La Voce del Longano

Società

Home

 

Uno dei peggiori drammi della vita: morire di solitudine

 

In una modesta abitazione di Barcellona Pozzo di Gotto, a pochi metri dalla Chiesa di San Rocco a Nasari, viene trovato il cadavere già in decomposizione, di un’ottantenne Il Grande Santa, deceduta da oltre una settimana, senza che nessuno se ne accorgesse. È uno dei peggiori drammi della vita nel suo finire: quello di morire in solitudine e nell'abbandono totale. Con la triste vicenda della donna morta in solitudine otto giorni fa, il cui cadavere è stato ritrovato nella mattinata di mercoledì dai carabinieri e vigili del fuoco, assistiamo come già nel passato, alla scoperta di persone anziane morte in solitudine e nonostante questa cruda realtà, la politica di pensiero dei detentori del potere istituzionale e della gente che vive in questa città, non cambia. Perché nei molti, manca la necessaria sensibilità verso le esigenze degli anziani. Non è la prima volta che cadaveri di persone sole il cui decesso è dovuto a cause naturali, vengono scoperti nelle loro abitazioni senza il conforto e l’assistenza di nessuno. I servizi essenziali per tutelare gli anziani non funzionano come dovrebbero. In questa città sta degradando anche la solidarietà umana.  Oltre le strade dissestate, crollano gli animi e l’edificazione dei valori sociali comuni. In tutto questo si nota insensibilità da parte degli organi comunali desiderosi di predisporre feste e divertimenti che apportano alla cultura cittadina soltanto il fatuo e nulla di più.  Ancora una volta con la morte di questa nostra concittadina, nella nostra comunità, oltre al sindaco e gli amministratori non esistono in tutti noi quei valori di solidarietà. Perché prima di cercare la pagliuzza nell'occhio dell'altro facciamoci noi un esame di coscienza e riflettiamo quanto noi siamo disposti a dare ed offrire agli altri senza intaccare ciò che è già nostro! Purtroppo in questa nostra città, molto spesso, l'egoismo ed il troppo individualismo ci stanno allontanando l’uno dall’altro, attorno a noi si creano delle barriere che diventano sempre più insormontabili. A mio avviso urge nel presente, censire le persone anziane che vivono da soli e creare per loro a cura del nostro Comune un centro di riposo ideale dove gli anziani possano socializzare e siano assistiti amorevolmente con personale adeguato, affinché quello che si è verificato più volte e da recente a Barcellona Pozzo di Gotto non accada più.

 

 

 

Nel Parco Jalari tra sogno e realtà

 

Volendo ripercorrere il passato e frugare dentro la spiritualità che vive in ognuno di noi, è opportuno inoltrarsi nei boschi tra le querce e i lecci secolari del Parco Jalari.  Il Parco si estende su un terreno collinare situato in contrada Maloto di Barcellona, e su di una superficie di 350.000 metri quadri coperti da un manto ricco di vegetazione, e su di una vastissima enormità di piante ad alto fusto. Il nome Jalari prende origine dall’Arabo che vuol dire vetro e roccia cristallina. La creazione di questo Parco Etnografico ed Ambientale nasce, dalla necessità di realizzare un progetto in armonia con la natura dei luoghi, lontano dai rumori della vita quotidiana della città. Al Parco ci si arriva dalla strada che passando dalla grotta di Santa Venera e dopo un percorso di circa quattro chilometri in salita, offre d’incanto una visione sempre più boscosa dei luoghi. Lì arrivati, nel punto più alto, si riesce persino a gustare con abbondanza gli odori forti che la fitta vegetazione riesce a diffondere nell’aria. Arrivando al Parco è già forte la commozione alla vista di quelle grandi pietre cristalline che si umanizzano e si fondono, riuscendo finanche a creare nell’aria un’atmosfera irreale. All’interno della struttura ci si muove a piedi, lungo una strada ripida e in pietra, ai cui bordi si notano a tratti giganteggiare le sculture in stile naif. Il tutto è immerso in un panorama di colori che si espandono nell’aria, passando dal giallo della ginestra al verde del pino, dove la cristallina apparizione dell’acqua che fuoriesce zampillante dalle fontane del «Sena» e del «Mulino» completa lo scenario.  Lungo tale Viale pietroso che attraversa il Parco Jalari, s’intravede anche il Giardino delle muse, ed il Mulino ad acqua, e salendo ancora su in cima ecco apparire dinanzi il Borgo e La Piazza degli artigiani.

