|
Home Page

Carmelo Santalco
Pensando di rendere omaggio all'amico
Carmelo Santalco come narratore. In questa pagina web, saranno
pubblicati, alcuni suoi racconti. Con l’intento di dare un
contributo di memoria “storica” sulla nostra
città, ai nostri concittadini sparsi per il mondo.
Si ringrazia la famiglia Santalco per la gentile
concessione.
Condividi
|
IL MONUMENTO A MANDANICI
Martello e scalpello e un colpo assestato con
maestria, e saltò il coperchio della cassa. Sotto i
trucioli scoprimmo il mezzo busto bronzeo di
Placido Mandanici, illustre musicista di corte
dell'ottocento.
Sembrava che ci guardasse risentito per le
accoglienze che i suoi concittadini e i loro
rappresentanti gli avevano riservato. Pareva volesse
dire: «Belle carogne che siete, mi avete buttato in
fondo ad uno scantínato!»
Non era ancora trascorso un mese dall'insediamento
della mia amministrazione, alla quale gli avversari
più ottimisti avevano diagnosticato sei mesi di
vita, ed io avevo appena preso contatto con i
numerosissimi problemi della città, quando dagli
ambienti della «Corda fratres» ci venne richiesto
con insistenza che fine avesse fatto il mezzo busto
dei musicista barcellonese. realizzato a spese della
Regione Siciliana e donato al comune.
Alberto Torre, detto «testa di pignata» per le
ragguardevoli dimensioni del suo capo, dipendente
comunale ed esponente ciel sodalizio goliardico, era
giornalmente alle mie calcagna.
La burocrazia comunale non sapeva dare alcuna
notizia e stranamente, il mancato ritrovamento del
manufatto bronzeo, che avrebbe dovuto suggerire
responsabilità dei precedenti amministratori, era
motivo di attacchi dell'opposizione alla mia
sindacatura.
La Regione Siciliana,
da me interpellata, comunicò che il mezzo busto era
stato spedito e consegnato al Comune nel 1955.
Furono intensificate le ricerche, fin quanto da un
angolo dello scantinato del palazzo municipale, un
fatiscente ex convento, venne fuori una cassa, che
era rimasta sepolta sotto un cumulo di rottami di
sedie e banchi vecchi. Accorremmo tutti,
amministratori e funzionari.
E poi venne aperta un'inchiesta. Dunque, il
segretario comunale accertò che nel 1955 l'economo,
Francesco Costa, aveva curato il ritiro di una cassa
dalla stazione ferroviaria, che aveva depositato poi
nello scantinato, quando il vice sindaco di allora,
avvocato Gaspare Cattafi, al quale si era rivolto
per sapere a chi andava consegnata, gli aveva
risposto infastidito: «Buttala nel fondo scala,
contiene il mezzo busto di una testa di cazzo!»
Le polemiche sulla statua non erano destinate a
finire col suo ritrovamento. La collocazione
proposta in piazza San Sebastiano, dinanzi al
vecchio teatro che portava lo stesso nome del
musicista, venne considerata poco consona e
dignitosa.
Dopo qualche anno, in seguito ad un referendum tra i
sodalizi cittadini, il monumento fu rimosso e
sistemato in piazza Duomo, dove, in tempi
successivi, andarono a fargli compagnia quello di
Rossini e di Cattafi.
I più soddisfatti furono i cani.
|
|
«RAZIU U SCECCU»
Introdotto dal commesso nel mio ufficio, schierò la
famiglia in riga davanti alla scrivania: la moglie e
otto figli, di età progressiva dai due ai quindici
anni, che portavano impresse le stimmate
inconfondibili della miseria.
«Signor sindaco, questi sono i suoi figli», mi
disse, indicandomeli con l'indice teso della mano
destra.
Preso di sorpresa, abbozzai un sorriso, e d'istinto
lanciai una sguardo alla moglie, una quarantenne dal
viso smunto sul quale affogavano due occhi tristi,
la quale ricambiò lo sguardo, senza batter ciglio.
Era proprio impossibile. Rimbeccai: «I miei?... I
tuoi figli! »
«Sì,» concesse, «í miei , signor sindaco, ma siccome
io non posso sfamarli, glieli lascio qui. Cì pensi
lei!» Mi salutò, aprì la porta e se ne andò.
Orazio Maggio, soprannominato «Raziu u sceccu»,
abitava una casa a piano terra di due stanzette
antigieniche nella zona depressa di via Immacolata.
Era notoriamente un tipo difficile a praticarsi, ma
anche, a suo modo, un originale.
Un giorno prese a legnate un agente di pubblica
sicurezza che lo invitava a presentarsi al
commissariato. In pretura si difese: «Sígnor
giudice, si è presentato a casa mia un borghese in
borghese, sceso da una macchina borghese e senza
piripicchio luminoso. Come potevo riconoscerlo?»
Raziu non fu mai un grande lavoratore. Ma conosceva
bene l'arte d'arrangiarsi. In occasione di feste
paesane o di fiere andava per i paesi con un
tavolinetto e la roulette. Naturalmente vinceva
sempre lui. A volte era il gioco delle tre carte,
mai alcuno riusciva ad imbroccare l'asso. Era un
prestigiatore nato.
Erano gli anni in cui l'Italia si avviava verso il
boom economico, ma nell'ísola imperava la miseria.
L'ufficio di collocamento della mia città era
permanentemente assediato da migliaia (o giù di lì)
di disoccupati ed io, alle prime esperîenze di
amministratore, mi trovavo giornalmente assalito
dalle richieste di posti di lavoro e particolarmente
di assunzioni al Comune.
Quella di Orazio Maggio era una delle più pressanti:
non mi dava requie né a casa, né in ufficio, né
tanto meno nelle strade. Quella mattina, arrivando
al municipio, lo avevo intravisto tra la piccola
folla della sala d'attesa, ma non avrei mai potuto
pensare che si fosse. portato dietro tanta famiglia.
Moglie e figli di Orazio Maggio lasciarono il
palazzo municipale, dopo il mio preciso impegno che
avrei fatto di tutto per cercare di assicurare loro
un tozzo di pane.
Passarono alcuni mesi e lo assunsi alla Provincia:
uno dei trecentocinquanta operai che trovarono
lavoro nelle strade provinciali, la cui manutenzione
era stata fino ad allora affidata a ditte
appaltatrici.
Quelle assunzioni mi procurarono infinite amarezze,
e non certo gratitudine, alla quale fra l'altro non
ho mai aspirato.
|
|
CUORE TENERO
«Dottore, mi deve cambiare di cella! Mi deve
trasferire, dottore! Mi faccia questo piacere, mi
assegni a un'altra cella.»
Tutti i giorni, all'ora d'aria, era la stessa
implorazione, alla quale il dott. Nino Biondo,
medico del manicomio giudiziario, rispondeva
invariabilmente: «Ma come, non sei contento? Siete
appena in due in una cella nuova, piena d'aria e di
luce, con i servizi igienici personali, che sembra
la camera d'una clinica privata, e stai sempre a
chiedere di cambiare? Stai buono! »
E il ricoverato: «No, dottore, lei mi deve cambiare
di cella. Lo faccia per i suoi morti!»
«Forse non vai d'accordo con il tuo compagno?»
«Per l'accordo, sì, vado d'accordo..., ma lei mi
deve trasferire in un'altra cella.»
«Dimmi almeno il perché...»
«Non posso, dottore! No posso stare più in quella
cella, la scongiuro, mi aiuti, mi tolga di là.»
Il dottor Nino Biondo abbozzava un sorriso e
prendeva tempo. «E va bene, va bene, vedrò di
accontentarti. Non appena sarà possibile. Porta
pazienza e stai tranquillo.»
II giorno dopo il recluso, che lo attendeva
all'ingresso dell'ambulatorio, tornava a
supplicarlo: «Dottore, allora mi cambia di cella? Me
l'ha promesso. Lo faccia per l'anima dei suoi morti.
La prego, non posso più aspettare.»
II medico non riusciva a capire le ragioni di tanta
insistenza e decise di metterlo alle strette per
farlo parlare: «Mi devi dire perché. Non posso
accontentare un capriccio.»
«Non ci posso stare più, dottore.»
«Se mi dici il motivo, ti sposto subito.»
«Debbo andarmene di là, quell'altro non mi fa
dormire. Lei mi capisce... Io sono di cuore tenero e
lui ogni notte approfitta! Non ne parli con nessuno,
per carità, non vorrei offenderlo!»
|
|
LE VALIGIE PRODIGIOSE
All'arrivo del treno 4902, proveniente da S. Agata
di Militello, Giuseppe Liotimi, cappello grigio,
pantaloni di un vestito marrò afflosciati sulle
scarpe nere quasi sempre slacciate, borsa nera,
legata al centro da una cinghia, con passo timido,
imperturbabile anche sotto la pìoggia, andava a
prendere posto sul bagagliaio che ospitava i
ferrovieri pendolari, che dalla provincia andavano a
prestare servizio a Messina.
Le vecchie vetture di seconda e terza classe, nei
giorni feriali, erano affollatissime di studenti,
insegnanti, impiegati, operai, commercianti,
venditori ambulanti che stivavano i corridoi di
sporte, piene di prodotti della terra e uova, e
professionisti che dai paesi della costa
settentrionale della provincia raggiungevano il
capoluogo.
Il treno, il primo della giornata, faceva tutte le
fermate, prolungando la sosta in alcune stazioni per
gli incroci con i treni provenienti dal continente.
A Rometta gli veniva agganciata in coda la
locomotiva di spinta, prescritta per superare la
ripida salita fino al centro della galleria
Peloritana, da dove, iniziando la discesa, con
sgancio automatico, la «spinta» tornava indietro.
Era un viaggio snervante, soffocante soprattutto nel
periodo estivo, per l'affollamento, per il lento
procedere del convoglio in salita e le numerose
gallerie, tra cui la lunghissima Peloritana, nelle
quali il treno veniva inghiottito dal fumo nero
delle due locomotive a vapore, di testa e di coda.
Quando era in orario, arrivava a Messina alle ore
8.15 e i viaggiatori, affumicati, sciamavano verso
le uscite della stazione per raggiungere scuole,
uffici, posti di lavoro, mercati.
Giuseppe Liotimi si fermava alla fontanella sotto la
pensilina, si lavava la faccia e le mani annerite,
le asciugava con un fazzoletto che tirava fuori
dalla tasca posteriore del pantalone e con flemma,
attraversando i binari, raggiungeva la biglietteria
centrale. Sistemava con movimenti lenti cappello e
borsa nell'armadio e invitava puntualmente al bar
della stazione per il caffè il capo gestione
biglietti e i colleghi non impegnati agli sportelli,
per iniziare poi, alle 8.30, il suo turno di
tirocinio.
Alle 13.30, dopo la partenza dei treni viaggiatori
per Palermo e per Catania-Siracusa, d'accordo con il
collega che lo assisteva nel tirocinio, chiudeva lo
sportello, tirava fuori dall'armadio la borsa, si
poneva in un angolo della biglietteria e consumava
la colazione preparatagli la sera prima dalla
moglie.
Il pomeriggio frequentava i corsi per il
conseguimento delle abilitazioni ai servizi.
Col treno delle 18 rientrava poi a Pace del Mela,
intanfito di fumo.
Durante la guerra, Liotimi, a Roma aveva preso parte
ad un concorso ad alunno d'ordine, bandito dalle
Ferrovie dello Stato, sostenendo le prove scritte
nel 1942, e le orali subito dopo la fine della
guerra, nei primi mesi del '46. Vincitore di
concorso, ai primi del gennaio '47 si era dimesso da
cantoniere, qualifica con la quale prestava servizio
a Pace del Mela fin dal 1937, per essere destinato
alla stazione di Messina.
