La Voce del Longano

Racconti Arichivio 1

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Carmelo Santalco

 

Pensando di rendere omaggio all'amico Carmelo Santalco come narratore. In questa pagina web, saranno pubblicati, alcuni suoi racconti. Con l’intento di dare un contributo di memoria “storica” sulla nostra città, ai nostri concittadini sparsi per il mondo. Si ringrazia la famiglia Santalco per la gentile concessione.

 

 

IL SOLDATO AMLETO

 

Ingenuo contadino di Ascoli Piceno, classe 1913, alto non più di un metro e cinquantotto, un tipo tozzo, richiamato alle ar­mi dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. Amleto venne destinato in Grecia, e assegnato al 3° reggimento fanteria, 81 compagnia «armi d'accompagnamento». Fin dal suo arrivo al reparto divenne il passatempo dei commilitoni. Non passava giorno che non venisse richiamato, e qualche volta punito, dai sottufficiali perché dava del tu a tutti i superiori.

Quando il 3° reggimento venne spostato alla difesa costiera della penisoletta del Katacolon nel Peloponneso, perché i comandi superiori temevano lo sbarco degli anglo-americani in Grecia, Amleto, quale mitragliere, andò a finire, assieme ad altri cinque commilitoni, in una postazione tra il mare e la palude di Sikià.

I suoi compagni, tutti siciliani, gli affidarono il servizio di corvé, per cui egli tre volte al giorno andava e veniva dal comando e dalle cucine, distanti da tre a quattro chilometri, per ritirare la posta, il caffè e il rancio.

Accovacciati sulla duna, sotto la quale era sistemato l'abita­colo della mitraglia, seguivano il suo andirivieni e lo sfottevano, ma Amleto nella sua bonomia non se l'aveva a male.

I soldati, quando non erano impegnati in esercitazioni, passavano le ore giocando a carte, organizzando scherzi, raccontando barzellette o i guai delle proprie famiglie. Ognuno di loro cono­sceva vita e miracoli degli altri. Anche Amleto confidava i suoi segreti.

Tutti avevano parlato delle loro avventure amorose, vere o inventate, e lui, per non essere da meno, aveva raccontato che nei quaranta giorni in cui era rimasto a Bari, in attesa di essere imbarcato per la Grecia, aveva conosciuto una ragazza, alla quale aveva fatto perdere letteralmente la testa. Aveva detto anche il nome: Maddalena.

Non l'avesse mai fatto! Giovanni Previti, un soldato buon tempone, dopo qualche giorno gli fece trovare tra la posta una lettera proveniente da Bari, con un timbro pasticciato sulla busta che solo occhi esperti avrebbero potuto scoprire come falso.

Quel giorno Amleto, tornato dal comando, distribuì la posta e le gavette ai colleghi, trattenne la sua e prima di consumare il rancio, sedutosi in disparte, si mise a leggere. Allibì! Incominciò a sudare freddo e a girare e rigirare tra le mani la busta per ac­certare che fosse proprio lui il destinatario.

Maddalena scriveva che dopo due anni di ricerche era riuscita ad avere il suo indirizzo dai comandi militari. Lo informava che dall'incontro amoroso che avevano avuto a Bari era nato un bambino al quale aveva dato il nome di Nicola protettore della città e pretendeva che egli se ne assumesse la paternità e l'onere del mantenimento. Lo accusava di vigliaccheria per averla inguaiata e abbandonata e lo invitava a rispondere a stretto giro di posta, perché diversamente si sarebbe rivolta alle autorità militari.

Il povero Amleto cominciò a smaniare. Si sapeva innocente e non si dava pace; pensò di parlarne ai colleghi, che intanto seguivano le sue mosse, ma non ne ebbe la forza e scoppiò in lacrime.

Il primo a confortarlo fu Giovanni Previti, il quale, dopo aver finto di leggere la lettera che egli stesso aveva scritto, lo rassicurò che nulla aveva da temere e che comunque sarebbe stato bene raccontare tutta la verità al tenente... Per precauzio­ne. Non si sa mai...

La sera, all'ora del rancio, in mezzo a due commilitoni, come Cristo tra i due ladroni, si presentò alla mia tenda con la lettera in mano piangendo: «Sono innocente, signor tenente; non so niente; tu mi devi aiutare. Io ho moglie e figli.»

Avendo capito la birbonata dei compagni gli dissi che era un credulone e che era vergognoso che un militare piangesse come un bambino per uno scherzo. Mi ringraziò, voleva baciarmi le mani, e rasserenato tornò in postazione.

Previti fu punito, ma il povero Amleto continuò ad essere la sua vittima.

Non erano trascorsi quindici giorni, quando una mattina i so­liti compagni della postazione decisero di organizzare un enne­simo scherzo, mettendo in conto di dover rinunziare per quel giorno al caffè.

