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Carmelo Santalco

Pensando di rendere omaggio all'amico Carmelo Santalco come narratore. In questa pagina web, saranno pubblicati, alcuni suoi racconti. Con l’intento di dare un contributo di memoria “storica” sulla nostra città, ai nostri concittadini sparsi per il mondo. Si ringrazia la famiglia Santalco per la gentile concessione.

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IL MONUMENTO A MANDANICI

 

Martello e scalpello e un colpo assestato con maestria, e saltò il coperchio della cassa. Sotto i trucioli scoprimmo il mezzo bu­sto bronzeo di Placido Mandanici, illustre musicista di corte dell'ottocento.

Sembrava che ci guardasse risentito per le accoglienze che i suoi concittadini e i loro rappresentanti gli avevano riservato. Pareva volesse dire: «Belle carogne che siete, mi avete buttato in fondo ad uno scantínato!»

Non era ancora trascorso un mese dall'insediamento della mia amministrazione, alla quale gli avversari più ottimisti avevano diagnosticato sei mesi di vita, ed io avevo appena preso contatto con i numerosissimi problemi della città, quando dagli ambienti della «Corda fratres» ci venne richiesto con insistenza che fine avesse fatto il mezzo busto dei musicista barcellonese. realizzato a spese della Regione Siciliana e donato al comune.

Alberto Torre, detto «testa di pignata» per le ragguardevoli dimensioni del suo capo, dipendente comunale ed esponente ciel sodalizio goliardico, era giornalmente alle mie calcagna.

La burocrazia comunale non sapeva dare alcuna notizia e stranamente, il mancato ritrovamento del manufatto bronzeo, che avrebbe dovuto suggerire responsabilità dei precedenti amministratori, era motivo di attacchi dell'opposizione alla mia sindacatura.

La Regione Siciliana, da me interpellata, comunicò che il mezzo busto era stato spedito e consegnato al Comune nel 1955. Furono intensificate le ricerche, fin quanto da un angolo dello scantinato del palazzo municipale, un fatiscente ex convento, venne fuori una cassa, che era rimasta sepolta sotto un cumulo di rottami di sedie e banchi vecchi. Accorremmo tutti, ammini­stratori e funzionari.

E poi venne aperta un'inchiesta. Dunque, il segretario comunale accertò che nel 1955 l'economo, Francesco Costa, aveva curato il ritiro di una cassa dalla stazione ferroviaria, che aveva depositato poi nello scantinato, quando il vice sindaco di allora, avvocato Gaspare Cattafi, al quale si era rivolto per sapere a chi andava consegnata, gli aveva risposto infastidito: «Buttala nel fondo scala, contiene il mezzo busto di una testa di cazzo!»

Le polemiche sulla statua non erano destinate a finire col suo ritrovamento. La collocazione proposta in piazza San Sebastiano, dinanzi al vecchio teatro che portava lo stesso nome del musicista, venne considerata poco consona e dignitosa.

Dopo qualche anno, in seguito ad un referendum tra i sodalizi cittadini, il monumento fu rimosso e sistemato in piazza Duomo, dove, in tempi successivi, andarono a fargli compagnia quello di Rossini e di Cattafi.

I più soddisfatti furono i cani.

 

 

 

«RAZIU U SCECCU»

 

Introdotto dal commesso nel mio ufficio, schierò la famiglia in riga davanti alla scrivania: la moglie e otto figli, di età progressiva dai due ai quindici anni, che portavano impresse le stimmate inconfondibili della miseria.

«Signor sindaco, questi sono i suoi figli», mi disse, indicandomeli con l'indice teso della mano destra.

Preso di sorpresa, abbozzai un sorriso, e d'istinto lanciai una sguardo alla moglie, una quarantenne dal viso smunto sul quale affogavano due occhi tristi, la quale ricambiò lo sguardo, senza batter ciglio. Era proprio impossibile. Rimbeccai: «I miei?... I tuoi figli! »

«Sì,» concesse, «í miei , signor sindaco, ma siccome io non posso sfamarli, glieli lascio qui. Cì pensi lei!» Mi salutò, aprì la porta e se ne andò.

Orazio Maggio, soprannominato «Raziu u sceccu», abitava una casa a piano terra di due stanzette antigieniche nella zona depressa di via Immacolata. Era notoriamente un tipo difficile a praticarsi, ma anche, a suo modo, un originale.

Un giorno prese a legnate un agente di pubblica sicurezza che lo invitava a presentarsi al commissariato. In pretura si difese: «Sígnor giudice, si è presentato a casa mia un borghese in borghese, sceso da una macchina borghese e senza piripicchio luminoso. Come potevo riconoscerlo?»

Raziu non fu mai un grande lavoratore. Ma conosceva bene l'arte d'arrangiarsi. In occasione di feste paesane o di fiere andava per i paesi con un tavolinetto e la roulette. Naturalmente vinceva sempre lui. A volte era il gioco delle tre carte, mai alcuno riusciva ad imbroccare l'asso. Era un prestigiatore nato.

Erano gli anni in cui l'Italia si avviava verso il boom econo­mico, ma nell'ísola imperava la miseria. L'ufficio di collocamento della mia città era permanentemente assediato da migliaia (o giù di lì) di disoccupati ed io, alle prime esperîenze di amministratore, mi trovavo giornalmente assalito dalle richieste di posti di lavoro e particolarmente di assunzioni al Comune.

Quella di Orazio Maggio era una delle più pressanti: non mi dava requie né a casa, né in ufficio, né tanto meno nelle strade. Quella mattina, arrivando al municipio, lo avevo intravisto tra la piccola folla della sala d'attesa, ma non avrei mai potuto pensare che si fosse. portato dietro tanta famiglia.

Moglie e figli di Orazio Maggio lasciarono il palazzo municipale, dopo il mio preciso impegno che avrei fatto di tutto per cercare di assicurare loro un tozzo di pane.

Passarono alcuni mesi e lo assunsi alla Provincia: uno dei trecentocinquanta operai che trovarono lavoro nelle strade provinciali, la cui manutenzione era stata fino ad allora affidata a ditte appaltatrici.

Quelle assunzioni mi procurarono infinite amarezze, e non certo gratitudine, alla quale fra l'altro non ho mai aspirato.

 

 

 

CUORE TENERO

 

«Dottore, mi deve cambiare di cella! Mi deve trasferire, dottore! Mi faccia questo piacere, mi assegni a un'altra cella.»

Tutti i giorni, all'ora d'aria, era la stessa implorazione, alla quale il dott. Nino Biondo, medico del manicomio giudiziario, rispondeva invariabilmente: «Ma come, non sei contento? Siete appena in due in una cella nuova, piena d'aria e di luce, con i servizi igienici personali, che sembra la camera d'una clinica privata, e stai sempre a chiedere di cambiare? Stai buono! »

E il ricoverato: «No, dottore, lei mi deve cambiare di cella. Lo faccia per i suoi morti!»

«Forse non vai d'accordo con il tuo compagno?»

«Per l'accordo, sì, vado d'accordo..., ma lei mi deve trasferire in un'altra cella.»

«Dimmi almeno il perché...»

«Non posso, dottore! No posso stare più in quella cella, la scongiuro, mi aiuti, mi tolga di là.»

Il dottor Nino Biondo abbozzava un sorriso e prendeva tempo. «E va bene, va bene, vedrò di accontentarti. Non appena sarà possibile. Porta pazienza e stai tranquillo.»

II giorno dopo il recluso, che lo attendeva all'ingresso dell'ambulatorio, tornava a supplicarlo: «Dottore, allora mi cambia di cella? Me l'ha promesso. Lo faccia per l'anima dei suoi morti. La prego, non posso più aspettare.»

II medico non riusciva a capire le ragioni di tanta insistenza e decise di metterlo alle strette per farlo parlare: «Mi devi dire perché. Non posso accontentare un capriccio.»

«Non ci posso stare più, dottore.»

«Se mi dici il motivo, ti sposto subito.»

«Debbo andarmene di là, quell'altro non mi fa dormire. Lei mi capisce... Io sono di cuore tenero e lui ogni notte approfitta! Non ne parli con nessuno, per carità, non vorrei offenderlo!»

 

 

 

LE VALIGIE PRODIGIOSE

 

All'arrivo del treno 4902, proveniente da S. Agata di Militello, Giuseppe Liotimi, cappello grigio, pantaloni di un vestito marrò afflosciati sulle scarpe nere quasi sempre slacciate, borsa nera, legata al centro da una cinghia, con passo timido, imperturbabile anche sotto la pìoggia, andava a prendere posto sul bagagliaio che ospitava i ferrovieri pendolari, che dalla provincia andavano a prestare servizio a Messina.

Le vecchie vetture di seconda e terza classe, nei giorni feriali, erano affollatissime di studenti, insegnanti, impiegati, operai, commercianti, venditori ambulanti che stivavano i corridoi di sporte, piene di prodotti della terra e uova, e professionisti che dai paesi della costa settentrionale della provincia raggiungevano il capoluogo.

Il treno, il primo della giornata, faceva tutte le fermate, prolungando la sosta in alcune stazioni per gli incroci con i treni provenienti dal continente. A Rometta gli veniva agganciata in coda la locomotiva di spinta, prescritta per superare la ripida salita fino al centro della galleria Peloritana, da dove, iniziando la discesa, con sgancio automatico, la «spinta» tornava indietro.

Era un viaggio snervante, soffocante soprattutto nel periodo estivo, per l'affollamento, per il lento procedere del convoglio in salita e le numerose gallerie, tra cui la lunghissima Peloritana, nelle quali il treno veniva inghiottito dal fumo nero delle due locomotive a vapore, di testa e di coda.

Quando era in orario, arrivava a Messina alle ore 8.15 e i viaggiatori, affumicati, sciamavano verso le uscite della stazione per raggiungere scuole, uffici, posti di lavoro, mercati.

Giuseppe Liotimi si fermava alla fontanella sotto la pensilina, si lavava la faccia e le mani annerite, le asciugava con un fazzoletto che tirava fuori dalla tasca posteriore del pantalone e con flemma, attraversando i binari, raggiungeva la biglietteria centrale. Sistemava con movimenti lenti cappello e borsa nell'armadio e invitava puntualmente al bar della stazione per il caffè il capo gestione biglietti e i colleghi non impegnati agli sportelli, per iniziare poi, alle 8.30, il suo turno di tirocinio.

Alle 13.30, dopo la partenza dei treni viaggiatori per Palermo e per Catania-Siracusa, d'accordo con il collega che lo assisteva nel tirocinio, chiudeva lo sportello, tirava fuori dall'armadio la borsa, si poneva in un angolo della biglietteria e consumava la colazione preparatagli la sera prima dalla moglie.

Il pomeriggio frequentava i corsi per il conseguimento delle abilitazioni ai servizi.

Col treno delle 18 rientrava poi a Pace del Mela, intanfito di fumo.

Durante la guerra, Liotimi, a Roma aveva preso parte ad un concorso ad alunno d'ordine, bandito dalle Ferrovie dello Stato, sostenendo le prove scritte nel 1942, e le orali subito dopo la fine della guerra, nei primi mesi del '46. Vincitore di concorso, ai primi del gennaio '47 si era dimesso da cantoniere, qualifica con la quale prestava servizio a Pace del Mela fin dal 1937, per essere destinato alla stazione di Messina.