Per mancanza di alloggi nella città distrutta dalla
guerra, appena assunto con la nuova qualifica dal
compartimento delle FF.SS. di Palermo, Liotimi era
stato autorizzato a mantenere l'abitazione nel
casello ferroviario di Pace del Mela.
Faceva il pendolare. Tutti i giorni usciva di casa
alle sei per ríentrare la sera dopo le venti. Solo
la domenica assisteva al sorgere e al tramontare del
sole dall'orto antistante il casello, dove
,continuava a coltivare verdurine per i bisogni
della famiglia. Anche se per lui, avendo alle spalle
le aziende agricole del conte tiavarra, presso cui
ancora lavoravano ì suoi genitori, quello
alimentare non era stato mai un problema.
Erano tempi in cui l'approvvigionamento di generi
alimentari era impresa difficile. Il popolo
italiano, fin quando non arrivarono gli aiuti
americani, non uscì dalla fame e dalla miseria in
cui era stato spinto dalla guerra. Ogni metro
quadrato di terreno libero veniva coltivato a
grano, mais, legumi, ortaggi. Qualsiasi prodotto
della terra costituiva alimento prezioso. Alla
mancanza di grano e di legumi, chi poteva, sopperiva
con castagne, nocciole, noci, carrube, lupini che i
contadini delle zone collinari cedevano a caro
prezzo.
La nuova vita di Liotimi era molto sacrificata, ma
certamente meno pesante di quella che faceva da
cantoniere. Aveva lasciato piccone, badile, traverse
catramate, chiavarde e rotaie, sotto il cui peso gli
era rimasta la schiena incurvata e s'era trovato
nelle mani incallite e screpolate penna, registri e
biglietti ferroviari. Grande passo avanti, un
cambiamento radicale: era molto contento.
La moglie, le due figlie, i parenti erano orgogliosi
di lui: vi vedevano un futuro capostazione, uno di
quelli che comandano, che regolano la marcia dei
treni col berretto rosso.
Se avesse superato gli esami di abilitazione ai vari
servizi, infatti, si sarebbe potuto assicurare un
ottimo sviluppo di carriera.
Durante i viaggi per Messina, incantucciato nello
scricchiolante bagagliaio, affollato di ferrovieri,
Liotimi raramente partecipava a discussioni. Dalla
sua faccia traspariva la soddisfazione per la
posizione sociale raggiunta, ma gli si leggeva anche
qualche punta di preoccupazione. Sul treno o alla
stazione di Pace del Mela, nell'attesa di partire,
era di poche parole, non si apriva con nessuno. 501o
a Messina, a qualche collega, esternava
l'apprensione per gli esami: «Non vorrei dare
soddisfazione ai miei vicini che vivono d'invidia.»
Non andava oltre e quando poteva restava solo con i
suoi pensieri. Allora ripercorreva tutta la sua
vita, fin dall'infanzia, da quando a Condrò lavorava
nelle terre del conte, nelle quali aveva trovato
sostentamento da diverse generazioni la sua
famiglia. Già a dodici anni, scalzo e mal vestito,
aiutava il padre a vangare le terre, ad abbeverare
le bestie, a raccogliere le olive, a vendemmiare e
pigiare l'uva nel palmento, a mietere il grano, a
trasportare a spalla i prodotti nei magazzini del
conte o ai mercati di Milazzo e Barcellona,
tirandosi dietro l'asino per la cavezza. Non poteva
non pensarci: era cresciuto sotto la sferza delle
fatiche, senza speranze e senza sogni. Neanche un
momento aveva creduto di potersi lasciar dietro
quella vita. Poi il servizio militare, a vent'anni,
con i piedi avvolti in pezze di tela, infilati negli
scarponi chiodati, e la divisa grigio-verde nella
quale c'era posto per un altro. Era stato destinato
a Bologna, e aveva attraversato per la prima volta
lo stretto di Messina, restandone incantato.
Della vita militare conservava un ottimo ricordo:
non aveva mai mangiato tanta carne e tanto riso.
Diciotto mesi di riposo, diceva. Dalla vanga al
moschetto, dalle balle di fieno allo zaino sulle
spalle: era stato un gioco. E poi, aveva
incominciato a conoscere il mondo, a frequentare
bar, cinema, case di tolleranza: s'era sentito uomo.
A Bologna aveva conosciuto la sua prima donna: un
ricordo che non aveva potuto allontanare più.
Rientrato dal servizio militare, dopo alcuni mesi,
non intendendo più tornare alla terra, Liotimi s'era
arruolato nella milizia volontaria della sicurezza
nazionale, e imbarcato a Messina per l'Africa
Orientale. Aveva preso parte alla conquista di
Makallé. A1 padre scriveva che in quelle terre le
popolazioni vivevano allo stato primitivo e che egli
era là per civilizzarle! Lamentava solo l'eccessivo
caldo. Aveva preso parte alla sfilata di Addis Abeba.
Ricordava sempre con particolare orgoglio di aver
visto da vicino il maresciallo Badoglio.
Rientrato in Italia nel 1937, nella sua condizione
di reduce d'Africa, era stato assunto nelle Ferrovie
dello Stato con la qualifica di cantoniere: quanti
sacrifici, quante fatiche anche lì!
Dopo il concorso, ottenuta la qualifica di alunno
d'ordine si era considerato soddisfatto, aveva
coronato il suo sogno: un lavoro leggero, dignitoso
e ben remunerato. Niente più vanga, niente più
badile, niente traverse e rotaie.
L'unico assillo: gli esami per conseguire le
abilitazioni necessarie.
Non era cosa da poco. Pensando alla pochezza della
sua preparazione, di cui cominciava a rendersi
conto, non si sentiva tranquillo. Seguiva le lezioni
dei corsi senza trarne granché profitto: le sue idee
erano sempre più confuse. Non appena prendeva
contatto con leggi e regolamenti gli veniva
l'emicrania, sudava freddo. Non riusciva a
distinguere una concessione speciale dall'altra, la
spedizione a bagaglio da quella a collettame; più
cercava di approfondire i problemi che gli si
presentavano, più s'impappinava. Gli mancavano le
basi necessarie. Ogni qualvolta il suo cervello era
costretto a riflettere su norme e regolamenti, e
avveniva spesso, s'inceppava. Allora pensava ai suoi
vicini di casa, quanto mai invidiosi, che gli
facevano trovare una zappa, un badile o un piccone
dietro la porta di casa, ogni mattina, quando usciva
per recarsi alla stazione a prendere il treno. E lui
li scansava e non aveva il coraggio di parlarne ad
alcuno.
Infatti, da quando aveva assunto servizio come
alunno d'ordine, i rapporti con la famiglia del
cantoniere dell'alloggio accanto al suo si erano
guastati. Le donne, tra loro, non lasciavano
occasione per insultarsi. Le Liotimi trattavano le
altre con una certa aria di superiorità, e quelle si
vedeva che schiumavano d'invidia. Perciò Giuseppe
Liotimi era convinto che a mettergli la zappa dietro
la porta, come per invitarlo a tornare alla terra,
fosse proprio l'ex collega.
Aveva sempre subito senza denunziare i fatti per
evitare che divenissero di dominio pubblico e che la
gente ne ridesse alle sue spalle. Preferiva
sopportare in silenzio, piuttosto che mettersi
spontaneamente alla berlina.
Man mano che aumentavano le preoccupazioni per gli
esami e per la probabile perdita del lavoro, se non
1i avesse superati, gli veniva subito in mente la
soddisfazione che avrebbe dato ai suoi vicini, agli
ex colleghi, ai dipendenti della stazione di Pace
del Mela, e solo vagamente pensava anche alle
condizioni in cui sarebbe venuto a trovarsi con la
sua famiglia. Cercava perciò un mezzo qualsiasi che
gli consentisse di superare quelle maledette prove,
che gli si annunziavano così difficili, e il suo
pensiero correva a ritroso, ai tempi del concorso ad
alunno. Possibile che a Roma aveva trovato amici
pronti ad aiutarlo e qui, in Sicilia, nella sua
terra non ne doveva essere capace? All'epoca di quel
concorso, con l'appoggio del vecchio conte, era
arrivato ad alcuni funzionari del ministero che
avevano preso a cuore il caso. Nella confusione di
quei tristi momenti di guerra era riuscito ad avere
la copia del tema e del problema. Farseli svolgere e
copiarli non era stato difficile. Dopo di che, per
quattro anni circa, quando viaggiare sotto i
bombardamenti era pericoloso, e trasportare generi
alimentari davvero rischioso, in media una volta al
mese, raggiungeva Roma con due grosse valigie piene
di formaggi, olio, farina di grano, per testimoniare
la sua riconoscenza.
Allora i generi alimentari erano razionati, era la
fame per tutti. Così aveva vinto un concorso, al
quale in tempi normali non si sarebbe sognato di
partecipare. E mentre per gli altri giovani le
guerre avevano spesso significato una morte
prematura, lontano e senza gloria, per Liotimi erano
state una specie di scalata sociale: con la guerra
d'Africa s'era guadagnato il posto di cantoniere,
con la seconda guerra mondiale quello di alunno d'ordìne.
Ricordava che alle prove orali la commissione aveva
divagato su argomenti banali d'attualità per
metterlo a suo agio: egli aveva risposto in dialetto
stretto, quasi incomprensibile.
L'istruzione di Liotimi era quella di un lavoratore
che avesse appena frequentato le scuole elementari.
Ed era stata insufficiente, quasi inutile la
preparazione serale di tre mesi per conseguire la
licenza di avviamento professionale a Milazzo,
licenza che avrebbe dovuto poi consentirgli di
partecipare al preannunziato concorso a posti di
alunno d'ordine.
A quell'esame, per la verità, non era stato nemmeno
in condizione di presentarsi: sarebbe stato un
disastro, se l'avesse fatto. Un altro giovane era
andato in sua vece. Non si guardava per il sottile a
quei tempi. Così s'era trovato fra le mani il
diploma di licenza. Naturalmente, egli, eludendo i
controlli, con l'asina di suo padre carica di grano,
vino, olio e formaggi, aveva fatto più volte la
spola fra il suo paese e Milazzo. Aveva detta grazie
a tutti quelli che l'avevano aiutato, facendosi
corrompere.
«Per le abilitazioni,» pensava, «non potrei seguire
gli stessi sistemi?»
Era disposto a qualunque cosa, pur di non darla
vinta a coloro i quali ogni notte gli sistemavano la
zappa o il piccone dietro la porta. Era necessario
trovare una strada sicura che conducesse diritta ai
commissari d'esame: a Messina non doveva essere
difficile trovarla. C'era don Alberto, anziano
funzionario, padre di innumerevoli bocche da
sfamare, che ogni mattina accettava il suo caffè al
bar della stazione.
Liotimi spesso, scendendo dal bagagliaio, andava
dritto difilato nell'alloggio del cavaliere Alberto
a lasciare una valigia pesante che la sera ritirava
vuota.
Don Alberto, da parte sua, ogni qualvolta arrivavano
funzionari del compartimento, li faceva invitare da
Liotimi a pranzo al ristorante della stazione e non
perdeva occasione per magnificare, anziché la
preparazione che sapeva inesistente, la bontà
d'animo, la generosità (ne parlava con evidente
cognizione di causa) e la buona volontà
dell'impiegato.
Fu facile, così, a Liotimi tenere contatti diretti
con taluni funzionari palermitani, i più...
trattabili, i più amici.
