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I RE MAGI
Almeno una volta la settimana li trovavo dietro la porta del mio
ufficio. Arrivavano al Comune di prima ora per poi tornare al
lavoro.
«I re magi», li chiamava il vecchio capo-commesso, cavalier
Marullo. Il segretario generale, quando li vedeva, spariva:
avevano sempre qualche lamentela da avanzare.
Don Peppino Andaloro barbiere, don Carmelo Rizzo sarto e Turuzzo
Russo fotografo: brave persone, però petulanti nelle loro
richieste. Avevano sempre da sottoporre problemi e iniziative,
anche se spesso irrealizzabili, per la comunità pozzogottese.
Erano una continua lagna: «Signor sindaco, a Pozzo di Gotto non
si fa niente. Barcellona è un cantiere.»
E non era vero, perché le iniziative andavano di pari passo in
tute le zone della città, che si trovava in stato di assoluto
abbandono. Si operava in base alle esigenze più impellenti e ai
finanziamenti che riuscivo ad ottenere dalla Regione. Col
bilancio comunale non era possibile provvedere nemmeno alla
ordinaria amministrazione.
La verità è che i tre amici, quando parlavano di Pozzo di Gotto,
intendevano riferirsi alla vecchia via Garibaldi, a piazza
Assunta, a via Risorgimento, ai Panteini, al Carmine, cioè alla
parte vecchia. Tutto il resto per loro non apparteneva a Pozzo
di Gotto, nemmeno la zona cosiddetta dei Marsalini, perché sotto
la giurisdizione dell'arcipretura di Barcellona.
Le nuove arterie sorte a valle dell'unica via esistente, la
Garibaldi, il grande quartiere Petraro e gli impianti sportivi
non appartenevano al loro vecchio mondo.
Erano i tempi in cui ancora pozzogottesi e barcellonesi facevano
a sassate, schierati al di qua e al di là del torrente Longano
che divide le due zone della città.
Si ingiuriavano a vicenda: i pozzogottesi erano chiamati
«affumicati», per via del fumo che esalava dalle fornaci dei «critari»,
e i barcellonesi «manciacagnola», perché si diceva che
gustassero la carne del fedele amico dell'uomo.
I tre bravi artigiani erano inconsapevoli portatori di un
residuo sentimento campanilistico, che, con l'andare degli anni,
è rimasto seppellito sotto la copertura del torrente Longano.
«A MISSA»
Alla messa delle undici, quella domenica di
settembre incontrai mio compare Cassata
all'oratorio salesiano. Mancavo da qualche mese, per
cui Nello ed io ci intrattenemmo per alcuni minuti
sul terrazzino antistante a salutare gli amici.
Entrati in chiesa, prendemmo posto accanto alle
nostre mogli. Mio compare si sedette alla mia
sinistra.
Serviva la messa quel giorno il commerciante
Gigliuto. All'omelia, il parroco, don Enzo,
prendendo a spunto la parabola del Vangelo che
narra dell'amministratore astuto, si soffermò a
lungo a parlare e criticare le ruberie dei
commercianti, sul peso, sulla misura o sulla
qualità delle merci.
«Compare,» mi disse Cassata, guardando fisso
Gigliuto che, seduto accanto all'altare, seguiva
compunto e colpevole le parole del salesiano,
«guarda, guarda Gigliuto cu labbru a pinnuluni comu
u segui tuttu afflittu! »
Cercai di mantenere un atteggiamento calmo.
Dopo qualche minuto, riprese: «Ca sunnu quasi tutti
cummercianti...» Rise, coprendosi la faccia con la
mano. «Iu nun capisciu u picchì i cazziati ni 1'hamu
a pigghiari chiddi chi vinemu a' missa.»
IL BARONE LA LUMIA
Trascorreva molti mesi dell'anno a Palermo, dove
seguiva fra l'altro una causa civile per tentare di
riscattare un suo palazzo di piazza Politeama, al
centro della città, che era stato acquistato
all'asta per poche lire, da un istituto bancario. A
Palermo, alloggiava al Grande Albergo delle Palme.
D'inverno preferiva fermarsi a Canicattì, sua città
natale, dove era titolare di una abbazia laica.
Conduceva una intensa vita mondana: frequentava il
teatro Massimo, non mancava ai vari festival del
cinema, a Taormina, Venezia, Cannes, o a quello
delle canzonette di San Remo. In quelle occasioni
veniva ripreso dalla televisione insieme ad
attricette e cantanti.
«Dove c'è da godere, mi ci butto!» soleva dire.
Quando lo conobbi, aveva già superato la
cinquantina. Era grassoccio e piccolo di statura,
non aveva più capelli, in compenso si fregiava di
una barba lunga e folta, molto curata. Sempre
elegante nei modi e nell'abbigliamento, era molto
cerimonioso, soprattutto con le donne. Diceva di
amare tre cose su tutto: i fiori, simbolo di
purezza, le donne e la musica.
Quando il caldo era eccessivo tirava fuori un grande
ventaglio e si soffiava. «Per allontanare gli
spiriti», assicurava.
Era estremamente superstizioso: se un gatto nero gli
attraversava la strada tornava indietro, facendo
scongiuri. Non dimenticava di appuntare sulla
cravatta dal gran nodo uno spillo con l'occhio
apotropaico, perché dal male bisognava guardarsi in
tutti i modi.
Estroso, quanto mai, il barone aveva l'abitudine di
portare un fazzolettino di seta nel taschino della
giacca, il cui colore connotava lo stato del suo
cuore: rosso se era innamorato soddisfatto, verde
se speranzoso, giallo se deluso, e bianco, infine,
se in stato momentaneo di purezza, ma anche di
disponibilità.
Quando qualcuno gli sollecitava un giudizio, una
presa di posizione su problemi di attualità,
assumeva un'aria distaccata, o rideva cortese e
indifferente.
Sua principale occupazione era se stesso,
Gioacchino, barone La Lumia; suo principale
interesse vivere bene i giorni, molti o pochi che
fossero, che Dio gli aveva destinati.
Era un brillante conversatore, dalle vaste
conoscenze. Con lui ci si poteva intrattenere di
astrologia, di arte, di musica, di scienze
naturali. Ma il suo argomento preferito erano le
donne e la bellezza.
I camerieri dell'albergo, che gli servivano la
colazione in camera, non mancavano di fargli avere
due fiori, garofani di preferenza, o due bei
boccioli di rosa. Non lasciava mai la sua camera
prima delle undici, a meno che non vi fosse
costretto da un impegno inderogabile con qualche
bella donna o da un affare importante.
Nella hall si intratteneva con il personale, al
quale non mancava di offrire qualcosa, o con
qualche amico, l'agenda costantemente in mano per
annotare minuziosamente ogni cosa, cappello e
guanti, il bastoncino dal pomo d'avorio.
Amava passeggiare nel centro della città in carrozza
scoperta, sempre lo stesso percorso che si snodava
da un palazzo
all'altro, e da un ricordo all'altro, la via
1Vlaqueda, la via Ruggiero Settimo, il bel viale
della Libertà. Spesso poi rievocava quelle nobili
famiglie che vi avevano abitato e dato lustro.
Consumava i suoi pasti al ristorante dell'albergo,
quasi pre in compagnia di splendide donne,
attorniato da maître merieri, come un satrapo
orientale.
Le ragazze che di notte allietavano gli ospiti del
grande albergo, avevano tutte frequentato il suo
letto. Raccontavano del barone, con grande dolcezza,
la sua generosità prima di tutto, e lo strano modo
di celebrare l'amore, un vero rito: prima di
mettersi a letto egli si profumava abbondantemente,
poi s'inginocchiava e pregava. Soddisfatti i sensi,
tornava ad inginocchiarsi per rendere grazie a Dio
di avergli dato la forza di fare l'amore.
Negli ultimi anni della sua vita si ritirò nelle sue
terre di Giacchetto, una frazione di Canicattì,
insieme ai suoi amici coloni e servitori, ai cani e
al pappagallo, che aveva fregiato del titolo di
gran referendario, e al quale aveva insegnato una
sequela di parolacce, e a un amatissimo gatto, per
la cui morte organizzò fastosi funerali, ai quali
parteciparono in massa, oltre ai coloni, anche gli
abitanti della zona. Qualche mese dopo, al gatto
fece erigere un monumento, alla cui inaugurazione
partecipò una folta schiera fotoreporter.
Fu l'ultima bizzarria di Gioacchino La Lumia, ultimo
abate laico di Canicattì, per un incidente del caso
nato con un millennio di ritardo.
«PASSU PASSU MA PURTAMU»
Quando
giunse improvvisa la notizia della morte della
maestra Nazarena Garofalo, vedova Recupero,
ammalata da tempo, il paese sapeva che qualche
settimana prima i parenti preoccupati e premurosi
avevano mandato a chiamare per consulto il famoso
direttore di una clinica universitaria, il quale li
aveva rassicurati sul benigno decorso della
malattia.
La
salma giaceva ora su un lettino approntato in una
stanza dell'appartamento al primo piano di un
vecchio fabbricato di via Garibaldi, in Pozzo di
Gotto. Attorno i parenti.
Entrai
quasi in punta di piedi, feci il segno di croce,
recitai un requiem e dopo aver fatto le mie
condoglianze ai familiari, sedetti accanto al
genero, avvocato Nello Cassata, al quale dopo alcuni
minuti, anche per rompere il pesante silenzio,
chiesi sommessamente come mai una fine tanto
improvvisa.
L'avvocato mi rispose: «Otto giorni fa è venuto il
professore, l'ha visitata e, allontanandosi dal
letto dell'ammalata, col suo passo cammellato, un
piede a destra e l'altro a manca, in sincrono con il
tic nervoso del collo, ci rassicurò: "State
tranquilli! Passu passu n'a purtamu." Come vedi,
passu passu n'a purtamu a 'u campusantu!»
Non
potemmo soffocare una risata, che la signora
Nazarena, persona briosa, se fosse stata viva ci
avrebbe certamente perdonato.
CARISSIMO AMICO
Il sindaco del comune di Spadafora, Giovanní Tortorici, dopo
lunga attesa, accompagnato da un deputato regionale della sua
provincia, venne ricevuto dall'assessore regionale ai lavori
pubblici, on. Angelo Bonfiglio, al quale chiese il finanziamento
di alcune opere pubbliche.
L'assessore, dopo alcuni convenevoli, prese nota delle richieste
e si impegnò a dare immediate disposizioni. Alla raccomandazione
del sindaco, dettata dall'esperienza, che l'impegno non restasse
lettera morta, l'assessore assicurò: «Carissimo amico, lei può
andarsene tranquillo, avrà presto regolare comunicazione.»
Trascorsi inutilmente sei mesi, malgrado ì solleciti
telegrafici. il sindaco tornò dall'assessore regionale che lo
ricevette con molta cordialità: «Carissímo amico, che si díce?»
II sindaco, pronto: «Si dice, caro assessore, che, a proposito
dei finanziamenti da lei promessimi sei mesi or sono per il mio
comune, siamo ancora fermi a... carissimo amico. »
DONNA VENERA
La trovavo ogni mattina ad attendermi all'ingresso della
barberia di don Peppino Monforte, in via Umberto I: «Mi deve
dare la pensione, anch'io ho diritto di campare, signor
sindaco!»
Quando non mi trovava dal barbiere, veniva a casa o al Comune,
sempre con la stessa pressante richiesta.
Erano i primi anni della mia sindacatura, ed io cercavo
possibili soluzioni ai problemi urgenti, primo tra tutti
l'approvvigionamento idrico della città.
Donna Venera era una donnetta di circa sessant'anni, vedova
poveramente vestita, sempre a piedi scalzi. Per una
malformazione congenita aveva le mani prive di dita. Da alcuni
anni abitava una stanza del ricovero per anziani in via Duca
d'Aosta, che le avevano ceduta in cambio del suo lavoro di
custode.
Durante la giornata, portava l'acqua attinta dalle fontane
pubbliche alle famiglie del centro della città, a cento lire la
brocca. Di solito andava a riempire i vasi la mattina a vico San
Sebastiano e a Santa Rosalia, di pomeriggio andava ad attingere
a San Giovanni.
Alle fontane litigava con tutti, non voleva aspettare il turno,
pretendeva la precedenza assoluta, perché quello per lei era
lavoro, il suo mezzo di sostentamento.
Le altre, quelle che andavano per l'acqua dì casa o per lavare
panni, potevano pure aspettare e cederle il passo.
Spessa, delle liti facevano le spese proprio le brocche: le
donnette se le scagliavano in testa.
Donna Venera andava e tornava dalle fontanelle con due brocche,
una in equilibrio sulla testa, l'altra appesa all'avambraccio.
Quando l'amministrazione comunale fu in condizione di realizzare
la rete di distribuzione dell'acquedotto alla quale fu
allacciata ogni abitazione privata, alla soddisfazione della
popolazione fece riscontro il crescente malanimo di donna
Venera.
Man mano che i lavori proseguivano, si assottigliava il numero
dei clienti della vecchia, ed essa si metteva a protestare
perché 1e stavano togliendo di giorno in giorno il pane dalla
bocca «Me ne vado a casa del sindaco, a mangiare!» minacciava.
Quando nessuno ebbe più bisogno dei suoi servizi, si mise a
pretendere che il Comune, che dando l'acqua agli altri aveva
prosciugato il suo borsellino, le assegnasse una pensione a
vita. come risarcimento.
Purtroppo questo non rientrava nelle competenze né nelle
possibilità dell'ente locale e donna Venera, vittima del
progresso civile del suo paese, visse gli ultimi anni della sua
travaglia esistenza assistita dall'Eca.
«ALLURA U CUMPARATU PICCHÌ C'È?»
Quel giorno, assieme alla moglie, mio compare - gli avevo tenuto
a battesimo il primo figlio -, cogliendo 1'occasìone dei mio
onomastico, venne a trovarmi nella casa di villeggiatura a mare,
dove mi intrattenevo con amici venuti a farmi gli auguri.
Dopo una diecina di minuti incominciò a spazientirsi, a dare
segni di nervosismo, a non star fermo sulla sedia. Voleva
parlarmi subito, riservatamente, con gli occhi sembrava volesse
suggerire: «Mandali via, questi scocciatori; è cosa urgente! »
Non avevo dubbi sullo scopo della sua visita, essendone stato
avvisato da un comune amico.
Di tanto in tanto muoveva un dito a farmi segno di alzarmi e
seguirlo in disparte. Con un movimento rotatorio orizzontale
dell'indice destro, facevo segno di rinviare ad altro momento.
Ma i miei sforzi per rinviare il colloquio furono inutili, così
fui costretto a chiedere scusa agli amici e mi appartai con lui
e la moglie fuori, in un angolo del giardinetto retrostante alla
casa. Entrò subito in argomento.
L'Elettromobil, l'unica speranza dell'industrializzazione
barcellonese, aveva chiuso i battenti, licenziando operai e
tecnici. Anche lui: l'ingegnere. E lui, mio compare, era venuto
a comunicarmelo tutto afflitto, come se io, che mi ero battuto
per evitare la chiusura, non ne fossi perfettamente al corrente.
In verità, il mio interlocutore era venuto per tutt'altro scopo.
Voleva che io mi adoperassi per farlo assumere all'ufficio
tecnico del Comune.
Tentai di convincerlo a rinviare la discussione, anche per
tornare dagli amici che erano venuti a trovarmi per la mia
festa. Inutile. Doveva parlarmi, anzi dovevano parlarmi subito.
Anche la moglie infatti interloquiva, agguerrita, a chiedermi un
impegno e subito.
Dissi che piuttosto si augurassero la riapertura della fabbrica.
perché, quanto a sperare nell'assunzione al Comune, era pura
illusione. Un simile provvedimento, che comunque
l'amministrazione non era in grado di adottare, con piú rigore e
più senso umanitario doveva semmai essere preso per tanta povera
gente che, non esercitando altra professione, sarebbe rimasta
sul lastrico.
Non persero tempo a rispondermi che i fatti degli altri non li
interessavano.
Mi feci il più possibile accomodante, e con una risatina gli
rammentai: «Dopo tutto voi, compare, siete ingegnere, potete
esercitare la professione e non avete proprio bisogno di
un'altra occupazione...»
Non l'avessi mai detto, saltò su come punto da una vespa: «Che
vuole dire questo? Ho perduto il posto e quindi il Comune mi
deve assumere!»
Rîbadii che non ero in condizione di assumere impegno alcuno e
cercai dì chiuderla lì, ma la moglie, inviperita, intervenne
pronta: «Allura, u cumparatu picchì c'è?»
Non potei frenarmi: «Ma, insomma, siete venuti per gli auguri o
per amareggíarrni'?»
Se ne andarono senza salutarmi. Un compare perduto!
CAZZI CU L'ALI
In una delle tante crisi, succedutesi alla caduta del governo
regionale presieduto dall'onorevole Silvio Milazzo, dopo lunghe
snervanti riunioni notturne degli organi direttivi di partito e
di gruppo parlamentare, la mattina alle dieci noi deputati ci
presentammo a sala d'Ercole per eleggere il presidente della
Regione e gli assessori.
Facce stanche, tristi, preoccupate, con un'aria di mistero,
circolavano tra la sala gialla, la buvette e l'aula del palazzo
dei Normanni.
Tra i primi ad arrivare nella sala d'Ercole, armato di una
pesante borsa di pelle nera, piena di regolamenti e leggi, che
mai abbandonava, fu un anziano deputato, già presidente
dell'Assemblea e della Regione, l'onorevole Giuseppe La Loggia.
Un giovane collega lo avvicinò domandandogli di fare previsioni
sulle soluzioni possibili della crisi.
Egli, lasciata la borsa su uno scanno, lo guardò con la calma
che gli era propria, e gli rispose: «Figghiu miu, chi voi ca ti
dicu? Sta jurnata 'nta stu saluni volanu cazzi cu l'ali e iu,
pi sì e pi no, mi vaiu a'ssettu.»
DON ROCCO, «U RE
Un monarchico di ferro, don Rocco Sfameni, pozzogottese. da
tutti inteso don Rocco «u re». Fu consigliere comunale dal 1956
al 1960, eletto nella lista «Campana», formata da democristiani,
liberali e monarchici.
Dopo la scissione dei monarchici, si schierò con Lauro e assieme
ad altri amici aprì in via Roma, accanto al Grand Hótel. una
sezione del partito monarchico popolare.
Qualche giorno dopo, sulle cantonate della città apparvero
manifesti che annunziavano la distribuzione di pasta presso la
sede del nuovo partito, che in poche ore fu presa d'assalto da
uomini e donne, armati di sporte, di sacchi, di borse, di
valigie.
Don Rocco «u re», avvilito e scornato, andò difilato dai
carabinieri a sporgere denunzia contro ignoti... Dopo qualche
settimana, non potendosi identificare i colpevoli, sciolse la
sezione e si ritirò definitivamente dall'attività politica.
U CONTI
Si poteva puntare l'orologio su di lui. Ogni mattina spuntava
dal portone del palazzo di piazza Vittorio Emanuele III, quel
palazzo che portava il nome della sua famiglia e s'incamminava
lento e sicuro verso la casa del fascio, all'incrocio tra via
Operai e via Roma.
Se era bel tempo, mezz'ora dopo di esservi entrato, usciva dal
suo ufficio di segretario del fascio, si portava all'angolo del
palazzo, levava le mani ai fianchi in atteggiamento severo e
bellicoso insieme, quello stesso che la stampa di regime
propagandava come uno dei più tipici del suo duce e, con
movimenti misurati, come a controllare bene che ogni sua mossa
avesse la naturalezza d'un comportamento istintivo, si dava a
ruotare il corpo di 360°, spaziando lo sguardo verso la stazione
ferroviaria, il torrente Longano, la vecchia chiesa di San
Sebastiano e la piazza XIX Luglio.
Rispondeva romanamente al saluto dei passanti, conservando negli
occhi e nell'espressione del volto un piglio corrucciato e
severo. Non guardava in faccia nessuno, nemmeno i gerarchi
locali, con i quali pure si intratteneva spesso.
Verso mezzogiorno, a passi lenti, solo o in compagnia, si
trasferiva in piazza San Sebastiano, al circolo dei nobili, che
occupava il piano terra di palazzo Fazìo, e, riprendendo
l'amata posa, vi sostava per un'altra mezz'oretta, gli occhi
impegnati a chiamare l'attenzione dei passanti, a sollecitare il
saluto. E ancora mezz'ora dopo, attraversava via Garibaldi, via
Longo e via Operai e rientrava a casa.
Lo stesso rito si ripeteva nel pomeriggio.
Il conte era uno scapolo di buona indole, robusto, sui
quarantacinque anni, di statura regolare, con una bella faccia
rubiconda su una botte di quattro ettolítri.
Amava molto la divisa di segretario politico del fascio: quei
pantaloni grigio-verdi alla cavallerizza su stivaloni neri, la
sahariana nera con il distintivo della carica, ma soprattutto
amava i bel berretto nero con la visiera e l'aquila d'oro in
fronte.
La sua mole lo faceva spiccare nelle manifestazioni pubbliche,
fra tutti quei gerarchi che gli facevano corona.
Il sabato pomeriggio era la sua più grande realizzazione: con 1a
divisa stirata a pennello arrivava puntualmente alla Gil,
ospitata nei locali dell'ex stazione tramviaria, dove oggi sorge
il monumento ai caduti, per assistere alle esercitazioni
pre-militari, e lì sì dava a impartire ordini su ordini.
Soddisfatto, concludeva la serata seduto davanti al circolo dei
nobili, al centro dì una corona dì dirigenti della gioventù
italiana del littorio, di centurioni della milizia fascista, di
nobilotti, che facevano a gara per stargli più vicino possibile.