Per mancanza di alloggi nella città distrutta dalla guerra, appena assunto con la nuova qualifica dal compartimento delle FF.SS. di Palermo, Liotimi era stato autorizzato a mantenere l'abitazione nel casello ferroviario di Pace del Mela.

Faceva il pendolare. Tutti i giorni usciva di casa alle sei per ríentrare la sera dopo le venti. Solo la domenica assisteva al sorgere e al tramontare del sole dall'orto antistante il casello, dove ,continuava a coltivare verdurine per i bisogni della famiglia. Anche se per lui, avendo alle spalle le aziende agricole del conte tiavarra, presso cui ancora lavoravano ì suoi genitori, quello ali­mentare non era stato mai un problema.

Erano tempi in cui l'approvvigionamento di generi alimentari era impresa difficile. Il popolo italiano, fin quando non arrivarono gli aiuti americani, non uscì dalla fame e dalla miseria in cui era stato spinto dalla guerra. Ogni metro quadrato di terreno li­bero veniva coltivato a grano, mais, legumi, ortaggi. Qualsiasi prodotto della terra costituiva alimento prezioso. Alla mancanza di grano e di legumi, chi poteva, sopperiva con castagne, nocciole, noci, carrube, lupini che i contadini delle zone collinari cedevano a caro prezzo.

La nuova vita di Liotimi era molto sacrificata, ma certamente meno pesante di quella che faceva da cantoniere. Aveva lasciato piccone, badile, traverse catramate, chiavarde e rotaie, sotto il cui peso gli era rimasta la schiena incurvata e s'era trovato nelle mani incallite e screpolate penna, registri e biglietti ferroviari. Grande passo avanti, un cambiamento radicale: era molto contento.

La moglie, le due figlie, i parenti erano orgogliosi di lui: vi vedevano un futuro capostazione, uno di quelli che comandano, che regolano la marcia dei treni col berretto rosso.

Se avesse superato gli esami di abilitazione ai vari servizi, in­fatti, si sarebbe potuto assicurare un ottimo sviluppo di carriera.

Durante i viaggi per Messina, incantucciato nello scricchiolante bagagliaio, affollato di ferrovieri, Liotimi raramente partecipava a discussioni. Dalla sua faccia traspariva la soddisfazione per la posizione sociale raggiunta, ma gli si leggeva anche qualche punta di preoccupazione. Sul treno o alla stazione di Pace del Mela, nell'attesa di partire, era di poche parole, non si apriva con nessuno. 501o a Messina, a qualche collega, esternava l'ap­prensione per gli esami: «Non vorrei dare soddisfazione ai miei vicini che vivono d'invidia.»

Non andava oltre e quando poteva restava solo con i suoi pensieri. Allora ripercorreva tutta la sua vita, fin dall'infanzia, da quando a Condrò lavorava nelle terre del conte, nelle quali aveva trovato sostentamento da diverse generazioni la sua fami­glia. Già a dodici anni, scalzo e mal vestito, aiutava il padre a vangare le terre, ad abbeverare le bestie, a raccogliere le olive, a vendemmiare e pigiare l'uva nel palmento, a mietere il grano, a trasportare a spalla i prodotti nei magazzini del conte o ai mercati di Milazzo e Barcellona, tirandosi dietro l'asino per la cavezza. Non poteva non pensarci: era cresciuto sotto la sferza delle fatiche, senza speranze e senza sogni. Neanche un momen­to aveva creduto di potersi lasciar dietro quella vita. Poi il servi­zio militare, a vent'anni, con i piedi avvolti in pezze di tela, infilati negli scarponi chiodati, e la divisa grigio-verde nella quale c'era posto per un altro. Era stato destinato a Bologna, e aveva attraversato per la prima volta lo stretto di Messina, restandone incantato.

Della vita militare conservava un ottimo ricordo: non aveva mai mangiato tanta carne e tanto riso. Diciotto mesi di riposo, diceva. Dalla vanga al moschetto, dalle balle di fieno allo zaino sulle spalle: era stato un gioco. E poi, aveva incominciato a conoscere il mondo, a frequentare bar, cinema, case di tolleranza: s'era sentito uomo.

A Bologna aveva conosciuto la sua prima donna: un ricordo che non aveva potuto allontanare più. Rientrato dal servizio militare, dopo alcuni mesi, non intendendo più tornare alla terra, Liotimi s'era arruolato nella milizia volontaria della sicurezza nazionale, e imbarcato a Messina per l'Africa Orientale. Aveva preso parte alla conquista di Makallé. A1 padre scriveva che in quelle terre le popolazioni vivevano allo stato primitivo e che egli era là per civilizzarle! Lamentava solo l'eccessivo caldo. Aveva preso parte alla sfilata di Addis Abeba. Ricordava sempre con particolare orgoglio di aver visto da vicino il maresciallo Badoglio.

Rientrato in Italia nel 1937, nella sua condizione di reduce d'Africa, era stato assunto nelle Ferrovie dello Stato con la qualifica di cantoniere: quanti sacrifici, quante fatiche anche lì!

Dopo il concorso, ottenuta la qualifica di alunno d'ordine si era considerato soddisfatto, aveva coronato il suo sogno: un lavoro leggero, dignitoso e ben remunerato. Niente più vanga, niente più badile, niente traverse e rotaie.

L'unico assillo: gli esami per conseguire le abilitazioni necessarie.

Non era cosa da poco. Pensando alla pochezza della sua preparazione, di cui cominciava a rendersi conto, non si sentiva tranquillo. Seguiva le lezioni dei corsi senza trarne granché profitto: le sue idee erano sempre più confuse. Non appena prendeva contatto con leggi e regolamenti gli veniva l'emicrania, suda­va freddo. Non riusciva a distinguere una concessione speciale dall'altra, la spedizione a bagaglio da quella a collettame; più cercava di approfondire i problemi che gli si presentavano, più s'impappinava. Gli mancavano le basi necessarie. Ogni qualvolta il suo cervello era costretto a riflettere su norme e regolamenti, e avveniva spesso, s'inceppava. Allora pensava ai suoi vicini di casa, quanto mai invidiosi, che gli facevano trovare una zappa, un badile o un piccone dietro la porta di casa, ogni mattina, quando usciva per recarsi alla stazione a prendere il treno. E lui li scansava e non aveva il coraggio di parlarne ad alcuno.

Infatti, da quando aveva assunto servizio come alunno d'ordine, i rapporti con la famiglia del cantoniere dell'alloggio accanto al suo si erano guastati. Le donne, tra loro, non lasciavano occasione per insultarsi. Le Liotimi trattavano le altre con una certa aria di superiorità, e quelle si vedeva che schiumavano d'invidia. Perciò Giuseppe Liotimi era convinto che a mettergli la zappa dietro la porta, come per invitarlo a tornare alla terra, fosse proprio l'ex collega.

Aveva sempre subito senza denunziare i fatti per evitare che divenissero di dominio pubblico e che la gente ne ridesse alle sue spalle. Preferiva sopportare in silenzio, piuttosto che mettersi spontaneamente alla berlina.

Man mano che aumentavano le preoccupazioni per gli esami e per la probabile perdita del lavoro, se non 1i avesse superati, gli veniva subito in mente la soddisfazione che avrebbe dato ai suoi vicini, agli ex colleghi, ai dipendenti della stazione di Pace del Mela, e solo vagamente pensava anche alle condizioni in cui sarebbe venuto a trovarsi con la sua famiglia. Cercava perciò un mezzo qualsiasi che gli consentisse di superare quelle maledette prove, che gli si annunziavano così difficili, e il suo pensiero correva a ritroso, ai tempi del concorso ad alunno. Possibile che a Roma aveva trovato amici pronti ad aiutarlo e qui, in Sicilia, nella sua terra non ne doveva essere capace? All'epoca di quel concorso, con l'appoggio del vecchio conte, era arrivato ad alcuni funzionari del ministero che avevano preso a cuore il caso. Nella confusione di quei tristi momenti di guerra era riuscito ad avere la copia del tema e del problema. Farseli svolgere e copiarli non era stato difficile. Dopo di che, per quattro anni circa, quando viaggiare sotto i bombardamenti era pericoloso, e trasportare generi alimentari davvero rischioso, in media una volta al mese, raggiungeva Roma con due grosse valigie piene di formaggi, olio, farina di grano, per testimoniare la sua riconoscenza.

Allora i generi alimentari erano razionati, era la fame per tutti. Così aveva vinto un concorso, al quale in tempi normali non si sarebbe sognato di partecipare. E mentre per gli altri giovani le guerre avevano spesso significato una morte prematura, lontano e senza gloria, per Liotimi erano state una specie di scalata sociale: con la guerra d'Africa s'era guadagnato il posto di cantoniere, con la seconda guerra mondiale quello di alunno d'ordìne.

Ricordava che alle prove orali la commissione aveva divagato su argomenti banali d'attualità per metterlo a suo agio: egli aveva risposto in dialetto stretto, quasi incomprensibile.

L'istruzione di Liotimi era quella di un lavoratore che avesse appena frequentato le scuole elementari. Ed era stata insufficiente, quasi inutile la preparazione serale di tre mesi per conseguire la licenza di avviamento professionale a Milazzo, licenza che avrebbe dovuto poi consentirgli di partecipare al preannunziato concorso a posti di alunno d'ordine.

A quell'esame, per la verità, non era stato nemmeno in condizione di presentarsi: sarebbe stato un disastro, se l'avesse fatto. Un altro giovane era andato in sua vece. Non si guardava per il sottile a quei tempi. Così s'era trovato fra le mani il diploma di licenza. Naturalmente, egli, eludendo i controlli, con l'asina di suo padre carica di grano, vino, olio e formaggi, aveva fatto più volte la spola fra il suo paese e Milazzo. Aveva detta grazie a tutti quelli che l'avevano aiutato, facendosi corrompere.

«Per le abilitazioni,» pensava, «non potrei seguire gli stessi sistemi?»

Era disposto a qualunque cosa, pur di non darla vinta a coloro i quali ogni notte gli sistemavano la zappa o il piccone dietro la porta. Era necessario trovare una strada sicura che conducesse diritta ai commissari d'esame: a Messina non doveva essere difficile trovarla. C'era don Alberto, anziano funzionario, padre di innumerevoli bocche da sfamare, che ogni mattina accettava il suo caffè al bar della stazione.

Liotimi spesso, scendendo dal bagagliaio, andava dritto difilato nell'alloggio del cavaliere Alberto a lasciare una valigia pesante che la sera ritirava vuota.

Don Alberto, da parte sua, ogni qualvolta arrivavano funzionari del compartimento, li faceva invitare da Liotimi a pranzo al ristorante della stazione e non perdeva occasione per magnificare, anziché la preparazione che sapeva inesistente, la bontà d'animo, la generosità (ne parlava con evidente cognizione di causa) e la buona volontà dell'impiegato.

Fu facile, così, a Liotimi tenere contatti diretti con taluni funzionari palermitani, i più... trattabili, i più amici.

Alla vigilia di ognuna delle sei prove di esami, le due grosse valigie tessevano il percorso tra Pace del Mela e Palermo. Partivano piene, tornavano vuote e il personale della piccola stazione, che ne intuiva il contenuto e conosceva la destinazione, si chiedeva scandalizzato come funzionari, notoriamente al di sopra di ogni sospetto, potessero farsi corrompere da un poveraccio quasi analfabeta. Ma erano tempi duri!