Alla vigilia di ognuna delle sei prove di esami, le
due grosse valigie tessevano il percorso tra Pace
del Mela e Palermo. Partivano piene, tornavano vuote
e il personale della piccola stazione, che ne
intuiva il contenuto e conosceva la destinazione, si
chiedeva scandalizzato come funzionari, notoriamente
al di sopra di ogni sospetto, potessero farsi
corrompere da un poveraccio quasi analfabeta. Ma
erano tempi duri!
I colleghi di Liotimi lo guardavano darsi da fare
per scrollarsi di dosso la scorza del villano
ignorante e tentennavano il capo: «Non basta
sostituire alla coppola il cappello e al piccone la
penna, sempre villano bestia resta e morirà.»
Le prime tre abilitazioni, quelle che implicavano
minori responsabilità: rilascio biglietti, gestione
bagagli e merci, gli furono regalate.
Si trattò di una penosa prova di esami: i commissari
non sapevano che domande porgli; qualcuno, anche se
addomesticato, nel momento in cui doveva
compromettere la propria dignità, si trovava quasi
involontariamente a reagire; qualche altro si
allontanava perché la coscienza gli rimordeva.
Quando lo interrogavano, anziché rispondere, Liotimi
li guardava in faccia come se volesse chiedere: «Ma
come? Non avete ricevuto le valigie?»
Quelle abilitazioni furono quasi uno scandalo; se ne
parlava in tutte le stazioni del reparto movimento
di Messina.
Dopo alcuni mesi, Liotimi superò anche
l'abilitazione al telegrafo, anche se strimpellava
sul tasto. Non distingueva i puntini dai trattini.
Anziché battere la lettera a (puntino e trattino),
batteva la m (due trattini); al posto della q (due
trattini e un puntino), batteva o (tre puntini); un
disastro, ma le prodigiose valigie avevano anche
questa volta fatto il miracolo e Liotimi rientrava a
casa soddisfatto di non averla data vinta ai vicini
invidiosi.
I guai grossi, insuperabili, vennero in occasione
delle prove di esami per l'abilitazione agli
apparati centrali e al servizio movimento. Si
trattava delle due più importanti abilitazioni che,
se superate, avrebbero posto nelle mani del Liotimi
la vita del personale viaggiante e dei passeggeri.
Nessuno che non avesse il grado d'incoscienza di
Liotimi era disposto a farsi carico di una così
grave responsabilità. Quei funzionari che avevano
ceduto fino a quando non s'era trattato di mettere a
rischio vite umane ora sembravano recalcitranti.
Ormai le valigie non potevano bastare più.
La notte che precedette gli esami, Liotimi non
chiuse occhio. Ormai i nodi erano arrivati al
pettine: don Alberto gli aveva detto chiaramente di
non crearsi illusioni, e se fosse stata necessaria
una conferma del vento mutato, le ultime valigie gli
erano state restituire piene.
Quel mattino, aprendo la porta di casa, il solito
piccone andò a battergli tra le gambe, come un
malaugurio. Liotimi si abbassò, lo raccolse e lo
buttò nell'orto. Sul bagagliaio si addormentò
appoggiato alla specola.
Fu l'ultimo a sostenere gli esame degli apparati
centrali: conosceva solo le leve di comando dei
segnali, ma non si rendeva conto quando dovesse
manovrare l'una o l'altra. Il cavaliere Alberto, che
assisteva, cercò di guidarlo con gli occhi, ma ben
presto capì che era inutile.
Agli esami per l'abilitazione al movimento, non
appena il presidente della commissione, grafico
ferroviario alla mano, lo invitò ad indicare incroci
e precedenze del treno 2910 sulla linea
Palermo-Messina, a Liotimi sembrò di vedere un
viluppo di spire di serpenti e con la mano destra,
allontanò il grafico. Alle insistenti domande degli
esaminatori, tenendo la testa fra le mani confessò:
«Dottore, è troppo difficile.»
Si alzò, allontanandosi dal tavolo della
commissione, e si accasciò su una sedia in un angolo
della sala. Aveva completato i due anni di prova
consentiti dalla legge, senza conseguire tutte le
abilitazioni prescritte. Sarebbe stato licenziato.
Si vedeva già con la zappa in mano nelle terre del
conte che, forse, se non lo avesse aiutato, la prima
volta, non gli avrebbe fatto nascere tante
illusioni.
Fu un viaggio molto triste, fatto con l'ultimo treno
per non incontrare quei pendolari con i quali da due
anni divideva i disagi dei viaggi quotidiani e le
loro inevitabili domande. Sapeva che era anche
l'ultimo ritorno dalla città nella quale avrebbe
voluto trasferire la famiglia, non appena fosse
stato nelle condizioni di trovare un alloggio: la
città che gli aveva fatto aprire il cuore a tante
speranze, soprattutto per l'avvenire dei figli.
Un temporale lo accompagnò al treno sul quale, per
la prima ed ultima volta, viaggiò sprofondato in un
angolo di uno scompartimento di seconda classe.
Chiudeva l'esperienza del pendolare così come
l'aveva iniziata un mattino di gennaio di due anni
prima: salutato da una pioggia torrenziale, che egli
si era illuso di considerare di buon auspicio.
A Pace del Mela, la pioggia, complice l'oscurità, lo
accompagnò da una pozzanghera all'altra, evitandogli
di incontrare il personale della stazione. Grondava
dalla testa ai piedi. Con lui entrò in casa un
funerale. Nessuno aprì bocca; la moglie e le figlie
lo guardarono in faccia e scoppiarono in lacrime:
era la fine di due anni di illusioni e speranze.
Dopo aver assaporato una vita più dignitosa, dopo i
sogni di una brillante carriera, Giuseppe Liotimi si
vedeva precipitare di colpo a quei lavori della
terra dai quali aveva cercato con tutte le sue forze
di allontanarsi.
Era la vittoria di coloro che avevano guardato con
invidia la sua caparbia volontà di progredire. Era
la vittoria del suo ex collega che ogni notte, con
accanita cattiveria, aveva sistemato dietro la sua
porta gli attrezzi di lavoro: ora il badile, ora la
zappa, ora il piccone.
Era un uomo finito: aveva perduto la scommessa.
Liotimi restò a letto per alcuni giorni come malato;
la moglie e le figlie per la vergogna si
trasferirono dai parenti a Condrò. La famiglia del
cantoniere dell'alloggio accanto organizzò suoni e
balli alla faccia sua. Fu un tristissimo Natale per
Liotimi e famiglia.
Dopo meno di un mese arrivò puntuale la lettera di
licenziamento.
Liotimi si rivolse in cerca di aiuto a Palermo, per
ottenere la riassunzione come cantoniere. I suoi
amici funzionari gli aprirono le braccia,
lasciandolo al suo destino. Nulla potevano fare per
aiutarlo.
Allora si indirizzò a un dirigente sindacale, con il
quale si recò a Roma, dove, qualche settimana dopo,
e in seguito all'intervento del sottosegretario ai
trasporti, ottenne la riassunzione nella precedente
qualifica.
Per non subire l'umiliazione di tornare a Pace del
Mela da cantoniere, chiese e ottenne di essere
destinato ad altra località della Sicilia.
Durante la permanenza a Roma, al dirigente sindacale
che lo aveva assistito perorando la sua causa, per
la prima volta e con profonda amarezza parlò delle
traversie della sua vita, dei tentativi fatti per
diventare qualcuno e della funzione esercitata dalle
prodigiose valigie.
|
|
LA CAPPELLA
Mi fece la posta per alcune settimane. Poi, per
telefono, mi disse che doveva vedermi per un
problema urgente, che di certo stava a cuore anche a
me.
Erano le prime ore del pomeriggio, quando si
catapultò dentro la mia casa ed entrò subito in
argomento: «Compare senatore, vengo a disturbarvi
perché sono preoccupato e anche amareggiato!»
«Che succede?»
«Il cimitero, compare! Si tratta del cimitero.
Sapeva che il terreno adiacente alla mia cappella
era destinato a vostra signoria ed ero
contentissimo. Ora sento dire che un consigliere
comunale sta brigando per soffiarvelo. Come la
mettiamo? Eh no,.., questo non dovete permetterlo!
In quel terreno deve sorgere la vostra sepoltura. Lì
ci dovete andare voi, e nessun altro. Diversamente,
lasciatelo libero. Capirete: una cosa è avere
accanto uno statista, altra uno qualunque.»
Abbozzai un sorriso: «Non mi risulta che sia stata
avanzata una richiesta nel senso che dite voi. Sono
chiacchiere che mette in giro la gente.
Rassicuratevi.»
«Allora, se è così. sano contento, contentissimo.»
Si alzò dalla sedia e mentre mi tendeva la mano per
un saluto, disse: «Vi so uomo di parola. Mi affido a
voi.»
«State tranquillo. Ci tengo anch'io... Così ogni
mattina, affacciandoci dalla cappella, potremmo
scambiarci il buon giorno.»
|
|
LA CUCINA A GAS
Due, tre volte alla settimana era alla porta del mio
ufficio o di casa, con la stessa domanda in bocca e
negli occhi: «Mi deve comprare la cucina a gas. lo
non ho soldi: deve pensarci lei, signor sindaco! »
Era una donnina di mezz'età, piccola piccola e
dimessa. Portava sempre una veste nera, che ormai
tendeva al rossastro, e un paio di ciabatte. In
paese, la chiamavano «decu du nonnu». Non ho mai
capito cosa significasse.
Arrivò un giorno al municipio con la testa malamente
fasciata; piangendo mi avanzò la sua richiesta:
«Signor sindaco, non posso più aspettare! Mi deve
comprare la cucina a gas.»
«Che v'è successo? Chi vi ha rotto la testa?»
«Mio marito», rispose. «Ho bisogno subito della
cucina a gas. Quello, se no, mi ammazza!»
«Ma perché?» le chiesi, non riuscendo a vedervi
alcun nesso. «Io,» spiegò, «cucino a legna; la casa
si affumica tutta e mio marito, tornando la sera
ubriaco, mi picchia.»
Telefonai a un negozio di elettrodomestici e ordinai
un fornello a gas e una bombola. La donnetta voleva
baciarmi le mani. Andò via gongolante di gioia.
Sono passati oltre venticinque anni, ma quando mi
vede «decu du nonnu» mi viene ancora incontro
festante per salutarmi e mormorare un «grazie».
Una eccezione che mi commuove sempre.
|
|
«I SPANDENTI»
Quando fui chiamato ad amministrare la Provincia,
dalle nostre parti erano ancora tempi assai duri.
Gli appaltatori facevano la fila per ottenere la
manutenzione delle strade provinciali. Si trattava
quasi sempre di piccole cifre da erogare, raramente
superavano i cinque milioni di lire. Gli operai,
duramente colpiti anch'essi, pietivano poche
giornate di lavoro alle loro dipendenze.
L'amministrazione provinciale fino a quel momento
era stata tenuta dai liberali.
Erano i primi mesi del '56.
Appena insediata la nuova amministrazione
democristiana, : sindaci si affrettarono ad avanzare
richieste di interventi, soprattutto nel settore dei
lavori pubblici.
Le strade provinciali, in buona parte in condizioni
precarie. erano quasi tutte «a macadam» e gli
amministratori comunali reclamavano la loro
bitumatura.
Il ragioniere generale della Provincia, sollecitato
a trovare nelle pieghe del bilancio qualche fondo,
si dichiarava impossibilitato a soddisfare le
richieste. I comuni erano anch’essi a corto di
mezzi, per cui, alla fine si pensò di costruire un
ufficio progettazioni.
