Barsalona, iscritta in un libro battesimale, abbia potuto dare il nome ad una contrada. Certo è che la piccola città siciliana è apparsa agli spagnoli dominatori d'allora, dal punto di vista topografico, molto simile alla metropoli catalana. Impressione che si mantiene viva ancor oggi per bocca di un altro saggista spagnolo, che così la descrive: «Barcellona è posta in una pianura uberrima con un magnifico panorama che ha come sfondo una catena di monti molto somigliante alla nostra Valvidrera e al Tibidado, ed abbiamo creduto di identificare col Montjuik il promontorio che come il nostro si erge vicino al mare dal quale Barcellona dista solo qualche chilometro ».

È anche certo, come risulta da atti notarili, che nel 1522 Barcellona era un luogo caseggiato, compreso in parte nell'ex feudo e di ciò riferisce lo storico Amico quando afferma: «Naqui Barcellonensi Municipio adjungitur id enim in hoc agro sedetet>> .

È del 1595 un atto notarile con cui un tal Settineri donava a suo figlio una casa nel casale di Barsalona, nonchè l'assegnazione di tumoli otto di terra fatta dai giurati di Castroreale alla chiesa -41 S. Sebastiano il 7 marzo 1529. Dunque Barcellona esisteva già nel 1500.

Nel secolo XVIII la città s'era molto accresciuta in popolazione e in commerci e mal sopportava di pagare le tasse, frutto della sua fiorente economia agricola e commerciale, alla madrepatria Castroreale. Popolo, ceto medio e nobiltà locali mugugnavano e recalcitravano.

Vi furono momenti drammatici quasi da guerra civile. Nel 1810 venne eletto consulente procuratore degli interessi barcellonesi presso il Consiglio Civico di Castroreale il notaro Antonino Maria Mazzei. Questi, confortato e spinto dal consenso popolare, incoraggiato dagli esponenti degli illustri casati dei Sottile e dei Pettini, iniziò gli atti legali per l’autonomia amministrativa di Barcellona. Castroreale si oppose con ogni mezzo, ma il tenace uomo si recò a Palermo, vi dimora alcuni mesi, sino a quando non ottenne la deliberazione del Parlamento siciliano, sanzionata dal re il 15 maggio 1815. Ritornato nella città natale, si ebbe accoglienze trionfali.

La designazione definitiva del territorio tra Barcellona e Castroreale si ebbe con real rescritto di Ferdinando I, dato in Vienna il 28 febbraio 1823. Toccarono a Barcellona i seguenti villaggi: Cannistrà, S. Paolo, Mortellito, S. Venera, Nasari, Acquaficara, Gurafi, Centineo, Gala.

Raggiunta, dunque, come si è accennato, la loro indipendenza municipale, a suon di quattrini, di lotte, di carta bollata, le due cittadine si accorsero ben presto che il torrente Longano non poteva rappresentare una linea di demarcazione perpetua e che la comunanza d’interessi le portava naturalmente a unirsi in una sola entità amministrativa. L’operazione non fu difficile: vi fu consenso di popolo e unanime parere dei rispettivi Collegi Decurionali.

L’unione dei due comuni avvenne con real decreto del 5 gennaio 1835 ed entrò in esecuzione il 1 ° giugno 1836. Avrebbe voluto il primo Decurionato del novello comune siciliano che a questo si desse il nome di Longano, perché, spiegava nella sua supplica a Sua Reale Maestà, « Longano è il fiume che bagna entrambe le rive di Pozzo di Gotto e Barcellona, e per un piccolissimo letto li divide. Qui avvenne la memoranda sconfitta, che diè Gerone ai Mamertini. Or per rimembrare gli antichi fasti della Sicilia, e per mostrare in ogni età futura, che furono, e guerrieri, e valorosi gli antichi Siciliani, e che i moderni non degeneri loro figli a quei pregi congiungono l’obbedienza, e la fedeltà al più saggio dei re, che impera, non potendo ottenere un nome prescelto dall’alto intendimento della M.V., quello di Longano accordarsi in appresso questo Decurionato la supplichevole voce drizza, ed umilia».

Ma «il più saggio dei re», che in seguito tale non si doveva dimostrare, tanto che si fece acerrimi nemici i Siciliani e gli stessi Barcellonesi, che pur gli dovevano l’autonomia amministrativa, non ritenne di accogliere la «supplichevole voce» e per mezzo dell’intendente Vaccaro, fece conoscere la sua determinazione con ordinanza del 27 giugno 1836: doversi appellare il novello comune Barcellona Pozzo di Gotto.

Tutto il territorio, urbano, montano e marino misurò 55,88 Km., la sua popolazione ascese a 20.246 anime. Il novello stemma, scolpito in marmo nel 1862, venne issato in cima al palazzo di città. Di finissima fattura barocca, con vistosi cornucopi ai lati, testa turrita, tre scomparti: a sinistra l’aquila ad ali spiegate sul pozzo, a destra l’uomo nudo barbuto con anfora che simboleggia il Longano, sotto due mani che si stringono, che simboleggiano la raggiunta unità tra « Barsalona » e «Pozzo di Goto».

 

Storia della "NASCITA DI UNA CITTÀ"

 

Dopo la felice unione amministrativa del 1836, Barcellona Pozzo di Gotto iniziò un nuovo corso sotto la sindacatura di Giovanni Crisafulli, il quale, però, commise, secondo lo storico Rossitto, l'imperdonabile errore di non aver saputo, in un giudizio all'uopo promosso innanzi alla Gran Corte arcivescovile di Messina, concludere per l'unione delle due circoscrizioni ecclesiasti­che.

Si sa che al mondo non tutto può riuscire perfetto e che non tutte le cause si possono vincere. Come si sa che non tutti i mali vengono per nuocere. Difatti, oggi, proprio per l'esistenza di due Arcipreture sullo stesso territorio comunale, Barcellona Pozzo di Gotto può vantare la più imponente processione del Venerdì Santo, composta di almeno 24  barette che riproducono i Misteri della Via Crucis, e che finiscono per riunirsi sul viale S. Giovanni Bosco in mezzo al concorso di un'immensa folla di fedeli, ammirata e commossa.

Barcellona P.G. d'allora aveva fertili e vaste pianure di vigneti, ortaggi, di ulivi, di aranci ed ogni sorta di seminerio, di gelseti, di roveti di fichidindia su un territorio esteso in salme legali 2787. Il terreno era fertile, senza presenza di detriti vulcanici, con presenza di granito, gneis, quarzo, schisti micacei, rocce aggregate di pietra bigia, mica di estrema durezza, abbondante argilla. Tracce di ferro meteorico si sono trovate nella contrada Ferraro, pietruzze di piombo nei valloncelli della contrada Furia, che venivano bruciati dai vasai per inverniciare i vasi d'argilla, mestiere allora molto fiorente. Tutto sommato, ben poca cosa ai fini estrattivi, e sempre, ieri come oggi, l'agricoltura rimane la maggiore risorsa di questa città.

La distribuzione dei prodotti avveniva in maniera equa, i poderi si davano persino a colonia perpetua. Il terreno molto frazionato offriva il vantaggio di stabilire una specie di mutua assicurazione di tanto maggior forza quanto maggiore era il numero dei soci, e di diramare nel seno della nobiltà democratica l'elemento di stabilità che sta congiunto al suolo.

Vi erano inoltre fabbriche di agrolimone, di tartaro, di essenze, tintorie e stamperie per tessuti, concerie per pelli, mulinelli per bachi da seta. Si era venuto formando un abilissimo artigianato nel quale si distinguevano i carradori e gli orafi. Tutta una piccola ma operosa società, orgogliosa del suo bel teatro «Mandanici», e di una apprezzata banda musicale che riscuoteva plausi non solo in provincia ma anche sul piano regionale.

Prima ancora del ginnasio (per la istituzione del quale bisognò aspettare il decreto di Garibaldi) il comune possedeva una scuola tecnica, la scuola operaia di disegno e di plastica, dalla quale uscirà il valente scultore Turillo Sindoni. Aveva le sue brave tipografie, ricordiamo la «Rotella», dalle quali uscivano due periodici quindicinali: La Lanterna e La Verità. Nella seconda metà del '700, per merito del filantropo Giovanni Spagnolo, ebbe il suo «Monte di prestanza» al quale erano aggregate le fondazioni Muscianisi, Catalfamo, Raimondi, Munafò.

Nella contrada S. Antonio, il giovane Felice Mazzei fondò una società agricola onde mantenere una scuola serale gratuita per i figli dei contadini «allo scopo di sviluppare i sentimenti di moralità e di risparmio, di previdenza e di affetto al lavoro ed a promuovere il benessere materiale dei soci, nonchè il miglioramento e progresso dell'industria agraria e locale».

Per iniziativa del facoltoso artigiano Giuseppe Cutroni Zodda, col contributo del Comune, che donò un terreno, si ebbe l'ospedale civico, aperto ai sofferenti nel 1899. Col tempo, che l'attiva popolazione barcellonese spendeva sempre proficuamente, il comune ebbe la sua pretura, la caserma dei carabinieri, la brigata delle guardie di finanza, la delegazione di pubblica sicurezza, la brigata delle guardie di P.S., l'esattoria comunale, l'ufficio del registro e del demanio, il magazzino delle privative, due uffici postali e telegrafici, l'ufficio dei dazi di consumo, il carcere mandamentale, il manicomio giudiziario.

Le classi civili o nobili, delle quali appresso diremo, si riunivano in due circoli di «conversazione», uno a Pozzo di Gotto, intitolato al nome del grande giurista Francesco De Luca, e uno a Barcellona. Gli intellettuali avevano fondato intanto il loro «Risveglio», a sfondo laicale-massonico.

Diremo anche brevissimamente che Barcellona Pozzo di Gotto fu cosiderata per quei tempi importantissima piazza militare e uno dei principali punti strategici della provincia. La pianura fu sempre teatro di memorabili battaglie, delle quali furono prota­gonisti Roberto di Napoli, Pietro Federico II d'Aragona, Filippo V di Spagna; nei moti del '20, '48, '60, fu occupata da ingenti forze militari e aggredita dal colonnello Bosco, che con la famosa battaglia di Corriolo, fatta fallire dall'eroico contrattacco di Medici, intendeva occupare Barcellona e raderla al suolo. E infine, nella seconda guerra mondiale gli angloamericani, prima dello sbarco, la bombardarono a tappeto, facendo 74 vittime innocenti.

La classe nobile di Barcellona Pozzo di Gotto, originaria di Castroreale, Messina, Palermo, o addirittura di Spagna, non fu in generale gretta e reazionaria, ma illuminata e liberale. Essa fu circondata di rispetto dal popolo e seguita sia nelle lotte civili che in quelle politiche. A Barcellona, come afferma il Rossitto, «aristocrazia e democrazia si fecero sorelle», popolo e nobiltà difesero con pari accanimento la causa dell'autonomia amministrativa contro Castroreale e Milazzo, e la causa della libertà ed indipendenza contro i Borboni.

Il contrasto sociale non raggiunse mai il parossismo di altre zone o regioni, e senza volere avere la pretesa di sostenere essere stata Barcellona Pozzo di Gotto sempre un'oasi di pace e di concordia, possiamo affermare che mai qui si verificarono le esasperate condizioni di vita che tormentarono la Sicilia occidentale. Se vi fu prepotenza ed egoismo verso le classi meno abbienti, la causa è da ricercarsi in quelle classi di nuovi ricchi che, all'ombra delle armi inglesi, tenevano lontana la Sicilia dai benefici influssi della Rivoluzione francese e con il blocco continentale favorivano il contrabbando, accumulando immense fortune e tenendo agitati i partiti. «Quei ricchi» afferma il Rossitto «badavano poco o punto ai miserabili e ai loro indecenti abituri, intenti com'erano alla usura, alle liti capricciose, al proprio tornaconto».

Altro contegno e comportamento tennero le famiglie baronali dei Nicolaci, dei Fazio, dei Pettini, di don Luigi Sottile, degli Stjlo, dei Longo, dei Moleti, degli Stagno d'Alcontres. Furono sempre presenti nelle calamità civili (inondazioni, terremoti, epidemie), presenti coi loro petti e le loro finanze nelle gloriose giornate risorgimentali.

Giova qui ricordare l'opera del barone Michele Nicolaci, per quanto riguarda l'arginatura del torrente Longano, forse glorioso per storia ma nefasto per le sue inondazioni periodiche, che, assieme a quelle del Mela, del Termini, dell'Idria, facevano scempio delle colture agricole, portando verso il mare carcasse di bestiame e cadaveri di poveri contadini. La più terribile alluvione rimane quella del 1757, che produsse tali e tante distruzioni che la popolazione spaventata era venuta nella determinazione di far sorgere Barcellona Pozzo di Gotto in altro più sicuro sito. Ma il barone Michele Nicolaci, puntò i piedi, fece ricorso al re Carlo III, ottenne il finanziamento e la presenza di un esperto nella persona dell'ingegnere Poulet, e lui stesso, giornalmente, seguì il corso dei lavori, pietra su pietra, fino a quando i tre rami originari del torrente non vennero raccolti in un solo letto. La popolazione barcellonese respirò, rimboccò le maniche e ricominciò con la tenacia di sempre a ricostruire il suo focolare.

Durante le giornate risorgimentali, a cominciare dal 1820, si misero a capo della lotta antiborbonica i tre fratelli Antonino, Mario e Vittorio Fazio, Filippo e Giovanni Rossitto, Valentino Maimone Sciacca, Mariano Aliquò, l'abate Giacomo Ilacqua, Giuseppe Stefano Longo, don Luigi Sottile, Letterio Cassata, Luigi Pettinato, Santi Zodda; tra i popolani si distinsero Francesco detto il «secondo Pietro Micca»), Filippo Pisani, e Giuseppina Bolognani, singolare figura di donna del popolo, la quale appena diciottenne, nella città di Catania, durante la giornata  insurrezionale del 31 maggio 1860, si mise a capo della rivolta antiborbonica, compiendo gesta tali da guadagnarsi il titolo di <<eroina  di Catania» e una medaglia d'argento al valor militare.

La tradizione popolare la ricorda come « Peppa la cannoniera>>.­

Ma fu tutta la popolazione barcellonese che durante il Risorgimento manifestò la sua anima umana, sociale, patriottica. Essa, quando venne a fallire l'eroica rivoluzione del '48 nelle drammatiche ore del 24 settembre di quell'anno, osò sfidare inerme la rabbia e la tracotanza degli ufficiali borbonici, costringendo le truppe a bivaccare per due giorni e due notti dietro i bastioni del torrente Idria, strappando un grido unanime d'ammirazione e di lode al Parlamento Nazionale Siciliano.

Subito dopo la battaglia di Milazzo, alla quale partecipò con sua Guardia nazionale, guidata dall'intrepido capitano don Luigi Sottile, e per la quale offrì viveri e mezzi, tutte le case ricche e povere, tutte le chiese, si aprirono ai feriti garibaldini e borbonici, con uno slancio di cristiana fratellanza. Brani di lettere di garibaldini, contenute nell'opera di Mario Menghini: La spedizione di Sicilia e di Napoli, grondano di riconoscenza per le cure che i fratelli lombardi, liguri, piemontesi, ricevettero in Barcellona.

È un quarantennio di lotte, d'esili, di carcerazioni, che trova riconoscimento in due documenti storici, uno del Parlamento Siciliano, l'altro dello stesso Garibaldi, che riportiamo in seguito.

Quarantasette barcellonesi si guadagnarono la medaglia al valor militare per le battaglie di Corriolo e Milazzo. Due meritarono la medaglia d'argento: Fugazzotto Pietro fu Antonio (Milazzo), Giuseppina Bolognani (Catania). Due giovani studenti, Luigi Pettinato e Santi Zodda, caddero combattendo al seguito di Garibaldi sotto le mura di Capua. Della Guardia nazionale rimasero feriti a Milazzo, Bisognato Nunziato, Mendolia Cosmo, mentre il vetturale Scolaro Giuseppe, di anni 22, rimase mutilato a una mano.

Entrata a far parte dell'unificata nazione italiana, Barcellona Pozzo di Gotto seppe mantenere fede, in ogni circostanza, in pace e in guerra, alla sua operosità, al suo patriottismo: dalle guerre d'indipendenza e coloniali, alle due guerre mondiali.

 

Storia della "ANTICHITÀ E MONUMENTI" di Barcellona

 

Filippo Rossitto non fu solamente il primo e sommo storico municipale ma anche valente ed esperto archeologo. Oltre all'o­pera storica La città di Barcellona Pozzo di Gotto, che va dalle origini al 1860, a lui si devono una Relazione sul sepolcreto trovato nella contrada Bagni di Castroreale e la monografia Sul sepolcro di Simone il Normanno, II. Conte di Sicilia, con la quale fece luce sulle origini dell'antico monastero di Gala, fondato dai basiliani nel secolo XIII e quindi risorto nel secolo XVIII in Barcellona. Non solo, ma esaminando la storia naturale del territorio comunale notò, per primo, che nel tufo calcareo delle collinette ad oriente di Pozzo di Gotto si trovano delle grotte antiche, con tracce di sepolcri. Quest'ultima scoperta risale al 1860 circa.