I colleghi di Liotimi lo guardavano darsi da fare per scrollarsi di dosso la scorza del villano ignorante e tentennavano il capo: «Non basta sostituire alla coppola il cappello e al piccone la penna, sempre villano bestia resta e morirà.»

Le prime tre abilitazioni, quelle che implicavano minori responsabilità: rilascio biglietti, gestione bagagli e merci, gli furono regalate.

Si trattò di una penosa prova di esami: i commissari non sapevano che domande porgli; qualcuno, anche se addomesticato, nel momento in cui doveva compromettere la propria dignità, si trovava quasi involontariamente a reagire; qualche altro si allontanava perché la coscienza gli rimordeva. Quando lo interrogavano, anziché rispondere, Liotimi li guardava in faccia come se volesse chiedere: «Ma come? Non avete ricevuto le valigie?»

Quelle abilitazioni furono quasi uno scandalo; se ne parlava in tutte le stazioni del reparto movimento di Messina.

Dopo alcuni mesi, Liotimi superò anche l'abilitazione al telegrafo, anche se strimpellava sul tasto. Non distingueva i puntini dai trattini. Anziché battere la lettera a (puntino e trattino), batteva la m (due trattini); al posto della q (due trattini e un puntino), batteva o (tre puntini); un disastro, ma le prodigiose valigie avevano anche questa volta fatto il miracolo e Liotimi rientrava a casa soddisfatto di non averla data vinta ai vicini invidiosi.

I guai grossi, insuperabili, vennero in occasione delle prove di esami per l'abilitazione agli apparati centrali e al servizio movimento. Si trattava delle due più importanti abilitazioni che, se superate, avrebbero posto nelle mani del Liotimi la vita del personale viaggiante e dei passeggeri. Nessuno che non avesse il grado d'incoscienza di Liotimi era disposto a farsi carico di una così grave responsabilità. Quei funzionari che avevano ceduto fino a quando non s'era trattato di mettere a rischio vite umane ora sembravano recalcitranti. Ormai le valigie non potevano bastare più.

La notte che precedette gli esami, Liotimi non chiuse occhio. Ormai i nodi erano arrivati al pettine: don Alberto gli aveva detto chiaramente di non crearsi illusioni, e se fosse stata necessaria una conferma del vento mutato, le ultime valigie gli erano state restituire piene.

Quel mattino, aprendo la porta di casa, il solito piccone andò a battergli tra le gambe, come un malaugurio. Liotimi si abbassò, lo raccolse e lo buttò nell'orto. Sul bagagliaio si addormentò appoggiato alla specola.

Fu l'ultimo a sostenere gli esame degli apparati centrali: conosceva solo le leve di comando dei segnali, ma non si rendeva conto quando dovesse manovrare l'una o l'altra. Il cavaliere Alberto, che assisteva, cercò di guidarlo con gli occhi, ma ben presto capì che era inutile.

Agli esami per l'abilitazione al movimento, non appena il presidente della commissione, grafico ferroviario alla mano, lo invitò ad indicare incroci e precedenze del treno 2910 sulla linea Palermo-Messina, a Liotimi sembrò di vedere un viluppo di spire di serpenti e con la mano destra, allontanò il grafico. Alle insistenti domande degli esaminatori, tenendo la testa fra le mani confessò: «Dottore, è troppo difficile.»

Si alzò, allontanandosi dal tavolo della commissione, e si accasciò su una sedia in un angolo della sala. Aveva completato i due anni di prova consentiti dalla legge, senza conseguire tutte le abilitazioni prescritte. Sarebbe stato licenziato. Si vedeva già con la zappa in mano nelle terre del conte che, forse, se non lo avesse aiutato, la prima volta, non gli avrebbe fatto nascere tante illusioni.

Fu un viaggio molto triste, fatto con l'ultimo treno per non incontrare quei pendolari con i quali da due anni divideva i disagi dei viaggi quotidiani e le loro inevitabili domande. Sapeva che era anche l'ultimo ritorno dalla città nella quale avrebbe voluto trasferire la famiglia, non appena fosse stato nelle condizioni di trovare un alloggio: la città che gli aveva fatto aprire il cuore a tante speranze, soprattutto per l'avvenire dei figli.

Un temporale lo accompagnò al treno sul quale, per la prima ed ultima volta, viaggiò sprofondato in un angolo di uno scompartimento di seconda classe. Chiudeva l'esperienza del pendolare così come l'aveva iniziata un mattino di gennaio di due anni prima: salutato da una pioggia torrenziale, che egli si era illuso di considerare di buon auspicio.

A Pace del Mela, la pioggia, complice l'oscurità, lo accompagnò da una pozzanghera all'altra, evitandogli di incontrare il personale della stazione. Grondava dalla testa ai piedi. Con lui entrò in casa un funerale. Nessuno aprì bocca; la moglie e le figlie lo guardarono in faccia e scoppiarono in lacrime: era la fine di due anni di illusioni e speranze.

Dopo aver assaporato una vita più dignitosa, dopo i sogni di una brillante carriera, Giuseppe Liotimi si vedeva precipitare di colpo a quei lavori della terra dai quali aveva cercato con tutte le sue forze di allontanarsi.

Era la vittoria di coloro che avevano guardato con invidia la sua caparbia volontà di progredire. Era la vittoria del suo ex collega che ogni notte, con accanita cattiveria, aveva sistemato dietro la sua porta gli attrezzi di lavoro: ora il badile, ora la zappa, ora il piccone.

Era un uomo finito: aveva perduto la scommessa.

Liotimi restò a letto per alcuni giorni come malato; la moglie e le figlie per la vergogna si trasferirono dai parenti a Condrò. La famiglia del cantoniere dell'alloggio accanto organizzò suoni e balli alla faccia sua. Fu un tristissimo Natale per Liotimi e famiglia.

Dopo meno di un mese arrivò puntuale la lettera di licenziamento.

Liotimi si rivolse in cerca di aiuto a Palermo, per ottenere la riassunzione come cantoniere. I suoi amici funzionari gli aprirono le braccia, lasciandolo al suo destino. Nulla potevano fare per aiutarlo.

Allora si indirizzò a un dirigente sindacale, con il quale si recò a Roma, dove, qualche settimana dopo, e in seguito all'intervento del sottosegretario ai trasporti, ottenne la riassunzione nella precedente qualifica.

Per non subire l'umiliazione di tornare a Pace del Mela da cantoniere, chiese e ottenne di essere destinato ad altra località della Sicilia.

Durante la permanenza a Roma, al dirigente sindacale che lo aveva assistito perorando la sua causa, per la prima volta e con profonda amarezza parlò delle traversie della sua vita, dei tentativi fatti per diventare qualcuno e della funzione esercitata dalle prodigiose valigie.

 

 

 

LA CAPPELLA

 

Mi fece la posta per alcune settimane. Poi, per telefono, mi disse che doveva vedermi per un problema urgente, che di certo stava a cuore anche a me.

Erano le prime ore del pomeriggio, quando si catapultò dentro la mia casa ed entrò subito in argomento: «Compare senatore, vengo a disturbarvi perché sono preoccupato e anche amareggiato!»

«Che succede?»

«Il cimitero, compare! Si tratta del cimitero. Sapeva che il terreno adiacente alla mia cappella era destinato a vostra signoria ed ero contentissimo. Ora sento dire che un consigliere comunale sta brigando per soffiarvelo. Come la mettiamo? Eh no,.., questo non dovete permetterlo! In quel terreno deve sorgere la vostra sepoltura. Lì ci dovete andare voi, e nessun altro. Diversamente, lasciatelo libero. Capirete: una cosa è avere accanto uno statista, altra uno qualunque.»

Abbozzai un sorriso: «Non mi risulta che sia stata avanzata una richiesta nel senso che dite voi. Sono chiacchiere che mette in giro la gente. Rassicuratevi.»

«Allora, se è così. sano contento, contentissimo.» Si alzò dalla sedia e mentre mi tendeva la mano per un saluto, disse: «Vi so uomo di parola. Mi affido a voi.»

«State tranquillo. Ci tengo anch'io... Così ogni mattina, affacciandoci dalla cappella, potremmo scambiarci il buon giorno.»

 

 

 

LA CUCINA A GAS

 

Due, tre volte alla settimana era alla porta del mio ufficio o di casa, con la stessa domanda in bocca e negli occhi: «Mi deve comprare la cucina a gas. lo non ho soldi: deve pensarci lei, signor sindaco! »

Era una donnina di mezz'età, piccola piccola e dimessa. Portava sempre una veste nera, che ormai tendeva al rossastro, e un paio di ciabatte. In paese, la chiamavano «decu du nonnu». Non ho mai capito cosa significasse.

Arrivò un giorno al municipio con la testa malamente fasciata; piangendo mi avanzò la sua richiesta: «Signor sindaco, non posso più aspettare! Mi deve comprare la cucina a gas.»

«Che v'è successo? Chi vi ha rotto la testa?»

«Mio marito», rispose. «Ho bisogno subito della cucina a gas. Quello, se no, mi ammazza!»

«Ma perché?» le chiesi, non riuscendo a vedervi alcun nesso. «Io,» spiegò, «cucino a legna; la casa si affumica tutta e mio marito, tornando la sera ubriaco, mi picchia.»

Telefonai a un negozio di elettrodomestici e ordinai un fornello a gas e una bombola. La donnetta voleva baciarmi le mani. Andò via gongolante di gioia.

Sono passati oltre venticinque anni, ma quando mi vede «decu du nonnu» mi viene ancora incontro festante per salutarmi e mormorare un «grazie».

Una eccezione che mi commuove sempre.

 

 

 

«I SPANDENTI»

 

Quando fui chiamato ad amministrare la Provincia, dalle nostre parti erano ancora tempi assai duri. Gli appaltatori facevano la fila per ottenere la manutenzione delle strade provinciali. Si trattava quasi sempre di piccole cifre da erogare, raramente su­peravano i cinque milioni di lire. Gli operai, duramente colpiti anch'essi, pietivano poche giornate di lavoro alle loro dipendenze. L'amministrazione provinciale fino a quel momento era stata tenuta dai liberali.

Erano i primi mesi del '56.

Appena insediata la nuova amministrazione democristiana, : sindaci si affrettarono ad avanzare richieste di interventi, soprattutto nel settore dei lavori pubblici.

Le strade provinciali, in buona parte in condizioni precarie. erano quasi tutte «a macadam» e gli amministratori comunali reclamavano la loro bitumatura.

Il ragioniere generale della Provincia, sollecitato a trovare nelle pieghe del bilancio qualche fondo, si dichiarava impossibilitato a soddisfare le richieste. I comuni erano anch’essi a corto di mezzi, per cui, alla fine si pensò di costruire un ufficio progettazioni.

Tra i tecnici chiamati a far parte spiccava un uomo di assoluta serietà e competenza, il geometra capo Giuliano Farulla, sempre pronto a partorire iniziative. Fu lui che ideò i cantieri di lavoro finanziati dallo Stato e dalla Regione, per realizzare una strada a mezza costa che doveva collegare tutti i comuni collinari e montani della provincia, suscitando grande interesse tra gli amministratori interessati. Nella progettazione dell'importante opera impegnò numerosi giovani geometri, detti farullisti, che in seguito la mia amministrazione assunse come avventizi.