Tra i tecnici chiamati a far parte spiccava un uomo
di assoluta serietà e competenza, il geometra capo
Giuliano Farulla, sempre pronto a partorire
iniziative. Fu lui che ideò i cantieri di lavoro
finanziati dallo Stato e dalla Regione, per
realizzare una strada a mezza costa che doveva
collegare tutti i comuni collinari e montani della
provincia, suscitando grande interesse tra gli
amministratori interessati. Nella progettazione
dell'importante opera impegnò numerosi giovani
geometri, detti farullisti, che in seguito la mia
amministrazione assunse come avventizi.
L'iniziativa cadde con l'avvento del governo
Milazzo, che sostituì l'amministrazione
democristiana con un post-pourri milazziano, in cui
erano rappresentati comunisti, monarchici e
missini. I milazziani si segnalarono per la
costante preoccupazione di tentare, inutilmente, di
mettere in cattiva luce e mandare in galera í loro
predecessori, per avere un motivo di giustificazione
per la sostituzione operata.
Le amministrazioni elettive, dopo il 1961,
lasciarono decadere l'iniziativa del geometra
Farulla, che dovette rinunziare a realizzare anche
solo una traccia di quella importante opera che
avrebbe portato grandi benefici, soprattutto alle
popolazioni montane.
Quando non trovavo fondi per opere urgenti, Farulla
interveniva, suggerendo: «Ci sono i spandenti,
signor delegato, i resti. Glieli trovo ío.»
E li trovava realmente. Con «le ribasse» d'asta, la
revoca dei vecchi finanziamenti mai utilizzati o di
delibere improduttive, riuscivamo a racimolare
centinaia di milioni che ci permettevano di far
fronte ai bisogni più impellenti dei comuni.
Erano tempi eroici.
|
|
CENTOSEI FAGIOLI
L'usciere ci introdusse dopo una decina di minuti di
attesa. A sinistra, da una grande scrivania,
emergeva una testa che aveva l'aspetto di una
pentola rovesciata con dei baffetti che sembravano
posticci, fermamente innestata in un corpo
tarchiato: era il socialdemocratico Giuseppe Romita,
ministro dei lavori pubblici.
Si alzò con aria di sufficienza, ci strinse la mano
e si rimise in poltrona lasciandoci in piedi.
L'on. Nino Dante, che mi accompagnava, si sedette,
invitandomi a fare altrettanto e gli disse subito:
«Ministro, il sindaco di Barcellona ha da sottoporti
alcuni problemi della sua città.» «Sentiamo!»
Parlai dell'urgenza di costruire dei cunettoni
coperti lungo la traversa interna della Statale 113,
dato che le acque limacciose scorrevano nell'abitato
a cielo aperto, e poi lo pregai di volere disporre
un finanziamento di centosei milioni di lire per la
realizzazione di un importante progetto, che gli
sottoposi: la costruzione di un mercato coperto.
Mi guardò, sistemandosi i baffetti con la mano
tozza. e pigiò un pulsantino. Dalla porta laterale
si presentò il capo di gabinetto, del quale non
ricordo il nome. Credo si trattasse di un
consigliere di Stato.
«Mi dia centosei fagioli», ordinò.
E l'altro, sorpreso: «Dove li prendo?»
«Ha visto?» mi disse Romita. «Se non ho neanche
centosei fagioli, come posso darle centosei
milioni?»
Lo guardai allibito e dopo alcune battute polemiche
di Nino Dante e mie, lo salutammo e guadagnammo
l'uscita.
Sindaco da alcuni mesi, era il primo incontro che
avevo come amministratore con un ministro della
repubblica.
|
|
IL LIBRO DEL CINQUECENTO
Avevo appena quattordici anni quando lo conobbi: era
un uomo che sfiorava il mezzo secolo, di statura
superiore alla media, con un portamento distinto,
messo ancor più in risalto dall'abito e dal cappello
scuro. Di lui sapevo che era stato ferroviere: lo
avevano licenziato per motivi politici i fascisti.
Avevo sentito dire che praticava il magnetismo
animale, che poteva leggere nel pensiero. La gente
lo cercava per ottenere miracolose guarigioni, per
farsi liberare dal malocchio, per conoscere il
futuro.
Lo vidi per la prima volta a casa mia; aveva saputo
che vi si trovava il mio nonno materno, suo amico da
quando assieme lavoravano in ferrovia, ed era venuto
a salutarlo.
Non c'era una volta che lo incontrassi, dopo di
allora, senza chiedergli di predirmi il futuro,
credo aspirazione inappagata di tutti.
Incuriosito dai suoi strani poteri, gli chiesi di
suggerirmi quali libri leggere per saperne di più
sullo spiritismo, sulle scienze occulte.
Ben presto del signor Francesco Molica, che il
popolino chiamava «professore», divenni amico.
Andavo a trovarlo a casa, animato da curiosità
insaziabili. Qualche volta mi trovai ad assistere a
suoi interventi di pranoterapia. Ammaliato dal mondo
nuovo che mi si schiudeva davanti agli occhi, lo
vedevo imporre le mani delicate su indumenti intimi
di un malato, scuoterle più volte di lato come a
scacciare qualcosa di impuro che li avesse
contaminati. Teneva gli occhi fermamente chiusi, la
testa immobile, mentre le labbra continuavano
incessanti a mormorare preghiere. Il professore era
religiosissimo; ogni mattina, sul fare dell'alba, lo
si poteva incontrare ai piedi dell'altare della
Madonna del Carmelo.
Le sue doti estrasensoriali con le quali si era
assicurato f mezzi per sostentare la famiglia, gli
venivano certamente dalla sua profonda fede.
Ogni nostro incontro era una sorpresa e un incanto
di più. Un giorno gli sentii far cenno al libro del
'500, con il quale la gente esperta, il medium,
acquisiva poteri straordinari: poteva comandare
agli spiriti, scoprire tesori nascosti sotto
terra... Ghiotte curiosità, che accendevano bagliori
su un mondo nuovo affascinante proibito.
Da quel momento non lo lasciai più in pace: andavo a
trovarlo in tutte le ore libere dallo studio, due,
o tre volte la settimana. Non riuscivo a frenare un
tumulto di domande che mi si affacciavano alle
labbra; non sempre, però, egli mi dava le risposte
che mi aspettavo. Solo ora posso capire che quella
che m'appariva una reticenza inspiegabile era
dettata dalla sua prudenza a mostrare un mondo
segreto e misterioso che poteva turbare un ragazzo
della mia età.
Un giorno mi trovai a parlare di lui con una mia
vicina di casa, un donnone alto e robusto, che a
vederla incuteva soggezione, ma madre tenerissima di
una nidiata di figli. Volevo metterla a parte della
mia importante amicizia. Rimasi sorpreso quando
dimostrò di conoscere perfettamente quelle «cose
oscure» che tanto mi interessavano. Fece di più: mi
confidò che in un suo
podere, che s'allungava sullo stradale provinciale
che da Portosalvo conduce a Protonotaro, c'era un
tesoro nascosto. Si trovava proprio lì, sotto la
casa colonica, protetto e difeso da spiritelli
maligni. E la cosa, mi disse, era risaputa.
Così, ogni qualvolta un colono - se ne alternavano
spesso in quel podere -, spinto da un folletto a
tentare l'avventura della ricerca, si metteva a
scavare all'interno della vecchia casa la nuda terra
del pavimento, ecco che scopriva grandi giare piene
zeppe di carbone nero e lucente.
Quei folletti amano dileggiare la povera gente,
spesso nella notte compaiono dal nulla e si pongono
a cavalcioni sul petto delle povere contadine
addormentate, a toglier loro il respiro, per poi
scomparire nelle albe, magicamente. Quei folletti,
si sa, sono le anime dei bambini nati morti, che
odiano le donne perché sono invidiosi e gelosi delle
carezze che fanno ai figli, essi che non conobbero
l'amore delle mamme.
Erano quei folletti che trasformavano i marenghi
d'oro del tesoro in carbone. E non si fermavano lì.
Continuavano a dare fastidi e nessun contadino
trovava pace in quella casa.
La signora Pietra Rugolo convenne con me che
occorreva proprio il libro del 500 per scacciare gli
spiriti e liberare il suo tesoro. Ma trovarlo era
compito arduo. E ci voleva pazienza e fede. Ma anche
coraggio e fortuna. Quando le chiesi di darmi dei
consigli su come indirizzare la mia ricerca, disse
che sapeva di un contadino di Mazzarrà Sant'Andrea,
un tale «zu Giovanni», che possedeva libri antichi
in pergamena, libri «latini», con i quali
scongiurava gli spiriti, le «presenze». Lei lo
conosceva bene, perché gli affidava i vitelli per
l'ingrasso, anche se mai aveva osato chiedergli
direttamente di quei libri.
Se io ero certo di avere il coraggio, mi avrebbe
dato l'indirizzo esatto ed io sarei potuto andare a
suo nome a trovarlo.
La ringraziai soddisfatto, ripromettendomi di
approfittare subito dell'occasione che mi si
presentava. Ma fu solo dopo alcuni giorni che potei
montare sulla mia Wolsit, la bicicletta che mi aveva
regalato mio padre per premiare la mia promozione
alla terza ginnasiale con la media di otto decimi,
allora non tanto facile da conseguire, e raggiungere
Mazzarrà Sant'Andrea, un centro agricolo sulla
Statale 185 che conduce a Novara Sicilia.
Già il viaggio era stato un'avventura, non fosse
altro, per il guado a piedi del torrente Mazzarrà,
in una campagna verdeggiante e solitaria, che faceva
rivivere sulla mia pelle le storie meravigliose
lette nei libri di Salgari.
Il paesaggio, è vero, era addolcito e reso
familiare, quasi banale, dai giardini d'aranci; con
i loro scontati colori e le suggestioni delle foglie
lucenti, ma la fantasia di un ragazzo non ha bisogno
che d'un piccolo stimolo per galoppare al vento.
Ogni tanto mi fermavo a chiedere a qualche contadino
informazioni. Mi sembrava che mi guardassero con
strani occhi, ma era evidentemente una mia
impressione.
Finalmente, da lontano, scorsi la casa, me la
avevano indicata come quella di «zu Giovanni», quasi
nascosta in un grande giardino di limoni, una
vecchia casa colonica scrostata d'anni, con tegole
ammuffite che la mimetizzavano perfettamente nel
paesaggio verde.
Raggiungerla, quando già l'avevo a portata di mano,
fu un'impresa difficile, che quasi mi faceva
rinunziare. Due cani mi sbarravano il passo come due
cerberi al cavaliere delle leggende. Uno era nero,
dagli occhi giallo-acceso che facevano capolino dal
folto pelo infangato di bianco, proprio attorno alle
ciglia. L'altro marrone, un colore uniforme che,
confondendoveli, non lasciava scorgere gli occhi; e
aveva zampe poderose, che sembravano artigliate.
Quando già disperavo di poter proseguire, al mio
richiamo rispose qualcuno. I cani s'azzittirono di
colpo e, siccome il padrone dava loro la voce, si
volsero scodinzolando, distratti e annoiati,
permettendomi così di inoltrarmi per il sentiero.
Anche l'uomo s'appressava. Poi si fermò ed io ebbi
il tempo di guardarlo bene, prima di sapere chi
fosse. Era sulla cinquantina, grande e robusto, con
capelli neri, arruffati e selvaggi. Il suo corpo
vigoroso sembrava rendere minuscolo il vialetto.
Aveva i piedi massicci nudi, il loro colore si
confondeva con quello della terra, così che egli
tutto sembrava sorgere come una forma bizzarra, un
albero o un masso, dal terreno, farne parte
inscindibile.
Tale fu la suggestione della mia fantasia che quasi
gridai spaventato, seguendo il moto degli occhi che
mi squadravano sospettosi e incuriositi.