Verso la fine della seconda guerra mondiale fu richiamato alle
armi e destinato alla costa della Sìcilia occidentale.
Dopo lo sbarco degli alleati fu trasferito con il suo reparto
sul confine austriaco, verso Trieste, da dove, dopo l'armistizio
dell'8 settembre, venne deportato dai tedeschi nel campo di
concentramento Stalag 307, blocco VI di Deblin-Irena in Polonia.
Lì fu colpito da paralisi.
Rientrò dalla prigionia tedesca con un grave stato di invalidità
e trascorse gli ultimi anni della sua vita a Messina e
Barcellona, assistito dalla sorella.
Tutta la sua attività politica si può condensare in quel primo
colpo di piccone per la demolizione di un fabbricato di via
Garibaldi e della vecchia chiesa di San Sebastiano per
l'apertura del secondo tronco di via Roma e nell'inaugurazione
di una fontana per l'approvvigionamento idrico della zona, fatta
costruire dal podestà Francesco Bonanno in piazza XIX Luglio,
detta «chianu di l'erva», perché i contadini vi portavano a
vendere mazzi d'erba. In occasione di quei due avvenimenti non
mancarono in paese banda, cortei delle organizzazioni fasciste,
bandiere, gagliardetti e discorsi.
Momento di sua massima gloria fu la visita di Achille Starace,
ministro e segretario del partito nazionale fascista, accolto
con calorose manifestazioni.
Nel suo discorso Starace non mancò di rivolgere il pensiero
«alle legioni fasciste» che in quei giorni portavano «sulla
punta delle baionette la civiltà di Roma fascista» nell'altra
Barcellona, quella di Spagna.
L'ex segretario politico, chiamato «u conti», ai suoi funerali
ebbe pochissime persone; si potevano contare sulle dita di una
sola mano. Nessuno di tutti quelli che in orbace lo avevano
attorniato nei tempi felici sembrò ricordarsi di lui. Lo avevano
dimenticato anche coloro che ogni anno aspettavano la notte di
S. Silvestro, per brindare con lui al suo onomastico e al nuovo
anno.
Né si fece vivo l'ex vice podestà, che, da quando non riscuoteva
più l'assegno di accompagnatore del grande invalido, sul quale
per anni aveva contato, sembrava non conoscerlo nemmeno.
Egli si limitò a seguire il carro funebre, a debita distanza,
quasi di soppiatto. Gli faceva compagnia un cane tutto vestito
di nero.
DUE DITA IN BOCCA
Campane a festa, fuochi d'artificio per le strade. L'anno nuovo
stava per scoccare. Stavamo brindando; si sentì bussare.
Salvatore Mucca veniva a protestare perché a quell'ora non era
riuscito a rintracciare un medico e sua moglie stava morendo.
«Venga a vedere, signor sindaco, in che stato si trova!» Abitava
in due stanze che si aprivano su vico Cornelia, alle spalle di
casa mia. Mi scusai con i miei ospiti e lo seguii.
La porta di casa sua era aperta. Entrammo: nella prima stanza,
in disordine, su un vecchio tavolo, una pila di piatti e
bicchieri sporchi, e bottiglie vuote; nell'altra stanza la
moglie, abbandonata sul letto, che si contorceva lamentandosi.
Le coperte erano arrotolate ai piedi del letto, un paio di
mutandine appese alla sedia. La donna era coperta da un lenzuolo
spiegazzato.
Tornai a casa, mi attaccai al telefono. Dopo qualche minuto
rintracciai il medico condotto che giocava a carte al circolo
«Unione», il dott. Antonino D'Amico.
Si precipitò alla mia richiesta.
Dopo aver visitato la donna, venne a casa mia per informarmi:
«Tutto bene, signor sindaco! »
«Qualcosa di grave?»
«No, signor sindaco, due dita in bocca ed ha rimesso tutto:
un'indigestione. Mangiano come porci, poi si mettono a letto a fare
l'amore e rompono le scatole a lei!»
Gli chiesi scusa di averlo disturbato e lo invitai a brindare
con me all'anno nuovo.
«U JETTATURI»
Di ritorno dalla guerra, don Luigino Farina prese moglie e due
anni dopo cullava tra le braccia una bella bimba.
Aveva ripreso il lavoro interrotto dal richiamo alle armi e la
sua barberia, in via Mamertini, era ben avviata ed aveva
un'ottima clientela. Vero che non aveva molti amici, ma a don
Luigino bastava la sua famiglia che prosperava, la bimba che
cresceva a vista d'occhio. La moglie lo aiutava
finanziariamente, facendo la sarta. L'unico sogno della
famigliola era di portare quella figlia avanti negli studi,
fino a farne una maestra.
Gli anni passarono veloci, e la ragazza a diciotto anni
conseguì con buoni voti il diploma di abilitazione magistrale.
Non si può dire che la giovane fosse bella, ma aveva una faccia
di donna seria e di buona moglie.
Pochi mesi dopo il sospirato diploma, Natuzza confessò ai
genitori che un suo collega, conosciuto proprio in sede di
esami, le faceva la corte e sembrava volersi fare avanti per
chiederla in moglie.
Il giovane, Fitî Fisichella, veniva in città di quando in
quando, dal suo paese tra i Nebrodi, per passeggiare sotto il
balcone dell'innamorata, proprio davanti alla barberia del
padre.
Un bel giorno, visto che il barbiere era libero, prese il
coraggio a due mani ed entrò. Dopo aver salutato tutto
complimentoso, chiese di essere sbarbato.
Don Luigino, che già tante volte se lo era visto passare e
spassare davanti al salone e che lo aveva individuato come il
corteggiatore della figlia, non si stancava di guardarselo
tutto. davanti e dietro, dalla testa ai piedi. Nessuno dei due
fece cenno al legame che li accomunava. Quando fu sbarbato e
profumato. Fifi pagò e tutto ossequioso salutò con una stretta
di mano.
Il maestro era appena sceso dal marciapiedi, quando don Luigino
notò una lesione per tutta la lunghezza dello specchio, come se
qualcuno si fosse divertito a tagliarlo di netto, senza
preoccuparsi poi di separare le due parti. Restò stranizzato e
lì: per lì attribuì il fatto alla scarsa qualità dello specchio
o all'eccessivo caldo di quella giornata di luglio.
La prima impressione che Fifi fece sul barbiere fu negativa un
giovane viscidino e molliccio, come le sue mani. Anche quella
faccia, non è che lo convincesse. E poi, chissà da dove veniva!
Nei mesi che seguirono Fisichella non mollò la sua corte
ossequiosa, fin quando non si fece coraggio e riuscì a farsi
ammettere in casa.
Il giorno del fidanzamento, il barbiere comprò in abbondanza
paste e liquori: voleva fare bella figura. La notte don Luigino,
la moglie e Natuzza furono assaliti da atroci dolori al ventre.
Ne attribuirono la causa alla cattiva qualità delle paste e la
responsabilità tutta intera al pasticciere che per poco non li
mandava all'altro mondo.
Fifi e i suoi genitori dissero di non aver avuto alcun disturbo.
Il matrimonio, malgrado qualche nebulosa riserva di don Luigi,
venne celebrato nel santuario della Madonna del Carmelo. Mentre
gli sposi stavano per entrare in chiesa si scatenò un temporale
che li costrinse a rimanere tappati in macchina per oltre
mezz'ora. Quando la coppia, vinta la furia degli elementi, pose
piede in chiesa, si spensero di colpo tutte le luci e don Luigi
inciampò nella stuoia e per poco non finì lungo per terra con
tutta la sposina al braccio; la moglie, signora Filomena, colta
da un violento capogiro, dovette sedersi subito appena entrata
in chiesa, da dove non vedeva bene la funzione, e da lì non si
poté più spostare.
I rapporti tra suocero e genero si guastarono ben presto: don
Luigi aveva capito di essersi messo in casa un potente jettatore,
viscido e pericoloso come una serpe. Non riusciva ad andargli
giù: la prima impressione, ora lo sapeva, era stata quella
giusta.
Da quando Fifi era entrato nella sua famiglia il numero dei
clienti si era spaventosamente assottigliato. La voce s'era
sparsa e quando la gente vedeva il maestro tirava al largo.
Qualche tempo dopo, don Luigi dovette chiudere la barberia per
mancanza di lavoro.
Furono momenti tristi, per sbarcare il lunario, egli aprì un
piccolo negozio di merceria, ma era una vita grama.
Ogni giorno, don Luigino doveva registrare nuove prove dei
tremendi poteri jettatori del genero, per cui cercava, per
quanto gli fosse possibile, di tenerlo alla larga. Quando Fifi,
forte della presenza della moglie, gli si presentava a casa,
egli prendeva il cappello e in silenzio, per non stimolarlo a
pensieri disastrosi, usciva.
Un giorno, all'arrivo del genero, mentre si allontanava alla
chetichella, andò lungo disteso sul marciapiede e dovette farsi
giorni d'ospedale. Da allora non rivolse più la parola al
maestro e proibì anche alla figlia e ai nipoti di mettere piede
in casa sua.
Passarono gli anni. Il corso della vita del barbiere volse al
termine. A1 suo funerale si verificarono cose incredibili:
mentre in chiesa si celebrava la messa, il messale con tutto il
leggio andò a finire per terra una prima, una seconda volta...
Alla fine, l'arciprete si risolse a tenere in mano il libro
sacro.
Subito dopo la consacrazione si spensero tutte le luci, poi.
mentre il sacerdote scendeva dall'altare per impartire la
benedizione alla salma, inciampò andando a finire lungo disteso
sul catafalco, con grande spavento di tutti.
Il corteo funebre s'era appena formato all'uscita della chiesa
che l'autofurgone si fermò e dal tubo di scappamento si
sprigionarono fiamme e un denso fumo nero che fece allontanare
i parenti che stavano proprio là dietro, primo fra tutti il
genero. Solo dopo oltre dieci minuti il corteo poté riprendere a
muoversi; ma a distanza di poche centinaia di metri forò una
gomma. Fu riparata. E l'autofurgone poté ripartire. Ma si
bloccò di nuovo e non si riusciva a farlo andare né avanti né
indietro.
Dopo un po' di tentativi di rimetterlo in moto, non trovando
altro mezzo di trasporto, i parenti s'erano decisi a portarsi la
bara in spalla: il maestro si fece avanti per agguantare la
cassa e tirarla fuori dal furgone. L'auto allora, cui l'autista
aveva tolto la marcia, si rimise prodigiosamente in moto e
s'avviò verso il cimitero. lasciando indietro parenti e amici
del defunto.
Tali strani avvenimenti furono attribuiti alla funesta presenza
di Filî Fisichella. Non era difficile tirare la conclusione che
don Luigino non lo voleva nemmeno al suo funerale...
L'ONOREVOLE «DON TANUZZO»
Con Tano Battaglia, un anziano
deputato regionale della provincia di Ragusa, un po' sordo e
claudicante, che stava sempre con una cicca appiccicata al
labbro inferiore, Silvio Milazzo, nel 1958, raggiunse la
maggioranza assoluta e poté dar vita al suo primo governo. Tano
Battaglia, quarantaseiesimo deputato, fu infatti uno dei cinque
democristiani transfughi, che assieme a comunisti, socialisti,
monarchici e missini, realizzarono l'operazione milazziana.
Don Tanuzzo Battaglia entrò a far
parte del governo, come premio del suo tradimento e fu destinato
all'assessorato alle foreste. A tutti i colleghi che dopo la
sua elezione si avvicinavano per felicitarsi rivolgeva l'invito
di andarlo a trovare in assessorato, che metteva a loro
disposizione per il finanziamento di opere di trasformazione di trazzere in rotabili. Parecchi colleghi, specie i più
interessati al settore, non si fecero pregare due volte e
andarono a trovarlo in ufficio.
L'assessore Battaglia, seduto dietro
la scrivania, con la cicca appiccicata al labbro, pigiava il
bottoncino e dopo qualche minuto si presentava il direttore
regionale, al quale subito il nuovo assessore si rivolgeva: «Tutturi,
ci presentu 1'onorevuli...»
«Lo conosco, ci conosciamo», lo
interrompeva il dott. Giambalvo.
E lui, quasi cantilenando: «Ah, u
canusci, u canusci! Bravu. bravu! Allura,... tutturi, l'onorevuli
voli a trazzera!» «Onorevole assessore, non gliel'ho detto già
che non c'è un soldo?» riprendeva il direttore regionale. «Il
suo predecessore. onorevole Milazzo, ha prosciugato tutto!»
«Ah, nun ci sunnu sordi?...» si
meravigliava don Tanuzzu e rivolto al collega: «U viri? Nun ci
sunnu sordi! Silviu prima di lassari st'assissuratu pi fari u
prisidenti si sciucau tutti così! Chi ti pozzu fari? Voi u
cafè?»
«No, grazie!» rispondeva quello
deluso. «Ti ringrazio, l'ho già preso.»
«Allura, ti fazzu accumpagnari ca
machina?» «No, grazie!»
Si salutavano e si concludeva
l'incontro. Una specie di rito che si ripeteva ogni qualvolta un
deputato andava a trovarlo. quasi sempre su suo invito, per
ottenere finanziamenti.
Per don Tanuzzu non c'erano
avversari; tutti erano amici, a qualsiasi partito
appartenessero. Faceva eccezione solo per un suo comprovinciale,
il democristiano Vincenzo Giummarra, col quale era
permanentemente in contrasto. Teneva in una tasca della giacca
una sua foto, strappata da un ritaglio di giornale. Ovunque si
nominasse il Giummarra, l'onorevole Battaglia buttava la cicca,
ficcava svelto la mano in tasca, tirava fuori la foto, la
guardava e sputandole ripetutamente sopra, gridava: «Facci 'i chiancheri,' facci 'i chiancheri! »... e soddisfatto la
rimetteva in tasca.
Don Tanuzzo aveva trovato così un
mezzo a buon mercato per vendicarsi della lotta che il
comprovinciale gli scatenava in ogni competizione elettorale.
UNO DEGLI ULTIMI NOBILI
Era uno strano personaggio, alto più di
un metro e novanta, robusto e dritto come una candela. Un vero
blocco monolitico. Guardava la gente dall'alto in basso, con una
cert'aria di sufficienza, come se appartenesse ad una specie
superiore. Portava lenti a pinzetta, dalle estremità delle quali
pendeva una catenella d'oro lunga fin quasi al petto. Sul suo
panciotto faceva bella mostra la pesante catena d'oro
dell'orologio. Indossava sempre scarpe nere con tacco alto e
mascherina bombata.
Nella tarda mattinata, si fermava
talvolta, con le mani dietro la schiena, a guardare per un bel
po' i passanti davanti al portone del palazzo avito, in via
Garibaldi.
Quando usciva di casa, con il bastoncino
dal pomo d'argento in mano, era per avviarsi al vicino circolo
dei nobili, da dove, fermo in un angolo, ed era sempre lo stesso
angolo destro, spaziava con lo sguardo ora verso la parte alta,
ora verso quella più bassa della via Umberto I.
Se, nel breve tragitto che lo portava al
circolo, distrattamente metteva il piede tra una lastra e
l'altra di pietra lavica, che pavimentava la strada, o qualcuno,
nel salutarlo gli augurava il buongiorno, invece del consueto «Voscenza
benedica», egli per scaramanzia tornava subito indietro.
Stava sempre solo ed era poco loquace.
Raramente scambiava qualche parola con il conte Silvestro
Nicolaci o con il cugino, cavaliere Ninì Parenti, un omino molto
loquace, alto poco più di un metro e mezzo, presidente
dell'opera nazionale balilla.
Il pomeriggio dei giorni festivi usciva
con la sua «514», un'automobile sempre lustra che l'autista, al
quale era fatto divieto di superare i quaranta chilometri orari,
teneva come un gioiello raro. Faceva solo un giretto per il
paese, o una puntatina in campagna e rientrava subito a casa.
Era un inguaribile misantropo e a noi
ragazzi che lo guardavamo dalla testa ai piedi come un monumento
vivente, incuteva grande soggezione.
Durante l'ultima guerra la sua bizzarria
raggiunse il culmine. Si racconta, fra l'altro, che, essendo
costretto, per mancanza di pneumatici, a tenere l'automobile su
cavalletti, non rassegnandosi, convocava una volta alla
settimana l'autista, Carmelo Perdichizzi, poi prendeva posto
assieme ai familiari sui bei sedili di velluto, e ordinava:
«Carmelo, accendi il motore, si fa la passeggiata!»
Perdichizzi si metteva al volante,
avviava il motore, azionava ad intervalli il cambio, come se
stesse guidando su strada, e dopo una decina di minuti,
avvertiva: «Cavaliere, siamo arrivati!»
Allora tutti scendevano dalla vettura, si
portavano nel piccolo giardino retrostante all'androne del
palazzo, passeggiavano un poco fra le aiole, infrattate d'erbe
alte, poi riprendevano posto in macchina e il cavaliere
ordinava: «Carmelo, rientriamo a casa.»
Si ripeteva la stessa scena di prima:
Perdichizzi riaccendeva il motore, azionava sterzo e marce e,
dopo una decina di minuti di pantomima, annunziava: «Cavaliere,
siamo arrivati a casa.»
Allora ridiscendevano tutti
dall'automobile e il nobiluomo pagava l'autista per il servizio
resogli, cosa che faceva ogni volta che lo chiamava, e assieme
ai familiari risaliva soddisfatto le scale di casa, rientrando
nell'appartamento al primo piano del palazzo. Negli ultimi anni
della sua vita non uscì più di casa. Si fece trascurato nel
vestire e non badò più tanto alle pulizie personali. Passava
lunghe ore dietro i vetri del balcone o a letto.
Alla fine decise di non tagliarsi più
unghie e barba, e tutto in lui divenne trasandato.
Alla sua morte la gran barba gli venne
tagliata e piantata nel fondo d'un vaso d'argilla, pieno della
terra del giardinetto del palazzo. Una serva provvedeva, secondo
le sue volontà, ad annaffiarla ogni giorno.
Quando, dopo qualche mese, tra le erbette
del vaso s'affacciò un fiorellino di prato, i familiari e la
servitù gridarono al miracolo della sacra barba di uno dei più
enigmatici personaggi della nobiltà di Barcellona.
LO
ZIO ROCCO CIRMI
Quando lo vidi per la prima volta, a
quanto mi ricordo, non avevo ancora cinque anni, ed egli aveva
abbondantemente superato i sessanta. Attratto dai suoi modi
allegri ed estrosi, mi affezionai subito a lui. Può darsi che
abbia influito anche il fatto che in quel primo incontro egli mi
riempì le tasche di caramelle e dolciumi. Li teneva sotto chiave
nel cassetto superiore del canterano, perché la moglie, zia
Sara, una donna piccoletta e molto docile, era golosa e, quando
aveva a portata di mano dolci, ne faceva piazza pulita.
I parenti raccontavano che, appena sposa,
aveva meravigliato lo zio Rocco mangiando in un sol giorno un
intero canestro di dolci. La notte successiva, mentre era
sprofondata nel sonno, lo zio le riempì il reggiseno di
caramelle e cioccolatini che lei gustò appena si fu svegliata.
Don Rocco Cirmi era fratello del mio
nonno materno, Gesualdo. Alto circa un metro e settanta, ben
piantato, rotondetto, capelli e lunghi baffi brizzolati, era un
tipo brioso, pieno di vitalità; quando scendeva da cavallo o dal
calesse, saltava con l'agilità di un grillo. Scherzava con
tutti, prendeva davvero la vita come viene. Era fattore di un
ricco proprietario terriero, credo blasonato. In casa teneva il
ben di dio di frutti della terra. Ne sapevano qualcosa i vicini,
per la sua grande generosità. I suoi due figli vivevano da anni
in Argentina.
Quando i miei genitori per la festa di
Santo Rocco, patrono del paese, che cade nel periodo delle feste
di Ferragosto, mi portavano a Scordia dai nonni materni, il mio
primo pensiero era di andare a trovare lo zio Rocco. Abitava in
un'ampia casa a piano terra su una strada in terra battuta,
parallela al corso principale, l'unica via allora lastricata in
pietra lavica. Quasi tutte le case di quel quartiere erano ad
una sola elevazione fuori terra e la strada, dove razzolavano
galline e qualche tacchino, era transitata da muli e carretti
all'alba, quando gli uomini andavano nelle terre, o al calar
della sera, quando rincasavano.
Lo zio Rocco era solito uscire di casa
qualche ora dopo il sorgere del sole. Veniva a prenderlo con le
mule o con un calesse un campiere. Non appena si affacciava alla
porta di casa, col fucile appeso in spalla, incominciavano i
saluti e le battute stuzzicanti delle vicine, già intente a
governare le galline o a lavare la biancheria nelle tinozze,
alle quali non sfuggiva l'apparizione o il passaggio di don
Rocco Cirmi, anche perché bastava la sua voce baritonale, mentre
si rivolgeva al campiere, a richiamare la sua attenzione. Era
subito un coro di saluti e di battute in quel curioso dialetto
quasi armonioso.
«Bongiornu, don Roccu. Chi dici donna
Saridda? Dormi ancora?»
«Bongiornu, donna Pippinedda. Dormi a
nicaredda, si riposa. N'aviti'nvidia?»
«'Nvidia 'gnornò ppi donna Saridda.
Chiuttostu vi raccumannu, don Roccu, nun l'ammazzati tutti 1'acidduzzi;
lassàtili dui supra a 1'àrburi.»
E la risposta di don Rocco era pronta: «Nun
ci pinsati, vi nni portu unu a 1'unu! V'i portu comu li vuliti,
chi pinni e senza pinni. Si vuliti, v'i portu senza l'ali.»
E mentre il calesse o il mulo si
allontanava, si perdevano per strade le battute, alle quali le
donne tenevano testa.