Nel 1915, Paolo Orsi, insigne archeologo, pubblicò l'opuscolo Necropoli Sicula a Pozzo di Gotto, con cui comunicava al mondo la notizia sensazionale di avere scoperto la prima necropoli sicula della regione messinese e precisamente in quella zona a sud del territorio barcellonese-pozzogottese, che trovasi in contrada Oliveto, attigua al torrente Idria. Paolo Orsi descrisse minuziosamente la forma delle grotte ed il prezioso materiale rintracciato. Si tratta, in sintesi, di alcuni terrazzamenti nei quali si aprono le bocche di alcune decine di tombe sicule di forma circolare o rettangolare. I contadini del luogo gli assicuravano di aver trovato molti scheletri distesi, con accanto piccole suppellettili.

Secondo lo studioso, tutto lasciava ritenere che si era in presenza di una necropoli greca o ellenistica, di alquanti secoli posteriore a quella sicula. La necropoli era stata certamente saccheggiata durante l'epoca araba e bizantina.

Le grotte in questione vennero descritte minuziosamente ed il materiale repertato (anfore, anellini di bronzo, spilli in bronzo, scodelle, bicchieri, lacrimatoi, fiaschettini ) trasferito al Museo di Siracusa. Non vi è dubbio che sulla collina Oliveto di Pozzo di Gotto esisteva un abitato siculo con la rispettiva necropoli, la cui età Paolo Orsi stabilisce nel secolo VIII a. C.

In epoca molto più vicina a noi ( 1966). molto scalpore suscitò la notizia di rinvenimenti archeologici nella contrada Maloto, zona collinare a sud di Barcellona. Un appassionato ricercatore del posto, il signor Carmelo Famà, ha raccolto e conservato in una specie di museo privato molto materiale: pietre scolpite, piccoli capitelli, pezzi vari di ceramica. Egli rinvenne inoltre grotte e pietre scalpellate, lacrimatoi e anforette.

Le scoperte furono oggetto di vari sopralluoghi da parte del barone Rjolo, ispettore onorario alle antichità, il quale finì per concludere che la collina Maloto era stata abitata da popoli preistorici. Per alcune tombe stabiliva l'età del bronzo, per altre l'età del ferro. Questi popoli erano certamente collegati da rapporti con altri centri montani della catena peloritana e della piana. Ipotesi avvalorata dal fatto della presenza di una necropoli in Rodi Milici e di quattro necropoli portate alla luce recentemente (1950­1971) nella città di Milazzo. Dal 1974 si è occupato di ricerche archeologiche nel comprensorio gravitante sul bacino del Longano l'architetto Pietro Genovese, che ha dato un valido contributo scientifico anche con pubblicazioni, nelle quali ha tatto conoscere la storia della presenza umana in detto territorio dalla preistoria all'età bizantina.

Si rilevano così origini comuni di un'antichissima cultura sicula che, diramandosi dalle Eolie, segue l'arco Milazzo-Barcellona-Castroreale-Tindari. Affiorano quindi le ossa  dei nostri progenitori, già usciti dallo stato ferino per il fatto che avevano il culto dei morti. Due casali o terre ancora senza nome testimoniano l'esistenza di villaggi collinari antichissimi, già visitati da varie civiltà, come la greca, l'araba, la normanna. Esempio luminoso la contrada Gala (o La Gala) che, come dice la stessa parola, è di derivazione greca: gale, che significa latte. I1 sito è genuinamente arcadico e pastorale. Gala fu uno dei più antichi centri di cultura della Sicilia e la sua storia è legata a quella dell'ordine basiliano e alla predilezione che ne ebbe il conte Ruggero e la moglie Adelasia. Il conte Ruggero vi fabbricò il monastero mentre la consorte  con il diploma del 1105 ne fece dono, assieme al feudo, ai basiliani.

Secondo lo storiografo Rocco Pirri, autore della Sicilia Sacra, il monastero di Gala esisteva già alla venuta di Ruggero e questi ne ordinò solo la restaurazione: «renovandum, augendum praediis, suis Basiliensibus Monachis commendandum decrevit». Del bel monastero di stile gotico, adorno di cinque cupole, non rima­se oggi che il rudere di un campanile svettante.

Un vero peccato sarebbe perdere una testimonianza di un'epoca storica, tanto ricca d'arte e di cultura, così come non aver potuto rintracciare l'archivio storico contenente libri e manoscritti.

Nel 1776 venne segnata la fine del vecchio monastero, ricostruito in Barcellona, dove nel 1779 entrarono i basiliani, con l’obbligo d'impartire la lingua italiana, latina e greca. Partiti i basiliani da Barcellona il nuovo monastero divenne sede prima del ginnasio-liceo e quindi di diversi istituti scolastici.

Fece i suoi studi nel monastero di Gala Eutichio Ajello, nato a Barcellona il 1711 e ivi morto il 1793. Insigne teologo, insegnò filosofia a Parigi, fu socio e maestro dell'Accademia di Londra. Fu chiamato in Ispagna da Isabella Farnese, moglie di Filippo V, evi nominato bibliotecario ed antiquario. Lasciata la Spagna, dimorò per alcun tempo a Napoli, dove diede alle stampe le sue famose opere, fortunatamente in possesso della biblioteca comunale tre Analisi, sulle facoltà scientifiche, sull'uomo, sulla storia arcana della natura.

Dell'antico monastero esiste solo un coperchio di sarcofago, sormontato da una figura d'uomo morto, con occhi chiusi e le mani incrociate sul ventre, un berretto in testa, una lunga chioma, una croce pendente sul petto, una spada col manico a croce, un cagnolino ai piedi. Secondo il Rossitto, si tratta di Simone il Normanno, figlio di Ruggiero, avuto da Adelaide nel 1093. Questi sarebbe morto all'età di anni undici e la madre lo avrebbe fatto seppellire nel monastero.

Importante è anche la contrada barcellonese S. Venera della Grotta. È proprio la presenza della grotta che tra leggenda, storia, tradizione, ha esaltato la fantasia popolare. Il sito è incantevole: un vero rifugio di mistica pace. Nella grotta si sarebbe rifugiata una giovanetta, Venera di Gala, per sfuggire alle persecuzioni dei genitori che la volevano sposa ad un pagano. Scoperto quel rifugio, i fratelli l'avrebbero assassinata a pugnalate. Subito il martirio, venne innalzata agii onori degli altari. Per la storia, Barcellona e Acireale si contendono i natali della santa.

Sulla grotta venne eretto un tempio con cupola di forma ottagonale. Al centro del prospetto vi è la statua della santa con in mano la palma del martirio. Ai lati del portale, sormontato da uno stemma dell'ordine basiliano, vi sono due statue in calcare cristallino, che rappresentano S. Pietro e Paolo. Nella chiesetta i monaci basiliani celebravano la messa in rito greco-bizantino e tra la notte del 25 al 26 luglio vi accorreva in massa il popolo di Barcellona Pozzo di Gotto per assistere alla testa della santa. Vi si svolgeva anche un lauto banchetto a spese del signore del luogo, e quindi una coppia di novelli sposi, nello sfarzoso costume dell'epoca, veniva ricevuta nel palazzo della padrona del fondo. Il campiere, da parte sua, si pavoneggiaua col suo berretto di lana, sul quale era scritto, in una placca d'argento, il nome dei padroni: i baroni De Gregorio. Ai tempi nostri tanto folklore è scomparso, ma il popolo visita sempre la grotta di S. Venera, dove l'amministrazione comunale da alcuni anni fa apprestare un artistico presepio, che riempie le notti stellate di dicembre della dolce poesia natalizia.

Barcellona Pozzo di Gotto è anche ricca di chiese antiche, dove non mancano autentiche opere d'arte. La vecchia chiesa di S. Sebastiano, costruita nel 1600 e demolita nel 1935-36, è stata sostituita dal sontuoso tempio, che s'impone con la sua mole massiccia in piazza Duomo. Quivi sono state trasportate tele e marmi e quanto di pregevole esisteva nella settecentesca chiesa madre. Imponente il dipinto sopra l'altare maggiore, che rappresenta il martirologio del patrono, S. Sebastiano, pregevole fattura del messinese Subba.

Vi si ammira un quadro del pittore barcellonese Gaspare Camarda, nato il 1570, che ha lasciato tracce del suo pennello un pò dovunque in Sicilia.  I1 quadro che si conserva nel duomo rappresenta la Vergine col Bambino, ed un S. Francesco appoggiato ad un sasso. In un angolo si legge: «Gaspare Camarda faciebat, 1606 ».

La chiesetta di Nasari, costruita nel 1600, conserva una magnifica statua in marmo di S. Caterina d'Alessandria, di scuola gaginesca.

La chiesa di Centineo, dedicata a S. Cataldo, vescovo di Taranto, costruita nel 1399, restaurata nel 1606, è stata del tutto ri­fatta in questi ultimi anni. Vi si ammirano un quadro del pittore Alibrandi, un polittico del 1667, una tavola del Quagliata raffigurante la Madonna dell'Itria.

Quadri di valore erano nelle chiese di San Giobbe a Cannistrà, e a S. Vito di Pozzo di Gotto: opere del Vescosi, del Qua­gliata e del Bonsignore. Purtroppo, ladri rimasti ignoti hanno fat­to man bassa e quel poco che rimane, per prudenza, viene custodito negli scantinati delle sacrestie.

Un vero tesoro d'arte rappresenta la chiesa di S. Giovanni Battista, della quale s'invoca e si aspetta il restauro. All'interno non esiste un centimetro di muro che non sia affrescato. È l'unica architettura che nel mare di cemento armato d'oggi dà il buon sapore dell'arte antica, del gusto del bello. S'ammira all'interno un sontuoso altare maggiore ricco di marmi policromi e di ,statue dell'arte siculo-spagnola. La volta è tutta istoriata di episodi biblici, frutto del pennello del Bonsignore, mentre molti quadri rimangono d'autori ignoti. È raccolta in mistica luce che fuoriesce da finestre ben distribuite. A sinistra, entrando, si nota una lapide che ricorda il sacrificio della vita per la patria dello studente volontario garibaldino Luigi Pettinato.

È stata aperta al culto nel 1756. Su una lapide marmorea vi è la data della consacrazione: 1821. Imponenti le due torri di stile gotico e di mirabile fattura le tre statue in marmo collocate al centro e ai lati della chiesa: S. Giovanni Battista, S. Giuseppe, la Madonna Addolorata.

I monumenti che adornano la città sono pochi e fatti costruire in questi ultimi anni, sotto l'amministrazione Santalco.

In piazza Municipio si ammira la stele dedicata a Giuseppina Bolognani, con la riproduzione in lettere di bronzo dell'indirizzo di lode di Garibaldi. Più in là un vecchio Nettuno, dono del generale Cambria, perfettamente studiato nel nudo anatomico, versa da un'anfora acqua in una vasca dai bordi di marmo. Per molti è diventato un po' il simbolo del vecchio Longano, per alcuni un personaggio mitico, fondatore di Barcellona.

In piazza Vittorio Veneto si ammira il monumento ai Caduti di tutte le guerre. Ideato dallo scultore Giuseppe Mazzullo, è sorto nel 1970. È un originale complesso architettonico che rompe con la tradizione del vecchio soldato che va all’assalto alla baionetta. Infatti è tutta una concezione nuova quell'ammasso di rovine di guerra dalle quali erompe un nudo femminile in bronzo, che sim­boleggia slancio verso la pace, Fratellanza tra gli uomini. Un'idea che pacifica tutti i caduti nell’uguaglianza della morte e che fa sperare ai vivi la fine di ogni conflitto.

In piazza Duomo figurano due mezzi busti in bronzo, su piedistalli di marmo, dedicati al musicista Placido Mandanici e allo storico municipale e patriota Filippo Rossitto.

Per quanto riguarda le bellezze naturali di Barcellona Pozzo di Gotto ricordiamo le colline del Carmine, dei Cappuccini, dei Croci, e i villaggi montani come Centineo, Gala, Cannístrà, dove si è soffermato estatico il pennello del Migneco. Da Migliardo si schiude la costa settentrionale, con la visione delle Eolie, di Milazzo, del Tindari. Sono siti incantevoli che aspettano di essere valorizzati, perchè anch'essi hanno tanto da dire al cuore e alla fantasia degli amanti del bello, vario ed infinito della Sicilia.

 

Storia"Barcellona Pozzo di Gotto nel 1848"

 

In tutta la sua storia millenaria, la Sicilia mai si trovò così compatta nell'insorgere contro le varie tirannidi straniere, come quando il suo furore rivoluzionario esplose per rovesciare definitivamente il dispotismo dei Borboni.

Nemmeno per la rivoluzione del Vespro vi era stata tanta ple­biscitaria adesione di spiriti e d'intenti. Fu prima nel '48 e quindi nel '60 che il mondo guardò ammirato la Sicilia scendere nelle piazze, senza distinzioni di ceti, per abbattere il governo che un celebre statista inglese, il Gladstone, dopo un'inchiesta sul sistema carcerario e sui mezzi di tortura per soffocare ogni anelito di libertà, doveva definire «negazione di Dio».

Antecedentemente al '48 e al '60, la vita siciliana è contrassegnata da scoppi di ribellione, sedizioni, insurrezioni e rivolte, che, dopo aver dimostrato l'insofferenza dell'anima isolana al sopruso e all'ingiustizia dei governanti, finiscono per lasciare le cose allo statu quo: non sono, quindi, vere e proprie rivoluzioni.

Le dominazioni si susseguono alle dominazioni, un popolo straniero scaccia un altro, quasi sempre in sanguinose guerre, per affermare il proprio dominio sull'isola. Fenici, Cartaginesi, Greci, Romani, Ostrogoti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Spagnoli, Austriaci, e infine i Borboni, lasciano, più o meno, tracce profonde della loro dominazione in Sicilia.

Contro il malgoverno dei reggitori, specie in periodi di carestia e di fame, insorgono le popolazioni. Ma non vi è ancora in quei moti scomposti una coscienza, diciamo così, d'indipendenza dallo straniero: spesso, pur di liberarsi da una tirannide, il popolo ne invoca un'altra.

Da un esame approfondito di quelle continue rivolte, sulla causa, natura ed effetti di esse, lo studioso trae il convincimento che la maggior parte, se non tutte, furono determinate dal disagio economico, dall'esosità dei tributi, da carestie, da pestilenze. Questa constatazione sembrerebbe dar ragione al concetto marxista del materialismo storico.

Invero l'elemento materiale si coglie a piene mani nelle primi­tive rivolte indigene, quale quella di Euno, che capeggia turbe fameliche di schiavi, marchiati nel corpo, seminudi, contro la nuova dominazione romana; o di Atenione, che guida una seconda guerra servile, dopo circa trent'anni dalla prima; o dei «callicirii», schiavi siculi e greci, contro i «geomeri» dell'oligarchia greca, che trovano in Ducezio il loro condottiero. Ma non può disconoscersi, almeno per chi crede che l'uomo sia essenzialmente realtà spirituale, che nell'animo di quei rivoltosi agisca il sentimento della giustizia, sentimento che appartiene alla sfera morale dell'individuo.

Gaspare Nicotra, discepolo di Enrico Ferri, in uno studio di sociologia storica (1), dopo aver trattato dal punto di vista della scuola positiva la natura economica delle rivolte in Sicilia, finisce per affermare che «tanti secoli di schiavitù, di miserie, di scorrerie, di mancanza di ogni governo e di ogni istituzione avrebbero non menomato ma distrutto qualsiasi razza, avesse pure la sapienza politica di Roma repubblicana, l'eroismo della Grecia. Eppure la Sicilia sopravvisse ed ebbe forza di ritemprarsi colle stesse qualità dei suoi dominatori arabi, normanni, svevi ».

È, quindi, in forza dei requisiti spirituali della razza che la Sicilia mantiene il suo volto e il suo carattere peculiare di popolo. Già con la rivoluzione dei Vespri del 1282, la causale econo­mica comincia ad impallidire di fronte al grido unanime dei Siciliani. Ci sono, è vero, gli insopportabili balzelli imposti da Carlo d'Angiò, ma vi è anche il senso della insofferenza per la dominazione straniera. Comincia a «puzzare», secondo l'efficace espressione machiavellica, il barbaro dominio. Ma ancora manca l’organizzazione, la preparazione, un obiettivo preciso da raggiungere.

Frequenti rivolte si hanno contro il malgoverno spagnolo, anch’esse determinate dalla schiavitù morale e materiale in cui il popolo è tenuto. A Palermo, il battiloro Alessi si mette a capo del popolo apostrofandolo: «Feccia del mondo, chi sarà che ti guida?>>­

Nell'infuriare della fame e del vaiolo, insorgono molte città siciliane e, tra le minori, Pozzo di Gotto nel 1647, quando appena da pochi anni aveva ottenuto la sua autonomia da Milazzo. In quell'occasione «la plebe obbligò i giurati a togliere le gabelle sulla seta e sulle farine. [...] Due frati cappuccini furono mandati a are con buoni modi i tumultuanti pozzogottesi e nel tempo stesso si arruolavano mille soldati armati per reprimere con la forza i moti e scacciare i riottosi. [...] Durarono però i moti dagli 8 di giugno ai 9 di luglio» (2).

Ma se c'è un movimento rivoluzionario che non si può ricondurre dentro gli schemi del materialismo storico, questo è il Risorgimento, nel quale le ragioni ideali hanno l'assoluta prevalenza su ogni altra considerazione di carattere economico. A distanza di un secolo ne subiamo ancora il fascino, anche se la mentalità è antiromantica per eccellenza. I1 Risorgimento è il dramma di tutto un popolo diviso e oppresso, alla ricerca e conquista di una Patria unita nei confini assegnati dalla Provvidenza.