Subito ritrovai la voce. Dissi che ero mandato lì
dalla signora Pietra Rugolo, la macellaia, per
vedere, se lui l'avesse permesso, i suoi libri
latini. Mi chiese di seguirlo in casa.
Dopo la violenza del sole, che mi aveva abbacinato,
la casa; ma era solo uno stanzone in terra battuta,
mi sembrò l'antro d'un mago. In un angolo, un
giaciglio sul quale gettati alla rinfusa erano
stracci senza colore, poi arnesi di lavoro e ceste
di vimini intrecciati, su tutto la polvere della
miseria e dell'abbandono.
Il vecchio trasse da sotto il letto una cesta
ricolma di pezze colorate, che incominciò a tirar
via disordinatamente... A1 fondo, protetto da una
tela bianca, un involto. Egli lo prese con cura e lo
svolse con mani attente, come se celebrasse un rito.
C'erano alcuni libri, senza copertina e tutti
consunti.
Chiesi di poterli sfogliare, per capire cosa ci
fosse scritto. L'uomo mi guardò in silenzio, con un
lampo di simpatia.
«Sai leggere!» considerò.
Capii che egli, che pure li conservava così
gelosamente, non ne aveva mai potuto appurare il
contenuto. Erano libri di preghiera, invocazioni e
agiografie di santi in latino. Qualche vecchia
edizione chissà come, quando e per quali vie giunta
fino a lui e conservata come un tesoro.
Gli dissi che non mi sembrava quello che cercavo; io
volevo il libro del '500. Di quello avevo bisogno.
«A te, figlio,» mi rispose, «lo posso dire. Non
dovevi venire da me. Quello che cerchi è don
Antonino Spartà, l'esportatore di agrumi. Ha il
magazzino a Patti Marina. Vai da lui. Di' che ti
mando io. Ti darà ascolto! »
Deluso ed eccitato ripresi la via del ritorno. La
strada sembrò più breve, ora che le mie
fantasticherie e il ricordo dello strano personaggio
mi aiutavano a pedalare con più lena. Ma a casa
furono rimproveri aspri. Mio padre non voleva sentir
ragioni. Niente doveva distrarmi dallo studio.
Ma l'avventura della ricerca mi era ormai entrata
nel sangue. Attendevo il momento propizio per
tornare dalla signora Pietra e riferirle l'esito del
mio incontro e i consigli che «zu Giovanni» m'aveva
dato.
Finalmente una domenica, verso l'imbrunire, imboccai
deciso la strada che conduceva all'abitazione della
macellaia. La donna mi accolse curiosa e sorridente.
Volle sapere proprio tutto, persino le mie
impressioni. Poi considerò, un po' sconsolata: «Lo
sapevo, io! Tutti dicono d'averlo, quel libro, ma
poi, quando vai a vedere, è un'altra delusione.
Anche il monaco, allora... »
«Il monaco?» la interruppi. «Quale monaco? Non me ne
ha mai parlato!»
«Son cose vecchie, di tanti anni fa. Tu non eri
ancora nato. E anch'io ero solo una ragazza. Ma,
anche se non me lo dissero chiaramente, capii tutto
lo stesso.»
«Ma questo monaco, che c'entra?»
«C'entra, c'entra. Il monaco lo chiamò mio padre.
Gli avevano detto che era un sant'uomo e che
possedeva il libro del 500.
Mio padre lo andò a prendere col carrozzino, fino in
convento. E di notte tra il fare e sfarsi della
luna, tutte e due se ne andarono a Protonotaro ».
Era buio fitto, ma il mulo sapeva dove andare, come
se avesse gli occhi sugli zoccoli. Il monaco si tirò
il cappuccio sulla testa più per abitudine che per
proteggersi dalla brina che stava per calare.
Don Giovanni Rugolo si girò a guardarlo.
Fratello, siamo sicuri che facendo tutti 'sti
sacrifici poi la liberate veramente la casa dagli
spiriti e mi fate trovare il tesoro? E quello che
avete, è proprio il libro del 500?»
«Ci vuole fede!» rispose laconicamente il monaco. E
riprese a mormorare preghiere.
Don Giovanni si mise a fischiettare piano, per farsi
compagnia.
Quando giunsero alla cascina, già si vedeva in
lontananza un primo chiarore di cielo. In Sicilia,
all'aperto, l'alba è veloce ad arrivare.
II monaco trasse da una piega della tonaca il libro
e reggendolo davanti a sé, come se fosse un
crocifisso, si fece strada verso la casa. Avevano
appena varcata la soglia e già don Giovanni si
accingeva ad accendere una lanterna che un colpo di
vento fece chiudere di scatto la porta dietro di
loro. Poi i fiammiferi rifiutarono di accendersi.
Così che i due rimasero nel buio più fitto. Strani
scricchiolii correvano per la casa. Sembrava che
tutte le anime senza pace si fossero date convegno
lì. Spifferi, soffi, catenacci che scorrevano,
stridii... Il frate cominciò a recitare ad alta voce
le sue litanie. Ma la sua parola usciva come
deformata. E se non era paura, era certamente
l'intervento di qualche spiritello maligno,
disturbato.
Don Giovanni cominciò a tremare e battere i denti.
Non era più sicuro di nulla, neanche di volere
liberata la casa e rimpiangeva di essere venuto fin
lì. In fondo quelle son cose che dovrebbero fare gli
esorcisti, da soli.
Ma anche il monaco sembrava vacillare nelle sue
convinzioni. Arretrando con cautela, don Giovanni
sentì dietro di sé la maniglia della porta, l'aprì e
si precipitò fuori. Subito dopo uscì il monaco. Ed
ecco scatenarsi un temporale con lampi e tuoni. E il
cielo, malgrado quel putiferio, continuava ad essere
sereno!
«Queste sono cose diaboliche! » disse don Giovanni.
«Andiamocene di qui.»
Il monaco non rispose, s'affrettò a salire sul
carrozzino. Non c'era neanche una cerata per
ripararsi dalla pioggia e fecero il viaggio di
ritorno quasi annegati da quell'acqua livida.
«Quando mio padre arrivò a casa, era ormai il
mezzogiorno», continuò la macellaia. «Pover'uomo,
era ancora inzuppato fradicio. Raccontò a mia madre
quello che aveva visto e provato. E mia madre, donna
saggia e di poche parole, commentò: "Quello non era
il libro giusto, non era il libro del '500." Da quel
giorno mio padre ebbe come un chiodo fisso. Voleva
vendere la terra e la casa, ma ormai si era risaputo
che lì c'erano gli spiriti e non trovò nessuno,
neanche a regalarla.»
Il racconto della signora Rugolo mi aveva messo una
specie di formicolio addosso. Non volevo riconoscere
però che fosse paura.
«E non era veramente il libro del '500?» chiesi,
tanto per dire qualcosa.
«Quel libro è come l'araba fenice: "Che ci sia ognun
lo dice / dove sia alcun lo sa"», cantilenò la
macellaia. Poi riprese: «Senti, figliolo, l'impresa
è disperata. Ora mi rendo conto che non ti dovevo
coinvolgere. Perché sono convinta che anche quello
di 'sto cristiano che t'hanno indicato,
quest'Antonino Spartà, sarà una delusione. Perciò è
meglio se ci levi mano. Lascia stare, vatti a
mettere a giocare con i compagnetti tuoi. Tu sei
signore, puoi studiare, leggere, ci sono tante cose
da fare per un giovane istruito come te.»
Salutai la signora Pietra e presi a scendere le
scale di casa sua. Ormai la mia volontà vacillava.
Non ero più sicuro di volere continuare la ricerca.
Intanto era difficile, pericolosa. E poi non c'era
riuscito nessuno a trovarlo, quel libro. E mio padre
non mi permetteva,.. Però, se l'avessi trovato io,
che vittoria sarebbe stata! I miei compagni
avrebbero detto che ero stato il più in gamba, gli
amici lo avrebbero saputo e m'avrebbero apprezzato e
invidiato. E quei fantasmi sarebbero scomparsi. E i
tesori che si sarebbero liberati dalla terra... Era
inutile. Il libro del 500, quel libro doveva essere
una favola, meglio non pensarci più.
Stavo per svoltare l'angolo della via, quando mi
sentii chiamare. Era la figlia della signora Pietra.
Una ragazzetta quasi mia coetanea, con due occhi
neri che trafiggevano e capelli folti e ricci.
«È vero che cerchi il libro del 500?» «Mm... »
«Me lo puoi dire, sai. Io non sono tipo che racconta
le cose in giro!»
«Sì, forse.» ,
«Come sei coraggioso! Non hai paura, tu?» «Non son
cose da aver paura, queste! »
«No, non dire così. Mia madre mi ha detto che
nessuno ha mai provato a cercarlo, quel libro. Che è
cosa pericolosa assai! Tu, invece...»
«Io, invece, lo cerco soltanto. Lo troverò!»
Armato di un nuovo coraggio mi avviai baldanzoso
verso casa. Di fronte a quella bella ragazzina non
volevo né potevo fare la figura del fifone. Ormai
m'ero impegnato. E, se esisteva veramente, il libro
del 5OO lo avrei trovato proprio io.
Passarono alcuni giorni, la curiosità per i fatti di
magia si era. così intimamente insinuata dentro di
me, che non perdevo occasione di leggere e rileggere
i libri che m'ero fatti venire da Napoli. E
aspettavo al varco il postino che avrebbe dovuto
consegnarmene altri che avevo ordinato.
Ormai sapevo che per chiamare gli spiriti ci voleva
un tavolino tondo, a tre piedi. E un giorno convinsi
il falegname dirimpetto a casa mia a costruirmene
uno. Lo portai a casa un po’ soppiatto, cercando di
giustificare a mia madre l'acquisto. Le dissi che
era un regalo che mi volevo fare. Si poteva mettere
vicino al mio letto. Ci avrei posato sopra i libri
di lettura, per distinguerli da quelli di studio,
così non mi sarei confuso. Mia madre tentennò il
capo, per nulla convinta, ma non replicò. Rimasto
solo finalmente, poggiai le palme delle mani aperte
sul tavolino e dopo aver pronunziato preghiere e
invocazioni, quelle stesse che avevo appreso nelle
mie continue letture dei testi magici, cercai di
evocare qualche anima vagante. Sapevo che non
vengono subito appena chiamate, non stanno certo lì
ad aspettare.
le ore passavano e non succedeva nulla. Deluso,
rinunziai, anzi feci di più, relegai il tavolino in
una vecchia stanza dove non entravamo mai. Ormai ero
convinto di non possedere doti medianiche.
Dopo cena, mio padre venne a darmi la buonanotte ed
io mi preparai ad un sonno sereno.
Improvvisamente, nel silenzio profondo dell'ora,
cominciarono ad avvertirsi forti rumori. Qualcuno
batteva violentemente qualcosa. Tutta la casa fu
ben presto sveglia, all'erta per capire prima di
tutto, di cosa si trattasse.
Era il tavolino. Solo! Aveva preso a battere in
Morse strani messaggi. Mio padre che sapeva il
codice, li traduceva allibito, mentre mia madre in
un angolo pregava e piangeva.
Dopo un primo momento di smarrimento e di sorpresa,
mio padre prese il tavolino, aprì la finestra e,
tenendolo alto sulla testa, come ad imprimere
maggiore slancio, lo scaraventò giù. Poi... furono
rimproveri e qualche schiaffo.
Il giorno dopo, mia madre venne a svegliarmi.
«Non dovevi farlo, quello che hai fatto!» mi
rimproverò. «Sono cose pericolose. Tu non puoi
capire; per te, alla tua età, è tutto un gioco,
un'avventura. Tuo padre è stato fin troppo buono con
te». «Ma, mamma...» '
«Zitto! Non ti fare sentire. Lo sai cosa è successo
alla zia, per scherzare con queste cose?»