L'iniziativa cadde con l'avvento del governo Milazzo, che sostituì l'amministrazione democristiana con un post-pourri milazziano, in cui erano rappresentati comunisti, monarchici e mis­sini. I milazziani si segnalarono per la costante preoccupazione di tentare, inutilmente, di mettere in cattiva luce e mandare in galera í loro predecessori, per avere un motivo di giustificazione per la sostituzione operata.

Le amministrazioni elettive, dopo il 1961, lasciarono decadere l'iniziativa del geometra Farulla, che dovette rinunziare a realizzare anche solo una traccia di quella importante opera che avrebbe portato grandi benefici, soprattutto alle popolazioni montane.

Quando non trovavo fondi per opere urgenti, Farulla interveniva, suggerendo: «Ci sono i spandenti, signor delegato, i resti. Glieli trovo ío.»

E li trovava realmente. Con «le ribasse» d'asta, la revoca dei vecchi finanziamenti mai utilizzati o di delibere improduttive, riuscivamo a racimolare centinaia di milioni che ci permettevano di far fronte ai bisogni più impellenti dei comuni.

Erano tempi eroici.

 

 

 

CENTOSEI FAGIOLI

 

L'usciere ci introdusse dopo una decina di minuti di attesa. A sinistra, da una grande scrivania, emergeva una testa che aveva l'aspetto di una pentola rovesciata con dei baffetti che sembravano posticci, fermamente innestata in un corpo tarchiato: era il socialdemocratico Giuseppe Romita, ministro dei lavori pubblici.

Si alzò con aria di sufficienza, ci strinse la mano e si rimise in poltrona lasciandoci in piedi.

L'on. Nino Dante, che mi accompagnava, si sedette, invitandomi a fare altrettanto e gli disse subito: «Ministro, il sindaco di Barcellona ha da sottoporti alcuni problemi della sua città.» «Sentiamo!»

Parlai dell'urgenza di costruire dei cunettoni coperti lungo la traversa interna della Statale 113, dato che le acque limacciose scorrevano nell'abitato a cielo aperto, e poi lo pregai di volere disporre un finanziamento di centosei milioni di lire per la realizzazione di un importante progetto, che gli sottoposi: la costruzione di un mercato coperto.

Mi guardò, sistemandosi i baffetti con la mano tozza. e pigiò un pulsantino. Dalla porta laterale si presentò il capo di gabinetto, del quale non ricordo il nome. Credo si trattasse di un consigliere di Stato.

«Mi dia centosei fagioli», ordinò.

E l'altro, sorpreso: «Dove li prendo?»

«Ha visto?» mi disse Romita. «Se non ho neanche centosei fagioli, come posso darle centosei milioni?»

Lo guardai allibito e dopo alcune battute polemiche di Nino Dante e mie, lo salutammo e guadagnammo l'uscita.

Sindaco da alcuni mesi, era il primo incontro che avevo come amministratore con un ministro della repubblica.

 

 

 

IL LIBRO DEL CINQUECENTO

 

Avevo appena quattordici anni quando lo conobbi: era un uomo che sfiorava il mezzo secolo, di statura superiore alla media, con un portamento distinto, messo ancor più in risalto dall'abito e dal cappello scuro. Di lui sapevo che era stato ferroviere: lo avevano licenziato per motivi politici i fascisti.

Avevo sentito dire che praticava il magnetismo animale, che poteva leggere nel pensiero. La gente lo cercava per ottenere miracolose guarigioni, per farsi liberare dal malocchio, per conoscere il futuro.

Lo vidi per la prima volta a casa mia; aveva saputo che vi si trovava il mio nonno materno, suo amico da quando assieme lavoravano in ferrovia, ed era venuto a salutarlo.

Non c'era una volta che lo incontrassi, dopo di allora, senza chiedergli di predirmi il futuro, credo aspirazione inappagata di tutti.

Incuriosito dai suoi strani poteri, gli chiesi di suggerirmi quali libri leggere per saperne di più sullo spiritismo, sulle scienze occulte.

Ben presto del signor Francesco Molica, che il popolino chiamava «professore», divenni amico. Andavo a trovarlo a casa, animato da curiosità insaziabili. Qualche volta mi trovai ad assistere a suoi interventi di pranoterapia. Ammaliato dal mondo nuovo che mi si schiudeva davanti agli occhi, lo vedevo imporre le mani delicate su indumenti intimi di un malato, scuoterle più volte di lato come a scacciare qualcosa di impuro che li avesse contaminati. Teneva gli occhi fermamente chiusi, la testa immo­bile, mentre le labbra continuavano incessanti a mormorare preghiere. Il professore era religiosissimo; ogni mattina, sul fare dell'alba, lo si poteva incontrare ai piedi dell'altare della Madonna del Carmelo.

Le sue doti estrasensoriali con le quali si era assicurato f mezzi per sostentare la famiglia, gli venivano certamente dalla sua profonda fede.

Ogni nostro incontro era una sorpresa e un incanto di più. Un giorno gli sentii far cenno al libro del '500, con il quale la gente esperta, il medium, acquisiva poteri straordinari: poteva coman­dare agli spiriti, scoprire tesori nascosti sotto terra... Ghiotte curiosità, che accendevano bagliori su un mondo nuovo affascinante proibito.

Da quel momento non lo lasciai più in pace: andavo a trovar­lo in tutte le ore libere dallo studio, due, o tre volte la settimana. Non riuscivo a frenare un tumulto di domande che mi si affacciavano alle labbra; non sempre, però, egli mi dava le risposte che mi aspettavo. Solo ora posso capire che quella che m'appariva una reticenza inspiegabile era dettata dalla sua prudenza a mostrare un mondo segreto e misterioso che poteva turbare un ragazzo della mia età.

Un giorno mi trovai a parlare di lui con una mia vicina di casa, un donnone alto e robusto, che a vederla incuteva soggezione, ma madre tenerissima di una nidiata di figli. Volevo metterla a parte della mia importante amicizia. Rimasi sorpreso quando dimostrò di conoscere perfettamente quelle «cose oscure» che tanto mi interessavano. Fece di più: mi confidò che in un suo

podere, che s'allungava sullo stradale provinciale che da Portosalvo conduce a Protonotaro, c'era un tesoro nascosto. Si trovava proprio lì, sotto la casa colonica, protetto e difeso da spiritelli maligni. E la cosa, mi disse, era risaputa.

Così, ogni qualvolta un colono - se ne alternavano spesso in quel podere -, spinto da un folletto a tentare l'avventura della ricerca, si metteva a scavare all'interno della vecchia casa la nuda terra del pavimento, ecco che scopriva grandi giare piene zeppe di carbone nero e lucente.

Quei folletti amano dileggiare la povera gente, spesso nella notte compaiono dal nulla e si pongono a cavalcioni sul petto delle povere contadine addormentate, a toglier loro il respiro, per poi scomparire nelle albe, magicamente. Quei folletti, si sa, sono le anime dei bambini nati morti, che odiano le donne perché sono invidiosi e gelosi delle carezze che fanno ai figli, essi che non conobbero l'amore delle mamme.

Erano quei folletti che trasformavano i marenghi d'oro del tesoro in carbone. E non si fermavano lì. Continuavano a dare fastidi e nessun contadino trovava pace in quella casa.

La signora Pietra Rugolo convenne con me che occorreva proprio il libro del 500 per scacciare gli spiriti e liberare il suo tesoro. Ma trovarlo era compito arduo. E ci voleva pazienza e fede. Ma anche coraggio e fortuna. Quando le chiesi di darmi dei consigli su come indirizzare la mia ricerca, disse che sapeva di un contadino di Mazzarrà Sant'Andrea, un tale «zu Giovanni», che possedeva libri antichi in pergamena, libri «latini», con i quali scongiurava gli spiriti, le «presenze». Lei lo conosceva bene, perché gli affidava i vitelli per l'ingrasso, anche se mai aveva osato chiedergli direttamente di quei libri.

Se io ero certo di avere il coraggio, mi avrebbe dato l'indirizzo esatto ed io sarei potuto andare a suo nome a trovarlo.

La ringraziai soddisfatto, ripromettendomi di approfittare subito dell'occasione che mi si presentava. Ma fu solo dopo alcuni giorni che potei montare sulla mia Wolsit, la bicicletta che mi aveva regalato mio padre per premiare la mia promozione alla terza ginnasiale con la media di otto decimi, allora non tanto facile da conseguire, e raggiungere Mazzarrà Sant'Andrea, un centro agricolo sulla Statale 185 che conduce a Novara Sicilia.

Già il viaggio era stato un'avventura, non fosse altro, per il guado a piedi del torrente Mazzarrà, in una campagna verdeggiante e solitaria, che faceva rivivere sulla mia pelle le storie meravigliose lette nei libri di Salgari.

Il paesaggio, è vero, era addolcito e reso familiare, quasi ba­nale, dai giardini d'aranci; con i loro scontati colori e le suggestioni delle foglie lucenti, ma la fantasia di un ragazzo non ha bisogno che d'un piccolo stimolo per galoppare al vento.

Ogni tanto mi fermavo a chiedere a qualche contadino informazioni. Mi sembrava che mi guardassero con strani occhi, ma era evidentemente una mia impressione.

Finalmente, da lontano, scorsi la casa, me la avevano indicata come quella di «zu Giovanni», quasi nascosta in un grande giardino di limoni, una vecchia casa colonica scrostata d'anni, con tegole ammuffite che la mimetizzavano perfettamente nel paesaggio verde.

Raggiungerla, quando già l'avevo a portata di mano, fu un'impresa difficile, che quasi mi faceva rinunziare. Due cani mi sbarravano il passo come due cerberi al cavaliere delle leggende. Uno era nero, dagli occhi giallo-acceso che facevano capolino dal folto pelo infangato di bianco, proprio attorno alle ciglia. L'altro marrone, un colore uniforme che, confondendoveli, non lasciava scorgere gli occhi; e aveva zampe poderose, che sembravano artigliate.

Quando già disperavo di poter proseguire, al mio richiamo rispose qualcuno. I cani s'azzittirono di colpo e, siccome il padrone dava loro la voce, si volsero scodinzolando, distratti e an­noiati, permettendomi così di inoltrarmi per il sentiero. Anche l'uomo s'appressava. Poi si fermò ed io ebbi il tempo di guar­darlo bene, prima di sapere chi fosse. Era sulla cinquantina, grande e robusto, con capelli neri, arruffati e selvaggi. Il suo corpo vigoroso sembrava rendere minuscolo il vialetto.  Aveva i piedi massicci nudi, il loro colore si confondeva con quello della terra, così che egli tutto sembrava sorgere come una forma bizzarra, un albero o un masso, dal terreno, farne parte inscindibile.

Tale fu la suggestione della mia fantasia che quasi gridai spaventato, seguendo il moto degli occhi che mi squadravano sospettosi e incuriositi.

Subito ritrovai la voce. Dissi che ero mandato lì dalla signora Pietra Rugolo, la macellaia, per vedere, se lui l'avesse permesso, i suoi libri latini. Mi chiese di seguirlo in casa.