Esula dal nostro compito un'indagine approfondita del fenomeno. Solo abbiamo voluto ricordare al lettore le condizioni di una Sicilia prerisorgimentale, continuamente ribelle all'ingiustizia dei numerosi governanti stranieri. E quindi di una Sicilia risorgimentale che acquista coscienza della propria italianità, del suo appassionato rientro nell'orbita nazionale, del suo apporto determinante alla causa dell'unità d'Italia, per la quale aristocratici, borghesi, popolo, illuminati dal pensiero di Giuseppe Mazzini e da una secolare speranza, si batterono generosamente e vinsero.

La dominazione borbonica in Sicilia inizia can Carlo III In­fante di Spagna. Gli Austriaci si erano resi invisi al popolo, che ora salutava con gioia il nuovo «liberatore».

Pozzo di Gotto, che nella guerra tra Spagnoli e Austriaci aveva parteggiato per i primi, dopo la vittoria dei secondi era stata ), occupata dalle truppe del capitano Riccardo Vilds, che aveva imposto agli abitanti una taglia di onze venti e si era dato a rovinare 1 commercio locale aprendo un pubblico spaccio esente da dazio • ). Sicchè anche Pozzo di Gotto emise un sospiro di sollievo quando gli Austriaci dovettero cedere il possesso dell'isola a Carlo III.

Questi governò saggiamente e fu sotto il suo regno che Barcellona, in seguito alla terribile alluvione del Longano del 1757 ottenne un congruo contributo reale per l'arginatura del torrente. Ma l'idillio tra popolo e sovrano sembrava destinato a svolgersi tra l'infuriare di pubbliche calamità: la peste di Messina del 1743, terremoti del '49, l'alluvione del'57.

Con Ferdinando III dovevano sorgere e maturare sempre più motivi di attrito tra animo popolare e real casa, specie quando il monarca commetteva l'imperdonabile errore di ferire l'orgoglio nazionale dei Siciliani, riducendo con una serie di decreti la Sicilia al ruolo di provincia, dimentico ed ingrato delle accoglienze ricevute nell'isola allorchè, incalzato dalle truppe francesi al comando di Championnet, vi aveva trovato provvidenziale riparo.

Furono calpestate le prerogative del Parlamento, nel tentativo di restaurare il sistema assoluto; imposte nuove tasse, suscitando la pronta reazione dei baroni, e solo dopo alterne vicende e tentennamenti fu accordata la costituzione spagnola del 1812. I1 re, però, non tralasciava occasione di esautorarla e violarla, come, ad esempio con i due decreti del 1815 e del 1816: col primo, destinava la Luogotenenza generale senza ascoltare il parere del Par­lamento; col secondo, estremamente più grave, fondeva in uno Stato le Due Sicilie, aboliva la bandiera siciliana e si proclamava re Ferdinando 1. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso: la guerra era ormai dichiarata tra il popolo siciliano e casa Borbone; guerra sorda, senza quartiere, che, tra incertezze iniziali, tra sconfitte e successi momentanei, doveva concludersi sui campi di Milazzo.

Lo spirito di libertà del popolo siciliano, il geloso furore nel volere rispettata la sua costituzione, in base alla quale aveva goduto di una propria rappresentanza nazionale, agivano spontanea mente senza dipendere dalle grandi correnti del pensiero europeo e dal gigantesco fatto storico che fu la Rivoluzione francese, da cui l'isola era rimasta praticamente tagliata fuori.

Sulle intenzioni dei Siciliani, in quel periodo in cui le idee di libertà, uguaglianza, fratellanza, volavano per il mondo sulle punte delle baionette degli eserciti napoleonici, vegliavano le truppe inglesi, a difesa dell'antico regime borbonico. E tuttavia, pur senza una vera unità di intenti, spesso minata dalle gelosie municipali, la Sicilia, «fatti precorrendo e idee», fu la prima tra le regioni d'Italia a scuotere dalle fondamenta l'assolutismo regio.

In questo tormentato periodo della storia, Barcellona, nelle generali aspirazioni di libertà e di giustizia, si batteva per uscire da una sua particolare situazione di servaggio: e, nella lotta per se pararsi da Castroreale, da cui dipendeva, col titolo non certamente lusinghiero di «casale», apprezzò a sue spese il valore immenso della libertà e maturò il giusto convincimento che, per raggiungere una determinata mèta ideale, era indispensabile l'unità degli intenti, la solidarietà tra i cittadini di qualunque classe e censo, una concorde volontà.

La lotta per l'autonomia ebbe inizio ai primi del 1812 e si concluse nel 1815, con decreto di separazione firmato da re Ferdinando.

A1 notaro Antonio Maria Mazzej, che a Palermo, per alcuni anni di seguito (1812-1815) aveva patrocinato in Parlamento le ragioni dei barcellonesi, costoro, al suo rientro, espressero la loro gratitudine con entusiastiche dimostrazioni popolari. Ma la gioia di quel primo successo fu offuscata dalla questione della regolamentazione dei confini. E infatti avvenimenti internazionali, quale la sconfitta di Napoleone a Waterloo e di conseguenza la mutata politica europea e in particolare quella dell'Inghilterra verso la Sicilia, resero vana l'attesa della Commissione che avrebbe dovuto esaminare e risolvere la questione dei confini.

Intanto Ferdinando III, approfittando della mutata situazione politica, assumeva il titolo di Ferdinando I, calpestava la costituzione, conculcava le libertà parlamentari ed instaurava il più rigoroso assolutismo.

Solo nel 1823 Barcellona ebbe assegnato il proprio territorio, mentre Castroreale restava come capoluogo. Con la conquistata autonomia, mentre Castroreale rimaneva isolata e «tranquilla in tutta quella serie di agitazioni che precedettero il 1848» (4), Barcellona si tuffa a capofitto nella lotta, partecipa attivamente alla rivoluzione.

Da questo momento, non c'è idea di riscossa per la libertà e l'indipendenza della Patria, dalle Alpi alla Sicilia, che non trovi la sua eco nel piccolo comune di nuova formazione. Anche qui appaiono le prime vendite della carboneria, la famosa setta che propugnava l'idea di nazionalità ed indipendenza italiana. Viene introdotta verso il 1818 «da un certo signor Periccioli, senese, venuto in Sicilia sotto il pretesto di dettar lezioni di lingua italiana al padre Francesco da Caccamo, cappuccino, ed ad altri svegliati ingegni del paese» (5).

In poco tempo sorsero tre vendite: due in Barcellona, una in Pozzo di Gotto. «Queste vendite» afferma il Di Benedetto «incontrarono la simpatia di molti cittadini: alcuni di essi, invero, sdegnati col governo, sia perchè abusivamente aveva tolto la costituzione concessa poco prima, sia perchè più volte s'era negato a firmare il decreto del re per la separazione di Castroreale da Barcellona, s'inscrissero con tutta franchezza, con la speranza che questa società avesse potuto frenare gli abusi d'un dispotico governo, quand'anche non l'avesse potuto abbattere. Durò fino al 1821, anno in cui, sedati i moti di Palermo e nominato come vicerè dell'isola il duca delle Favare, incominciò per la Sicilia un periodo terribile; poichè in ogni paese le case dei sospetti furono messe sottosopra, e gli incarceramenti, le persecuzioni e le inaudite condanne ebbero il loro corso. In Barcellona P.G., quantunque si fosse tenuto celato, per mezzo di spie ed indizi, si venne a conoscenza non solo dell'esistenza delle vendite, ma anche dei loro componenti. Perciò, quando il governo emanò ordini affinchè fossero arrestati i capi, questi si sottrassero dalle mani borboniche riparando in luoghi sicuri, dove difficilmente la polizia poteva penetrarvi».

E più oltre: «La carboneria in Barcellona P.G., durante il breve periodo di vita, tenne a freno tutto il paese, incominciando dal municipio, i cui capi furono scelti ed eletti per opera di essa, come Carmelo Rossitto, sindaco di Pozzo di Gotto; mentre la stessa società si cooperava ad introdurre nelle singole amministrazioni i suoi affiliati e ridurre al suo dominio i vecchi impiegati borbonici, e se accadeva che qualcuno ricevesse qualche offesa, la società provvedeva immantinenti e con energia» (6).

Nella carboneria, il dispotismo borbonico, che marciava sulle direttive tracciate dal Congresso di Vienna (autoritarismo, compressione della libertà), trovò il più implacabile nemico.

La Santa Alleanza, con il principio dell'intervento, si mutò in un sistema soffocatore dei movimenti liberali e nazionali e intensificò, quindi, l'azione delle sette. Ebbero così inizio le agitazioni e le sommosse per ottenere regimi costituzionali-liberali.

Le idee della carboneria non penetrarono nel popolo, ma solo nelle alte classi della borghesia e della nobiltà.

Non si ebbe un preciso programma tra nord e sud e nemmeno, si può dire, tra città e città della stessa regione. In Sicilia si voleva a separazione da Napoli; a Napoli, i carbonari volevano la costituzione, ferma restando la dinastia dei Borboni.  Sicchè era facile per il governo dominare le rivolte e soffocarle nel sangue.

Di questo stato di confusione troviamo esempio anche nelle città di cui ci occupiamo: Barcellona e Pozzo di Gotto aderirono alla costituzione napoletana, schierandosi dalla parte di Messina, mentre Palermo era insorta per ottenere l'autonomia, ma «non fecero votazione pel deputato a quel Parlamento» (7).

Abbiamo voluto fare qualche cenno sulla natura della carboneria, per dimostrare che siamo ancora ben lungi dal pensiero dell'unità d'Italia. Certo è che la carboneria alimentò l'odio dei siciliani contro i Borboni e li rese maturi per la più grande e nobile causa.

Morto Ferdinando I, gli successe il figlio Francesco I. Dal cambiamento, nessun giovamento trassero i siciliani. I1 nuovo re continuò l'opera di repressione del padre e si giovò, per questa, del luogotenente delle Favare.

Di fronte al rinnovato dispotismo, si risvegliò l'opera delle sette, La polizia borbonica si mise all'opera per scoprirne la fila. Là dove arrivò la sua mano, si ebbero arresti e condanne gravissime, sino alla pena di morte.

In questo periodo venne arrestato in Pozzo di Gotto don Letterio Cassata e dalla Commissione suprema condannato per reati contro lo Stato (8).

Dalla carboneria uscirono i migliori patrioti barcellonesi; i tre fratelli, di nobile casato, Mario, Antonio e Vittorio Fazio, lo scrittore Filippo Rossitto, Giovanni Rossitto Cassata, Valentino Maimone Sciacca, Mariano Aliquò, Sebastiano Mazzei, Giovanni Rossitto Asciutti, Bartolo Di Giovanni Calamarà, l'abate Giacomo Ilacqua, che consacrarono tutta la loro vita alla causa della rivoluzione. Dopo la fondazione della «Giovine Italia», affinarono la loro azione antiborbonica nel senso più squisitamente italiano e diventarono nel loro paese fiaccola ed esempio dell'idea mazziniana.

Invero, non era difficile parlare al popolo barcellonese di libertà e indipendenza, nato com'era da un atto di ribellione e giustamente orgoglioso della sua autonomia. Sicchè, se nel 1848 e nel 1860 vediamo questo popolo di un piccolo comune insorgere tra i primi contro la tirannide; se lo vediamo armarsi e accorrere entusiasticamente in aiuto di Messina; se lo vediamo non spettatore passivo, ma soggetto attivo, dobbiamo pensare sì alle virtù dei capi, ma anche al suo carattere fiero ed indipendente.

 

(1) G. Nicorra, Rivoluzioni e rivolle in Sicilia, Utec, Torino, 1910.

(2)Filippo Rossitto, La città di Barcellona Pozzo di Gotto, Crupi, Messina, 1911 pp 187-188.

(3) Cfr F. Rossitto, La città di Barcellona, op. cit., p. 211.

(4) Mario Casalaina, CaJtroreale, in «Dizionario illustrato dei Comuni siciliani>>. tip Vena. Palermo, 1910, p. 63.

(5) F. Rossitto, La città dr Barcellons, op in , p. 245.

(6) Antonio Di Benedetto. Barce!lona P G in <<Dizionario dei Comuni siciliani>>. Palermo, 1906, p. 48.

(7) . Rossitto, La città di Barcellona, op. cit., p. 244.

(8) F. Russitto, La ctttà de Barcellona, op. cit. , p. 252.

 

Per poter meglio apprezzare il fermento patriottico determinatosi in Barcellona Pozzo di Gotto, ci sembra opportuno dare un quadro sintetico delle condizioni generali della Sicilia alle porte della rivoluzione del 1848.

Con la morte di Francesco I, avvenuta l'8 novembre 1830 in Napoli, saliva al trono Ferdinando II.

«Nato il 12 gennaio 1810 in Palermo, variò coi tempi i costumi e la vita: giovanetto, a 15 anni, col padre re pigro e tenten­nante, cominciò a comandare superbamente l'esercito, e non amante straordinariamente della caccia come l'avo, nè di studi politici e civili, visse indifferente alle sofferenze del popolo, e tutto intento alle parate militari. Acclamato re l'8 novembre 1830, parve da prima benigno e modesto, ma poi il suo governo si fece più che mai personale, più tardi dividendolo con la polizia e col confessore. Da queste due forze sovente distratto in opposti lati, ma sempre dispotico, il regime di Ferdinando II continuamente peggiorò. Le pubbliche sostanze mal rispettate e riguardate come regia proprietà; gli amministratori più spesso corrotti, vili, ignoranti; gli studi non curati e condannati alle torture di una stupida censura; il commercio non protetto per ignoranza di governo; l'esercito numeroso ma tenuto unicamente in piedi per la sicurezza del re, e in parte composto di mercenari svizzeri; il popolo avvilito, ignorante, corrotto, e tolto dal consorzio delle nazioni civili. A tanti mali si aggiunsero le più spietate persecuzioni politiche, i più infami processi, le maggiori turpitudini di governo per combattere le idee di libertà e nazionalità. La storia ricorda di lui la violenta repressione delle insurrezioni siciliane; la costituzione giurata e tosto violata, l’esercito inviato in Lombardia sotto il co­mando del generale Guglielmo Pepe e quasi subito richiamato, il bombardamento di Napoli, che gli valse il soprannome di re Bomba. [... ] Ferdinando II morì di morbo pediculare in Caserta il 22 maggio 1859, non compianto da alcuno» (9).

Da un siffatto re il popolo di Sicilia aveva ben poco da aspettarsi. Egli aveva un sacro terrore della libertà. A Luigi Filippo, re di Francia, che gli consigliava una politica più liberale, risponde va: «La libertà è fatale alla famiglia dei Borboni. Il mio popolo non ha bisogno di pensare».

E nel male fu coerente sino alla morte. Ben presto Ferdinando II dovette accorgersi che il suo popolo pensava, e come! Le coscienze non eran più quelle del '13 e del '21; i Siciliani avevano pagato con i continui insuccessi la loro disunione, e non era più impresa facile dominarli con il metodo del divide et impera; le rivalità municipali che avevano funestato i rapporti tra le grandi città dell'isola, specialmente tra Palermo e Messina, erano ormai sopi­te; l'esperienza delle costituzioni, prima accordate e poi rimangiate, aveva maturato il convincimento che ormai non più di libertà costituzionale doveva parlarsi, ma d'indipendenza. In una parola, si doveva cacciare fuori il Borbone. Sicchè Ferdinando II si trovò contro, compatta e unita come mai, tutta la Sicilia.

Il pensiero del Mazzini, del Gioberti, del Cattaneo soffiava sulla brace e induceva a guardare al di là dei confini della regione. Tutto il pensiero filosofico, l'arte, la scienza, la poesia, la musica erano in funzione della libertà. Era una gigantesca ondata di pensiero e di azione, che faceva scricchiolare il trono del despota. La prima solenne denuncia al mondo di un assurdo potere esercitato con «la festa, la farina, la forca», fu la «Protesta del popolo delle due Sicilie» del Settembrini. Ma più terribile giunse all'orecchio del tiranno il grido di sfida di Palermo, di una sfida singolare ed unica al mondo, una sfida a giorno fisso.

«Siciliani! I1 tempo delle preghiere inutilmente passò. Inutili le proteste, le suppliche, le pacifiche dimostrazioni. Ferdinando tutto ha sprezzato. E noi, popolo nato libero, ridotto fra catene e nella miseria, tarderemo ancora a riconquistare i legittimi diritti? All'armi, figli della Sicilia. La forza di tutti è onnipossente; l'unirsi dei popoli è la caduta dei re. Il giorno 12 gennaio all'alba, segnerà l'epoca gloriosa della universale rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quei Siciliani armati che si presenteranno al sostegno della causa comune, a stabilire riforme ed istituzioni analoghe al progresso del secolo, volute dall'Europa, dall'Italia, da Pio. Unione, ordine, subordinazione ai capi. Rispetto a tutte le proprietà, il furto si dichiari tradimento alla causa della Patria e come tale punito».

Il nobile e singolare manifesto era stato lanciato da certo Francesco Bagnasco e il suo appello «ai figli della Sicilia» trovava ormai riscontro nella realtà dell'unione degli animi. In tutta la Sicilia i più arditi liberali si riunivano per organizzare adeguatamente la resistenza contro i Borboni.