 

In questi luoghi le botteghe sembrano avvolte in uno sfondo di un’epoca ormai lontana, dove si notano gli antichi attrezzi degli artigiani di un tempo. Fra le tante botteghe sono da ricordate in particolare quelle «du Sattu», «du Trappitu e «a casa du Cuntadinu». I realizzatori del Parco Jalari, hanno pensato pure di edificare all’interno della struttura alcuni luoghi d’intrattenimento. Tra questi una particolare menzione va fatta alla Piazza degli aromi e dei sapori, anch’essa realizzata in pietra. In questa cornice ambientale fanno bella mostra alla vista, tra luci ed ombre, tra specchi e colonne, la sala ricreativa e la taverna per la degustazione dei prodotti biologici. Nella rivalutazione delle tradizioni popolari, non poteva mancare un punto d’incontro, ecco che gli ideatori e proprietari del Parco, hanno pensato bene anche a realizzare La Piazza degli incontri con ben undici fontanelle di pregevole valore artistico. Il Parco Jalari, per la caratteristica delle sue strutture, è un’opera urbanistica singolare, e forse unica nel territorio regionale. I progettisti del Parco Jalari sono riusciti a realizzare l’arte con passione, e in simbiosi pure con le nostre tradizioni popolari. L'opera realizzata è riuscita in pieno a ricostruire fedelmente una realtà ambientale che ormai apparteneva al nostro passato. In questa località, possiamo risentire gli aromi, i sapori, gli odori, che da tempo ormai non si riusciva più ad assaporare. Gli ideatori del Parco hanno avuto il coraggio e la forza di credere alla riuscita di questo sogno, dandoci a tutti noi l’opportunità di poter rivivere oggi il nostro passato nel Parco Jalari …

 

 

 

Il Nichilismo

 

Per i cittadini utilizzatori di un giusto sviluppo relativo al nostro agire quotidiano, è necessario promuovere nella nostra società una radiosa e vera cultura della libertà di pensiero.

 

Il tempo batte tiranno sulle dure rive dei giorni, avaro padrone; sono fuggiti dalle mani i desideri più voluti. Ma il viso della luna è quello della nostalgia, chiaro e lontano. E la luna è uno specchio su cui si possono osservare tutte le cose rimaste legate al cuore.

 

La società in cui si vive il vissuto quotidiano, ha distrutto i valori tradizionali e non ha saputo costruire nulla di buono nei nostri sentimenti. Anzi, nel suo evolversi temporale, la società si è resa insensibile trascinandoci, in una miseria spirituale senza sbocchi. Una visione disimpegnata della nostra esistenza porta le nuove generazioni verso una concezione della vita in negativo, pervasa di nichilismo; che vive l’attuale realtà con costante fragilità e precarietà. Oggi ci ritroviamo immersi nel nulla. Si avverte il vuoto intorno, che prende corpo rispetto a quella terra civilizzata che tanto si era detto nel passato di voler costruire. La vita ha perso immaginazione e pensiero, nel nostro vivere di tutti i giorni. Solo una minoranza illuminata per luce divina e per vocazione apostolica, nei propri sermoni, deliberatamente, evita di affrontare gli argomenti spinosi del nostro patire giornaliero e, ci offre una visione consolatoria dell’esistenza. Con fittizie utopie di felicità e di benessere, con conformismo di pensiero, con precisi messaggi di apertura e tolleranza che in parte abbelliscono e occultano la vera natura delle cose, ci porta ad abdicare dalla riflessione. Ammettiamolo! Il nostro è un sistema sociale e culturale dove domina incontrastata la simulazione e la finzione. Nell’aria, a pieni polmoni, si respira nella gente una condizione diffusa di diffidenza e malumore, di solitudine e angoscia. In atto non esistono pensieri ed eventi predominanti nella nostra cultura sociale e civile, che fanno prospettare un domani migliore, per tenere sacro il legame con il passato. La nostra è una comunità che sperpera e butta le cose con l’istinto più materialistico: appena le ha assaggiate passa ad altro con insaziabile golosità.