«Alla zia?»
«Sì, mia sorella. Appena sposata andò ad abitare in
una vecchia casa. Glielo avevano detto che era
infestata, ma lei, dura, niente, non ci voleva
credere. Così andò ad abitare lì, che era ancora
sposina».
«E lo zio, anche lui lo sapeva?»
«Sì, certo. Ma quello non ha prudenza. Anche mia
sorella, però... Appena tornati dal viaggio di nozze
entrarono in quella casa. Erano tutti contenti e
indaffarati. C'era da mettere a posto i regali, poi
disfare le valigie. Quando andarono a coricarsi era
tardi, avevano sonno ed erano stanchi. Ma avevano
appena spento la luce che un'ombra si materializzò
ai piedi del letto. Una brutta faccia, qualcosa di
minaccioso. Sulle prime non capirono che cosa fosse,
anzi, mia sorella mi disse di aver creduto che fosse
un ladro, un malfattore entrato in casa per
derubarli: Quando accesero la luce, quella "persona"
non c'era più. Guardarono tutta la casa. Porte e
finestre erano sprangate. Impossibile che qualcuno
si fosse introdotto di nascosto»...
«E allora? Racconta. Come andò a finire?»
«Andò a finire che era sempre la solita storia. Di
giorno niente, la notte qualcuno spuntava e
minacciava. A1 terzo giorno scapparono da lì, senza
neanche fare i bagagli. Ci dovetti andare io, che ho
meno coraggio di lei...»
«Ci fossi stato io, invece...»
«Tu, niente. Non scherzarci sopra. Non son cose da
prendere alla leggera. Mi devi promettere che sarai
più cauto!»
«Ma io non credevo... che sarebbe successo quello
che è accaduto. Quello che mi interessa è il libro
del 500.»
«Non voglio sentirne parlare. Non ti rendi conto. È
troppo pericoloso. Devi lasciar perdere.»
Non risposi. Certamente non potevo promettere a mia
madre di fare qualcosa, essendo sicuro di non potere
mantenere l'impegno. Ne andava del mio senso
dell'onore. Se solo avessero capito quanto era
importante per me!
Il mattino dopo andai dal professore, e dopo avergli
raccontato del mio inutile viaggio a Mazzarrà
Sant'Andrea gli comunicai la mia intenzione di
condurre la ricerca del libro del 500 a Patti
Marina. Mi ricevette con la solita cordialità, ma
c'era in lui come una sorta di ritrosia. Capivo che
forse voleva dirmi qualcosa, ma ne era come
impedito. Alla fine, dietro le mie pressanti
richieste per sapere il perché del suo insolito
comportamento, mi disse con molta franchezza: «Ho
parlato con tuo padre. Anch'io sono d'accordo. È
meglio lasciar perdere questa ricerca del libro. Sei
un ragazzo. Pensa a studiare. Son cose difficili e
complicate. Non sono adatte a te. Lascia perdere!»
Mi allontanai con l'impressione d'essere stato
tradito, ma anche stranamente determinato ad andare
avanti, malgrado tutto. Dovetti aspettare oltre un
mese per avere l'opportunità di allontanarmi dal
paese. Difatti, pur senza farmelo pesare, i miei
genitori mi controllavano molto più da vicino ed io
non volevo far nulla per metterli in preoccupazione.
Ma quella domenica mattina, presi di volata il treno
delle 8,30 raggiunsi a piedi Patti Marina, dove mi
aveva indirizzato zu Giovanni.
Il grande magazzino d'agrumi era in piena attività
quando vi giunsi voci di donne e i rumori della
lavorazione. Appena varcato l'ingresso mi si fece
incontro un vecchio sdentato con pochi capelli sul
cranio macchiato di vecchiaia.
<< Che cosa desideri?»
<< Cercavo don Antonino Spartà.»
<< Il principale non c'è. Parla con me. Sono il
custode. Di che >>
proprio parlare con don Antonino, in persona.» dico
che non c'è...»
<<Quando torna?»
<<Che ci sono dietro, io, a contargli i passi? Torna
quando vuole tornare , è il padrone! Ma tu che vai
cercando? Si tratta di qualche partita di limoni?
Che ti manda tuo padre? Non mi pare di conoscerti!»
<<Non sono di questo paese. Vengo col treno.»
<<allora, che vuoi?»
<<Non sono cose da parlarne a lei. Devo fare una
domanda a don Antonino.»
Il vecchio, indispettito e offeso dal mio rifiuto,
girò le spalle e si allontanò.
Peccato, andavo considerando fra me. Una giornata
persa. Ma allora quel libro era veramente una cosa
impossibile da trovare...
Quante difficoltà, tempo, impegno e poi, poi un
pugno di mosche in mano.
Tornai al paese senza più mordente. E io che avevo
rischiato una punizione severa da mio padre. Se non
era destino... A certe cose un vero siciliano non si
oppone mai.
La sera, uscendo da un caffè dove ero andato a
comprare un cono al limone, mi sentii chiamare. Era
la figlia della signora Pietra Rugolo.
«L'hai trovato?» mi chiese subito. «Che cosa?»
cercai di tergiversare. «Come che cosa? Il libro!»
«No!»
«Ma ci sei andato, dove dovevi andare?»
Ero indeciso se fermarmi o no a parlarne con quella
ragazzina; una donna di queste cose che ne poteva
capire?... Però, il suo sorriso era così dolce e
accattivante e gli occhi neri così curiosi e
maliziosi...
«Sono andato, ma non c'era. È troppo lungo a
raccontarsi. E forse non ci torno più. Devo
studiare.»
«Come, lasci perdere? Se non fosse per mia madre,
che non mi lascia muovere un passo, verrei anch'io
con te a cercarlo. Oppure cominci ad avere paura?»
«Figurati! »
«Allora perché vuoi abbandonare tutto? Tu sei così
coraggioso. Se non ci riesci tu, non ci riesce di
sicuro nessun altro. Che peccato, se molli tutto.»
«Forse ci ripenso.»
«Sì, vai, vai. E fammi sapere quando. Io ti
aspetterò alla stazione, così mi racconti.»
«E tua madre'?»
«Dico che vado dalla nonna.»
Ormai era una questione di puntiglio con me stesso,
ma soprattutto con quella ragazza. Mi dispiaceva
deluderla. E poi c'ero quasi arrivato a sapere se il
libro esistesse realmente. Quello avrei dovuto
appurarlo. Poi, se non era il libro del 500,
pazienza. Ma nessuno avrebbe potuto dire che avevo
paura di cercarlo.
Le settimane di vacanza andavano volando via, mai
un'estate mi era sembrata così breve. Se avessi
aspettato ancora, ero certo che avrei finito con il
rinunziare alla mia ricerca. Cominciando le lezioni,
non avrei avuto più tempo e forse nemmeno più la
voglia.
Quella domenica di fine settembre mi sembrò fatta
apposta per portare avanti il mio progetto. Il cielo
era terso e il sole abbagliava come non mai, quando
presi il treno. Mille indizi, un luccichio nel verde
compatto del treno in corsa, una zaffata d’aria
profumata che superava la barriera del finestrino
chiuso, tutto contribuiva a darmi la certezza del
successo.
Dentro di me cantava un'allodola.
Mi diressi sicuro al magazzino d'agrumi. Poco prima
di oltrepassare la porta, ne uscì fuori un uomo
scarno, sulla cinquantina. Chissà come, fui sicuro
che si trattasse di don Antonino Spartà. «Cercavo di
lei!» gli dissi.
«Di me?»
«È don Antonino Spartà, vero?» «Sono io!»
«Mi manda zu Giovanni di Mazzarrà Sant'Andrea.»
«Parla, che vuoi?»
«Il libro del 500.»
«Mandano proprio te a domandarmi quel libro?» si
meravigliò il commerciante. «Sei un ragazzino. Ma
come c'entri in queste cose? Chi sei?»
Gli spiegai tutto d'un fiato del professore, che mi
aveva per primo fatto nascere curiosità sul mondo
della magia, gli dissi della signora Pietra e del
suo casolare abitato dagli spiriti, del tesoro
nascosto, della mia inutile ricerca del libro
prodigioso in casa di zu Giovanni, di come fossi
stato indirizzato a lui...
«Non hai paura di queste cose?»
Non risposi, ma il mio sguardo doveva essere così
fermo, la mia determinazione così forte che don
Antonino ne fu certamente scosso.
«Aspettami laggiù», mi ordinò guardando il greto del
torrente poco distante, che divide Patti dalla
Marina.
Obbediente mi diressi nel luogo indicatomi, dove
rimasi una diecina di minuti ad osservare le pietre
luccicanti al sole. Quando don Antonino mi raggiunse
aveva con sé una valigetta. «È chiusa da tanto
tempo, che non sono sicuro di poterla aprire. »
Ma le chiusure, alla pressione delle sue mani,
cedettero e... dentro c'era il libro.
Stesi le mani, avidamente.
«Aspetta», mi bloccò don Antonino. «Prima devo
avvertirti...
Il libro lo puoi toccare, ma guai ad aprirlo. Stai
attento anche che non si apra per caso, se no...»
Le parole non dette, e soprattutto quel tono di
minaccia e ammonimento, mi fecero correre un brivido
per le vene; malgrado il sole violento un sudorino
freddo prese a serpeggiarmi per la schiena.
«E allora?» mi incitò don Antonino.
Allungai le mani a reggere il misterioso libro del
500. Era un volume delle dimensioni di
un'enciclopedia, con una copertina di metallo
annerito.
«Vedi? Questa è una lega d'oro, argento e rame, è
spessa più di mezzo centimetro», mi spiegò don
Antonino.
«È pesante!» osservai. «Non devi sfogliarlo!» Non
risposi.
«Ecco! Reggilo così. Devi resistere alla curiosità.
Ne va della tua stessa vita.»
Dal dorso del libro sporgeva un che di puntuto. Don
Antonino con cautela tirò verso di sé l'o getto. Era
una bacchetta della stessa lega della copertina,
lunga quasi quanto il libro. Nella parte superiore
finiva con un teschio e una piccola croce, in fondo
terminava con un pesce appuntito.
«Questa bacchettina serve a comandare gli spiriti.»
Come preso da un'insolita fretta, don Antonino mi
tolse il libro dalle mani e lo risistemò nella
valigetta.
Insieme ci incamminammo verso la stazione
ferroviaria di Patti. Ora tra noi c'era come una
reticenza a parlare. Ma poco prima che arrivasse il
treno, don Antonino mi disse che sarebbe venuto a
Barcellona, per conoscere il professore, al quale
assicurai avrei parlato del libro, e anche la
signora Pietra. (Sono passati circa 50 anni da
allora, eppure, se ci penso, sento di poter rivivere
con la stessa emozione quel giorno. Molti parlavano
di quel libro, ma nessuno l'aveva mai visto. Io
l'avevo tenuto tra le mani, seppure per poco).
Giunto a Barcellona, mi precipitai a casa del
professore. Mi feci largo tra il gruppo dei suoi
affezionati «pazienti» e lo chiamai in disparte.
«L'ho visto», dissi con semplicità e orgoglio. «L'ho
tenuto in mano! »
Il professore allibito mi chiese di che parlassi,
senza indugio gli raccontai del mio incontro con lo
Spartà, del libro magico, delle ammonizioni che mi
aveva fatto mostrandomelo, di come sarebbe venuto la
domenica successiva per conoscerlo.
Quando andai via, il professore mi strinse la mano.
La settimana volò via lesta lesta. E alle 12.30
della domenica io fui alla stazione a ricevere don
Antonino Spartà.
Ormai eravamo due amici che si incontrano,
accomunati, per giunta, da un segreto così grande.