Il barcellonese Mariano Aliquò, dando ad intendere di essere spinto da ragioni di commercio, faceva la spola tra Catania e Messina per coordinare le azioni.

Nella stessa Barcellona le case di Rossitto Cassata e di Mario Fazio erano diventate fucine di armi e convegno clandestino di patrioti.

Palermo questa volta insorgeva, sicura della lealtà di Messina, la quale aveva dato prova del suo amaro disinganno nella fede borbonica, e già il 1 ° settembre del 1847 un generoso e ardito gruppo di congiurati era sceso dalle colline circostanti per cogliere di sorpresa alcuni ufficiali superiori. Purtroppo il tentativo fallì, per difetto di organizzazione, e la rivolta venne soffocata nel san­gue. Il generale Landi s'incaricò di punire i ribelli e di identificare i capi. Ma, nonostante avesse posto sulle loro teste considerevoli taglie, nessun cittadino si prestò a fare da delatore.

(9) E. Lessona, Dizionario di cognizioni utili, Torino. Utet, 1909, p. 484.

A Palermo le cose andarono diversamente. La popolazione, insorta puntualmente, secondo la sfida di Bagnasco, all'alba del 12 gennaio rinnovò i fasti del Vespro. Innalzò le barricate e diede inizio ad una lotta che durò venticínque giorni. I soldati regi, costretti ad abbandonare le munite fortificazioni, persero terreno giorno per giorno, finché furono costretti ad abbandonare la città in mano agli insorti.

La splendida vittoria venne coronata dalla ricostituzione del glorioso Parlamento siciliano, sotto la presidenza di Ruggiero Settimo (10).

Giuseppe Mazzini dall'esilio esultava e inviava una lettera di lode.

«Siciliani, siete grandi! Voi avete, in pochi giorni, fatto più assai per !'Italia, patria nostra comune, che non tutti noi con due anni di agitazione, di concitamento generoso nel fine, ma incerto e diplomatizzante nei modi. Avete esaurito le vie di pace, inteso la santità della guerra che si combatte per le facoltà ineluttabili dell'uomo e del cittadino. Avete in un momento solenne d'ispirazione tolto consiglio dalla vostra coscienza e da Dio; decretato che sarete liberi, combattuto, vinto, e serbato la moderazione dei forti nella vittoria. E la vostra vittoria ha mutato (tanto i vostri fati sono connessi con quelli della penisola) le sorti italiane »...

Mentre a Palermo e a Messina si svolgevano i fatti raccontati, Barcellona (11) iniziava il suo fervido periodo insurrezionale, unitamente alla consorella Milazzo, dove la presenza della munitissi ma piazzaforte borbonica non impediva ai cittadini di manifestare i loro sentimenti liberali (12).

(10) Viene nominato ministro di grazia e giustizia, il bareellonese avv    Francesco De Luca, sommo giurista e patriota. Nel'50, fu eletto presidente del Comitato rivoluzionario di Mes­sina.

(11) D'ora in poi, poichè nel 1835 Barcellona e Pozzo di Gotto si unirono in unico Comune, diremo, per brevità, Barcellona.

(12) Cfr. Santi Recupero, La città di Milazzo nel Risorgimento italiano, Editoriale Opere Nuove, Roma, 1161.

Agli inizi del '47, dopo la fallita rivolta di Messina, apparvero in Barcellona i primi manifesti rivoluzionari, con cui si incitavano i cittadini a brandire le armi contro la tirannide, mentre venivano messi sull'avviso il comandante della piazza con le sue truppe come si legge in questo murale, riportato da F. Guardione: «Attenti alla tremenda sentenza, amici e fratelli! Un sol patto ci unisca; ma se contrari vi mostrerete a quanto noi opereremo, giuriamo che il sangue vostro ci servirà di bevanda salutare. Voi non ci avvilirete, e pazzi vi crederemo volendo mostrare prodezza. Persuadetevi che le vostre sciabole, le baionette, i cannoni non ci spaventano, anzi accendono di più il coraggio siciliano.

Popolo di Barcellona, dormi ancora? Su, via, svegliati, imbrandisci le armi, e all'ora stabilita distruggi i nemici della patria e della libertà».

La polizia borbonica si diede a ricercare gli autori dei manifesti incitanti alla ribellione; e tra le vittime designate, la prima fu il patriota e scrittore Filippo Rossitto, che, per non essere arrestato, si diede alla macchia.

Un altro murale era diretto all'esattore Gaspare Recupero: «Carissimo, amatissimo Gaspare. Se hai denaro in cassa tienilo forte a disposizione degli onesti capi di questo popolo, che già sta pronto con l'isola intera a sollevarsi dal fango. Senti, dunque, la sovrana voce del popolo: Gaspare, versamenti a nessuno per nessuna somma. Dopo la presente, te ne f... di qualunque minaccia ti faranno i tuoi superiori. Non versare, Gaspare, per non dirsi ulteriormente che versi il nostro sangue dalle vene nostre, tranne quello che da noi debba versarsi, o Gaspare, se è d'uopo, a comprarci coi figli tuoi e con te stesso della crudelissima ed ormai insopportabile schiavitù in cui viviamo.

Castroreale, è già noto, deve incominciare i fatti suoi, con lo impossessarsi della cassa, che tiene il denaro, cui il governo tuo costituente chiamò suo, e questo avverrà appena fatti i versamenti al capo distretto, per farsene la proporzionale distribuzione ai dipendenti del distretto.

A che questo circolo vizioso, o Gaspare, se non hai risoluto di voler vedere la resurrezione dei nostri popoli? Gaspare, eseguisci scrupolosamente, mentre tua vita, come ben vedi, sta in pegno della doverosa esecuzione».

Strettamente sorvegliati erano anche i fratelli Fazio, di antichissimo e nobile casato,, che il Villari, il Di Benedetto, il Mazzej e il Rossitto indicano ai posteri come i più ferventi animatori della causa nazionale.

«Se la vita e l'opera dei grandi protagonisti del nostro Risorgimento - Vittorio Emanuele. Cavour, Garibaldi, Mazzini, od anche i fratelli Bandiera, Ciro Menotti e Carlo Pisacane - sono ben note e di continuo studiate e ristudiate, è pur vero che tanti patrioti di minor risonanza restano pressochè ignorati dal gran pubblico. Epperò, se il Risorgimento italiano divenne una realtà, ciò fu dovuto non solo figure di quel periodo storico, ma pur alle minori, che con esse collaborarono perché la coscienza  dell'unità e della    libertà si diffondesse e divenisse operante. Così, a cento anni di distanza da quell’epico periodo, ci sembra doveroso ricordare queste figure secondarie ma essenziali. In Sicilia, in quel lembo dell'isola che è pi vicino al continente, tra i preparatori dei moti del 1     e dei 1848 e del 1860, troviamo tra gli altri, tre patrioti, tre fratelli di nobile casato: Mario ( 1809-1874), Antonino (1816-1869) e Vittorio Fazio Salvo (1823-1883      •-1883»> ( 13).

Ai primi moti di Messina, i tre fratelli sceglievano ognuno il proprio posto di combattimento: partecipava alla insurrezione del 1° settembre '47 in Messina, dove rimaneva per tenersi in contatto coi liberali del luogo; Antonino, divenuto poi deputato al Parlamento siciliano teneva le fila coi liberali di Palermo; Mario rimaneva in Barcellona per animare e dirigere i movimenti locali. Da questo momento li vedremo sulla breccia sino alla battaglia di Milazzo.

Gli esuli messinesi della disastrosa giornata del 1 ° settembre si sparpagliavano per la provincia, riparando alcuni a Patti, altri a Castroreale, moltissimi a Barcellona.

Una delle più nobili figure del patriottismo messinese, Luigi Pellegrino, si rifugiò a Castroreale, dove trovò ospitale soggiorno, e da dove si manteneva in contatto con Mario Fazio Salvo, al quale spesso faceva pervenire lettere d'intesa.

«Carissimo Mario, qui tutto è completo e il comitato e l'arruolamento. Si è cantato il Te Deum e si è fatta grande festa. Avvisatemi quando devo calare e il come vi farete trasportare. Avvisatemi e presto perchè io brucio ed ardo.

A 20 ore (s. d. )                                Addio, il tuo Luigi»

«Mio carissimo Mario, mi duole l'anima che non posso venire domani.

In primo luogo mi sento ammalato e l'amico Sollazzo lo sa; in secondo luogo poi non mi conviene, mentre ho fatto tanto qui, scompagnarmi da questa gente. Avrei desiderato, giacché le cose a Messina sono urgenti, di unirsi Castro e !e sue dipendenze con Barcellona, onde far così una truppa imponente e con due bande musicali. Qui si parte prima di mezzogiorno. Potreste voi anco, se piace al Comitato, ritardare la partenza per poche ore.

Ma credi tu, che questa mia preghiera è fatta con tutta l'anima mia, poiché io non vorrei staccarmi dalla mia carissima Barcellona.

Ad ore 8-31 gennaio.

Addio, il tuo Luigi»

Il comitato al quale si riferisce Luigi Pellegrino era stato eletto dal popolo barcellonese il 27 gennaio ed era suddiviso in 4 settori: guerra e sicurezza pubblica, finanze, annona, giustizia e culto.

Il vero e proprio comitato insurrezionale era composto dai seguenti membri: dott. Antonio Fazio Salvo, presidente; Mario Fazio Salvo, vice presidente; Francesco Di Giovanni Calamarà; Angelo Cambria; Giovanni Rossitto Asciutti; Santi Longo; Antonino Fugazzotto; Carmelo Aliquò, segretario.

( l3) Cfr Luigi Athos Sottile d’Afano. I patrioti Fazio di Nasari e la loro gente, in Rivista araldica.

Dopo due giorni dalla sua costituzione, il comitato inviava a quello di Palermo, un nobilissimo messaggio di solidarietà redatto da Filippo Rossitto:

II popolo di Barcellona Pozzo di Gotto a! Presidente del Comitato generale di; Palermo.

II bombardamento, !e inumane stragi, le ingiustizie di ogni sorta, che hanno afflitto da più giorni codesta generosa popola­zione, non poterono non smuovere all'ira l'animo dei buoni siciliani. Già da gran tempo le oppressioni e le miserie ci avevano maggiormente affratellati; non attendevasi che il momento opportuno per darsi libero alla rivendicazione dei nostri diritti colla forza delle armi.

Messina, che il I settembre aveva dato la scossa a tutta l'isola, eccitò lo spirito dei siciliani e la simpatia dei popoli;­ ma era riservato solo alla valorosa Palermo  il  dare concepimento all'opera. Quando si ebbero notizie delle sagaci preparazioni che costì facevansi, non che fiducia, certezza divenne nel cuore dei Siciliani la vittoria e la politica rigenerazione.

Questo popolo, che costituisce il più grande comune del Vallo di Messina, intese il bisogno di essere tra i primi a seguire l'impulso magnanimo delle grandi città.

Già sin dal dodici, tuttoché non avevansi notizie degli avvenimenti di codesta città, si era pronunziato proclamando la costituzione e la fratellanza siciliana; quando poi il 2S comparve il corriere con la bandiera tricolore, non ebbe più ritegno il pubblico entusiasmo. Allora un folto stuolo di uomini di ogni ceto e di ogni condizione prese le bandiere ed andò per le strade concorde ed unanime gridando: Viva la Costituzione di Sicilia! Viva l'Indi­pendenza! Viva Palermo! Viva !'Italia!

Facevan eco da ogni parte le donne spettatrici; di tal che più grande, più concorde, più solenne, non poteva riuscire quella pubblica dimostrazione. Niuno sconcerto ebbe u compiangersi in quello avvenimento.

Nè colle voci solo, ma coi fatti ha voluto manifestarsi lo spirito liberale di questa popolazione. Già si sono cominciate ad organizzare le squadriglie; una contribuzione a cui ogni cittadino spontaneamente concorre, ebbe di già il suo cominciamento, un comitato esiste; insomma tutto si è fatto conforme alle istruzioni  da costà trasmesse: l'ordine, la subordinazione. La lealtà domina dappertutto.

Abbiamo in pari data, scritto a persona in codesta per rappresentarci presso codesto comitato; se accetterà, le manifesteremo il suo nome. Noi vogliamo dipendere dagli ordini che per suo mezzo ci saranno comunicati, e per camminare concordemente, abbiamo attaccato corrispondenza al Comitato di Messina.

Sarà compiacente rapportare quei nostri sensi al valoroso popolo palermitano, a quel popolo cui principalmente in ogni tempo è stata debitrice la Sicilia della politica esistenza, ripetendogli che uno è il voto universale: Indipendenza, Costituzione del 1812 adattata ai tempi, Lega Italiana.

Barcellona Pozzo di Gotto, 29 gennaio 1848.

Ed ecco la risposta del Comitato generale in Palermo, datata 5 febbraio 1848:

« Questo Comitato generale non può a meno di lodare la solerzia con cui Barcellona ha aderito alla santa causa nazionale, creando un Comitato provvisorio e provvedendo a tutto l'occorrente. Organizzate provvisoriamente una guardia nazionale, onde i cittadini di tutta l'isola si adunino a questa indispensabile istituzione, prima che fossero emanate in proposito delle leggi generali. Per quel che concerne poi le cose del Vallo, mettetevi d "accordo col Comitato provvisorio di Messina e dirigetevi a questo Comitato generale per gli altri affari che interessano la somma dello stato, affinché in tutta l'isola si proceda con unità d'intento e d'azione. - II segretario M. Stabile / il <Presidente R, Settimo>>  

I1 Comitato insurrezionale di Barcellona funzionò egregiamente, pur in mezzo a mille difficoltà. Istituì la Guardia nazionale, chiamò i cittadini a collaborare per la santa causa, mantenne l’ordine interno senza conculcare le libertà fondamentali, svento le insidie dei filoborbonici che cercavano di discreditarlo e, fra l’altro, in un manifesto al pubblico, chiudeva con queste parole:

<< Ordine, unione, obbedienza ai capi furono le prime voci del politico risorgimento: Ordine, Unione, Obbedienza siano le ultime; bando, eterno bando agli interessi particolari, che potrebbero disturbare l'andamento delle cose pubbliche; confermiamoci sempre fratelli, senza distinzione di ceto e di condizione; guardiamoci sempre sotto questo punto di vista, e la causa nazionale non potrà mai venir abbattuta».

 

IV

 

Si stava preparando Messina a un nuovo e più tremendo movimento insurrezionale e pertanto quel comitato chiamava alle armi tutti gli uomini validi della provincia. Molti comuni prepara­vano squadre di soccorso per avviarle a quella città.

Barcellona si distingueva, come sempre, per passione patriottica ed aveva pronte le sue squadre, comandate dal colonnello Mariano Aliquò, dai capitani Giovanni Rossitto Cassata, Bartolo Di Giovanni e da altri ufficiali. Tra i giovani, Giovanni Rossîtto era tra i più impazienti ed entusiasti. Egli mordeva il freno nell'attesa e già dai monti, ove si era rifugiato, così scriveva al Fazio, presidente del Comitato di Barcellona:

«Stanotte non ho dormito: niuna altra cosa mi sta presente che la patria: questo cuore e quest'anima sono ad essa consacrai Io farò tutti gli sforzi per lavare l'onore nostro e la nostra ,fama. Spedite persone probe a Gala, a S. Paolo, a Cannistrà, e in i luoghi del nostro territorio.

Avvertite tutti gli urbani, e le persone di qualunque ceto perchè domani all'alba si facessero trovare al ponticello di Pozzo di Gotto. Avvertite tutti i cittadini a trovarsi in quel punto. Avvertite tutti i cappellani di suonare le campane a stormo.

Deve assolutamente seguirmi la musica. Avvertite tutti i civili che non vorranno intervenire, a darci le armi e le munizioni. Avvertite il barone Longo a darci il cannone e il denaro. Questa spedizione deve essere solenne ed imponente, come è imponente  paese. Io qui,farò di tutto».

La popolazione in generale era eccitatissima, anche perchè messa in fermento da continui falsi allarmi di sbarchi borbonici. 11 Rossitto parla di cinque di questi falsi allarmi. I1 primo fu veramente drammatico, e dimostra come il popolo era disposto a rintuzzare l'aggressione nemica.

Fulmineamente erasi propalata la voce di uno sbarco di truppe borboniche a Spadafora. Era la notte dal 1 al 2 febbraio 1848. Un giovanetto quindicenne, galoppando su un cavallo, percorse le strade e le piazze del paese, agitando una bandiera tricolore e chiamando a raccolta i cittadini per accorrere là dove si presumeva fosse avvenuto lo sbarco.

Si trattava del nobile don Luigi Sottile, che da adulto avrebbe comandato, quale Capitano, la Guardia nazionale di Barcellona nella battaglia di Milazzo (l5).

«Allora tutta la popolazione si riversa all'ingresso del paese: si fanno barricate nella via provinciale, presso il torrente Lando; un avamposto viene collocato nel torrente Mela presso Merì; si carica un cannone che il barone Longo aveva giorni prima fatto portare dalla sua tonnara di Oliveri, e si colloca su un carretto. Esso era stato caricato da un Lombardo, che diceva essere stato sotto Napoleone nell'artiglieria. Era intanto un bello spettacolo vedere uo­mini e donne, armati di scuri, di pertiche, di spiedi, di pietre, di fucili, correre coraggiosi ad affrontare il nemico. Il paese era tutto straordinariamente illuminato; le terrazze, i balconi, e i tetti delle case eran rigurgitanti di pietre, e dove anche delle signore attendevano imperterrite il nemico; delle bombe erano state costruite dal nostro fochista Filippo Pisani... Tutto, insomma, era preparato per sostenere l'attacco» (16),

Questi falsi allarmi, ora a Patti, ora ad Oliveri, ora a Calderà, ora a Spadafora, se da una parte servivano a tener desto lo spirito combattivo della popolazione, dall'altra provocavano inevitabili disordini per cui il Comitato fu costretto ad emanare rigorose disposizioni in cui erano previste severe sanzioni per i propalatori di notizie false.