La sera, dopo le giornate di caldo
intenso di luglio e di agosto, davanti alla porta di casa dello
zio Rocco, i vicini gli sedevano attorno a godere il fresco.
Ognuno di loro, donna o uomo, si trascinava dietro da casa la
sedia. Il sabato e nei giorni, festivi si intrattenevano fin
oltre la mezzanotte, mentre la zia Saridda andava a letto
presto. Ed era un crescendo di risate. Don Rocco raccontava
fatti e barzellette e tutti a ridere con lui, che, man mano che
andava avanti nel raccontare; con un grande fazzoletto marrone
si asciugava lacrime grosse come ceci.
Quando aveva qualche anno di meno, mi
raccontarono, scommise con le donne di quella strada, con le
quali aveva l'abitudine di scherzare, che le avrebbe baciate
tutte senza esclusione. «schiette e maritate».
Dopo la sfida lasciò passare alcuni mesi
e una mattina, indossato il miglior abito di cui disponeva,
scarpine nere lucide e cappello a falde abbassate, uscì di casa
tornando dopo pochi minuti in carrozza. Caricò su di essa due
grandi valigie e diede ordine al cocchiere, ad alta voce perché
tutti sentissero, di portarle alla stazione.
Alle donne, affollatesi davanti alla sua
porta per sapere dove andasse ed il perché di una partenza tanto
improvvisa, disse: «Parto per l'America longa,' vado a trovare i
miei figli. Se non disturbo, più tardi passo a salutarvi.
Comunque, state tranquille che tornerò.»
Dopo qualche ora passò da una casa
all'altra, baciando tutte le donne che incontrava, «schiette e
maritate»; gli uomini erano a lavorare nelle terre. Baciava e si
asciugava le lacrime che, quand'egli lo voleva, come da un
rubinetto scendevano abbondanti.
Aveva appena completato il giro che, così
come aveva concordato col cocchiere, ricomparve la carrozza
davanti casa sua e non per rilevarlo e portarlo alla stazione,
come pensarono subito le donne, ma per riportare indietro le due
valigie che nella mattinata aveva lasciato al fratello, che
abitava nelle vicinanze della stazione ferroviaria.
Le donne, vittime della beffa, volevano
ammazzarlo ed egli fu costretto a chiudersi in casa.
Le aveva baciate tutte e vinto la
scommessa. Ma questo non fu né il primo né l'ultimo scherzo
della sua vita e tutti gli volevano bene.
IL MIO
MAESTRO ALOISI
La quarta
elementare era ospitata in una baracca, costruita dopo il
terremoto del 1908, in fondo allo stretto Montecroce, sulla
sinistra, quasi a ridosso della collina. Una baracca priva di
servizi igienici.
E noi
ragazzi eravamo costretti a fare i nostri bisogni all'aperto...
Là dietro. Nei mesi invernali soffrivamo terribilmente il
freddo.
Il maestro,
Michele Aloisi, un uomo robusto, sui cinquant'anni, con pochi
capelli brizzolati, era un invalido: aveva perduto una gamba
nella prima guerra mondiale.
Di prima
mattina, da piazza XXVII Luglio, dove abitava, col bastone a
sostegno della gamba di legno; raggiungeva la parte retrostante
della baracca, dove sotto una specie di tettoia di canne s'era
costruito un pollaio.
Alle otto e
trenta, quando la scolaresca entrava in aula, il capoclasse lo
avvertiva ed egli, con passo cadenzato, appoggiato
all'inseparabile bastone e con la pipa in bocca, prendeva posto
in cattedra.
Appena
arrivava sulla porta che dava sul cortile, scattavamo in piedi e
vi restavamo fino a quando egli con ampio gesto faceva segno di
sedere.
Chiamava
l'appello e subito dopo invitava gli assenti del giorno
precedente a presentare le giustificazioni. Se qualcuno non era
in condizione di farlo, veniva allontanato per ritornare in
classe accompagnato dai genitori. Non tollerava che i suoi
alunni marinassero la scuola.
Bravo e
meticoloso, quando spiegava la lezione pretendeva la massima
attenzione. Nei giorni in cui assegnava compito in classe, il
che avveniva molto spesso, accendeva la pipa, invitava il
capoclasse, incaricato di fare osservare il silenzio, a prendere
il suo posto, afferrava il bastone, che teneva sempre a portata
di mano, e tornava nel pollaio a governare le galline.
A noi
scolari dava del voi, quasi a mantenere le distanze. Quando
sorprendeva qualcuno impreparato o lo sapeva responsabile di
marachelle, lo chiamava, gli indicava il sacramento - così
chiamava una bacchetta di legno che teneva su un vecchio armadio
vicino alla cattedra, in cui conservava libri e scartoffie - e
gli ingiungeva di prenderlo.
Rifiutarsi
era impossibile perché minacciava col bastone e alzava la voce:
«Vi ho detto: prendete il sacramento e portatemelo qua.»
Avuta in
mano la bacchetta - era lunga oltre un metro -, gliela passava e
ripassava sotto il naso due tre volte, dicendogli: «Ciauriàti,
fiutate ancora e ora giràtivi.»
Lo faceva
accostare e lo batteva con forza ripetutamente sulle spalle.
Quando si stancava di colpire, lo invitava a rigirarsi, gli
consegnava il sacramento perché lo rimettesse al suo posto.
Un giorno,
spiegandoci il fenomeno dei terremoti e dei maremoti, ci disse
che la Sicilia, non ricordo secondo quale profezia, nel 1936
sarebbe sprofondata nel mare, per cui egli, prima di allora, si
sarebbe trasferito nel continente. Dopo molti anni, ho appreso
che si era trasferito a Messina, dove era morto in età avanzata.
La moglie del maestro, una donna minuta, sulla cinquantina,
dedita alla casa, ogni mattina puntualmente, attraverso vico
Concordia, via Operai e Ugo di Sant'Onofrio, si portava alla
stazione ferroviaria, dieci minuti prima della partenza del
treno delle sette, per consegnare al primo conoscente che
incontrasse, professionista, commerciante o impiegato che fosse,
un pacchetto con dentro le uova fresche delle galline governate
dal marito, pregandolo di portarlo a casa delle figliole che
studiavano a Messina.
Era
conosciuta dai viaggiatori abituali, per cui, non appena la
vedevano spuntare dal passaggio a livello di via Ugo di S.
Onofrio, tutti facevano a gara per nascondersi. Ma lei, che lo
sapeva, imperterrita, tanto girava tra le sale di attesa o nel
piazzale della stazione, fino a quando trovava la vittima a cui
affidare le uova fresche, che qualche volta non arrivavano a
destinazione.
UN ANGOLO
DEL CENTRO STORICO
In un angolo
del centro storico, tra la Via Garibaldi e la via Longo, gestiva
una bottega di generi vari, dai legumi al solfato di rame, alle
ferramenta, all'ammoniaca, don Luigi Sindoni, un uomo anziano di
media statura, panciuto, dai folti baffi bianchi che, quando
parlava, impasticciava tra le labbra e i denti. Stava sempre in
maniche di camicia e bretelle.
Questo bel
vecchio barcellonese, tipo estroso, era fratello di Turillo,
scultore di valore, al quale il Comune, che lo aveva mantenuto
agli studi, dopo la prima guerra mondiale aveva fornito il
bronzo necessario per realizzare un monumento ai caduti che egli
non fece mai, perché pretendeva chissà che cosa. I vecchi del
paese raccontano che non restituì mai il bronzo.
` Accanto a
don Luigi, nella Via Garibaldi, la signorina Agata Coppolino,
meglio conosciuta come «donn'Agata, l'orba», gestiva un
negozietto di merceria.
Era una
vecchia fortemente miope, la bocca priva di denti, il naso
adunco, e il mento sporgente che le dava un aspetto da befana.
Lentissima nei movimenti, serviva i clienti biascicando arcane
litanie.
Vendeva aghi
a tre un soldo: li estraeva uno dopo l'altro da una bustina, li
posava sul bancone, ritirava il soldo e, così come faceva per
ogni ago, lo portava all'altezza dell'occhio destro per
controllare, apriva il cassetto e lo spingeva dentro con il
dorso della mano. Con uno straccio, che teneva appeso ad un
chiodo accanto al cassetto, si puliva le mani perché sosteneva
che la moneta è veicolo di infezioni, avvolgeva con snervante
lentezza gli aghi in un quadrettino di carta velina e li
consegnava con tutta calma al cliente. Quando le facevano
premura, reagiva gridando.
Lo stesso
rito si ripeteva per i bottoni. Li tirava fuori da uno scatolino
ad uno ad uno, li allineava sul bancone e poi, piegando la testa
bianca come un pappagallo che voglia guardare davanti a sé, li
contava, li avvolgeva nella cartina e, dopo aver ritirato la
monetina e pulito le mani, li consegnava al cliente.
Usciva da
dietro il bancone per cacciare quei «maleducati» che la
ingiuriavano: «Agata, l'orba», o per andare a casa.
Di fronte a
donn'Agata abitava don Paolino Motta, proprietario terriero, più
noto col soprannome di «don Paolino, brodo». Ogni mattina la
moglie, donna Ersilia, si affacciava al balcone e quando il
marito, con la sporta per la spesa in mano, sbucava da vico
Neve, dove si apriva il portoncino della loro casa, lo chiamava
a gran voce per ricordargli gli acquisti da fare. Spesso, nel
periodo invernale, la si sentiva gridare: «Paolo, ricordati di
portarmi u cularinu...»'
Don Paolino
«brodo», ammalato di diabete, dopo la morte della moglie,
divenuto cieco, non uscì più di casa. Negli ultimi mesi restò a
letto. I medici avevano ordinato di evitare di fargli ingerire
liquidi, per cui quando aveva sete e chiedeva acqua, la figlia
che lo assisteva, prendeva una foglia di alloro, che teneva sul
comodino immersa in un bicchiere, gli bagnava le labbra e
tornava a sedersi accanto al capezzale, ripetendo la litania:
«Morto è..., sta morendo!»
Don Paolino,
che aveva un udito finissimo, replicava: «Non moru, non moru,
dammi l'acqua; quannu moru Cu dicu iu...»
LA SIGNORA ROSINA
«Adolfo,Adolfo!» «Rosina!»
«Non dimenticare, Adolfo..., la carne,
fattela tagliare a fettine.» «Sì, sì, ho capito, me lo hai già
detto, Rosina. Va bene, statti tranquilla.»
«Adolfo, ricordati, non dimenticarlo...,
le braciolettine, per favore..., e poi... Adolfo...»
«Dimmi, Rosina, dimmi!»
«Dicevo... e poi, compra cento grammi di
parmigiano per grattugiarlo sopra la pasta al pomodoro con le
melanzane fritte.» «Va bene, va bene, Rosina, ciao.»
«Ti raccomando, braciolettine e
parmigiano!»
Quando poi si trattava di pesce, la
raccomandazione era più particolareggiata:
«Adolfo, ti volevo dire di stare attento
che sia fresco il pesce. Hai capito, Adolfo? E che sia di
taglio, possibilmente pesce spada, a fette, per farlo alla
brace!»
«Sì, Rosina, ho capito, va bene, ciao!»
«Senti, Adolfo, se non trovi pesce spada,
vedi per le triglie; che siano fresche, però: alla griglia sono
ottime.»
«Sì, va bene, Rosina, ho capito, ciao.»
«Non portare pesce azzurro; nel caso non
trovassi le triglie, prova per il merluzzo; guardagli le
branchie: devono essere rosse rosse; lo facciamo in umido. Cerca
di non tardare, Adolfo!» «Va bene, va bene, Rosina, ciao, torno
subito.»
Ogni mattina, verso le nove, il cavaliere
Adolfo Stifanelli, funzionario dello Stato in pensione, usciva
di casa, un appartamentino a piano terra con portoncino e
persiane verdi alle finestre, per andare al centro a fare la
spesa. La moglie, signora Rosina Crisafulli, con la spazzola in
mano, lo accompagnava sin fuori, gli sistemava la cravatta, gli
dava l'ultimo colpetto sulle spalle e con gli occhi lo seguiva
per tutta la via Duca d'Aosta.
Quando il cavaliere Stifanelli, con
procedere lento, era sul punto di svoltare verso la via San
Giovanni, la signora Rosina lo chiamava.
Era tanta l'abitudine che il cavaliere,
quando arrivava all'incrocio, si fermava quasi automaticamente e
si girava per ascoltare le ultime raccomandazioni.
I poveri dell'ospizio, seduti sul
marciapiede, assistevano alla scena, rimestando in bocca «grumate»
di saliva e sospirando, mentre i vicini, da dietro i balconi e
le finestre, origliavano per conoscere il menù della giornata di
casa Stifanelli.
AVVOCATO. BASTA!
Si poteva dire che vivesse per mangiare e
bere. E ne aveva... di corpo da nutrire! Il suo grasso ventre
straripava dal gilé e un filo di pappagorgia incorniciava la sua
faccia rubiconda.
Con tutto ciò aveva un aspetto distinto,
forse per l'altezza, o per gli abbondanti capelli brizzolati che
gli facevano cornice al volto.
Era presidente del tribunale, e in questa
sua qualità doveva amministrare la giustizia, ma spesso ciò
avveniva sotto l'influenza delle sue incolmabili necessità
alimentari.
Non declinava mai un invito a simposi,
banchetti e scampagnate; allora era pronto ad abbandonare
ufficio e famiglia. È vero che qualche volta gli inviti non
erano disinteressati, e lo sapeva, ma di fronte alle esigenze
del suo stomaco non andava per il sottile.
Un giorno ricevette un allettante invito
ad una scampagnata, ma era una giornata d'udienza; così chiamò
da parte gli avvocati e li pregò di essere brevi, perché aveva
un impegno indilazionabile. «Tagliare, tagliare... Ve ne prego.».
La raccomandazione fu tenuta in conto
così... che rimase per ore allo scanno della presidenza, sempre
più distratto, senza distinguere le parole del difensore da
quelle dell'accusatore.
Il suo pensiero correva fin nelle
campagne di Librizzi, sotto l'immenso gelso. Si vedeva davanti
al forno gustare i profumi del capretto, di quelle patatine
novelle e delle cipolline dorate che avrebbe affogato in
abbondante vino.
L'attesa forzata si protraeva, lo faceva
soffrire, lo rendeva cupo smanioso nervoso. Sentiva vibranti
stimoli di fame e sete e ingoiava abbondante saliva, che le
ghiandole, stimolate dal desiderio, secernevano copiosamente,
inondandogli la gola.
Gli amici che lo avevano invitato e che
lo dovevano accompagnare, stanchi di attendere nel piazzale
antistante il tribunale, si erano sistemati in un angolo
dell'aula dell'udienza e uno di essi, di quando in quando, per
sollecitarlo, tirava fuori dal taschino la padella con la lunga
catena e la faceva oscillare a mo' di pendolo.
Egli si torceva sulla sedia, come scosso
da un improvviso brivido, con la mano faceva segno di attendere.
Sudava, si asciugava la fronte, guardava l'oratore e, aprendo e
chiudendo la mano raccolta a conchiglia, gli faceva segno di
concludere. Quando si accorse che le sue continue sollecitazioni
cadevano nel vuoto, perdette la pazienza. Si alzò, gridando:
«Avvocato, basta! Basta, avvocato! Ho capito tutto. Non ne posso
più!»
L'avvocato cadde sulla sedia finalmente
ammutolito e il presidente, dichiarando di sentirsi male, rinviò
l'udienza ad altra data.
IL PROFESSORE MAZZÙ
Ogni mattina lo stesso tragitto. Usciva
dalla casa di via Alessandro Volta, dopo aver salutato la
moglie, una donnetta malandata in salute, e i due figli, il
maschio e la femmina, ormai maggiorenni, attraversava il corso
Garibaldi, poi, dopo la consueta breve sosta alla farmacia
Bucolo per una risata grassa che richiamava l'attenzione dei
passanti, si portava al caffè Duilio. Lungo il tragitto si
fermava di quando in quando, raschiava la gola incatramata e
lasciava correre sputacchi grumosi.
Malgrado gli rendessero la vita
impossibile, andava a sedersi fra quei due, mister Bruno e Nino
La Rosa, due scansafatiche che ammazzavano il tempo sfottendo il
prossimo.
A cominciare era sempre mister Bruno;
guardava il professor Mazzù, fisso fisso, quel corpo tarchiato
sul quale si elevava un pennacchio di cappello vecchio e
bisunto, che appena arrivava a coprirgli il testone e lo
apostrofava: «Professore, se Mussolini, con la sua testa l'hanno
fatto ministru, voi almeno vi devono fare ministruni.»
Mazzù, di professione fotografo senza
clienti, passava i suoi pomeriggi a parlare di politica e a
criticare la gente. Talvolta si intratteneva con studenti del
liceo, argomentando sulle cose più. disparate, e, quando non
finiva a bastonate, ne riportava qualche sonora pernacchia, alla
quale pronto rispondeva: «A sòreta!» Un giorno venne alle mani
con Nino La Rosa, e andò a finire sotto i tavolini del bar, per
scansare un colpo di sedia. Quando ne venne fuori, mentre andava
spolverandosi il vestito, proclamò: «Quando ci vogliono, le
bastonate sono meglio del pane!» Come se le avesse date e non
prese.
Dopo la guerra, nella mia qualità di
presidente della Provincia, ero andato a visitare l'ospedale
psichiatrico «Mandalari» di Messina. In uno dei ricoverati
riconobbi il professor Mazzù. I figli se ne erano liberati,
facendolo dichiarare infermo di mente, ma non lo era.
GLIEL'HO
MANDATA IN BUSTA»
Subito dopo la distribuzione della posta, che
nelle postazioni di Sikià, sulla costa del Peloponneso, tra le
paludi e il mare, arrivava una volta alla settimana, si presentò
alla mia tenda con un pacchetto di lettere in mano: «Signor
tenente, mi perdoni se la disturbo! Mi capitano cose da pazzi!
Favole, signor tenente, favole! »
«Cosa ti è successo?» gli domandai.
Abbozzò una smorfia, più che un sorriso: «Mi ha
scritto 'Ntonia, la mia fidanzata, dice che è gravida e vuole
che chieda la licenza per matrimonio.»
«Ho capito! » gli dissi, senza badar tanto alle
sue parole. «Espediente per ottenere la licenza! Non ti
illudere, Stefano!» «No! Nossignore, signor tenente,» replicò,
«lo giuro su mia madre. Si è presentata anche ai miei genitori
per dire che debbo rientrare in Italia per sposarla, perché si
trova in stato interessante.» «Ma va', Stefano, che vai dicendo?
È una stupida trovala per ottenere la licenza. Capisco che dopo
due anni di lontananza...» «Nossignore, signore tenente,» mi
interruppe, «mi perdoni, non si tratta di mia invenzione. Me lo
ha scritto anche mio fratello.» «Allora, è pazza!» esclamai.
«Non è pazza,» riprese, «non è pazza, è puttana.
Mio fratello l'ha cacciata di casa, quella troia, non appena è
andata a raccontargli di essere gravida. Aveva prurito, chissà
da chi si è fatta sbattere e ora va cercando un becco che si
prenda la responsabilità!»
Ancora incredulo, gli chiesi: «Ma Stefano, stai
parlando seriamente? È probabile che si sia divertita con altri,
ma non è possibile che incolpi te che manchi dall'Italia da due
anni.»
«Lei ha ragione, signor tenente; è da non
credersi, ma io non scherzo: non mi permetterei con lei. Qui ho
le lettere. Vuole leggerle?» E senza attendere risposta, me le
porse.
La prima era della madre: lo informava che
«quella scanfarda di 'Ntonia s'è presentata a casa dicendo di
essere prena e di scriverti di venire in licenza per sposarla».
Il fratello con altra lettera gli confermava la
notizia, aggiungendo: «L'ho cacciata via e s'è messa a gridare.
L'ho presa per il tuppo dei capelli e l'ho trascinata di fuori,
come 'na cagna, quella donnaccia. Ha detto che, se non la sposi,
ci denunzia tutti.»
La terza lettera era della fidanzata e a colpi di
«Carissimo Fanino, amoruzzo mio», dopo averlo informato
d'essere gravida, lo supplicava di chiedere licenza per
matrimonio e, giurandogli lo stesso eterno amore, concludeva:
«Fanino mio caro, se tu non vieni presto, amoruzzo mio, io moru.»
Non credevo ai miei occhi. Allibito, gli
restituii le lettere: «Che ci vuoi fare, Stefano? Cose che
succedono!»
«Adesso ci crede, signor tenente? Ha visto che
pezzo di puttana che avevo per fidanzata? La cosa gliel'ho
mandata in busta alla scanfarda e l'ho messa in stato
interessante! Cose da pazzi! Chi cci nni pari, signor tenente?»
«Stefano, che vuoi che ti dica? Mandala a quel
paese. Non pensarci più. Ti tocca ringraziare Dio che t'è andata
così. Era meglio se ti metteva le corna dopo sposato?» tentai di
consolarlo. «E io l'ammazzavo, signor tenente!»
«Stefano, lascia stare, non si ammazza nessuno.»
Stefano Cicuti, un contadino alto e robusto, con
voce metallica, della classe 1913, proveniva dalla piana di
Milazzo. Era stato richiamato nel 1940 e mancava dall'Italia da
quando si era imbarcato a Barí per andare a combattere sul
fronte greco-albanese con il terzo reggimento di fanteria. Da
allora non aveva goduto di un solo giorno di licenza.
In piedi di fronte a me, girava a rigirava quelle
lettere e non si dava pace.