Amleto, di prim'ora, era partito per le cucine e i cinque, a di­stanza di un centinaio di metri dalla postazione, scavarono una fossa ben profonda sul sentiero che la vittima soleva percorrere. La coprirono con assicelle di canna e giornali, spargendovi so­pra uno strato di sterro. A1 ritorno di Amleto dalle cucine, i suoi compagni, che lo attendevano al varco, dalla postazione segui­vano il suo apparire e scomparire nel saliscendi delle dune.

Quando si fu lasciata dietro l'ultima duna, prima che. giun­gesse sulla buca, ad evitare che potesse accorgersi dell'irregola­rità di quel punto del sentiero, i cinque dalla postazione lo di­strassero con grida e sventolii di fazzoletti.

Il povero Amleto che procedeva a passo lento, come era sua natura, sorpreso dall'insolita accoglienza, non potendo gestico­lare avendo nelle mani le gavette col caffè, rispondeva sorriden­do e con gridi dì gioia, quando tutto ad un tratto sprofondò. Re­starono fuori dalla buca la testa e la canna del fucile 1891 che portava a tracolla.

Col terreno sabbioso, i cinque burloni faticarono a tirarlo fuori, perché la sabbia faceva mulinello attorno al corpo del po­veraccio, che non se la prese, anzi parve quasi divertito: sembra­va che fosse lui stesso ad organizzare lo scherzo. Era contento perché quelli erano rimasti senza caffè mentre lui 1o aveva preso in cucina...

 

 

 

I RE MAGI

 

Almeno una volta la settimana li trovavo dietro la porta del mio ufficio. Arrivavano al Comune di prima ora per poi tornare al lavoro.

«I re magi», li chiamava il vecchio capo-commesso, cavalier Marullo. Il segretario generale, quando li vedeva, spariva: avevano sempre qualche lamentela da avanzare.

Don Peppino Andaloro barbiere, don Carmelo Rizzo sarto e Turuzzo Russo fotografo: brave persone, però petulanti nelle loro richieste. Avevano sempre da sottoporre problemi e iniziative, anche se spesso irrealizzabili, per la comunità pozzogottese.

Erano una continua lagna: «Signor sindaco, a Pozzo di Gotto non si fa niente. Barcellona è un cantiere.»

E non era vero, perché le iniziative andavano di pari passo in tute le zone della città, che si trovava in stato di assoluto abbandono. Si operava in base alle esigenze più impellenti e ai finan­ziamenti che riuscivo ad ottenere dalla Regione. Col bilancio comunale non era possibile provvedere nemmeno alla ordinaria amministrazione.

La verità è che i tre amici, quando parlavano di Pozzo di Gotto, intendevano riferirsi alla vecchia via Garibaldi, a piazza Assunta, a via Risorgimento, ai Panteini, al Carmine, cioè alla parte vecchia. Tutto il resto per loro non apparteneva a Pozzo di Gotto, nemmeno la zona cosiddetta dei Marsalini, perché sotto la giurisdizione dell'arcipretura di Barcellona.

Le nuove arterie sorte a valle dell'unica via esistente, la Garibaldi, il grande quartiere Petraro e gli impianti sportivi non appartenevano al loro vecchio mondo.

Erano i tempi in cui ancora pozzogottesi e barcellonesi facevano a sassate, schierati al di qua e al di là del torrente Longano che divide le due zone della città.

Si ingiuriavano a vicenda: i pozzogottesi erano chiamati «affumicati», per via del fumo che esalava dalle fornaci dei «critari», e i barcellonesi «manciacagnola», perché si diceva che gustassero la carne del fedele amico dell'uomo.

I tre bravi artigiani erano inconsapevoli portatori di un residuo sentimento campanilistico, che, con l'andare degli anni, è rimasto seppellito sotto la copertura del torrente Longano.

 

 

 

«A MISSA»

 

Alla messa delle undici, quella domenica di settembre incon­trai mio compare Cassata all'oratorio salesiano. Mancavo da qualche mese, per cui Nello ed io ci intrattenemmo per alcuni minuti sul terrazzino antistante a salutare gli amici.

Entrati in chiesa, prendemmo posto accanto alle nostre mogli. Mio compare si sedette alla mia sinistra.

Serviva la messa quel giorno il commerciante Gigliuto. All'omelia, il parroco, don Enzo, prendendo a spunto la parabo­la del Vangelo che narra dell'amministratore astuto, si soffermò a lungo a parlare e criticare le ruberie dei commercianti, sul pe­so, sulla misura o sulla qualità delle merci.

«Compare,» mi disse Cassata, guardando fisso Gigliuto che, seduto accanto all'altare, seguiva compunto e colpevole le paro­le del salesiano, «guarda, guarda Gigliuto cu labbru a pinnuluni comu u segui tuttu afflittu! »

Cercai di mantenere un atteggiamento calmo.

Dopo qualche minuto, riprese: «Ca sunnu quasi tutti cum­mercianti...» Rise, coprendosi la faccia con la mano. «Iu nun ca­pisciu u picchì i cazziati ni 1'hamu a pigghiari chiddi chi vinemu a' missa.»