I1 forte di Milazzo, intanto, era presidiato dalle truppe borboniche.  Cionostante, il Comitato insurrezionale di quella città, presieduto dal coraggioso ed insigne milazzese Giuseppe D'Amico Rodriquez, per niente spaventato dalla presenza del nemico, «il quale in poche ore avrebbe potuto ridurre in polvere il loro paese», invitava i barcellonesi ad intervenire per l'assalto al castello.

I barcellonesi accorrevano all'appello, ma le trattative, condotte con somma scaltrezza dallo stesso D'Amico Rodriquez, inducevano la guarnigione borbonica ad abbandonare il castello senza spargimento di sangue.  Sicchè «gli accorsi numerosi da Barcellona vennero a dimostrare soltanto la loro disposizione a prestarsi, in solidarietà coi milazzesi, a qualunque sacrificio di sangue» (17).

Sul castello di Milazzo venne inalberato il vessillo tricolore, in mezzo alla commozione e all'entusiasmo frenetico dei milazzesi.  In seguito, per iniziativa del Comitato di Milazzo, di concerto con quello di Barcellona, essendosi a Messina iniziate le ostilità e rendendosi necessaria un'efficiente difesa del forte, venne organizzata una squadra armata di uomini validi dei comuni di Tripi,  Montalbano,  Casalnuovo, Merì;

Furnari,  Castroreale,  Novara,  Mazzarà, Barcellona. Questa squadra cessò il suo compito il 4 maggio, data dell'armistizio col re di Napoli.

Alla stessa data, cessò il suo compito il cordone marittimo per la tutela del litorale di levante da Patti a Bauso, e che era sorto su proposta del Comitato insurrezionale di Barcellona.

Ferveva intanto l'opera di organizzazione delle squadre che dovevano inviarsi in soccorso di Messina. Tutti guardavano a Barcellona ove il barone Antonino Fazio, presidente del comitato, rannodava e teneva le fila dell'organizzazione con i comitati di

Castroreale,  Furnari, Novara,  Montalbano,  Mazzarà e Patti. Da Castroreale egli riceveva dal cugino Antonino Salvo la seguente lettera:

«Caro fratello cugino, si vuol sapere se siino in codesta pergiunti li rinforzi da Furnari, Patti e da Novara; e, nell'affermativa, ti prego io di farli in codesta attendere fino a domani al tardi, per unirsi con i nostri. Nel caso poi che non fossero arrivati, e che arriveranno domani, avrete bontà, al momento che arrivano, spedir un espresso per essere noi notiziati e per notiziare (anche che fosse partito) il cugino Coppolino per strada. Dacci col ritorno del presente pedone qualche buona notizia. Di cuore ti ab­braccio come pratica il cugino Ignazio, e con verace attaccamento ai tuoi cari comandi irti sottoscrivo.

Castroreale, il 1 ° febbraio del 1848 / Tuo cugino, A. Salvo»

Nella notte tra il 1 ° e il 2 febbraio, le squadre barcellonesi lasciavano il paese, dirette a Messina, ove da un momento all'altro doveva scoppiare una tra le più memorande insurrezioni di popolo che la storia ricordi.  Giovani pieni di vita e d'entusiasmo, ma non certamente allenati alle fatiche di guerra, componevano quelle squadre. La passione, a lungo contenuta, metteva loro le ali, e nel cuore una tale fiamma d'amor patrio da supplire alla improvvisata preparazione bellica.

Molti altri cimenti affronteranno gli italiani discendenti da quell'eroica giovinezza risorgimentale, ma osiamo dire che nei !oro petti non si ripeterà più l'anelito romantico di allora, quello spirito di sacrificio e di dedizione incondizionata alla causa comune.

Oggi, nell'era atomica e delle conquiste spaziali, ci fa sorridere il pensare a quelle squadre di giovani, vestiti e armati alla men peggio di fuciloni e di qualche cannone dalla ridicola gittata, preceduti dalla banda musicale e accompagnati dai concittadini sino al limite estremo del comune. Ma quella giovinezza seppe fare l'Italia «una,libera, indipendente».

A Merì e a Spadafora, la nostra squadra si unì con quelle cittadine e quindi fece sosta sui monti di Cesso, dove era già arrivata la squadra di S. Lucia del Mela. Qui, i volontari siciliani, come vecchi veterani alpini, accesero i fuochi di bivacco; e dai loro petti generosi si sprigionarono i canti del Risorgimento, allora in voga.

Verso l'alba ripresero la marcia per Messina, alle cui porte il Comitato cittadino venne loro incontro e li condusse ai Cappuccini, «dove si celebrò una messa e si benedissero le bandiere; (le squadre) furono poi alloggiate nel convento di S. Francesco d'Assisi, e sentiti ringraziamenti furono diretti al Comitato di qui, che le aveva inviate» (18).

A Messina, sin dalle prime operazioni contro i regi, la squadra di Barcellona si coprì di gloria.  Primo tra tutti per ardimento e sprezzo del pericolo, il pozzogottese abate Giacomo Ilacqua, che in seguito, nel '60, vedremo spavaldamente affrontare i soldati di Bosco alla battaglia di Corriolo.

Non meno arditi furono Vittorio Fazio, Bartolo e Giuseppe Di Giovanni, Crisostomo e Luigi Maimone, Giuseppe Duci, Giuseppe Flaccomio, Giovanni Rossitto Cassata, Francesco Rugolo, Giuseppe Bombaci, Vito Giunta.

Giovanni Rossitto, la mattina del 3 febbraio, assieme al messinese Tommaso Landi, penetrò nel monastero di S. Girolamo, adibito a quartiere dei regi. La squadra li seguì e i regi si diedero alla fuga.

Nella giornata del 22, si distinsero l'abate Giacomo llacqua e Giuseppe Di Giovanni. Essi furono tra i primi ad entrare per la breccia del castello di Porta Real Basso. Ivi llacqua fece prigioniero l'alfiere Pietro Nini.

Questo primo successo, che conobbe anche l'audacia di Giuseppe Duci, Giuseppe Bombaci e Vito Giunta, non appena fu conosciuto a Barcellona, venne festeggiato dalla popolazione con grande gioia. «Fu in una volta come per incanto illuminata la città, e il mezzo busto in gesso di Pio IX, primo motore del riscatto italiano, fu portato in trionfo per le strade con fiaccole accese ed entusiastiche dimostrazioni».

Nella giornata del 25, le nostre squadre furono maggiormente impegnate e sul loro comportamento riferirono al Comitato di Barcellona i comandanti Rossitto e Di Giovanni con loro rapporto, che il presidente Fazio lesse al popolo.

«Signor Presidente del Comitato di Barcellona Pozzo di Got­to.  Se il giorno 22 fu commemorando, non è da porsi in dimenticanza quello di ieri. Tutto fu quieto sino alle ore 20, quando i traditori regi, dopo aver preparato nell'antecedente notte una fossata, tentarono, in numero di trecento circa con due pezzi dl ar­tiglieria, uscire dalla Cittadella ed avanzarsi verso il piano di Ter­ranova. Appena eransi posti fuori dalla rastigliera, ed il nostro forte dei Pellizzari attendeva che più si fossero avanzati onde tirar sovr'essi, l'intrepido abate Crimi, innanzi a cui la morte piega il ginocchio, trovandosi di posto in Terranova, avanza colla sua squadra, affronta i nemici, li mette in fuga, ed insegue i fuggitivi sin dentro la porta della Cittadella seminando di morti la strada che correvano.

Qui comincia n vivo fuoco dai nostri forti, i sacri bronzi chiamavano all'armi, un rinforzo di soldati avanza dietro la fossata, corre fa nostra squadra, e non possiamo dirle qual coraggio, quale arditezza si segnava nei loro volti.  Fra le mitraglie, le bom­be e la grandine delle palle che vomitava la cittadella, non solo essa si teneva ferma, ma fece un vivo fuoco di quattr'ore.

In tutte le altre squadre chi non comparea e chi indietreggiava, e fra tutte possiamo senza scrupolo assicurarle che i nostri impavidi non tardavano un momento a caricare e a scaricare i loro fucili sempre con profitto, e fu tanto a questa città visibile il coraggio che, passando alcuni dei nostri, tutti ad una voce gridavano: - Ecco i nostri prodi. Viva la squadra di Barcellona Pozzo di Gotto!

Alle ore 24 circa cessò il fuoco ».

Nel combattimento, i due comandanti Rossitto e Di Giovanni avevano riportato ferite.

E torniamo alla simpatica e spavalda figura dell'abate Giacomo Ilacqua, sempre pronto a menar le mani ove più cruenta arde la mischia. Non solo, ma spesso egli piglia iniziative personali che portano giovamento all'economia generale della rivolta. Impedisce l'avanzata di sorpresa che i regi stanno per compiere nella pianura di Terranova, mitragliandoli con un cannone e costringendoli a ripiegare. Snida, a colpi di cannone, un contingente di soldati borbonici asserragliati in un gruppo di casolari, e buona parte ne uccide. Rintuzza a mitragliate un assalto di regi che, nonostante l'armistizio del 27, cercano di invadere la città.

Lo storico messinese Raffaele Villari lo vede personalmente combattere con furia diabolica nel giardino del monastero di S. Teresa, dove, con un buon assestato colpo di pistola, uccide un soldato svizzero e riesce anche a ripigliare un cannone che era caduto in mano ai nemici.

Il mese di febbraio si chiudeva così vittorioso per gli insorti e se ne traevano lieti auspici per l'esito finale.

Messina, impegnata ormai in un mortale duello, chiedeva aiuti alle città consorelle. Voleva uomini, denaro, armi, munizioni e quant'altro potesse giovare alla gigantesca lotta.

Barcellona rispose all'appello generosamente e tempestivamente, come sempre. Abbattè le sue più belle quercie per costruire affusti di cannone; fuse le campane delle sue chiese; inviò sessantacinque rotoli di polvere; spedì carri, carretti, muli, buoi, cavalli, e le sue squadre furono impegnate in prima linea sin dal 1 ° febbraio.

Messina ne rimane commossa; riconoscimenti e lodi pervengono alla cittadina del Longano da ogni parte. II presidente Fazio provvede a tutto, anche con denaro proprio, senza parsimonia. Egli tratta per comprare dei cannoni ed incarica un certo Antonino Geminiani da Castroreale, il quale, non appena trovato un pezzo di artiglieria, glielo comunica con la seguente lettera: « Ca­rissimo amico, dopo aver girato tutte le batterie a due tarì, fino a quelle di tre grani, mi è riuscito, per mezzo delle spie del mestiere, di trovare questo cannone che ti rimetto quale era stato donato, ma mediante piccolo riscatto è venuto in nostre mani»...

E da un certo Emanuele Mazzeo riceve altre richieste: «...Con la massima rigorosità ed esattezza, saranno eseguiti i di lei ordini per il buono andamento della santa causa per cui siamo occupati. Mi è intanto necessità manifestarle che gli individui di Castro, Novara, Furnari e Mazzarà, trovandosi sprovvisti di munizioni di guerra, o sia cartocci, ond'io la prego degnarsi equipaggiarli a ciò nell'occorrente non venisse meno il servizio per cui siamo chiamati»...

Messina aveva dichiarato, di fronte all'attonita ammirazione del mondo: «Il fuoco continua fortemente d'ambo le parti. La città soffre arsa. Siamo decisi a morire sotto le ruine per la libertà siciliana! » (19).

Ferdinando ll, che aveva soffocato nel sangue, il 15 maggio del 1848, la patriottica insurrezione dei napoletani, volendo farla finita con l'eroica Messina, invia una squadra «forte di quattro fregate a vapore, una fregata a vela, di ventuno barche cannoniere e di altri piccoli legni >>, la quale, «all'alba del 3 settembre 1848, fu osservata sotto i baluardi della cittadella. 11 divisamento d'un imminente attacco rendevasi chiaro per quei legni colà riuniti» (20).

Lo stesso Domenico Piraino, gloria e vanto dell'eroismo milazzese, nominato dai messinesi presidente del Comitato di guerra, così descrive gli avvenimenti:

«La giornata del 3 settembre in Messina segna l'epoca più gloriosa della nostra rivoluzione. L'esecrato despota napolitano, sperando di potere consumare anco in Sicilia un 15 maggio, ieri al l'alba, forte di molti vapori, fregate e barche cannoniere, tentò l'aggressione di Messina dalla parte di Maregrosso. I legni di guerra, i bastioni don Blasco, e le batterie della cittadella attaccarono di sorpresa il fortino di Sicilia. Questo, dopo d'aver sostenuto l'impeto d'un fuoco sopraffacente, venne in potere dei regi, sbarcati e sortiti dalla cittadella. Allora le nostre batterie ruppero in fuoco generale. Sopravvenuti i nostri, con coraggio da leoni, attaccarono il nemico, e fin colla baionetta lo ricacciarono all'estrema sponda, donde dovette vilmente rifugiarsi e nelle barche e nella cittadella, abbandonando l'aggredito fortino e lasciando il suolo coperto di cadaveri. Onore all'incomparabile ed invitta costanza dei nostri intrepidi artiglieri. Lode all'operoso corpo del Genio. Onore al 10° e 11' di linea, ai molti militi della Guardia nazionale, alla maggior parte delle nostre squadre. La G.N. si rese am­mirabile per solerzia e zelo patriottico, nel mantenere l'ordine, la sicurezza interna. Onore al popolo che sostiene con sublime slancio lo sforzo prolungato e vandalico di questa infame guerra>>.

Onore alla maggior parte delle nostre squadre, tra cui quella di Barcellona è ancora una volta tra le prime a sferrare l'attacco: l'indiavolato abate Giacomo Ilacqua, durante quest'azione, come abbiamo accennato, fa fuori uno svizzero che aveva mancato un colpo di pistola contro di lui. Prende di sorpresa alla spalle un gruppo di regi che, impossessatisi d'un cannone, stavano per puntarlo contro i volontari. «Ferisce nella gamba un artigliere, fa saltare ad un altro il keppj; gli altri si danno alla fuga, e vittorioso riguadagna il cannone e lo pone in salvo» (21).

Nella giornata del 6, Messina veniva sottoposta ad uno spietato bombardamento da parte della flotta nemica, allo scopo di effettuare lo sbarco delle regie truppe. A contrastare il passo al nemico, ch'era riuscito nell'intento, si fanno sotto, oltre il 10° e VI 1 ° di linea, le squadre e la Guardia nazionale.

È in quest'azione che, colpito da una palla in fronte, muore Pagnocco, comandante delle squadre trapanesi, e viene ferito ad un braccio il maggiore Sant'Antonio. È in quest'azione che si fa nuovamente ammirare per il suo coraggio leonino l'abate Giaco­mo Ilacqua, che ferisce ad un gamba e fa prigioniero un soldato borbonico, certo Angelo Costanzo.

Si distinguono inoltre in questa azione Giuseppe Rossitto e molti altri barcellonesi della quarta compagnia del 10° di linea, tra cui Giovanni Saraò e Antonino Munafò, che riportano ferite leggere.

Dobbiamo ora parlare di un episodio singolare, riportato dal solo Rossitto e che si inserisce nelle cinque giornate di Messina. Ne fu protagonista certo Francesco Rugolo, di Barcellona.

Dal colonnello Interdonato era stato lasciato, assieme ad altri dieci volontari, a custodia della posizione del Porto Franco, sotto cui era stata posta una mina, e di là si doveva vigilare il nemico, se mai fosse avanzato dai forti della cittadella.

I1 Rugolo espresse il suo scetticismo circa l'efficienza della mina, asserendo che la forte umidità dei luoghi l'avrebbe resa inservibile e quanto mai pericolosa per chi si accingesse a darle fuoco. Ma non venne ascoltato.

Combattè il Rugolo, frattanto, contro i regi, che, montati sul piano superiore del palazzo Porto Franco, aprirono un fuoco nutrito sui difensori. Ad un certo punto, la situazione della guarnigione divenne insostenibile. Il Rugolo, visto l'imminente pericolo in cui versava la città per la sicura avanzata dei regi, si decise a dar fuoco alla miccia. Epperò, secondo le sue previsioni, la pol­vere nel tubo che passava sotto la strada si era inumidita per le abbondanti pioggie cadute dal 5 al 6, per cui la carica, non potendo andare avanti, tornò fulmineamente indietro con inaudita violenza, bruciando da capo a piedi il Rugolo. Questi, più morto che vivo, venne ricoverato all'Ospedale dei Cappuccini gravemente ustionato. Miracolosamente guarito, ottenne una pensione dal governo nazionale.

«Alcuni storici» afferma il Rossitto «mettono in dubbio questo glorioso episodio; ma è indubitato che, essendo tornato il Rugolo in patria immediatamente dopo la caduta di Messina, noi stessi potemmo vederlo coperto di cicatrici ed annerito come un minatore, e dalla sua stessa bocca apprendere questi particolari, che ancora conferma. Egli mostra le onorate cicatrici prodotte da quelle ustioni».