Dopo la violenza del sole, che mi aveva abbacinato, la casa; ma era solo uno stanzone in terra battuta, mi sembrò l'antro d'un mago. In un angolo, un giaciglio sul quale gettati alla rinfusa erano stracci senza colore, poi arnesi di lavoro e ceste di vimini intrecciati, su tutto la polvere della miseria e dell'abbandono.

Il vecchio trasse da sotto il letto una cesta ricolma di pezze colorate, che incominciò a tirar via disordinatamente... A1 fondo, protetto da una tela bianca, un involto. Egli lo prese con cura e lo svolse con mani attente, come se celebrasse un rito. C'erano alcuni libri, senza copertina e tutti consunti.

Chiesi di poterli sfogliare, per capire cosa ci fosse scritto. L'uomo mi guardò in silenzio, con un lampo di simpatia.

«Sai leggere!» considerò.

Capii che egli, che pure li conservava così gelosamente, non ne aveva mai potuto appurare il contenuto. Erano libri di preghiera, invocazioni e agiografie di santi in latino. Qualche vecchia edizione chissà come, quando e per quali vie giunta fino a lui e conservata come un tesoro.

Gli dissi che non mi sembrava quello che cercavo; io volevo il libro del '500. Di quello avevo bisogno.

«A te, figlio,» mi rispose, «lo posso dire. Non dovevi venire da me. Quello che cerchi è don Antonino Spartà, l'esportatore di agrumi. Ha il magazzino a Patti Marina. Vai da lui. Di' che ti mando io. Ti darà ascolto! »

Deluso ed eccitato ripresi la via del ritorno. La strada sembrò più breve, ora che le mie fantasticherie e il ricordo dello strano personaggio mi aiutavano a pedalare con più lena. Ma a casa furono rimproveri aspri. Mio padre non voleva sentir ragioni. Niente doveva distrarmi dallo studio.

Ma l'avventura della ricerca mi era ormai entrata nel sangue. Attendevo il momento propizio per tornare dalla signora Pietra e riferirle l'esito del mio incontro e i consigli che «zu Giovanni» m'aveva dato.

Finalmente una domenica, verso l'imbrunire, imboccai deciso la strada che conduceva all'abitazione della macellaia. La donna mi accolse curiosa e sorridente. Volle sapere proprio tut­to, persino le mie impressioni. Poi considerò, un po' sconsola­ta: «Lo sapevo, io! Tutti dicono d'averlo, quel libro, ma poi, quando vai a vedere, è un'altra delusione. Anche il monaco, allora... »

«Il monaco?» la interruppi. «Quale monaco? Non me ne ha mai parlato!»

«Son cose vecchie, di tanti anni fa. Tu non eri ancora nato. E anch'io ero solo una ragazza. Ma, anche se non me lo dissero chiaramente, capii tutto lo stesso.»

«Ma questo monaco, che c'entra?»

«C'entra, c'entra. Il monaco lo chiamò mio padre. Gli avevano detto che era un sant'uomo e che possedeva il libro del 500.

Mio padre lo andò a prendere col carrozzino, fino in convento. E di notte tra il fare e sfarsi della luna, tutte e due se ne andarono a Protonotaro ».

Era buio fitto, ma il mulo sapeva dove andare, come se avesse gli occhi sugli zoccoli. Il monaco si tirò il cappuccio sulla te­sta più per abitudine che per proteggersi dalla brina che stava per calare.

Don Giovanni Rugolo si girò a guardarlo.

Fratello, siamo sicuri che facendo tutti 'sti sacrifici poi la liberate veramente la casa dagli spiriti e mi fate trovare il tesoro? E quello che avete, è proprio il libro del  500?»

«Ci vuole fede!» rispose laconicamente il monaco. E riprese a mormorare preghiere.

Don Giovanni si mise a fischiettare piano, per farsi compagnia.

Quando giunsero alla cascina, già si vedeva in lontananza un primo chiarore di cielo. In Sicilia, all'aperto, l'alba è veloce ad arrivare.

II monaco trasse da una piega della tonaca il libro e reggendolo davanti a sé, come se fosse un crocifisso, si fece strada verso la casa. Avevano appena varcata la soglia e già don Giovanni si accingeva ad accendere una lanterna che un colpo di vento fece chiudere di scatto la porta dietro di loro. Poi i fiammiferi ri­fiutarono di accendersi. Così che i due rimasero nel buio più fitto. Strani scricchiolii correvano per la casa. Sembrava che tutte le anime senza pace si fossero date convegno lì. Spifferi, soffi, catenacci che scorrevano, stridii... Il frate cominciò a recitare ad alta voce le sue litanie. Ma la sua parola usciva come deformata. E se non era paura, era certamente l'intervento di qualche spiritello maligno, disturbato.

Don Giovanni cominciò a tremare e battere i denti. Non era più sicuro di nulla, neanche di volere liberata la casa e rimpiangeva di essere venuto fin lì. In fondo quelle son cose che dovrebbero fare gli esorcisti, da soli.

Ma anche il monaco sembrava vacillare nelle sue convinzioni. Arretrando con cautela, don Giovanni sentì dietro di sé la maniglia della porta, l'aprì e si precipitò fuori. Subito dopo uscì il monaco. Ed ecco scatenarsi un temporale con lampi e tuoni. E il cielo, malgrado quel putiferio, continuava ad essere sereno!

«Queste sono cose diaboliche! » disse don Giovanni. «Andiamocene di qui.»

Il monaco non rispose, s'affrettò a salire sul carrozzino. Non c'era neanche una cerata per ripararsi dalla pioggia e fecero il viaggio di ritorno quasi annegati da quell'acqua livida.

«Quando mio padre arrivò a casa, era ormai il mezzogiorno», continuò la macellaia. «Pover'uomo, era ancora inzuppato fradicio. Raccontò a mia madre quello che aveva visto e provato. E mia madre, donna saggia e di poche parole, commentò: "Quello non era il libro giusto, non era il libro del '500." Da quel giorno mio padre ebbe come un chiodo fisso. Voleva vendere la terra e la casa, ma ormai si era risaputo che lì c'erano gli spiriti e non trovò nessuno, neanche a regalarla.»

Il racconto della signora Rugolo mi aveva messo una specie di formicolio addosso. Non volevo riconoscere però che fosse paura.

«E non era veramente il libro del '500?» chiesi, tanto per dire qualcosa.

«Quel libro è come l'araba fenice: "Che ci sia ognun lo dice / dove sia alcun lo sa"», cantilenò la macellaia. Poi riprese: «Senti, figliolo, l'impresa è disperata. Ora mi rendo conto che non ti dovevo coinvolgere. Perché sono convinta che anche quello di 'sto cristiano che t'hanno indicato, quest'Antonino Spartà, sarà una delusione. Perciò è meglio se ci levi mano. Lascia stare, vatti a mettere a giocare con i compagnetti tuoi. Tu sei signore, puoi studiare, leggere, ci sono tante cose da fare per un giovane istruito come te.»

Salutai la signora Pietra e presi a scendere le scale di casa sua. Ormai la mia volontà vacillava. Non ero più sicuro di volere continuare la ricerca. Intanto era difficile, pericolosa. E poi non c'era riuscito nessuno a trovarlo, quel libro. E mio padre non mi permetteva,.. Però, se l'avessi trovato io, che vittoria sarebbe stata! I miei compagni avrebbero detto che ero stato il più in gamba, gli amici lo avrebbero saputo e m'avrebbero apprezzato e invidiato. E quei fantasmi sarebbero scomparsi. E i tesori che si sarebbero liberati dalla terra... Era inutile. Il libro del 500, quel libro doveva essere una favola, meglio non pensarci più.

Stavo per svoltare l'angolo della via, quando mi sentii chiamare. Era la figlia della signora Pietra. Una ragazzetta quasi mia coetanea, con due occhi neri che trafiggevano e capelli folti e ricci.

«È vero che cerchi il libro del 500?» «Mm... »

«Me lo puoi dire, sai. Io non sono tipo che racconta le cose in giro!»

«Sì, forse.»  ,

«Come sei coraggioso! Non hai paura, tu?» «Non son cose da aver paura, queste! »

«No, non dire così. Mia madre mi ha detto che nessuno ha mai provato a cercarlo, quel libro. Che è cosa pericolosa assai! Tu, invece...»

«Io, invece, lo cerco soltanto. Lo troverò!»

Armato di un nuovo coraggio mi avviai baldanzoso verso casa. Di fronte a quella bella ragazzina non volevo né potevo fare la figura del fifone. Ormai m'ero impegnato. E, se esisteva veramente, il libro del 5OO lo avrei trovato proprio io.

Passarono alcuni giorni, la curiosità per i fatti di magia si era. così intimamente insinuata dentro di me, che non perdevo occasione di leggere e rileggere i libri che m'ero fatti venire da Napoli. E aspettavo al varco il postino che avrebbe dovuto consegnarmene altri che avevo ordinato.

Ormai sapevo che per chiamare gli spiriti ci voleva un tavolino tondo, a tre piedi. E un giorno convinsi il falegname dirimpetto a casa mia a costruirmene uno. Lo portai a casa un po’ soppiatto, cercando di giustificare a mia madre l'acquisto. Le dissi che era un regalo che mi volevo fare. Si poteva mettere

vicino al mio letto. Ci avrei posato sopra i libri di lettura, per distinguerli da quelli di studio, così non mi sarei confuso. Mia madre tentennò il capo, per nulla convinta, ma non replicò. Rimasto solo finalmente, poggiai le palme delle mani aperte sul tavolino e dopo aver pronunziato preghiere e invocazioni, quelle stesse che avevo appreso nelle mie continue letture dei testi magici, cercai di evocare qualche anima vagante. Sapevo che non vengono subito appena chiamate, non stanno certo lì ad aspettare.

le ore passavano e non succedeva nulla. Deluso, rinunziai, anzi feci  di più, relegai il tavolino in una vecchia stanza dove non entravamo mai. Ormai ero convinto di non possedere doti medianiche.­

Dopo cena, mio padre venne a darmi la buonanotte ed io mi preparai ad un sonno sereno.

Improvvisamente, nel silenzio profondo dell'ora, cominciarono ad avvertirsi forti rumori. Qualcuno batteva violentemente  qualcosa. Tutta la casa fu ben presto sveglia, all'erta per capire prima di tutto, di cosa si trattasse.

 Era il tavolino. Solo! Aveva preso a battere in Morse strani messaggi. Mio padre che sapeva il codice, li traduceva allibito, mentre mia madre in un angolo pregava e piangeva.

Dopo un primo momento di smarrimento e di sorpresa, mio padre prese il tavolino, aprì la finestra e, tenendolo alto sulla testa, come ad imprimere maggiore slancio, lo scaraventò giù. Poi... furono rimproveri e qualche schiaffo.

Il giorno dopo, mia madre venne a svegliarmi.

«Non dovevi farlo, quello che hai fatto!» mi rimproverò. «Sono cose pericolose. Tu non puoi capire; per te, alla tua età, è tutto un gioco, un'avventura. Tuo padre è stato fin troppo buono con te». «Ma, mamma...»     '

«Zitto! Non ti fare sentire. Lo sai cosa è successo alla zia, per scherzare con queste cose?»

