La Voce del Longano

Privilegi e Sprechi

 

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Schede telefoniche utilizzati da parenti e pagati dalla Regione

Palermo: indagine della Procura. Ipotizzato il reato di peculato e truffa, questa la nuova inchiesta da parte dei carabinieri del nucleo investigativo, che vede protagonisti diversi parlamentari siciliani dove, grazie ad una convenzione stipulata nel 2001 tra la compagnia Tim e l' Ars. Difatti, in quel periodo, fino al 2008, la Tim invio' una lettera all' assemblea regionale dove si chiedeva il pagamento di una bolletta di 300mila euro per le chiamate inviate da 700 telefonini, dei deputati regionali (non tutti), nel periodo 2007-2008. Fu un dirigente dell' Ars a denunciare tale spreco e da lì iniziarono le indagini da parte dlla Procura della Repubblica. Si vocifera di almeno 8-10 schede a deputato, ovviamente utilizzate da parenti, figli, nipoti..Un' altro scandalo che getta una macchia nello spreco pubblico di alcuni rappresentanti politici a Palermo.

 

Regione Siciliana via alle consulenze di fine anno

La giunta di governo rinnova gli incarichi e ne affida di nuovi: Massimo Grillo ottiene un contratto per sviluppare il turismo a Trapani. Prorogati pure gli esperti nominati per le alluvioni nel messinese. Nonostante gli annunci di tagli e riduzione delle consulenze, il governo guidato da Raffaele Lombardo anche in questi giorni di festa non ha rinunciato ad affidare o rinnovare incarichi esterni. Tra le new entry spicca il nome dell'ex deputato regionale Massimo Grillo, appena passato a Fli e nominato consulente per il turismo proprio da un assessore indicato in giunta dai finiani di Sicilia, Daniele Tranchida. La parte del leone l'ha fatta comunque il presidente della Regione. Il governatore ha rinnovato in toto i consulenti che in questi anni si sono occupati di Giampilieri e degli altri paesi del messinese colpiti dall'alluvione del 2009: così Angela Fundarò continuerà fino a ottobre 2012 a ricevere un compenso di 2 mila euro al mese per "attività di recepimento delle istanze dei comitati di base e coordinamento dei rapporti con gli organi d'informazione". Stesso discorso per Gabriele Amato, Felice Zaccone e Francesco Micali, quest'ultimo finito al centro delle polemiche per aver scritto nel suo curriculum il titolo di quinto anno in pianoforte.  L'assessore all'agricoltura, Elio D'Antrassi, si è avvalso di consulenti esterni per il periodico "Terrà", diventato una rivista patinata della Regione e non più un organo d'informazione dedicato agli specialisti del settore: liquidati la scorsa settimana i compensi per gli incarichi brevi dati a Calogero La Rocca (2 mila euro), Antonella Lombardi (4.936 euro), Annalisa Ricciardi (5 mila euro), Giuseppina Adriana Mannino (5 mila euro) e Adriana Falsone (2 mila euro).  Rientra alla Regione, ma da una porta secondaria, l'ex assessore e deputato Massimo Grillo, da poco passato dall'Udc a Fli: Daniele Tranchida lo ha voluto come consulente, fino a gennaio, per "la valorizzazione del turismo  a Trapani" con un compenso di 2 mila euro. Alla Sanità confermate poi le consulenze  di  Giada Li Calzi e Francesca Di Gaudio, entrambe con compenso fino a marzo di  6.197 euro.  Fonte: SiciliaInformazioni

 

Pronto il dossier sulle paghe dei parlamentari

Tremano Camere e Assemblea siciliana. Il mistero dei portaborse. I bunker sono solidi, non sono penetrabili dall’esterno, possono essere attaccati soltanto da insider pieni di buona volontà. L’Istat, cui è stato dato il rognoso incarico, ha consegnato il dossier sulle retribuzioni dei parlamentari, avvertendo – tuttavia – che il tempo concesso per la ricerca, non era affatto sufficiente e che, quindi, i risultati potrebbero subire dei ritocchi. È un modo come un altro per mettere le mani avanti, in un contesto scivoloso. Il principio dell’aggancio degli emolumenti alla media europea è vago, nonostante quel che appare, perché attorno alle indennità di base circolano un poco ovunque ammennicoli vari, più o meno riconoscibili. Le diverse voci devono essere “giudicate” parte, o meno dello stipendio.  E chi dovrebbe farlo, l’Istat? A quel punto più che una ricerca, diventerebbe un verdetto affidato ad un “notaio”. La media, inoltre, potrebbe essere desunta dalle principali democrazie europee o da tutti gli stati che compongono l’Unione Europea.  A seconda della scelta i risultati subiscono dei “sobbalzi”, a favore o contro le paghe dei parlamentari, così come oggi vengono assegnate. Gettando uno sguardo sui risultati della ricerca, si percepisce un dato: l’Istat ha scoperto la carta vetrata, e cioè che i parlamentari italiani guadagno più dei francesi e dei tedeschi, molto di più degli spagnoli (appena quattromila euro mensili circa), il 60 per cento inb più della media europea, una enormità. Ma c’è la questione dei portaborse che è in controtendenza. I francesi e i tedeschi li pagano di più. E allora? L’Istat, a questo punto, alza le mani in segno di resa. Fate vobis, insomma. La questione non sembra, però, così complicata da irretire i “contabili”: l’assistente del parlamentare è un signore, presumibilmente preparato, che prepara le carte, esegue ricerche, consiglia e suggerisce il da farsi, sulla base degli input che riceve dal suo datore di lavoro. Il suo stipendio non ha nulla a che vedere con quello del deputato o del senatore. La facciamo semplice perché non teniamo conto della diversità italiana: la Camera ed il Senato, ma anche l’Assemblea regionale siciliana, assegnano l’emolumento dell’assistente al parlamentare e non richiedono alcun riscontro. Di conseguenza, in Italia 4000 mila euro circa vengono assegnati ai parlamentari a titolo di rimborso forfettario. Quanto effettivamente paghino l’assistente è irrilevante. Questa pratica, com’è noto, è fonte di tante polemiche e di palesi irregolarità. La vertenzialità è molto alta, gli assistenti regolarmente assunti, seppure con contratto a termine, sono una minoranza. Altrove non è affatto così. Il criterio del rimborso forfettario viene seguito anche per i trasporti, la diaria, le spese telefoniche ecc. Accade la stessa cose per i contributi ai gruppi parlamentari ed altri benefit. Basterebbe, dunque, abolire il rimborso forfettario e pretendere la documentazione delle spese per fare pulizia e spendere meno. Ma questo tasto non si tocca, perché potrebbe contagiare i finanziamenti occulti dei partiti che ricevono il rimborso elettorale con il sistema forfettario, sulla base dei voti ottenuti e non delle spese effettivamente fatte. Mettere ordine nei Palazzi significa spazzare via gran parte degli sprechi. Invece si gira attorno alle indennità da tagliare sulla base della comparazione con i paesi europei. Magari si scopre che guadagnano di meno. Contenti e gabbati, insomma. Fonte: SiciliaInformazioni

 

I costi della Chiesa: “Con 6 miliardi l’anno, l’Italia farebbe miracoli”

Secondo una stima dell’associazione laica Uaar, tra fondi pubblici, esenzioni (vedi anche l'ICI) e privilegi vari, la Chiesa Cattolica ogni anno ci costa qualcosa come 6 miliardi di euro. Fanpage ha analizzato le principali cifre che «pagano credenti e non credenti» e che si potrebbero invece destinare alla ricerca medica/scientifica e alla rivalutazione del territorio italiano. «Con 6 miliardi l’anno, l’Italia farebbe miracoli». E’ questo lo slogan che i cittadini di Genova e Venezia hanno letto sui manifesti affissi nelle strade della propria città in questi giorni. Una campagna pubblicitaria finanziata dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), associazione che da anni si batte per l’effettiva laicità dello Stato italiano, salita alla ribalta grazie alla redazione del sito icostidellachiesa.it, una dettagliata lista di tutti dei privilegi fiscali e dei contributi di cui beneficia la Chiesa Cattolica. Tra Otto per mille, sovvenzioni statali, regionali e comunali, riduzioni Ires e Irap ed esenzioni varie (tra cui la tassa sugli immobili) la Chiesa ci costa ogni anno 6.086.565.703. Nei giorni della polemica sul non pagamento dell’ICI da parte delle istituzioni ecclesiastiche, infiammata dalla mancata rivalutazione delle rendite catastali per gli immobili del clero, l’inchiesta  della Uaar ha ottenuto una straordinaria visibilità, anche perché la stima fatta dalla Uaar è «un prezzo che pagano credenti e non credenti», come si legge negli stessi manifesti e sullo stesso sito: «L’UAAR parte dall’assunto che le religioni (tutte) le dovrebbe sostenere chi le professa. Ciò non accade, quantomeno in Italia, grazie a un numero considerevole di leggi e normative emanate in favore delle comunità di fede. Nessuno è al corrente dell’entità dei fondi pubblici e delle esenzioni di cui, annualmente, beneficia la religione che ne gode incomparabilmente più delle altre, la Chiesa cattolica nelle sue articolazioni (Santa Sede, CEI, ordini e movimenti religiosi, associazionismo, eccetera). Non la rendono nota né la Conferenza Episcopale Italiana, né lo Stato. È per questo motivo che l’UAAR ha deciso di dar vita alla piattaforma I costi della Chiesa: l’obiettivo è di presentare una stima di massima che sia la più attendibile e accurata possibile, citando estesamente le fonti e utilizzando metodologie trasparenti». La campagna pubblicitaria dell'associazione UAAR contro i privilegi della chiesa. Oltre 6 miliardi di euro, dunque, la stima fatta dei costi annui italiani della Chiesa cattolica. Una cifra abnorme che in questi tempi bui – tra crisi, manovre e stangate – porta sicuramente a storcere il naso. Ma come si è arrivati a questa somma? Le spese più significative che determinano l’ammontare complessivo sono le seguenti: 8×1000  – Oltre un miliardo di euro. E’ il meccanismo con cui lo Stato italiano ripartisce in base alle scelte dei contribuenti l’8% dell’intero gettito fiscale IRPEF fra lo Stato e diverse confessioni religiose, per scopi definiti dalla legge: ogni italiano sceglie se destinare l’otto per mille delle sue tasse a sette beneficiari: lo Stato, la Chiesa Cattolica, gli Avventisti, le Assemblee di Dio, i Valdesi, i Luterani, gli Ebrei. Un meccanismo semplice e trasparente (almeno stando allo spot televisivo). Il problema si presenta quando si decide di non devolvere questo denaro alle organizzazioni religiose. L’importo non dovrebbe beneficiare nessuno, ma in realtà non è così. Nel 2010, stando al sito8xmille.it creato dalla stessa Chiesa cattolica, le “donazioni” a suo favore sono state pari a 1.067.000.000 di euro, di cui circa il 60% proveniente da scelte non espresse, come riportato sul sito della Uaar. Tanto per essere precisi, lo scorso anno l’87,2 per cento del gettito è finito direttamente nelle casse della CEI. Italiani popolo di cattolici? Sarà, ma c’è da dire che a differenza delle confessioni religiose, lo Stato italiano non fa alcuna pubblicità per sé e non informa su come destina questi fondi. Ecco, diciamo che è sin troppo facile ipotizzare che le assegnazioni allo Stato finiscono nelle casse della Chiesa. Quello dell’otto per mille è un procedimento che va sicuramente rivisto, magari considerando non solo le confessioni religiose tra le possibili beneficiarie, ma pure la ricerca medica o scientifica. Insegnamento della religione cattolica – 1 miliardo e mezzo di euro. Tra le cifre più impressionanti, c’è il miliardo e mezzo destinato all’ora di religione nelle scuole pubbliche (disciplinata dalla legge n. 186/2003). Quello dell’insegnamento della religione cattolica è un problema non da poco conto che chiama in causa la storia culturale del Paese e il suo principio costituzionale della libertà religiosa, mettendo di fronte uno Stato laico e la Chiesa, quella cattolica ovviamente. Le stime dell’Uaar fanno riferimento alla sintesi dei dati pubblicata dal MIUR per l’anno scolastico 2009/2010, secondo la quale i docenti di religione in Italia sarebbero 6.326 su un totale di 931.756 per 1,25 miliardi di euro di stipendi a cui vanno aggiunti i costi amministrativi e gestionali suppletivi che incombono sulle scuole in seguito alla necessità di garantire questa materia supplementare. Mettiamoci pure i libri di testo e la somma raggiunge la cifra astronomica di un miliardo e mezzo di euro. Contributi alle scuole e alle università cattoliche – 714 milioni di euro. Si parla sia di finanziamenti statali che di contributi alle amministrazioni locali per le scuole e le università cattoliche. Su icostidellachiesa.it si ricorda come la l. n. 62/2000 (governo D’alema) ha stabilito che le scuole paritarie private fanno parte a pieno titolo del sistema di istruzione nazionale, e devono pertanto essere finanziate. Col dm 27/2005 l’allora Ministro dell’Istruzione Letizia Brichetto Arnaboldi in Moratti commuta la formula da «concessione di contributi» a diretta «partecipazione alle spese delle scuole secondarie paritarie». Alcuni siti anticlericali italiani scrivono che la stragrande maggioranza delle scuole private italiane o é direttamente gestita da un qualche ordine religioso o si ispira comunque all’educazione cattolica (protestantesimo.it). Per la precisione a livello le scuole «private» ricevono denaro pubblico tramite sovvenzioni dirette agli istituti sotto forma di contributi per la gestione delle scuole (dell’infanzia e primarie) e di finanziamenti di progetti «finalizzati all’elevazione di qualità ed efficacia delle offerte formative» (per le scuole medie e superiori) e i contributi alle famiglie (i cosiddetti buoni scuola) per le scuole di ogni ordine e grado. Se si considera che l’articolo 33 della Costituzione della Repubblica italiana dà il diritto “ad Enti e privati di istituire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo Stato“, viene da pensare che c’è qualcosa che non quadra. Esenzione ICI – 500 milioni di euro. Ciliegina sulla torta è la ampiamente dibattuta questione del mancato pagamento della imposta sugli immobili, oggi IMU (tra le nuove tasse della manovra Monti). Quello che è forse il più grande patrimonio immobiliare italiano esentato dalla tassa che dovrebbe andare a rimpinguare le casse dello Stato nell’epoca della crisi. Anche per questo l’Uaar chiede che l’Italia non finanzi più la Chiesa Cattolica o, perlomeno, si faccia il possibile per evitare di concedere un nuovo beneficio alla comunità ecclesiastica. Precisiamo che non si chiede di far pagare l’ICI (o IMU) a parrocchie ed oratori, che in quanto luogo di culto devono essere giustamente esentate, ma di estendere il pagamento della tassa, che andrà a gravare su milioni di famiglie italiane, alle migliaia di proprietà e aziende che la chiesa cattolica possiede sul territorio italiano. E non solo alla Chiesa, naturalmente. Fonte: www.fanpage.it

 

Per eliminare gli sprechi ci vorrebbe l’Agenzia delle Uscite

La lotta all’evasione è una priorità per il Paese. Ma, sostiene Enrico Zanetti di Eutekne.info, anche la lotta agli sprechi è fondamentale. I due concetti però non ricevono eguale trattamento nei media, che preferiscono concentrarsi su chi non paga le tasse. Ci vorrebbe un’autorità che controlli gli sprechi: l’Agenzia delle Uscite. La scorsa settimana, un’associazione non governativa che analizza dal 1995 il livello di corruzione percepita in tutti i Paesi del mondo ha aggiornato la classifica: l’Italia è al sessantanovesimo posto, gomito a gomito con il Ruanda. Risultato mediatico: qualche titolo sulle pagine interne dei giornali e qualche passaggio sui telegiornali. Si dirà: è la classica ricerca “spannometrica” di dubbia sostenibilità scientifica. Verissimo. Ma allora perché, quando si tratta invece di evasione fiscale, anche le ricostruzioni più fantasiose e palesemente sensazionalistiche vengono sbattute in prima pagina, alimentano dibattiti televisivi e producono norme (giustamente) sempre più stringenti? L’evasione fiscale è oggettivamente uno dei problemi principali di questo Paese, ma fa il paio con il livello di corruzione che, stando alle statistiche, contraddistingue il settore pubblico e, più ancora, fa il paio con l’uso personalistico di risorse e posti di lavoro pubblici che viene fatto da chi confonde il proprio ruolo di mero gestore con quello di padrone. È difficile dire quale dei due mali produca i maggiori danni al Paese. È invece facile concludere che lo spread tra il livello di attenzione prestato alla prima problematica e quello prestato alla seconda ha ormai raggiunto un’ampiezza che, se mai dovesse essere raggiunta anche tra titoli di Stato italiani e tedeschi, decreterebbe il fallimento immediato del Paese. Sia chiaro che qui non vi è intenzione alcuna di fare “benaltrismo”. Lo spread non deve essere ridotto diminuendo il livello di attenzione nei confronti della lotta all’evasione, ci mancherebbe. È però quanto mai urgente ripristinare un minimo di equilibrio, innalzando in modo adeguato il livello di attenzione nei confronti degli sprechi, delle inefficienze e delle ruberie che penalizzano il bilancio dello Stato sul lato delle spese. Lo spread tra attenzione nei confronti della lotta all’evasione fiscale e nei confronti della lotta agli sprechi, alle inefficienze e alle ruberie nel settore pubblico e del parapubblico è anche la cartina di tornasole di come stanno venendo meno gli equilibri tra politica e burocrazia, tra cittadini che vivono di iniziativa economica privata e cittadini che vivono di pubblico impiego, tra copertura del deficit mediante incrementi di tasse e copertura mediante tagli di spesa. Forse, questo spread sarebbe meno pronunciato di quanto non sia ora se nel Paese esistesse, oltre che un’Agenzia delle Entrate, anche un’Agenzia delle Uscite, con pari budget, poteri e proattività mediatico-politica, anziché soltanto una Corte dei Conti che fa quello che può. È indubbio, infatti, che tanto maggiore è valutata un’emergenza, tanto maggiore è la centralità e il potere di chi è chiamato a gestire quell’emergenza, mentre, laddove manchi qualcuno deputato a gestirla, tanto minore è la “naturale” forza propulsiva a metterne in evidenza la gravità. Qui non si tratta di smettere di considerare la lotta all’evasione fiscale una priorità assoluta del Paese, si tratta di smettere di considerarla l’unica priorità e passare da quello che è stato nei decenni un distruttivo equilibrio al ribasso a, finalmente, un ormai improcrastinabile equilibrio al rialzo. L’alternativa è il disequilibrio che stiamo pervicacemente creando e sul quale, proprio in quanto disequilibrio, è illusorio pensare che possa costruirsi una qualsiasi forma di coesione sociale. Su un disequilibrio si può costruire, al massimo, una costrizione sociale, ma le costrizioni non durano e lasciano dietro di sé macerie su cui è più difficile ricostruire e talvolta diviene addirittura impossibile farlo, per molto, molto tempo. Fonte: www.linkiesta.it

 

La casta a Palazzo dei non eletti: il commesso a 160 mila euro l’anno

La retribuzione media dei 1737 dipendenti della Camera dei Deputati è di 131 mila euro annui, oltre il triplo che a Londra. Parliamo di costi del Palazzo, quelli sostenuti per gestire il personale tecnico/amministrativo a supporto del lavoro parlamentare, personale che non abbiamo votato né eletto. La disamina voce per voce delle retribuzioni accordate a commessi, consiglieri, stenografi, segretari generali è stata redatta come al solito dalla coppia Rizzo/Stella sul Corriere della Sera. Un’inchiesta dove non poteva non spiccare lo stipendio dello stenografo che a fine carriera prende più del re Juan Carlos in Spagna. Dicevamo la retribuzione media: per chi ha la fortuna di lavorare a Palazzo è 3,6 volte la busta paga media di uno statale, e 3,4 volte superiore a quella di un collega della House of Commons a Londra. Detto dello stenografo, che può arrivare a guadagnare fino a 290 mila euro lordi l’anno (50 mila euro in più di Napolitano), il risultato, come ammette un senatore leghista, è che “il contratto dei dipendenti di Palazzo Madama è fenomenale”. Cioè progressioni di carriera fenomenali, grazie ad automatismi impensabili per altre carriere che finiscono per quadruplicare in termini reali le buste paga. Un barbiere o un commesso possono giungere a 160 mila euro lordi annui. Un coadiutore a 192 mila, un segretario a 252 mila, un consigliere a 417 mila. Capitolo indennità: un consigliere caposervizio a Montecitorio può ottenere un supplemento di 2.101 euro, un capocommesso 652 euro. Per i vertici, le retribuzioni “apicali”, il discorso inizia a diventare incredibile, fatto salvo, ovviamente, che è la legge che consente il tutto. Allora: l’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Rapporti con il Parlamento Antonio Malaschini, quando era segretario generale del Senato prendeva nel 2007 425 mila euro l’anno, cui furono aggiunte 60 mila euro, stracciando ogni record precedente. La pensione? Adeguata e proporzionale, quindi non inferiore ai 500 mila euro l’anno. Il privilegio di lavorare a Palazzo si riflette anche sulle pensioni. Tra riscatti della laurea e anzianità possono andarci a 53 anni, percependola praticamente per intero. Con il paradosso di vitalizi più pesanti degli stessi onorevoli e senatori che abbiano accumulato il massimo dei contributi. Un commesso assunto con la terza media, per dire, ritiratosi a 58 anni a luglio 2010 si becca un assegno lordo di 9300 euro per quindici mensilità. Cioè, chiosano Stella e Rizzo, “20 mila euro in più dello stipendio massimo dei 21 collaboratori più stretti di Barack Obama”. Fonte: Blitz

 

Province, i cantieri dello spreco

Ristrutturazioni milionarie e nuove costosissime costruzioni per le sedi delle giunte. Da Nord a Sud si sta scatenando una voglia sfrenata di investire soldi pubblici nel mattone. Anche se dal prossimo anno potrebbero essere abolite. Rendering della nuova Provincia di Bergamo. Le Province potrebbero essere abolite o quantomeno ridimensionate entro il 2013, eppure alcune di loro hanno cantieri aperti per la costruzione di costose nuove sedi. Altre invece hanno terminato da poco ristrutturazioni milionarie. Lavori iniziati nel corso degli ultimi anni, quando il dibattito sull'utilità dell'ente era già avviato. La dead line è fissata al 31 marzo del prossimo anno, entro quella data il governo dovrà decidere se mantenere in vita le Province e quali funzione assegnargli. Sette giunte scadranno già nel corso del 2012 (Ancona, Belluno, Como, Genova, La Spezia, Ragusa e Vicenza), probabilmente per loro si apriranno le porte del commissariamento. Una sorte analoga potrebbe toccare anche a Parma, dove l'attuale presidente, il democratico Vincenzo Bernazzoli, è dato per favorito sia alle primarie come candidato sindaco del centrosinistra che alle comunali in programma in primavera. Il più grande tra i cantieri aperti è a Roma, dove il completamento dei lavori è atteso entro il 2012. Ad aprile 2008 Nicola Zingaretti non ha avuto nemmeno il tempo di sedersi sulla poltrona di presidente che già doveva dirimere una questione spinosa. Tre mesi prima il suo predecessore, Enrico Gasbarra (oggi deputato Pd), aveva chiuso il preliminare di acquisto di 59 mila metri quadri all'interno del nuovo grattacielo di 28 piani in costruzione all'Eur. Gli farà compagnia anche il ministero della Salute, che ha in programma di traslocare ai piedi dello stesso edificio. L'unificazione di 11 sedi provinciali distaccate, pensata per razionalizzare il lavoro e risparmiare circa 5 milioni di euro l'anno tra affitti e manutenzione, costerà 263 milioni di euro. Per finanziare l'operazione la giunta Zingaretti ha varato un piano di dismissione di immobili, per un valore complessivo di 233 milioni di euro. I nuovi uffici ospiteranno 2 mila dipendenti, ma la sede di rappresentanza rimarrà comunque a Palazzo Valentini, in pieno centro storico. Ora che il futuro delle Province è appeso a un filo, la giunta ha avviato una riflessione sul da farsi, ma un eventuale recesso dall'acquisto comporterebbe una penale molto onerosa. A Monza invece la Provincia esiste solamente dal 2004. Ma in Brianza, si sa, da sempre sono dediti al lavoro. In pochi anni la casta-local ha già modificato lo stemma, dal colore verde leghista. Ora coltiva ben altre ambizioni. A marzo del 2010 sono partiti i cantieri per la costruzione della nuova sede provinciale, su un'area di 85 mila metri quadri poco distante dalla Villa Reale. La struttura ospiterà anche uffici distaccati della Regione Lombardia, la Questura, la Guardia di Finanza ed un polo fieristico e congressuale. Costo dell'operazione 28 milioni di euro. Vista la situazione, con il nuovo anno nel Consiglio provinciale è attesa una discussione su eventuali modifiche da apportare al progetto. Del resto in Lombardia l'edilizia istituzionale è di casa, come dimostra il nuovo grattacielo di 43 piani realizzato dalla Regione per accorpare tutti i suoi uffici. Anche la Provincia di Lodi, istituita nel 1992, nel corso degli anni ha messo in campo circa 16 milioni di euro per trasformare l'ex convento di San Cristoforo nella sua sede. Nuovi cantieri potrebbero partire anche a Salerno. Lo scorso giugno la giunta provinciale guidata da Edmondo Cirielli, noto alle cronache per una legge ad personam sulla prescrizione da lui stesso sconfessata, ha bandito la gara d'appalto per la nuova sede. Dodici milioni di euro l'investimento stimato, da finanziare tramite la permuta di Palazzo Regina Margherita a Vietri. Il progetto prevede l'avveniristico recupero di uno scheletro in cemento mai completato alle porte di Salerno, un edificio di proprietà provinciale. A Treviso invece i lavori sono terminati nel 2009. Memori dei fasti delle ville del Palladio, in Veneto non hanno badato a spese con uno stanziamento di 57 milioni di euro per recuperare i 21 padiglioni dell'ex ospedale psichiatrico di Sant'Artemio. Una piccola reggia dotata di tutti i confort a disposizione dei circa 700 dipendenti, pianificata quando a guidare l'ente c'era l'attuale presidente della Regione Luca Zaia. Fonte: L’Espresso