Un qualche riscontra di questo episodio si può ricavare dall'accenno che ne fa il Piraino: «Il Porto Franco già brulicava di regi: quell'edificio, già minato, era stato dai nostri abbandonato appena fu minacciato dal nemico. Arrivato il momento opportuno la miccia non esplose» (22).

Come si nota, sono descritte qui le condizioni obbiettive del luogo e della mina, non si fa cenno al gesto del Rugolo. La lacuna viene colmata dal Rossitto, al quale possiamo credere, per che, pur essendo scrittore di cose municipali, si mostrò sempre quanto mai minuzioso annotatore dei fatti. Basti pensare che, in mezzo alle calunniose dicerie di alcuni storici dell'epoca contro il comportamento dei milazzesi, è l'unico che, mettendo da parte ogni basso livore campanilistico, rende chiara giustizia al patriottismo intemerato dei vicini confratelli.

Nonostante l'eroismo dei messinesi, senza distinzione di ceto, di corpo, di censo, tutti nelle strade, a battersi, per 5 giorni, nonostante gli aiuti ricevuti da ogni parte dell'isola, Messina deve cedere alla strapotenza nemica, tra immani distruzioni.

Avvampa ancora di tanto in tanto l'ira della difesa, la rabbia del popolo si scatena negli ultimi furiosi combattimenti. Ecco Rosa Donato incitare i rivoltosi a non mollare. Ecco il popolano Lanzetta compiere atti di prodigio. a<E furono viste delle tenere mogli, delle vecchie madri, fuggendo non dal nemico ma dall'elemento distruttore scatenato da tutti i punti, ad incitare i loro ma­riti, i loro figli, a combattere fino alla morte in difesa della patria» (23).

«Indicibili gli orrori del saccheggio, gli stupri, gli assassini, le crudeltà più nefande, mentre Messina ardeva come un'immensa fornace, avvolgendo vincitori e vinti» (24).

Mentre si stipula l'armistizio, fitte schiere di profughi messinesi si rifugiano in provincia. Barcellona li accoglie a braccia aperte. Al contempo, fanno ritorno in patria le squadre di Barcellona, anch'esse duramente impegnate in quelle epiche giornate.

 

(15) Cfr. Luigi Sottile, La. Mia condotta pubblica e privata, Tipografia Russo e Genovese, Barcellona 1921.

(16) F. Rossitto, La città di Barcellona, op cit. . pp 286-87.­­

(17)  Cfr. F. Rossitto, La città di Barcellona, op cit.

(18) F. Rossitto. La città  di Barcellona, o p. cit. p. 286

(19) Cfr.(Ai- .Giornale Officiale  di Palermo n.102          IU, 6 settembre.

(20) Domenico Piraino, Memorie storiche messinesi, Principato, Messina, 1930.

(21) F. Rossitto, La città di Barcellona, op, cit., p. 321

(22) D. Piraino, Memore storiche di messina , op. cit., p. 51.

(23) D. Piraino, Memone storiche di messina, op. cit.

(24) Achille Bizzoni, Garibaldi nella sua epopea, Sonzogno, Milano, v. 2.

 

Prima di passare ad esaminare la paradossale situazione in cui venne a trovarsi Barcellona in seguito all'armistizio, è giusto parlare della entusiastica partecipazione della città del Longano alla spedizione nelle Calabrie.

Ci riferiamo ai fatti del 31 maggio e del 1 ° giugno del '48. Abbiamo accennato, nel precedente capitolo, al fallito moto insurrezionale napoletano dei giorni 15-16-17, soffocato nel sangue.

Dal Parlamento siciliano era nuovamente partito il grido dell'esecrazione e della riscossa. Esso votò una legge con la quale veniva autorizzato il potere esecutivo ad organizzare delle spedizioni in Calabria onde aiutare quel popolo contro Ferdinando di Borbone.

Il giornale Il Parlamento appoggiava l'opera del governo nazionale, incitando gli animi con scritti di fuoco: « I giorni dell'empio sono brevi. Stia pur chiuso dentro una rocca: si avviluppi fra un'orda di lazzaroni, da lui abbrutiti perchè fossero al bisogno strumento d'ogni suo nefando pensiero; s'accerchi dei suoi mercenari svizzeri; proclami bottino a saccheggio, strugga palagi, precipiti donne e fanciulli dalle alte finestre, ne faccia schizzare le midolla, sorrida in faccia a quegl'infelici cui la sventura ha fatto smarrire la ragione, l'ira del popolo lo raggiungerà tosto, e ricco di esecrata prole lo farà bene tremare per più vite». .

Il popolo poi beffeggiava lo stesso Ferdinando con improvvisati canti popolari, tra cui quello famoso, in cui è detto:

 

Pensa a li soi tirribuli

casteddi e bastiuna,

chini di baddi e pruvuli,

di bummi e di cannuna,

e non si pò pirsuàdiri

comu sti don Pasquini,

infra d'un nenti pòtturu

sfunnaricci li rini.

 

I1 31 maggio giungevano a Barcellona le schiere di valorosi dirette nelle Calabrie. Come al solito, il popolo tributò loro accoglienze trionfali e diede la più generosa ospitalità. Erano circa trecento giovani.

Il comandante della 1 a divisione, colonnello principe di Grammonte, e il comandante della Ila divisione, maggiore Pasquale Bruno, espressero pubblicamente il loro riconoscimento per le accoglienze ricevute.

Non si limitarono però i barcellonesi alle parole d'entusiasmo otto di essi si arruolarono per la spedizione: Paolo Gambadauro, F. Masuri, Filippo Ponzio, Giuseppe Di Giovanni, F. Isgrò, Salvatore Greco, Girolamo Castellino, Antonino Oliva.

Sul passaggio dei volontari della spedizione calabrese esistono 5 documenti, rappresentati da lettere i cui autografi sono gelosamente conservati, in Salina, dalla signora Iacono, figlia del Prof. Di Benedetto, che con squisita sensibilità ce ne ha consenti la pubblicazione.

 

Ai fratelli di Barcellona

I Volontari Siciliani

 

Fratelli!! Coloro, che da Palermo corrono sotto la bandiera di libertà, corrono alla guerra contro il Tiranno dei popoli, non possono frenare l'espressione di un affetto sacrosanto, che sentono fortemente agitarsi nel cuore.

Quella è parola di riconoscenza a Voi, Siciliani di Barcellona,  eminentemente Siciliani! Essa può appena esprimere ciò che comprende, può appena rispondere a quei vincoli fraterni, che ci legano ed eternamente ci legheranno!

Lode e gloria alla Guardia Nazionale di Barcellona!

Lode e gloria a tutto questo popolo generoso!!

L'unione del popolo siciliano fu l'arma potente contro la quale i tradimenti e la forza del Tiranno s'infransero!

Accettate queste parole essere pegno sincero della più alta riconoscenza, e se non uguagliamo la generosità di coloro a cui son dirette, che almeno si degnino di compatimento.

Pei volontari, Luigi La Porta

 

Un addio

Ai fratelli di Barcellona, i Siciliani di Palermo.

 

Noi vi lasceremo!... Dio sa con qual cuore... Se il dovere imperioso verso la Patria non c'intimasse la partenza, chi potrebbe mai strapparci al bacio santissimo dell'amicizia?

Fratelli! La vostra ospitalità ci ha divinizzato, la stessa morte non è più per noi che un piacere... un desiderio.

Sì, popolo generoso; quando tu, ispirato ai patri affetti, ci confondevi con la tua generosità, centuplicavi l'animo e il braccio dei difensori della Patria, immortalavi il tuo nome in una pagina delle più gloriose.

Noi ora abbiamo incominciato a comprendere quanto nobile ricompensa ha il prode, che sparge il sangue per la causa della libertà.

Barcellona! Nobile paese! Noi non sappiamo se più splendente di gloria ti presentavi alla Sicilia, quando col braccio dei tuoi prodi combattevi contro il Borbone tiranno, od ospitale accoglievi nel tuo grembo i Siciliani di Palermo.

... Se nei campi di Calabria incontreremo una onorata morte, per sempre addio.... Se però ritorneremo, allora la gioia della vittoria sarà confusa col bacio della riconoscenza.

Per i Siciliani di Palermo, Luigi La Porta

 

Ai fratelli di Barcellona I Volontari Siciliani

 

La voce della gratitudine scende nel cuore dell'uomo, più dolce ed imperiosa d'ogni altro sentimento: e chi non sentivasi con mosso di questo dolce piacere alla grata accoglienza di Barcellona?

Veramente il semplice spirito della libertà bastò a diffondere nell'animo dei Siciliani tutti, quel caldo amor patrio quasi incentivo di gloria e di entusiasmo.

Già noi ci sentiamo commossi alle lagrime pel gentile modo col quale ci avete accolti, ci reputiamo fortunati d'avervi simpatizzati e con quell'entusiasmo che la natura ci ha pienamente elargito, vi porgiamo i più vivi ringraziamenti e ci protestiamo di essere particolarmente stretti e legati.

Grazie alla Guardia Nazionale e a tutti i cittadini di Barcellona.

I Volontari Siciliani

 

Viva il popolo di Barcellona!

 

I segni di amore che ci avete mostrato, o cittadini di Barcellona, destarono nel cuore della nostra armata il desiderio di potervi in qualunque modo addimostrare grande riconoscenza.

Ma voi siete troppo generosi e noi a prova conosciamo che ogni parola di ringraziamento sarebbe per voi un rimprovero.

Figli di un'unica terra, sapete benissimo che siamo tutti fratelli e come fratelli non esigerete ringraziamenti.

Risorti dall'antico servaggio, riguardate ogni fazione del polo siciliano come voi stessi, ed avete benissimo raccolto i! frutto della vittoria, formandovi un cuore libero, italiano, sublime.

Quindi a nome di tutta l'armata non ringraziamenti si esterneranno, o cortesissimi cittadini, ma vi do - e per sempre accettate - il bacio della più sincera unione; e vi invito, o Barcellona generosa, di amare e difendere la nostra Sicilia e l'Italia, e di odiare il tiranno non ancora interamente sconfitto.

Viva la fratellanza, gridiamo tutti concordi, viva dunque quel vincolo di perfetta armonia, che ci ha resi formidabili in faccia alla tirannide già crollata in Europa.

Per tutta l'armata, il Comandante

 

All'amatissima Barcellona

Gli ufficiali dell'Esercito Nazionale de' volontari

 

I sentimenti di gratitudine rinserrati per poco nell'imo dei nostri petti, per la gentilissima tua accoglienza, madre di nobilissimi figli, è nostro dovere esternarti.

Mille voci per organo di altrettante lingue, no, non sono sufficienti per ringraziarti della tua amabilità, sorella di Palermo e di Messina, figlia notevolissima, che hai già fatto crollare di mano gli scettri ai formidabili tiranni.

La missione nostra è ben altra e noi là sui campi di battaglia nelle Calabrie, ove altra speme non avremo che il compianto solo, nel caso della nostra perdita, che mai non sia, battendoci per ultimare la causa santa intrapresa con gli infami satelliti de l'empio Bombardatore, ricorderemo con gioia le tue sincere cordialissime accoglienze, che non oblieremo giammai, anche dopo la nostra morte, nel soggiorno dei Martiri della nostra Patria.

Accogli questi nostri ringraziamenti e prega che l'ora estrema del nostro carnefice venga a toccare sotto di uno di noi, che senza tema a ciò fare si precipita.

Gli Ufficiali: Giuseppe Ricciardi, 2° tenente

Andrea Lo Nigro

 Antonio Lanzerotto, alfiere

Sebastiano De Francisci, alfiere

Pietro Pignocco, alfiere

Giuseppe Pennucci, alfiere

­Gaspare Floritta, alfiere

Comandante la I° divisione, Principe di Grammonte

Comandante la 2 ° divisione, Pasquale Bruno

 Maggiore Aiutante, Giovanni Leone

 Per i volontari, Gaetano Priolo

 Antonino Parlatore

 

I volontari sbarcarono a Paola il 14 giugno. I1 loro nobile tentativo di fare insorgere la Calabria falli. La rivolta venne domata con la solita dura repressione di marca borbonica. Gran parte degli insorti furono condannati a morte o ai lavori forzati a vita, bagni di Nisida.

Degli otto barcellonesi, solo Antonino Oliva riuscì a sfuggire alla cattura, dandosi alla fuga e riparando a Corfù. Ritornato quindi in patria, riprese la sua attività di cospiratore, per cui venne  braccato dalla polizia borbonica. Mentre veniva perquisita la casa ove si teneva nascosto, sentendo avvicinare gli sgherri cantina, s'immergeva in una vasca d'olio, sfuggendo così alla sicura pena capitale. Nel 1860 partecipò alla battaglia di Milazzo.

 

Nel caos generale determinato dalla caduta di Messina, sorgeva il problema di non far cadere anche la fortezza di Milazzo in mano al nemico (25).

Essa era presidiata da una guarnigione comandata dal colonnello Sant'Antonio. Chiamato questi ad accorrere in aiuto di Messina, il presidente del municipio di Milazzo si rivolse a Barcellona onde ottenere un contingente di uomini per la difesa del forte.

Da Barcellona partì subito Vittorio Fazio Salvo con 150 uomi­ni della Guardia nazionale. Essi furono alloggiati nel convento di S. Francesco di Paola, pronti, come sempre, a compiere il loro dovere.

Senonchè, giunto il La Masa in Milazzo, reduce dalla sventurata Messina, per motivi tutt'oggi non molto chiari, determinò di abbandonare la piazza e di ritirarsi a Barcellona. Si giustificò in seguito, in un suo rapporto, scaricando la colpa su Orsini e sulla mancanza di munizioni. Milazzo venne occupata dalle truppe regie, senza colpo ferire.

Sembra, però, che nella resa di Milazzo abbia avuto parte non indifferente un certo Giuseppe Mortelliti, di Villa S. Giovanni. Questi svolgeva servizio di spionaggio a favore del governo bor­bonico. Servendosi di un telegrafo, posto nel territorio di Patti,

(25) Domenico Piraino attribuisce la caduta di Messina alla insipienza di La Masa e di Orsini, accusandoli addirittura di tradimento. Nelle sue Myuone storiche messinesi, critica aspramente sin dal giorno 3 l'operato dei due comandanti militari.

Nel caos generale determinato dalla caduta di Messina, sorge­va il problema di non far cadere anche la fortezza di Milazzo in mano al nemico (25).

Essa era presidiata da una guarnigione comandata dal colonnello Sant'Antonio. Chiamato questi ad accorrere in aiuto di Messina, il presidente del municipio di Milazzo si rivolse a Barcellona onde ottenere un contingente di uomini per la difesa del forte.

Da Barcellona partì subito Vittorio Fazio Salvo con 150 uomini della Guardia nazionale. Essi furono alloggiati nel convento di S. Francesco di Paola, pronti, come sempre, a compiere il loro dovere.

Senonchè, giunto il La Masa in Milazzo, reduce dalla sventurata Messina, per motivi tutt'oggi non molto chiari, determinò di abbandonare la piazza e di ritirarsi a Barcellona. Si giustificò in seguito, in un suo rapporto, scaricando la colpa su Orsini e sulla mancanza di munizioni. Milazzo venne occupata dalle truppe regie, senza colpo ferire.

Sembra, però, che nella resa di Milazzo abbia avuto parte non indifferente un certo Giuseppe Mortelliti, di Villa S. Giovanni. Questi svolgeva servizio di spionaggio a favore del governo borbonico. Servendosi di un telegrafo, posto nel territorio di Patti, avrebbe ingenerato confusione d'idee tra Palermo e Milazzo. Caduto in sospetto, venne arrestato; ma, per un complesso di circo­stanze a lui favorevoli, non subì il processo, ottenne la libertà e di questa si giovò ancora nel '60 per servire la causa del Borbone.

Intanto, da Barcellona era un continuo passaggio di sbandati e di fuggitivi, ai quali si univano i peggiori delinquenti, che attentavano nottetempo alla proprietà privata. Squadre di sbandati reduci da Messina, laceri ed affamati, facevano man bassa di tutto, tenendo la popolazione in continuo allarme. Una povera donna fu trovata morente in un biviere di campagna. Le avevano mozzato le orecchie per portarle via gli orecchini. Fu ucciso per errore uno sventurato messinese, ritenuto autore di un furto sacrilego nella chiesa di S. Maria dell'Idria.

«Partite le squadre, uno squallore di morte regnava nel paese: chiuse le botteghe, serrati gli usci delle case, dispersi qua e là i cittadini per le campagne: tutto aveva l'aspetto di un sepolcreto» (26).

Ma i giorni più duri dovevano ancora venire per Barcellona.

In seguito all'armistizio, stipulato il giorno 12, per la mediazione dei plenipotenziari inglesi e francesi, tra il Governo nazionale e Ferdinando II, si doveva procedere a stabilire la linea d. demarcazione delle zone territoriali di competenza.

Prima che ciò avvenisse e si conoscesse qual sorte spettasse a Barcellona, se cioè doveva appartenere al Governo nazionale o al Borbone, un contingente di truppe regie piombò sulla cittadina per sottometterla con la frode o con la violenza.