Lungo la strada non potei fare a meno di chiedere
dove avesse trovato il libro miracoloso.
Don Antonino non si fece pregare.
«Sono passati tanti anni, ormai. Ero stato a caccia.
S'era fatto tardi, troppo tardi per pensare a rifare
la strada fino al paese. Già pensavo di passare la
notte all'addiaccio, quando mi rammentai che in quei
paraggi c'erano i ruderi d'un convento. Avviai la
bestia. Del grande edificio, una volta fervente di
vita, non era rimasto che qualche muro alzato, una
campana e una croce sul tetto. Il caseggiato,
tuttavia, offriva qualche riparo. Mi introdussi
all'interno; c'era un tappeto di vecchi libri,
certamente messali, libri di chiesa, oggetti sacri
fuori uso. Rimestai un po' con i piedi, per farmi
spazio e distendermi, quand'ecco vidi un leggero
luccicare. Mi chinai per osservare meglio: era un
libro dalla copertina di metallo. Lo raccolsi. Era
pesante. Lo sollevai alla luce della luna e l'aprii.
Non l'avessi mai fatto!»
Spartà tacque bruscamente. Eravamo proprio giunti in
mezzo al ponte sul torrente Longano.
Io, completamente rapito dal racconto, vincendo ogni
naturale discrezione, lo incitai con foga: «Non si
può fermare proprio ora!» lo scongiurai.
Quello si volse a guardarmi, abbassando più volte la
testa. «Quando ci penso, mi sento tremare le gambe»,
spiegò. «L'avevo appena aperto, quel libro, che si
scatenò un putiferio. Gli alberi nella calma calura
della notte d'estate presero a fremere come se
fossero investiti da una tempesta, il cielo si fece
rosso di lampi e uno mi cadde vicino ai piedi,
facendomi balzare indietro terrorizzato. Poi
s'aprirono le cataratte nel cielo, ma a cadere non
era solo acqua, grandine piombava a terra, a chicchi
grossi come sassi, e cadendo schizzava e rimbalzava
e ogni pietra di gelo mi veniva addosso e mi
colpiva in faccia, sulle gambe, sul petto. Non
sapevo come ripararmi prima. Il mulo che avevo
lasciato a brucare s'impennò e si dette alla corsa
nella campagna, ragliando come impazzito. In tutto
quel finimondo il libro mi cadde dalle mani.
Arretrando in cerca di scampo, me lo trovai tra i
piedi e, non so perché, gli mollai un calcio che lo
mando contro il muro, e lo fece chiudere. Mentre
lasciavo correre una bestemmia per il gran male che
m'ero fatto al piede, colpendolo, mi resi conto di
qualcosa di portentoso: il temporale era cessato
d'incanto. Non ci volle molto a collegare i due
fatti straordinari di quella notte, il libro strano
e il temporale, ancora più inspiegabile. Capii che
quel libro poteva essere quello di cui avevo sempre
sentito parlare. Tanto più che, come mi chinai ad
osservarlo meglio, vidi che nella caduta era
spuntata dal dorso una bacchettina. Presi in mano il
tutto, lo misi nel carniere e... da allora non l'ho
più aperto.»
Arrivati a casa del professore, questi ci si fece
incontro, cordiale e sorridente, ma a me che lo
conoscevo sembrò forse un po’ imbarazzato. C'era
anche la signora Pietra e un amico del professore,
il sig. Sebastiano Perdichizzi, che gestiva un
avviatissimo negozio di calzature in Via Garibaldi,
ma che aveva un grandissimo interesse per le cose di
magia.
Quel giorno la mia curiosità rimase delusa. Mi
aspettavo che subito cominciassero a trafficare con
il libro, ma essi si limitarono a raccontarsi le
loro esperienze e si accordarono per incontrarsi
ancora e andare insieme nei luoghi in cui sia il
sig. Perdichizzi, sia il professore sapevano
trovarsi tesori nascosti, controllati da spiriti
maligni. Seppi anche che sovente si incontrava per
parlare di queste cose. Ma io non vi partecipai,
impegnato come ero con la scuola. Mi feci promettere
però che, quando avessero deciso di andare a
«liberare» la casa colonica della signora Rugolo, mi
avrebbero avvertito, perché anch'io partecipassi.
Era una notte d'autunno dal cielo limpido seminato
di stelle, in cui occhieggiava una luna sfacciata,
quando ci recammo nella proprietà della signora
Pietra.
Il silenzio della campagna era rotto dallo stridio
di qualche grillo e una cicala cantava nascosta nel
fogliame d'un albero.
I coloni avevano sgomberato la casa, sopraffatti
dalla ostilità invincibile degli spiritelli che
l'abitavano. La signora Rugolo aprì un po'
emozionata la porta della casa, poi si trasse
indietro e mi consigliò di fare altrettanto: «È
meglio che gliela facciamo sbrigare a loro»,
sussurrò.
A dire il vero, io avrei voluto entrare, assistere
di persona a tutto quello che succedeva... ma la
donna mi bloccò per un braccio e un po' pregò, un
po' mi ingiunse di restare con lei a farle
compagnia.
Così, alla fine ad entrare furono il professore e
don Antonino, che reggeva il libro, ancora chiuso,
tra le mani.
Tutto quello che m'avevano raccontato fino ad allora
avrebbe dovuto mettermi sull'avviso. Confesso,
invece, che mi trovai impreparato a vivere
l'esperienza che seguì. Ancor oggi, con il naturale
distacco che gli anni e la maturità conseguente mi
hanno dato, non posso fare a meno di provare una
viva impressione, rievocando quei fatti.
Dalla casa dove s'erano introdotti il professore e
lo Spartà si sentiva un fruscio in crescendo, come
se qualcuno con sempre maggior vigore si desse a
ramazzare per terra con una scopa di Saggina. Il
suono si spezzò d'improvviso. Il silenzio che seguì
fu subito dopo interrotto da tonfi e colpi
indiavolati; sembrava che enormi massi cadessero a
terra, frantumandosi. Il rumore, come di lotta,
arrivava a coprire le invocazioni quasi urlate che
il professore faceva alla Vergine e ai santi. Ma
anche fuori avvenne qualcosa di prodigioso:
scagliati dal nulla sassi colpivano le vecchie
tegole della casa. Mentre cercavamo scampo,
atterriti, in lontananza la campagna si rischiarò di
un bagliore di fiamme, che circondarono ad anello il
casolare.
«Madonna santa, aiutateci !» andava mormorando la
signora.
Pietra con voce sempre più alta e mi stringeva a sé,
convulsamente. fuori. Ad aspergere anche lì l'acqua
benedetta che aveva portato in una ampollina.
Dalla porta aperta ci vedemmo sedie volare per la
casa, come trascinate da un filo invisibile; una
imboccò la porta d'uscita volando appena al di sopra
delle nostre teste, andò a planare su un albero,
dove rimase in bilico, dondolando forsennatamente.
Un grido gutturale. Spartà, pallido e tremante, con
i pochi capelli ritti sul capo, fu scaraventato
fuori. Si arpionava la gola con le mani: <<Sono
spiriti ribelli!» avvertì con una voce arrochita,
appena comprensibile.
La signora Pietra non resistette oltre,
trascinandomi per la mano, prese a correre per lo
stradale in direzione del paese.
|
|
«PASSU PASSU MA PURTAMU»
Quando giunse improvvisa la notizia della morte
della maestra Nazarena Garofalo, vedova Recupero,
ammalata da tempo, il paese sapeva che qualche
settimana prima i parenti preoccupati e premurosi
avevano mandato a chiamare per consulto il famoso
direttore di una clinica universitaria, il quale li
aveva rassicurati sul benigno decorso della
malattia.
La salma giaceva ora su un lettino approntato in una
stanza dell'appartamento al primo piano di un
vecchio fabbricato di via Garibaldi, in Pozzo di
Gotto. Attorno i parenti.
Entrai quasi in punta di piedi, feci il segno di
croce, recitai un requiem e dopo aver fatto le mie
condoglianze ai familiari, sedetti accanto al
genero, avvocato Nello Cassata, al quale dopo alcuni
minuti, anche per rompere il pesante silenzio,
chiesi sommessamente come mai una fine tanto
improvvisa.
L'avvocato mi rispose: «Otto giorni fa è venuto il
professore, l'ha visitata e, allontanandosi dal
letto dell'ammalata, col suo passo cammellato, un
piede a destra e l'altro a manca, in sincrono con il
tic nervoso del collo, ci rassicurò: "State
tranquilli! Passu passu n'a purtamu." Come vedi,
passu passu n'a purtamu a 'u campusantu!»
Non potemmo soffocare una risata, che la signora
Nazarena, persona briosa, se fosse stata viva ci
avrebbe certamente perdonato.
|
|
CARISSIMO AMICO
Il sindaco del comune di Spadafora, Giovanní
Tortorici, dopo lunga attesa, accompagnato da un
deputato regionale della sua provincia, venne
ricevuto dall'assessore regionale ai lavori
pubblici, on. Angelo Bonfiglio, al quale chiese il
finanziamento di alcune opere pubbliche.
L'assessore, dopo alcuni convenevoli, prese nota
delle richieste e si impegnò a dare immediate
disposizioni. Alla raccomandazione del sindaco,
dettata dall'esperienza, che l'impegno non restasse
lettera morta, l'assessore assicurò: «Carissimo
amico, lei può andarsene tranquillo, avrà presto
regolare comunicazione.»
Trascorsi inutilmente sei mesi, malgrado ì solleciti
telegrafici. il sindaco tornò dall'assessore
regionale che lo ricevette con molta cordialità: «Carissímo
amico, che si díce?»
II sindaco, pronto: «Si dice, caro assessore, che, a
proposito dei finanziamenti da lei promessimi sei
mesi or sono per il mio comune, siamo ancora fermi
a... carissimo amico. »
|
|
DONNA VENERA
La trovavo ogni mattina ad attendermi
all'ingresso della barberia di don Peppino
Monforte, in via Umberto I: «Mi deve dare la
pensione, anch'io ho diritto di campare, signor
sindaco!»
Quando non mi trovava dal barbiere, veniva a
casa o al Comune, sempre con la stessa pressante
richiesta.
Erano i primi anni della mia sindacatura, ed io
cercavo possibili soluzioni ai problemi urgenti,
primo tra tutti l'approvvigionamento idrico
della città.
Donna Venera era una donnetta di circa
sessant'anni, vedova poveramente vestita, sempre
a piedi scalzi. Per una malformazione congenita
aveva le mani prive di dita. Da alcuni anni
abitava una stanza del ricovero per anziani in
via Duca d'Aosta, che le avevano ceduta in
cambio del suo lavoro di custode.
Durante la giornata, portava l'acqua attinta
dalle fontane pubbliche alle famiglie del centro
della città, a cento lire la brocca. Di solito
andava a riempire i vasi la mattina a vico San
Sebastiano e a Santa Rosalia, di pomeriggio
andava ad attingere a San Giovanni.
Alle fontane litigava con tutti, non voleva
aspettare il turno, pretendeva la precedenza
assoluta, perché quello per lei era lavoro, il
suo mezzo di sostentamento.
Le altre, quelle che andavano per l'acqua dì
casa o per lavare panni, potevano pure aspettare
e cederle il passo.
Spessa, delle liti facevano le spese proprio le
brocche: le donnette se le scagliavano in testa.
Donna Venera andava e tornava dalle fontanelle
con due brocche, una in equilibrio sulla testa,
l'altra appesa all'avambraccio.
Quando l'amministrazione comunale fu in
condizione di realizzare la rete di
distribuzione dell'acquedotto alla quale fu
allacciata ogni abitazione privata, alla
soddisfazione della popolazione fece riscontro
il crescente malanimo di donna Venera.