 

Assistenza integrativa della Casta

Doveva rimanere un segreto quanto costano ai contribuenti le spese per la dentiera di deputati e senatori, per lo psicoterapeuta, la fisioterapia, gli occhiali, gli interventi in cliniche private ecc…10 milioni di euro l’anno, ecco a quanto ammonta il fondo di assistenza integrativa per i 630 parlamentari e i 1109 loro familiari, conviventi more uxorio compresi (per volontà dell’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini…). Lo hanno chiesto, quasi preteso, in nome della trasparenza i Radicali: i Questori della Camera avevano prima opposto un rifiuto alla divulgazione dei dati (“impossibile estrarre i dati dalla contabilità”), infine hanno fornito le cifre, voce per voce. “Non ritengo – spiega la deputata Rita Bernardini- che la Camera debba provvedere a dare una assicurazione integrativa. Ogni deputato potrebbe benissimo farsela per conto proprio avendo già l’assistenza che hanno tutti i cittadini italiani. Se gli onorevoli vogliono qualcosa di più dei cittadini italiani, cioè un privilegio, possono pagarselo, visto che già dispongono di un rimborso di 25 mila euro mensili, a farsi un’assicurazione privata. Non si capisce perché questa mutua integrativa la debba pagare la Camera facendola gestire direttamente dai Questori”. “Secondo noi – aggiunge – basterebbe semplicemente non prevederla e quindi far risparmiare alla collettività dieci milioni di euro all’anno”. Secondo il sito della Camera “Il deputato versa mensilmente, in un apposito fondo, una quota del 4,5 per cento della propria indennità lorda, pari a 526,66 euro, destinata al sistema di assistenza sanitaria integrativa che eroga rimborsi secondo quanto previsto da un tariffario”. Vediamolo il dettaglio delle spese rifondate dall’assistenza integrativa, consapevoli che all’appello mancano (restano secretate) le voci che riguardano ad esempio balneoterapia, shiatsuterapia, massaggio sportivo ed elettroscultura (ginnastica passiva). Omissis anche sulla chirurgia plastica. Allora:

- 3 milioni e 92 mila euro per spese odontoiatriche

- oltre 3 milioni per ricoveri e interventi (eseguiti dunque non in ospedali o strutture convenzionati dove non si paga, ma in cliniche private)

- quasi 1 milione di euro (976mila euro, per la precisione), per fisioterapia

- 698 mila euro per visite varie

- 488 mila euro per occhiali

- 257mila per far fronte, con la psicoterapia, ai problemi psicologici e psichiatrici di deputati e dei loro familari.

- 28mila e 138 euro per curare i problemi delle vene varicose (voce “sclerosante”)

- 3 mila e 636 euro per visite omeopatiche.

- i deputati si sono anche fatti curare in strutture del servizio sanitario nazionale, e dunque hanno chiesto il rimborso all’assistenza integrativa del Parlamento per 153mila euro di ticket.

I 630 deputati e i loro 1.109 familiari/conviventi spendono 10.269 dollari pro-capite, una cifra di gran lunga superiore  (secondo i dati Ocse) a quella sostenuta da un cittadino USA (7.961 $), dalla media dei cittadini OCSE (3.223 $) e dai cittadini italiani comuni (3.137 $). Fonte:Blitz

 

La Lega: “Abolire i senatori a vita per evitare un nuovo caso Monti”

La Lega Nord avanza una proposta di legge costituzionale per abolire i senatori. Dopo il caso di Mario Monti, nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e poi presidente del Consiglio, il Carroccio punta all’abrogazione del secondo comma dell’articolo 59 della Costituzione, secondo il quale “il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Il testo, di cui la prima firmataria è la deputata Manuela Dal Lago, sarà presentato alla Camera il 18 gennaio. La stessa Dal Lago fa riferimento alla nomina di Monti da parte di Napolitano lo scorso novembre. Scrive la deputata: “L’evoluzione del sistema elettorale ha fatto sì che i senatori a vita abbiano in molti casi assunto un ruolo politico assai spiccato, fino a determinare grazie al loro voto addirittura la nascita stessa dei governi, in totale contrasto con l’origine dell’istituto. In tal modo, anche la posizione costituzionale di neutralità del Presidente della Repubblica, già in tensione per altre motivazioni, viene ad essere intaccata. La stessa nomina a senatore a vita di una personalità che a brevissima distanza di tempo da tale investitura è stata incaricata di formare il Governo suscita molteplici perplessità, proprio in relazione al ruolo costituzionale del Presidente della Repubblica”. Fonte:Blitz

 

L'ultima truffa dei partiti

Attenzione: dopo aver scampato il referendum sul Porcellum, adesso i leader vogliono dimezzare il numero dei parlamentari. In apparenza per diminuire i costi della politica, in realtà solo per rafforzare ulteriormente il proprio potere di vita e di morte sugli eletti, riducendo le due Camere a loro zerbini Roberto Calderoli Dimezzare i parlamentari: l'idea apparentemente volta a ridurre i costi della politica, in realtà rischia di essere solo una trovata demagogica. Il leghista Calderoli ha chiesto di ridurre i parlamentari da 945 a 500; i democratici Bersani e Veltroni hanno proposto una legge (costituzionale) di un solo articolo per passare da 630 a 315 deputati; e Sergio Romano ha incitato a dimezzare i rappresentanti del popolo «per dare una risposta al paese, trovare un'intesa tra maggioranza e opposizione, e lanciare un segnale positivo nella crisi».  Se però si guarda all'interesse democratico dei cittadini, la proposta risulta, oltre che inefficace, anche controproducente. Innanzitutto perché inciderebbe marginalmente sui costi della politica: il bilancio del Parlamento di circa 1.580 milioni di euro, oltre che gli stipendi degli eletti, copre i costi di funzionamento, gli stipendi dei dipendenti e i vitalizi, tutte voci su cui il dimezzamento non inciderebbe. Di ben altra incidenza finanziaria sarebbe la drastica riduzione delle retribuzioni di tutti i parlamentari e dipendenti, nonché il taglio dei soldi ai partiti comunque erogati, e il disboscamento delle migliaia di enti pubblici di ogni ordine che danno da vivere "di politica" a centinaia di migliaia di persone che non hanno altra arte e parte. Si consideri anche che tutti questi provvedimenti potrebbero essere approvati con leggi ordinarie senza ricorrere a procedure costituzionali dagli esiti incerti.  II punto cruciale, tuttavia, riguarda il ruolo dell'eletto secondo l'art. 67 della Costituzione: «Ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato ». Oggi in Italia i membri della Camera dei deputati sono 630, cioè un eletto ogni 95 mila abitanti, corrispondenti a circa 70-80 mila elettori. Lo stesso rapporto esistente nei principali paesi europei: 650 sono i membri della House of Commons inglese, 577 nella Assemblée Nationale francese e 622 nel Bundestag tedesco. Si aggiunga che in Italia il gioco democratico è distorto da una prassi consolidata secondo cui il parlamentare non sente di rappresentare i cittadini che lo hanno eletto, e tantomeno la Nazione, ma spesso in misura più o meno vincolante l'entità che lo ha candidato in posizione da farlo eleggere. Il risultato di questa cultura è il parlamento attuale, grottescamente composto da fedeli "nominati" da non più di una dozzina di capipartito. Per di più, nella mente a-istituzionale di Berlusconi è fiorita anche la brillante idea di un sistema in cui i capigruppo sostituiscono interamente i parlamentari con un pacchetto di voti corrispondenti al peso elettorale. Oggi tutti ci auguriamo che l'attuale sistema di "nomine" finisca nel cestino dei rifiuti. Ma non bisogna illudersi su quel che verrà dopo: anche con la migliore legge (collegi uninominali) si porrà l'esigenza di allentare la dipendenza degli eletti dai partiti e da chi controlla le candidature, insieme alla necessità di rafforzare le scelte dell'elettore con il voto. In tal senso per la Camera dovrà essere perseguito l'obiettivo di accorciare il rapporto eletto-elettore da contenersi in una dimensione che favorisca il contatto diretto. Per il Senato, invece, si dovrà procedere alla trasformazione in organo federal-regionale. Quindi, se davvero si volessero dimezzare i deputati, l'effetto sarebbe inevitabilmente di aumentare il potere dei partiti (e dei loro capi) e di allentare il legame diretto tra eletti ed elettori. Tanto più in un sistema come il nostro in cui si manifesta una sorda resistenza a definire per legge lo statuto dei partiti e i diritti degli iscritti sulle candidature, cioè quelle regole che vanno anche sotto il nome di primarie. La Repubblica ha bisogno non solo di drastiche riduzioni dei costi della politica, ma anche di regole che restituiscano il potere di decisione ai cittadini, eliminando le aberrazioni che ovunque proliferano.

 

Rimborsi elettorali: Spendono 136 milioni, ne ricevono 500

Rimborsi elettorali è una parola grossa nel caso dei partiti italiani: altrimenti perché se complessivamente hanno speso 136 milioni nel 2008, hanno ricevuto indietro 503 milioni? La Corte dei Conti stessa non ci ha visto chiaro, ma finora si è limitata a stigmatizzare mettendo perlomeno in dubbio la correttezza semantica della parola rimborsi. E perché un partito defunto come la Margherita riceve ancora rimborsi, alla memoria? E i tremila immobili intestati agli ex Democratici di sinistra quanto rendono, perché sono custoditi in fondazioni esterne all’attuale partito Democratico? La scabrosa vicenda Lusi, il tesoriere che ha fatto sparire 13 milioni di euro della Margherita, denaro pubblico in fondo, torna a far discutere sulla legittimità dei rimborsi elettorali e sulla ripartizione dei contributi alla politica. In breve il “Buco nero è il sistema di finanziamento per i partiti”, come titola un articolo sul Corriere della Sera firmato Sergio Rizzo. Lusi ha già ammesso l’appropriazione indebita, ma come mai nessuno nel partito conosceva ammontare, destinazione, utilizzo dei fondi raccolti? La questione merita di essere riesaminata, anche considerando che il ricorso ai rimborsi elettorali fu lo stratagemma con cui fu aggirato nel 1993 l’esito del referendum popolare che abrogò il finanziamento pubblico ai partiti. Era l’onda lunga di Tangentopoli, i partiti da qualche parte i soldi li devono prendere: ma il rimborso non ha certo arrestato le pratiche tangentiste, gli affari loschi ecc… Soprattutto, dal 1996 il sistema è letteralmente impazzito. Le cifre ricordate da Rizzo sono da capogiro: dal 1999 al 2008 le retribuzioni dei dipendenti pubblici  sono cresciute del 42,5%, i rimborsi del 1.110%. Nel 1996 An e Forza Italia dichiararono spese complessive per 5,1 milioni di euro, nel 2008 il Popolo delle Libertà ha documentato spese per 68,5 milioni. Una lievitazione del 1.239%. Quanto ai rimborsi elettorali, spiega Rizzo, “decollavano del 1.008% da 18,6 milioni a 206,5 milioni”.  Nel passaggio dall’Ulivo all’Unione le cose non sono andate tanto diversamente: da 17 a 180,2 milioni, una crescita del 960%. Insomma presentarsi alle elezioni è un’attività redditizia, un investimento, tanto anche se perdi (importante è superare l’1%) il rimborso non te lo nega nessuno. Specie se si usano macchinazioni abbastanza grossolane che però non saranno certo i partiti, che le hanno inventate, a disinnescae. Per esempio nessuno, nell’ultima manovra lacrime e sangue solo per noi, ha pensato di eliminare una norma del 2006: i rimborsi sono calcolati per i cinque anni della legislatura, anche se questa, come nel caso 2006-2008, dura solo due anni. E non basta, perché il rimborso si somma alla legislatura successiva, che va dal 2008 in poi. Uno scippo con il motorino è più raffinato. Anche perché, nonostante il fiume di soldi, la corruzione ci costa ancora 60 miliardi l’anno. Gola Profonda non è un film pornografico. Fonte: Blitz

 

 Sicilia: la formazione costa 400 milioni, il 9% trova lavoro

 Dieci mila dipendenti pagati dalla Regione Sicilia. Sezione “formazione professionale”. Un numero cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, ed esploso per la precisione nel 2002. I costi sono vertiginosi, e solo 9 persone su cento, alla fine dei corsi, trovano lavoro nel campo di formazione scelto. I dati di una commissione di indagine che mostra, una volta di più, sprechi e inefficienze impressionanti.  Un groppone di oltre 10mila dipendenti che grava sulle casse della Regione. Un numero in costante crescita dal 2002 ad oggi, “che rappresenta il 46% del totale nazionale”. A quale regione ci riferiamo? E sopratutto a quali dipendenti ci riferiamo? La Regione, manco a dirlo, è ancor una volta la Sicilia, che, quanto a record negativi, batte tutte le altre regioni dello stivale. I dipendenti sono quelli della “formazione professionale”. E il dato sopra riportato è stato estrapolato dalla relazione di trentadue pagine della commissione d’inchiesta sul settore.  “La commissione speciale di indagine e di studio sulla formazione professionale”, istituita con decreto dal Presidente dell’Assemblea regionale nel maggio scorso, mette in evidenza luci ed ombre di un settore “malato di gigantismo”, che cozza con i propositi di riforma più volte evocati. Secondo la relazione firmata dal Presidente della Commissione Filippo Panarello, la spesa continua a crescere esponenzialmente. “La spesa destinata all’intero comparto” si attesta intorno alla cifra di 400 milioni, di cui 168 vanno ad alimentare il PROF (piano di offerta formativa) “senza considerare le risorse comunitarie destinate negli anni a finanziarie progetti di formazione”. Il numero degli addetti con contratto a tempo indeterminato nel 2008 raggiunge “la ragguardevole cifra di 7227 operatori”. Ai quali vanno sommati gli operatori degli sportelli funzionali (1385), e gli operatori dell’Obbligo formativo. E, scrive la Commissione d’inchiesta,” senza trascurare le assunzioni a tempo indeterminato operate negli anni successivi, ancorché non autorizzate dall’Amministrazione, ed i rapporti di lavoro a tempo determinato o a progetto”. Tant’è che secondo i commissari, “la scelta del personale ed il relativo impiego sono stati, formalmente, totale appannaggio degli enti di formazione, i quali hanno spesso applicato criteri non oggettivi, anche per la mancanza di regole chiare e vincolanti”. Il meccanismo si è inceppato con una norma varata dalla Regione alla vigila del natale del 2002, quando governatore della Sicilia era Totò Cuffaro. Quella norma prevedeva “l’applicazione nel settore della formazione del sistema del Fondo sociale europeo e la salvaguardia del personale”. Ma “ciò fu interpretato come un allargamento della platea dei soggetti operanti nel settore, e diede luogo ad un ampliamento del personale, tanto più che non vi erano vincoli all’assunzione”. Di lì a poco “buona parte del personale della formazione venne selezionato per essere trasferito, con qualifiche varie, presso gli Sportelli multifunzionali, che nacquero come strumento di monitoraggio e di politiche attive del lavoro”. Inizialmente tutto ciò determinò “una riduzione del personale di formazione”. In un secondo step “le norme all’epoca vigenti furono utilizzate per procedere a nuove assunzioni, con il risultato che, non solo si procedette a sostituire il personale che era stato destinato agli Sportelli, ma dopo breve tempo il numero complessivo degli addetti alla formazione risultò superiore a quello precedente all’introduzione degli stessi Sportelli”. Altra questione delicata: i criteri di accreditamento degli enti. “Il sistema di accreditamento, si legge nella relazione, è ancora oggi aperto a tutti, in quanto a tutti possono essere rilasciati “accreditamenti provvisori” che permettono la partecipazione ai bandi e l’erogazione dei finanziamenti regionali senza un minimo di verifica ispettiva, causando un accrescimento esponenziale del numero di enti provvisoriamente accreditati”. Poi si passa al reclutamento del personale “che, formalmente in capo agli enti è fondato su regole e filtri facilmente aggirabili, ha consentito continui incursioni di settori della burocrazia e della politica sia a livello regionale sia a livello periferico”. Sostiene questa tesi anche il Presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello:”Il sistema della formazione è un oggetto sconosciuto al mondo delle aziende. E’ piuttosto un grande ammortizzatore sociale e una macchina per le clientele politiche. Sono stati davvero pochissimi i giovani che hanno frequentato questi corsi e che sono stati assunti dalle imprese”. In sostanza, racconto a Linkiesta un conoscitore della formazione professionale nell’isola, non c’è mai stato un raccordo tra l’effettive richieste di lavoro e i corsi professionali. Ad esempio, quando in Sicilia furono istituite le riserve naturali, dove era richiesto personale competente nel settore ambientali, non furono fatti dei corsi professionali mirati alle assunzioni nei parchi e nelle riserve naturali”. Ad oggi, stando ad un rapporto dello staff dell’assessore regionale alla Formazione Mario Centorrino, solo nove corsisti su 100 trovano lavoro “coerente” con i corsi seguiti.   Fonte: Linkiesta

 

Sicilia,"fuoribusta" dei deputati 4 mila euro esentasse per i portaborse

La cifra è senza obbligo di rendiconto: un privilegio rispetto ai senatori che ricevono il contributo nel cedolino paga. Il sospetto che si aggira per il Palazzo: "In molti non pagano i collaboratori". Nel mirino, adesso, finisce anche il contributo fuori-busta per "le attività di supporto ai deputati". Un'indennità garantita a ciascun parlamentare regionale, in modo forfettario, per le spese di segreteria e per il pagamento dei cosiddetti "portaborse". Un "extra" non soggetto a tassazione, pari a 4.170 euro al mese, che sfugge a qualsiasi rendicontazione. Gli uffici di presidenza di Camera e Senato, istituzione cui l'Ars è equiparata, stanno studiando una riforma che dovrebbe rendere il sistema più trasparente, subordinando la concessione dei fondi alla presentazione di fatture e pezze d'appoggio. E la ventata di rigore che spira da Roma con l'avvento del governo Monti rischia di ridimensionare, se non di spazzar via, un beneficio che in Sicilia ha caratteristiche specifiche. Mentre i senatori incassano il contributo (per due terzi) in busta paga, i deputati di Palazzo dei Normanni lo ricevono dal gruppo di appartenenza, sommandolo al normale "stipendio" composto dall'indennità parlamentare (5.390 euro netti che crescono a 5.642 se non viene versata la quota per la reversibilità della pensione) e dalla diaria (3.500 euro) concessa anche a chi vive a Palermo. Cifre che si aggiungono anche agli 841 euro per le spese di trasporto (ferroviario, aereo e marittimo), ai 345 per le spese telefoniche e di un'altra cifra variabile (da 554 a 1.331 euro) concessi a titolo di "indennità per il trasporto su gomma". E questa, sia chiaro, è la busta-paga di un peone, di uno dei pochi parlamentari (in media sono 1 su 3) che non ha una carica aggiuntiva nel consiglio di presidenza o in una delle nove commissioni. In sostanza, i soldi per i portaborse possono portare i compensi complessivi di un deputato "semplice" a quasi 15 mila euro, quelli di un "graduato" anche a 18 mila. Certo, il contributo "per le attività di supporto ai deputati" è stato ridotto nel 2011, ed è passato da circa 4.600 euro ai 4.178 attuali. Ma pesa, nel bilancio interno dell'Ars, per 4 milioni 550 mila euro. Ora, il punto è: come vengono spesi quei fondi? E, per essere espliciti, quale parte di quella cifra serve  davvero per pagare i collaboratori o l'affitto di un locale dove fare segreteria? Quale, invece, rimane nelle tasche dei parlamentari? E ancora: chi garantisce che quella somma non venga spesa per prestazioni in nero? Sospetti leciti, a sentire deputati e politici in genere che a denti stretti si pronunciano sull'argomento. Per Giovanni Barbagallo, deputato del Pd che ha fatto della guerra agli eccessivi costi della politica uno dei temi-chiave della sua attività, "il contributo è appena sufficiente a sostenere le spese affrontate da un parlamentare: io, ad esempio, devo mantenere una segreteria a Trecastagni e una ad Acicatena. Ma è evidente che, finché il sistema non cambia, nessuno può escludere che un deputato trattenga parte del contributo". Per Barbagallo la soluzione è "l'immediata regolamentazione della materia attraverso la presentazione dei rendiconti". Giuseppe Castiglione, coordinatore regionale del Pdl, ha frequentato l'Ars sino al 2004: "Ricordo che prima c'era l'obbligo di presentare pezze d'appoggio, come i contratti dei collaboratori. Poi non so cosa sia accaduto, l'Assemblea si è sempre adeguata al Senato". E infatti, spiega il deputato questore Baldo Gucciardi, "la decisione di rendere forfettario questo contributo discende proprio da un analogo provvedimento del Senato. Detto ciò, se un deputato paga due collaboratori versando i contributi vanno via 1.200-1400 euro al mese per ciascuno di essi. E se ci mettiamo anche le spese per l'affitto dei locali di una segreteria, e le bollette, il tetto è facilmente raggiunto". Già, ma tutti si comportano in questo modo?  Castiglione dà corpo a un sospetto che è sulla bocca di tutti: "Allo stato attuale possiamo solo supporre che tutti i pagamenti fatti con il contributo per i portaborse siano regolarmente dichiarati. Servono regole nuove per evitare anche il dubbio che alcuni contratti siano in nero". Salvatore Lentini, deputato dell'Udc, ammette: "Io non credo che tutti i colleghi abbiano una segreteria da mantenere. Quanto ai collaboratori, la prassi dovrebbe essere quella di registrare i contratti. Ma a volte sono gli interessati a chiedere di essere pagati in nero, perché risulta più conveniente. E a qualche deputato può capitare di fare un regalo a chi presta volontariamente la propria opera per lui, magari per un solo pomeriggio, ".Non è difficile intravedere un uso non sempre corretto di questa quota della retribuzione. "Una riforma? Siamo i primi a ritenerla necessaria - dice Gucciardi - Anzi, il consiglio di presidenza ha già deliberato che saranno recepite tutte le nuove disposizioni che, in questo campo, saranno adottate dal Senato". Il tema, insomma, è all'esame dei vertici dell'Assemblea. Con tutte le cautele del caso. Anche perché questa voce del bilancio dell'Ars mette benzina nel motore della politica, specie al momento delle campagne elettorali, e regala un sussidio a molti militanti. Ma ancora una volta la sensazione è che ci sia del superfluo, del ridondante, nelle uscite dell'Ars. Basti pensare che il "contributo per le attività di supporto" va anche ai deputati del consiglio di presidenza che hanno già una segreteria e personale a propria disposizione a Palazzo dei Normanni: per queste spese nel bilancio del parlamento siciliano ci sono quasi 2 milioni e mezzo di euro. La via del rigore, malgrado i tagli, è ancora lunga.