Se avesse avuto la possibilità di rientrare in
patria si sarebbe messo certamente nei guai. Per quanto
sembrasse un tipo calmo, di quelli che prendono il mondo come
viene, il colpo era stato troppo pesante, e si rodeva dalla
rabbia. Di quando in quando andava ripetendo, sconsolato: «Troia
scanfarda.»
Emanuele Nania, il mio attendente, anch'egli
della piana di Milazzo, un omone di un metro e ottanta che, a
pochi passi dalla tenda, su un fornellino a brace, arrostiva un
cefalo appena pescato per la mia cena e aveva udito tutto, lo
confortò: «Stefano, non ti angustiare; ha ragione il tenente, ti
è andata bene. Meglio che abbia sbagliato adesso. 'Ntonia non
era per te. Si capiva che '`a columbrina, lettu 'ca frinza nun
nni viria".»
Stefano Cicuti abbozzò un saluto e triste triste
si avviò verso la sua postazione, guardando, al di là della
penísoletta di Katacolon, il sole che lentamente si inabissava
nel mare, lontano lontano, oltre la sua Sicilia. Anche nel suo
cuore calavano le tenebre.
IL CAVALIERE TRECARICHI
«Gazzettaaaa..., l'Inghilterra si calau i càusi»,
strillava con la sua voce nasale il cavaliere Trecarichi, con
gli occhi tappati rivolti al cielo, strascicando i piedi, mentre
la moglie se lo tirava dietro per mano.
Era un vecchietto cieco dalla nascita,
irascibile, di appena un metro e cinquantacinque, sempre con la
moglie accanto, una vecchina arzilla della sua stessa età e
statura; se ne andava a riti rare i giornali all'arrivo dei
primi treni e, risalendo la via Roma, li bandiva subito per le
strade.
Mister Bruno, che da quando era scoppiata la
guerra d'Africa bivaccava quasi tutta la giornata al caffè
Duilio, e se ne stava a sfotticchiare la gente, fascisti
compresi, richiesto di suggerire, come ogni mattina, la notizia
più importante, dopo una rapidissima scorsa ai titoli e
sottotitoli, quel giorno gli aveva suggerito: «L'Inghilterra si
calau i càusi», e il cavaliere Trecarichi, paglietta in testa,
fiducioso la ripeteva per le strade.
Se, mentre bandiva, s'imbatteva, e gli capitava
spesso, in qualche pernacchia di giovinastri, rimbeccava
cantilenando: «Alla... di tua madre», poi scaricava sulla povera
moglie, che tentava di calmarlo, una dose similare di improperi.
Acceso antifascista, non ebbe il piacere di
sopravvivere alla caduta del regime, da lui tante volte
profetizzata.
PADRE PUDDU
Monsignor Giuseppe Aliquò era un omone di oltre
un metro e ottanta, con la pancia di una gestante di nove mesi.
Un faccione e lunghe grosse pesanti mani. Molto distinto e
impeccabile nell'abito talare, con le scarpine lucide alte con
fibbia bianco-argentea, tipica del prelato. Era cameriere
segreto del papa,
Monsignor Giuseppe Aliquò, che tutti chiamavano
«padre Puddu», insegnò per molti anni religione al
liceo-ginnasio «Valli» di Barcellona Pozzo di Gotto.
Nella sua ora era baldoria: pallottole di carta e
schiamazzi. Egli si alzava in piedi, abbassava gli occhiali
sulla punta del naso e ripeteva: «Sono tre o quattro; sì, sono
tre o quattro, sempre gli stessi. Li ho già individuati (e non
era vero); prendo nota sul mio taccuino e li faccio sospendere
dalle lezioni. Sono tre o quattro, a momenti li caccio fuori.»
Per pochi minuti si faceva silenzio, ma non
appena egli tornava a sedere, la classe si scatenava di nuovo.
Se riusciva ad individuare qualcuno, scendeva dalla cattedra, si
avviava verso i banchi, fingendo di puntare verso la fila
opposta e improvvisamente si girava e con mano pesante colpiva
il bersaglio.
Una volta tentò di darmi uno schiaffo, ma io feci
in tempo ad abbassare la testa sotto i1 banco ed egli sbatté la
mano contro lo spigolo...
Un giorno, alla chiusura dell'anno scolastico,
passando col mio compagno di banco, Sebastiano Cortese, dalla
via Regina Margherita, dove padre Puddu abitava assieme alla
sorella in una casa a piano terra, pensammo di andarlo a
salutare. Bussammo ai vetri della porta, che di giorno era con
le imposte aperte; venne ad aprirci la sorella.
«Cosa volete? Chi siete?»
«È finita la scuola e siamo venuti a salutare
padre Puddu.» «Ma voi chi siete?» ripeté alzando la voce. «Come
vi chiamate?» Sentiti i nostri cognomi, ci disse: «Aspettate un
momento.» Passò nell'altra stanza e tornò con un bastone
gridando: «Mio fratello, lo dovete lasciare in pace...
Ragazzacci che non siete altro! Venite a disturbarlo fino a
casa. Vi sistemo io a legnate.» L'anziana donna ci conosceva
tutti per nome, perché padre Puddu, quando rientrava a casa
stanco delle nostre marachelle, le raccontava tutto e
concludeva: «Lia, bugghiu, bugghiu, Lia. Non ce la faccio più.»
Il poveraccio non si poteva permettere neanche lo
sfogo di una bestemmia.
Tutti i pomeriggi, attraverso la via Umberto I, a
piedi, raggiungeva il manicomio giudiziario, dove esercitava la
funzione di cappellano.
Prelato molto apprezzato presso la curia
arcivescovile di Messina, riscuoteva molta stima e simpatia in
città. Aveva sempre buone parole per tutti e gioiva quando
veniva a sapere che qualcuno dei suoi antichi alunni
attaccabrighe s'era affermato nella vita.
A pochi anni dalla sua morte, il Consiglio
comunale della città ch'egli tanto aveva amato, su mia proposta,
decise alla unanimità di intestare al suo nome la salita dei
basiliani, la strada ch'egli aveva percorso quotidianamente per
tutta una vita.
MASTRO SCIMUNI
Tra i ricordi del piccolo mondo della mia
fanciullezza, mondo di lavoratori, di gente scalza, di vecchie
case prive di acqua, di rare scuole, di qualche bar miserello
con un bancone stento incappucciato di mosche, di poche strade a
fondo naturale, che le prime lacrime di pioggia facevano
pantano, prive di fogne e scarsamente illuminate, di ferrovie,
di carretti e carrozze, rivivono anche le numerose botteghe
artigiane e i loro maestri.
Non sarebbe difficile, anche a distanza
di tantissimi anni, localizzarle e dare loro un nome e un volto.
Erano botteghe di fabbri, di falegnami,
ebanisti, maniscalchi, marmisti, di riparatori e noleggiatori di
biciclette, sarti, calzolai, meccanici, cappellai, sellai,
carrozzieri, carrettai, elettricisti, pastai, magliai,
pantalonai, camiciai, barbieri, pittori di carri, stagnini,
fornai, fornaciai, «quartarari», bottai, «critari»,
testimonianze tutte della grande operosità della mia cittadina.
Le botteghe più rumorose sorgevano in via
Operai e in periferia, quelle dei fornaciai e dei «quartarari»
nella via Quartarari, oggi via Cairoli e nella via Dei Mille,
quelle dei sellai e dei maniscalchi nella via Statale; le altre,
dei mestieri cosiddetti puliti, nelle vie del centro. Attività
importanti che, assieme a quelle commerciali, agricole e
zootecniche, rappresentavano il grosso dell'economia della
città.
Di molte di esse, purtroppo, è rimasto
appena il ricordo. Di quei bravi artigiani pochissimi i figli
che hanno continuato a gestire le botteghe. Ognuno, per meriti,
virtù, difetti o abitudini particolari potrebbe essere
immortalato.
Di tutti, mi è rimasto impresso un
instancabile costruttore di botti.
L'attività dei bottai era fiorente.
particolarmente per via delle forniture destinate ai salatoi di
scorze di limoni e di arance lavorate nei numerosi magazzini dei
paese e di alcuni piccoli centri della provincia.
Quasi tutti gli opifici dei bottai
sorgevano nella via Statale e nella via Medici, quello di mastro
Scimuni in piazza Vittorie Emanuele III, all'angolo di via Ugo
di S. Onofrio di fronte a palazzo Nicolaci.
Alto, asciutto, tutto muscoli,
costantemente spettinato, nervoso, era uno dei migliori
artigiani della zona. Lo aiutavano i figli. Iniziava l'attività
all'alba e smetteva a sera, con un breve intervallo per il pasto
del mezzogiorno.
Era impressionante lo snodarsi convulso
delle braccia e delle gambe sincronizzato con il contorcersi con
rapidi scatti dei corpo di «mastro Scimuni». Brandiva la mazza
con grande arte; a chi lo guardava, per la velocità impressa,
dava l'impressione che il pesante maglio gli dovesse sfuggire di
mano da un momento all'altro.
Girando attorno come in una danza
tribale, colpiva a ritmo serrato i cerchioni dì ferro, dentro
cui si assestavano, gemendo sotto le fiamme dei trucioli, le
doghe.
Tranne che nelle giornale di pioggia,
lavorava d'estate e d`inverno all'aperto. davanti alla bottega,
sopra la quale, in alcune stanze che prendevano luce da un
abbaino prospiciente la piazza, viveva con moglie e figli.
Era parco nel mangiare; in compenso
beveva molto.
Una sera, dopo tutta una giornata di
fatiche, afferrò un decalitro di vino, allargò le gambe tremanti
sotto i1 peso, lo sollevò al di sopra della testa, spinta
all'indietro, spalancò !a bocca e bevve a garganella, senza
prendere fiato, fino all’ultima goccia.
Quando ebbe finito, scaraventò lontano il
recipiente, si scosse duramente, come un cavallo dopo
l'abbeverata, e curvo e barcollante scomparve nella bottega.
Qualche minuto dopo si affacciò all'abbaino, chiamando a gran
voce i passanti e, gridando: «Volli, volu», si lanciò a braccia
aperte nel vuoto.
Si fratturò gambe e braccia. Dopo alcuni
mesi di ospedale, quando tornò al lavoro, aveva smesso di bere,
ma le braccia e le gambe non ressero più alle fatiche del
pesante maglio che, per tutta la vita, aveva fatto saltare, come
per un gioco, da una mano all'altra, plasmando le doghe delle
botti.
PEPPE LA MAESTRA
A1 ritorno dalla prigionia in Germania,
lo rividi mentre in piedi su una sedia arringava la folla contro
il re e la monarchia, in piazza San Sebastiano. Ogni sua frase,
i giovani monarchici la commentavano con pernacchie. Egli
reagiva prontamente con insulti e ingiurie, ribadendo con foga
le sue idee. Incominciava allora tutta una serie di schermaglie
tra monarchici e repubblicani, in vista del referendum.
Gli anziani, la maggioranza
dell'uditorio, lo ascoltavano con annoiata diffidenza, convinti
com'erano che l'avvento della repubblica sarebbe stato un nuovo
disastro, dopo quello della guerra.
Per loro, tutte le responsabilità erano
da attribuirsi a Mussolini e a quei generali che avevano
tradito. Il re non lo si doveva chiamare in causa, anzi
giudicavano un fatto gravissimo che si parlasse di lui
impunemente nelle piazze.
Parlarne era invece uno dei segni più
evidenti dei tempi nuovi che andavano maturando; i primi vagiti
di una libertà neonata, della quale successivamente si fece
scempio.
Peppe La Maestra, che aveva più di altri
sofferto fame e privazioni, nelle ore più impensate della
giornata, saliva su una sedia, un tavolo, un muricciolo e
improvvisava comizi contro la monarchia e Vittorio Emanuele: «Ha
abdicato ai suoi doveri costituzionali; ha lasciato che
Mussolini trascinasse il paese in una guerra che il popolo
italiano non sentiva. Un maestro, un morto di fame, s'è permesso
di sfidare anche l'America, la nazione più ricca del mondo, che
ha dato pane e lavoro a tanti poveri emigranti italiani. Questo
re traditore, dopo l'armistizio se 1'è data a gambe da Roma, s'è
andato a rintanare a Brindisi e ha lasciato i militari, sui vari
fronti di guerra, abbandonati a se stessi.»
Quel re, insomma, doveva andarsene: la
monarchia aveva esaurito il suo ruolo storico, doveva cedere il
passo definitivamente alla repubblica.
Spregiudicati politicanti locali
preparavano la loro base elettorale, già si preannunziavano le
elezioni comunali, sfruttando l'acredine e la mania oratoria di
Peppe La Maestra, che, ben foraggiato di alcool, che essi stessi
gli offrivano, si metteva inconsapevolmente al loro servizio.
A vederlo mal vestito, stravolto e sempre
alle prese con giovinastri ironici e sfottivi, provai una gran
pena, avrei tanto voluto sottrarlo a chi si prendeva gioco di
lui e delle sue idee.
Apprezzatissimo pasticcere, Peppe La
Maestra era precipitato nella miseria dopo una procedura
fallimentare, poco prima della guerra d'Africa. Per sopravvivere
si era messo a fare l'ambulante di dolciumi e gelati, secondo la
stagione.
Lo ricordo sul piazzale dei basiliani,
alla porta del liceo-ginnasio, col suo grande vassoio di legno,
colmo di fragranti paste e cannoli di crema di ricotta.
Arrivava ogni mattina, puntualmente, dopo
la seconda ora di lezione, nei dieci minuti della ricreazione e
noi studenti piombavamo su quel vassoio come le mosche.
Di tutti noi conosceva nome e cognome, e
come un vecchio papà sapeva trovare comprensione per la nostra
gola e quando, e capitava spesso, eravamo con le tasche vuote,
ci invitava a scegliere lo stesso nel suo vassoio di delizie. Si
pagava il giorno dopo. Raramente qualcuno venne meno alla sua
fiducia: sapevamo, pur essendo solo ragazzi, che da quel lavoro
traeva sostentamento la sua famiglia.
Alla ripresa delle lezioni, che
Caffarelli, il bidello, annunziava con una squillante
campanella, Peppe La Maestra, col vassoio vuoto sotto il
braccio, soddisfatto si allontanava dal piazzale dei basiliani.
D'inverno portava un vecchio cappello
schiacciato e una larga mantellina nera gettata sulle spalle,
che nelle giornate di pioggia allargava a coprire il vassoio
delle paste.
D'estate, al mattino, spingeva il
carrettino di ottima granita di limone. Al pomeriggio, erano
saporiti gelati. I ragazzini, con il nichelino in mano, lo
aspettavano ai margini delle strade, impazienti.
Aveva il laboratorio in via delle
Carrozze, dove abitava. Lo aiutava la moglie, una donna molto
bella, della quale era assai geloso.
Dopo la guerra, anche se trascinato e
coinvolto in problemi istituzionali e sociali più grandi di lui,
non smise la sua magra attività di dolciere e gelataio.
Lasciò la Sicilia, intorno agli anni '50,
per andare a vivere a Milano, con i figli che vi erano emigrati.
Si spense dieci anni dopo, lontano da quella terra che non aveva
saputo essere generosa con lui.
IL CIRCOLO DEI NOBILI DI POZZO DI GOTTO
Quel circolo lo frequentavano piccoli
proprietari terrieri, qualche impiegato comunale e statale,
pochi insegnanti e professionisti che Ciccio, il vecchio
cameriere, chiamava «cavalieri». Lo fossero realmente, a lui
poco interessava, non andava mica per il sottile. Intanto, erano
i rappresentanti della piccola borghesia del paese, uomini tanto
in vista e questo poteva bastare perché meritassero ogni
riguardo e il titolo di cavaliere.
Parecchi di loro passavano le ore libere
a giocare a carte per pochi centesimi, altri a chiacchierare, a
sparlare della gente, a sfottersi tra loro; in buona parte erano
grandi avari, ma non mancavano neanche i veri morti di fame,
senza il classico soldo in tasca.
A Pozzo di Gotto, zona particolarmente
depressa, che contava però oltre settemila abitanti, non
allignava un bar. Tutti i tentativi fallivano sul nascere. E
nel centro storico fallirebbero anche oggi.
I pochi proprietari, impiegati o
professionisti facoltosi, andavano a sorbire il caffè, seduti di
preferenza all'aperto, in piazza San Sebastiano, al circolo dei
nobili di Barcellona, sotto gli occhi dei passanti per essere
visti e ossequiati.
Staccatosi da Milazzo nel 1639, Pozzo di
Gotto si resse come comune autonomo fino al 1836, anno in cui si
unì a Barcellona, dando vita al comune di Barcellona Pozzo di
Gotto.
Barcellona, che ospitava tutti gli uffici
pubblici della città, compresa pretura, stazione ferroviaria e
l'importante manicomio giudiziario, costruito nel 1927, e
contava diverse nobili famiglie, in buona parte di origine
castrense, e proprietari terrieri, si distingueva per
l'operosità della sua gente: vi facevano spicco bravi artigiani
e commercianti, che facevano chiamare la città «piccola
Catania».
Un altro mondo davvero per attività e
iniziative rispetto a Pozzo di Gotto e causa della perenne
contesa fra gli «affumicati» pozzogottesi e i «mangiacagnoli»
barcellonesi, responsabili questi ultimi del decadimento di
Pozzo di Gotto, secondo i primi.
Lì, a Pozzo di Gotto, nemmeno i negozi
resistevano a lungo, in quanto gli stessi accesi campanilisti
pozzogottesi andavano a fare la spesa al di là del torrente
Longano che divide le due zone. Cosa che fanno ancor oggi. Poi
rientravano a casa portando per tutto il percorso sul palmo
della mano, ben in alto per essere in vista, il quarto di chilo
di sarde o di acciughe o di cotiche di maiale, dentro abbondante
carta paglia perché l'involto apparisse più voluminoso. E a chi
chiedeva cosa avessero comprato di buono al mercato, avrebbero
risposto senza esitazione: pesce spada o filetto.
Anche le chiese di Pozzo di Gotto la
domenica restavano semivuote perché i piccoli borghesi pozzogottesi, meno campanilisti, preferivano ascoltare la messa
di mezzogiorno a Barcellona per sfilare all'uscita dal duomo
assieme agli aristocratici barcellonesi.
Coinvolto in tale modo di pensare era il
circolo di Pozzo di Gotto, chiamato anche il «circolo
dell'acqua», che aveva per frequentatori i più avari e
squattrinati.
Il povero Ciccio, attento ad attraversare
la strada per non finire arrotato da qualche bicicletta, faceva
la spola tra il circolo e la fontana di via Teatro Vecchio per
servire inappuntabilmente un bicchiere d'acqua ora a questo, ora
a quel «cavaliere».
Fra gli altri frequentatori, uno dei più
affezionati era don Serafino Trapani, il quale, appena arrivava,
ordinava, prima ancora di sedersi, il consueto bicchiere d'acqua
ed esordiva: «Sono pieno! Oggi ho mangiato...» Aveva sempre
mangiato cernia, pesce spada, filetto, o un galletto tenero
tenero; mai una volta che gli avessero cucinato verdura o
legumi.
Gli amici del circolo, che conoscevano la
sua avarizia, lo stuzzicavano approfondendo i particolari del
banchetto ed egli, che non si rendeva conto dello scherno,
faceva il loro gioco. Raccontava di veri e propri festini, cibi
prelibati e vino delle Pietre Rosse.
Un giorno il farmacista Romano decise di
porre fine alle sue vanterie una volta per tutte. Offrì a don
Serafino una bella cioccolata, farcita non si sa di quali
ingredienti, ma certamente arricchita da un potente emetico, che
poco dopo gli fece rimettere anche gli occhi. Nel vomito sparso
a terra e impietosamente rimestato, non si trovò l'ombra dei
ricchi cibi consumati a pranzo. Saltavano fuori fagioli e solo
fagioli, ancora mal digeriti.
II farmacista osservò seraficamente: «Don
Serafino, con tutta quell'acqua che ci avete messo sopra, il
pesce spada che avete mangiato a pranzo se n'è tornato a mare!»
Terribilmente offeso, da allora il
«cavaliere» Trapani abbandonò il vecchio circolo di Pozzo di
Gotto, preferendogli quello di Barcellona, dove per la sua boria
e le vanterie, oltre che per la mancanza di titoli nobiliari,
rimase sempre in secondo piano.
BASTIANO «RICCHIEDDA»
È
certamente una delle figure più caratteristiche che io abbia
incontrato nella mia vita. Un bestione: superava di una decina
di centimetri i due metri, era di corporatura robusta con un
testone su cui si spalancavano due occhi immensi. Aveva i piedi
enormi. Per le sue necessità non esistevano scarpe o abiti belle
pronti. La misura più grande di pantaloni gli copriva appena i
polpacci; le giacche addosso a lui sembravano gilé e d'inverno
portava per coprirsi una coperta sulle spalle. Aveva due piccole
pale per mani; con una poteva tranquillamente sollevare
cinquanta chili.
La
sua voce era cavernosa, usciva come da misteriosi recessi e
rimbombava nel largo petto tanto da risultare incomprensibile. A
chi non lo conosceva, a vederlo metteva paura.
Lo
chiamavano Bastiano «ricchiedda». Ricchiedda era il soprannome
che gli avevano maliziosamente "appicciato" per le sue orecchie a
sventola.
Chiamarlo col soprannome significava farlo imbestialire, allora
prendeva a bestemmiare e insultare.
Erano i momenti in cui la sua presenza incuteva terrore in quei
ragazzi che, per gioco, gli si fossero avvicinati troppo. Ma, in
realtà, anche allora era innocuo.
Abitava in via S. Giovanni, ospite appena tollerato dai nipoti.
Tutto in lui e per lui era immenso, fuori misura. Mangiava la
pasta e le minestre in una grande madia. Soleva sputare
abbondantemente sopra i resti del cibo che conservava per il
giorno dopo, per evitare che potessero mangiarselo i nipoti.