Giunse il tenente Armenio con 51 carabinieri a cavallo, costringendo il vecchio sindaco ed altri due anziani (Sebastiano De Luca S. Giorgio, Sebastiano De Luca Feanza, Melchiorre Consi­glia) a firmare un atto di sottomissione. Ma la popolazione, venuta a conoscenza che truppe regie nella notte avevano invaso la città, si adunò in piazza S. Sebastiano tumultuando. La truppa ebbe timore, tanto più che si era sparsa la notizia che si appres­savano squadre palermitane, ed Armenio ritenne prudente battere in ritirata.

Appena i regi lasciarono la città e si venne a sapere della umiliante firma di soggezione apposta dai tre vecchi, sia pure in stato di costrizione e di necessità, la popolazione non si ritenne soddisfatta, e 101 persone firmarono la seguente dichiarazione: «Da noi qui sottoscritti cittadini di Barcellona Pozzo di Gotto si certifica che in questa città niun soldato delle truppe di re Ferdinando II era venuto pria del 14 settembre corrente non che nei suoi din­torni e che solamente la sera del 14 corrente circa 49 soldati a cavallo entrarono in paese. Certifichiamo che, restando la sera, procuravano con tutti i mezzi far firmare ai più distinti cittadini una carta da loro presentata e da niuno firmata se non da un solo funzionante da Sindaco, il quale obbligato con la forza ed intimorito dalle minacce, non potè fare a meno di firmare. Certifichiamo che tale firma può riguardarsi come individuale e che essa non esprime affatto il voto del popolo, il quale è ben altro. / Barcellona Pozzo di Gotto, 21 settembre 1848».

Seguono le firme di Litterio Rotella, arciprete; Mario Fazio, Comandante la G.N.; Valentino Maimone; Bartolomeo Di Gio­vanni; Antonio Longo; Carmelo Marullo; Alessandro Teresi; Luigi D'Amico, alfiere della G.N.; Francesco Di Giovanni; Giuseppe Cammareri; abate Salvatore Mazzeo; Orazio dott. Aliquò; sacerdote Antonino Aliquò; Pietro Fugazzotto; Giuseppe Dalia; dott. Francesco Aliquò; Stefano Aliquò; Antonino Iannelli; Salvatore Fugazzotto; Stefano Ribera; Giovanni Marullo; Michele De Rue­da; Diego Flaccomio; Giuseppe De Francesco; Vito Barbuto; Vito Casdia; Giovanni Rossitto; Nicolò Longo; Antonino Rossitto; Giuseppe Rossitto; Cosimo Flaccomio; Francesco Recupero; Antonino Franchina; Biagio Papa; Giovanni Flaccomio; Giovanni Lazzaro; Michelangelo Consiglia; Mariano Cambria; Giuseppe Flores; Giuseppe Recupero; Bartolomeo Cattafi; Luigi De Luca; Letterio Franchina; Carmelo De Luca; sac. Luigi Cutroni; Vito Maimone; Domenico Livoti; Giuseppe Caccamo; Placido Recupero; Antonino Sottile; Salvatore De Luca; Fortunato Gregorio - Giacomo Todaro; Biagio Recupero; Pasquale Basilio; Michele Papa; Giuseppe Torre; Giuseppe Perroni; Franco Papa; Antonino De Luca; Michelangelo Romano; Francesco Basilicò D'Amico; Francesco Di Giovanni; Giuseppe Fugazzotto; Giuseppe Mazzeo; Orazio Mazzeo; Sebastiano Perroni; Giovanni Pettini; sac. Michele Isgrò; Emmanuele Spagnolo; Antonio Di Giovanni; Antonio Panzia; Giovanni Di Giovanni; sac. Francesco Cullorà; Marco Ponzio; Sebastiano Alicò; Antonino Biondo; Salvatore Siracusa; Francesco Spagnolo; Pietro Genovesi; Francesco Carboni; Domenico Buda; Felice Runcio; Michele Marullo; Antonino Duci; Fortunato La Motta; Gioacchino Cavallaro; Federico Siracusa; Remigio Marullo; Michele Nicolaci; Luciano Biondo; sac. Giuseppe Rotella; sac. Gregorio Ponzio; Giovanni Aliquò; Saverio Cavallaro; Domenico Nicolaci; Silvestro Nicolaci; Fortunato Longo; Felice Mazzeo, Crisostomo Maimone; Gaetano Russo; Antonino Rotella; Giovanni Galluppi; Sebastiano Mannucci; Francesco Chillemi; Salvatore Barresi; Gaspare Recupero; sac. Antonio Ilacqua; Vito Rossitto Cassata; Girolamo Papa; Teodoro Sottile.

I nomi dei firmatari furono certificati dal prof. Filippo Bucolo (annotatore della citata opera del Rossitto) in Palermo. «Giornale Officiale». n. 127, del venerdì 6 ottobre 1848, dove si leggono parole di elogio per la cittadinanza.

Dimostrò indubbiamente Barcellona in quel critico frangente una grande forza d'animo, quando si pensa ch'essa nulla aveva più da sperare dalle sorti di Messina ed era tagliata fuori dalle comunicazioni con Palermo. La fine di Messina avrebbe potuto suggerirle almeno la prudenza: orbene essa dichiarò inequivocabilmente di non volersi sottoporre al vittorioso Borbone, a costo di subirne le più gravi conseguenze.

Nella giornata del 24 settembre, il colonnello Carlo De Carolis lo stesso tenente Giuseppe Armenio, al comando di una nutrita colonna di regi, con alcuni pezzi di artiglieria, si diressero su Barcellona, facendo sosta al confine orientale del paese, nei pressi del torrente Idria.

Quindi, invano cercarono messi che andassero a chiamare le autorità. Riusciti inutili i tentativi di servirsi di alcuno per le loro ambascerie, i due ufficiali si recarono personalmente al «Circolo di conversazione» per trattare coi notabili del paese. Cominciarono con le lusinghe e, conoscendo le segrete aspirazioni dei barcellonesi, promisero che avrebbero fatto elevare il loro comune a capo-distretto. Poi passarono alle minacce: avrebbero fatto occu­pare la città dai 2.000 uomini che stanziavano dietro i bastioni dell' ldria.

Non avevano finito di profferire queste parole che quattro cittadini, e precisamente i giovani avvocati Salvatore Siracusa, Salvatore Fugazzotto, Carmelo Aliquò, Lorenzo Mazzeo «rispondevano con ardimento che, a un sol fischio, avrebbero fatto scendere dai vicini monti e dai paesi circonvicini migliaia di contadini che avrebbero fatto a pezzi la truppa napolitana» (27).

Di fronte a tanta intrepidezza, non rimase al colonnello De Carolis che venire a più miti consigli. Si riunirono in una stanza a pianterreno di casa Fazio, in via S. Filippo Neri, da una parte De Carolis rappresentante Ferdinando II, e dall'altra i quattro giovani forensi, ed ivi decisero che l'occupazione di Barcellona doveva dipendere da quanto i rispettivi governi avrebbero deciso.

Per due giorni e due notti, le truppe di De Carolis dovettero bivaccare dietro i bastioni dell'ldria, sotto l'imperversare della pioggia e senza che alcuno offrisse una stamberga per alloggiare lo stato maggiore.

Mentre la cittadinanza, affrontando seri pericoli di distruzione si opponeva con i fatti all'occupazione borbonica, il colonnello Castiglia e il capo di stato maggiore, inviati dal Governo nazionale a difenderla, si limitavano a lasciare una semplice formale protesta, mentre La Masa e Orsini avevano già abbandonato il paese.

Molto presto la generosa Barcellona conobbe la propria sorte: essa era stata inclusa nella striscia territoriale ricadente sotto la giurisdizione borbonica.

Secondo la convenzione, infatti, «la linea napoletana dovea cominciare alla congiunzione della strada di Barcellona, Centineo, Pozzo di Gotto, creste di Rosimano, Altolia, Scaletta. La linea siciliana doveva aver principio a capo Tindari e, per Casalnuovo ­(oggi Basicò), Tripi, Noara (l'odierna Novara), Graniti e Mola doveva giungere a Taormina. Tutto il territorio compreso fra le due linee e perciò anche la nostra città (Castroreale), rimaneva neutrale» (28).

Piegata dagli eventi, Barcellona subiva le conseguenze dell'iniquo trattato. Essa fu segnata da una linea di demarcazione che la ridusse a brani, con grave disagio del commercio e della sicurezza pubblica in quanto incerta rimaneva la zona di competenza per 1'esercizio della giurisdizione civile e penale e per l'imposizione dei tributi. Non solo, ma, in odio all'occupazione delle truppe regie il paese si spopolò, i migliori cittadini emigrarono. Le campagne rimasero alla merce della soldataglia, che fece scempio delle culture. Da ogni parte il centro abitato era circondato da truppe come se fosse assediato.

Si cercò allora di adoperare, con quelli che erano rimasti, l'arma della corruzione, per far loro accettare cariche pubbliche ed impieghi. Si promise ancora una volta che si sarebbe elevata Barcellona a capoluogo di circondario. Inutilmente.

 

(25) Domenico Piraino attribuisce la caduta di Messina alla insipienza di La Masa e di Orsini. accusandoli addirittura di tradimento. Nelle sue memorie storiche messinesi, critica aspramente sin dal giorno 3 l'operato dei due comandanti militari.

(26) F. Rossitto La città di Barcellona, op. cit.

(27) F Rossitto, La città di Barcellona, op- cit., p. 352 Cfr. pure S. Mazzei. Storia si Barcellona P.G., Tipografia Montes Girgenti, 1910.

(28) M. Casalaina, Castroreale, op. cit, p. 72.

 

Sul fiero comportamento dei barcellonesi in quel turbinoso an­no 1848, esistono valide ed autorevoli testimonianze.

«Ieri 4 ottobre, Milazzo e Barcellona furono in gran festa, fatta dai soli satelliti del Bombardatore, per la ricorrenza del gior­no onomastico del primogenito suo; anzi in Barcellona, perchè non voleva loro aprirsi la chiesa, eglino stessi inveirono contro il luogo sacro, e dopo di averlo violentemente aperto, non potendo trovare un prete per fare la benedizione del Santissimo, andarono ad arrestare un monaco di S. Antonino, e con la forza gli fecero cantare l'inno ambrosiano, fra raddoppiati colpi di moschetteria e cannoni da montagna. In Barcellona non vi sono più famiglie, mentre sono disperse per le campagne, e fin'ora i regi non hanno potuto trovare un solo uomo per farlo sindaco».

(dal «Giornale Officiale» Palermo, 7 ottobre 1848). «L'intendente Celesti va percorrendo invano la contrada che è tra Messina e Barcellona: invano sparge parole conciliative, avvi­si, proclami ed ordini che tutte le autorità ed i funzionari di ogni ramo riprendano immantinenti l'esercizio delle proprie funzioni. Egli predica al deserto. I cittadini fuggono più lontano l'aspetto dei regi ed i più bisognosi preferiscono, renunciando allo stipendio, soffrire onorata miseria, anzicchè fare un atto qualunque di adesione verso il nemico della patria».

«In Barcellona, un sergente fa da ufficiale della posta, ed un altro farà bentosto da sindaco, poichè fra i rarissimi cittadini che ivi restavano, taluni che ebbero l'invito di occupare la carica di sin­daco, fuggirono in Castroreale, abbandonando moglie e figli ed ogni loro avere. Nè questo onorevole rifiuto è privo di abnegazione e di eroismo, poichè lo sgherro feroce del dispotismo, presso di cui i nobili sensi di orgoglio nazionale non hanno ingresso, punisce a suo modo selvaggio chi si rifiuta».

«Pria però di passare alle punizioni, Celesti tentò in Barcellona l'ultimo colpo di mano. Cercò convocare l'antico collegio dei decurioni, promettendo onori ed impieghi a piene mani. Assicurava che al primo atto di sottomissione, avrebbe fatto elevare il paese a capoluogo di distretto; sapeva che quello era un antico desiderio, e cercava così adescare il pubblico ed eccitare odi con Castroreale, allora sotto il dominio del Governo nazionale, ma fu tutto inutile; quanto più insisteva altrettanto più forti erano le ripulse».

(dal «Giornale Officiale di Sicilia», n. 161, 19 ottobre 1848).

 

«ln Barcellona, non essendo riusciti i borbonici ad avere un atto decurionale, che mostrasse apertamente la sommissione di quel popolo al governo che aborre, tornati vani gli adescamenti di chiedere, nella certezza di conseguirlo, di elevarsi quel comune a capo distretto, e stabilirsi là la sede del sottointendente, hanno procurato di venire a capo con mezzi indiretti, insinuando al decurionato di proporre un mutuo dai fondi regi addirsi ai fondi di quel municipio in mancanza di risorse proprie».

«Ma anche questo tentativo è tornato vano: quel collegio ha fatto la vista di riunirsi per deliberare in merito e si è sempre sciolto senza nulla deliberare per mancanza di numero, e perchè i decurioni Bucalo e Basilicò hanno manifestato apertamente la loro opinione di non conchiudere giammai nessun atto decurionale e si sono negati a compilare un notamento per gli alloggi forzosi, furono minacciati di arresto ed hanno dovuto fuggire da Barcellona. »

(Rapporto di Domenico Piraino, inviato da Castroreale, il 13-12-1848, al Governo di Sicilia).

L'intendente Celesti, con avvisi e proclami disponeva che autorità e funzionari di un tempo ripigliassero a servire il monarca. Ma nessuno rispondeva all'appello, nè alle blandizie che il poli­ziotto astuto metteva in atto, col metodo del pugno di ferro e guanto di velluto. Per sottrarsi alle sue rappresaglie, molti dovet­tero lasciare furtivamente la città.

I1 Rossitto descrive molto efficacemente quelle «diserzioni» in massa, e nomina uno per uno i fuggitivi, quasi a consegnarli all'ammirazione dei posteri: «D. Gaspare Recupero, percettore delle pubbliche imposte, si ricoverò in Palermo e poi in Castroreale; D. Antonino De Luca Franza, ricevitore delle imposte e diritti diversi, si dimise e si ritirò in Castroreale; i due De Luca, che avevano firmato il famoso atto di sommissione del 14 settembre, si rifugiano nelle campagne vicine; l'ufficiale postale D. Giovanni Zangla lasciò l'impiego e fuggì; il marchese Ferdinando D'Amico, cancelliere comunale, decise risolutamente di non volere prestare servizio; D. Paolino Vasari, giudice del circondario e don Rosario

 

Soraci suo cancelliere, insieme col commesso D. Felice Caizzone, si diedero alla fuga; due servienti comunali Francesco Flores e Salvatore Munafò emigrarono anch'essi a Castroreale. Anche l'indigente Carmelo Mendolia, guardia urbana, si contentò con l'impiego perdere la vita per inedia, non potendo in quelle turbolenze aver alcun soccorso.»

A1 Celesti non rimase che ripiegare su altre non difficili soluzioni, violando la legge ed assumendo anche degli individui che per conclamata disonestà erano stati licenziati dall'impiego.

Egli indusse ad accettare la carica di sindaco il milazzese Francesco Calì e il di lui fratello nominò cancelliere. Con altri ele­menti raccogliticci, riuscì a varare un'amministrazione malvista da tutti e alla mercè della polizia.

Fu un periodo di vero caos, in cui si verificarono allarmanti fenomeni di feroce criminalità, per lo più impuniti.

Per i liberali nessuna pietà provava Ferdinando, mentre di solito egli stesso imponeva al suo ministro Cassisi di graziare i delinquenti comuni. E per quanto il ministro si sforzasse di far ca­pire che si trattava di autori di orrendi crimini, egli, dopo aver fatto finta di ascoltarlo con disgusto, finiva per raccomandargli con un sorriso: «Fagli la grazia».

Racconta il Di Benedetto che l'odio del Borbone contro i liberali era così cieco che, quando non si potevano perseguitare con procedimenti più o meno regolari, si ricorreva all'arma della ca­lunnia, facendoli apparire di fronte all'opinione pubblica come nemici del popolo.

Nell'inverno del 1850, in talune pubbliche fonti del paese, l'acqua scorreva intorbidata, come suole accadere anche oggi con l'infiltrazione delle acque del torrente in qualche condotto. Orbe­ne, simile fatto fu oggetto di grande lavorio da parte della polizia. Si arrivò al punto, tra le tante vergognose ipotesi, di dire che i liberali, per ingenerare disordini, volessero avvelenare le acque potabili. Si fecero diversi nomi e si indicarono anche i luoghi di convegno dei sospetti rei. La polizia, intanto, non mancò di comporre una lunga lista fra i più onesti cittadini, come pure non ri­sparmiò d'arrestarne alcuni e d'introdurli nelle prigioni di Messina, senza che costoro sapessero le ragioni del loro arresto.

All'ordine del giorno fu poi la violazione del segreto postale, la sorveglianza degli sbocchi stradali, il pedinamento delle persone sospette e l'opera nefanda degli agenti provocatori, i quali non avevano scrupoli d'introdursi persino nel sacrario delle famiglie.

Riusciti inutili i tentativi di ammorbidire l'opposizione dei barcellonesi, si diede corso alle più spietate persecuzioni, trattando ormai la popolazione da vera e propria nemica del regime borbonico. Con tale intendimento fu inviato in Barcellona l'ispettore di polizia Bajona.

Vennero conculcate le libertà fondamentali del cittadino, la cui vita, i cui beni e la stessa intimità della famiglia caddero in mano di un potere dispotico e spregiudicato.