 

I redditi dei deputati dell'Ars

Scammacca della Bruca, De Luca e Marinese i tre "paperoni". Cappadona passa da 480 mila a 33 mila euro. Rudy Maira e Riccardo Savona non hanno comunicato i loro guadagni. Il più ricco è sempre e solo lui, che a dispetto della crisi vede aumentare il reddito rispetto all'anno precedente: Guglielmo Scammacca della Bruca, magnate della sanità di origini nobiliari, eletto nel Pdl e appena passato alla corte del governatore Raffaele Lombardo. Con 746 mila euro di reddito dichiarati nel 2010, 35 case e 27 terreni di sua proprietà, surclassa tutti gli inquilini di Sala d'Ercole. E nonostante abbia venduto la metà delle quote che aveva nella Casa di cura Musumeci, Scammacca vede perfino crescere il suo reddito di 60 mila euro rispetto all'anno precedente. I più poveri a Palazzo dei Normanni? I deputati subentrati tra il 2010 e il 2011, mentre Rudy Maira e Riccardo Savona non hanno comunicato nulla agli uffici dell'Ars. Nella top ten, subito dietro Scammacca si piazza Cateno De Luca, anche lui con un reddito in ascesa nonostante i tempi di crisi: lo scorso anno ha dichiarato 578 mila euro, ben 90 mila in più rispetto al 2009. Sul podio anche Ignazio Marinese, con un reddito di 344 mila euro. Al quarto posto il deputato del Pdl appena finito agli arresti, Roberto Corona, che ha dichiarato 330 mila euro e la proprietà di 10 case e 4 terreni. Nel 2010 Corona ha poi acquistato, forse per dimostrare piena fiducia nel leader del suo partito, ben 2 mila azioni Mediaset, anche se poi questo non è stato un affare visto che nel 2010 valevano 6 euro l'una e adesso appena 2.  Se quattro deputati tra i primi dieci sono del Pdl, l'Mpa non va male con tre suoi onorevoli nella top ten: tra questi il capogruppo Francesco Musotto, con un reddito di 255 mila euro e 80 ettari di terreno a Pollina. Subito dietro il suo leader, il governatore Raffaele Lombardo che dichiara di guadagnare 249 mila euro, di non avere auto o case ma solo un appartamento "in usufrutto" a Roma. All'ottavo posto c'è poi il presidente dell'Ars, Francesco Cascio, con un reddito di 236 mila euro, 5 case di cui una in costruzione a Termini Imerese, e tre auto: due Audi (una appena acquistata) e una minicar Aixam. Cascio dichiara inoltre partecipazioni in due società, la Topca e la Sicilcosmo, azienda di edilizia ospedaliera. Decimo si piazza il più ricco tra i democratici, Calogero Speziale con 218 mila euro. Non mancano poi gli onorevoli dalle mille partecipazioni azionarie e con la passione degli investimenti. Mario Bonomo ha investito in diverse società di giochi di cui è socio, come la Bingo One, la Joy Bingo e la Sir Bingo (in liquidazione). Oppure il deputato più ricco della scorsa legislatura, Nunzio Cappadona (nel 2007 dichiarava 480 mila euro e adesso appena 33 mila euro) che ha partecipazioni in diverse cliniche, dalla Nuova Casa di cura Demma alla Medisan. Michele Cimino di Grande Sud ha invece investito nell'abbigliamento acquistando il 25 per cento della società di famiglia "Cimino altamoda".  Ma nessuno ha partecipazioni e azioni come Gaspare Vitrano, imputato per concussione: l'ex esponente del Pd ha azioni tra le altre in Telecom, Gemina, Parmalat, Fiat, Eni, Enel, Ubi Banca, Finmeccanica, Alitalia, Unicredit, Intesa, Pirelli, Unipol, e Deut. Post. Il deputato che rispetto allo scorso anno ha avuto il calo maggiore di reddito è infine l'ex assessore Luigi Gentile, che nel 2011 ha dichiarato 206 mila euro, 100 mila in meno rispetto al 2009. Pino Appredi del Pd però tiene a precisare: "Il mio reddito (181 mila euro) comprende anche quello di mia moglie, per questo è così elevato". 

 

Boom di contratti a esperti esterni dal 2008 a oggi

Raggiunta quota 600 incarichi e otto milioni di spesa. I burocrati "tagliati" dagli uffici di gabinetto reintegrati con le consulenze. La macchina sforna-consulenze ha superato un ambizioso traguardo: 600 contratti. Un incarico dopo l'altro, la grande famiglia degli "esperti" di Raffaele Lombardo e dei suoi assessori è cresciuta a dismisura, battendo ogni record. Fino a sollevare "la vigile attenzione" della Corte dei conti che nelle ultime settimane - dopo la pubblicazione delle ultime nomine - sta tenendo sotto controllo la situazione. Solo per capire se, sotto il profilo del numero o della pubblicità degli incarichi, ci siano state presunte violazioni di legge che motivino l'apertura di un fascicolo. Di certo, il boom delle consulenze è diventato, dal 2008 a oggi, uno dei tratti distintivi dell'amministrazione regionale, una voce di spesa che ha inciso per otto milioni di euro e che ha controbilanciato i risparmi annunciati o conseguiti con il taglio dei dipartimenti e la "dieta" imposta agli uffici di gabinetto. È un esercito nel quale, fra i tecnici qualificati, ci sono figure dal curriculum più incerto. E tanti, tantissimi, hanno provati rapporti con la politica. Esibiscono una più o meno collaudata fede autonomista, oppure sono vicini ai partiti della maggioranza. La lista pubblicata sul sito web della presidenza della Regione si apre con un consulente ormai "storico": Antonio Andò, già sindaco di Messina (nel 1976) e molto più recentemente (2008) candidato dell'Mpa alle Regionali. L'ultimo contratto firmato per "monitorare i processi organizzativi correlati ai rapporti istituzionali con gli organi dello Stato e della Regione" scadrà il 31 ottobre: 21 mila euro (lordi) per sette mesi di attività. Alla stessa data spirerà (ma sarà probabilmente rinnovato) l'incarico di Serafina Perra, già assessore provinciale di Lombardo alla Provincia di Catania, che per la medesima cifra, svolge il ruolo di esperto per infondere nella "popolazione studentesca dell'Isola gli elementi costitutivi dell'identità siciliana". Nell'elenco non può mancare Giuseppe De Santis, riconosciuto "ideologo" del Movimento per l'autonomia. E ha fatto capolino, quest'anno, il nome di Davide Mingrino, consigliere comunale ennese dell'Mpa che dalla presidenza della Regione ha ricevuto 15 mila euro per elaborare "un piano di marketing" sul ritorno della Venere di Morgantina in Sicilia. Non è che gli assessori abbiano chiuso le porte dei propri staff alla politica attiva: basti dare uno sguardo agli ultimi contratti assegnati dagli assessori finiani Daniele Tranchida e Gianmaria Sparma. Il primo ha garantito duemila euro al taorminese Bruno De Vita, già capogruppo del Pdl in consiglio comunale e ora avvicinatosi ai finiani. E lo stesso emolumento ha assicurato a Carmelo Arcoraci, consigliere comunale a Merì, sempre in provincia di Messina. Sparma ha invece affidato una consulenza per il servizio di pianificazione strategica a Basilio Ridolfo, attualmente sindaco di Ficarra (ancora Messina). È l'ultimo fenomeno su cui si arrovellano gli studiosi del sistema Lombardo. Quello dei funzionari che, penalizzati dal taglio dei componenti degli uffici di gabinetto o favoriti dalla legge 104 che consente il prepensionamento per accudire parenti infermi, sono rientrati negli staff degli assessori con il ruolo di consulenti. Capita al Turismo, con il citato caso di Bruno De Vita, che è tornato da esperto (2.065 euro per un mese) dopo essere stato vice capo di gabinetto, e con quello di Carmelo Arcoraci, anche lui uscito da "esterno" dallo staff dell'assessore e ricomparso da consulente "per le problematiche inerenti le pro-loco". Capita al Territorio con Basilio Ridolfo, altro "gabinettista" rilanciato come consulente del servizio di pianificazione e controllo strategico. Capita alla Funzione Pubblica, dove l'ex capo di gabinetto Cosimo Aiello, dopo essere andato in pensione anticipata grazie alla legge 104 (la stessa che l'assessore Chinnici vuole abrogare), è stato richiamato per dare "supporto e assistenza all'attività di governo dell'assessore". A titolo gratuito, per carità. Formula che esclude un compenso ma non - ovviamente - rimborsi per spese e missioni. Un altro pensionato della "104", l'ex presidente dell'Arpa Sergio Marino, ha avuto quest'estate da Sparma un contratto "gratuito" da consulente (peraltro mai pubblicato sul web). E alla Sanità guidata dall'ex pm Massimo Russo sono due i consulenti che provengono da un esperienza nell'ufficio di gabinetto: Michele Arcadipane (ex capo di gabinetto oggi in pensione, anche lui a titolo gratuito) e Giada Li Calzi, esperta di progetti europei cui è stato chiesto di rimanere sino a fine dicembre. "Ho preso il posto di un altro consulente: io costerò un quarto e lavorerò uguale", precisa la Li Calzi. L'alluvione di Giampilieri ha lasciato segni profondi. E una scia di polemiche che ora investe le consulenze "originali". Perché Lombardo, per affrontare la ricostruzione, ha utilizzato i suoi poteri commissariali affidando quindici incarichi di consulenza costati 400 mila euro. Gratificando tecnici dai curriculum che già sono diventati oggetto di culto degli internauti. Gabriele Amato, diploma di perito commerciale, ha operato "nel settore del noleggio di elicotteri" ed è stato il coordinatore dell'ufficio di Palermo di un consorzio velico che ha partecipato alla Coppa America. E infatti dichiara di essere un appassionato di "vela e sci alpino". Ma le sue capacità sono comprovate. Anche perché, dichiara l'interessato, è "in grado di esprimersi in modo chiaro e preciso". Nell'avventura della ricostruzione di Giampilieri è stato lanciato anche Francesco Micali, classe 1988, reclutato con un contratto annuale da 22 mila euro per garantire, tra l'altro, "la progettazione della ripresa economica e sociale del territorio". Micale, studente di giurisprudenza, può già vantare esperienza come "pianista di pianobar e organista per matrimoni su richiesta". Attenzione: spesso i curricula sono traditori e finiscono per beffare chi li compila. L'ultima nomina disposta da Massimo Russo, quella della dottoressa Francesca Di Gaudio (il rinnovo di una consulenza per i problemi dei laboratori pubblici e privati), poggia su solide referenze ma lascia liberi i critici di esercitarsi in una semplice domandina: in che modo inciderà, sull'attività professionale della dottoressa Di Gaudio, "la predisposizione agli sport acquatici" e il "rapporto di amore e sinergia con la natura"? E quanto ha pesato, nella scelta dell'avvocato Simona Romano quale esperta di turismo sociale la sua "passione per l'origami"? Qualcuno potrà eccepire che la qualifica di "trombettista" di sicuro aiuta il dottor Carmelo Arcoraci nella disamina delle richieste di contributi ad associazioni bandistiche. Ma non sarà stata la partecipazione agli incontri professionali e ricreativi del club Rotaract, né tantomeno l'iscrizione al club degli editori, o ancor meno il conseguimento del secondo posto nella disciplina atletica (quale?), e forse neppure la realizzazione di quadri con pittura a olio a far ottenere all'avvocato Saveria Attaguile - originaria di Grammichele e cugina del dirigente generale Francesco Attaguile - un incarico da 7.230 euro (per tre mesi e mezzo) nello staff dell'assessore all'Agricoltura. Resta il sospetto poi che in questo settore, per occuparsi di consorzi di bonifica, servano pure "le buone conoscenze della mitologia greca" e, perché no, "il carattere estroverso e socievole" di cui va fiera nel suo curriculum Maria Giuseppe Randazzo. Va bene tutto, nella giostra delle consulenze della Regione, su cui salgono insieme merito, fedeltà politica e amicizie. E pazienza se, superata quota 600, bisognerà porre un freno anche in questo settore. Magari assumendo un altro esperto. 

 

Difesa: si continua a mantenere i privilegi dei generali

Un miliardo quattrocento milioni e passa di euro da tagliare al bilancio della Difesa? E ci credo che ‘Gnazio si è incazzato, qualcuno forse gli aveva promesso che questa volta non ci sarebbero stati tagli. Una bella sforbiciata al bilancio, prevista e prevedibile che noi avevamo opportunamente tradotto in emendamenti mirati a eliminare quelle prebende e regalie che la dimenticanza del legislatore ha lasciato per troppi anni sulle spalle dei contribuenti. Un corposo pacchetto di proposte emendative presentato nell’ambito della discussione della recente manovra finanziaria aggiuntiva “bis” che non è stato neanche preso in considerazione, manco da quelli del PD. Forse perché rispecchiavano la volontà degli italiani di eliminare gli sprechi e i troppi regali di cui godono i generali? Questa potrebbe essere la risposta esatta. Dall’ausiliaria alle indennità antiesodo per i piloti e controllori di volo, dalle spese per i Cocer a quelle per i cappellani militari, da quelle relative all’inutile sovradimensionato acquisto di 131 supercaccia multiruolo JSF F-35 alla mini-naja e alle ronde, dall’eliminazione delle promozioni all’ultimo giorno ai richiami in servizio e all’accorpamento delle Forze di polizia in un unico Corpo. Insomma un bel taglio netto alle cose inutili che avrebbe consentito di risparmiare 7, 69 miliardi di euro. Adesso comunque La Russa deve fare i conti con i pesanti tagli che forse avrebbe potuto evitare accogliendo magari alcuni dei nostri emendamenti. Come sempre però il Governo non ha voluto toccare i privilegi di alcuni tanto poi pagano tutti gli altri: i cittadini. Tornando a La Russa le agenzie riportavano la notizia che ha convocato permanentemente i vertici delle forze armate per studiare il problema: dove tagliare? Certo che allora siamo in buone mani, sicuramente come già si paventa da più fonti interne alla Difesa taglieranno sul personale ma non sui generali; limeranno qualche spesuccia indispensabile alla sopravvivenza della truppa, ma non quelle per feste e festini che ci sono ogni volta che si palleggiano i comandi dei reparti. Taglieranno gli straordinari obbligando il personale a lavorare gratis, ma manterranno i loro privilegi e studieranno rimodulazioni al modello di Difesa tali da garantire la continua proliferazione di posti e poltrone di comando, cioè quelle collegate a particolari indennità. Insomma, La Russa ha dato vita a un “comitato” che dovrà decidere dove tagliare pur di mantenere privilegi per la casta dei generali e quindi poter continuare a fare guerre in giro per il mondo e fare affari -appunto - con le tante ditte e dittarelle che spesso hanno tra i loro più attivi collaboratori e amministratori degli ex generali: gli amici degli amici; quelli che non si sa come ma riescono sempre a convincere i vertici della Difesa ad acquistare sistemi e armamenti del tutto inutili o inutilizzabili. E allora, mi domando: “perché non chiedere suggerimenti direttamente ai militari di truppa, magari quelli che sono impegnati in Afghanistan?” A quelli che sono costretti a fare i conti con una politica miope e dissennata che non gli riesce più a garantire nulla, nemmeno il minimo per sopravvivere nei territori di guerra e, a volte, come si è appreso in questi giorni, neanche le mutande di ricambio perché qualche cervellone da dietro una scrivania ha voluto sperimentare il trasporto dei materiali destinati ai contingenti ISAF via terra facendo una “prova” con il treno per poi, una volta resosi conto delle difficoltà e quindi di aver fatto una grossa “minchiata”, riportarli indietro e spedirli in –Afghanistan con l’aereo, come ormai fanno da 10 anni. Sono pienamente convinto che i militari di truppa sanno perfettamente cosa tagliare e cosa invece è necessario e indispensabile per poter garantire alle Forze armate quel minimo di operatività che le chiacchiere, le parate e le operazioni pubblicitarie non danno. Occorre precisare che La Russa deve comunque evitare di chiedere consigli a quelli del Cocer perché da bravi servitori proni ai loro interessi di bottega sarebbero anche capaci di rispondergli che va tutto bene e che la truppa è felice ed è pronta a sacrificare i propri stipendi e tredicesime per permettere ai generali di comprare altre armi. Già che ci si trova, “caro” Ministro, provi un po’ a spiegare a cittadini che pagano le tasse come mai spende 5.257.925 euro all’anno per i delegati del Cocer e alla nostra richiesta di risparmiare aggregandoli vitto e alloggio presso le strutture dell’amministrazione militare, quindi a costo “zero” come per tutti gli altri militari, ha risposto che «qualsiasi iniziativa volta a modificare, anche parzialmente, l’attuale sistema potrebbe suscitare sensibilità da parte dei componenti del Cocer». Sensibilità?? Allora vuol significare che lei paga per la loro servizievole disponibilità a non disturbare il manovratore, magari per evitare proteste e suscitare l’attenzione dei media i molti problemi della truppa? Se le cose stanno così, adesso che deve tagliare le spese inutili, potrebbe iniziare proprio con quelle relative ai Cocer e poi proseguire con quelle riferite al mantenimento dei cappellani militari e all’ausiliaria, ai trattamenti economici superiori degli ufficiali e ai premi antiesodo per piloti e controllori di volo. E non si dimentichi di quelle relative ai 131 caccia JSF perche sicuramente con questi chiari di luna resterebbero inutilizzati ad invecchiare negli hangar. Insomma Ministro La Russa se ci si mette d’impegno vedrà che è più facile a farsi che a dirsi, basta avere il coraggio di porsi come obiettivo l’interesse del Paese e non quelli delle cricche o delle varie “caste” che appestano, purtroppo, anche la compagine militare. Le ripeto, chieda alla truppa loro sicuramente sapranno essere più equi e solidali con il Paese di quanto potranno fare i suoi generali.

 

Rimborsi forfettari a partiti inesistenti, finti giornali di partito

I passi indietro sono rari, quasi impossibili da ottenere. Il premier, assediato da mille problemi, resta dov’è. Non lo muove nemmeno un plotone d’esecuzione (si fa per dire). Le assemblee legislative, che sfornano sacrifici a carico degli italiani, continuano a spendere le risorse come al tempo delle vacche grasse. Invece che dare l’esempio e rifiatare, accantonando prebende e privilegi, prendono tempo, fanno annunci che vengono disattesi puntualmente, alimentando la sfiducia verso la politica e le istituzioni democratiche. La maggioranza di governo si è avvitata attorno ai processi del premier e alle “risse” fra il premier, il ministro dell’Economia e la Lega in cerca di visibilità. Gli annunci sui tagli ai costi della politica sono rimasti annunci. Dopo avere promesso tagli drastici, di rinvio in rinvio, rimane tutto come prima; nel frattempo, il governo chiede altri sacrifici ai cittadini comuni, come l’innalzamento dell’età pensionistica ed altro. Scelte dolorose, magari ragionevoli se, per esempio, i parlamentari ritoccassero i loro vitalizi e accedessero ai mutui come i comuni mortali. L’abolizione degli apparati politici, a cominciare dalle province, e il taglio del numero dei deputati e dei senatori, sono state le decisioni che hanno preceduto le manovre di contenimento della spesa. Non se n’è fatto niente. Anche i consigli regionali avrebbero dovuto stringere la cinghia, riducendo il numero dei componenti. L’Assemblea regionale siciliana, con i suoi novanta deputati regionali, stando alle indicazioni del governo, avrebbe dovuto dimagrire di quasi la metà, portando a cinquanta i suoi membri.  A Palermo, messi alle strette, hanno dovuto abbozzare. Il presidente dell’Ars, Francesco Cascio, ha proposto un ritocco delle “prescrizioni”, riducendo il danno: da cinquanta a settanta, e rinviando il provvedimento a dicembre. Vedremo. Gli annunci sono diventati la panacea di tutti i mali, un metodo ed un costume. L’effetto che essi suscitano appaga coloro che sono chiamati a darvi concreta attuazione, ma manda in bestia chi segue le vicende politiche ed istituzionali con qualche interesse. Basterebbe, tuttavia, prestare attenzione al merito dei provvedimenti annunciati per rendersi conto della volontà vera dei rappresentanti delle istituzioni. Ci sono decisioni, infatti, che possono produrre immediati risparmi ed aggiustare le cose, dando un senso ciò che si dice di fare, ed altre che richiedono percorsi laboriosi e lunghi, che lasciano il tempo che trovano. Se ci fosse volontà vera, per esempio, si ridurrebbe il finanziamento pubblico dei partiti e dei giornali di partito, che consumano impunemente un sacco di soldi senza averne alcun diritto. Partiti che non ci sono più e finti giornali di partiti ottengono un mare di quattrini senza che alcuno abbia dolersene. Basterebbe che il rimborso delle spese elettorale fosse tale, e non una funzione, che permette a chi ha speso mille euro di ottenerne centomila, dato che non deve dare conto delle spese effettive. Basterebbe abolire i costi “forfettari” nei rimborsi spesa dei parlamentari e degli amministratori. Basterebbe obbligare i consigli di presidenza delle assemblee legislative – Parlamento nazionale, Assemblea regionale siciliana, consigli regionali – a fare conoscere i provvedimenti che assume in tempo reale, per consentire l’esercizio del controllo pubblico e suggerire moderazione su prebende e privilegi. Il taglio dei parlamentari, infatti, potrebbe non spostare di una virgola il tetto della spesa se restano in piedi i maneggi sui soldi pubblici perché i provvedimenti dei consigli di presidenza – che sono i consigli di amministrazione “incontrollabili” – non devono rendere conto ad alcuno di ciò che decidono a favore di se medesimi. È un caso unico nella pubblica amministrazione, nemmeno la Corte dei Conti può metterci il naso nelle decisioni degli amministratori dei Palazzi. L’assenza di controlli e di trasparenza favoriscono le cattive abitudini e le tentazioni. Questa condizione può essere modificata nel giro di qualche ora. Occorre solo volerlo. C’è qualche mosca bianca nelle istituzioni che si batte per la riduzione dei costi. Il deputato regionale Giovanni Barbagallo ne ha fatto una questione di vita. Egli giudica inaccettabili le doppie indennità di alcuni deputati e insopportabile la pletora dei componenti del Parlamento. La sua battaglia non è stata coronata da successo fino a che non è arrivato il diktat, finora virtuale, da Roma sulla riduzione dei componenti delle assemblee legislative. Ma anche questa “opportunità” potrebbe trasformarsi in uno specchietto per le allodole e non produrre altro che nuovi annunci. È la metafora di ciò che avviene nei Palazzi italiani. Nei giorni scorsi il Corriere ha svolto una indagine sulle risorse di cui dispongono i parlamenti stranieri, soffermandosi sul Regno Unito, dove la Camera dei Comuni conta su qualche deputato in più della nostra Camera, eppure spende la metà di Montecitorio. È la dimostrazione che la riduzione dei parlamentari potrebbe lasciare le cose come stanno, giacché sono le prebende e i privilegi a fare la differenza, più che il numero dei parlamentari. Se vogliono fare sul serio, devono assumere provvedimenti che hanno effetto immediato, eliminando i rimborsi forfettari, le doppie indennità, riducendo effettivamente le spese e, soprattutto obbligando i consigli di presidenza a fare sapere ciò che decidono. Ma è dura, sicché si continuerà ad annunciare riforme costituzionali che non arrivano.

 

I politici siciliani rinunciano ai privilegi? Non se ne parla!

Si sono trovati escamotage per bloccare una serie di interventi previsti dalla legge finanziaria in merito ai tagli dei costi della politica. Ormai è diventato l'argomento del giorno, tutti ne parlano, le proposte arrivano da ogni parte politica, ma è davvero difficile che qualcosa di concreto avverrà in tal senso. Stiamo parlando dei tagli ai costi della politica e dei tanti privilegi di cui godono coloro i quali siedono in poltrone comode, dalle quali non vogliono separarsi per nessun motivo al mondo. Come a Roma, anche in Sicilia i politici predicano bene e razzolano male. Nessuno si illudeva che ciò potesse avvenire. Il famigerato taglio di auto blu nascondeva un mega rimborso a favore di chi rinunciava, e di tagliare davvero i costi della politica in un periodo in cui la crisi potrebbe essere letale per il nostro paese, ancora non se ne parla. I politici della nostra isola, avevano dimostrato, a parole, la volontà di rinunciare a tali privilegi, ma a quanto pare, a pagare saranno sempre i cittadini vessati e tartassati. Sull'argomento è intervenuto Claudio Barone, segretario generale della Uil Sicilia: 'Siamo alle solite -ha detto Barone-. Come prevedevamo non c'è nessuna voglia di tagliare i costi della politica e di razionalizzare la spesa della macchina burocratica della Regione siciliana''. ''La manovra impostata dal Governo - prosegue - prevedeva una serie di interventi, condivisibili e richiesti da tempo con forza dalla Uil e dalle parti sociali ma non graditi alla politica. Non potendoli contestare nel merito, si sono trovati degli escamotage per bloccarli comunque con bizantinismi sulla funzione della legge finanziaria. Ma sia chiaro, questo sindacato non accetterà mai che non si trovino le risorse per gli arretrati contrattuali di chi lavora per non toccare i privilegi dei politici''. E il leader della Uil conclude: ''L'insensibilità sul taglio dei costi della politica, in un momento in cui i cittadini sono chiamati a drammatici sacrifici, è inaccettabile''.