Usciva di casa al mattino, di buon'ora, e rientrava la sera
tardi; lo si poteva incontrare in qualsiasi angolo della città,
tranquillo e monumentale, impegnato in lavori pesanti, a cui
nessun altro poteva facilmente attendere.
In
occasione di feste, nei villaggi e nelle zone periferiche della
città, abitualmente veniva organizzata la «ntinna», l'albero
della cuccagna: un'enorme pertica, unta di grasso e di sapone da
cima a fondo, che i partecipanti alla gara dovevano scalare a
forza di braccia.
Bastiano, sollecitato da calorosi applausi, era l'unico a sapere
raggiungere la cima, dove stavano appesi i premi: salami,
stoccafissi, baccalà e grosse forme di pane.
Generalmente, a coronamento degli spettacoli organizzati per la
festa, veniva fatto un ultimo gioco, il cui premio, per chi
riusciva a staccarla, era una moneta di cinque lire d'argento
saldata sulla parte esterna d'una vecchia padella incrostata di
nerofumo e unta d'olio.
Su
un palchetto, approntato al centro della piazzetta del
villaggio, incitato dalla folla, Ricchiedda batteva con forza,
come su un'incudine, sulla grossa testa la padella, ora dalla
parte esterna, ora da quella interna, nel tentativo di
dissaldare la moneta, che dopo quel battere e ribattere, alla
fine riusciva ad addentare, schiacciando naso e labbra contro
il sudiciume nero dell'utensile. Alternava, senza stancarsi, i
colpi di padella sulla testa con dentate poderose, fino a quando
riusciva a staccare la moneta.
A
conclusione della non lieve fatica, la sua faccia, i suoi
capelli apparivano come un tutt'uno nero lucido con due buchi
dai quali a stento si scorgevano gli occhi, neri anch'essi.
Quelli erano gli unici momenti felici della vita di Ricchíedda,
il suo trionfo pubblico.
Tornato dalla prigionia, seppi che Bastiano era morto. Anche la
sua scomparsa rappresentava il tramonto di una tradizione e di
un costume.
SALVATORE «PIDAZZI»
A
causa della sproporzionata misura dei piedi, Salvatore Germanó
veniva chiamato Salvatore «pidazzi».
Nipote di Bastiano «rîcchiedda» non aveva, come si suol dire,
né arte né parte, né tanto meno voglia di lavorare. Pidazzi
visse di espedienti fino a quando non fu assunto da un
messinese, don Vincenzo Scuderi, gestore della casa di
tolleranza, aperta a «o livitu», un quartiere di Pozzo di Gotto,
agli inizi della seconda guerra mondiale.
Le
poverette, che vendevano la loro carne nei bordelli, ogni
quindici giorni si davano il cambio, passando da una città
all'altra. Così, ogni quindicina, all'arrivo della «merce
fresca», Pidazzi. seduto tutto allegro e sorridente in cassetta
accanto al cocchiere, che lungo tutto il percorso faceva
schioccare la frusta per richiamare l'attenzione dei passanti,
le portava in giro per la città, esposte in carrozza scoperta,
come il pesce vivo nelle ceste degli ambulanti e, felice del
ruolo che esercitava, con grida e fischi gioiosi chiamava a
raccolta amici e conoscenti.
Le
femmine, cosce e seno in libertà tra gli abiti quasi sempre
variopinti, unghia e labbra di fuoco e sigarette in bocca, segni
a quel tempi inconfondibili delle donne di malaffare, con gesti
e sorrisi accattivanti stuzzicavano i sensi della «gioventù
mascolina» e l'indignazione degli anziani e delle donne gelose e
preoccupate che venissero adescati mariti, figli e fidanzati.
La
stessa scena si ripeteva a giorni alterni quando le donne,
sempre in carrozza, in compagnia di Pidazzi, si recavano
dall'ufficiale sanitario per sottoporsi a visita medica, come
prevedevano le norme di allora.
Salvatore Germanò aveva risolto con un lavoro leggero, che
oltretutto lo appassionava, il problema di tirare avanti la
vita. Integrava lo stipendio con la mazzetta, che i giovani che
non avevano ancora compiuto diciotto anni, ma già con le smanie
addosso, gli mollavano per poter scavalcare la soglia «du
livitu», nelle ore in cui era difficile essere sorpresi dagli
agenti di pubblica sicurezza o dai genitori.
Con
l'entrata in vigore della legge Merlin e la chiusura delle case
di tolleranza, Germanò perdette l'impiego.
Passò gli ultimi anni della sua vita nei cantieri di lavoro per
i disoccupati, finanziati dallo Stato e dalla Regione, e fu
sempre addetto all'approvvigionamento idrico.
Faceva tre, quattro viaggi al giorno dal cantiere alla fontana,
per riempire «u bummulu».
Non
sapeva, né aveva voglia di fare altro.
GIOVANNI «BABBISTA»
La
sera rincasava molto tardi e la mattina, quando apriva la
porta, una di quelle porte vecchie con i battenti che si
spalancano verso l'esterno, erano già suonate le dieci.
Spuntava prima un cappello nero, gettato sulle ventitré, con le
falde perennemente abbassate, e poi, una dopo l'altra, le gambe,
infine il busto. Giovanni «babbista» era emerso dalla soglia di
casa, sottoposta rispetto alla strada.
Salutava la sua comparizione la consueta scarica di pernacchie:
una barriera sonora, a circa duecento metri di distanza. Babbista era il suo soprannome; non so perché, né quando glielo
avevano appioppato: certo è che tutti lo riconoscevano proprio
da quell'epiteto.
Carlo Franchina, uno studente liceale dei più vivaci, d'estate,
seduto davanti alla farmacia Bucolo, quasi ogni mattina
aspettava sadicamente che il «babbista» comparisse sulla porta
di casa, per dargli a modo suo il buongiorno. Un modo strano per
ammazzare il tempo, per un giovane. Oggi sarebbe inconcepibile.
Giovannino certamente era un tipo particolare. Aveva circa
trent'anni e, pur essendo di altezza media, aveva una bella
gobba a sinistra, che forse aveva determinato la sua andatura,
quel passo disordinato, quasi svogliato, con i piedi lanciati a
destra e a manca. Questo non gli impediva di avviarsi con aria
da conquistatore di donne, mani in tasca e sigaretta pendente
dal labbro, per il corso Garibaldi, con la consueta
destinazione: il circolo dei nobili. Babbista aveva sempre pochi
spiccioli in tasca, che puntualmente andavano a finire nelle
mani della signora De Trovato, al caffè Duilio, per un pacchetto
di sigarette Popolari e un caffè. Non appena Giovannino arrivava
all'altezza della farmacia, Carlo Franchina si poneva sul
marciapiedi di fronte, ad evitare qualsiasi provocazione, e si
rivolgeva ad Ettore Materia, compagno di scherzi e scherni,
chiedendo a voce alta: «Compare, babbisto' stamattina vostro
cugino?»
Dal
marciapiede di fronte gli faceva eco la solita cantilena: «A tua
sorella...» E Giovannino proseguiva.
Subito era uno scatenarsi di pernacchie, a doppietta, a strappo,
che lo accompagnava oltre la vecchia chiesa di San Sebastiano.
Ed erano propria le pernacchie ad annunziare ai negozianti di
corso Garibaldi il passaggio di Giovannino; allora il coro si
infoltiva e il poveraccio abbozzava un sorriso amaro e
rassegnato. Ogni mattina, alla medesima ora, egli andava
incontro al suo calvario, che si ripeteva nelle varie zone della
città, ogni qualvolta si imbatteva in studenti o giovinastri
che, in occasione delle feste paesane, sembravano dargli la
caccia, per omaggiarlo sonoramente.
Non
c'è che dire. Babbista, per i giovani ai quali la città non
offriva svago alcuno, era un diversivo, specie quando veniva
sorpreso alle calcagna di qualche ragazza, una delle sue
occupazioni preferite.
Dopo
la guerra lo incontrai su una vecchia bicicletta, la spalla
sinistra sempre più cadente sotto il peso della gobba, un
vecchio cappello nero e la sigaretta penzolante dal labbro.
Si
fermò per salutarmi: non lo vedevo da alcuni anni. Mi disse che
s'era sposato e che aveva due figli. Il padre, un piccolo
proprietario terriero avarissimo, del quale si diceva che per
non consumare energia elettrica ancora accendeva uno stoppino ad
olio, era morto.
Giovannino aveva svenduto alcune proprietà, dalle quali non
ricavava quasi nulla (i coloni approfittavano della sua inesperienza), giusto per campare.
Vederlo circolare indisturbato, senza il consueto coro di
pernacchie, fu per me una sorpresa. I tempi erano davvero cambiati, i giovani erano diversi.
Passarono ancora anni. Lo rividi sulla bicicletta, più storpio,
se possibile, senza capelli, con un aspetto irriconoscibile.
Era
finito in mano ad usurai, che gli avevano prosciugato ogni
avere: s'era ridotto a desiderare persino una sigaretta.
L'età, la mancanza di un titolo di studio (il padre, dopo le
elementari, lo aveva fatto ritirare dalla scuola per non pagare
le spese), le sue condizioni di salute non gli consentivano di
attendere ad un qualsiasi lavoro, peraltro difficile da
trovare.
Ogni
qualvolta mi incontrava, mi chiedeva di essere assunto al
Comune, per «mettere timbri». L'unica cosa che si sentiva di
fare. Visse gli ultimi anni con il contributo dell'ente comunale
per l'assistenza.
Ormai ridotto a relitto, quando passava per le strade del paese
suscitava compassione anche nei giovani di ieri, ai quali la
guerra aveva fatto perdere il gusto della pernacchia.
Dei
tempi in cui Giovannino «babbista» andava incontro impassibile
al coro allegro delle pernacchie pian piano si cominciava a
perdere il ricordo.
«CHIPPI
CHIAPPI»
«No!
No! Egregio signore, non è come dice lei! Precisiamo, anzitutto,
che in Sicilia siamo taliani e a Napoli sono italiani. E poi...
Lei, a Napoli, si sarà presentato ad un mio collega al quale
avrà fatto il seguente discorso: "Signor capo, chippi chiappi,
chippi chiappi, chiappi chippi, chiappi chippi." Dopo di che le
sarà stato messo subito a disposizione il carro che lei
chiedeva. Ora lei, egregio signore, a me qui non è venuto a
dire: "Chippi chiappi, chippi chiappi, chiappi chippi, chiappi
chippi", e di conseguenza aspetta ancora. Mi sono spiegato?»
È
questa la risposta che nell'autunno del '45 un funzionario delle
Ferrovie dello Stato diede a un esportatore che manifestava il
suo disappunto per la mancata assegnazione di un carro
ferroviario coperto per trasportare prodotti agricoli. A Napoli,
insisteva il commerciante, lo avevano servito prontamente.
Quel
funzionario, un omaccione di poco più di mezzo secolo, guercio,
aveva il berretto nero con visiera e cinque bordi d'oro,
distintivo di un capo gestione di prima classe.
Mi
allontanai disgustato. Non so cosa sia avvenuto fra i due dopo,
ma non è difficile intuirlo: lo stesso giorno la richiesta
dell'esportatore fu soddisfatta. Davvero edificante per un
giovane di ventiquattro anni che, tornato da pochi mesi dalla
prigionia, sognava la ricostruzione morale e materiale del
paese!
LE VALIGIE PRODIGIOSE
All'arrivo del treno 4902, proveniente da S. Agata di Militello,
Giuseppe Liotimi, cappello grigio, pantaloni di un vestito marrò
afflosciati sulle scarpe nere quasi sempre slacciate, borsa
nera, legata al centro da una cinghia, con passo timido,
imperturbabile anche sotto la pìoggia, andava a prendere posto
sul bagagliaio che ospitava i ferrovieri pendolari, che dalla
provincia andavano a prestare servizio a Messina.
Le
vecchie vetture di seconda e terza classe, nei giorni feriali,
erano affollatissime di studenti, insegnanti, impiegati, operai,
commercianti, venditori ambulanti che stivavano i corridoi di
sporte, piene di prodotti della terra e uova, e professionisti
che dai paesi della costa settentrionale della provincia
raggiungevano il capoluogo.
Il
treno, il primo della giornata, faceva tutte le fermate,
prolungando la sosta in alcune stazioni per gli incroci con i
treni provenienti dal continente. A Rometta gli veniva
agganciata in coda la locomotiva di spinta, prescritta per
superare la ripida salita fino al centro della galleria
Peloritana, da dove, iniziando la discesa, con sgancio
automatico, la «spinta» tornava indietro.
Era
un viaggio snervante, soffocante soprattutto nel periodo estivo,
per l'affollamento, per il lento procedere del convoglio in
salita e le numerose gallerie, tra cui la lunghissima Peloritana,
nelle quali il treno veniva inghiottito dal fumo nero delle due
locomotive a vapore, di testa e di coda.
Quando era in orario, arrivava a Messina alle ore 8.15 e i
viaggiatori, affumicati, sciamavano verso le uscite della
stazione per raggiungere scuole, uffici, posti di lavoro,
mercati.
Giuseppe Liotimi si fermava alla fontanella sotto la pensilina,
si lavava la faccia e le mani annerite, le asciugava con un
fazzoletto che tirava fuori dalla tasca posteriore del pantalone
e con flemma, attraversando i binari, raggiungeva la
biglietteria centrale. Sistemava con movimenti lenti cappello e
borsa nell'armadio e invitava puntualmente al bar della stazione
per il caffè il capo gestione biglietti e i colleghi non
impegnati agli sportelli, per iniziare poi, alle 8.30, il suo
turno di tirocinio.
Alle
13.30, dopo la partenza dei treni viaggiatori per Palermo e per
Catania-Siracusa, d'accordo con il collega che lo assisteva nel
tirocinio, chiudeva lo sportello, tirava fuori dall'armadio la
borsa, si poneva in un angolo della biglietteria e consumava la
colazione preparatagli la sera prima dalla moglie.
Il
pomeriggio frequentava i corsi per il conseguimento delle
abilitazioni ai servizi.
Col
treno delle 18 rientrava poi a Pace del Mela, intanfito di fumo.
Durante la guerra, Liotimi, a Roma aveva preso parte ad un
concorso ad alunno d'ordine, bandito dalle Ferrovie dello Stato,
sostenendo le prove scritte nel 1942, e le orali subito dopo la
fine della guerra, nei primi mesi del '46. Vincitore di
concorso, ai primi del gennaio '47 si era dimesso da cantoniere,
qualifica con la quale prestava servizio a Pace del Mela fin dal
1937, per essere destinato alla stazione di Messina.
Per
mancanza di alloggi nella città distrutta dalla guerra, appena
assunto con la nuova qualifica dal compartimento delle FF.SS. di
Palermo, Liotimi era stato autorizzato a mantenere l'abitazione
nel casello ferroviario di Pace del Mela.
Faceva il pendolare. Tutti i giorni usciva di casa alle sei per
ríentrare la sera dopo le venti. Solo la domenica assisteva al
sorgere e al tramontare del sole dall'orto antistante il
casello, dove ,continuava a coltivare verdurine per i bisogni
della famiglia. Anche se per lui, avendo alle spalle le aziende
agricole del conte tiavarra, presso cui ancora lavoravano ì suoi
genitori, quello alimentare non era stato mai un problema.
Erano tempi in cui l'approvvigionamento di generi alimentari era
impresa difficile. Il popolo italiano, fin quando non arrivarono
gli aiuti americani, non uscì dalla fame e dalla miseria in cui
era stato spinto dalla guerra. Ogni metro quadrato di terreno
libero veniva coltivato a grano, mais, legumi, ortaggi.
Qualsiasi prodotto della terra costituiva alimento prezioso.
Alla mancanza di grano e di legumi, chi poteva, sopperiva con
castagne, nocciole, noci, carrube, lupini che i contadini delle
zone collinari cedevano a caro prezzo.
La
nuova vita di Liotimi era molto sacrificata, ma certamente meno
pesante di quella che faceva da cantoniere. Aveva lasciato
piccone, badile, traverse catramate, chiavarde e rotaie, sotto
il cui peso gli era rimasta la schiena incurvata e s'era trovato
nelle mani incallite e screpolate penna, registri e biglietti
ferroviari. Grande passo avanti, un cambiamento radicale: era
molto contento.
La
moglie, le due figlie, i parenti erano orgogliosi di lui: vi
vedevano un futuro capostazione, uno di quelli che comandano,
che regolano la marcia dei treni col berretto rosso.
Se
avesse superato gli esami di abilitazione ai vari servizi,
infatti, si sarebbe potuto assicurare un ottimo sviluppo di
carriera.
Durante i viaggi per Messina, incantucciato nello scricchiolante
bagagliaio, affollato di ferrovieri, Liotimi raramente
partecipava a discussioni. Dalla sua faccia traspariva la
soddisfazione per la posizione sociale raggiunta, ma gli si
leggeva anche qualche punta di preoccupazione. Sul treno o alla
stazione di Pace del Mela, nell'attesa di partire, era di poche
parole, non si apriva con nessuno. 501o a Messina, a qualche
collega, esternava l'apprensione per gli esami: «Non vorrei
dare soddisfazione ai miei vicini che vivono d'invidia.»
Non
andava oltre e quando poteva restava solo con i suoi pensieri.
Allora ripercorreva tutta la sua vita, fin dall'infanzia, da
quando a Condrò lavorava nelle terre del conte, nelle quali
aveva trovato sostentamento da diverse generazioni la sua
famiglia. Già a dodici anni, scalzo e mal vestito, aiutava il
padre a vangare le terre, ad abbeverare le bestie, a raccogliere
le olive, a vendemmiare e pigiare l'uva nel palmento, a mietere
il grano, a trasportare a spalla i prodotti nei magazzini del
conte o ai mercati di Milazzo e Barcellona, tirandosi dietro
l'asino per la cavezza. Non poteva non pensarci: era cresciuto
sotto la sferza delle fatiche, senza speranze e senza sogni.
Neanche un momento aveva creduto di potersi lasciar dietro
quella vita. Poi il servizio militare, a vent'anni, con i piedi
avvolti in pezze di tela, infilati negli scarponi chiodati, e la
divisa grigio-verde nella quale c'era posto per un altro. Era
stato destinato a Bologna, e aveva attraversato per la prima
volta lo stretto di Messina, restandone incantato.
Della vita militare conservava un ottimo ricordo: non aveva mai
mangiato tanta carne e tanto riso. Diciotto mesi di riposo,
diceva. Dalla vanga al moschetto, dalle balle di fieno allo
zaino sulle spalle: era stato un gioco. E poi, aveva
incominciato a conoscere il mondo, a frequentare bar, cinema,
case di tolleranza: s'era sentito uomo.
A
Bologna aveva conosciuto la sua prima donna: un ricordo che non
aveva potuto allontanare più. Rientrato dal servizio militare,
dopo alcuni mesi, non intendendo più tornare alla terra, Liotimi
s'era arruolato nella milizia volontaria della sicurezza
nazionale, e imbarcato a Messina per l'Africa Orientale. Aveva
preso parte alla conquista di Makallé. A1 padre scriveva che in
quelle terre le popolazioni vivevano allo stato primitivo e che
egli era là per civilizzarle! Lamentava solo l'eccessivo caldo.
Aveva preso parte alla sfilata di Addis Abeba. Ricordava sempre
con particolare orgoglio di aver visto da vicino il maresciallo
Badoglio.
Rientrato in Italia nel 1937, nella sua condizione di reduce
d'Africa, era stato assunto nelle Ferrovie dello Stato con la
qualifica di cantoniere: quanti sacrifici, quante fatiche anche
lì!
Dopo
il concorso, ottenuta la qualifica di alunno d'ordine si era
considerato soddisfatto, aveva coronato il suo sogno: un lavoro
leggero, dignitoso e ben remunerato. Niente più vanga, niente
più badile, niente traverse e rotaie.
L'unico assillo: gli esami per conseguire le abilitazioni
necessarie.
Non
era cosa da poco. Pensando alla pochezza della sua preparazione,
di cui cominciava a rendersi conto, non si sentiva tranquillo.
Seguiva le lezioni dei corsi senza trarne granché profitto: le
sue idee erano sempre più confuse. Non appena prendeva contatto
con leggi e regolamenti gli veniva l'emicrania, sudava freddo.
Non riusciva a distinguere una concessione speciale dall'altra,
la spedizione a bagaglio da quella a collettame; più cercava di
approfondire i problemi che gli si presentavano, più
s'impappinava. Gli mancavano le basi necessarie. Ogni qualvolta
il suo cervello era costretto a riflettere su norme e
regolamenti, e avveniva spesso, s'inceppava. Allora pensava ai
suoi vicini di casa, quanto mai invidiosi, che gli facevano
trovare una zappa, un badile o un piccone dietro la porta di
casa, ogni mattina, quando usciva per recarsi alla stazione a
prendere il treno. E lui li scansava e non aveva il coraggio di
parlarne ad alcuno.
Infatti, da quando aveva assunto servizio come alunno d'ordine,
i rapporti con la famiglia del cantoniere dell'alloggio accanto
al suo si erano guastati. Le donne, tra loro, non lasciavano
occasione per insultarsi. Le Liotimi trattavano le altre con una
certa aria di superiorità, e quelle si vedeva che schiumavano
d'invidia. Perciò Giuseppe Liotimi era convinto che a mettergli
la zappa dietro la porta, come per invitarlo a tornare alla
terra, fosse proprio l'ex collega.
Aveva sempre subito senza denunziare i fatti per evitare che
divenissero di dominio pubblico e che la gente ne ridesse alle
sue spalle. Preferiva sopportare in silenzio, piuttosto che
mettersi spontaneamente alla berlina.