 

La nostra è una comunità che sicuramente non lascerà traccia: è abbandonata al suo destino, senza amore per l’ambiente e si lascia travolgere dalle carte e dai rifiuti. Si deturpano e si lasciano nell’incuria più assoluta i monumenti di storia patria, i palazzi antichi che appartengono al passato, le bellezze naturali sono profanate e lasciate in abbandono dal disinteresse e dalle barbarie dell’uomo. Per salvaguardare la propria identità sociale e la libertà di pensiero, con azioni individuali e quotidiane, è necessario rivolgere le attenzioni alle questioni esistenziali dell’uomo. L’attenzione dei nostri pensieri va posta su quei valori umani di cui tanto si discute, ma pochi sanno praticare. La cultura dovrebbe essere non solo un momento di evasione e godimento artistico ma anche e soprattutto: una condizione espressiva, uno strumento di indagine del reale, uno spazio di riflessione sui grandi argomenti dell’esistenza dell’umanità. La cultura dovrebbe rappresentare un anelito di libertà: non solo “libertà” di dire quello che si pensa, ma anche “libertà” di edificare qualcosa di duraturo e socialmente utile a tutti. Tutto questo è opportuno mettere in opera, per non tollerare e giustificare le altrui passività o negligenze… E’ indispensabile, nel nostro corpo sociale, recuperare i valori smarriti: per valorizzare ed attualizzare le qualità favorevoli del nostro spirito interiore, per rinnegare il degrado sociale e civile della nostra attuale comunità. Che con i suoi miti di falsa sovranità popolare, è una libertà ingannevole che si trasforma in dissolutezza. Per valorizzare il territorio e la nostra cultura bisogna agire con immediatezza, non solo in termini quantitativi ma anche sotto il profilo qualitativo. Per la costruzione di una nuova società del futuro vanno aboliti dai nostri legislatori: i giri viziosi, le lentezze burocratiche, che creano soltanto fratture e stagnazioni. E nei modelli esistenziali imperanti, soprattutto, quelli con cifrario etico religioso: gli scenari a specchio e metafora, di rinuncia, di sacrificio e sopportazione, che servono ben poco a migliorare le nostre attuali condizioni di vita sociale e civile. Nel nostro codice di comportamento occorre puntare sulla crescita umana del singolo, che sia capace di trasferire sul piano sociale la propria maturazione interiore, con coerenza morale, con l’eroismo attivo della volontà, del dinamismo, dell’insofferenza verso qualsivoglia principio di compromesso. Per realizzare il bene comune… deve crescere e maturare in noi una sensibilità più attenta ai bisogni individuali. Questa maturazione, nella nostra cultura sociale e civile, è fondamentale conquistare – se non vogliamo continuarci a prendere in giro reciprocamente. Nelle nostre dinamiche sociali e culturali bisogna seguire un nuovo percorso. La cultura biblica e caratteriale di Caino va abbandonata. Per dare un senso più autentico e sincero al nostro stare al mondo, occorre seguire la figura biblica e caratteriale di Abele. Questa scelta è l’unica speranza di salvezza e di redenzione, che ci potrebbe consentire di superare il male fumoso e dominatore della nostra epoca…

 

 

 

L’egocentrismo

 

Chi oggi non conosce la gelosia o l’indifferenza, l’avidità o la brama di possesso, nel nostro vissuto quotidiano? Desideri e sentimenti che nella vita, si manifestano con arroganza e crudeltà. Persino quando, frontalmente, con astuzia, tali comportamenti si nascondono dietro gesti garbati. Ecco che tra i tanti misteri della vita la natura umana: è l’enigma più importante da indagare e scoprire.

 