 

Ufficio della Regione a Bruxelles costa ai siciliani 2,7 milioni di euro"

Secondo il Cobas-Codir, il sindacato dei dipendenti regionali, "l'acquisto dell'ufficio di Bruxelles della Regione siciliana, che ha sede in Rue Belliard 12, è costato ai contribuenti siciliani 2,7 milioni: si tratta di circa 750 mq di locali per i quali il presidente Lombardo ha speso altri 400 mila euro per realizzare abbellimenti, compreso il pavimento composto da lastroni di marmo fatti arrivare da Custonaci (Tp). Ma ha ridotto il numero del personale di ruolo in servizio". La riduzione, prosegue il sindacato, è avvenuta "attraverso due delibere di giunta: la 190 del 5 agosto 2011, che riduceva le unità di personale da sei a quattro; e successivamente la 216, del 13 settembre 2011, con la quale operava un'ulteriore riduzione da quattro a due unità: un funzionario e un istruttore". Le delibere  sono state impugnate dal Cobas/Codir davanti il Tar di Palermo "in quanto - scrivono i sindacati - palesemente illegittime sia per assenza di motivazioni che per non avere seguito le procedure delle leggi che prevedono espressamente il confronto con le organizzazioni sindacali". "Oggi - sottolinea il sindacato - sono state notificate al personale le note di trasferimento verso altri uffici regionali in Sicilia, senza rispettare l'emissione del giudizio cautelare pendente presso il Tar, la cui udienza è prevista a fine di questo mese. Con questo ulteriore atto il presidente ha finalmente fatto chiarezza sul suo reale progetto per Bruxelles: spendere 3 milioni fra acquisto e abbellimenti vari per una sede di quasi mille metri quadrati per assegnare in servizio solo tre dipendenti di ruolo: una dirigente, un istruttore e un funzionario. Costo dell'acquisto un mln a dipendente: ecco l'affare del secolo per la Regione e per i contribuenti siciliani".

 

Parlamentari e manager, lo specchio dei privilegi

Ricche baby pensioni, maturate per un giorno di lavoro e senza cumulo. Baby pensionati, le 10 pensioni più ricche, pensioni per un giorno di lavoro e quelle senza limiti di cumulo. La lettura di queste cifre danno la misura dei privilegi che parlamentari e manager pubblici e privati mantengono ancora oggi, nonostante gli annuncia e la buona volontà manifestata. Non si tratta di una colonna infame, i parlamentari e i manager che detengono le pensioni d’oro non sono direttamente “responsabili” del loro “facoltoso” stato. Le norme valgono per tutti. Non ci sono casi di rinunce, questo è vero, ma non sono tanti coloro che rinunciano ad un diritto acquisito. Non una gogna, dunque, ma uno specchio fedele di privilegi non più sopportabili dal Paese.  

Baby pensionati

( nome cognome, classe,  ramo, pensione lorda annuale -  mensile - al giorno, ente)

Mauro SANTINELLI 1947 telefonia 1.173.205,15 - 90.246,55 -  3.258,90  INPS

Mauro GAMBARO 1944 finanza 665.083,64 - 51.160,28 - 1.847,45  INPS

Alberto DE PETRIS 1943 telefonia 653.567,20 - 50.274,40 - 1.815,46  INPDAI

Germano FANELLI 1948 elettronica 600.747,68 - 46.211,36 - 1.668,74  INPS

Vito GAMBERALE 1944 telefonia 574.102,23 - 44.161,71 - 1.594,72  INPS

Alberto GIORDANO 1941 finanza 549.193,74 - 42.245,67 - 1.525,53 INPS

Federico IMBERT 1951 finanza 539.775,62 - 41.521,20 - 1.499,37  INPS

Giovanni CONSORTE 1948 finanza 372.000,00 - 28.593,00 - 1.033,33  INPS

Ivano SACCHETTI 1944 finanza 371.000,00 - 28.560,00 - 1.030,55  INPS

Ernesto PAOLILLO 1946 finanza 342.000,00 - 26.327,00 -  950,00 INPS

PENSIONE PER 1 GIORNO DI LAVORO

nome cognome attività svolta per pensione/mese lorda ente

Luca BONESCHI parlamentare 1 giorno 3.108,00 Camera

Piero CRAVERI parlamentare 8 giorni 3.108,00 Senato

Angelo PEZZANA parlamentare 8 giorni 3.108,00 Camera

Toni NEGRI parlamentare 64 giorni 3.108,00 Camera

Paolo PRODI parlamentare 126 giorni 3.108,00 Camera

Clemente MASTELLA giornalista 397 giorni (?) INPGI

Oscar Luigi SCALFARO magistrato 3 anni 7.796,85 INPDAP

 (nome cognome attività svolta in pensione a pensione/mese lorda ente)

Manuela MARRONE in BOSSI insegnante 39 anni 766,37 INPDAP

Giuseppe GAMBALE parlamentare 42 anni 8.455,00 Camera

Antonio DI PIETRO magistrato 44 anni 2.644,57 Inpdap

Rainer Stefano MASERA banchiere 44 anni 18.413,00 INPS

Pier Domenico GALLO banchiere 45 anni 18.000,00 INPS

Rino PISCITELLI parlamentare 47 anni 7.959,00 Camera

Pier Carmelo RUSSO assessore Sicilia 47 anni 10.980,00 Regione Sicilia

Mario SARCINELLI banchiere 48 anni 15.000,00 INPS

Alfonso PECORARO SCANIO parlamentare 49 anni 8.836,00 Camera

Vittorio SGARBI parlamentare 54 anni 8.455,00 Camera

3 PENSIONI SENZA LIMITI DI CUMULO

nome cognome pensioni/mese lorde ente

Romano PRODI

4.246,00 INPDAP

4.725,00 Parlamento

5.283,00 Unione Europea

2 PENSIONI SENZA LIMITI DI CUMULO

nome cognome pensioni/mese lorde ente

Luciano VIOLANTE

7.317,00 INPDAP

9.363,00 Camera

Publio FIORI

16.000,00 INPDAP

10.631,00 Camera

2 PENSIONI E UNO STIPENDIO SENZA LIMITI DI CUMULO

nome cognome

pensioni/mese lorde +

stipendio lordo

ente

Giuliano AMATO

22.048,00 INPDAP

9.363,00 Parlamento

(?) stipendio di Deutsche Bank

Lamberto DINI

18.000,00 Bankitalia

7.000,00 INPS

19.053,75 stipendio da parlamentare

Carlo Azelio CIAMPI

30.000,00 Bankitalia

4.000,00 INPS

19.053,75 stipendio da parlamentare

Giulio ANDREOTTI

5.823,00 INPDAP

5.086,00 INPGI

19.053,75 stipendio da parlamentare

1 PENSIONE E UNO STIPENDIO SENZA LIMITI DI CUMULO

nome cognome

pensione/mese lorda +

stipendio lordo

ente

Renato BRUNETTA

4.352,00 INPDAP

19.053,75 stipendio da parlamentare

Giuseppe FIORONI

2.008,00 INPDAP

19.053,75 stipendio da parlamentare

Rocco BUTTIGLIONE

5.498,00 INPDAP

19.053,00 stipendio da parlamentare

Achille SERRA

22.451,00 INPDAP

19.053,75 stipendio da parlamentare

Mario DRAGHI

14.843,00 INPDAP

37.500,00 stipendio Bankitalia

Cesare GERONZI

22.037,00 INPS

417.500,00 stipendio Ass. Generali

 

I costi della politica di sprechi e privilegi vademecum per Monti

Un ufficio per ciascun politico, e negli ultimi 30 anni, spesa cresciuta di ben 41 volte. Un costo che ammonta a 9 mila euro al mese per ogni eletto, per un totale di 35 milioni l’anno.  B - Benefit. In un inchiesta l’Espresso elenca le voci accessorie e servizi dedicati ai deputati che in quattro anni sono aumentati di 60 milioni: viaggi di ex onorevoli, servizi di ristorazione, rimborsi forfettari per le telefonate, spese per la pulizia, abbigliamento (comprensivo di uniformi per autisti e commessi) e corsi d’inglese.  C - Costi della politica. Ammontano a un milione l’ora, 9 miliardi l’anno, circa 150 euro per cittadino. Facendo i conti ciascuno di noi arriva a pagare 12 mila euro nell’arco della propria vita (in una media di 80 anni). D - Doppio lavoro. Sono 186 gli onorevoli che si dividono tra Parlamento e un secondo impiego. Il caso del cardiochirurgo Gaglione ha dato vita alla polemica: con un reddito esterno di 492 mila euro, ha totalizzato il 99,4% di assenze.  E - Europa. Dove l’euro regna, l’Italia gode di molti primati. Stipendi dei parlamentari più elevati: quasi 12 mila euro al mese (al netto di rimborsi forfetizzati, benefit e indennità) contro circa i 7 mila di Germania e Francia. Poveri i finlandesi che devono “accontentarsi” di soli 5 mila euro. E visto che siamo affezionati ai nostri partiti, il contributo di ogni cittadino è di oltre 3 euro l’anno, contro un euro e 25 centesimi della Francia. F - Frequenza satellitare. Con il passaggio al digitale terrestre, in trattativa due canali per risollevare la reputazione della Camera e del Senato. I cittadini potranno visionare costantemente il loro lavoro. Obiezione: non esistono già programmi per la diretta delle sedute via satellite e sul web? Si, ma dobbiamo aggiornarci con la nuova tecnologia, spesa prevista: appena 395 mila euro. G - Gettoni. Un consigliere comunale di Padova incassa per ogni seduta 45,90 euro, uno di Treviso 92, uno di Verona 160 a Palermo si arriva talvolta a superare il tetto delle 10 mila euro. Giornali. La spesa per i giornali di partito ammontava al 2009 a 160 milioni di euro. La storia del finanziamento pubblico all’editoria è ben riassunta in una datata (ma estremamente precisa) puntata di Report, nella quale si sottolinea: “Tutto comincia con la legge del 1981 che dà un aiuto ai giornali di partito perché non in grado di sostenersi da soli. Se tutto fosse finito lì oggi lo Stato sborserebbe 28 milioni di euro all’anno. Invece nell’87 la legge cambia e basta che due deputati dicano il tal giornale è organo di un movimento politico, che può attingere al grande portafoglio, poi nel 2001 la legge cambia di nuovo: bisogna diventare cooperativa [...]”. (fanpage.it, 17 novembre 2010). H - Hic et nunc. Il detto latino qui e ora non sembra condiviso. Il debito si aggrava, l’economia affossa, ma i tagli (quelli efficaci) si prorogano. Ai posteri l’arduo compito di vivere senza benefit, gli attuali parlamentari possono stare tranquilli.  I - Indennità. Oggi, Camera e Senato spendono per le indennità dei loro membri circa 144 milioni di euro. Purtroppo modesta la trasparenza, e il divario con l’Europa s’accresce. Un esempio? Il nostro ministro della Sanità può arrivare a guadagnare 6 mila euro in più di quello tedesco. L - Ladri. Non si parla certo dei parlamentari, ma delle misteriose sottrazioni avvenute tra i beni della Camera: 7 dipinti, due sculture, e 22 tra stampe e incisioni. E tra i beni dei deputati? Evidentemente troppo presi dal lavoro per non farci attenzione, e prontamente scattano le denuncie per i furti dei costosi computer portatili nonché della propria pelliccia di valore. Meno male che beneficiano di un’assicurazione a rimborso integrale. M - Malati. Per nostra fortuna dovrebbero essere davvero pochi viste le costose cure che ammontano ad oltre 10 milioni l’anno. Sulla salute non si scherza e così è facile comprendere come 7,3 milioni dipendano da rimborsi di cure termali, fisioterapisti, occhiali, psicoterapia e protesi ortopediche.   N - Numeri da record. Si parla delle Regioni, dove, tra gli stipendi elevati e il numero esorbitante di dipendenti, le spese non possono che essere da record. Podio per il presidente del Piemonte (15.655 euro), della Sardegna (14.644 euro) e della Puglia (14.595 euro). Ma in proporzione è il Molise la regione con il minor numero di residenti con la percentuale maggiore di dipendenti pubblici (2,79 per mille abitanti). O - Onorevoli e senatori a vita. In comune hanno molto: compensi elevati e rimborsi dopo rimborsi. Un senatore a vita ci costa 300 mila euro l’anno. Ciò nonostante si rinvia la possibilità di dimezzare gli onorevoli: sarebbero 130 milioni risparmiati subito. P - Province. Lo Stato avrebbe a disposizione 2 miliardi con l’abolizione delle 110 province (di cui 113 milioni vengono pagati solo per le indennità e gettoni di presenza per i presidenti, assessori e consiglieri). In totale si andrebbero a risparmiare 12 miliardi all’anno.  Partiti fantasma. Percepiscono i rimborsi elettorali anche i partiti che non esistono più tra cui Forza Italia, Democratici di sinistra, Margherita e l’Udeur di Mastella, insieme a un partito personale “NuovaSicilia” di Bertolo Pellegrino (recentemente assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa) che fino allo scorso anno ha ottenuto centomila euro.  Q - Quirinale. Esentato tra gli apparati istituzionali, insieme alla Corte Costituzionale, dalla norma che infligge una riduzione del 10 per cento degli stipendi oltre i 90 mila euro e del 20 per cento oltre i 150 mila euro. Nessun attacco al Colle, insomma. R - Rimborsi. Il Parlamento paga diaria, rimborsi e spese telefoniche per un totale di 96 milioni di euro. È l’ora di fare come a Strasburgo, dove gli assistenti sono pagati direttamente dall’Europarlamento, evitando le furbizie: spesso solo una parte dei contributi dei portaborse incassati dai parlamentari vengono effettivamente rigirati ai collaboratori.  Rimborsi elettorali. Il finanziamento pubblico in teoria è stato abolito con un referendum. Falla la legge, trovato l’inganno. Ma tra rimborsi, contributi e trucchi vari, le segreterie hanno incassato lo stesso. Anzi, hanno incassato molto più di prima. Grazie alla legge mille deroghe del 2006, viene affidato un euro per ogni cittadino votante iscritto nelle liste elettorali da dividere percentualmente in base ai voti ricevuti. Spetta anche ai partiti in caso di chiusura anticipata della legislatura per un totale di tre miliardi negli ultimi 16 anni. (la Repubblica, 24 giugno 2011) S - Scorte. De decenni ogni ministro dell’Interno dice d’averle tagliate, ma è una bufala. A Roma il rapporto fra auto di scorta e volanti della polizia, lo dice il Sap ma il prefetto concorda, è di otto a uno. Di più: la benzina per le scorte non manca mai, quella per le volanti o le gazzelle devono pagarla talvolta di tasca propria i poliziotti e i carabinieri. (Corriere della sera, 14 novembre 2011). T - Tagli. I tempi si allungano, serve una legge costituzionale per fare dei tagli ai costi della politica che possano ridurre la spesa. Rinviato tutto al 2013. U  - Utilitarie blu. La manovra di luglio aveva stabilito che la massima cilindrata doveva essere di 1600, risparmiando così un miliardo l’anno, contemporaneamente venivano acquistate 13 Maserati quattroporte blindate. Si aggiungono alle 72 mila auto blu-blu, blu e grigie concesse anche a chi per diritto non spettano.  V - Vitalizi. Il Parlamento paga agli ex 2307 parlamentari 218 milioni di euro. Nel 2010 il deputato Antonio Borghesi disse “Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio.” Proposta bocciata da 498 dei 525 presenti, e c’è chi per aver ricoperto appena un giorno il ruolo di parlamentare percepisce un vitalizio di 3 mila euro al mese. Z - Zavorra. I dipendenti di palazzo Chigi sono attualmente più di 4600 contro i 1337.

 

Ars, pensioni e stipendi buste paga doppie rispetto alla Lombardia

Al segretario generale 13 mila euro al mese, il suo omologo a Milano ne prende 6.500. Un consigliere parlamentare con incarico di direttore guadagna 9.200 euro netti al mese, in Lombardia si ferma a 3.790. Il palazzo d'oro non garantisce solo stipendi da favola, consentendo a un commesso di guadagnare più di un dirigente scolastico o a uno stenografo non laureato di guadagnare quattro volte di più di un insegnante di ruolo. Il Palazzo garantisce anche pensioni impensabili per qualsiasi altro dipendente pubblico. I numeri sono stati messi nero su bianco proprio dagli uffici del Palazzo in questione: per la prima volta l'Assemblea regionale rende note le cifre delle pensioni dei suoi ex dipendenti, qualifica per qualifica, con uno studio calcolato su 35 anni di contributi, il minimo per andare a riposo nell'amministrazione dorata del più antico parlamento d'Europa. E le cifre sono impressionanti, specie se confrontate con quelle di un altro organismo consiliare come il Consiglio regionale della Lombardia, il tutto grazie all'autonomia ma anche a scatti d'anzianità automatici riconosciuti dall'Assemblea che consentono incrementi stipendiali ben superiori a quelli dell'inflazione Istat. E se è incontestabile che la Sicilia ha uno Statuto autonomo e che l'Ars ha una storia centenaria, è anche vero che in un momento di crisi come questo giustificare il costo del personale dell'Assemblea siciliana, doppio rispetto a quello di una regione come la Lombardia, è davvero difficile. I dipendenti di Palazzo dei Normanni sono equiparati a quelli del Senato, in virtù della tanto vantata autonomia. Grazie a questa equiparazione, sancita nella prima seduta di Sala d'Ercole nel 1947, oggi le retribuzioni non sono minimamente comparabili con quelle degli altri organismi consiliari regionali del resto d'Italia, compresi quelli delle altre regioni a Statuto speciale. All'Ars un segretario generale, incarico ricoperto attualmente da Giovanni Tomasello, con 24 anni di anzianità ha uno stipendio netto tabellare pari a 13.145 euro al mese in 16 mensilità. Un suo pari del Consiglio regionale della Lombardia guadagna 6.590 euro netti in sole 13 mensilità. Molto meno della metà. Lo stipendio del segretario generale, carica che all'Ars è ricoperta da due persone, è maggiore anche di pari funzioni di consigli di altre regioni a statuto speciale: per esempio il segretario del Consiglio della Valle d'Aosta, Christine Perrin, guadagna 8 mila euro lordi al mese. Chiaramente con questo divario anche le pensioni risulteranno differenti, e di molto: un segretario generale con 35 anni d'anzianità all'Ars ha garantita una pensione di 12.263 euro netti al mese, in Lombardia di 5.931 euro. Le cifre sono incomparabili anche per tutte le altre qualifiche: in Assemblea, a esempio, un consigliere parlamentare con incarico di direttore con 24 anni d'anzianità guadagna 9.257 euro netti al mese, un suo pari in Lombardia si ferma a 3.790, con il risultato conseguente che la vecchiaia per il primo sarà dorata, per il secondo un po' meno. Perché l'Ars garantirà a questo consigliere parlamentare una pensione di 9.715 euro netti al mese, il Consiglio della Lombardia di 3.411. Le differenze di retribuzione riguardano comunque tutte le qualifiche fino alla più bassa, quella dei commessi. Differenze di retribuzione dovute non solo alla "specialità" siciliana, ma anche al tipo di contratto. Quello dei dipendenti dell'Ars prevede infatti scatti d'anzianità automatici, cosa impensabile in Lombardia: "Qui lo stipendio tabellare delle varie qualifiche non cambia in base all'anzianità e rimane sempre fisso - dicono dall'ufficio retribuzioni del Consiglio regionale lombardo - in questo modo un dipendente può avere aumenti di stipendio solo se con concorsi interni cresce di qualifica". Con questo meccanismo in Lombardia un commesso di massimo grado, cioè di categoria D3, può arrivare nella migliore delle ipotesi a guadagnare 1.566 euro netti al mese, che diventano 2 mila con un'indennità aggiuntiva che copre gli straordinari. Quando andrà in pensione questo commesso lombardo avrà un assegno mensile di 1.409 euro. Numeri che farebbero a dir poco sorridere i 120 commessi dell'Assemblea regionale, che con 24 anni d'anzianità arrivano a guadagnare 3.736 euro netti al mese e possono contare su una pensione dorata da 3.439 euro. Nel dettaglio l'Ars garantisce pensioni elevate a tutti i suoi dipendenti: uno stenografo parlamentare avrà minimo 6.324 euro al mese, un coadiutore 4.184 euro e un tecnico amministrativo 3.746 euro. Netti, chiaramente. Ecco perché entrare a Palazzo dei Normanni è il sogno di tutti i siciliani: qui si rimane sempre al riparo dalle intemperie e si vive davvero fuori dal mondo.

 

Record in Sicilia l'Ars è il consiglio regionale più costoso

Ogni cittadino dell'Isola spende cinque  volte più dei lombardi: l'Ars pesa 33 euro l'anno per una spesa di 167 milioni. I lombardi pagano solo 6,6 euro a testa, i piemontesi 15. L'Assemblea regionale siciliana costa, a ogni contribuente, cinque volte il consiglio regionale lombardo e più del doppio di quello laziale e piemontese. I numeri di un raffronto che incornicia privilegi antichi e resistenti ai tagli figli della crisi. Perché, se Palazzo dei Normanni riesce per la prima volta ad approvare un bilancio in controtendenza rispetto agli anni scorsi (con una riduzione di spese di quasi 5 milioni), i suoi numeri sono ancora ben lontani da quelli di altre assemblee. Basta confrontare le uscite dei singoli consigli con il numero di abitanti delle regioni rappresentate: si scopre, così, il peso che il Parlamento isolano, forse la massima espressione dei vantaggi economici dell'Autonomia, continua ad avere sulla società. Con i suoi 167,5 milioni di spese correnti, l'Ars guarda dall'alto tutte le altre assemblee. Il costo pro-capite è di 33 euro per abitante. Il consiglio lombardo ha appena varato un bilancio da 66,3 milioni, con una spesa pro-capite di appena 6,6 euro: divario che si spiega con il fatto che la Lombardia ha quasi il doppio degli abitanti della Sicilia. Ma l'Ars vince il confronto anche con il consiglio regionale del Lazio (97 milioni ovvero 16,9 per abitante) e con quello del Piemonte che per il 2012 prevede una spesa di 66,7 milioni, cioè circa 15 euro per abitante. Anche una Regione del Sud come la Puglia ha una gestione più economica di quella siciliana: il bilancio di previsione del suo consiglio, per l'anno prossimo, contempla uscite per 56,1 milioni. Significa una spesa pro-capite di 13,7 euro.  Costi più alti, in rapporto al numero degli abitanti, si riscontrano nelle altre Regioni a statuto speciale. La Valle d'Aosta spende 16,5 milioni per far funzionare il suo consiglio regionale e ha una altissima spesa pro-capite, pari a 128 euro. Ma, avendo appena 128 mila abitanti (contro i 5 milioni della Sicilia), il confronto è difficilmente proponibile. Insomma, dalla lettura dei bilanci che in questi giorni i consigli regionali stanno approvando, emerge la tendenza generale a una compressione della spesa (nel 2011 le regioni italiane hanno dilapidato un miliardo 100 milioni per mantenere i loro "parlamenti"), ma anche una ridondanza dei costi della politica al di sotto dello Stretto. Situazione in parte legata alle indennità percepite dai deputati siciliani che però, pur essendo ancora novanta (almeno fino al termine della legislatura), pesano sulle casse pubbliche solo per un paio di milioni di euro in più rispetto ai meno numerosi colleghi di Lombardia e Puglia. Il gap diventa un baratro se si guarda a vitalizi e retribuzioni del personale. Per le "pensioni" dei consiglieri, nel 2010, la Lombardia ha messo in bilancio 7,8 milioni di euro, un terzo di quanto ha stanziato l'Ars (20,5 milioni). E la Lombardia, pur avendo più dipendenti dell'Assemblea siciliana (296 contro 248) spende per il personale la metà: 19 milioni di euro l'anno a fronte dei 40,4 milioni dell'Ars. Una differenza, netta, che dipende dal fatto che le retribuzioni del personale di Palazzo dei Normanni sono parametrate a quelle del Senato e dunque più elevate. Altre voci, meno corpose ma emblematiche, balzano davanti agli occhi nel raffronto fra l'Ars e gli altri consigli. E non è soltanto quella relativa ai costi della buvette che, malgrado i recenti tagli ai cosiddetti "buoni pasto" dei deputati, nel 2012 graverà sulle casse per oltre 925 mila euro, più o meno 77 mila euro al mese. Le spese di rappresentanza, per dire, pesano sul bilancio di Palazzo dei Normanni per 342 mila euro: oltre dieci volte in più della Puglia (26 mila euro) e ben trenta volte in più della virtuosa Emilia-Romagna. In un Paese zibaldone, che vede tuttavia la Sicilia in prima fila nelle "spesucce" della politica, capita pure che le divise del personale di servizio (i commessi) costino all'Ars 360 mila euro contro gli appena 58 mila della Puglia. Un rapporto di sei a uno. E le autoblù? L'amministrazione dell'Ars si vanta di disporne di un numero appena sufficiente (tredici) ma la spesa per il noleggio e la gestione delle vetture, almeno quella messa in preventivo per l'anno venturo (425 mila euro), è dieci volte superiore a quella (48.869 euro) del consiglio regionale pugliese. Segnali che, malgrado i propositi e i primi atti compiuti nella direzione dell'austerity, la risalita della Penisola è operazione ardua. Piccolo calcolo: se l'Ars rispettasse un parametro medio di spesa di 15 euro per abitante (quello del Piemonte) il bilancio regionale guadagnerebbe oltre 90 milioni di euro ogni anno. La stessa cifra che l'Ue ha investito per la diffusione della banda larga in Europa. 