Man
mano che aumentavano le preoccupazioni per gli esami e per la
probabile perdita del lavoro, se non 1i avesse superati, gli
veniva subito in mente la soddisfazione che avrebbe dato ai suoi
vicini, agli ex colleghi, ai dipendenti della stazione di Pace
del Mela, e solo vagamente pensava anche alle condizioni in cui
sarebbe venuto a trovarsi con la sua famiglia. Cercava perciò un
mezzo qualsiasi che gli consentisse di superare quelle maledette
prove, che gli si annunziavano così difficili, e il suo pensiero
correva a ritroso, ai tempi del concorso ad alunno. Possibile
che a Roma aveva trovato amici pronti ad aiutarlo e qui, in
Sicilia, nella sua terra non ne doveva essere capace? All'epoca
di quel concorso, con l'appoggio del vecchio conte, era arrivato
ad alcuni funzionari del ministero che avevano preso a cuore il
caso. Nella confusione di quei tristi momenti di guerra era
riuscito ad avere la copia del tema e del problema. Farseli
svolgere e copiarli non era stato difficile. Dopo di che, per
quattro anni circa, quando viaggiare sotto i bombardamenti era
pericoloso, e trasportare generi alimentari davvero rischioso,
in media una volta al mese, raggiungeva Roma con due grosse
valigie piene di formaggi, olio, farina di grano, per
testimoniare la sua riconoscenza.
Allora i generi alimentari erano razionati, era la fame per
tutti. Così aveva vinto un concorso, al quale in tempi normali
non si sarebbe sognato di partecipare. E mentre per gli altri
giovani le guerre avevano spesso significato una morte
prematura, lontano e senza gloria, per Liotimi erano state una
specie di scalata sociale: con la guerra d'Africa s'era
guadagnato il posto di cantoniere, con la seconda guerra
mondiale quello di alunno d'ordìne.
Ricordava che alle prove orali la commissione aveva divagato su
argomenti banali d'attualità per metterlo a suo agio: egli aveva
risposto in dialetto stretto, quasi incomprensibile.
L'istruzione di Liotimi era quella di un lavoratore che avesse
appena frequentato le scuole elementari. Ed era stata
insufficiente, quasi inutile la preparazione serale di tre mesi
per conseguire la licenza di avviamento professionale a Milazzo,
licenza che avrebbe dovuto poi consentirgli di partecipare al
preannunziato concorso a posti di alunno d'ordine.
A
quell'esame, per la verità, non era stato nemmeno in condizione
di presentarsi: sarebbe stato un disastro, se l'avesse fatto. Un
altro giovane era andato in sua vece. Non si guardava per il
sottile a quei tempi. Così s'era trovato fra le mani il diploma
di licenza. Naturalmente, egli, eludendo i controlli, con
l'asina di suo padre carica di grano, vino, olio e formaggi,
aveva fatto più volte la spola fra il suo paese e Milazzo. Aveva
detta grazie a tutti quelli che l'avevano aiutato, facendosi
corrompere.
«Per
le abilitazioni,» pensava, «non potrei seguire gli stessi
sistemi?»
Era
disposto a qualunque cosa, pur di non darla vinta a coloro i
quali ogni notte gli sistemavano la zappa o il piccone dietro la
porta. Era necessario trovare una strada sicura che conducesse
diritta ai commissari d'esame: a Messina non doveva essere
difficile trovarla. C'era don Alberto, anziano funzionario,
padre di innumerevoli bocche da sfamare, che ogni mattina
accettava il suo caffè al bar della stazione.
Liotimi spesso, scendendo dal bagagliaio, andava dritto difilato
nell'alloggio del cavaliere Alberto a lasciare una valigia
pesante che la sera ritirava vuota.
Don
Alberto, da parte sua, ogni qualvolta arrivavano funzionari del
compartimento, li faceva invitare da Liotimi a pranzo al
ristorante della stazione e non perdeva occasione per
magnificare, anziché la preparazione che sapeva inesistente, la
bontà d'animo, la generosità (ne parlava con evidente cognizione
di causa) e la buona volontà dell'impiegato.
Fu
facile, così, a Liotimi tenere contatti diretti con taluni
funzionari palermitani, i più... trattabili, i più amici.
Alla
vigilia di ognuna delle sei prove di esami, le due grosse
valigie tessevano il percorso tra Pace del Mela e Palermo.
Partivano piene, tornavano vuote e il personale della piccola
stazione, che ne intuiva il contenuto e conosceva la
destinazione, si chiedeva scandalizzato come funzionari,
notoriamente al di sopra di ogni sospetto, potessero farsi
corrompere da un poveraccio quasi analfabeta. Ma erano tempi
duri!
I
colleghi di Liotimi lo guardavano darsi da fare per scrollarsi
di dosso la scorza del villano ignorante e tentennavano il capo:
«Non basta sostituire alla coppola il cappello e al piccone la
penna, sempre villano bestia resta e morirà.»
Le
prime tre abilitazioni, quelle che implicavano minori
responsabilità: rilascio biglietti, gestione bagagli e merci,
gli furono regalate.
Si
trattò di una penosa prova di esami: i commissari non sapevano
che domande porgli; qualcuno, anche se addomesticato, nel
momento in cui doveva compromettere la propria dignità, si
trovava quasi involontariamente a reagire; qualche altro si
allontanava perché la coscienza gli rimordeva. Quando lo
interrogavano, anziché rispondere, Liotimi li guardava in faccia
come se volesse chiedere: «Ma come? Non avete ricevuto le
valigie?»
Quelle abilitazioni furono quasi uno scandalo; se ne parlava in
tutte le stazioni del reparto movimento di Messina.
Dopo
alcuni mesi, Liotimi superò anche l'abilitazione al telegrafo,
anche se strimpellava sul tasto. Non distingueva i puntini dai
trattini. Anziché battere la lettera a (puntino e trattino),
batteva la m (due trattini); al posto della q (due trattini e un
puntino), batteva o (tre puntini); un disastro, ma le prodigiose
valigie avevano anche questa volta fatto il miracolo e Liotimi
rientrava a casa soddisfatto di non averla data vinta ai vicini
invidiosi.
I
guai grossi, insuperabili, vennero in occasione delle prove di
esami per l'abilitazione agli apparati centrali e al servizio
movimento. Si trattava delle due più importanti abilitazioni
che, se superate, avrebbero posto nelle mani del Liotimi la vita
del personale viaggiante e dei passeggeri. Nessuno che non
avesse il grado d'incoscienza di Liotimi era disposto a farsi
carico di una così grave responsabilità. Quei funzionari che
avevano ceduto fino a quando non s'era trattato di mettere a
rischio vite umane ora sembravano recalcitranti. Ormai le
valigie non potevano bastare più.
La
notte che precedette gli esami, Liotimi non chiuse occhio. Ormai
i nodi erano arrivati al pettine: don Alberto gli aveva detto
chiaramente di non crearsi illusioni, e se fosse stata
necessaria una conferma del vento mutato, le ultime valigie gli
erano state restituire piene.
Quel
mattino, aprendo la porta di casa, il solito piccone andò a
battergli tra le gambe, come un malaugurio. Liotimi si abbassò,
lo raccolse e lo buttò nell'orto. Sul bagagliaio si addormentò
appoggiato alla specola.
Fu
l'ultimo a sostenere gli esame degli apparati centrali:
conosceva solo le leve di comando dei segnali, ma non si rendeva
conto quando dovesse manovrare l'una o l'altra. Il cavaliere
Alberto, che assisteva, cercò di guidarlo con gli occhi, ma ben
presto capì che era inutile.
Agli
esami per l'abilitazione al movimento, non appena il presidente
della commissione, grafico ferroviario alla mano, lo invitò ad
indicare incroci e precedenze del treno 2910 sulla linea
Palermo-Messina, a Liotimi sembrò di vedere un viluppo di spire
di serpenti e con la mano destra, allontanò il grafico. Alle
insistenti domande degli esaminatori, tenendo la testa fra le
mani confessò: «Dottore, è troppo difficile.»
Si
alzò, allontanandosi dal tavolo della commissione, e si accasciò
su una sedia in un angolo della sala. Aveva completato i due
anni di prova consentiti dalla legge, senza conseguire tutte le
abilitazioni prescritte. Sarebbe stato licenziato. Si vedeva già
con la zappa in mano nelle terre del conte che, forse, se non lo
avesse aiutato, la prima volta, non gli avrebbe fatto nascere
tante illusioni.
Fu
un viaggio molto triste, fatto con l'ultimo treno per non
incontrare quei pendolari con i quali da due anni divideva i
disagi dei viaggi quotidiani e le loro inevitabili domande.
Sapeva che era anche l'ultimo ritorno dalla città nella quale
avrebbe voluto trasferire la famiglia, non appena fosse stato
nelle condizioni di trovare un alloggio: la città che gli aveva
fatto aprire il cuore a tante speranze, soprattutto per
l'avvenire dei figli.
Un
temporale lo accompagnò al treno sul quale, per la prima ed
ultima volta, viaggiò sprofondato in un angolo di uno
scompartimento di seconda classe. Chiudeva l'esperienza del
pendolare così come l'aveva iniziata un mattino di gennaio di
due anni prima: salutato da una pioggia torrenziale, che egli si
era illuso di considerare di buon auspicio.
A
Pace del Mela, la pioggia, complice l'oscurità, lo accompagnò da
una pozzanghera all'altra, evitandogli di incontrare il
personale della stazione. Grondava dalla testa ai piedi. Con lui
entrò in casa un funerale. Nessuno aprì bocca; la moglie e le
figlie lo guardarono in faccia e scoppiarono in lacrime: era la
fine di due anni di illusioni e speranze.
Dopo
aver assaporato una vita più dignitosa, dopo i sogni di una
brillante carriera, Giuseppe Liotimi si vedeva precipitare di
colpo a quei lavori della terra dai quali aveva cercato con
tutte le sue forze di allontanarsi.
Era
la vittoria di coloro che avevano guardato con invidia la sua
caparbia volontà di progredire. Era la vittoria del suo ex
collega che ogni notte, con accanita cattiveria, aveva sistemato
dietro la sua porta gli attrezzi di lavoro: ora il badile, ora
la zappa, ora il piccone.
Era
un uomo finito: aveva perduto la scommessa.
Liotimi restò a letto per alcuni giorni come malato; la moglie e
le figlie per la vergogna si trasferirono dai parenti a Condrò.
La famiglia del cantoniere dell'alloggio accanto organizzò suoni
e balli alla faccia sua. Fu un tristissimo Natale per Liotimi e
famiglia.
Dopo
meno di un mese arrivò puntuale la lettera di licenziamento.
Liotimi si rivolse in cerca di aiuto a Palermo, per ottenere la
riassunzione come cantoniere. I suoi amici funzionari gli
aprirono le braccia, lasciandolo al suo destino. Nulla potevano
fare per aiutarlo.
Allora si indirizzò a un dirigente sindacale, con il quale si
recò a Roma, dove, qualche settimana dopo, e in seguito
all'intervento del sottosegretario ai trasporti, ottenne la
riassunzione nella precedente qualifica.
Per
non subire l'umiliazione di tornare a Pace del Mela da
cantoniere, chiese e ottenne di essere destinato ad altra
località della Sicilia.
Durante la permanenza a Roma, al dirigente sindacale che lo
aveva assistito perorando la sua causa, per la prima volta e con
profonda amarezza parlò delle traversie della sua vita, dei
tentativi fatti per diventare qualcuno e della funzione
esercitata dalle prodigiose valigie.
IL MONUMENTO A MANDANICI
Martello e scalpello e un colpo assestato con maestria, e saltò
il coperchio della cassa. Sotto i trucioli scoprimmo il mezzo
busto bronzeo di Placido Mandanici, illustre musicista di corte
dell'ottocento.
Sembrava che ci guardasse risentito per le accoglienze che i
suoi concittadini e i loro rappresentanti gli avevano riservato.
Pareva volesse dire: «Belle carogne che siete, mi avete buttato
in fondo ad uno scantínato!»
Non
era ancora trascorso un mese dall'insediamento della mia
amministrazione, alla quale gli avversari più ottimisti avevano
diagnosticato sei mesi di vita, ed io avevo appena preso
contatto con i numerosissimi problemi della città, quando dagli
ambienti della «Corda fratres» ci venne richiesto con insistenza
che fine avesse fatto il mezzo busto dei musicista barcellonese.
realizzato a spese della Regione Siciliana e donato al comune.
Alberto Torre, detto «testa di pignata» per le ragguardevoli
dimensioni del suo capo, dipendente comunale ed esponente ciel
sodalizio goliardico, era giornalmente alle mie calcagna.
La
burocrazia comunale non sapeva dare alcuna notizia e
stranamente, il mancato ritrovamento del manufatto bronzeo, che
avrebbe dovuto suggerire responsabilità dei precedenti
amministratori, era motivo di attacchi dell'opposizione alla mia
sindacatura.
La
Regione Siciliana, da me interpellata, comunicò che il mezzo
busto era stato spedito e consegnato al Comune nel 1955. Furono
intensificate le ricerche, fin quanto da un angolo dello
scantinato del palazzo municipale, un fatiscente ex convento,
venne fuori una cassa, che era rimasta sepolta sotto un cumulo
di rottami di sedie e banchi vecchi. Accorremmo tutti,
amministratori e funzionari.
E
poi venne aperta un'inchiesta. Dunque, il segretario comunale
accertò che nel 1955 l'economo, Francesco Costa, aveva curato il
ritiro di una cassa dalla stazione ferroviaria, che aveva
depositato poi nello scantinato, quando il vice sindaco di
allora, avvocato Gaspare Cattafi, al quale si era rivolto per
sapere a chi andava consegnata, gli aveva risposto infastidito:
«Buttala nel fondo scala, contiene il mezzo busto di una testa
di cazzo!»
Le
polemiche sulla statua non erano destinate a finire col suo
ritrovamento. La collocazione proposta in piazza San Sebastiano,
dinanzi al vecchio teatro che portava lo stesso nome del
musicista, venne considerata poco consona e dignitosa.
Dopo
qualche anno, in seguito ad un referendum tra i sodalizi
cittadini, il monumento fu rimosso e sistemato in piazza Duomo,
dove, in tempi successivi, andarono a fargli compagnia quello di
Rossini e di Cattafi.
I
più soddisfatti furono i cani.
«RAZIU
U SCECCU»
Introdotto dal commesso nel mio ufficio, schierò la famiglia in
riga davanti alla scrivania: la moglie e otto figli, di età
progressiva dai due ai quindici anni, che portavano impresse le
stimmate inconfondibili della miseria.
«Signor sindaco, questi sono i suoi figli», mi disse,
indicandomeli con l'indice teso della mano destra.
Preso di sorpresa, abbozzai un sorriso, e d'istinto lanciai una
sguardo alla moglie, una quarantenne dal viso smunto sul quale
affogavano due occhi tristi, la quale ricambiò lo sguardo, senza
batter ciglio. Era proprio impossibile. Rimbeccai: «I miei?... I
tuoi figli! »
«Sì,» concesse, «í miei , signor sindaco, ma siccome io non
posso sfamarli, glieli lascio qui. Cì pensi lei!» Mi salutò,
aprì la porta e se ne andò.
Orazio Maggio, soprannominato «Raziu u sceccu», abitava una casa
a piano terra di due stanzette antigieniche nella zona depressa
di via Immacolata. Era notoriamente un tipo difficile a
praticarsi, ma anche, a suo modo, un originale.
Un
giorno prese a legnate un agente di pubblica sicurezza che lo
invitava a presentarsi al commissariato. In pretura si difese: «Sígnor
giudice, si è presentato a casa mia un borghese in borghese,
sceso da una macchina borghese e senza piripicchio luminoso.
Come potevo riconoscerlo?»
Raziu non fu mai un grande lavoratore. Ma conosceva bene l'arte
d'arrangiarsi. In occasione di feste paesane o di fiere andava
per i paesi con un tavolinetto e la roulette. Naturalmente
vinceva sempre lui. A volte era il gioco delle tre carte, mai
alcuno riusciva ad imbroccare l'asso. Era un prestigiatore nato.
Erano gli anni in cui l'Italia si avviava verso il boom
economico, ma nell'ísola imperava la miseria. L'ufficio di
collocamento della mia città era permanentemente assediato da
migliaia (o giù di lì) di disoccupati ed io, alle prime
esperîenze di amministratore, mi trovavo giornalmente assalito
dalle richieste di posti di lavoro e particolarmente di
assunzioni al Comune.
Quella di Orazio Maggio era una delle più pressanti: non mi dava
requie né a casa, né in ufficio, né tanto meno nelle strade.
Quella mattina, arrivando al municipio, lo avevo intravisto tra
la piccola folla della sala d'attesa, ma non avrei mai potuto
pensare che si fosse. portato dietro tanta famiglia.
Moglie e figli di Orazio Maggio lasciarono il palazzo
municipale, dopo il mio preciso impegno che avrei fatto di tutto
per cercare di assicurare loro un tozzo di pane.
Passarono alcuni mesi e lo assunsi alla Provincia: uno dei
trecentocinquanta operai che trovarono lavoro nelle strade
provinciali, la cui manutenzione era stata fino ad allora
affidata a ditte appaltatrici.
Quelle assunzioni mi procurarono infinite amarezze, e non certo
gratitudine, alla quale fra l'altro non ho mai aspirato.
CUORE TENERO
«Dottore, mi deve cambiare di cella! Mi deve trasferire,
dottore! Mi faccia questo piacere, mi assegni a un'altra cella.»
Tutti i giorni, all'ora d'aria, era la stessa implorazione, alla
quale il dott. Nino Biondo, medico del manicomio giudiziario,
rispondeva invariabilmente: «Ma come, non sei contento? Siete
appena in due in una cella nuova, piena d'aria e di luce, con i
servizi igienici personali, che sembra la camera d'una clinica
privata, e stai sempre a chiedere di cambiare? Stai buono! »
E il
ricoverato: «No, dottore, lei mi deve cambiare di cella. Lo
faccia per i suoi morti!»
«Forse non vai d'accordo con il tuo compagno?»
«Per
l'accordo, sì, vado d'accordo..., ma lei mi deve trasferire in
un'altra cella.»
«Dimmi almeno il perché...»
«Non
posso, dottore! No posso stare più in quella cella, la
scongiuro, mi aiuti, mi tolga di là.»
Il
dottor Nino Biondo abbozzava un sorriso e prendeva tempo. «E va
bene, va bene, vedrò di accontentarti. Non appena sarà
possibile. Porta pazienza e stai tranquillo.»
II
giorno dopo il recluso, che lo attendeva all'ingresso
dell'ambulatorio, tornava a supplicarlo: «Dottore, allora mi
cambia di cella? Me l'ha promesso. Lo faccia per l'anima dei
suoi morti. La prego, non posso più aspettare.»
II
medico non riusciva a capire le ragioni di tanta insistenza e
decise di metterlo alle strette per farlo parlare: «Mi devi dire
perché. Non posso accontentare un capriccio.»
«Non
ci posso stare più, dottore.»
«Se
mi dici il motivo, ti sposto subito.»
«Debbo andarmene di là, quell'altro non mi fa dormire. Lei mi
capisce... Io sono di cuore tenero e lui ogni notte approfitta!
Non ne parli con nessuno, per carità, non vorrei offenderlo!»
LA CAPPELLA
Mi
fece la posta per alcune settimane. Poi, per telefono, mi disse
che doveva vedermi per un problema urgente, che di certo stava a
cuore anche a me.
Erano le prime ore del pomeriggio, quando si catapultò dentro la
mia casa ed entrò subito in argomento: «Compare senatore, vengo
a disturbarvi perché sono preoccupato e anche amareggiato!»
«Che
succede?»
«Il
cimitero, compare! Si tratta del cimitero. Sapeva che il terreno
adiacente alla mia cappella era destinato a vostra signoria ed
ero contentissimo. Ora sento dire che un consigliere comunale
sta brigando per soffiarvelo. Come la mettiamo? Eh no,.., questo
non dovete permetterlo! In quel terreno deve sorgere la vostra
sepoltura. Lì ci dovete andare voi, e nessun altro.
Diversamente, lasciatelo libero. Capirete: una cosa è avere
accanto uno statista, altra uno qualunque.»
Abbozzai un sorriso: «Non mi risulta che sia stata avanzata una
richiesta nel senso che dite voi. Sono chiacchiere che mette in
giro la gente. Rassicuratevi.»
«Allora, se è così. sano contento, contentissimo.» Si alzò dalla
sedia e mentre mi tendeva la mano per un saluto, disse: «Vi so
uomo di parola. Mi affido a voi.»
«State tranquillo. Ci tengo anch'io... Così ogni mattina,
affacciandoci dalla cappella, potremmo scambiarci il buon
giorno.»
LA CUCINA A GAS
Due, tre volte alla settimana era alla
porta del mio ufficio o di casa, con la stessa domanda in bocca
e negli occhi: «Mi deve comprare la cucina a gas. lo non ho
soldi: deve pensarci lei, signor sindaco! »
Era una donnina di mezz'età, piccola
piccola e dimessa. Portava sempre una veste nera, che ormai
tendeva al rossastro, e un paio di ciabatte. In paese, la
chiamavano «decu du nonnu». Non ho mai capito cosa significasse.
Arrivò un giorno al municipio con la
testa malamente fasciata; piangendo mi avanzò la sua richiesta:
«Signor sindaco, non posso più aspettare! Mi deve comprare la
cucina a gas.»
«Che v'è successo? Chi vi ha rotto la
testa?»
«Mio marito», rispose. «Ho bisogno subito
della cucina a gas. Quello, se no, mi ammazza!»