 

 

 

IL BARONE LA LUMIA

 

Trascorreva molti mesi dell'anno a Palermo, dove seguiva fra l'altro una causa civile per tentare di riscattare un suo palazzo di piazza Politeama, al centro della città, che era stato acquistato all'asta per poche lire, da un istituto bancario. A Palermo, allog­giava al Grande Albergo delle Palme. D'inverno preferiva fer­marsi a Canicattì, sua città natale, dove era titolare di una abbazia laica.

Conduceva una intensa vita mondana: frequentava il teatro Massimo, non mancava ai vari festival del cinema, a Taormina, Venezia, Cannes, o a quello delle canzonette di San Remo. In quelle occasioni veniva ripreso dalla televisione insieme ad at­tricette e cantanti.

«Dove c'è da godere, mi ci butto!» soleva dire.

Quando lo conobbi, aveva già superato la cinquantina. Era grassoccio e piccolo di statura, non aveva più capelli, in compenso si fregiava di una barba lunga e folta, molto curata. Sem­pre elegante nei modi e nell'abbigliamento, era molto cerimo­nioso, soprattutto con le donne. Diceva di amare tre cose su tutto: i fiori, simbolo di purezza, le donne e la musica.

Quando il caldo era eccessivo tirava fuori un grande ventaglio e si soffiava. «Per allontanare gli spiriti», assicurava.

Era estremamente superstizioso: se un gatto nero gli attraver­sava la strada tornava indietro, facendo scongiuri. Non dimenti­cava di appuntare sulla cravatta dal gran nodo uno spillo con l'occhio apotropaico, perché dal male bisognava guardarsi in tutti i modi.

Estroso, quanto mai, il barone aveva l'abitudine di portare un fazzolettino di seta nel taschino della giacca, il cui colore connotava lo stato del suo cuore: rosso se era innamorato soddisfat­to, verde se speranzoso, giallo se deluso, e bianco, infine, se in stato momentaneo di purezza, ma anche di disponibilità.

Quando qualcuno gli sollecitava un giudizio, una presa di po­sizione su problemi di attualità, assumeva un'aria distaccata, o rideva cortese e indifferente.

Sua principale occupazione era se stesso, Gioacchino, barone La Lumia; suo principale interesse vivere bene i giorni, molti o pochi che fossero, che Dio gli aveva destinati.

Era un brillante conversatore, dalle vaste conoscenze. Con lui ci si poteva intrattenere di astrologia, di arte, di musica, di scienze naturali. Ma il suo argomento preferito erano le donne e la bellezza.

I camerieri dell'albergo, che gli servivano la colazione in camera, non mancavano di fargli avere due fiori, garofani di preferenza, o due bei boccioli di rosa. Non lasciava mai la sua camera prima delle undici, a meno che non vi fosse costretto da un impegno inderogabile con qualche bella donna o da un affare importante.

Nella hall si intratteneva con il personale, al quale non mancava di offrire qualcosa, o con qualche amico, l'agenda costantemente in mano per annotare minuziosamente ogni cosa, cappello e guanti, il bastoncino dal pomo d'avorio.

Amava passeggiare nel centro della città in carrozza scoperta, sempre lo stesso percorso che si snodava da un palazzo all'altro, e da un ricordo all'altro, la via 1Vlaqueda, la via Ruggiero Settimo, il bel viale della Libertà. Spesso poi rievocava quelle nobili famiglie che vi avevano abitato e dato lustro.

Consumava i suoi pasti al ristorante dell'albergo, quasi pre in compagnia di splendide donne, attorniato da maître merieri, come un satrapo orientale.

Le ragazze che di notte allietavano gli ospiti del grande albergo, avevano tutte frequentato il suo letto. Raccontavano del barone, con grande dolcezza, la sua generosità prima di tutto, e lo strano modo di celebrare l'amore, un vero rito: prima di met­tersi a letto egli si profumava abbondantemente, poi s'inginocchiava e pregava. Soddisfatti i sensi, tornava ad inginocchiarsi per rendere grazie a Dio di avergli dato la forza di fare l'amore.

Negli ultimi anni della sua vita si ritirò nelle sue terre di Giacchetto, una frazione di Canicattì, insieme ai suoi amici co­loni e servitori, ai cani e al pappagallo, che aveva fregiato del ti­tolo di gran referendario, e al quale aveva insegnato una sequela di parolacce, e a un amatissimo gatto, per la cui morte organizzò fastosi funerali, ai quali parteciparono in massa, oltre ai coloni, anche gli abitanti della zona. Qualche mese dopo, al gatto fece erigere un monumento, alla cui inaugurazione partecipò una folta schiera fotoreporter.

Fu l'ultima bizzarria di Gioacchino La Lumia, ultimo abate laico di Canicattì, per un incidente del caso nato con un millennio di ritardo.

 

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Ultimo Aggiornamento 25/01/2012

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