 

Politica ma quanto ci costi: "350 euro a famiglia"

I costi della rappresentanza politica gravano sui bilanci familiari per una cifra pari a 350 euro l'anno. E' quanto emerge da un'analisi dell'Ufficio studi di Confcommercio. "La scarsa efficienza dell'apparato pubblico unita all'eccessivo livello di spesa pubblica (oltre il 50% del Pil) - si legge in una nota - rendono indispensabile agire anche su questo fronte per ridurre la pressione fiscale su famiglie e imprese. In particolare, una possibile azione di contenimento della spesa pubblica potrebbe partire dai costi della rappresentanza politica - ovvero quelli che i cittadini complessivamente sostengono per eleggere e far funzionare l'insieme degli organismi legislativi nazionali e decentrati - che, nel nostro Paese, ammontano ad oltre 9 miliardi di euro l'anno, corrispondenti a poco piu' di 350 euro per nucleo familiare, circa 150 euro a testa". "Applicando ai circa 154 mila rappresentanti politici dei vari organi collegiali nazionali e locali l'ipotesi - piu' volte ventilata e condivisa da piu' parti - della riduzione di poco piu' di un terzo del numero dei parlamentari si avrebbe, infatti, un risparmio di spesa di oltre 3,3 miliardi all'anno. Cifra sufficiente ad attuare una riduzione permanente di circa 8 decimi di punto della prima aliquota Irpef a beneficio di oltre 30 milioni di contribuenti o, in alternativa, ad ottenere permanentemente una somma di 2.900 euro all'anno da destinare a tutte le famiglie in condizioni di poverta' assoluta. In entrambi i casi - conclude Confcommercio - si tratterebbe della piu' grande ed efficace operazione di redistribuzione mai effettuata nel nostro Paese".

 

Ecco quanto incassano mensilmente gli ex deputati regionali messinesi

Quattro sono sopra i 7.900 euro mensili, alcuni sommano gli assegni dei mandati a Roma. Cifre da capogiro, alla faccia della crisi. C’è già chi potrebbe andare in pensione, tanti altri dovranno aspettare il raggiungimento dell’età pensionabile ma hanno già maturato l’indennità permanente.  La morsa della crisi non ha risparmiato l’Assemblea Regionale Siciliana, finita nel calderone dei provvedimenti predisposti dal Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, per rispondere al recente crollo finanziario che ha coinvolto anche l’Italia. Come già annunciato infatti, all’Ars, dalla prossima legislatura, il numero dei deputati dovrebbe passare dai 90 attuali a 50 e le indennità dimezzata da 5.850euro al mese lordi a circa 3mila netti. Eppure c’è chi, in virtù dei privilegi riservati al “parlamentino siciliano” in passato, può godere comunque di benefici a vita. Alla faccia delle difficoltà economiche del Paese. Parliamo dei vitalizi, cioè di quella quota che i deputati nazionali, così come quelli regionali, incassano o incasseranno mensilmente per aver prestato servizio presso i parlamenti. Un mattone monetario pesante per le debilitate casse regionali. A cospetto di un sistema che la gente, soprattutto chi lavora decenni per ottenere uno straccio di pensione, non riesce più a vedere di buon occhio. Una strada per rivedere la formula di assegnazione è stato voluto dall’odierno presidente dell’Ars, Francesco Lo Cascio, che ha vincolato l’incasso degli assegni: al raggiungimento del 65esimo anno di età, alla contribuzione minima di dieci anni (due legislature) escludendo versamenti volontari e al blocco delle quote al 60% dell’indennità maturata. Sicuramente un bel colpo di spugna che però sarà attuato dalla prossima legislatura, lasciando così a vecchi e attuali deputati regionali il pregio di potere godere di assegni dorati. Ad esempio, pur avendo un età compresa tra i 50 e i 60 anni, alla fine della corrente legislatura potrebbero già andare in pensione nove deputati, due dei quali messinesi: Nino Beninati e Santi Formica. C’è chi invece dovrà aspettare il 65esimo anno di età ma con il superamento della metà del mandato, prima legislatura, ha già raggiunto il diritto al vitalizio (minimo di 2.900euro, 25% dell’indennità base), come Roberto Corona, Giuseppe Picciolo e Santo Catalano. Tutti gli altri deputati messinesi attualmente in carica, hanno già maturato il "benefit". Complessivamente i vitalizi finanziariamente sostenuti dall’Ars, ad oggi, sono 203. I beneficiari non sono più in carica né a Roma, né a Palermo, né a Strasburgo. Quattro dei quattordici assegni che superano i 7.900euro al mese sono indirizzati ad ex deputati regionali della provincia di Messina: si tratta di Salvatore D’Alia (padre del senatore dell’Udc Gianpiero) che somma anche 20 anni di deputazione nazionale per 5305euro al mese; del repubblicano di Gioiosa Marea, Salvatore Natoli; dell’ex sindaco democristiano di Pettineo, di origine argentine, Vincenzo Ojeni; e di Luciano Ordile, già assessore regionale e vice presidente, democristiano, attualmente presidente dell’Ente Teatro Vittorio Emanuele di Messina. Questi, hanno alle spalle almeno 5 legislature e 20 anni di contributi regionali e ricevono il 68% dell’indennità parlamentare attuale. Superano invece i 6.800euro lordi i deputati che hanno “totalizzato” tre-quattro legislature piene. Nella “lista” inseriti il liberale Francesco Martino, nipote del Ministro degli Esteri Gaetano Martino e presidente della Regione dal dicembre 1993 al maggio del 1995, ed Emanuele Tuccari, docente universitario, comunista (che aggiunge una legislatura alla Camera che gli frutta 2.238euro). Tutti gli altri messinesi che godono del vitalizio si trovano nella restante forbice tra i 6mila euro e i 2.900. Oltre ai già citati D’Alia e Tuccari, in quattro sommano i benefici maturati in altre sedi istituzionali: Antonino Germanà, fratello di Basilio, che come Tuccari percepisce 2.238 per una legislatura a Roma e Vincenzo Pavone, 20 anni nella Capitale per 5305euro di indennità. E poi l’attuale presidente della Provincia Nanni Ricevuto (due volte senatore, una deputato, sottosegretario ai Trasporti e vice ministro all’Istruzione) e Sebastiano Sanzarello (senatore nel 2001 ed eurodeputato dal 2008). Questi ultimi due hanno optato per la ricongiunzione su base regionale degli altri vitalizi maturati. A seguire l’elenco completo degli altri beneficiari: Francantonio Bisignano (Pri, fratello dell’assessore provinciale Michele Bisignano), Giuseppe Campione (Dc, ex presidente della Regione), Giovanbattista Davoli (Msi, storico volto della destra nazionale con un breve passaggio alla Camera nel 1983), Serafino Marchione (ex Psi e vice presidente della Provincia di Messina), Federico Martino (Rifondazione, anche assessore regionale alla Sanità), Angelo Paffumi (Pri, ma nel gruppo Mpa), Paolo Piccione (Psi, ex presidente dell’Ars), Elio Risicato (Pc, magistrato), Aldino Sardo Infirri (Psi, ex sindaco di Castell’Umberto), Gioacchino Silvestro (Pc, già vice presidente Ars), Bartolo Speranza (Lista Dini, preside, candidato con il Pd alle ultime consultazioni regionali), Giovanni Trimarchi (An, medico), Giuseppe Prestipino Giarritta (Pc, docente scolastico) e Antonino Messina (Pc, avvocato di S.Angelo di Brolo). Emanuele Rigano

 

Siedono in Parlamento ma pretendono il vitalizio da ex deputato regionale

I diritti acquisiti non si toccano: sulla base di questo presupposto sei parlamentari nazionali hanno presentato un ricorso alla Corte dei conti per mantenere la doppia indennità che percepiscono e che è stata tagliata da una decisione dell'Assemblea regionale siciliana con cui si vieta il cumulo della pensione di ex deputati regionali con le indennità ricevute dalla Camera o dal Senato. Ne dà notizia oggi la Repubblica. Il ricorso ai giudici contabili è firmato dai deputati Calogero Mannino, aderente al gruppo Misto dopo aver lasciato il Pid per fondare un suo movimento, e Alessandro Pagano del Pdl, e dai senatori Sebastiano Burgaretta e Giuseppe Firrarello, entrambi del Pdl, Salvo Fleres, ex Pdl e ora di Forza del Sud, e Vladimiro Crisaflulli (in foto), del Pd. Un ricorso praticamente trasversale che dimostra ancora una volta come la Casta tenda a tutelare in ogni sede i propri privilegi. Anche in momenti duri come questo, in cui soprattutto la povera gente è chiamata a fare sacrifici. Sarebbe da capire con quale faccia certi personaggi si presentano nei vari comizi elettorali, parlando di chissà quali grandi principi davanti a persone che da anni continuano a dissanguare. Tutti i ricorrenti – come riporta la Repubblica - ricevono dall'amministrazione dell'Ars un assegno vitalizio che varia tra i 3 e i 6mila euro, per la loro trascorsa attività di deputati regionali. Somme che si aggiungono agli stipendi che i sei uomini politici riscuotono come parlamentari. Non meno di 20mila euro mensili. Il Consiglio di presidenza dell'Ars, poco prima della pausa estiva, per rispondere alle esigenze di contenimento dei costi della politica, tra le altre misure aveva imposto il divieto di cumulare le due indennità. I ricorrenti sostengono che tale decisione è illegittima perché non sarebbe possibile bloccare il pagamento di un vitalizio che è legato al versamento di contribuzione ed è in ogni caso un diritto acquisito da molti anni.

 

I sacrifici più facili da sopportare sono quelli degli altri

Marx sosteneva che la società era divisa in classi, Mussolini vedeva le corporazioni alla base dei conflitti sociali; oggi finanzieri, industriali, commercianti, proprietari e professionisti si ribellano alla richiesta di sacrifici che l’Europa ci impone. E tentano di scaricarne il maggior onere su lavoratori dipendenti e pensionati. Intanto, i parlamentari prendono in giro tutti. Vale la pena tentare di comprendere meglio cosa si nasconde dietro alcune delle formule e degli slogan usati dalla nostra ineffabile classe politica per spingere il Paese fuori dalla crisi che lo attanaglia. Contributo di solidarietà? Sì, anzi, forse sì. O meglio no. Tobin tax sulle transazioni finanziarie? Assolutamente no! Però potrebbe essere materia di scambio. Colpire le rendite finanziarie? Sì, ma solo un pochino. Abbattere i costi e i privilegi dei politici? Con grande fermezza! A patto di non fare nulla di serio, con la tacita approvazione di tutto il Parlamento. Scorriamo rapidamente questi pochi punti, così da farci un’idea più precisa su cosa vogliano significare e, soprattutto, quali categorie e interessi vengono colpiti. La prima formulazione di contributo di solidarietà prevedeva un prelievo Irpef una tantum del 5% sugli stipendi compresi tra 90.000 e 150.000€ lordi annui, e del 10% oltre i 150 mila. Trattenuto mensilmente dallo stipendio e detraibile dalle tasse. In soldoni, chi prende 5.000€ netti al mese - 100 mila lordi l’anno - finirà per prenderne 4.700, cioè 300€ in meno (calcoli del Corriere della sera di domenica 14 Agosto, pag. 10) Chi prende 12.500€ netti al mese (250 mila lordi annui), scenderà a 11.880€ (contributo di solidarietà reale annuo di 7.410€, stessa fonte). I commercialisti perdonino le semplificazioni. Qualcuno dice che il sacrificio è eccessivo, ricordando che chi intasca 5.000€ netti al mese ha già visto il suo stipendio decurtato di ben 37.000€ in un anno, dalle tasse pagate anticipatamente. Non è l’unico argomento contrario: si trovano sotto la spada di Damocle di questa tassa solo i lavoratori dipendenti e i pensionati; che hanno contribuito al gettito totale dell’Irpef per oltre 137 miliardi e 286 milioni , pari al 93,7% del totale. In particolare, quelli che superano i 90 mila euro di reddito sono solo 511.534. Cioè l’1,2% del totale dei contribuenti a reddito fisso, ma pagano il 20% dell’introito totale dell’Irpef. Quando invece il reddito imponibile – cioè prima delle tasse - medio di un commercialista è stato pari a 5,5 mila euro mensili e quello di un dentista meno di 4 mila. Ben al di sotto del contributo di solidarietà. Il che dimostra senza ombra di dubbio che si chiede di più a chi ha già dato di più. L’opposizione di centrosinistra e una piccola parte della maggioranza osteggiano con decisione il contributo applicato con i parametri precedentemente esposti, avvalorando l’osservazione maliziosa secondo la quale il Parlamento è pieno di avvocati, commercialisti e lavoratori autonomi. Che difendono i loro personalissimi interessi Passando alla Tobin tax. - da non confondere con la Robin (Hood) tax, che riguarda i produttori di energia -, puntualizziamo che si tratta di un’imposizione estremamente leggera (tra lo 0,01 e lo 0,05%) sulle migliaia di transazioni finanziarie, a volte per importi colossali, che avvengono quotidianamente in tutte le piazze del mondo. Nata come imposta limitata alle transazioni internazionali, si è pensato di estenderla agli scambi interni con l’obiettivo di colpire soprattutto la pura speculazione di chi acquista e rivende ripetutamente anche gli stessi titoli durante la giornata. Vi si oppongono, ovviamente, gli operatori finanziari – che lucrano vantaggiosissime commissioni su tali scambi, banche in testa -, ben consci che la Tobin tax frenerebbe la speculazione internazionale ma ridurrebbe i loro utili. Spesso giganteschi: 1,2 miliardi di utile netto per Deutsche Bank nel solo 2° trimestre 2011 e 1,32 semestrali per Unicredit! Meglio che vada in malora mezza Europa che ridurre i premi per gli amministratori e i dividendi per gli azionisti. Si oppone anche buona parte del centrodestra, con l’obiezione (fondata) che, se l’Italia fosse la sola ad applicare la Tobin tax, l’intermediazione finanziaria made in Italy si sposterebbe all’estero. Quindi, o si applica in modo eguale in tutti i Paesi o non se ne fa nulla. Sulla tassazione delle rendite finanziarie, invece, sono quasi tutti d’accordo. Per la semplice ragione che la tassazione italiana è la più bassa tra quelle del mondo occidentale. Paradisi fiscali esclusi. Va distinta dalla tassazione dei capitali, in quanto colpisce i guadagni. Tutti o quasi concordano a portare quella sugli utili derivanti dalla compravendita di azioni, obbligazioni e fondi al 20%. Lasciando al 12,50% solo quella sui titoli di Stato. Fin qui tutto abbastanza normale per una democrazia parlamentare: i parlamentari si dividono sia per schieramenti che per sottoschieramenti, in difesa di quellli che ritengono gli interessi del proprio elettorato. Sta a Governo e Parlamento trovare il punto d’equilibrio tra le diverse posizioni. Quando si passa ai tagli dei costi e dei privilegi dei politici la divisione tra maggioranza e opposizione si rivela una vera e propria ammuina. Recitata allo scopo di lasciare tutto come prima. O quasi. Il “quasi” è dimostrato dallo sbandierato taglio degli stipendi in misura doppia rispetto a quello dei lavoratori dipendenti: 10% sopra i 90 mila euro e il 20% oltre i 150 mila. Con un piccolo particolare: la decurtazione, gloria e vanto dei nostri eroi, riguarda solo lo stipendio base – pari a circa 5.500 euro netti al mese -, quando la maggior parte della busta paga è formata da diarie e rimborsi che non entrano a far parte dell’imponibile. I soliti Rizzo e Stella hanno scoperto che, grazie a questo meccanismo, il 45% dei senatori e il 60% dei deputati denuncia meno di 90 mila euro all’anno. La restante parte dei parlamentari supera i 90 mila euro l'anno perché esercita attività collaterali. Attività collaterali severamente vietate, in Italia, ai “normali” dipendenti pubblici a 1.500€ al mese e a tutti i parlamentari dei Paesi seri. Tra quelli che superano tale somma si distinguono i principi del Foro-deputati Giulia Bongiorno (2.048.397€) e Niccolò Ghedini (1.127.118€).Per altri provvedimenti, chiacchiere, solo chiacchiere. Mirate a far passare la bufera.

 

All’Ars un pasto completo costa 9 euro: l’ennesimo privilegio-vergogna della casta

Il menu della bouvet dei parlamentari regionali ancora più “scontato” rispetto a quella dei senatori. E le “Forchette Rotte” protestano: a settembre buoni pasto per tutti alla ripresa dei lavori dell’Ars.Se già aveva fatto scandalo il menu dei senatori italiani, con prezzi stracciati per piatti prelibati, altrettanto rumore dovrebbe fare, sulla carta, quello dei parlamentari siciliani. Che pagano, alla bouvet riservata dell’Ars, anche meno: 9 euro un pasto completo dall’antipasto al caffè, costando alla comunità, secondo una stima fatta dal movimento “Forchette Rotte”, circa 600 mila euro l’anno. Uno schiaffo alla miseria, e la demagogia non c’entra. Perché questi sono i simboli di una condizione che non mette sullo stesso piano, inevitabilmente, il popolo e chi si fregia del diritto-dovere di rappresentarlo. Questi i prezzi scandalo: 1,21 euro per un antipasto all'italiana, 1,85 euro per gli spaghetti alle vongole, 2,78 euro per la frittura di triglie, 0,93 centesimi per il contorno, 1,13 euro per una macedonia di frutta e 0,36 centesimi per un caffè. Totale, 9 euro. «Meno di una pizza e una bibita che i ragazzi siciliani pagano in un qualsiasi locale dell'isola», commentano le “Forchette Rotte”, movimento costituitosi un paio di mesi fa e attivo soprattutto su Facebook e Twitter con campagne contro gli sprechi e i privilegi della politica. E proprio contro questo privilegio le “Forchette Rotte” annunciano un’azione di protesta: la distribuzione di buoni pasto per mangiare come un deputato dell'Assemblea regionale siciliana e consumare a un prezzo da “onorevole” di soli nove euro. I buoni pasto verranno distribuiti davanti ai supermercati il 21 settembre, quando l'Assemblea regionale riaprirà dopo la pausa estiva.

 

Regione, gli sprechi intoccabili

Dai bonus di aggiornamento culturale per gli ex deputati (anche se condannati) ai gettoni dei comitati amministrativi che danno pareri non previsti dalla legge: guida in otto punti agli sprechi nascosti che vengono risparmiati dalle manovre regionali in cantiere. La sola Asp di Palermo ha più auto di servizio della Regione, stipendi da record nelle Camere di commercio. Dai 68 assegni di «aggiornamento politico-culturale» che l´Ars garantisce ai propri ex deputati alle 800 vetture di servizio a disposizione delle Aziende sanitarie siciliane. Non finisce mai, l´elenco degli sprechi. Non finisce e fornisce numeri ed episodi di cattiva gestione che destano scandalo o semplicemente fanno riflettere. Il ventre molle della spesa pubblica, in queste settimane di crisi, è sottoposto a molteplici attacchi. Interventi reali o annunciati. La Sicilia, dice Raffaele Lombardo, «farà la sua parte nel contenimento dei costi della politica». Il 5 agosto la sua giunta ha approvato una delibera che taglia gli stipendi e gli staff degli assessorati, che limita il numero delle auto blu della Regione e comprime i canoni degli affitti degli immobili. Alle viste una manovra legislativa per sopprimere enti storici quali l´Esa e bracci operativi dell´amministrazione come l´agenzia per l´impiego e l´azienda foreste. D´altro canto, l´Ars annuncia che si sottoporrà alla stessa cura dimagrante imposta ai parlamentari nazionali. Misure necessarie e ampiamente pubblicizzate, nell´estate dei sacrifici e dell´indignazione. Ma siamo sicuri che non ci siano altri settori dove tagliare? Cosa rischia di resistere (e perché) alla scure di Palazzo d´Orleans e dei vertici dell´Assemblea? Ecco una guida ragionata, in otto punti, a sperperi e privilegi inossidabili.
BONUS agli EX DEPUTATI

Un contributo annuale di 6.500 euro ai parlamentari non più in carica. A titolo di «aggiornamento politico-culturale». Uno dei benefit concessi dall´Ars. Ne godono ex deputati di diversa estrazione politica, dal coordinatore del Pdl Giuseppe Castiglione all´esponente di Sel Franco Cantafia, dal presidente della Provincia di Trapani Mimmo Turano al sindaco di Acicatena Filippo Drago. Nell´elenco dei beneficiari anche Antonio Borzacchelli, condannato a dieci anni nell´inchiesta Talpe in procura. La spesa per la concessione di questo bonus, nel 2009, era salita sino a quasi due milioni di euro. Il consiglio di presidenza ha eliminato questo privilegio solo per gli ex parlamentari che percepiscono un vitalizio. Confermando, nei fatti, il carattere "assistenziale" dell´intervento.
I PARERI INUTILI

Una sigla che sta per «commissioni provinciali per la tutela dell´ambiente». Organismi che si occupano di autorizzazioni alle emissioni in atmosfera, tenuti in vita da una circolare del 2007 dell´ex dirigente Pietro Tolomeo. Ma nessuna legge prevede un parere obbligatorio da parte di queste commissioni. Anzi, Tar e Cga hanno condannato l´assessorato proprio per avere chiesto pareri non dovuti: il caso è quello della New Energy di Ragusa. La materia, dice qualcuno, è ambigua. Ma queste commissioni costano 333 mila euro annui.

LA CONVENZIONE

Risale al 2006 la convenzione fra il servizio Demanio dell´assessorato al Territorio e il comando delle Capitanerie di porto. Oggetto: le attività amministrative come le concessioni per i lidi, passate all´assessorato al Territorio in forza di una legge del 2005. L´assessorato, per anni, non ha istituito i propri uffici periferici che avrebbero evitato questa spesa. Ora che ne ha attivati alcuni paga in pratica due volte: i soldi vanno sia alle Capitanerie che ai dirigenti di questi uffici. Si potrebbe risparmiare più di un milione l´anno.

L'ARAN
La versione siciliana dell´agenzia per la contrattazione pubblica nacque negli anni del governo Cuffaro e fu affidata a Girolamo Di Vita, un fedelissimo dell´ex governatore. L´ultimo contratto dei regionali è stato firmato nel 2007. Lombardo, nei mesi scorsi, aveva annunciato l´abolizione dell´Aran, inserita nel testo dell´ultima Finanziaria e poi ritirata. Ad opporsi sono soprattutto i sindacati autonomi che, nel caso di passaggio di competenze all´Aran nazionale, perderebbero rappresentatività. L´agenzia pesa sulle casse della Regione per 800 mila euro annui.

IL GARANTE DEI DETENUTI

Ha fatto rumore l´indennità (100 mila euro) del suo presidente, il senatore Salvo Fleres. L´interessato si era detto disponibile a rinunciare ai compensi, a patto che la somma fosse reinvestita in altre attività istituzionali. Il presidente della Regione gli ha risposto che non è possibile. Lombardo aveva previsto l´abolizione di quest´ufficio, che esiste solo in altre tre regioni d´Italia e che, fra le altre spese, richiede quella per l´affitto della poco frequentata sede palermitana (ce n´è un´altra a Catania, ospitata dall´Ars). Ma anche questa norma è finita nell´oblio. C´è chi sospetta che lo stop sia legato alla trattativa sotterranea per una nuova alleanza fra Lombardo e Forza del Sud.

LE AUTO DELLA SANITA'

Un alto dirigente regionale ha fatto notare ad Armao, in questi giorni, che al taglio delle auto blu nella Regione dovrebbe corrispondere un´analoga stretta nelle aziende sanitarie. I dati forniti dal ministero di Brunetta raccontano di 800 vetture di servizio nelle sole aziende provinciali. Sono 208 a Palermo e 146 a Catania: cifre in lieve diminuzione rispetto al 2009. Ma l´intera amministrazione regionale ha appena 155 auto. E l´azienda sanitaria di Milano, per restare nella sanità, conta 142 vetture. Un taglio del 10 per cento della spesa, in questo settore, comporterebbe un risparmio di 300 mila euro.

CAMERE DI COMMERCIO

Hanno una disciplina autonoma ma gli stipendi dei dirigenti sono equiparati a quelli della Regione. I vertici burocratici delle Camere di Commercio guadagnano fra i 180 e i 200 mila euro annui. Più dei colleghi di altre zone d´Italia. E ciò malgrado Enna, per fare un esempio, conti 13 mila imprese contro le 120 mila di Biella. Una riduzione del 20 per cento delle indennità farebbe risparmiare 300 mila euro.