«Alla zia?»

«Sì, mia sorella. Appena sposata andò ad abitare in una vecchia casa. Glielo avevano detto che era infestata, ma lei, dura, niente, non ci voleva credere. Così andò ad abitare lì, che era ancora sposina».

«E lo zio, anche lui lo sapeva?»

«Sì, certo. Ma quello non ha prudenza. Anche mia sorella, però... Appena tornati dal viaggio di nozze entrarono in quella casa. Erano tutti contenti e indaffarati. C'era da mettere a posto i regali, poi disfare le valigie. Quando andarono a coricarsi era tardi, avevano sonno ed erano stanchi. Ma avevano appena spento la luce che un'ombra si materializzò ai piedi del letto. Una brutta faccia, qualcosa di minaccioso. Sulle prime non capirono che cosa fosse, anzi, mia sorella mi disse di aver creduto che fosse un ladro, un malfattore entrato in casa per derubarli: Quando accesero la luce, quella "persona" non c'era più. Guardarono tutta la casa. Porte e finestre erano sprangate. Impossibile che qualcuno si fosse introdotto di nascosto»...

«E allora? Racconta. Come andò a finire?»

«Andò a finire che era sempre la solita storia. Di giorno niente, la notte qualcuno spuntava e minacciava. A1 terzo giorno scapparono da lì, senza neanche fare i bagagli. Ci dovetti andare io, che ho meno coraggio di lei...»

«Ci fossi stato io, invece...»

«Tu, niente. Non scherzarci sopra. Non son cose da prendere alla leggera. Mi devi promettere che sarai più cauto!»

«Ma io non credevo... che sarebbe successo quello che è accaduto. Quello che mi interessa è il libro del 500.»

«Non voglio sentirne parlare. Non ti rendi conto. È troppo pericoloso. Devi lasciar perdere.»

Non risposi. Certamente non potevo promettere a mia madre di fare qualcosa, essendo sicuro di non potere mantenere l'impegno. Ne andava del mio senso dell'onore. Se solo avessero capito quanto era importante per me! 

Il mattino dopo andai dal professore, e dopo avergli raccontato del mio inutile viaggio a Mazzarrà Sant'Andrea gli comunicai la mia intenzione di condurre la ricerca del libro del 500 a Patti Marina. Mi ricevette con la solita cordialità, ma c'era in lui come una sorta di ritrosia. Capivo che forse voleva dirmi qualcosa, ma ne era come impedito. Alla fine, dietro le mie pressanti richieste per sapere il perché del suo insolito comportamento, mi disse con molta franchezza: «Ho parlato con tuo padre. Anch'io sono d'accordo. È meglio lasciar perdere questa ricerca del libro. Sei un ragazzo. Pensa a studiare. Son cose difficili e com­plicate. Non sono adatte a te. Lascia perdere!»

Mi allontanai con l'impressione d'essere stato tradito, ma anche stranamente determinato ad andare avanti, malgrado tutto. Dovetti aspettare oltre un mese per avere l'opportunità di allontanarmi dal paese. Difatti, pur senza farmelo pesare, i miei genitori mi controllavano molto più da vicino ed io non volevo far nulla per metterli in preoccupazione.

Ma quella domenica mattina, presi di volata il treno delle 8,30  raggiunsi a piedi Patti Marina, dove mi aveva indirizzato zu Giovanni.

Il grande magazzino d'agrumi era in piena attività quando vi giunsi voci di donne e i rumori della lavorazione. Appena varcato l'ingresso mi si fece incontro un vecchio sdentato con pochi capelli sul cranio macchiato di vecchiaia.

<< Che cosa desideri?»

<< Cercavo don Antonino Spartà.»

<< Il principale non c'è. Parla con me. Sono il custode. Di che >>

proprio parlare con don Antonino, in persona.» dico che non c'è...»

<<Quando torna?»

<<Che ci sono dietro, io, a contargli i passi? Torna quando vuole tornare , è il padrone! Ma tu che vai cercando? Si tratta di qualche partita di limoni? Che ti manda tuo padre? Non mi pare di conoscerti!»

<<Non sono di questo paese. Vengo col treno.»

<<allora, che vuoi?»

<<Non sono cose da parlarne a lei. Devo fare una domanda a don Antonino.»

Il vecchio, indispettito e offeso dal mio rifiuto, girò le spalle e si allontanò.

Peccato, andavo considerando fra me. Una giornata persa. Ma allora quel libro era veramente una cosa impossibile da trovare...

Quante difficoltà, tempo, impegno e poi, poi un pugno di mosche in mano.

Tornai al paese senza più mordente. E io che avevo rischiato una punizione severa da mio padre. Se non era destino... A certe cose un vero siciliano non si oppone mai.

La sera, uscendo da un caffè dove ero andato a comprare un cono al limone, mi sentii chiamare. Era la figlia della signora Pietra Rugolo.

«L'hai trovato?» mi chiese subito. «Che cosa?» cercai di tergiversare. «Come che cosa? Il libro!» «No!»

«Ma ci sei andato, dove dovevi andare?»

Ero indeciso se fermarmi o no a parlarne con quella ragazzina; una donna di queste cose che ne poteva capire?... Però, il suo sorriso era così dolce e accattivante e gli occhi neri così curiosi e maliziosi...

«Sono andato, ma non c'era. È troppo lungo a raccontarsi. E forse non ci torno più. Devo studiare.»

«Come, lasci perdere? Se non fosse per mia madre, che non mi lascia muovere un passo, verrei anch'io con te a cercarlo. Oppure cominci ad avere paura?»

«Figurati! »

«Allora perché vuoi abbandonare tutto? Tu sei così coraggioso. Se non ci riesci tu, non ci riesce di sicuro nessun altro. Che peccato, se molli tutto.»

«Forse ci ripenso.»

«Sì, vai, vai. E fammi sapere quando. Io ti aspetterò alla stazione, così mi racconti.»

«E tua madre'?»

«Dico che vado dalla nonna.»

Ormai era una questione di puntiglio con me stesso, ma soprattutto con quella ragazza. Mi dispiaceva deluderla. E poi c'ero quasi arrivato a sapere se il libro esistesse realmente. Quello avrei dovuto appurarlo. Poi, se non era il libro del 500, pazienza. Ma nessuno avrebbe potuto dire che avevo paura di cercarlo.

Le settimane di vacanza andavano volando via, mai un'estate mi era sembrata così breve. Se avessi aspettato ancora, ero certo che avrei finito con il rinunziare alla mia ricerca. Cominciando le lezioni, non avrei avuto più tempo e forse nemmeno più la voglia.

Quella domenica di fine settembre mi sembrò fatta apposta per portare avanti il mio progetto. Il cielo era terso e il sole abbagliava come non mai, quando presi il treno. Mille indizi, un luccichio nel verde compatto del treno in corsa, una zaffata d’aria profumata che superava la barriera del finestrino chiuso, tutto contribuiva a darmi la certezza del successo.

Dentro di me cantava un'allodola.

Mi diressi sicuro al magazzino d'agrumi. Poco prima di oltrepassare la porta, ne uscì fuori un uomo scarno, sulla cinquantina. Chissà come, fui sicuro che si trattasse di don Antonino Spartà. «Cercavo di lei!» gli dissi.

«Di me?»

«È don Antonino Spartà, vero?» «Sono io!»

«Mi manda zu Giovanni di Mazzarrà Sant'Andrea.» «Parla, che vuoi?»

«Il libro del 500.»

«Mandano proprio te a domandarmi quel libro?» si meravigliò il commerciante. «Sei un ragazzino. Ma come c'entri in queste cose? Chi sei?»

Gli spiegai tutto d'un fiato del professore, che mi aveva per primo fatto nascere curiosità sul mondo della magia, gli dissi della signora Pietra e del suo casolare abitato dagli spiriti, del tesoro nascosto, della mia inutile ricerca del libro prodigioso in casa di zu Giovanni, di come fossi stato indirizzato a lui...

«Non hai paura di queste cose?»

Non risposi, ma il mio sguardo doveva essere così fermo, la mia determinazione così forte che don Antonino ne fu certamente scosso.

«Aspettami laggiù», mi ordinò guardando il greto del torrente poco distante, che divide Patti dalla Marina.

Obbediente mi diressi nel luogo indicatomi, dove rimasi una diecina di minuti ad osservare le pietre luccicanti al sole. Quando don Antonino mi raggiunse aveva con sé una valigetta. «È chiusa da tanto tempo, che non sono sicuro di poterla aprire. »

Ma le chiusure, alla pressione delle sue mani, cedettero e... dentro c'era il libro.

Stesi le mani, avidamente.

«Aspetta», mi bloccò don Antonino. «Prima devo avvertirti...

Il libro lo puoi toccare, ma guai ad aprirlo. Stai attento anche che non si apra per caso, se no...»

Le parole non dette, e soprattutto quel tono di minaccia e ammonimento, mi fecero correre un brivido per le vene; malgrado il sole violento un sudorino freddo prese a serpeggiarmi per la schiena.

«E allora?» mi incitò don Antonino.

Allungai le mani a reggere il misterioso libro del 500. Era un volume delle dimensioni di un'enciclopedia, con una copertina di metallo annerito.

«Vedi? Questa è una lega d'oro, argento e rame, è spessa più di mezzo centimetro», mi spiegò don Antonino.

«È pesante!» osservai. «Non devi sfogliarlo!» Non risposi.

«Ecco! Reggilo così. Devi resistere alla curiosità. Ne va della tua stessa vita.»

Dal dorso del libro sporgeva un che di puntuto. Don Antonino con cautela tirò verso di sé l'o getto. Era una bacchetta della stessa lega della copertina, lunga quasi quanto il libro. Nella parte superiore finiva con un teschio e una piccola croce, in fondo terminava con un pesce appuntito.

«Questa bacchettina serve a comandare gli spiriti.»

Come preso da un'insolita fretta, don Antonino mi tolse il libro dalle mani e lo risistemò nella valigetta.

Insieme ci incamminammo verso la stazione ferroviaria di Patti. Ora tra noi c'era come una reticenza a parlare. Ma poco prima che arrivasse il treno, don Antonino mi disse che sarebbe venuto a Barcellona, per conoscere il professore, al quale assicurai avrei parlato del libro, e anche la signora Pietra. (Sono passati circa 50 anni da allora, eppure, se ci penso, sento di poter rivivere con la stessa emozione quel giorno. Molti parlavano di quel libro, ma nessuno l'aveva mai visto. Io l'avevo tenuto tra le mani, seppure per poco).

Giunto a Barcellona, mi precipitai a casa del professore. Mi feci largo tra il gruppo dei suoi affezionati «pazienti» e lo chiamai in disparte.

«L'ho visto», dissi con semplicità e orgoglio. «L'ho tenuto in mano! »

Il professore allibito mi chiese di che parlassi, senza indugio gli raccontai del mio incontro con lo Spartà, del libro magico, delle ammonizioni che mi aveva fatto mostrandomelo, di come sarebbe venuto la domenica successiva per conoscerlo.

Quando andai via, il professore mi strinse la mano.

La settimana volò via lesta lesta. E alle 12.30 della domenica io fui alla stazione a ricevere don Antonino Spartà.

Ormai eravamo due amici che si incontrano, accomunati, per giunta, da un segreto così grande. Lungo la strada non potei fare a meno di chiedere dove avesse trovato il libro miracoloso.