Per costruire la vita su principi giusti, bisogna rinnegare chi aspira a legittimare una società e una cultura a profitto etico zero! Oggi nella società in cui viviamo, ci si sente smarriti e sembrano prevalere, nei rapporti sociali, gli atteggiamenti crescenti di volgarità e stupidità massificata. La nostra è una società composta da individui notoriamente infelici, isolati, ansiosi, in preda a stati depressivi e impulsi distruttivi. Nella realtà contemporanea il nostro Io, è l’oggetto più importante da incensare e glorificare. Vogliamo tanto per noi stessi e nessuno esiste al di fuori di noi. I pensieri, i sentimenti, i gusti, sono manipolati dai mezzi di comunicazione. Nel nostro vivere in società il possedere e non il condividere, emerge a piena luce con razionalità fredda che produce ipocrisie e aggressività. Ma l’aggressività che si manifesta in noi, non è prodotta dall’istinto ma dell’organizzazione sociale in cui viviamo. Un vissuto, il nostro, che spesso è condizionante, e colma l’animo di tante trepidazioni e di sentimenti contrastanti. L’auto, la televisione, la moda, nella nostra epoca costituiscono il simbolo della felicità. La gente ritiene di seguire la propria volontà e non si rende conto che questa invece è influenzata e manipolata. Siamo tutti travolti dalle nuove divinità televisive e la vita ha perso colore e patina. La nostra era industriale è imperniata sulle cose e non sulle persone. La fama di potere è diventato il motivo dominante della vita. Ma l’edonismo culturale e l’egoismo illimitato, non può condurci alla felicità. Ci ritroviamo immersi nel vuoto, ed intorno si avverte il deserto, dove ciascuno di noi indossa una propria maschera. Ecco che il nostro essere, esprime una profonda ansia di ritrovare una nuova primavera di valori. Valori che in parte, sono sentimenti antichi e immutabili e che solo un’ubriacatura attuale, ci ha fatto smarrire. Nella nostra contemporaneità ci si lascia contagiare dai bisogni e dai desideri effimeri, anche per utile tornaconto. Suggestioni e desideri che nell’animo umano, come una malattia contagiosa, infetta le coscienze e le azioni relazionali del vivere con gli altri. Nella nostra epoca, la vita porta con se un vuoto intorno a noi. Vuoto di mancanze affettive e di persone amiche. Le amicizie e i rapporti intimi, si riproducono, si alimentano al fuoco passeggero delle convenienze individuali che ognuno di noi, si porta dentro per soddisfare il proprio personale egoismo.

 

L’egoismo generato dal sistema induce ad apprezzare di più il successo personale e non le responsabilità sociali. Un concepimento esistenziale il nostro, che nel nostro vivere insieme, si è radicato a discapito di quello che era ed è il vero senso che bisognerebbe attribuire ai rapporti sociali e affettivi. Nella nostra esistenza quotidiana i comportamenti, sono maggiormente concepiti e programmati per soddisfare soltanto i bisogni personali. Oggi il problema non è quello di aver paura di morire; ma di aver timore di vivere insieme con gli altri la propria solitudine. Abbandoni e mancanze affettive che nel nostro esistere il destino, elargisce all’essere umano sotto forme diverse. Lungo il breve cammino terreno si è insieme ma, spesso, si è soli con le proprie angosce e le proprie ansie, noncuranti l’uno dell’altro. La società contemporanea, ha saputo produrre soltanto un benessere consumistico che non riesce ad offrire ristoro alla nostra anima. Basta guardarsi intorno, per rendersi conto dell’amaro boccone che la realtà ci offre ogni giorno. Oggi non esistono più i sentimenti che contano in positivo. Sì ha fede soltanto al Dio denaro che consente ai tanti, di mostrare la propria opulenza materiale. La nostra epoca è sorretta dal principio sommo: dell’apparire, del possedere, del compiacersi. Un vuoto esistenziale che domina incontrastato in ogni ceto sociale della nostra amara realtà, ognuno si appaga di curare le briciole del proprio orticello. Ecco che in questa nostra quotidianità gli egoismi, le cattiverie, le ipocrisie, si consumano in danno dei più onesti. Allora ammettiamolo, se vogliamo risollevarci dai mali oscuri: bisogna uscire dal proprio Io. Oggi è indispensabile recuperare i valori smarriti. Smascherare i veli intellettuali e morali che ci impediscono di vedere, questo è necessario per non cedere alle false illusioni. I grandi maestri di vita e di pensiero del passato, sono stati dimenticati, come punto di riferimento. Soltanto il raggiungimento di una indipendenza interiore porta alla libertà. Bisogna indebolire i miti della falsa modernità! Per risollevarci dai cumuli di rovine, è opportuno onorare i sentimenti più umani, a difesa della dignità sociale, e dell’affermazione dell’essenza più genuina della persona. Urge remare contro ogni forma di modo di ragionare, che ci porta a legittimare e a giustificare qualsivoglia scelleratezza del pensiero. Noi e gli altri se lo vogliamo, possiamo superare la barriera che ci separa…

 

 

 

Ad onor del vero

 

Qualcuno ha detto: ” Non esiste altra via nella riabilitazione verso la verità per noi tutti che non sia quella della ripulitura delle proprie coscienze, partendo dalla profonda consapevolezza delle proprie colpe.