«Ma perché?» le chiesi, non riuscendo a
vedervi alcun nesso. «Io,» spiegò, «cucino a legna; la casa si
affumica tutta e mio marito, tornando la sera ubriaco, mi
picchia.»
Telefonai a un negozio di
elettrodomestici e ordinai un fornello a gas e una bombola. La
donnetta voleva baciarmi le mani. Andò via gongolante di gioia.
Sono passati oltre venticinque anni, ma
quando mi vede «decu du nonnu» mi viene ancora incontro festante
per salutarmi e mormorare un «grazie».
Una eccezione che mi commuove sempre.
«I SPANDENTI»
Quando fui chiamato ad amministrare la Provincia, dalle nostre
parti erano ancora tempi assai duri. Gli appaltatori facevano la
fila per ottenere la manutenzione delle strade provinciali. Si
trattava quasi sempre di piccole cifre da erogare, raramente
superavano i cinque milioni di lire. Gli operai, duramente
colpiti anch'essi, pietivano poche giornate di lavoro alle loro
dipendenze. L'amministrazione provinciale fino a quel momento
era stata tenuta dai liberali.
Erano i primi mesi del '56.
Appena insediata la nuova amministrazione democristiana, :
sindaci si affrettarono ad avanzare richieste di interventi,
soprattutto nel settore dei lavori pubblici.
Le strade provinciali, in buona parte in condizioni precarie.
erano quasi tutte «a macadam» e gli amministratori comunali
reclamavano la loro bitumatura.
Il ragioniere generale della Provincia, sollecitato a trovare
nelle pieghe del bilancio qualche fondo, si dichiarava
impossibilitato a soddisfare le richieste. I comuni erano
anch’essi a corto di mezzi, per cui, alla fine si pensò di
costruire un ufficio progettazioni.
Tra i tecnici chiamati a far parte spiccava un uomo di assoluta
serietà e competenza, il geometra capo Giuliano Farulla, sempre
pronto a partorire iniziative. Fu lui che ideò i cantieri di
lavoro finanziati dallo Stato e dalla Regione, per realizzare
una strada a mezza costa che doveva collegare tutti i comuni
collinari e montani della provincia, suscitando grande interesse
tra gli amministratori interessati. Nella progettazione
dell'importante opera impegnò numerosi giovani geometri, detti
farullisti, che in seguito la mia amministrazione assunse come
avventizi.
L'iniziativa cadde con l'avvento del governo Milazzo, che
sostituì l'amministrazione democristiana con un post-pourri
milazziano, in cui erano rappresentati comunisti, monarchici e
missini. I milazziani si segnalarono per la costante
preoccupazione di tentare, inutilmente, di mettere in cattiva
luce e mandare in galera í loro predecessori, per avere un
motivo di giustificazione per la sostituzione operata.
Le amministrazioni elettive, dopo il 1961, lasciarono decadere
l'iniziativa del geometra Farulla, che dovette rinunziare a
realizzare anche solo una traccia di quella importante opera che
avrebbe portato grandi benefici, soprattutto alle popolazioni
montane.
Quando non trovavo fondi per opere urgenti, Farulla interveniva,
suggerendo: «Ci sono i spandenti, signor delegato, i resti.
Glieli trovo ío.»
E li trovava realmente. Con «le ribasse» d'asta, la revoca dei
vecchi finanziamenti mai utilizzati o di delibere improduttive,
riuscivamo a racimolare centinaia di milioni che ci permettevano
di far fronte ai bisogni più impellenti dei comuni.
Erano tempi eroici.
CENTOSEI FAGIOLI
L'usciere ci introdusse dopo una decina di minuti di attesa. A
sinistra, da una grande scrivania, emergeva una testa che aveva
l'aspetto di una pentola rovesciata con dei baffetti che
sembravano posticci, fermamente innestata in un corpo tarchiato:
era il socialdemocratico Giuseppe Romita, ministro dei lavori
pubblici.
Si alzò con aria di sufficienza, ci strinse la mano e si rimise
in poltrona lasciandoci in piedi.
L'on. Nino Dante, che mi accompagnava, si sedette, invitandomi a
fare altrettanto e gli disse subito: «Ministro, il sindaco di
Barcellona ha da sottoporti alcuni problemi della sua città.»
«Sentiamo!»
Parlai dell'urgenza di costruire dei cunettoni coperti lungo la
traversa interna della Statale 113, dato che le acque limacciose
scorrevano nell'abitato a cielo aperto, e poi lo pregai di
volere disporre un finanziamento di centosei milioni di lire per
la realizzazione di un importante progetto, che gli sottoposi:
la costruzione di un mercato coperto.
Mi guardò, sistemandosi i baffetti con la mano tozza. e pigiò un
pulsantino. Dalla porta laterale si presentò il capo di
gabinetto, del quale non ricordo il nome. Credo si trattasse di
un consigliere di Stato.
«Mi dia centosei fagioli», ordinò.
E l'altro, sorpreso: «Dove li prendo?»
«Ha visto?» mi disse Romita. «Se non ho neanche centosei
fagioli, come posso darle centosei milioni?»
Lo guardai allibito e dopo alcune battute polemiche di Nino
Dante e mie, lo salutammo e guadagnammo l'uscita.
Sindaco da alcuni mesi, era il primo incontro che avevo come
amministratore con un ministro della repubblica.
IL LIBRO DEL CINQUECENTO
Avevo appena quattordici anni quando lo conobbi: era un uomo che
sfiorava il mezzo secolo, di statura superiore alla media, con
un portamento distinto, messo ancor più in risalto dall'abito e
dal cappello scuro. Di lui sapevo che era stato ferroviere: lo
avevano licenziato per motivi politici i fascisti.
Avevo sentito dire che praticava il magnetismo animale, che
poteva leggere nel pensiero. La gente lo cercava per ottenere
miracolose guarigioni, per farsi liberare dal malocchio, per
conoscere il futuro.
Lo vidi per la prima volta a casa mia; aveva saputo che vi si
trovava il mio nonno materno, suo amico da quando assieme
lavoravano in ferrovia, ed era venuto a salutarlo.
Non c'era una volta che lo incontrassi, dopo di allora, senza
chiedergli di predirmi il futuro, credo aspirazione inappagata
di tutti.
Incuriosito dai suoi strani poteri, gli chiesi di suggerirmi
quali libri leggere per saperne di più sullo spiritismo, sulle
scienze occulte.
Ben presto del signor Francesco Molica, che il popolino chiamava
«professore», divenni amico. Andavo a trovarlo a casa, animato
da curiosità insaziabili. Qualche volta mi trovai ad assistere a
suoi interventi di pranoterapia. Ammaliato dal mondo nuovo che
mi si schiudeva davanti agli occhi, lo vedevo imporre le mani
delicate su indumenti intimi di un malato, scuoterle più volte
di lato come a scacciare qualcosa di impuro che li avesse
contaminati. Teneva gli occhi fermamente chiusi, la testa
immobile, mentre le labbra continuavano incessanti a mormorare
preghiere. Il professore era religiosissimo; ogni mattina, sul
fare dell'alba, lo si poteva incontrare ai piedi dell'altare
della Madonna del Carmelo.
Le sue doti estrasensoriali con le quali si era assicurato f
mezzi per sostentare la famiglia, gli venivano certamente dalla
sua profonda fede.
Ogni nostro incontro era una sorpresa e un incanto di più. Un
giorno gli sentii far cenno al libro del '500, con il quale la
gente esperta, il medium, acquisiva poteri straordinari: poteva
comandare agli spiriti, scoprire tesori nascosti sotto terra...
Ghiotte curiosità, che accendevano bagliori su un mondo nuovo
affascinante proibito.
Da quel momento non lo lasciai più in pace: andavo a trovarlo
in tutte le ore libere dallo studio, due, o tre volte la
settimana. Non riuscivo a frenare un tumulto di domande che mi
si affacciavano alle labbra; non sempre, però, egli mi dava le
risposte che mi aspettavo. Solo ora posso capire che quella che
m'appariva una reticenza inspiegabile era dettata dalla sua
prudenza a mostrare un mondo segreto e misterioso che poteva
turbare un ragazzo della mia età.
Un giorno mi trovai a parlare di lui con una mia vicina di casa,
un donnone alto e robusto, che a vederla incuteva soggezione, ma
madre tenerissima di una nidiata di figli. Volevo metterla a
parte della mia importante amicizia. Rimasi sorpreso quando
dimostrò di conoscere perfettamente quelle «cose oscure» che
tanto mi interessavano. Fece di più: mi confidò che in un suo
podere, che s'allungava sullo stradale provinciale che da
Portosalvo conduce a Protonotaro, c'era un tesoro nascosto. Si
trovava proprio lì, sotto la casa colonica, protetto e difeso da
spiritelli maligni. E la cosa, mi disse, era risaputa.
Così, ogni qualvolta un colono - se ne alternavano spesso in
quel podere -, spinto da un folletto a tentare l'avventura della
ricerca, si metteva a scavare all'interno della vecchia casa la
nuda terra del pavimento, ecco che scopriva grandi giare piene
zeppe di carbone nero e lucente.
Quei folletti amano dileggiare la povera gente, spesso nella
notte compaiono dal nulla e si pongono a cavalcioni sul petto
delle povere contadine addormentate, a toglier loro il respiro,
per poi scomparire nelle albe, magicamente. Quei folletti, si
sa, sono le anime dei bambini nati morti, che odiano le donne
perché sono invidiosi e gelosi delle carezze che fanno ai figli,
essi che non conobbero l'amore delle mamme.
Erano quei folletti che trasformavano i marenghi d'oro del
tesoro in carbone. E non si fermavano lì. Continuavano a dare
fastidi e nessun contadino trovava pace in quella casa.
La signora Pietra Rugolo convenne con me che occorreva proprio
il libro del 500 per scacciare gli spiriti e liberare il suo
tesoro. Ma trovarlo era compito arduo. E ci voleva pazienza e
fede. Ma anche coraggio e fortuna. Quando le chiesi di darmi dei
consigli su come indirizzare la mia ricerca, disse che sapeva di
un contadino di Mazzarrà Sant'Andrea, un tale «zu Giovanni», che
possedeva libri antichi in pergamena, libri «latini», con i
quali scongiurava gli spiriti, le «presenze». Lei lo conosceva
bene, perché gli affidava i vitelli per l'ingrasso, anche se mai
aveva osato chiedergli direttamente di quei libri.
Se io ero certo di avere il coraggio, mi avrebbe dato
l'indirizzo esatto ed io sarei potuto andare a suo nome a
trovarlo.
La ringraziai soddisfatto, ripromettendomi di approfittare
subito dell'occasione che mi si presentava. Ma fu solo dopo
alcuni giorni che potei montare sulla mia Wolsit, la bicicletta
che mi aveva regalato mio padre per premiare la mia promozione
alla terza ginnasiale con la media di otto decimi, allora non
tanto facile da conseguire, e raggiungere Mazzarrà Sant'Andrea,
un centro agricolo sulla Statale 185 che conduce a Novara
Sicilia.
Già il viaggio era stato un'avventura, non fosse altro, per il
guado a piedi del torrente Mazzarrà, in una campagna
verdeggiante e solitaria, che faceva rivivere sulla mia pelle le
storie meravigliose lette nei libri di Salgari.
Il paesaggio, è vero, era addolcito e reso familiare, quasi
banale, dai giardini d'aranci; con i loro scontati colori e le
suggestioni delle foglie lucenti, ma la fantasia di un ragazzo
non ha bisogno che d'un piccolo stimolo per galoppare al vento.
Ogni tanto mi fermavo a chiedere a qualche contadino
informazioni. Mi sembrava che mi guardassero con strani occhi,
ma era evidentemente una mia impressione.
Finalmente, da lontano, scorsi la casa, me la avevano indicata
come quella di «zu Giovanni», quasi nascosta in un grande
giardino di limoni, una vecchia casa colonica scrostata d'anni,
con tegole ammuffite che la mimetizzavano perfettamente nel
paesaggio verde.
Raggiungerla, quando già l'avevo a portata di mano, fu
un'impresa difficile, che quasi mi faceva rinunziare. Due cani
mi sbarravano il passo come due cerberi al cavaliere delle
leggende. Uno era nero, dagli occhi giallo-acceso che facevano
capolino dal folto pelo infangato di bianco, proprio attorno
alle ciglia. L'altro marrone, un colore uniforme che,
confondendoveli, non lasciava scorgere gli occhi; e aveva zampe
poderose, che sembravano artigliate.
Quando già disperavo di poter proseguire, al mio richiamo
rispose qualcuno. I cani s'azzittirono di colpo e, siccome il
padrone dava loro la voce, si volsero scodinzolando, distratti e
annoiati, permettendomi così di inoltrarmi per il sentiero.
Anche l'uomo s'appressava. Poi si fermò ed io ebbi il tempo di
guardarlo bene, prima di sapere chi fosse. Era sulla
cinquantina, grande e robusto, con capelli neri, arruffati e
selvaggi. Il suo corpo vigoroso sembrava rendere minuscolo il
vialetto. Aveva i piedi massicci nudi, il loro colore si
confondeva con quello della terra, così che egli tutto sembrava
sorgere come una forma bizzarra, un albero o un masso, dal
terreno, farne parte inscindibile.
Tale fu la suggestione della mia fantasia che quasi gridai
spaventato, seguendo il moto degli occhi che mi squadravano
sospettosi e incuriositi.
Subito ritrovai la voce. Dissi che ero mandato lì dalla signora
Pietra Rugolo, la macellaia, per vedere, se lui l'avesse
permesso, i suoi libri latini. Mi chiese di seguirlo in casa.
Dopo la violenza del sole, che mi aveva abbacinato, la casa; ma
era solo uno stanzone in terra battuta, mi sembrò l'antro d'un
mago. In un angolo, un giaciglio sul quale gettati alla rinfusa
erano stracci senza colore, poi arnesi di lavoro e ceste di
vimini intrecciati, su tutto la polvere della miseria e
dell'abbandono.
Il vecchio trasse da sotto il letto una cesta ricolma di pezze
colorate, che incominciò a tirar via disordinatamente... A1
fondo, protetto da una tela bianca, un involto. Egli lo prese
con cura e lo svolse con mani attente, come se celebrasse un
rito. C'erano alcuni libri, senza copertina e tutti consunti.
Chiesi di poterli sfogliare, per capire cosa ci fosse scritto.
L'uomo mi guardò in silenzio, con un lampo di simpatia.
«Sai leggere!» considerò.
Capii che egli, che pure li conservava così gelosamente, non ne
aveva mai potuto appurare il contenuto. Erano libri di
preghiera, invocazioni e agiografie di santi in latino. Qualche
vecchia edizione chissà come, quando e per quali vie giunta fino
a lui e conservata come un tesoro.
Gli dissi che non mi sembrava quello che cercavo; io volevo il
libro del '500. Di quello avevo bisogno.
«A te, figlio,» mi rispose, «lo posso dire. Non dovevi venire da
me. Quello che cerchi è don Antonino Spartà, l'esportatore di
agrumi. Ha il magazzino a Patti Marina. Vai da lui. Di' che ti
mando io. Ti darà ascolto! »
Deluso ed eccitato ripresi la via del ritorno. La strada sembrò
più breve, ora che le mie fantasticherie e il ricordo dello
strano personaggio mi aiutavano a pedalare con più lena. Ma a
casa furono rimproveri aspri. Mio padre non voleva sentir
ragioni. Niente doveva distrarmi dallo studio.
Ma l'avventura della ricerca mi era ormai entrata nel sangue.
Attendevo il momento propizio per tornare dalla signora Pietra e
riferirle l'esito del mio incontro e i consigli che «zu
Giovanni» m'aveva dato.
Finalmente una domenica, verso l'imbrunire, imboccai deciso la
strada che conduceva all'abitazione della macellaia. La donna mi
accolse curiosa e sorridente. Volle sapere proprio tutto,
persino le mie impressioni. Poi considerò, un po' sconsolata:
«Lo sapevo, io! Tutti dicono d'averlo, quel libro, ma poi,
quando vai a vedere, è un'altra delusione. Anche il monaco,
allora... »
«Il monaco?» la interruppi. «Quale monaco? Non me ne ha mai
parlato!»
«Son cose vecchie, di tanti anni fa. Tu non eri ancora nato. E
anch'io ero solo una ragazza. Ma, anche se non me lo dissero
chiaramente, capii tutto lo stesso.»
«Ma questo monaco, che c'entra?»
«C'entra, c'entra. Il monaco lo chiamò mio padre. Gli avevano
detto che era un sant'uomo e che possedeva il libro del 500.
Mio padre lo andò a prendere col carrozzino, fino in convento. E
di notte tra il fare e sfarsi della luna, tutte e due se ne
andarono a Protonotaro ».
Era buio fitto, ma il mulo sapeva dove andare, come se avesse
gli occhi sugli zoccoli. Il monaco si tirò il cappuccio sulla
testa più per abitudine che per proteggersi dalla brina che
stava per calare.
Don Giovanni Rugolo si girò a guardarlo.
Fratello, siamo sicuri che facendo tutti 'sti sacrifici poi la
liberate veramente la casa dagli spiriti e mi fate trovare il
tesoro? E quello che avete, è proprio il libro del 500?»
«Ci vuole fede!» rispose laconicamente il monaco. E riprese a
mormorare preghiere.
Don Giovanni si mise a fischiettare piano, per farsi compagnia.
Quando giunsero alla cascina, già si vedeva in lontananza un
primo chiarore di cielo. In Sicilia, all'aperto, l'alba è veloce
ad arrivare.
II monaco trasse da una piega della tonaca il libro e reggendolo
davanti a sé, come se fosse un crocifisso, si fece strada verso
la casa. Avevano appena varcata la soglia e già don Giovanni si
accingeva ad accendere una lanterna che un colpo di vento fece
chiudere di scatto la porta dietro di loro. Poi i fiammiferi
rifiutarono di accendersi. Così che i due rimasero nel buio più
fitto. Strani scricchiolii correvano per la casa. Sembrava che
tutte le anime senza pace si fossero date convegno lì. Spifferi,
soffi, catenacci che scorrevano, stridii... Il frate cominciò a
recitare ad alta voce le sue litanie. Ma la sua parola usciva
come deformata. E se non era paura, era certamente l'intervento
di qualche spiritello maligno, disturbato.
Don Giovanni cominciò a tremare e battere i denti. Non era più
sicuro di nulla, neanche di volere liberata la casa e
rimpiangeva di essere venuto fin lì. In fondo quelle son cose
che dovrebbero fare gli esorcisti, da soli.
Ma anche il monaco sembrava vacillare nelle sue convinzioni.
Arretrando con cautela, don Giovanni sentì dietro di sé la
maniglia della porta, l'aprì e si precipitò fuori. Subito dopo
uscì il monaco. Ed ecco scatenarsi un temporale con lampi e
tuoni. E il cielo, malgrado quel putiferio, continuava ad essere
sereno!
«Queste sono cose diaboliche! » disse don Giovanni. «Andiamocene
di qui.»
Il monaco non rispose, s'affrettò a salire sul carrozzino. Non
c'era neanche una cerata per ripararsi dalla pioggia e fecero il
viaggio di ritorno quasi annegati da quell'acqua livida.
«Quando mio padre arrivò a casa, era ormai il mezzogiorno»,
continuò la macellaia. «Pover'uomo, era ancora inzuppato
fradicio. Raccontò a mia madre quello che aveva visto e provato.
E mia madre, donna saggia e di poche parole, commentò: "Quello
non era il libro giusto, non era il libro del '500." Da quel
giorno mio padre ebbe come un chiodo fisso. Voleva vendere la
terra e la casa, ma ormai si era risaputo che lì c'erano gli
spiriti e non trovò nessuno, neanche a regalarla.»
Il racconto della signora Rugolo mi aveva messo una specie di
formicolio addosso. Non volevo riconoscere però che fosse paura.
«E non era veramente il libro del '500?» chiesi, tanto per dire
qualcosa.
«Quel libro è come l'araba fenice: "Che ci sia ognun lo dice /
dove sia alcun lo sa"», cantilenò la macellaia. Poi riprese:
«Senti, figliolo, l'impresa è disperata. Ora mi rendo conto che
non ti dovevo coinvolgere. Perché sono convinta che anche quello
di 'sto cristiano che t'hanno indicato, quest'Antonino Spartà,
sarà una delusione. Perciò è meglio se ci levi mano. Lascia
stare, vatti a mettere a giocare con i compagnetti tuoi. Tu sei
signore, puoi studiare, leggere, ci sono tante cose da fare per
un giovane istruito come te.»
Salutai la signora Pietra e presi a scendere le scale di casa
sua. Ormai la mia volontà vacillava. Non ero più sicuro di
volere continuare la ricerca. Intanto era difficile, pericolosa.
E poi non c'era riuscito nessuno a trovarlo, quel libro. E mio
padre non mi permetteva,.. Però, se l'avessi trovato io, che
vittoria sarebbe stata! I miei compagni avrebbero detto che ero
stato il più in gamba, gli amici lo avrebbero saputo e
m'avrebbero apprezzato e invidiato. E quei fantasmi sarebbero
scomparsi. E i tesori che si sarebbero liberati dalla terra...
Era inutile. Il libro del 500, quel libro doveva essere una
favola, meglio non pensarci più.
Stavo per svoltare l'angolo della via, quando mi sentii
chiamare. Era la figlia della signora Pietra. Una ragazzetta
quasi mia coetanea, con due occhi neri che trafiggevano e
capelli folti e ricci.
«È vero che cerchi il libro del 500?» «Mm... »
«Me lo puoi dire, sai. Io non sono tipo che racconta le cose in
giro!»