Don Antonino non si fece pregare.

«Sono passati tanti anni, ormai. Ero stato a caccia. S'era fatto tardi, troppo tardi per pensare a rifare la strada fino al paese. Già pensavo di passare la notte all'addiaccio, quando mi rammentai che in quei paraggi c'erano i ruderi d'un convento. Avviai la bestia. Del grande edificio, una volta fervente di vita, non era rimasto che qualche muro alzato, una campana e una croce sul tetto. Il caseggiato, tuttavia, offriva qualche riparo. Mi introdussi all'interno; c'era un tappeto di vecchi libri, certamente messali, libri di chiesa, oggetti sacri fuori uso. Rimestai un po' con i piedi, per farmi spazio e distendermi, quand'ecco vidi un leggero luccicare. Mi chinai per osservare meglio: era un libro dalla copertina di metallo. Lo raccolsi. Era pesante. Lo sollevai alla luce della luna e l'aprii. Non l'avessi mai fatto!»

Spartà tacque bruscamente. Eravamo proprio giunti in mezzo al ponte sul torrente Longano.

Io, completamente rapito dal racconto, vincendo ogni natura­le discrezione, lo incitai con foga: «Non si può fermare proprio ora!» lo scongiurai.

Quello si volse a guardarmi, abbassando più volte la testa. «Quando ci penso, mi sento tremare le gambe», spiegò. «L'avevo appena aperto, quel libro, che si scatenò un putiferio. Gli alberi nella calma calura della notte d'estate presero a fremere come se fossero investiti da una tempesta, il cielo si fece rosso di lampi e uno mi cadde vicino ai piedi, facendomi balzare indietro terrorizzato. Poi s'aprirono le cataratte nel cielo, ma a cadere non era solo acqua, grandine piombava a terra, a chicchi grossi come sassi, e cadendo schizzava e rimbalzava e ogni pie­tra di gelo mi veniva addosso e mi colpiva in faccia, sulle gambe, sul petto. Non sapevo come ripararmi prima. Il mulo che avevo lasciato a brucare s'impennò e si dette alla corsa nella campagna, ragliando come impazzito. In tutto quel finimondo il libro mi cadde dalle mani. Arretrando in cerca di scampo, me lo trovai tra i piedi e, non so perché, gli mollai un calcio che lo mando contro il muro, e lo fece chiudere. Mentre lasciavo correre una bestemmia per il gran male che m'ero fatto al piede, colpendolo, mi resi conto di qualcosa di portentoso: il temporale era cessato d'incanto. Non ci volle molto a collegare i due fatti straordinari di quella notte, il libro strano e il temporale, ancora più inspiegabile. Capii che quel libro poteva essere quello di cui avevo sempre sentito parlare. Tanto più che, come mi chinai ad osservarlo meglio, vidi che nella caduta era spuntata dal dorso una bacchettina. Presi in mano il tutto, lo misi nel carniere e... da allora non l'ho più aperto.»

Arrivati a casa del professore, questi ci si fece incontro, cordiale e sorridente, ma a me che lo conoscevo sembrò forse un po’ imbarazzato. C'era anche la signora Pietra e un amico del professore, il sig. Sebastiano Perdichizzi, che gestiva un avviatissimo negozio di calzature in Via Garibaldi, ma che aveva un grandissimo interesse per le cose di magia.

Quel giorno la mia curiosità rimase delusa. Mi aspettavo che subito cominciassero a trafficare con il libro, ma essi si limitarono a raccontarsi le loro esperienze e si accordarono per incontrarsi ancora e andare insieme nei luoghi in cui sia il sig. Perdichizzi, sia il professore sapevano trovarsi tesori nascosti, controllati da spiriti maligni. Seppi anche che sovente si incontrava per parlare di queste cose. Ma io non vi partecipai, impegnato come ero con la scuola. Mi feci promettere però che, quando avessero deciso di andare a «liberare» la casa colonica della signora Rugolo, mi avrebbero avvertito, perché anch'io partecipassi.

Era una notte d'autunno dal cielo limpido seminato di stelle, in cui occhieggiava una luna sfacciata, quando ci recammo nella proprietà della signora Pietra.

Il silenzio della campagna era rotto dallo stridio di qualche grillo e una cicala cantava nascosta nel fogliame d'un albero.

I coloni avevano sgomberato la casa, sopraffatti dalla ostilità invincibile degli spiritelli che l'abitavano. La signora Rugolo aprì un po' emozionata la porta della casa, poi si trasse indietro e mi consigliò di fare altrettanto: «È meglio che gliela facciamo sbrigare a loro», sussurrò.

A dire il vero, io avrei voluto entrare, assistere di persona a tutto quello che succedeva... ma la donna mi bloccò per un braccio e un po' pregò, un po' mi ingiunse di restare con lei a farle compagnia.

Così, alla fine ad entrare furono il professore e don Antonino, che reggeva il libro, ancora chiuso, tra le mani.

Tutto quello che m'avevano raccontato fino ad allora avrebbe dovuto mettermi sull'avviso. Confesso, invece, che mi trovai impreparato a vivere l'esperienza che seguì. Ancor oggi, con il naturale distacco che gli anni e la maturità conseguente mi hanno dato, non posso fare a meno di provare una viva impressione, rievocando quei fatti.

Dalla casa dove s'erano introdotti il professore e lo Spartà si sentiva un fruscio in crescendo, come se qualcuno con sempre maggior vigore si desse a ramazzare per terra con una scopa di Saggina. Il suono si spezzò d'improvviso. Il silenzio che seguì fu subito dopo interrotto da tonfi e colpi indiavolati; sembrava che enormi massi cadessero a terra, frantumandosi. Il rumore, come di lotta, arrivava a coprire le invocazioni quasi urlate che il professore faceva alla Vergine e ai santi. Ma anche fuori avvenne qualcosa di prodigioso: scagliati dal nulla sassi colpivano le vecchie tegole della casa. Mentre cercavamo scampo, atterriti, in lontananza la campagna si rischiarò di un bagliore di fiamme, che circondarono ad anello il casolare.

«Madonna santa, aiutateci !» andava mormorando la signora.

Pietra con voce sempre più alta e mi stringeva a sé, convulsamente. fuori. Ad aspergere anche lì l'acqua benedetta che aveva portato in una ampollina.

Dalla porta aperta ci vedemmo sedie volare per la casa, come trascinate da un filo invisibile; una imboccò la porta d'uscita volando appena al di sopra delle nostre teste, andò a planare su un albero, dove rimase in bilico, dondolando forsennatamente.

Un grido gutturale. Spartà, pallido e tremante, con i pochi capelli ritti sul capo, fu scaraventato fuori. Si arpionava la gola con le mani: <<Sono spiriti ribelli!» avvertì con una voce arrochita, appena comprensibile.

La signora Pietra non resistette oltre, trascinandomi per la mano, prese a correre per lo stradale in direzione del paese.

 

 

 

«PASSU PASSU MA PURTAMU»

 

Quando giunse improvvisa la notizia della morte della mae­stra Nazarena Garofalo, vedova Recupero, ammalata da tempo, il paese sapeva che qualche settimana prima i parenti preoccupati e premurosi avevano mandato a chiamare per consulto il fa­moso direttore di una clinica universitaria, il quale li aveva rassicurati sul benigno decorso della malattia.

La salma giaceva ora su un lettino approntato in una stanza dell'appartamento al primo piano di un vecchio fabbricato di via Garibaldi, in Pozzo di Gotto. Attorno i parenti.

Entrai quasi in punta di piedi, feci il segno di croce, recitai un requiem e dopo aver fatto le mie condoglianze ai familiari, sedetti accanto al genero, avvocato Nello Cassata, al quale dopo alcuni minuti, anche per rompere il pesante silenzio, chiesi sommessamente come mai una fine tanto improvvisa.

L'avvocato mi rispose: «Otto giorni fa è venuto il professore, l'ha visitata e, allontanandosi dal letto dell'ammalata, col suo passo cammellato, un piede a destra e l'altro a manca, in sincrono con il tic nervoso del collo, ci rassicurò: "State tranquilli! Passu passu n'a purtamu." Come vedi, passu passu n'a purtamu a 'u campusantu!»

Non potemmo soffocare una risata, che la signora Nazarena, persona briosa, se fosse stata viva ci avrebbe certamente perdonato.

 

 

 

CARISSIMO AMICO

 

Il sindaco del comune di Spadafora, Giovanní Tortorici, dopo lunga attesa, accompagnato da un deputato regionale della sua provincia, venne ricevuto dall'assessore regionale ai lavori pubblici, on. Angelo Bonfiglio, al quale chiese il finanziamento di alcune opere pubbliche.

L'assessore, dopo alcuni convenevoli, prese nota delle richieste e si impegnò a dare immediate disposizioni. Alla raccomandazione del sindaco, dettata dall'esperienza, che l'impegno non restasse lettera morta, l'assessore assicurò: «Carissimo amico, lei può andarsene tranquillo, avrà presto regolare comunicazione.»

Trascorsi inutilmente sei mesi, malgrado ì solleciti telegrafici. il sindaco tornò dall'assessore regionale che lo ricevette con molta cordialità: «Carissímo amico, che si díce?»

II sindaco, pronto: «Si dice, caro assessore, che, a proposito dei finanziamenti da lei promessimi sei mesi or sono per il mio comune, siamo ancora fermi a... carissimo amico. »

 

 

DONNA VENERA

 

La trovavo ogni mattina ad attendermi all'ingresso della barberia di don Peppino Monforte, in via Umberto I: «Mi deve dare la pensione, anch'io ho diritto di campare, signor sindaco!»

Quando non mi trovava dal barbiere, veniva a casa o al Comune, sempre con la stessa pressante richiesta.

Erano i primi anni della mia sindacatura, ed io cercavo possibili soluzioni ai problemi urgenti, primo tra tutti l'approvvigio­namento idrico della città.

Donna Venera era una donnetta di circa sessant'anni, vedova poveramente vestita, sempre a piedi scalzi. Per una malformazione congenita aveva le mani prive di dita. Da alcuni anni abi­tava una stanza del ricovero per anziani in via Duca d'Aosta, che le avevano ceduta in cambio del suo lavoro di custode.

Durante la giornata, portava l'acqua attinta dalle fontane pubbliche alle famiglie del centro della città, a cento lire la brocca. Di solito andava a riempire i vasi la mattina a vico San Sebastiano e a Santa Rosalia, di pomeriggio andava ad attingere a San Giovanni.

Alle fontane litigava con tutti, non voleva aspettare il turno, pretendeva la precedenza assoluta, perché quello per lei era lavoro, il suo mezzo di sostentamento.

Le altre, quelle che andavano per l'acqua dì casa o per lavare panni, potevano pure aspettare e cederle il passo.

Spessa, delle liti facevano le spese proprio le brocche: le donnette se le scagliavano in testa.

Donna Venera andava e tornava dalle fontanelle con due brocche, una in equilibrio sulla testa, l'altra appesa all'avambraccio.

Quando l'amministrazione comunale fu in condizione di realizzare la rete di distribuzione dell'acquedotto alla quale fu allacciata ogni abitazione privata, alla soddisfazione della popolazione fece riscontro il crescente malanimo di donna Venera.