 

Nella realtà d’ogni giorno la verità ha tante facce. Tra le quali quella che si manifesta con evidenza, è quella che la maggior parte dell’intellighenzia nazionale e locale tuttora è schierata a difesa degli inganni. A Barcellona Pozzo di Gotto nei locali del liceo “Valli” dal 26 al 31 gennaio, si è realizzata una mostra proprio su direttiva ministeriale dell’onorevole De Mauro. Il Preside Carmelo Manforte per tempo comunicava ai genitori e agli alunni, che la scuola avrebbe organizzato una mostra per celebrare l’anniversario del 27 gennaio del 1945. Giorno in cui il primo carro armato russo, spalancava i cancelli d’entrata al campo di concentramento di “Auschitz” per liberare gli ebrei tenuti prigionieri dai tedeschi. La mostra è stata allestita attraverso le direttive di due docenti dell’istituto, precisamente: Patrizia Zangla e Saverio Castanotto. Di questa mostra fotografica e documentaria la docente Patrizia Zangla, nell’articolo del mese scorso della “città” a firma d’Antonio Alizzi, ha espressamente riferito: ”Finalmente sono le immagini a parlare. Si sono fatte tante conferenze, troppi discorsi sull’olocausto. E’ arrivato il momento di lasciare riflettere tanto i giovani, quanto gli adulti, davanti alle raffigurazioni di ciò che veramente è accaduto, senza imporgli particolari visioni. Sicuramente sono venuti a trovarci tantissimi giovani, ragazzi, bambini e adulti, ed hanno apprezzato quanto visto”. Ecco che riferita la cronologia temporale della celebrazione e nel rispetto della dovuta riflessione sui fatti, viene spontaneo il ritenere, forse, che la mostra non è stata concepita con animo sereno e libero da ogni riferimento ideologico. Ecco che, è condivisibile quanto detto da Antonio Alizzi nel suo articolo sul punto in cui afferma: ” Di fronte alla morte non ci sono né colori politici né idee. La negazione della vita rappresenta il diniego d’ogni espressione volitiva razionale umana. E vorrei rispondere agli organizzatori della mostra che, nella rilettura dell’evento culturale, l’emozione forte l’ ha provata nel proprio animo, il sottoscritto, con grande e profonda insoddisfazione. Basta considerare la nostra quotidianità culturale per rendersi ancora una volta consapevole, che la verità emerge sempre e molto spesso ritagliata, spezzettata e servita a proprio piacimento: secondo l’angolatura politica. Ammettiamolo: i carri armati, le torture, i campi di sterminio, le esecuzioni sommarie sono state utilizzate come mezzi di repressione anche in Cambogia, in Cina, in Russia, in Cecenia, nell’Azerbaigian, nell’Afghanistan, nel Vietnam, in Corea eccetera. E spesso le notizie sono passate quasi in silenzio in confronto alle pur giuste ripugnanze per i crimini nazisti. Tali prove innegabili si possono rivedere, se lo vogliamo, attraverso le foto conservate negli archivi dei nostri giornali nazionali e nei diversi libri di Storia.

 