Man mano che i lavori proseguivano, si
assottigliava il numero dei clienti della
vecchia, ed essa si metteva a protestare perché
1e stavano togliendo di giorno in giorno il pane
dalla bocca «Me ne vado a casa del sindaco, a
mangiare!» minacciava.
Quando nessuno ebbe più bisogno dei suoi
servizi, si mise a pretendere che il Comune, che
dando l'acqua agli altri aveva prosciugato il
suo borsellino, le assegnasse una pensione a
vita. come risarcimento.
Purtroppo questo non rientrava nelle competenze
né nelle possibilità dell'ente locale e donna
Venera, vittima del progresso civile del suo
paese, visse gli ultimi anni della sua
travaglia esistenza assistita dall'Eca.
|
|
«ALLURA U CUMPARATU PICCHÌ C'È?»
Quel giorno, assieme alla moglie, mio compare - gli
avevo tenuto a battesimo il primo figlio -,
cogliendo 1'occasìone dei mio onomastico, venne a
trovarmi nella casa di villeggiatura a mare, dove mi
intrattenevo con amici venuti a farmi gli auguri.
Dopo una diecina di minuti incominciò a
spazientirsi, a dare segni di nervosismo, a non star
fermo sulla sedia. Voleva parlarmi subito,
riservatamente, con gli occhi sembrava volesse
suggerire: «Mandali via, questi scocciatori; è cosa
urgente! »
Non avevo dubbi sullo scopo della sua visita,
essendone stato avvisato da un comune amico.
Di tanto in tanto muoveva un dito a farmi segno di
alzarmi e seguirlo in disparte. Con un movimento
rotatorio orizzontale dell'indice destro, facevo
segno di rinviare ad altro momento. Ma i miei sforzi
per rinviare il colloquio furono inutili, così fui
costretto a chiedere scusa agli amici e mi appartai
con lui e la moglie fuori, in un angolo del
giardinetto retrostante alla casa. Entrò subito in
argomento.
L'Elettromobil, l'unica speranza
dell'industrializzazione barcellonese, aveva chiuso
i battenti, licenziando operai e tecnici. Anche lui:
l'ingegnere. E lui, mio compare, era venuto a
comunicarmelo tutto afflitto, come se io, che mi ero
battuto per evitare la chiusura, non ne fossi
perfettamente al corrente.
In verità, il mio interlocutore era venuto per
tutt'altro scopo. Voleva che io mi adoperassi per
farlo assumere all'ufficio tecnico del Comune.
Tentai di convincerlo a rinviare la discussione,
anche per tornare dagli amici che erano venuti a
trovarmi per la mia festa. Inutile. Doveva parlarmi,
anzi dovevano parlarmi subito. Anche la moglie
infatti interloquiva, agguerrita, a chiedermi un
impegno e subito.
Dissi che piuttosto si augurassero la riapertura
della fabbrica. perché, quanto a sperare
nell'assunzione al Comune, era pura illusione. Un
simile provvedimento, che comunque l'amministrazione
non era in grado di adottare, con piú rigore e più
senso umanitario doveva semmai essere preso per
tanta povera gente che, non esercitando altra
professione, sarebbe rimasta sul lastrico.
Non persero tempo a rispondermi che i fatti degli
altri non li interessavano.
Mi feci il più possibile accomodante, e con una
risatina gli rammentai: «Dopo tutto voi, compare,
siete ingegnere, potete esercitare la professione e
non avete proprio bisogno di un'altra
occupazione...»
Non l'avessi mai detto, saltò su come punto da una
vespa: «Che vuole dire questo? Ho perduto il posto e
quindi il Comune mi deve assumere!»
Rîbadii che non ero in condizione di assumere
impegno alcuno e cercai dì chiuderla lì, ma la
moglie, inviperita, intervenne pronta: «Allura, u
cumparatu picchì c'è?»
Non potei frenarmi: «Ma, insomma, siete venuti per
gli auguri o per amareggíarrni'?»
Se ne andarono senza salutarmi. Un compare perduto!
|
|
CAZZI CU L'ALI
In una delle tante crisi, succedutesi alla
caduta del governo regionale presieduto
dall'onorevole Silvio Milazzo, dopo lunghe
snervanti riunioni notturne degli organi
direttivi di partito e di gruppo parlamentare,
la mattina alle dieci noi deputati ci
presentammo a sala d'Ercole per eleggere il
presidente della Regione e gli assessori.
Facce stanche, tristi, preoccupate, con un'aria
di mistero, circolavano tra la sala gialla, la
buvette e l'aula del palazzo dei Normanni.
Tra i primi ad arrivare nella sala d'Ercole,
armato di una pesante borsa di pelle nera,
piena di regolamenti e leggi, che mai
abbandonava, fu un anziano deputato, già
presidente dell'Assemblea e della Regione,
l'onorevole Giuseppe La Loggia.
Un giovane collega lo avvicinò domandandogli di
fare previsioni sulle soluzioni possibili della
crisi.
Egli, lasciata la borsa su uno scanno, lo guardò
con la calma che gli era propria, e gli rispose:
«Figghiu miu, chi voi ca ti dicu? Sta jurnata 'nta
stu saluni volanu cazzi cu l'ali e iu, pi sì e
pi no, mi vaiu a'ssettu.»
|
|
DON ROCCO, «U RE
Un monarchico di ferro, don Rocco Sfameni,
pozzogottese. da tutti inteso don Rocco «u re».
Fu consigliere comunale dal 1956 al 1960, eletto
nella lista «Campana», formata da democristiani,
liberali e monarchici.
Dopo la scissione dei monarchici, si schierò con
Lauro e assieme ad altri amici aprì in via Roma,
accanto al Grand Hótel. una sezione del partito
monarchico popolare.
Qualche giorno dopo, sulle cantonate della città
apparvero manifesti che annunziavano la
distribuzione di pasta presso la sede del nuovo
partito, che in poche ore fu presa d'assalto da
uomini e donne, armati di sporte, di sacchi, di
borse, di valigie.
Don Rocco «u re», avvilito e scornato, andò
difilato dai carabinieri a sporgere denunzia
contro ignoti... Dopo qualche settimana, non
potendosi identificare i colpevoli, sciolse la
sezione e si ritirò definitivamente
dall'attività politica.
|
|
U CONTI
Si poteva puntare l'orologio su di lui. Ogni
mattina spuntava dal portone del palazzo di
piazza Vittorio Emanuele III, quel palazzo che
portava il nome della sua famiglia e
s'incamminava lento e sicuro verso la casa del
fascio, all'incrocio tra via Operai e via Roma.
Se era bel tempo, mezz'ora dopo di esservi
entrato, usciva dal suo ufficio di segretario
del fascio, si portava all'angolo del palazzo,
levava le mani ai fianchi in atteggiamento
severo e bellicoso insieme, quello stesso che la
stampa di regime propagandava come uno dei più
tipici del suo duce e, con movimenti misurati,
come a controllare bene che ogni sua mossa
avesse la naturalezza d'un comportamento
istintivo, si dava a ruotare il corpo di 360°,
spaziando lo sguardo verso la stazione
ferroviaria, il torrente Longano, la vecchia
chiesa di San Sebastiano e la piazza XIX Luglio.
Rispondeva romanamente al saluto dei passanti,
conservando negli occhi e nell'espressione del
volto un piglio corrucciato e severo. Non
guardava in faccia nessuno, nemmeno i gerarchi
locali, con i quali pure si intratteneva spesso.
Verso mezzogiorno, a passi lenti, solo o in
compagnia, si trasferiva in piazza San
Sebastiano, al circolo dei nobili, che occupava
il piano terra di palazzo Fazìo, e, riprendendo
l'amata posa, vi sostava per un'altra
mezz'oretta, gli occhi impegnati a chiamare
l'attenzione dei passanti, a sollecitare il
saluto. E ancora mezz'ora dopo, attraversava via
Garibaldi, via Longo e via Operai e rientrava a
casa.
Lo stesso rito si ripeteva nel pomeriggio.
Il conte era uno scapolo di buona indole,
robusto, sui quarantacinque anni, di statura
regolare, con una bella faccia rubiconda su una
botte di quattro ettolítri.
Amava molto la divisa di segretario politico del
fascio: quei pantaloni grigio-verdi alla
cavallerizza su stivaloni neri, la sahariana
nera con il distintivo della carica, ma
soprattutto amava i bel berretto nero con la
visiera e l'aquila d'oro in fronte.
La sua mole lo faceva spiccare nelle
manifestazioni pubbliche, fra tutti quei
gerarchi che gli facevano corona.
Il sabato pomeriggio era la sua più grande
realizzazione: con 1a divisa stirata a pennello
arrivava puntualmente alla Gil, ospitata nei
locali dell'ex stazione tramviaria, dove oggi
sorge il monumento ai caduti, per assistere alle
esercitazioni pre-militari, e lì sì dava a
impartire ordini su ordini.
Soddisfatto, concludeva la serata seduto davanti
al circolo dei nobili, al centro dì una corona
dì dirigenti della gioventù italiana del
littorio, di centurioni della milizia fascista,
di nobilotti, che facevano a gara per stargli
più vicino possibile.
Verso la fine della seconda guerra mondiale fu
richiamato alle armi e destinato alla costa
della Sìcilia occidentale.
Dopo lo sbarco degli alleati fu trasferito con
il suo reparto sul confine austriaco, verso
Trieste, da dove, dopo l'armistizio dell'8
settembre, venne deportato dai tedeschi nel
campo di concentramento Stalag 307, blocco VI di
Deblin-Irena in Polonia. Lì fu colpito da
paralisi.
Rientrò dalla prigionia tedesca con un grave
stato di invalidità e trascorse gli ultimi anni
della sua vita a Messina e Barcellona, assistito
dalla sorella.
Tutta la sua attività politica si può condensare
in quel primo colpo di piccone per la
demolizione di un fabbricato di via Garibaldi e
della vecchia chiesa di San Sebastiano per
l'apertura del secondo tronco di via Roma e
nell'inaugurazione di una fontana per
l'approvvigionamento idrico della zona, fatta
costruire dal podestà Francesco Bonanno in
piazza XIX Luglio, detta «chianu di l'erva»,
perché i contadini vi portavano a vendere mazzi
d'erba. In occasione di quei due avvenimenti
non mancarono in paese banda, cortei delle
organizzazioni fasciste, bandiere, gagliardetti
e discorsi.
Momento di sua massima gloria fu la visita di
Achille Starace, ministro e segretario del
partito nazionale fascista, accolto con calorose
manifestazioni.
Nel suo discorso Starace non mancò di rivolgere
il pensiero «alle legioni fasciste» che in quei
giorni portavano «sulla punta delle baionette la
civiltà di Roma fascista» nell'altra Barcellona,
quella di Spagna.
L'ex segretario politico, chiamato «u conti», ai
suoi funerali ebbe pochissime persone; si
potevano contare sulle dita di una sola mano.
Nessuno di tutti quelli che in orbace lo avevano
attorniato nei tempi felici sembrò ricordarsi di
lui. Lo avevano dimenticato anche coloro che
ogni anno aspettavano la notte di S. Silvestro,
per brindare con lui al suo onomastico e al
nuovo anno.
Né si fece vivo l'ex vice podestà, che, da
quando non riscuoteva più l'assegno di
accompagnatore del grande invalido, sul quale
per anni aveva contato, sembrava non conoscerlo
nemmeno.
Egli si limitò a seguire il carro funebre, a
debita distanza, quasi di soppiatto. Gli faceva
compagnia un cane tutto vestito di nero.
|
Home Page |