Man mano che i lavori proseguivano, si assottigliava il numero dei clienti della vecchia, ed essa si metteva a protestare perché 1e stavano togliendo di giorno in giorno il pane dalla bocca «Me ne vado a casa del sindaco, a mangiare!» minacciava.

Quando nessuno ebbe più bisogno dei suoi servizi, si mise a pretendere che il Comune, che dando l'acqua agli altri aveva prosciugato il suo borsellino, le assegnasse una pensione a vita. come risarcimento.

Purtroppo questo non rientrava nelle competenze né nelle possibilità dell'ente locale e donna Venera, vittima del progresso civile del suo paese, visse gli ultimi anni della sua travaglia  esistenza assistita dall'Eca.

 

 

 

«ALLURA U CUMPARATU PICCHÌ C'È?»

 

Quel giorno, assieme alla moglie, mio compare - gli avevo tenuto a battesimo il primo figlio -, cogliendo 1'occasìone dei mio onomastico, venne a trovarmi nella casa di villeggiatura a mare, dove mi intrattenevo con amici venuti a farmi gli auguri.

Dopo una diecina di minuti incominciò a spazientirsi, a dare segni di nervosismo, a non star fermo sulla sedia. Voleva parlarmi subito, riservatamente, con gli occhi sembrava volesse sug­gerire: «Mandali via, questi scocciatori; è cosa urgente! »

Non avevo dubbi sullo scopo della sua visita, essendone stato avvisato da un comune amico.

Di tanto in tanto muoveva un dito a farmi segno di alzarmi e seguirlo in disparte. Con un movimento rotatorio orizzontale dell'indice destro, facevo segno di rinviare ad altro momento. Ma i miei sforzi per rinviare il colloquio furono inutili, così fui costretto a chiedere scusa agli amici e mi appartai con lui e la moglie fuori, in un angolo del giardinetto retrostante alla casa. Entrò subito in argomento.

L'Elettromobil, l'unica speranza dell'industrializzazione barcellonese, aveva chiuso i battenti, licenziando operai e tecnici. Anche lui: l'ingegnere. E lui, mio compare, era venuto a comunicarmelo tutto afflitto, come se io, che mi ero battuto per evitare la chiusura, non ne fossi perfettamente al corrente.

In verità, il mio interlocutore era venuto per tutt'altro scopo. Voleva che io mi adoperassi per farlo assumere all'ufficio tecnico del Comune.

Tentai di convincerlo a rinviare la discussione, anche per tornare dagli amici che erano venuti a trovarmi per la mia festa. Inutile. Doveva parlarmi, anzi dovevano parlarmi subito. Anche la moglie infatti interloquiva, agguerrita, a chiedermi un impegno e subito.

Dissi che piuttosto si augurassero la riapertura della fabbrica. perché, quanto a sperare nell'assunzione al Comune, era pura illusione. Un simile provvedimento, che comunque l'amministrazione non era in grado di adottare, con piú rigore e più senso umanitario doveva semmai essere preso per tanta povera gente che, non esercitando altra professione, sarebbe rimasta sul lastrico.

Non persero tempo a rispondermi che i fatti degli altri non li interessavano.

Mi feci il più possibile accomodante, e con una risatina gli rammentai: «Dopo tutto voi, compare, siete ingegnere, potete esercitare la professione e non avete proprio bisogno di un'altra occupazione...»

Non l'avessi mai detto, saltò su come punto da una vespa: «Che vuole dire questo? Ho perduto il posto e quindi il Comune mi deve assumere!»

Rîbadii che non ero in condizione di assumere impegno alcuno e cercai dì chiuderla lì, ma la moglie, inviperita, intervenne pronta: «Allura, u cumparatu picchì c'è?»

Non potei frenarmi: «Ma, insomma, siete venuti per gli auguri o per amareggíarrni'?»

Se ne andarono senza salutarmi. Un compare perduto!

 

 

 

CAZZI CU L'ALI

 

In una delle tante crisi, succedutesi alla caduta del governo regionale presieduto dall'onorevole Silvio Milazzo, dopo lunghe snervanti riunioni notturne degli organi direttivi di partito e di gruppo parlamentare, la mattina alle dieci noi deputati ci presen­tammo a sala d'Ercole per eleggere il presidente della Regione e gli assessori.

Facce stanche, tristi, preoccupate, con un'aria di mistero, circolavano tra la sala gialla, la buvette e l'aula del palazzo dei Normanni.

Tra i primi ad arrivare nella sala d'Ercole, armato di una pe­sante borsa di pelle nera, piena di regolamenti e leggi, che mai abbandonava, fu un anziano deputato, già presidente dell'Assemblea e della Regione, l'onorevole Giuseppe La Loggia.

Un giovane collega lo avvicinò domandandogli di fare previsioni sulle soluzioni possibili della crisi.

Egli, lasciata la borsa su uno scanno, lo guardò con la calma che gli era propria, e gli rispose: «Figghiu miu, chi voi ca ti di­cu? Sta jurnata 'nta stu saluni volanu cazzi cu l'ali e iu, pi sì e pi no, mi vaiu a'ssettu.»

 

 

 

DON ROCCO, «U RE

 

Un monarchico di ferro, don Rocco Sfameni, pozzogottese. da tutti inteso don Rocco «u re». Fu consigliere comunale dal 1956 al 1960, eletto nella lista «Campana», formata da democristiani, liberali e monarchici.

Dopo la scissione dei monarchici, si schierò con Lauro e assieme ad altri amici aprì in via Roma, accanto al Grand Hótel. una sezione del partito monarchico popolare.

Qualche giorno dopo, sulle cantonate della città apparvero manifesti che annunziavano la distribuzione di pasta presso la sede del nuovo partito, che in poche ore fu presa d'assalto da uomini e donne, armati di sporte, di sacchi, di borse, di valigie.

Don Rocco «u re», avvilito e scornato, andò difilato dai carabinieri a sporgere denunzia contro ignoti... Dopo qualche settimana, non potendosi identificare i colpevoli, sciolse la sezione e si ritirò definitivamente dall'attività politica.

 

U CONTI

 

Si poteva puntare l'orologio su di lui. Ogni mattina spuntava dal portone del palazzo di piazza Vittorio Emanuele III, quel palazzo che portava il nome della sua famiglia e s'incamminava lento e sicuro verso la casa del fascio, all'incrocio tra via Operai e via Roma.

Se era bel tempo, mezz'ora dopo di esservi entrato, usciva dal suo ufficio di segretario del fascio, si portava all'angolo del palazzo, levava le mani ai fianchi in atteggiamento severo e bellicoso insieme, quello stesso che la stampa di regime propagandava come uno dei più tipici del suo duce e, con movimenti misurati, come a controllare bene che ogni sua mossa avesse la naturalezza d'un comportamento istintivo, si dava a ruotare il corpo di 360°, spaziando lo sguardo verso la stazione ferroviaria, il torrente Longano, la vecchia chiesa di San Sebastiano e la piazza XIX Luglio.

Rispondeva romanamente al saluto dei passanti, conservando negli occhi e nell'espressione del volto un piglio corrucciato e severo. Non guardava in faccia nessuno, nemmeno i gerarchi locali, con i quali pure si intratteneva spesso.

Verso mezzogiorno, a passi lenti, solo o in compagnia, si trasferiva in piazza San Sebastiano, al circolo dei nobili, che occu­pava il piano terra di palazzo Fazìo, e, riprendendo l'amata posa, vi sostava per un'altra mezz'oretta, gli occhi impegnati a chiamare l'attenzione dei passanti, a sollecitare il saluto. E ancora mezz'ora dopo, attraversava via Garibaldi, via Longo e via Operai e rientrava a casa.

Lo stesso rito si ripeteva nel pomeriggio.

Il conte era uno scapolo di buona indole, robusto, sui quarantacinque anni, di statura regolare, con una bella faccia rubiconda su una botte di quattro ettolítri.

Amava molto la divisa di segretario politico del fascio: quei pantaloni grigio-verdi alla cavallerizza su stivaloni neri, la sahariana nera con il distintivo della carica, ma soprattutto amava i bel berretto nero con la visiera e l'aquila d'oro in fronte.

La sua mole lo faceva spiccare nelle manifestazioni pubbliche, fra tutti quei gerarchi che gli facevano corona.

Il sabato pomeriggio era la sua più grande realizzazione: con 1a divisa stirata a pennello arrivava puntualmente alla Gil, ospitata nei locali dell'ex stazione tramviaria, dove oggi sorge il monumento ai caduti, per assistere alle esercitazioni pre-militari, e lì sì dava a impartire ordini su ordini.

Soddisfatto, concludeva la serata seduto davanti al circolo dei nobili, al centro dì una corona dì dirigenti della gioventù italiana del littorio, di centurioni della milizia fascista, di nobilotti, che facevano a gara per stargli più vicino possibile.

Verso la fine della seconda guerra mondiale fu richiamato alle armi e destinato alla costa della Sìcilia occidentale.

Dopo lo sbarco degli alleati fu trasferito con il suo reparto sul confine austriaco, verso Trieste, da dove, dopo l'armistizio dell'8 settembre, venne deportato dai tedeschi nel campo di concentramento Stalag 307, blocco VI di Deblin-Irena in Polonia. Lì fu colpito da paralisi.

Rientrò dalla prigionia tedesca con un grave stato di invalidità e trascorse gli ultimi anni della sua vita a Messina e Barcellona, assistito dalla sorella.

Tutta la sua attività politica si può condensare in quel primo colpo di piccone per la demolizione di un fabbricato di via Garibaldi e della vecchia chiesa di San Sebastiano per l'apertura del secondo tronco di via Roma e nell'inaugurazione di una fontana per l'approvvigionamento idrico della zona, fatta costruire dal podestà Francesco Bonanno in piazza XIX Luglio, detta «chianu di l'erva», perché i contadini vi portavano a vendere mazzi d'er­ba. In occasione di quei due avvenimenti non mancarono in paese banda, cortei delle organizzazioni fasciste, bandiere, gagliardetti e discorsi.

Momento di sua massima gloria fu la visita di Achille Starace, ministro e segretario del partito nazionale fascista, accolto con calorose manifestazioni.

Nel suo discorso Starace non mancò di rivolgere il pensiero «alle legioni fasciste» che in quei giorni portavano «sulla punta delle baionette la civiltà di Roma fascista» nell'altra Barcellona, quella di Spagna.

L'ex segretario politico, chiamato «u conti», ai suoi funerali ebbe pochissime persone; si potevano contare sulle dita di una sola mano. Nessuno di tutti quelli che in orbace lo avevano attorniato nei tempi felici sembrò ricordarsi di lui. Lo avevano dimenticato anche coloro che ogni anno aspettavano la notte di S. Silvestro, per brindare con lui al suo onomastico e al nuovo anno.

Né si fece vivo l'ex vice podestà, che, da quando non riscuoteva più l'assegno di accompagnatore del grande invalido, sul quale per anni aveva contato, sembrava non conoscerlo nemmeno.

Egli si limitò a seguire il carro funebre, a debita distanza, quasi di soppiatto. Gli faceva compagnia un cane tutto vestito di nero.

 

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Ultimo Aggiornamento 13/05/2012

Barcellona Pozzo di Gotto

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