Confessiamolo, con fermezza e con onesta culturale e politica, se noi vogliamo tenere in alta considerazione la Storia e la verità, nel rispetto delle tantissime vittime della violenza umana. Nel corso dell’anno scolastico non bastava ricordare soltanto l’anniversario del 27 gennaio del 45. Ma i nostri giovani vanno stimolati e sensibilizzati a riflettere sul concetto, che le violenze vanno condannate sempre da qualsiasi parte esse provengono. Con una riflessione ad ampia luminosità su ciò che veramente è accaduto, e accade, ancora oggi, nel mondo attorno a noi. Questi sentimenti negativi non hanno colore politico. Non appartengono soltanto al nero al rosso, al bianco. Ma vivono e pulsano nella natura umana, si annidano, purtroppo, in ogni nazione, in ogni luogo della terra, anche la nostra. E queste vetrine di cultura così elaborate e servite nella scuola producono soltanto una cultura asservita non certamente alla verità. La scuola se vuole rendere delle lezioni di vita ai giovani, deve sempre condannare i genocidi e le violenze da qualsiasi parte essi provengono. Nei giovani va sensibilizzata la cultura che dove non vi è benessere e lavoro: manca la libertà. E dove manca la libertà ed il benessere, i diritti inviolabili dell’individuo e del collettivo saranno sempre soffocati, attraverso una violenza: sottile, perfida e strisciante. Che con sadismo sgradevole e costante, oggi in tempo di pace produce danni, che per quantità ed intensità, forse, sono più devastanti da quelli prodotti nel passato dai tedeschi.La nostra società ha generato una gioventù: fragile, depressa e senza valori di riferimento cui credere. Ecco che proprio nel nostro tempo la cronaca nazionale, ci rapporta su casi in cui la violenza giovanile esplode irrazionalmente. Alcuni giovani commettono atti di pura e semplice follia, per il solo desiderio di soddisfare gli stimoli generati proprio dalla nostra cultura imperante, che è quella dell’apparire e del possedere il tutto senza alcun sacrificio. Qualcuno potrà obiettare, ma queste ultime considerazioni sui giovani in che rapporto si legano con gli eccidi commessi dai tedeschi e con la mostra allestita nei locali del liceo “Valli”? A questo qualcuno rispondo: che alla memoria dei giovani e per una cultura sui valori giusti della vita, se si vogliono far rivivere i fatti nella loro interezza storica sulle vicende umane ed esistenziali. Gli avvenimenti appartenenti al passato o al presente vanno celebrati e riferiti a piena sincerità. Le verità dimezzate non rendono giustizia a nessuno, nemmeno ai giovani, ma soddisfono soltanto gli interessi, forse, di bottega politica. Agli adolescenti, va reso un servizio culturale e sociale di crescita con fonti di riferimento valoriali e culturali dove non bisogna chiosare soltanto su pezzi di verità, ma sulla totale verità. E ritornando all’evento celebrativo del 27 gennaio 2001 è giusto ritenere e pensare: che la Storia deve e dovrà essere maestra di vita per le future generazioni. Per realizzare questa conquista culturale è d’obbligo morale e sociale che chi ha il compito istituzionale di farlo, lo deve e lo dovrà fare con umiltà e neutralità. Nel rispetto di quella verità sacra ed inviolabile che appartiene al concetto che la violenza, da qualsiasi parte provenga va severamente condannata e questo va detto ed evidenziato: a piena voce…

Vigliatore: la “Corrida” di Carmelo Scilipoti…

 

 

 

“Il Pipistrello della Notte”

 

 

Uno scrittore Hermann Hesse in una pagina di un suo racconto ha scritto: “La vita vola come un lampo il cui bagliore dura appena il tempo di vederlo. E se la terra e il cielo, rimangono eternamente immobili. Fulmineo vola il mutevole tempo sul volto degli uomini. Ecco tu allora che siedi con il tuo calice colmo e non ti disseti, dimmi, che cosa attendi ancora”?

 

La vita è come uno specchio: ti sorride se la guardi sorridendo! E la gioia sta nell'appagamento dei propri desideri e non nella mera realtà oggettiva delle cose. Si è felici perché si fa ciò che ci piace fare! E volendo questo mese parlare della gioia di vivere anche attraverso lo spettacolo, si può ben ritenere che lo spettacolo non potrà mai essere progettato soltanto con la ragione. Lo spettacolo è un frutto, soprattutto, che nasce e sboccia: dalla passione, dai buoni sentimenti, dal gusto. Ecco che dalla simpatia, dai genuini sentimenti lo spettacolo teorizzato e ideato da Carmelo Scilipoti diventa parte integrante della vita e del nostro vivere. E proprio in virtù di questi fattori motivazionali insite nell’animo dell’associazione “Ecol” e del suo presidente, anche quest’anno, a Vigliatore, si è svolta la IX edizione della “Corrida”. In Piazza Vigliatore, vi erano tanti spettatori desiderosi di vedere gareggiare sul palco i propri beniamini locali e anche quelli provenienti dalle zone adiacenti.  Un tripudio di applausi all’apertura della manifestazione, sono stati rivolti al simpatico Carmelo Scilipoti e all'aggressiva e conturbante bellezza Mariangela Carboni in arte “La Tigre di Trieste”. Mariangela Carboni si è diplomata in clarinetto al Conservatorio di Trieste. Nel passato ha già presentato spettacoli in tutta Italia. Fa la modella ed ha già partecipato a diversi defilè di moda. Oltre allo Scilipoti e all’avvenente “Tigre di Trieste” ad intervalli e nei momenti più indicativi della serata i personaggi, sono stati presentati da Ignazio Miraglia in arte “Anatola”. Miraglia con passo felpato, con stile e arguzia nel parlare, e con pungente ironia, riusciva a dare alla serata anche un tocco di raffinatezza.