COLLABORATORI dell'ARS

L´indice l´ha puntato il deputato del Pd Pino Apprendi: «Non sono troppi 2,7 milioni di euro per gli addetti alle segreterie particolari del consiglio di presidenza e delle commissioni particolari?». La somma è utilizzata per pagare il personale "esterno", assunto con contratti "co.co.co". La denuncia ha provocato dissapori nello stesso gruppo dei democratici: Baldo Gucciardi, deputato questore, ha annuito: «Si possono ridurre le uscite anche in questo campo. Ma Apprendi perché non pensa anche a una riduzione della diaria e dei rimborsi chilometrici, di cui si avvantaggiano oltremisura i deputati palermitani?». Allungando, nei fatti, la lista dei privilegi da falcidiare.

 

Solo per la 'cancelleria' la Camera spende un milione di euro l'anno

Uno dei tanti di Montecitorio: una cittadina di tremila persone, fra deputati, questori, portaborse etc. che a Roma occupano 22 palazzi storici. Con un budget di oltre un miliardo per arredi, bollette, tendaggi, divise, saponi e pulsantiere. Montecitorio, il transatlanticoL'accorpamento dei Comuni più piccoli e la cancellazione di 29 provincie previste dal decreto anticrisi sono un passo avanti per la riduzione dei costi della politica. Peccato che a Roma i tagli restino ancora un tabù. Diminuire il numero di parlamentari (e dei rappresentanti di altre assemblee tipo consigli regionali, provinciali e comunali) resta una chimera, mentre è un fatto che i costi complessivi per il funzionamento della Camera, nonostante le promesse seguite al boom del libro "La Casta" di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, dal 2007 al 2011 siano aumentati di ben 60 milioni di euro: a dicembre sfioreranno la stratosferica cifra di un miliardo e 71 milioni. Denaro speso per far funzionare 22 (!) palazzi e una popolazione di nemmeno tremila persone, tra deputati, portaborse, questori e personale vario. Eppure, sono tante le voci che potrebbero essere ridotte. Scorrendo la nota al bilancio pluriennale si scopre che gli assegni vitalizi diretti, per esempio, sono stati limati di un ridicolo uno per mille (95mila euro su un totale di 96,7 milioni), e che - ecco la beffa - nel 2013 l'intero capitolo di spesa (comprese le pensioni di reversibilità) riprenderà a crescere. Anche il fondo per i viaggi degli ex deputati aumenterà, passando da 800 a 900mila euro l'anno: nessuno ha avuto il coraggio di cancellarli con un tratto di penna. Altro costo difficile da abbassare è quello che riguarda gli stipendi (altissimi) del personale: aumentato di 12 milioni dal 2007, a fine 2011 toccherà i 235 milioni di euro nel 2011, per schizzare a 246 milioni nel 2013. Anche la voce "pensioni" di ex commessi e funzionari è data in crescita di 12 milioni. Alla faccia dei risparmi promessi. Andiamo con ordine, e passiamo alle spese di manutenzione: 14 palazzi sono tanti, troppi, così per aggiustare gli onorevoli ascensori i contribuenti italiani pagheranno nel 2011 circa 930mila euro di bulloni e pulsantiere, mentre 990 mila euro serviranno a riparare i vecchi arredi (ma sono previsti nuovi mobili per oltre un milione di euro) e ben 7,7 milioni serviranno per la pulizia e l'igiene. Dal primo gennaio 2012 i costi per aspirapolveri, scope e detergenti sarebbero dovuti aumentare di altri 120 mila euro l'anno, invece i deputati hanno deciso che gli ottoni di Montecitorio sono già abbastanza splendenti e hanno, bontà loro, congelato l'aumento previsto. I nostri onorevoli non sono riusciti nemmeno a tagliare la voce vestiario: si tratta di 490mila euro l'anno destinati alle divise di autisti e commessi (chissà qual è il sarto che s'è accaparrato l'appalto). Soldi a cui bisogna aggiungere i 70 mila euro annui per la lavanderia e 100 mila per i guardarobieri che custodiscono cappotti e pellicce delle signore del Parlamento. Se il decoro dell'istituzione è sacro, anche il benefit del cellulare resta intoccabile: il fondo da 2,3 milioni del 2011 è stato confermato anche per il 2012 e il 2013. Carta, matite, gomme e penne ci costano invece un milione l'anno, assai meno della stampa di tutti gli atti parlamentari: 7,1 milioni di euro previsti a fine 2011. A questo fiume di denaro ("Abbiamo già tagliato le pubblicazioni, se tutti i parlamentari ci chiedessero gli atti di giornata non avremmo copie sufficienti", dice un dipendente) vanno sommati i 2,2 milioni spesi quest'anno per l'accesso gratuito al sito Internet, più altri denari per la realizzazione del "portale storico" della Camera, in occasione del 150 anniversario dell'Unità d'Italia. Nel bilancio è annunciato anche il fondamentale "sviluppo del palinsesto del canale satellitare", in modo da assicurare ai telespettatori che finissero per sbaglio sulla tv della Camera in prima serata o nei week-end "la continuità" delle trasmissioni. I deputati hanno però annunciato che tenteranno di risparmiare su biglietti aerei, pedaggi autostradali e treni: un milione in meno (sui 13 previsti) a partire dal 2012. Un taglio inferiore al 10 per cento, che riporta la voce di spesa ai livelli - già altissimi - di quattro anni fa.

 

Fazio: 'Giù le mani dai miei soldi'

Il ministro ha un reddito di 634 mila euro l'anno, ma evidentemente non gli bastano: e ha scritto alla ragioneria di Stato per ottenere uno sconto di cinquemila euro sulle tasse. Da qualche mese Ferruccio Fazio, aprendo la sua busta paga, non fa salti di gioia. Appena diventato ministro della Salute, il governo aveva deciso di tagliare del 10 per cento le buste paga di tutti i ministri e sottosegretari non eletti in Parlamento. Non solo: gli uffici competenti gli avevano tolto anche altri soldi, in base a un altro articolo del decreto 78 del maggio 2010. Articolo che prevede per i dipendenti statali con reddito superiore ai 90 mila euro lordi l'anno un'ulteriore riduzione del 5 per cento e del 10 per la parte eccedente i 150mila euro. A conti fatti, il ministro Fazio ci avrebbe rimesso altri 5-6 mila euro lordi l'anno. Non tanti per chi nel 2008 ha dichiarato al fisco entrate ragguardevoli per 634 mila euro. Ma il ministro non ha gradito lo stesso, e tre mesi fa ha chiesto, attraverso i suoi collaboratori, delucidazioni alla Ragioneria dello Stato. Spiegando che il taglio era sbagliato, perché un ministro non può essere considerato un dipendente pubblico. La Ragioneria gli ha risposto dopo un mese, dandogli ragione. Fazio, però, non ha avuto tempo di festeggiare: la nuova manovra prevede un contributo di solidarietà praticamente identico a quello che il ministro avrebbe voluto tanto risparmiare.

 

Come vivere da nababbi alle spalle degli italiani: i fuori ruolo con doppio stipendio

Sfogliamo ogni giorno i quotidiani; almeno due, e dovrebbe essere così per chiunque, perché non c’e’ altro modo per farsi un’idea di ciò che accade. Noi lo facciamo per mestiere, gli altri devono sceglierlo. Il pluralismo si realizza solo per conto proprio. E’ anche grazie a questa consuetudine – sfogliare più giornali – che ci siamo fatti un’idea di come vanno le cose in materia di sprechi. I costi della politica non sono solo quelli che paghiamo con indennità, vitalizi, bonus, privilegi ai “politicanti”, ma sono soprattutto quelli che si affrontano per prebende, stipendi, strutture ed enti che hanno una sola missione: distribuire quattrini dei contribuenti a pochi privilegiati. Sul quotidiano La Repubblica di giovedì 25 agosto nelle pagine siciliane viene dato ampio spazio ad un ente, l’Arsea che costa molti soldi alla Regione dal 2006 (anno in cui il governo Cuffaro l’ha messo in piedi). L’Arsea non svolge alcuna attività, eppure paga uno stipendio al suo direttore, Ugo Maltese (contratto da dirigente generale, 170 mila euro lordi l’anno), il quale – interpellato – afferma di non avere ancora ritirato alcun stipendio e di non sapere perché non l’abbia fatto, visto che – come egli stesso spiega – quei soldi gli spettano per contratto. Maltese non lo sa, ma quell’indugio gli fa onore, dal momento che non gli è stato consentito di fare alcunché per meritarselo. L’episodio viene presentato da Repubblica come un esempio degli sprechi della Regione siciliana. A dare la dritta al giornale e’ stato Salvino Caputo, deputato regionale Pdl, presidente della commissione attività produttive dell’Assemblea. L’Arsea e’ stata istituita allo scopo di svolgere i compiti dell’analoga struttura nazionale Agea: il pagamento di risorse, soprattutto europee, destinate alla zootecnia, agrumeti, vigneti ecc... Non chiedeteci per quale ragione sia necessario fare nascere un ente a questo scopo perché non sappiamo come rispondervi. E’ così e basta. Fin qui la Repubblica. Diamo uno sguardo, come promesso, alla “vetrina” del Corriere della Sera, che affronta, di fatto, la stessa, questione – gli sprechi nella spesa pubblica con una inchiesta firmata da Milena Gabanelli - proprio lei, l’eroina di Report – e Bernardo Iovene. L’oggetto specifico dell’inchiesta è lo scandalo del doppio stipendio dei grand commis pubblici. Non un caso Maltese, ma mille casi Maltese, ben più scandalosi. C’e’ infatti un esercito di personaggi importanti in Italia, che vivono da nababbi grazie al fatto che possono svolgere un incarico di prestigio al vertice di agenzie, enti, strutture di dubbio interesse (talvolta) con emolumenti faraonici e conservare posto, carriera e stipendio dell’amministrazione pubblica dalla quale dipendono e per la quale sono contrattualizzati. Ciò che viene rimproverato ad una fetta consistente di parlamentari, oggetto di “scandalo”. Questi signori vengono nominati a tempo determinato per svolgere compiti di vigilanza, controllo, indagine, giurisdizione o altro, e ricevono una montagna di soldi. Non perdono, com’e’ giusto, il posto che temporaneamente sono costretti abbandonare, ma guadagnano altro, tanto altro: riescono a fare carriera pur essendo assenti, mantenendo lo stipendio congruo di un’attività lavorativa che non svolgono. E’ una peculiarità tutta italiana, che va ascritta ai costi “indiretti” della politica. Serve a fare vivere felici i personaggi che devono assumere decisioni importanti, talvolta, su questioni in cui sono coinvolti, direttamente o meno, i loro “padrini” politici. Intuite dunque abbastanza facilmente la ragione per la quale devono essere, come dire, “coccolati”. La montagna di quattrini ha una finalità “esistenziale”: ricorda come meglio non si potrebbe a chi la riceve che perderla sarebbe un errore imperdonabile, significherebbe tornare nel novero delle persone comuni, che vivono di un solo stipendio, l’altra faccia del mondo. Milena Gabanelli e Bernardo Iovene hanno scovato una serie di casi eclatanti e li hanno messi in fila. Di questo argomento avrebbero voluto parlare nel corso di una puntata di Report con il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti– quelli che oggi fanno volare gli stracci per mettere in sicurezza l’Italia dai blitz della speculazione e pareggiare i conti dello Stato – ma hanno ricevuto un tacito rifiuto del quale ancora oggi non riescono a darsi pace. I due giornalisti se la prendono con i pezzi grossi nella loro inchiesta, rivelando che i fuori ruolo – i privilegiati con doppio stipendio – in Italia sono tanti e fra loro ci sono ben 300 magistrati. Antonio Catricalà, presidente dell’Agcom , l’agenzia della comunicazione che sta a cuore al Presidente del Consiglio, può contare su un appannaggio di 528 mila euro l’anno senza rinunciare alla carriera di magistrato della Corte dei Conti ed allo stipendio di nove mila euro netti mensili. Fra coloro che fanno carriera senza svolgere alcuna attività, Salvatore Sechi, distaccato alla Presidenza del Consiglio con una indennità di 234.413,18 euro, e Franco Frattini, nominato presidente di sezione del Consiglio di Sato il 7 ottobre 2009 (in aspettativa per mandato parlamentare). Donato Marra, consigliere di Stato, percepisce 189 mila euro per questa funzione, che non esercita, ma anche 352 mila euro e rotti perché svolge compiti delicati alla Presidenza della Repubblica. Il dottor Paolo Maria Napolitano, oltre allo stipendio di consigliere di Stato fuori ruolo, intasca 440.410 euro come giudice della Corte costituzionale. Lamberto Cardia, magistrato della Corte dei Cinti fuori ruolo, da 13 anni alla Consob, “ha percepito il trattamento economico di magistrato, avendo un emolumento di 430 mila euro corrisposto dalla Consob”. Si potrebbe continuare all’infinito, ma credo che basti, altrimenti si corre il rischio che vada di traverso quel che abbiamo mangiato. Qual e’ la morale? Ugo Maltese con i suoi 170 mila euro lordi ancora non ritirati, per ragioni che l’interessato non sa spiegare, non ci concilia con la vita, tutt’altro, ma a fronte di ciò che accade altrove, non merita nemmeno la parte di comprimario. E’ bene allargare lo sguardo e contestualizzare le colpe siciliane, altrimenti si finisce con il credere che l’Isola sia la sentina di tutti i mali, come cercano di farci credere da tempo immemorabile per potere continuare a trattarci a pesci in faccia. Cancelliamo l’Arsea dunque o non paghiamo più stipendi “inutili”. L’uno o l’altro, non dovrebbe essere difficile. Quanto a Salvino Caputo, indignato perché in Sicilia “si parla di ridurre i costi della politica e si mantengono in piedi aziende pubbliche assolutamente inutili”, il nostro incoraggiamento a proseguire, dando una mano a coloro che, nel governo e fuori, in Sicilia vogliono fare proprio quello che lui si prefigge e incontrano seri ostacoli anche nel Parlamento regionale. Caputo ha una prateria davanti a sé, come l’inchiesta pubblicata dal Corriere della Sera, e firmata dalla Gabanelli, testimonia. Faccia sapere al Ministro Tremonti e, per conoscenza al Premier, come la pensa, li metta a conoscenza della sua indignazione, chiedendo che questa ignominia del doppio stipendio (e degli stipendi inutili) finisca. Getti il cuore oltre l’ostacolo. Le battaglie di semplice testimonianza sono egualmente meritevoli di apprezzamento.  

 

Soldi pure per la festa della Befana ecco tutti i benefit dei regionali

L'amministrazione siciliana stanzia 90 mila euro per i regali dei figli dei dipendenti da comprare in occasione della festa del 6 gennaio. Contributi anche per matrimoni, scuola e vacanze. Budget complessivo: 582 mila euro. La festa della Befana è un po' passata di moda, ma la Regione vuole che i figli dei suoi dipendenti la festeggino come si deve. Per questo mette a disposizione 90 mila euro per donare regali a bambini, ma solo se figli di un regionale, of course. La Regione inoltre vuole sostenere i suoi lavoratori in tutte le fase della loro vita familiare, quando un regionale si sposa, dando un sussidio di 150 euro, quando diventa genitore, o un altro assegno da 150 euro, e quando i figli vanno in vacanza, erogando 600 euro per l'iscrizione del bimbo alle colonie estive E, ancora, l'amministrazione vuole sostenere i figli nello studio, sia alle elementari che alle medie e all'Università con borse che variano da 150 a 1.000 euro e che andranno ai più meritevoli. La vita familiare però è fatta anche di lutti e momenti difficili. E chiaramente la Regione anche in questo caso aiuta le famiglie dei suoi dipendenti: con un contributo di 1.000 euro per dare l'ultimo saluto al dipendente o pensionato che scompare, oppure per la morte di un coniuge o familiare a carico. Queste sono solo alcune delle spese che la Regione affronterà per la vita non lavorativa dei suoi dipendenti. Ieri è stato pubblicato in Gazzetta il bando del "programma assistenziale in favore del personale dell'amministrazione regionale". A disposizione un budget di 582 mila euro. Nel dettaglio, 10.000 euro sono destinati a sussidi per gli orfani di dipendenti regionali: 300 euro per gli orfani che frequentano l'asilo, 350 per quelli iscritti alle elementari, 400 se alle medie, da 600 a 700 se iscritti all'Università. Oltre 150 mila euro sono invece destinati a borse di studio, mentre 25 mila euro andranno ad assegni per i dipendenti che si sposano o diventano genitori. Un budget di 200 mila euro invece servirà alle spese "per lutti": la Regione erogherà mille euro alla famiglia di un dipendente o pensionato deceduto nel 2011. Lo stesso contributo sarà garantito alla famiglia di un dipendente in caso di scomparsa di un familiare a carico.Altri 179 mila euro saranno invece divisi tra le associazioni di dipendenti regionali, con almeno 500 iscritti, per l'organizzazione di distribuzione di doni per la festività della Befana, per la gestione di impianti sportivi e lidi balneari (assegno massimo di 5 mila euro per ogni associazione) e per garantire un contributo di 600 euro a ogni figlio di regionale iscritto in una colonia estiva "in località marine o montane". Colonie che devono essere organizzate dalle associazioni dei regionali. Scorrendo l'elenco dei contributi c'è poi una curiosità. La Regione sosterrà anche le cooperative e le associazioni composte da regionali che hanno uno spirito imprenditoriale e vogliono mettere in piedi "spacci di vendita di prodotti di consumo". L'aiuto è volto a sostenere, si legge nel bando, "l'ammodernamento dei locali, degli impianti e delle attrezzature degli spacci, che siano direttamente funzionali per la più razionale conservazione, immagazzinamento e vendita della merce". La cifra del contributo? Cinque (5) euro. Con questa cifra l'ammodernamento consisterà al massimo nell'acquisto di una nuova lampadina. Forse.

 

Il personale denuncia gli sprechi dell’Eas

Acquedotti. “Auto blu e soggiorni di lusso per il commissario, compensi faraonici per esperti e dirigenti”: il personale denuncia gli sprechi dell’Eas. Auto blu e soggiorni di lusso per il commissario liquidatore, dirigenti e consulenti esterni superpagati, indennità da 15mila euro a testa oltre lo stipendio. Questo e tanto altro dietro i fallimenti gestionali dell’Ente acquedotti siciliani, secondo i dipendenti almeno, autori di una lettera di denuncia rivolta al governatore, Raffaele Lombardo, all’assessore per l’Economia, Gaetano Armao, alla Corte dei conti e alla commissione di inchiesta dell’Ars. Questa la lista della spesa finita sotto la lente di ingrandimento del personale: “Un commissario liquidatore con a disposizione un autista e un’auto blu che lo accompagnava ovunque per tutta la Sicilia e oltre, viaggi in aereo, hotel a 5 stelle, ristoranti di lusso, tutto a carico dell’ente”. Ancora, “5 addetti alla segreteria commissariale equiparati agli uffici di gabinetto della Regione (4 funzionari e un istruttore) con indennità, oltre allo stipendio, di 15mila euro a testa; 3 consulenti esterni super pagati (12mila euro), che dovrebbero servire a valutare l’operato dei dirigenti (quasi uno a testa); un dirigente generale con stipendio equiparato a quello della Regione (tra i 180 e i 200mila euro annui), a carico dell’ente; 8 addetti alla segreteria del dirigente generale con tanto di autista, auto blu e assistente personale, tutti equiparati con indennità di posizioni organizzative come negli uffici della Regione siciliana; 5 dirigenti di unità operative, con contratti da 25mila euro cadauno, oltre allo stipendio”.Un elenco eloquente che, tuttavia, prevede dei dati accessori di analogo tenore: “Telefonini aziendali a go-go, personale in missione e in trasferta anche tutto l’anno, indennità che oramai non spettano più eppure ‘casualmente’ ancora all’Eas esistono, vetture e mezzi che si continuano a noleggiare alle fantomatiche agenzie di turno, uffici del commissario e del dirigente generale arredati con parquet, mobili alla moda, tende e divani di lusso giustificati con ‘spese necessarie e indifferibili’, etc… etc…). “Forse – si domandano infine i lavoratori dell’Eas – questi non rientrano nella riduzione dei costi della politica? Forse i sopraelencati sprechi sono pochi?”. Per la cronaca, il passivo fallimentare gestito dal commissario liquidatore Marcello Massinelli e le entrate da attività da realizzare ammontano a 700 milioni di euro. Tali da far pretendere a Massinelli, davanti al giudice del lavoro di Palermo, un compenso di 7,7 milioni circa di euro.

 

Regione, l'ufficio di Bruxelles costa un milione di euro all'anno

Denuncia del sindacato autonomo Cobas Codir che parla anche di un caso di parentopoli. Lombardo replica: "Nessuno spreco" e considera "vergognoso" il riferimento al contratto concesso alla figlia di un dirigente. È bufera sull'ufficio della Regione a Bruxelles. Non funziona come dovrebbe e di soli stipendi e indennità per personale interno e consulenti costa alla Regione siciliana oltre un milione di euro all'anno, più le spese di gestione (luce, telefono). È quanto denuncia il sindacato autonomo Cobas Codir che parla anche di favoritismi per le assunzioni dei consulenti, che per legge avvengono per chiamata diretta. L'ultimo caso è quello di Giordana Campo, figlia di Gesualdo Campo, direttore generale del dipartimento Beni culturali della Regione, arruolata all'inizio dell'anno con lettera firmata dal governatore Raffaele Lombardo. Governatore che replica così: "Nessuno spreco. Non ci sono stati aumenti nelle spese per la sede della Regione siciliana a Bruxelles. Chi afferma il contrario lo fa in malafede o é colpevolmente disinformato. Con quello che avremmo speso per cinque anni di locazione, abbiamo comprato la sede, ora di proprietà della Regione. Non ci sono state assunzioni senza concorso, anzi il numero di chi lavora in quella sede, personale sia interno che esterno, é diminuito". Lombardo aggiunge: "Giudico vergognoso l'attacco alla dottoressa Giordana Campo. È falso che sia stata assunta senza concorso. È semplicemente uno dei pochissimi apporti esterni di cui ci avvaliamo con contratto a tempo determinato e procedura di selezione, così come previsto dalla legge, per la sede di Bruxelles". Infine il governatore chiosa: "Ritengo abbastanza grave che questa polemica sia stata innescata da un sindacato che aveva uno dei suoi massimi rappresentanti inquadrato proprio nell'ufficio di Bruxelles. La giunta regionale ha recentemente stabilito che l'indennità per l'estero sia pagata solo per i giorni di effettiva presenza a Bruxelles, escludendo perciò i privilegi di chi restava in Sicilia per distacco sindacale".