Non fu risparmiata la casa del barone Fazio Antonino, il cui domicilio venne violato dallo stesso Bajona, che vi entrò con la violenza, stabilendovisi da padrone e facendo man bassa di suppellettili e biancheria. In tal guisa - affermava lui - puniva il più acceso rivoluzionario di Barcellona.

Sul contegno dei Napoletani nei paesi di Sicilia da loro occupati, in questo periodo, esistono documenti che riportano la situazione con accenti di impressionante realismo.

Il giornale La Luce, n. 1 dei 25 gennaio 1849, scrive:

«Le sevizie dei regi stanziati a Barcellona Pozzo di Gotto contro quella infelice popolazione, sono giunte all'ultimo grado di crudeltà. Ritornato da Milazzo, il giorno 20 corrente, il sottointendente Bonafede cominciò a fare coerzionare indistintamente tutti i cittadini di ogni ceto a dare dei letti e degli alloggi alla nuova truppa che si attendeva; il modo barbaro e imperioso con cui fu eseguito questo ordine, è inesplicabile. Si strappano dai letti i materassi di puro bisogno senza volersi rilasciare ricevo; si appropriano con violenza le case dei proprietari discassando le porte per alloggiare le truppe, ed a colui che si negava si minacciavano arresti, e fra gli altri fu arrestato don Giuseppe Recupero, perquisita la sua casa perchè volevano da lui la chiave della casa di suo cognato don Antonino De Luca che egli non aveva.»

«Vari altri arresti sonosi eseguiti di persone del basso volgo, ignorandosi per lo più il motivo. A maestro Andrea Ruolo fu imposto di dover rimanere in arresto finchè non avrà consegnato

il proprio figlio che trovasi a Palermo in servizio della nazione. In generale poi, con ordinanza del comandante interinale della piazza, signor Pionelli, e del sottointendente, venne prescritto che non si potessero uscir fuori la linea occupata vettovaglie di qualunque sorta, nè mobilia, nè altri arredi di casa. È proibito ancora di transitare per le strade dopo l'ora una di notte fino al far del giorno, nè aprire balconi o porte, come anche di asportare bastoni di qualunque misura, e ciò sotto le pene previste dalle ordinanze militari e della polizia ordinaria.»

«Quel che v'ha di ridicolo poi è la proibizione di portare barba e mostacchi di qualunque maniera, in guisacchè quell'individuo che li porta viene obbligato a radersi immediatamente sotto l'occhio di una sentinella.»

«Non sono da credersi i falsi allarmi, che tengono giorno e notte in agitazione gli infelici abitanti di Barcellona Pozzo di Gotto; gli insulti. I dileggi e le bravate che fanno crepare di bile qualunque imperterrito cittadino. E giova ricordare che un ufficiale, venendo a cavallo con altri, iva gridando per le strade del paese contro i naturali chiamandoli briganti, indegni della grazia sovrana e assassini, e ordinando alla soldatesca di scacciare, ammazza­re ed in ogni guisa maltrattare i paesani, senza distinzione di età e di persona, e far fuoco ad ogni menomo incontro al paese; così anche manifestò il generale venuto di recente, all'arciprete e al clero, che andavano a domandargli il permesso per la funzione del Santo Natale che fu di notte proibita. Sono incredibili gli in­sulti fatti al clero da quegli uffiziali, dal generale stesso e dai soldati. La licenza militare è giunta al segno, che chi alza gli occhi a guardare un soldato, e chi apporta lettere o non ha rasa di fresco la barba, è preso a schiaffi, a calci, e anche alle volte arrestato.» «Chiunque viene dalla zona neutrale o dai punti occupati dai nostri, é impreteribilmente arrestato, e son proibite le corrispondenze ed intercettato il commercio con qualunque altro paese del­la Sicilia. Malgrado tutte queste servizie, gli iniqui sgherri di Napoli non lasciano di aver un gran timore dei paesani e principal­mente della truppa palermitana, che credono ricoverata e garantita dagli abitanti del paese; ma per quanto più gli infami accrescono i mezzi di sevizia e di oppressione, altrettanto cresce l'odio contro di essi, e il desiderio di vendicarsi con quelle armi che non si hanno voluto consegnare.»

Dal Giornale di Sicilia del 3 gennaio 1849 riportiamo: «Barcellona Pozzo di Gotto, dopo l'infortunio dell'eroica Messina, occupata dal nemico, non già per conquista fattane, ma per concessione di semplice avamposto, soffre in atto gli orrori tutti di una vandalica oppressione. Le autorità regie vi esercitano il più duro dispotismo con le appropriazioni violente delle case e degli oggetti necessari per lo alloggio delle truppe, con gli arresti di innocenti cittadini e col terrorismo che credono spargervi mi­nacciando distruzione e stermini. >>

«Gli insulti che si regalano dagli sgherri del re di Napoli ai cittadini di Barcellona sono oltre ogni credere esagerati, la licenza militare non ha nemmeno riguardo alla dignità del clero, cui fra le altre cose fu proibito di festeggiare la ricorrenza del Santo Na­tale di notte tempo. Vietato di transitare per le strade dopo l'una di notte, di aprire balconi e porte, di asportare oltre la linea occupata vettovaglie, mobili ed altro.»

«Obbligati financo i cittadini a tosarsi la barba ed i mustacchi sotto gli occhi delle sentinelle; arrestato e frugato chi viene dalla zona neutrale e da altri paesi non occupati dai regi; falsi allarmi continui; ordini alla soldatesca di ammazzare senza riguardo alcuno ad età e sesso, o condizione, alla prima occasione.»

«Tale è lo stato di Barcellona. Ed in mezzo a tanto eccesso di barbarie, non possono i satelliti della tirannide nascondere il terrore che concepiscono dallo spirito della popolazione e dall'armamento delle frontiere. Lode intanto ai cittadini di Barcellona, i quali, dovendo un giorno, e non sia tardi, ritornare tra le libere famiglie dei municipi siciliani, non avranno a rimproverarsi adesione alcuna alle infami pretese della tirannide, fra le quali avvi quella di veder riunito il collegio decurionale, cui ad onta di qualunque oppressione non ha consentito, nè consentirà quel comune. »

Sempre dal Giornale di Sicilia, n. 20 del gennaio 1849, apprendiamo:

«La oppressione invade i nostri cuori nella guisa la più disperante. I nostri domicili vengono ogni giorno profanati da mille sgherri che il tiranno ha destinato per nostro martirio; taluni di essi menan vanto di essere stati birri antichi di Napoli e di essere fuggiti da Palermo per ritornarvi con un flagello più crudele alle mani e per far le vendette del loro benigno padrone. Oggi trascinano un innocente per le vie, gli danno schiaffi, lo spingono in prigione; domani tentano la benevolenza degli ufficiali della truppa presentando loro una casta vergine strappata dalla onestissi­ma famiglia. Sovente camminando per le vie siamo costretti ad abbassare gli occhi, sì forte è l'insulto; e l'arroganza del loro incedere ferisce il cuore.»

«Il carteggio dei nostri parenti che ritrovansi alla campagna è per intero inibito. Un misero villano che portava una lettera ad un suo padrone, fu rovesciato dall'asina, indi chiuso in prigione; adesso non si han più nuove di lui. Gli uffiziali della truppa si vantano padroni delle nostre case, il nostro silenzio è chiamato viltà; se poi parliamo, siamo notati di audacia.»

«La fucilazione di Antonio Stracuzzi, trasportatore di armi vietate, eseguita in S. Lucia in dicembre, è una prova del maggiore infierire del nemico sulla nostra miseria, ora che è stato eseguito il più rigoroso disarmo.»

«E chi avrebbe creduto nel nostro suolo potesse un tiranno sì miserabile esistere da far divieto di mustacchi alla gioventù che ancora non aveva incominciato ad usare il rasoio per la pochezza dei peli? Ieri l'altro, fu veduto afferrato per un'orecchia da un birro un giovanotto seduto in una barberia ed indi schernito da un coro di soldati.»

E ancora, sul n. 25 successivo, leggiamo:

«Noi non siamo riguardati come uomini; ci si sputa in faccia perchè abbiamo le mani nude, perchè dalle mura delle nostre case ci sono stati tolti anche i chiodi. Domenica, mentre una misera donna cucinava un pò di minestra in un picciol focolare innanzi la sua porta, videsi assalita da cinque soldati e due sgherri, i quali di violenza la rubarono di quel boccone che in quel giorno doveva servirle a nutrirla; piangendo ella pregavali perchè le fosse restituito: ma le sue lacrime erano in tutto vane; quelle larve della oppressione andavano innanzi e quando finalmente vedevano che si faceva troppo rumore nella strada, gittando a terra la pentola ridendo calpestavanla e le saltavano sopra. Questa è dominazione di tigre.»

Una lettera da Barcellona conclude drammaticamente:

«Ci pesa nell'anima una bandiera che non è la nostra, una bandiera che collo sventolare ai venti misura i palpiti di questa lunga agonia. Le nostre labbra stanno serrate; dobbiamo temere delle spie anche in casa nostra; temiamo del bacio di Giuda nel bacio fraterno, e agghiacciata sta la lagrima sulle nostre guancie, la lagrima della desolazione; questi e tanti altri sacrifici noi facciamo perchè terribili qualche giorno si facciano le vendette, perchè si annulli col sangue napolitano l'arma del soldato del dispotismo napolitano.»

«Barcellona al presente offre il cuore a tutta la Sicilia, ed è questo il solo dono che ella sente di potere offrire e che potrà essere accetto forse tosto che sarà in grado di offrirle tutte le sue sostanze, ed allora ogni memoria dei fatti sacrifici per non pre­cedere il segno dell'ultima vendetta, sarà l'alimento di una gloria immortale»...

 

(28) M. Casalaina, Cartroreale, op. cit., p. 72.

 

Segue...

 

Improvvisamente, il 28 marzo 1849, venne interrotto l'armistizio, essendo riuscita vana la mediazione delle due potenze, Francia ed Inghilterra.

Furono riprese le ostilità tra la «Nazione Siciliana» e re Ferdinando di Borbone; il duello si riapriva con molti punti a vantaggio della tirannide, avendo la caduta di Messina ingenerato un senso di generale sfiducia nell'animo dei siciliani.

Le truppe che sino allora avevano occupato Barcellona, angariandola, improvvisamente lasciarono il paese per accorrere alla conquista di Catania. Quasi contemporaneamente scesero da Castroreale alcune squadre nazionali, e i barcellonesi ebbero la gioia di vedere sventolare la bandiera che tanto avevano desiderato. L'ordine pubblico, turbato e compromesso dalle cattive notizie che arrivavano dal fronte orientale della guerra, fu affidato al patriota Filippo Rossitto, che seppe esercitarlo con saggezza in quei delicatissimi momenti.

Ed invero le sorti della rivoluzione siciliana volgevano al male: il Borbone aveva concentrato il meglio delle sue truppe su Catania, avendo come obiettivo finale Palermo. Il governo siciliano cercava di contrastare il passo al nemico, spedendo da ogni parte forze verso Catania.

Ed ecco apparire nuovamente sulla scena l'ormai giovane Luigi Sottile, sempre infiammato di amor patrio. Parte da Patti, di­retto a Catania, il colonnello Salvatore Sant'Antonio, al comando di due compagnie. E il portabandiera della 'colonna è il Sottile.

 

 

Eccone il racconto:

 

«Il comandante fra tutti scelse il giovanetto Sottile e gli affidò il sacro vessillo. Si partì da Patti, si passò da Barcellona, da dove le truppe borboniche erano già sloggiate, ed il giovine Sottile, por­tante il tricolore, da S. Antonio alla piazza S. Sebastiano, ebbe festosissima accoglienza dai suoi concittadini, lieti di vederlo prescelto a quell'onorifico posto. Si pernottò in questa città; la mattina seguente si partì per Castroreale, marciando per Mandanici, per accorrere prestamente a Catania. Ma, ahimè! troppo tardi! 1 borbonici, avendo vinto e superato Catania, si dirigevano già verso Palermo. II colonnello S. Antonio cercò di ripiegare verso Palermo; ma, saputo che le truppe borboniche procedevano vittoriose alla volta di Palermo, non potendo cimentarsi, perchè non aveva artiglieria e non sapeva che corpo e che numero di forze avrebbe incontrato, giunto a Valletunga, sciolse la colonna, ed il Sottile ritornò in patria. »

Palermo cadde il 15 maggio 1849. Dopo sedici mesi di rivoluzione, l'isola ricadeva sotto il dominio borbonico.

Barcellona, dopo aver respirato per qualche mese l'aria della libertà, si trovò nuovamente schiacciata sotto il tallone nemico

A Castroreale, onde vigilare sulla restaurazione, fu mandato come sottointendente Bonafede, descritto da Mario Casalaina come «uomo poco coraggioso, sebbene d'animo crudele, e piuttosto ridicolo».

A Barcellona venne a stabilirsi una compagnia di cacciatori e fu dichiarato lo stato d'assedio, imponendo la legge marziale anche sulle autorità locali.

La Sicilia vive così incatenata dal 1849 al '60, maturando nel suo seno la nuova rivoluzione, che questa volta doveva trovare un capo irresistibile. La rivoluzione del '48 fallì anche per la mancanza di un condottiero che indicasse una meta sicura al popolo di Sicilia. Quando lo trovò, vinse nel nome d'Italia e per 1'Italia... 

Intanto la maggior parte dei patrioti barcellonesi, per sottrarsi alla morte o al carcere, sono costretti a prendere la via dell'esilio. Antonio Fazio, irrimediabilmente compromesso per i suoi trascorsi antiborbonici, nel febbraio del 1849 si rifugia a Malta. Rientrato clandestinamente in Sicilia, viene scoperto dalla polizia, che provvede alla espulsione, con ordine del 13 luglio 1849 del giudice regio ed ufficiale di polizia Vincenzo Malambrì-Zappalà. In terra d'esilio, lo raggiunge l'affettuosa consorte, che lascia di nascosto Barcellona per sottrarsi alle rappresaglie dei bor­bonici, che già le avevano requisito la casa.

Vittorio Fazio conosce anche lui la via dell'esilio, e ripara in Francia.

Mario Fazio si rifugia nell'interno della Sicilia, sempre braccato dalla polizia.

Giovanni Rossitto-Cassata in un primo tempo è confinato nel paesetto di Malvagna. Da qui, legato alla coda del cavallo del suo aguzzino, viene tradotto nelle carceri di Messina e dopo nelle carceri di Palermo. Viene quindi trasferito nell'isola di Ustica e finalmente, in maniera definitiva, nelle carceri di Palermo, dove, per l'umidità della cella, contrae cronici attacchi nefritici che compromettono per sempre la sua salute. « Potè vedere la patria rigenerata per le armi di Garibaldi, ma il suo piacere fu come il guizzo della lampada che sta per spegnersi. Era spesso visitato dai suoi compagni d'armi, dal colonnello Salvatore Sant'Antonio, dal maggiore Micale e da Fabrizi. Riabbracciò gli amici del '48 e pianse quando si vide sfinito di forze e ridotto a tale stato da non potere prestare nuovamente il suo braccio alla causa italiana» (29).

Valentino Maimone si dà alla macchia, attivamente ricercato dalla polizia. Vive nascosto nelle caverne dei monti di Tindari, sotto le spoglie di mandriano di pecore. Riapparirà nel '60 per riprendere parte attiva, assieme ai tre fratelli Fazio, nel nuovo movimento rivoluzionario.

Giovanni Rossitto Asciutti, Vito Rossitto Cassata, Filippo 

Rossitto, Bartolo Di Giovanni Calamarà, si allontanano dalla terra natìa.

Molti altri liberali barcellonesi, compresi quelli del tentato sbarco in Calabria, languiscono nei bagni di Nisida (30).

Ma anche in questo periodo Barcellona mantenne viva la fede nella libertà. I Fazio, i Rossitto, i Sottile, e gli altri numerosi patrioti non si piegarono. In una lotta di quasi mezzo secolo avrebbero potuto umanamente stancarsi, anche perchè c'è chi è sempre pronto a sorridere scetticamente della «pazzia» altrui, a invocare la pace, non importa se vergognosa o meno.

D'altra parte, ad alimentare questa fede, arrivavano a Barcellona, nonostante i rigori della polizia, gli scritti di Giuseppe Maz­zini, mentre segretamente circolavano altri fogli, come La Concordia di Torino, il Corriere Mercantile di Genova, che ravvivavano nei giovani l'amor di patria.

A conclusione di quanto i barcellonesi operarono nel '48, riportiamo il riconoscimento del Parlamento generale di Sicilia, contenuto nel seguente decreto.

Articolo unico. - I barcellonesi, generosa popolazione di Sicilia, per la fermezza onde protestarono e si condussero allorchè i soldati del re di Napoli, infrangendo contro ogni diritto l'armistizio tra esso lui e la libera e indipendente Nazione Siciliana, in­vasero quel comune, hanno ottimamente meritato dalla patria, e son degni non che di lode, del più caldo affetto di tutti gli altri figli della Sicilia.

Fatto e deliberato in Palermo il 5 ottobre 1848.

Il V. Presidente della Camera dei Pari

Duca di Montalbo

Il Presidente della Camera dei Comuni

Mariano Stabile.

 

(29) F. Rossicco, La città di Barcellona, op. cit.

(30) Non sono riuscito a trovare l'opuscolo del prof. A. Di Benedetto, I Barcellonesi ai bagni di Nisida, come prigionieri di guerra.

 

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