 

 Nella suggestiva Piazza di Vigliatore i concorrenti sino a notte alta erano sospinti sull’arena, travolti e immersi tra sorrisi e applausi; ed erano accompagnati dal frastuono di campanelli, di fischietti, di tamburelli e di trombe, d’ogni tipo. Il pubblico è stato dilettato pure con la lettura di alcune poesie: “Il telefonino” del poeta Girolamo De Pasquale e “Taormina” del poeta Ignazio Miraglia. Parlando degli ospiti della serata una segnalazione particolare merita il tenore Arturo Bertogna che, magistralmente, con i suoi potenti acuti di voce, è riuscito ad incantare il pubblico intervenuto in piazza. Arturo a pieno diritto meriterebbe di essere applaudito da piazze più importanti. Tra i concorrenti, un particolare valore, va riconosciuto a Caterina Siracusa che ha saputo in modo eccellente interpretare e cantare la canzone “Sarà quel che sarà”. La Siracusa anche lei meriterebbe aspirare a piazze più gratificanti per le sue naturali doti canore. Caterina merita altresì considerazione e stima anche per il suo altruismo. In sala seduta tra il pubblico, si vedeva animosamente applaudire ed incitare i suoi colleghi concorrenti. Tra i concorrenti andava assegnato un premio a chi veramente e fedelmente con la sua originale e simpatica presenza, ha   saputo rappresentare un vero protagonista della corrida. E vale a dire “il Contadino di Tripi” Munafò Carmelo che ha cantato la canzone “la società dei magnaccioni”. Munafò con il suo aspetto originale e con la sua simpatica voce, per qualche attimo, ci ha fatto rivedere e con la mente la corrida quella ideata e condotta dall’indimenticabile Corrado…E via via da tutti gli altri partecipanti: da Arturo il Comasco ad Orsolini, da Massimiliano Laguidara a Cosimo Benenati, da Giuliano Milici a Denzia Santangelo, da Farina Pantò a Dario Bianco e da Maurizio Crifò alla simpaticissima signora Mica Alesci, hanno saputo contribuire ad animare la serata. Tra gli ospiti si è distinto anche il musicista “John Sax” Arlotta Giuseppe che, con il proprio Sax, ha manifestato di possedere notevoli capacità musicali, e con pezzi che sono stati eseguiti stupendamente anche in mezzo al pubblico. Tra i giovani ospiti a ben impressionato Michele Di Dio, la sua è stata un’autorevole interpretazione, ha dimostrato di possedere una sicura affidabilità, sia vocalmente, sia scenicamente. Facendo le debite riflessioni di fine stagione il cartellone estivo si è concluso in affermativo per l’associazione “Ecol”. Nell'importante area vivaistica di Vigliatore, anche quest’anno con numerose iniziative ed eventi, il programma estivo si è chiuso con un bilancio molto positivo. Lo spettacolo organizzato dall’associazione “Ecol” ha deliziato il pubblico e senz’altro lasceranno un segno nella nostra memoria. Lo dimostra la risposta ed il calore che la gente ha evidenziato nei vari spettacoli, al di là di qualche sbavatura musicale, messa in evidenza dalla Band proprio in occasione della “ Corrida”. Scilipoti ha saputo rianimare il pubblico: con battute, barzellette e storielle, come ai tempi mitici in cui da una radio locale “Antenna del Golfo” conduceva una trasmissione dal titolo “gli amici della notte” in cui dialogava in diretta con gli ascoltatori. Diciamocelo Scilipoti si è dimostrato all’altezza del compito; ha esibito i debuttanti nella prestigiosa arena musicale, elettrizzando il pubblico, con la sua grande aria interiore e con la sua grande vitalità. Con lampi e tuoni nelle battute, ha saputo manifestare la sua satira divertente ma certamente non offensiva. Considerazione e benemerenza vanno attribuiti allo spumeggiante humour di Carmelo Scilipoti…

 

Home

 

 
Geovisite

1

Free counters!

1