 

La riflessione: il paradosso? “L’indennità di respiro"

Dopo la scoperta e l’eliminazione dell’indennità di funerale per gli ex-deputati regionali, al bando anche quella prevista per i corsi di aggiornamento. Se l’indennità di funerale poteva apparire una follia dell’Ars, figuriamoci la scoperta del benefit di 7 mila euro l’anno per l’aggiornamento dell’ex onorevole. Eppure anche questa indennità esisteva, ed è costata alla Regione fior di migliaia di euro, fino a ieri, quando il Collegio dei questori, su proposta del presidente, il messinese Giovanni Ardizzone, l’ha cancellata. “Negli ultimi anni ho scoperto una serie di privilegi che mi hanno lasciato sorpreso, compreso questo dei 7 mila euro annui per l’aggiornamento destinati a chi non è più deputato, ma ne ha il diritto per tutta la vita”. Paradossalmente e cinicamente potremmo dire che, in fondo in fondo, l’indennità di funerale all’ex deputato viene pagata una volta sola……i 7 mila euro invece sono un vero e proprio vitalizio per una motivazione che definire bizzarra è un eufemismo: l’aggiornamento culturale del deputato in pensione (si fa per dire, perché gli onorevoli non vanno mai in pensione, cambiano sede della poltrona, dal Comune, alla Provincia, a Palermo, Roma, Europa, Universo mondo, Marte etc. etc.). A prescindere dal fatto che ognuno può provvedere da sé alle proprie esigenze culturali, anzi, dovrebbe essere un dovere per chi fa politica aggiornarsi, non si capisce perché mai un “ex” debba ricevere queste somme ogni anno per sempre. A che titolo? Perché un ex deputato deve aggiornarsi a spese della Regione e un ex operaio no? E se ha deciso di non voler mai più fare politica? O di far politica senza essere pagato? Escludendo queste due ipotesi troppo fantasiose, c’è anche una terza possibilità: e se volesse restare ignorante come una capra perché obbligarlo a tutti i costi a comprarsi un’enciclopedia? Purtroppo nessun ex onorevole è obbligato a dimostrare come spende i 7 mila euro, potrebbe pure decidere di “aggiornarsi” con una vacanza alle Maldive e nessuno potrà mai dirgli niente, perché ognuno si “accultura” come vuole. Le Maldive offrono spunti di crescita intellettuale e culturale inaspettati. Infine, esiste qualcuno che verifica i risultati di questi aggiornamenti annuali, magari attraverso un test di cultura generale, un quiz, un esamino? E in caso di bocciatura iscriverli al Cepu (pagato dalla Regione, ovvio)? Ha ragione Ardizzone quando, nel tagliare questo privilegio spiega “Abbiamo iniziato a eliminare quei benefit che giustamente colpiscono l’immaginario collettivo. La gente è arrabbiata e dico io giustamente, perché contesta l’inutilità della politica. Quando ho scoperto quest’indennità d’aggiornamento culturale mi sono chiesto io per primo che bisogno c’è di dare questi benefit che davvero danno il senso dell’inutilità della politica. Non è questa l’immagine che dobbiamo dare, una politica che nutre se stessa senza pensare alla collettività”.  Già che c’era il Collegio dei questori ha tolto anche i buoni pasto che alla Regione costavano la bellezza di un milione di euro l’anno. Anche in questo caso, quei 9 euro al giorno per il buono pasto sono un simbolo di quel che fa rabbia alla gente che si chiede: ma perché un deputato che incassa quasi ventimila euro al mese non deve pagarsi un pasto che comunque alla tavola dell’Ars non equivarrà mai come ricchezza delle portate alla mensa della Caritas? Potrà pure spendere 9 euro di tasca sua per un pranzo di pasta con le sarde, involtini alla messinese e cassata. Ma c’è di più. I 9 euro omaggio sono ogni giorno e per sempre, pertanto molti furbi utilizzavano i buoni pasto destinati agli “ex”. Non mi stupirebbe se qualcuno avesse persino avanzato l’idea di tramandare in eredità questi benefit…. I questori hanno cancellato anche questo privilegio, e non credo proprio che, non appena in aula arriverà il provvedimento ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di votare no…… “Mi riferisco a questo quando parlo di inutilità della politica che fa arrabbiare la gente. Noi non siamo lì per mangiare a scrocco e queste immagini che diamo ci danneggiano, servono gesti chiari, dimostrazioni concrete di cambiamento”. La Sicilia ha dato l’esempio, perché il Senato, dove serviti da camerieri in livrea i rappresentanti del popolo pagano la spigola a due euro e cinquanta, ancora non ha toccato il menù alla voce “prezzi”. E l’indennità di funerale per gli onorevoli siciliani è concessa anche nel Veneto leghista. In verità non sappiamo ancora come reagirà l’intera aula di fronte ai tagli che il Collegio dei questori ha preparato come “primo piatto” di altre analoghe portate ben più piccanti. E’ anche probabile che si faccia rientrare dalla finestra quel che è stato fatto uscire dalla porta, ma il clima è ormai da forca, si dovrebbe avere una dose di coraggio pari all’assenza di vergogna. “Noi continueremo ad eliminare gli sprechi”, annuncia Ardizzone. E’ vero che non sono questi i costi più alti della casta, perché senza dubbio le consulenze, gli esperti, gli appalti, le mazzette, fanno lievitare di gran lunga le cifre. Ma questi sono quei privilegi che fanno indignare i cittadini, sono le piccole vergogne che è inutile coprire. Sono i simboli di una politica che non vogliamo più. Non ho alcun dubbio che nelle prossime settimane verranno fuori dai cassetti altri improbabili benefit, altre indennità improponibili e quel che fa più arrabbiare è che lo scopriamo solo adesso, come un vaso di Pandora. Se non ci fosse stato qualcuno ad aprirlo per primo forse chissà per quanto altro tempo non l’avremmo mai scoperto e sarebbero arrivati persino ad inventarsi “l’indennità di respiro”, perché un “onorevole respiro” vale molto più del respiro di un carpentiere, così come la cultura di un ex deputato vale molto più della cultura di un precario ancora in attività. Eliminare questi simboli è un gesto che fa riassaporare il piacere di poter ancora credere nella politica vera. Quella politica che, dopo i simboli, dovrà avere il coraggio e la dignità di cancellare il resto.

 

Scorte ai Vip, è ora di piantarla

L'estate 2011 ha dimostrato che per molti politici italiani i 'bodyguards' sono solo un pacchiano status symbol. Vanno tagliati radicalmente e riservati a chi, veramente, ha qualche motivo per sentirsi in pericolo. Da molte parti si levano richieste per interventi legislativi che riducano il costo della politica. Ma il taglio dei costi della politica non si fa solo con nuove leggi e con provvedimenti amministrativi. Esso si fa molto meglio con banale buon senso. Non ci vuole una legge per far pagare il barbiere e il ristorante ai parlamentari. Basta una semplice decisione di buon senso. E un po' di buon gusto. Un caso emblematico è quello delle scorte di polizia. Lo abbiamo visto questa estate sui principali giornali. Il premier britannico David Cameron è stato in vacanza in Toscana. Una foto lo ritrae in polo bianca in un bar, mentre va a prendersi un caffè al banco per portarlo al suo tavolo, visto che la cameriera non aveva tempo per servirlo. Immagino che la presenza di Cameron in Italia sia avvenuta sotto sorveglianza da parte della polizia, come si conviene a un capo di governo. Ma questa presenza doveva essere sufficientemente discreta se la cameriera non si è neppur accorta della "particolarità" di questo ospite. Forse, per essere certo di essere riconosciuto, il nostro ministro della difesa La Russa in vacanza a Formentera avrebbe chiesto, secondo notizie di stampa, un supplemento di bodyguard, unendo alla sua scorta anche uomini della Guardia Civil spagnola! Certo è che la cameriera del bar Giolitti a Roma non si sarebbe potuta sbagliare sulla natura dei suoi avventori. Una foto, pubblicata sul "Corriere della sera" del 12 agosto, ritrae una colazione al bar Giolitti a pochi metri dalla sede del Parlamento, dove sono seduti attorno a un tavolino Bossi, Reguzzoni, Rosi Mauro e Roberto Cota, letteralmente circondati da quattro guardie del corpo che fanno barriera (chissà quale grave pericolo stavano correndo!). Che dire poi dell'incursione estiva della presidente della regione Lazio, Renata Polverini, al ristorante dell'Ultima Spiaggia, zona Capalbio? La sua scorta pretendeva di entrare con l'auto dentro la stabilimento balneare per sorvegliare da vicino la presidente mentre pranzava con amici. Pretesa virilmente rintuzzata dal posteggiatore dello stabilimento. E tanti altri episodi che hanno riguardato parlamentari e altri personaggi.  Che senso ha dare la scorta ai presidenti delle regioni, a semplici parlamentari, a ex ministri, agli stessi ministri se non sono sotto una minaccia specifica? Come fare per recuperare uno standard di comportamento un po' più vicino a quello britannico? Non servono leggi e disposizioni draconiane per assegnare con giudizio la scorta ai politici. Basta il buon senso e l'intelligence della polizia. E basta un po' di buon gusto per non esibire la potenza e la protervia della propria difesa personale, anche quando si va in vacanza o da amici. Ma il buon senso e il buon gusto in politica presuppongono buoni politici. Quindi, accanto agli sforzi per abbassare il costo della politica, serve uno sforzo anche maggiore per alzare la qualità della politica. E per alzare la qualità dei politici serve soprattutto il nostro impegno come elettori e una nuova legge elettorale. Finché saranno le segreterie dei partiti a scegliere per noi quelli che dobbiamo mandare in Parlamento, non avremo mai politici di buona qualità, ma solo portaborse, amici, amanti, parenti e avvocati per difendere i politici e consentire loro di continuare a fare quello che fanno. Cambiare la legge elettorale è la vera riforma strutturale di cui abbisogna il nostro Paese. I partiti non lo faranno mai se non saranno costretti. Spetta a noi cittadini far sentire con forza la nostra voce. Dobbiamo dar vita a un vero movimento per la riforma elettorale. Più qualità nella politica significa anche minori costi. Questa è la strada che dobbiamo percorrere.

 

La farsa dei risparmi a Palazzo dei Normanni.

Salvi i rimborsi e i contributi, segreti gli atti. I sacrifici devono farli i contribuenti. Sarebbe ora che i nostri eroi, comodamente seduti negli scanni del parlamento regionale, ci dicessero che cosa vorranno fare da grandi. Girano a vuoto attorno alle questioni cruciali che è un piacere, persuasi di potere fare e sfare ciò che vogliono, confidando nella credulità dei siciliani. Ogni giorno escono l'asso dalla manica. Vede, dicono, come siamo bravi, stiamo rinunciando a tanti privilegi, stiamo agendo in vostro nome per il meglio. La demagogia trasuda da tutti i pori nelle nostre parole, è vero, ma non possiamo farci niente. Come si fa a prendere sul serio le storielle sul contenimento dei costi della politica quando per l’ennesima volta ci viene propinato l’annuncio dei sacrifici cui si dispongono i deputati in carica. Il più pesante dei provvedimenti colpisce i vitalizi di coloro che saranno eletti alle prossime consultazioni, con l’aumento del numero di anni. Per il resto, la cancellazione del contributo per le esequie funebri, del buono pasto e del contributo per l’aggiornamento. Non c’è altro. Non cambiano criteri di “dazione”, restano in vita le esternalizzazioni del servizi (anzi se ne dispongono altri). I rimborsi forfettari sono salvi, i provvedimenti del Consiglio di presidenza e del collegio dei questori non sono obbligatoriamente pubblici, i contributi (per l’attività politica e culturale) ai gruppi parlamentari restano in piedi. La qualcosa significa che si potrà continuare a decidere ciò che si vuole, tanto nessuno ne saprà mai niente; che i soldi ai portaborse transiteranno attraverso il portafogli dei deputati, che le spese per trasporti, telefoni e quant’altro, rimarranno di fatto una voce degli emolumenti. E così via. Ci si rifiuta di affrontare la questione principale, la trasparenza. Nei palazzi delle istituzioni che godono di autodichia, non sottoposti ad alcun controllo amministrativo o contabile, l’obbligo di pubblicità degli atti è essenziale, costituisce un reale incentivo al contenimento dei costi, oltre che una misura onesta e doverosa verso i cittadini. I deputati regionali, così come le persone comuni, non sono tutti uguali, hanno sensibilità e comportamenti diversi. Possibile che non ci sia chi assuma, davvero, la bandiera della trasparenza e non senta il bisogno di regalare credibilità e fiducia al parlamento regionale, che è la massima istanza democratica dell’autonomia siciliana? I deputati perderebbero qualcosa, ma l’Assemblea, e indirettamente ogni suo componente, guadagnerebbero rispetto, credibilità, fiducia. Che sono poi le cose che contano.

 

La grande fuga dalla Regione è boom di baby pensionati

La paura dei tagli scatena la corsa alla legge 104: in otto mesi 159 dipendenti hanno lasciato il posto. Nel 2010 erano stati 189. La Sicilia è l'unica regione dove si può ottenere il vitalizio anche a 45 anni: basta dimostrare di dovere accudire un parente anziano o disabile. Mentre il governo nazionale aumenta l'età pensionabile delle donne nel comparto pubblico a 65 anni, in Sicilia tra le dipendenti della Regione c'è chi continua bellamente ad andarci ad appena 45 anni. Sì, perché nell'Isola del tesoro, e solo qui, i regionali possono andare in pensione grazie alla legge 104 per assistere un coniuge infermo, e tra gli ultimi dipendenti dell'amministrazione andati in quiescenza grazie a questa norma c'è anche una donna che ha appunto 45 anni. "D'altronde l'età media di chi usufruisce di questa norma varia tra i 45 e i 50 anni", dice il direttore del fondo pensioni di Palazzo d'Orleans, Ignazio Tozzo, che annuncia però che almeno il prelievo di solidarietà varato da Roma per gli statali scatterà anche per i regionali: in 200 si vedranno ridotta la pensione perché ricevono dalla Regione un assegno annuo superiore ai 90 mila euro lordi. Rimane in piedi comunque il privilegio tutto siciliano della legge 104, che il governo Lombardo più volte ha annunciato di voler eliminare. Lo ha fatto nel 2010 prima della Finanziaria e lo ha fatto lo scorso giugno l'assessore alla Funzione pubblica, Caterina Chinnici, che in giunta ha portato un ddl ad hoc per eliminare definitivamente le pensioni da legge 104. Il risultato dell'effetto annuncio è stato che dal 2010 ai primi sette mesi di quest'anno è scattata una vera e propria corsa dei regionali a chiedere di andare via dall'amministrazione per assistere un coniuge malato: nei primi otto mesi del 2011 siamo già a quota 159 baby-pensionati, quasi quanti quelli andati in prepensionamento nel 2010, che sono stati ben 189, e molto di più di quelli che hanno lasciato anzitempo l'amministrazione nel 2009, 118. Una corsa inarrestabile e che continua giorno dopo giorno, concentrandosi nel periodo tra maggio e luglio, alla vigilia delle vacanze estive: in questi mesi nel 2009 sono andati in pensione in 45, nel 2010 in 53 e quest'anno 50. E tra questi non mancano donne e uomini andati in quiescenza ad appena 45 anni, alla faccia di tutti gli altri lavoratori d'Italia che non potranno andarci prima di 65 anni o con almeno 40 anni di contributi. La norma regionale, invece, consente agli uomini che hanno almeno 25 anni di contributi, o alle donne se ne hanno minimo 20, di poter lasciare il lavoro a qualsiasi età per assistere un coniuge infermo: genitori, figlio e parenti di primo grado. Negli anni passati i numeri però erano contenuti. Ma negli ultimi anni sono cresciuti esponenzialmente, tra strette arrivate da Roma per gli statali e timori che venissero applicate anche in Sicilia. Timori infondati, visto che a oggi la legge 104 è ancora lì, immacolata e pienamente in vigore. E a usufruirne sono stati anche politici e alti burocrati. Nomi che hanno fatto discutere, finendo agli onori della cronaca nazionale: a partire dal caso dell'assessore regionale Pier Carmelo Russo, andato in pensione a 48 anni ed entrato subito dopo nella giunta Lombardo, continuando con quello dell'assessore del Comune di Palermo Eugenio Randi, che nell'ottobre scorso è entrato nella giunta Cammarata ma cinque mesi prima aveva chiesto di andare in pensione con la 104. Tra gli alti burocrati della Regione, ad usufruire del prepensionamento nel giugno scorso è stato Cosimo Aiello, ex direttore generale e capo di gabinetto della Chinnici, che ha lasciato l'amministrazione a 50 anni. Lo scorso luglio ha lasciato invece l'incarico di direttore dell'Arpa, Sergio Marino, che ha 58 anni è andato i pensione, sempre con la 104. Se in Sicilia rimane intatto questo privilegio, almeno su un fronte la Regione si allineerà allo Stato: "Abbiamo deciso di recepire anche per i pensionati regionali il contributo di solidarietà per gli assegni superiori ai 90 mila euro - annuncia Tozzo - abbiamo fatto i conti: saranno circa 200 quelli che si vedranno ridotta la pensione".  

 

L’Assemblea regionale è il simbolo della casta?

Privilegi, sprechi e guai con la giustizia, ma non basta. Le cricche stanno anche altrove. L’Assemblea regionale siciliana è il simbolo della casta, come scrive Repubblica, per i suoi 27 indagati e i privilegi che distribuisce ai suoi componenti? No, non lo è, specialmente per i lettori di Repubblica, che non hanno modo di farsi un’opinione esaustiva sulle sue presunte malefatte. Né gli indagati, né la qualità delle inchieste che hanno provocato il lavoro degli inquirenti, sembra consegnare al Parlamento regionale una specialità negativa e, di conseguenza, una sorta di rappresentanza di tutti i vizi e i difetti della casta. E’ appena il caso di ricordare ciò che avviene a Roma, dove un esercito “militarizzato” di parlamentari, guidato da onorevoli-avvocati, è stato arruolato per evitare problemi giudiziari al Presidente del Consiglio ed alle cricche che, di volta in volta, le Procure dalla Repubblica di mezza Italia hanno individuato, insieme alle loro malversazioni. Montecitorio è diventato da qualche anno a questa parte una specie di mercato delle vacche con parlamentari che cambiano bandiera con la stessa facilità con cui si entra ed esce da un albergo ad ore. Mai tanto disdoro e tanta indignazione sono state raccolte a piene mani nel corso della legislatura. Ma c’è di più. Le Camere assolvono gli indagati, evitandone la esposizione giudiziaria, o impedendo l’esibizione di indizi e prove attraverso un voto che, di fatto, cancella la separazione dei poteri offrendo al legislativo gli strumenti per sostituire l’ordine giudiziario. Ci sono parlamentari che sono finiti in galera grazie al voto contrario dei loro colleghi grazie ad una interpretazione estensiva del potere di intervento della Camera di appartenenza dell’indagato. Lo stato maggiore campano del Pdl sarebbe stato “rimosso” se la maggioranza militarizzata, agli ordini del premier, non avesse obbedito alle ingiunzioni degli avvocati-onorevoli. Quanto agli sprechi, i privilegi e l’assenza di trasparenza, Camera e Senato non sono certo da meno dell’Assemblea regionale siciliana. Il Parlamento regionale non è il simbolo della casta e di tutti i guasti che essa combina, ma uno dei luoghi in cui i privilegi sopravvivono alla indignazione e agli impegni o annunci di buona condotta. Dopo avere blaterato di un taglio alle indennità ed altre regalie, di notte tempo, il Senato ha aggiustato il tiro rendendo molto lievi i “sacrifici” da sopportare. Deputati e senatori si sono salvati con una nonchalance incredibile mentre regalavano agli italiani la malannata senza chiedersi quali costi avrebbe pagato l’immagine del Parlamento e della democrazia. Assemblea, simbolo della Casta e regione simbolo di sprechi ed inefficienza. Anche qui, qualche riflessione va fatta. Mettere insieme, come fa Repubblica, il sotto vuoto spinto dell’Arsea, un ente regionale che avrebbe dovuto occuparsi dei contributi in agricoltura, con l’Amia di Palermo che spendeva denari negli Emirati Arabi per proporre la comunicazione dei “rifiuti” e con le centinaia di municipalizzate che in tutta Italia regalano gettoni di presenza, utilizzando a piene mani risorse pubbliche, appare quanto meno un’esagerazione. Serve solo a fare di tutta l’erba un fascio con la conseguenza che non fa capire niente a nessuno. Gli sprechi e i carrozzoni esistono ovunque. Non c’è bisogno di gettare la croce sulla Sicilia per sensibilizzare i siciliani alla necessità che i loro rappresentanti cambino passo. La classe dirigente siciliana, contrariamente a quel che sostengono il senatur e la Ministra Gelmini, tanto per citare qualche nome, non è né migliore né peggiore delle altre. La qualcosa non deve farci stare affatto sereni, tutt’altro, ma non deve sollecitare una crocifissione, l’atteggiamento mentale che permette a chi non ci vuole bene, e sono in tanti, a trovare la sponda proprio dalle nostre parti per dare addosso alla Sicilia e fare dei suoi abitanti i paria dell’Italia. L’alleanza fra i potentati nazionali e siciliani che ha messo con il sedere a terra il Sud e la Sicilia, trova nella pubblicistica una sua proiezione “distratta”. Una considerazione finale. L’Assemblea non è simbolo della casta, ma è il luogo privilegiato degli arcana imperii. Non sarebbe più utile pretendere l’obbligo della pubblicazione dei provvedimenti, piuttosto che lanciare anatemi, che fanno meno male della trasparenza?

 

Boom di spesa delle Regioni In Sicilia è +125% in 10 anni

In 10 anni la spesa delle Regioni è cresciuta del 75%; nelle realtà in quelle a Statuto speciale l'aumento è stato addirittura dell'89%. A livello nazionale, la crescita in termini assoluti è stata di 89,6 miliardi di euro, oltre la metà (45,9 miliardi) riconducibile alla spesa sanitaria. Lo sottolinea la Cgia di Mestre che ha preso in considerazione il periodo 2000 e il 2009, rilevando appunto che la spesa delle Regioni italiane è aumentata del 75,1%. In termini assoluti, invece, le uscite complessive delle Regioni sono passate da 119,3 a 209 miliardi di euro. Se confrontiamo le Regioni a Statuto Ordinario con quelle a Statuto Speciale, si evince che la spesa delle prime è salita del 70,6%, quella delle seconde dell'89%. A livello regionale, il maggior aumento di spesa si è registrato in Umbria (+143,7%), in Emilia Romagna (+140,3%) e in Sicilia (+125,7%). Appena fuori dal podio troviamo la Basilicata (+115,2%), il Piemonte (+91,8%) e la Toscana (+84,6%). La Provincia Autonoma di Trento (+43,2%), il Veneto (+40,9%) e la Campania (+40,3%) sono state, invece, le tre realtà territoriali più parsimoniose. L'inflazione, tra il 2000 e il 2009 ha registrato un aumento più modesto: solo il +22,1%. In termini di spesa pro capite, invece, spetta alla Valle d'Aosta il primato delle uscite riferite al 2009 (13.182 euro), sul secondo gradino del podio troviamo la Provincia di Bolzano (10.013 euro) e sul terzo quella di Trento (8.465 euro). "Intendiamoci - sottolinea Giuseppe Bortolussi segretario Cgia - maggior spesa non sempre è sinonimo di spreco o di una cattiva gestione della finanza pubblica. Chi, soprattutto al Centro-nord, ha investito in questi ultimi 10 anni in maniera importante sulla sanità, sui trasporti e sull'assistenza sociale, oggi può contare su  livelli di qualità e di quantità dei servizi offerti ai propri cittadini che sono tra i migliori d'Europa". "L'aumento delle spese regionali è dovuto, inoltre, anche all'attribuzione in capo alle Regioni di nuovi poteri su tematiche quali l'industria, il commercio, le politiche del lavoro, il turismo ecc.  Detto questo - aggiunge Bortolussi -, non possiamo nascondere che alcune Regioni, tipo quelle a Statuto Speciale, presentano livelli di spesa che solo in parte sono coperte dalle entrate proprie. Ciò vuol dire che la specificità di alcuni territori è stata in gran parte garantita dallo sforzo fiscale fatto dai contribuenti delle realtà a Statuto ordinario. Un meccanismo, quest'ultimo, che andrebbe eliminato per ripristinare il principio di equità ed uguaglianza tra tutti i territori regionali". L'analisi si chiude con uno sguardo sulla dinamica registrata negli ultimi 10 anni dalle singole funzioni di spesa. La voce che ha subito l' incremento più sostenuto è stata quella dell'Assistenza sociale (+185,8%), seguono gli oneri non attribuibili (+112,6%. Include oneri finanziari, fondi di riserva, spese non classificabili), l'istruzione/formazione (+86,9%) e la sanità (+74,3%). In termini assoluti, oltre la metà dell'aumento della spesa totale è attribuibile alla sanità . Infatti, su un aumento di spesa complessivo pari a 89,6 miliardi di euro, 45,9 miliardi sono in capo alla sanità.