«Sì, forse.» ,
«Come sei coraggioso! Non hai paura, tu?» «Non son cose da aver
paura, queste! »
«No, non dire così. Mia madre mi ha detto che nessuno ha mai
provato a cercarlo, quel libro. Che è cosa pericolosa assai! Tu,
invece...»
«Io, invece, lo cerco soltanto. Lo troverò!»
Armato di un nuovo coraggio mi avviai baldanzoso verso casa. Di
fronte a quella bella ragazzina non volevo né potevo fare la
figura del fifone. Ormai m'ero impegnato. E, se esisteva
veramente, il libro del 5OO lo avrei trovato proprio io.
Passarono alcuni giorni, la curiosità per i fatti di magia si
era. così intimamente insinuata dentro di me, che non perdevo
occasione di leggere e rileggere i libri che m'ero fatti venire
da Napoli. E aspettavo al varco il postino che avrebbe dovuto
consegnarmene altri che avevo ordinato.
Ormai sapevo che per chiamare gli spiriti ci voleva un tavolino
tondo, a tre piedi. E un giorno convinsi il falegname dirimpetto
a casa mia a costruirmene uno. Lo portai a casa un po’
soppiatto, cercando di giustificare a mia madre l'acquisto. Le
dissi che era un regalo che mi volevo fare. Si poteva mettere
vicino al mio letto. Ci avrei posato sopra i libri di lettura,
per distinguerli da quelli di studio, così non mi sarei confuso.
Mia madre tentennò il capo, per nulla convinta, ma non replicò.
Rimasto solo finalmente, poggiai le palme delle mani aperte sul
tavolino e dopo aver pronunziato preghiere e invocazioni, quelle
stesse che avevo appreso nelle mie continue letture dei testi
magici, cercai di evocare qualche anima vagante. Sapevo che non
vengono subito appena chiamate, non stanno certo lì ad
aspettare.
le ore passavano e non succedeva nulla. Deluso, rinunziai, anzi
feci di più, relegai il tavolino in una vecchia stanza dove non
entravamo mai. Ormai ero convinto di non possedere doti
medianiche.
Dopo cena, mio padre venne a darmi la buonanotte ed io mi
preparai ad un sonno sereno.
Improvvisamente, nel silenzio profondo dell'ora, cominciarono ad
avvertirsi forti rumori. Qualcuno batteva violentemente
qualcosa. Tutta la casa fu ben presto sveglia, all'erta per
capire prima di tutto, di cosa si trattasse.
Era il tavolino. Solo! Aveva preso a battere in Morse strani
messaggi. Mio padre che sapeva il codice, li traduceva allibito,
mentre mia madre in un angolo pregava e piangeva.
Dopo un primo momento di smarrimento e di sorpresa, mio padre
prese il tavolino, aprì la finestra e, tenendolo alto sulla
testa, come ad imprimere maggiore slancio, lo scaraventò giù.
Poi... furono rimproveri e qualche schiaffo.
Il giorno dopo, mia madre venne a svegliarmi.
«Non dovevi farlo, quello che hai fatto!» mi rimproverò. «Sono
cose pericolose. Tu non puoi capire; per te, alla tua età, è
tutto un gioco, un'avventura. Tuo padre è stato fin troppo buono
con te». «Ma, mamma...» '
«Zitto! Non ti fare sentire. Lo sai cosa è successo alla zia,
per scherzare con queste cose?»
«Alla zia?»
«Sì, mia sorella. Appena sposata andò ad abitare in una vecchia
casa. Glielo avevano detto che era infestata, ma lei, dura,
niente, non ci voleva credere. Così andò ad abitare lì, che era
ancora sposina».
«E lo zio, anche lui lo sapeva?»
«Sì, certo. Ma quello non ha prudenza. Anche mia sorella,
però... Appena tornati dal viaggio di nozze entrarono in quella
casa. Erano tutti contenti e indaffarati. C'era da mettere a
posto i regali, poi disfare le valigie. Quando andarono a
coricarsi era tardi, avevano sonno ed erano stanchi. Ma avevano
appena spento la luce che un'ombra si materializzò ai piedi del
letto. Una brutta faccia, qualcosa di minaccioso. Sulle prime
non capirono che cosa fosse, anzi, mia sorella mi disse di aver
creduto che fosse un ladro, un malfattore entrato in casa per
derubarli: Quando accesero la luce, quella "persona" non c'era
più. Guardarono tutta la casa. Porte e finestre erano sprangate.
Impossibile che qualcuno si fosse introdotto di nascosto»...
«E allora? Racconta. Come andò a finire?»
«Andò a finire che era sempre la solita storia. Di giorno
niente, la notte qualcuno spuntava e minacciava. A1 terzo giorno
scapparono da lì, senza neanche fare i bagagli. Ci dovetti
andare io, che ho meno coraggio di lei...»
«Ci fossi stato io, invece...»
«Tu, niente. Non scherzarci sopra. Non son cose da prendere alla
leggera. Mi devi promettere che sarai più cauto!»
«Ma io non credevo... che sarebbe successo quello che è
accaduto. Quello che mi interessa è il libro del 500.»
«Non voglio sentirne parlare. Non ti rendi conto. È troppo
pericoloso. Devi lasciar perdere.»
Non risposi. Certamente non potevo promettere a mia madre di
fare qualcosa, essendo sicuro di non potere mantenere l'impegno.
Ne andava del mio senso dell'onore. Se solo avessero capito
quanto era importante per me!
Il mattino dopo andai dal professore, e dopo avergli raccontato
del mio inutile viaggio a Mazzarrà Sant'Andrea gli comunicai la
mia intenzione di condurre la ricerca del libro del 500 a Patti
Marina. Mi ricevette con la solita cordialità, ma c'era in lui
come una sorta di ritrosia. Capivo che forse voleva dirmi
qualcosa, ma ne era come impedito. Alla fine, dietro le mie
pressanti richieste per sapere il perché del suo insolito
comportamento, mi disse con molta franchezza: «Ho parlato con
tuo padre. Anch'io sono d'accordo. È meglio lasciar perdere
questa ricerca del libro. Sei un ragazzo. Pensa a studiare. Son
cose difficili e complicate. Non sono adatte a te. Lascia
perdere!»
Mi allontanai con l'impressione d'essere stato tradito, ma anche
stranamente determinato ad andare avanti, malgrado tutto.
Dovetti aspettare oltre un mese per avere l'opportunità di
allontanarmi dal paese. Difatti, pur senza farmelo pesare, i
miei genitori mi controllavano molto più da vicino ed io non
volevo far nulla per metterli in preoccupazione.
Ma quella domenica mattina, presi di volata il treno delle 8,30
raggiunsi a piedi Patti Marina, dove mi aveva indirizzato zu
Giovanni.
Il grande magazzino d'agrumi era in piena attività quando vi
giunsi voci di donne e i rumori della lavorazione. Appena
varcato l'ingresso mi si fece incontro un vecchio sdentato con
pochi capelli sul cranio macchiato di vecchiaia.
<< Che cosa desideri?»
<< Cercavo don Antonino Spartà.»
<< Il principale non c'è. Parla con me. Sono il custode. Di che
>>
proprio parlare con don Antonino, in persona.» dico che non
c'è...»
<<Quando torna?»
<<Che ci sono dietro, io, a contargli i passi? Torna quando
vuole tornare , è il padrone! Ma tu che vai cercando? Si tratta
di qualche partita di limoni? Che ti manda tuo padre? Non mi
pare di conoscerti!»
<<Non sono di questo paese. Vengo col treno.»
<<allora, che vuoi?»
<<Non sono cose da parlarne a lei. Devo fare una domanda a don
Antonino.»
Il vecchio, indispettito e offeso dal mio rifiuto, girò le
spalle e si allontanò.
Peccato, andavo considerando fra me. Una giornata persa. Ma
allora quel libro era veramente una cosa impossibile da
trovare...
Quante difficoltà, tempo, impegno e poi, poi un pugno di mosche
in mano.
Tornai al paese senza più mordente. E io che avevo rischiato una
punizione severa da mio padre. Se non era destino... A certe
cose un vero siciliano non si oppone mai.
La sera, uscendo da un caffè dove ero andato a comprare un cono
al limone, mi sentii chiamare. Era la figlia della signora
Pietra Rugolo.
«L'hai trovato?» mi chiese subito. «Che cosa?» cercai di
tergiversare. «Come che cosa? Il libro!» «No!»
«Ma ci sei andato, dove dovevi andare?»
Ero indeciso se fermarmi o no a parlarne con quella ragazzina;
una donna di queste cose che ne poteva capire?... Però, il suo
sorriso era così dolce e accattivante e gli occhi neri così
curiosi e maliziosi...
«Sono andato, ma non c'era. È troppo lungo a raccontarsi. E
forse non ci torno più. Devo studiare.»
«Come, lasci perdere? Se non fosse per mia madre, che non mi
lascia muovere un passo, verrei anch'io con te a cercarlo.
Oppure cominci ad avere paura?»
«Figurati! »
«Allora perché vuoi abbandonare tutto? Tu sei così coraggioso.
Se non ci riesci tu, non ci riesce di sicuro nessun altro. Che
peccato, se molli tutto.»
«Forse ci ripenso.»
«Sì, vai, vai. E fammi sapere quando. Io ti aspetterò alla
stazione, così mi racconti.»
«E tua madre'?»
«Dico che vado dalla nonna.»
Ormai era una questione di puntiglio con me stesso, ma
soprattutto con quella ragazza. Mi dispiaceva deluderla. E poi
c'ero quasi arrivato a sapere se il libro esistesse realmente.
Quello avrei dovuto appurarlo. Poi, se non era il libro del 500,
pazienza. Ma nessuno avrebbe potuto dire che avevo paura di
cercarlo.
Le settimane di vacanza andavano volando via, mai un'estate mi
era sembrata così breve. Se avessi aspettato ancora, ero certo
che avrei finito con il rinunziare alla mia ricerca. Cominciando
le lezioni, non avrei avuto più tempo e forse nemmeno più la
voglia.
Quella domenica di fine settembre mi sembrò fatta apposta per
portare avanti il mio progetto. Il cielo era terso e il sole
abbagliava come non mai, quando presi il treno. Mille indizi, un
luccichio nel verde compatto del treno in corsa, una zaffata
d’aria profumata che superava la barriera del finestrino chiuso,
tutto contribuiva a darmi la certezza del successo.
Dentro di me cantava un'allodola.
Mi diressi sicuro al magazzino d'agrumi. Poco prima di
oltrepassare la porta, ne uscì fuori un uomo scarno, sulla
cinquantina. Chissà come, fui sicuro che si trattasse di don
Antonino Spartà. «Cercavo di lei!» gli dissi.
«Di me?»
«È don Antonino Spartà, vero?» «Sono io!»
«Mi manda zu Giovanni di Mazzarrà Sant'Andrea.» «Parla, che
vuoi?»
«Il libro del 500.»
«Mandano proprio te a domandarmi quel libro?» si meravigliò il
commerciante. «Sei un ragazzino. Ma come c'entri in queste cose?
Chi sei?»
Gli spiegai tutto d'un fiato del professore, che mi aveva per
primo fatto nascere curiosità sul mondo della magia, gli dissi
della signora Pietra e del suo casolare abitato dagli spiriti,
del tesoro nascosto, della mia inutile ricerca del libro
prodigioso in casa di zu Giovanni, di come fossi stato
indirizzato a lui...
«Non hai paura di queste cose?»
Non risposi, ma il mio sguardo doveva essere così fermo, la mia
determinazione così forte che don Antonino ne fu certamente
scosso.
«Aspettami laggiù», mi ordinò guardando il greto del torrente
poco distante, che divide Patti dalla Marina.
Obbediente mi diressi nel luogo indicatomi, dove rimasi una
diecina di minuti ad osservare le pietre luccicanti al sole.
Quando don Antonino mi raggiunse aveva con sé una valigetta. «È
chiusa da tanto tempo, che non sono sicuro di poterla aprire. »
Ma le chiusure, alla pressione delle sue mani, cedettero e...
dentro c'era il libro.
Stesi le mani, avidamente.
«Aspetta», mi bloccò don Antonino. «Prima devo avvertirti...
Il libro lo puoi toccare, ma guai ad aprirlo. Stai attento anche
che non si apra per caso, se no...»
Le parole non dette, e soprattutto quel tono di minaccia e
ammonimento, mi fecero correre un brivido per le vene; malgrado
il sole violento un sudorino freddo prese a serpeggiarmi per la
schiena.
«E allora?» mi incitò don Antonino.
Allungai le mani a reggere il misterioso libro del 500. Era un
volume delle dimensioni di un'enciclopedia, con una copertina di
metallo annerito.
«Vedi? Questa è una lega d'oro, argento e rame, è spessa più di
mezzo centimetro», mi spiegò don Antonino.
«È pesante!» osservai. «Non devi sfogliarlo!» Non risposi.
«Ecco! Reggilo così. Devi resistere alla curiosità. Ne va della
tua stessa vita.»
Dal dorso del libro sporgeva un che di puntuto. Don Antonino con
cautela tirò verso di sé l'o getto. Era una bacchetta della
stessa lega della copertina, lunga quasi quanto il libro. Nella
parte superiore finiva con un teschio e una piccola croce, in
fondo terminava con un pesce appuntito.
«Questa bacchettina serve a comandare gli spiriti.»
Come preso da un'insolita fretta, don Antonino mi tolse il libro
dalle mani e lo risistemò nella valigetta.
Insieme ci incamminammo verso la stazione ferroviaria di Patti.
Ora tra noi c'era come una reticenza a parlare. Ma poco prima
che arrivasse il treno, don Antonino mi disse che sarebbe venuto
a Barcellona, per conoscere il professore, al quale assicurai
avrei parlato del libro, e anche la signora Pietra. (Sono
passati circa 50 anni da allora, eppure, se ci penso, sento di
poter rivivere con la stessa emozione quel giorno. Molti
parlavano di quel libro, ma nessuno l'aveva mai visto. Io
l'avevo tenuto tra le mani, seppure per poco).
Giunto a Barcellona, mi precipitai a casa del professore. Mi
feci largo tra il gruppo dei suoi affezionati «pazienti» e lo
chiamai in disparte.
«L'ho visto», dissi con semplicità e orgoglio. «L'ho tenuto in
mano! »
Il professore allibito mi chiese di che parlassi, senza indugio
gli raccontai del mio incontro con lo Spartà, del libro magico,
delle ammonizioni che mi aveva fatto mostrandomelo, di come
sarebbe venuto la domenica successiva per conoscerlo.
Quando andai via, il professore mi strinse la mano.
La settimana volò via lesta lesta. E alle 12.30 della domenica
io fui alla stazione a ricevere don Antonino Spartà.
Ormai eravamo due amici che si incontrano, accomunati, per
giunta, da un segreto così grande. Lungo la strada non potei
fare a meno di chiedere dove avesse trovato il libro miracoloso.
Don Antonino non si fece pregare.
«Sono passati tanti anni, ormai. Ero stato a caccia. S'era fatto
tardi, troppo tardi per pensare a rifare la strada fino al
paese. Già pensavo di passare la notte all'addiaccio, quando mi
rammentai che in quei paraggi c'erano i ruderi d'un convento.
Avviai la bestia. Del grande edificio, una volta fervente di
vita, non era rimasto che qualche muro alzato, una campana e una
croce sul tetto. Il caseggiato, tuttavia, offriva qualche
riparo. Mi introdussi all'interno; c'era un tappeto di vecchi
libri, certamente messali, libri di chiesa, oggetti sacri fuori
uso. Rimestai un po' con i piedi, per farmi spazio e
distendermi, quand'ecco vidi un leggero luccicare. Mi chinai per
osservare meglio: era un libro dalla copertina di metallo. Lo
raccolsi. Era pesante. Lo sollevai alla luce della luna e
l'aprii. Non l'avessi mai fatto!»
Spartà tacque bruscamente. Eravamo proprio giunti in mezzo al
ponte sul torrente Longano.
Io, completamente rapito dal racconto, vincendo ogni naturale
discrezione, lo incitai con foga: «Non si può fermare proprio
ora!» lo scongiurai.
Quello si volse a guardarmi, abbassando più volte la testa.
«Quando ci penso, mi sento tremare le gambe», spiegò. «L'avevo
appena aperto, quel libro, che si scatenò un putiferio. Gli
alberi nella calma calura della notte d'estate presero a fremere
come se fossero investiti da una tempesta, il cielo si fece
rosso di lampi e uno mi cadde vicino ai piedi, facendomi balzare
indietro terrorizzato. Poi s'aprirono le cataratte nel cielo, ma
a cadere non era solo acqua, grandine piombava a terra, a
chicchi grossi come sassi, e cadendo schizzava e rimbalzava e
ogni pietra di gelo mi veniva addosso e mi colpiva in faccia,
sulle gambe, sul petto. Non sapevo come ripararmi prima. Il mulo
che avevo lasciato a brucare s'impennò e si dette alla corsa
nella campagna, ragliando come impazzito. In tutto quel
finimondo il libro mi cadde dalle mani. Arretrando in cerca di
scampo, me lo trovai tra i piedi e, non so perché, gli mollai un
calcio che lo mando contro il muro, e lo fece chiudere. Mentre
lasciavo correre una bestemmia per il gran male che m'ero fatto
al piede, colpendolo, mi resi conto di qualcosa di portentoso:
il temporale era cessato d'incanto. Non ci volle molto a
collegare i due fatti straordinari di quella notte, il libro
strano e il temporale, ancora più inspiegabile. Capii che quel
libro poteva essere quello di cui avevo sempre sentito parlare.
Tanto più che, come mi chinai ad osservarlo meglio, vidi che
nella caduta era spuntata dal dorso una bacchettina. Presi in
mano il tutto, lo misi nel carniere e... da allora non l'ho più
aperto.»
Arrivati a casa del professore, questi ci si fece incontro,
cordiale e sorridente, ma a me che lo conoscevo sembrò forse un
po’ imbarazzato. C'era anche la signora Pietra e un amico del
professore, il sig. Sebastiano Perdichizzi, che gestiva un
avviatissimo negozio di calzature in Via Garibaldi, ma che aveva
un grandissimo interesse per le cose di magia.
Quel giorno la mia curiosità rimase delusa. Mi aspettavo che
subito cominciassero a trafficare con il libro, ma essi si
limitarono a raccontarsi le loro esperienze e si accordarono per
incontrarsi ancora e andare insieme nei luoghi in cui sia il
sig. Perdichizzi, sia il professore sapevano trovarsi tesori
nascosti, controllati da spiriti maligni. Seppi anche che
sovente si incontrava per parlare di queste cose. Ma io non vi
partecipai, impegnato come ero con la scuola. Mi feci promettere
però che, quando avessero deciso di andare a «liberare» la casa
colonica della signora Rugolo, mi avrebbero avvertito, perché
anch'io partecipassi.
Era una notte d'autunno dal cielo limpido seminato di stelle, in
cui occhieggiava una luna sfacciata, quando ci recammo nella
proprietà della signora Pietra.
Il silenzio della campagna era rotto dallo stridio di qualche
grillo e una cicala cantava nascosta nel fogliame d'un albero.
I coloni avevano sgomberato la casa, sopraffatti dalla ostilità
invincibile degli spiritelli che l'abitavano. La signora Rugolo
aprì un po' emozionata la porta della casa, poi si trasse
indietro e mi consigliò di fare altrettanto: «È meglio che
gliela facciamo sbrigare a loro», sussurrò.
A dire il vero, io avrei voluto entrare, assistere di persona a
tutto quello che succedeva... ma la donna mi bloccò per un
braccio e un po' pregò, un po' mi ingiunse di restare con lei a
farle compagnia.
Così, alla fine ad entrare furono il professore e don Antonino,
che reggeva il libro, ancora chiuso, tra le mani.
Tutto quello che m'avevano raccontato fino ad allora avrebbe
dovuto mettermi sull'avviso. Confesso, invece, che mi trovai
impreparato a vivere l'esperienza che seguì. Ancor oggi, con il
naturale distacco che gli anni e la maturità conseguente mi
hanno dato, non posso fare a meno di provare una viva
impressione, rievocando quei fatti.
Dalla casa dove s'erano introdotti il professore e lo Spartà si
sentiva un fruscio in crescendo, come se qualcuno con sempre
maggior vigore si desse a ramazzare per terra con una scopa di
Saggina. Il suono si spezzò d'improvviso. Il silenzio che seguì
fu subito dopo interrotto da tonfi e colpi indiavolati; sembrava
che enormi massi cadessero a terra, frantumandosi. Il rumore,
come di lotta, arrivava a coprire le invocazioni quasi urlate
che il professore faceva alla Vergine e ai santi. Ma anche fuori
avvenne qualcosa di prodigioso: scagliati dal nulla sassi
colpivano le vecchie tegole della casa. Mentre cercavamo scampo,
atterriti, in lontananza la campagna si rischiarò di un bagliore
di fiamme, che circondarono ad anello il casolare.
«Madonna santa, aiutateci !» andava mormorando la signora.
Pietra con voce sempre più alta e mi stringeva a sé,
convulsamente. fuori. Ad aspergere anche lì l'acqua benedetta
che aveva portato in una ampollina.
Dalla porta aperta ci vedemmo sedie volare per la casa, come
trascinate da un filo invisibile; una imboccò la porta d'uscita
volando appena al di sopra delle nostre teste, andò a planare su
un albero, dove rimase in bilico, dondolando forsennatamente.
Un grido gutturale. Spartà, pallido e tremante, con i pochi
capelli ritti sul capo, fu scaraventato fuori. Si arpionava la
gola con le mani: <<Sono spiriti ribelli!» avvertì con una voce
arrochita, appena comprensibile.
La signora Pietra non resistette oltre, trascinandomi per la
mano, prese a correre per lo stradale in direzione del paese.
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