 

La manovra senza tagli alle varie "caste"

Forse perché bisognava fare in fretta, fatto sta che l'ultima manovra del governo ha lasciato intatte le varie caste che governano il Paese Italia. E forse anche come sostiene il presidente Berlusconi una manovra economica meglio di questa non si poteva fare, sarebbe stato interessante vedere cosa avrebbero fatto i vari Bersani o meglio la pasionaria della Cgil Susanna Camusso. Fatta questa premessa, in questi giorni ho avuto modo di documentarmi, leggendo qualche testo interessante, per capire meglio come abbiamo raggiunto il più grande debito pubblico del mondo occidentale. Del resto leggendo un libro invece di affidarsi ai soliti mezzi informativi, si ha un panorama più completo di come le varie caste hanno ridotto il nostro Paese. Non voglio fare dell'antipolitica, o del qualunquismo, sono consapevole che la democrazia, la politica hanno dei costi, ma dopo aver letto I Faraoni di Aldo Forbice e Giancarlo Mazzucchi, (Piemme), L'onorata società, di Carmelo Abbate e Sandro Mangiaterra, (Piemme), L'altra casta, di Stefano Liviadotti, (Bompiani) e infine “Più meglio di così”...Errori voluti e fatti, di Aldo Salvi, (Edb), la mia indignazione, lo sconcerto, l'inquietudine non si arrestano, anzi aumentano. I testi sono stati pubblicati qualche anno fa, non per questo hanno perso la loro attualità, gli autori fanno un elenco dettagliato delle “mille caste del potere pubblico”, che hanno e stanno dissanguando l'Italia, e che a quanto pare sono state soltanto sfiorate dalla scure dell'ultima manovra del governo. Di solito sono i politici ad essere presi di mira, tutti sono concordi che bisogna ridurre le spese, non è possibile continuare con i tanti privilegi che caratterizzano ormai la casta dei politici. Tutto vero, sono troppi e hanno degli stipendi e vitalizi eccessivi, tuttavia però non ci sono solo loro con i vistosi privilegi, troviamo i sindacati, la Cgil, Cisl e Uil, le tre sorelle, che rappresentano l'ottava azienda privata italiana e poi soprattutto c'è la cosiddetta società civile, di cui fanno parte per esempio tutti gli ordini professionali, dai medici e odontoiatri, agli ingegneri, gli architetti, e poi gli avvocati, i farmacisti, i notai. Questi ordini professionali alla fine sono delle vere e proprie corporazioni, delle caste sui generis. A questo proposito, Abbate e Mangiaterra scrivono: “Ordine continua a significare difesa dei privilegi di casta, controllo sull'eccesso e di conseguenza scarsa apertura ai giovani, farraginosità burocratiche, eccessivi costi di automantenimento. Ma soprattutto, mancanza di concorrenza, sotto forma di prezzi concordati, più alti di quanto si potrebbe e si dovrebbe offrire. A tutto discapito dei cittadini. Piero Ostellino, intellettuale liberale, ex direttore del 'Corriere della Sera', ironizza amaro: non puoi nemmeno chiedere l'elemosina se non sei iscritto all'Ordine dei mendicanti”. (Carmelo Abbate – Giancarlo Mangiaterra, L'onorata società, edizione Piemme 2009). Categoricamente gli autori concludono che la salvezza non arriverà neanche dalla tanto celebrata società civile. Aldo Forbice, un ottimo giornalista che conduce da molti anni su Rai 1il seguitissimo programma Zapping e Giancarlo Mazzuca, parlamentare, nell'introduzione a I Faraoni, scrivono: “L'Italia è il Paese delle caste, delle castine, delle lobby e delle corporazioni, ma anche dei furbi e dei furbetti. Un Paese in cui tutti o quasi hanno qualcosa da chiedere, da rivendicare, ma pochi sono disponibili a fare il loro dovere, a dare una contropartita o anche solo un obolo per gli interessi generali”. Tutti condannano gli altri per le piccole truffe, bugie, ma per se stessi, gli amici, i familiari, sono pronti a chiudere un occhio e talvolta tutti e due. Il testo si propone di fare luce sui tanti nodi del sistema di potere faraonico della società italiana, aggiornando i dati di altri saggi sulle caste e allargando l'analisi ad altri settori, come quello sindacale, poco esplorato. Soltanto Liviadotti con il suo L'altra casta. Inchiesta sul Sindacato. Privilegi. Carriere. Misfatti e fatturati da multinazionale, ha dimostrato coraggio di pubblicare un saggio dedicato interamente allo strapotere dei sindacati e forse per questo ha avuto meno successo di altri saggi. Gli autori de I Faraoni non intendono fare antipolitica come i vari Beppe Grillo, novelli Masaniello, che tra “vaffa”, parolacce, ovvietà e altri lazzi, “non si sono accorti di essere entrati nello scenario della casta e dei faraoni, godendone i vantaggi, come protagonisti indiscussi del teatrino dell'antipolitica”. I primi a scrivere dei costi della politica e delle istituzioni non sono stati Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, autori del noto saggio La Casta ma già nel 1991, lo aveva evidenziato Giovanni Berlinguer ne I duplicanti. Politici in Italia (Laterza), e tuttavia passò stranamente sotto silenzio. Anche il Pci, erede di Enrico Berlinguer lo ignorò. Nel 2005 c'è stato un altro saggio di Cesare Salvi e Massimo Villone (senatori Ds), Il costo della democrazia (Mondadori), sollevò un po' di polvere e procurò molte critiche agli autori soprattutto dall'apparato dei Ds che emarginò subito i due senatori. In questo libro, per la prima volta, si conobbero i veri costi della politica italiana, che nel 2005 ammontavano a 3-4 miliardi l'anno. Era il costo dei circa mezzo milione di persone che vivevano e continuano a vivere (stipendiate) di politica. Allora assorbivano lo 0,2 per cento annuo del Pil. Dopo tutte queste analisi dettagliate dei vari sprechi e costi della politica, per Forbice e Mazzuca non è cambiato nulla. In questi mesi di crisi economica si parla e si scrive di ridurre gli stipendi le indennità, le pensioni, i “vitalizi” dei consiglieri, degli assessori, dei presidenti, dei parlamentari, a volte sembra una gara nel fare proposte, ma non si va oltre il misero 0,5 per cento in meno. Dove sono le cancellazioni delle Province, l'accorpamento dei piccoli Comuni, degli enti inutili, le Comunità Montane, i Consigli Circoscrizionali, delle stesse leggi, ritenute obsolete, anacronistiche o dotate di doppioni? Ad oggi niente di tutto questo, solo promesse. Per esempio ci sono circa 110 enti inutili (al 2008), una giungla costosa di sigle che riesce a sopravvivere perché commissari, direttori generali, funzionari e impiegati non sono andati in pensione. Pensate soltanto nel 2007 ne è stato abolito uno fondato da Italo Balbo, la Lati (Linee aeree transcontinentali italiane). Poi c'è la selva dei comitati, costituiti per affrontare o risolvere i problemi, che poi diventa arduo scioglierli. In dieci anni lo Stato italiano ha speso 67 milioni di euro per finanziare le attività di 158 comitati nazionali. Forbice e Mazzuca fanno riferimento a qualcuno come quello che ha l'incarico di redigere l'elenco degli aracnidi, i ragni pericolosi per l'uomo, o il comitato per l'Antardide, o per verificare i danni provocati dai campi di calcio in erba sintetica e ancora quello curioso per il Viaggio dei Re Magi. Ovviamente la parte del leone l'hanno fatta i comitati per celebrare i grandi anniversari storici, personaggi della politica, dell'arte, della letteratura etc. Quindi c'è il Cnl (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro), un “organo ausiliario” dello Stato, composto da “esperti”, in questi anni pochi sanno a che cosa sia servito; i consiglieri, nominati dalle organizzazioni imprenditoriali, dalle confederazioni sindacali (Cgil, Csil e Uil), tutti percepiscono, 1600 euro al mese, una cifra modesta, ma per un impegno molto ridotto: la partecipazione a una riunione del 'parlamentino' una volta al mese e ai lavori delle commissioni, dove l'assenteismo è molto elevato. Si può continuare, per ora rinvio alla prossima puntata.

 

Regione, pioggia di soldi per i convegni all'estero

Novecentomila euro per conferenze e sagre organizzate in giro per il mondo da enti e associazioni. Dal Sud Africa all'Argentina, dal Venezuela all'Australia, da New York a Monaco di Baviera. E i burocrati viaggeranno per controllare l'attuazione dei progetti. La Regione senza un euro in cassa, la stessa che ha 5 miliardi di euro di debiti, finanzia con 900 mila euro la promozione della cultura siciliana all'estero. Come? Distribuendo una pioggia di soldi ad associazioni, enti di formazione, onlus, università e sedi di Confindustria, che organizzano seminari, convegni e manifestazioni in giro per il mondo, dal Sud Africa all'Argentina, dal Venezuela all'Australia, da New York a Monaco di Baviera. Il tutto con l'obiettivo di far conoscere "i sapori di Sicilia" oppure "la gelateria e la pasticceria siciliana" e, ancora, la "Sicilia in bocca", sempre per rimanere in tema culinario, perché non mancano eventi sulla tradizione popolare e perfino sulla musica dell'Isola con il convegno in programma in Australia dal titolo "Questa terra ancora canta", curato da Vincenzo Spampinato, il musicista catanese che ha scritto l'inno di Palazzo d'Orleans. E a fare i globetrotter in salsa siciliana con i soldi della Regione non saranno solo le associazioni ma anche dirigenti e funzionari del dipartimento Lavoro che, con tanto di norma scritta nel decreto di finanziamento, dovranno essere ospitati per controllare che la manifestazione in questione si realizzi davvero. "Soldi sprecati che si aggiungono ad altri sprechi, visto che basterebbe una semplice telefonata al consolato locale per sapere se l'evento si sta svolgendo o meno", attaccano i segretari del Cobas-Codir, Dario Matranga e Marcello Minio. Ma tant'è. Al di là delle polemiche e dei burocrati viaggiatori, di certo c'è che la dirigente generale del dipartimento Lavoro, Alessandra Russo, ha appena firmato il decreto che stanzia 900 mila euro. Ben 37 le associazioni e gli enti finanziati. Tra questi non mancano quelli attivi sul campo da 30 anni, come l'Usef di Palermo, vicina al Pd, che in Australia organizzerà un evento dal titolo "La Sicilia tra monumenti e musica", e in Argentina un seminario su "La Sicilia dei Borboni": 50 mila euro il finanziamento complessivo. Doppio finanziamento anche per l'Istituto Ferdinando Santi, sempre di area democratica, che organizzerà un evento dal titolo "La Sicilia ribelle" in Brasile e una seconda manifestazione sulla cultura arabo normanna in Venezuela. Finanziata anche l'associazione Ragusani nel mondo, vicina al presidente della Provincia Franco Antoci dell'Udc, che ha attenuto 25 mila euro per un evento a Sydney su "Teatro, cinema e cucina siciliana in Australia". Non mancano poi le associazioni catanesi, care all'Mpa, come la Sicilia mondo che organizza due venti in Svizzera e Sud Africa. Anche Confindustria fa la sua parte: l'associazione di Agrigento guidata da Giuseppe Catanzaro ha avuto 25 mila euro per "Il segno dei siciliani d'Australia nella cultura di impresa" e la Med Europe export, di Confindustria Palermo, altri 25 mila euro per la manifestazione su "Scuole per l'identità siciliana" in Argentina. Tante poi le manifestazioni culinarie: da quella sulla "Cultura gastronomica siciliana" organizzata dal Crases di Palermo in Argentina, al workshop sulla pasticceria siciliana organizzato dell'Euroform di Aragona in Uruguay, passando per "Le rotte dell'enogastronomia" che la onlus Aitae di Alcamo, vicina all'Mpa, organizzerà a New York. Finanziata anche l'Università di Messina per due eventi in Argentina e Uruguay, e la Fondazione Mandralisca di Cefalù che andrà a Montreal per un seminario dal titolo "Le scuole raccontano i musei".

 

La Casta delle Papi girl

Ben pagate, poco attive e spesso assenti: ecco cosa hanno fatto e quanto hanno guadagnato le fanciulle lanciate in politica da Silvio. Dalla Giammanco alla Pascale, dalla Carfagna alla Minetti. A Montecitorio Gabriella Giammanco è arrivata nel 2008. Giornalista al Tg4, viene imposta da Silvio Berlusconi nelle liste elettorali siciliane. Nipote del boss mafioso Michelangelo Alfano, negli ultimi tre anni (stipendio più indennità 14 mila euro al mese) ha firmato solo 11 interrogazioni parlamentari. Quasi tutte riguardano animali: il 5 marzo 2011 ha chiesto conto e ragione della morte "della cavalla Tiffany al Palio di Ronciglione", il 15 febbraio ha spiegato all'aula che "il circo Embell Riva" non riusciva "a rientrare dalla Siria". Problemi anche per il circo Bellucci rimasto bloccato in Tunisia in mezzo ai tumulti. "Le tournée all'estero dei circhi italiani si stanno confermando come dei veri e propri incubi per gli animali!", ha chiosato indignata la deputata fidanzata con Augusto Minzolini, che pure riempie di bestiole la scaletta del suo Tg1. Epperò, la giornalista lo batte: mozioni o proposte di legge che siano, la Giammanco parla sistematicamente di "fringuello, peppola, frosone, pispola e pispolone (uccelli, ndr.)" o discetta dell'affidamento degli animali in caso di separazione di una coppia. A tre anni dalle elezioni politiche e a due da quelle europee oggi è possibile tirare le somme, e fare un primo bilancio della classe dirigente femminile su cui ha puntato il Cavaliere per governare l'Italia. Tra le varie tipologie di Papi girls, sono quelle che Veronica Lario detestava di più. Le raccomandate, e le ragazze dello show-biz lanciate in politica per il "divertimento dell'Imperatore". Il premier s'è sempre difeso, sottolineando che le sue candidate erano purosangue di razza, laureate con 110 e lode, "insomma preparatissime". Eppure, dati alla mano, in Parlamento, a Strasburgo, nei consigli regionali o provinciali, negli assessorati, quasi nessuna delle favorite pagate con soldi pubblici sembra aver lasciato il segno. Partiamo dal basso. Nel senso geografico: dalla Campania. Mara Carfagna è quella che ha fatto più carriera di tutte. Oggi è ministro. Per le altre, è un mito. Anche perché ha indicato la strada giusta. Per fare politica non bisogna esagerare. Mai pretendere deleghe al Bilancio, puntare sulla Sanità o su incarichi in uffici economici, dove il lavoro è troppo complesso e noioso: le girls di Silvio preferiscono occuparsi di parità tra i sessi, di problemi delle donne, di animaletti.  Come Giovanna Del Giudice, 27 anni, ex meteorina al Tg4 e billionerina di Flavio Briatore, nominata dal presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro assessore, appunto, alle Pari opportunità. Dal giorno del suo insediamento, il 7 luglio 2010, periodo in cui ha guadagnato 2.500 euro al mese circa, ha firmato solo otto delibere. Una ogni due mesi e mezzo. In un anno s'è vista a un workshop per le "relazioni con la Palestina" (l'ex velina ha addirittura le deleghe alla Cooperazione internazionale), s'è occupata del progetto "Tifare Humanum Est" e ha promosso il concorso "Mai più violenza sulle donne" di cui non s'è saputo più nulla. Il suo staff? Due dipendenti della provincia e tre collaboratrici. Emanuela Romano, 30 anni e laurea di psicologia, è famosa per essere la co-fondatrice del comitato Silvio ci manchi e perché il padre Cesare minacciò di darsi fuoco sotto Palazzo Grazioli. Nel 2010 è stata lanciata come assessore alle Politiche sociali di Castellammare di Stabia. Stipendio da 1.800 euro al mese, in sei mesi nessun atto o intervento di rilievo. Si fa notare a inizio 2011, quando abbandona la carica preferendo una poltrona al Corecom, un ente regionale che ha il compito di monitorare il sistema delle comunicazioni. Servirebbe un esperto, la Romano può sventolare il suo master in Publitalia. Lo stipendio sale, oltre 2 mila euro al mese. La ragazza è felice, ma non sa che si sta cacciando in un guaio. I pm di Napoli infatti la indagano per falso in atto pubblico. Giovanna s'è dimenticata di segnalare, presentando la candidatura al Corecom, che era ancora assessore: le cariche sono incompatibili.

 

L'altra casta. Il potere dei sindacati

La casta sindacale. Per decenni dei sindacati si è parlato in termini esclusivamente trionfalistici, a partire dagli anni sessanta, si è diffuso, intorno a queste istituzioni un certo timore referenziale. “Persino i 'padroni', come venivano chiamati un tempo gli imprenditori , quando si riferivano alle 'organizzazioni dei lavoratori' lo facevano sempre con giudizi misurati e rispettosi, mai sopra le righe,- scrive Forbice e Mazzuca - perché con loro alla fine si doveva trattare,fare i conti ogni giorno nelle fabbriche, perché i loro scioperi non solo danneggiavano la produzione di un'azienda e/o di un comparto industriale, del commercio o dei servizi, ma riuscivano anche a monopolizzare le simpatie dei media”. Parlare male del sindacato era come parlare male di Garibaldi. “Nessuno osava definire le 'tre sorelle' confederali una casta o una lobby molto potente”. In passato chi criticava il ruolo, l'organizzazione, le politiche e le finanze del sindacato, automaticamente significava stare dalla parte dei padroni. “Chi osava trasgredire questa regola non scritta veniva immediatamente etichettato dai militanti di sinistra come un 'nemico della classe operaia'”. Il sindacato era un mito, un idolo, intoccabile. Ma le cose ora sono cambiate, perfino all'interno dello stesso schieramento arrivano le critiche abbastanza serrate, ha iniziato con l'inchiesta molto critica nell'agosto 2007 su L'Espresso, Stefano Livadiotti, che da oltre vent'anni si occupa di economia per lo stesso settimanale ed era considerato “amico” della Cgil. Successivamente Livadiotti ha pubblicato un libro coraggioso, L'Altra casta, Bompiani, 2008) mettendo a nudo lo strapotere e l'invadenza delle tre grandi centrali sindacali e gli aspetti di una realtà burocratica e costosa, “che ha perso via via il contatto con il Paese reale, quello delle buste paga sempre più leggere e delle fabbriche dove si muore troppo spesso”. Secondo Aldo Forbice e Giancarlo Mazzuca, il merito di Livadiotti è certamente quello di aver avuto la forza di uscire allo scoperto, rischiando sferzate e ostracismi, con un libro rigoroso e dissacrante, fino ad arrivare a descrivere un vero e proprio verminaio. Probabilmente questo è stato possibile oggi perché ormai i sindacati non sono più amati come un tempo e “la pubblica indignazione per i costi esorbitanti della casta politica ha finito con il coinvolgere anche questa istituzione incartapecorita...” I “tre porcellini”, come li definiva Massimo D'Alema, hanno reagito contro il libro definendolo “offensivo” e “denigratorio” respingendo con sdegno ogni critica e rifugiandosi nel trito argomento che le leggi esistenti consentono rendite di posizione (e privilegi). Ovviamente scrive Forbice e Mazzuca, “si tratta di leggi e decreti promossi a fatti approvare da deputati e senatori provenienti proprio dal mondo sinadacale e appartenenti al Pci, al Psi e alle correnti di sinistra della vecchia Dc, tutte forze politiche che pagavano il loro pegno di sostegno (anche elettorale) del sindacato”. Mentre per quanto riguarda i bilanci, i sindacati sostengono, che vengono pubblicati negli organi di stampa sindacali. Ma ad ora nessuno si è mai accorto di simili pubblicazioni. Cerchiamo di conoscere il tesoro nascosto della Cgil, Cisl e Uil, per capire meglio chi effettivamente rappresentano e quanto costano ai lavoratori, ai pensionati, agli imprenditori e ai contribuenti italiani. Secondo il ben documentato libro di Livadiotti le tre confederazioni sono l'ottava azienda privata italiana. Hanno un apparato tentacolare, dove solo i dipendenti diretti sono ventimila. E' un fatturato da multinazionale alimentato da un sistema occulto di finanziamenti statali. Ecco perché si sono sempre rifiutate di rendere pubblici i loro bilanci. “In Parlamento c'è un'azione di una lobby continua soprattutto nei corridoi che ha prodotto una sfilza infinita di leggine ad hoc e regolamenti, spesso approvati con maggioranze bulgare. Più di una volta in zona cesarini, proprio nelle ultime battute delle legislature. Con un denominatore comune: quello di introdurre o consolidare un privilegio in grado di arricchire il business sindacale, a colpi di situazioni monopolistiche, esenzioni fiscali, vere e proprie regalie e accordi ai confini della legalità. Il risultato - continua Livadiotti - è che oggi siamo diventati una gigantesca macchina da soldi. Se c'è un problema dei costi della politica a maggior ragione il discorso vale per il sindacato, anche perché i partiti uno straccio di bilancio lo presentano loro no. I forzieri dei tre porcellini sono gonfi di soldi”. La grande truffa della tessera. Pare che sia un miliardo, la cifra che aziende ed enti previdenziali versano ogni anno a Cgil, Cisl e Uil trattenendola da stipendi e pensioni degli scritti. Che spesso, magari senza saperlo, continuano a pagare per molti mesi anche dopo aver ritirato la loro delega al sindacato. Una montagna di soldi che il sindacato non deve neanche fare la fatica di raccoglierla...La manna dei patronati ovvero la miniera d'oro dei Caf. I centri di assistenza fiscale dei sindacati hanno milioni di clienti. Così incassano una montagna di soldi, contributi pubblici, tutti esentasse. E intanto reclutano nuovi iscritti, con il sistema condannato dalla corte di giustizia europea e difeso con le unghie da Cgil Cisl e Uil. I Caf sono uno dei salvadenai più ricchi dei sindacati italiani, che infatti difendono con le unghie e i denti. Nel 2006 ai tre patronati (Inca-Cgil, Inas-Cisl, Ital-Uil) l'erario ha sborsato 186 milioni di euro: devoluti in proporzione ai tre sindacati. Si tratta di un bottino vero e proprio che fa gola a chiunque, se si tiene conto che i loro introiti non si sa perché non sono tassati. La casa dei sindacati. Cgil, Cisl e Uil hanno avuto in dotazioni nel 1977, le case del disciolto sindacato fascista. Senza tirare una lira, si sono divise in base al numero degli iscritti di allora, qualche centinaio di migliaia di metri quadrati di appartamenti, che molto spesso si trovano proprio nei centri delle grandi città e hanno raggiunto quotazioni da capogiro. Quando qualcuno glielo ricorda gli esponenti sindacali perdono le staffe. Professionisti privilegiati. Per molti burocrati del sindacato la vecchiaia si presenta serena. Grazie a un regalo dell'amico Treu riceveranno infatti un assegno doppio. E ben 23 mila di loro hanno potuto riscattare, senza controlli, presunti periodi di lavoro in nero.1154 sono i fortunati italiani quasi tutti pezzi grossi del sindacato che possono godere della doppia pensione. Grazie a una legge la 564 del 1996, firmata da Tiziano Treu, ex ministro del lavoro in quota Cisl. E' stata inventata così la figura del sindacalista bipensionato esteso anche ai sindacalisti distaccati.

 

Il Parlamento ha votato all'unanimità e senza astenuti un aumento di stipendio

Per i parlamentari pari a circa 1.135,00 al mese. Inoltre la mozione e stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali.

STIPENDIO Euro 19.150,00 AL MESE

STIPENDIO BASE circa Euro 9.980,00 al mese

PORTABORSE circa Euro 4.030,00 al mese (generalmente parente o familiare)

RIMBORSO SPESE AFFITTO circa Euro 2.900,00 al mese

INDENNITA' DI CARICA (da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00) TUTTI ESENTASSE

TELEFONO CELLULARE gratis

TESSERA DEL CINEMA gratis

TESSERA TEATRO gratis

TESSERA AUTOBUS - METROPOLITANA gratis

FRANCOBOLLI gratis

VIAGGI AEREO NAZIONALI gratis

CIRCOLAZIONE AUTOSTRADE gratis

PISCINE E PALESTRE gratis

FS gratis

AEREO DI STATO gratis

AMBASCIATE gratis

CLINICHE gratis

ASSICURAZIONE INFORTUNI gratis

ASSICURAZIONE MORTE gratis

AUTO BLU CON AUTISTA gratis

RISTORANTE gratis (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per Euro 1.472.000,00). Intascano uno stipendio e hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in parlamento mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi (41 anni per il pubbico impiego)

Circa Euro 103.000,00 li incassano con il rimborso spese elettorali (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), più i privilegi per quelli che sono stati Presidenti della Repubblica, del Senato o della Camera. (Es: la sig.ra Pivetti ha a disposizione e gratis un ufficio, una segretaria, l'auto blu ed una scorta sempre al suo servizio)

La classe politica ha causato al paese un danno di 1 MILIARDO e 255 MILIONI di EURO.

La sola camera dei deputati costa al cittadino Euro 2.215,00 al MINUTO

 

Quanto costa ai contribuenti l'assistenza sanitaria integrativa dei deputati?

 Si tratta di costi per cure che non vengono erogate dal sistema sanitario nazionale (le cui prestazioni sono gratis o al più pari al ticket), ma da una assistenza privata finanziata da Montecitorio. A rendere pubblici questi dati sono stati i radicali che da tempo svolgono una campagna di trasparenza denominata Parlamento WikiLeaks. Va detto ancora che la Camera assicura un rimborso sanitario privato non solo ai 630 onorevoli. Ma anche a 1109 loro familiari compresi (per volontà dell'ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini) i conviventi more uxorio. Ebbene, nel 2010, deputati e parenti vari hanno speso complessivamente 10 milioni e 117mila euro. Tre milioni e 92mila euro per spese odontoiatriche. Oltre tre milioni per ricoveri e interventi (eseguiti dunque non in ospedali o strutture convenzionati dove non si paga, ma in cliniche private). Quasi un milione di euro (976mila euro, per la precisione), per fisioterapia. Per visite varie, 698mila euro. Quattrocentottantotto mila euro per occhiali e 257mila per far fronte, con la psicoterapia, ai problemi psicologici e psichiatrici di deputati e dei loro familari. Per curare i problemi delle vene varicose (voce "sclerosante"), 28mila e 138 euro. Visite omeopatiche 3mila e 636 euro. I deputati si sono anche fatti curare in strutture del servizio sanitario nazionale, e dunque hanno chiesto il rimborso all'assistenza integrativa del Parlamento per 153mila euro di ticket. Ma non tutti i numeri sull'assistenza sanitaria privata dei deputati, tuttavia, sono stati desegretati. "Abbiamo chiesto - dice la Bernardini - quanti e quali importi sono stati spesi nell'ultimo triennio per alcune prestazioni previste dal 'fondo di solidarietà sanitarià come ad esempio balneoterapia, shiatsuterapia, massaggio sportivo ed elettroscultura (ginnastica passiva). Volevamo sapere anche l'importo degli interventi per chirurgia plastica, ma questi conti i Questori della Camera non ce li hanno voluti dare". Perché queste informazioni restano riservate, non accessibili? Cosa c'è da nascondere? Ecco il motivo di quel segreto secondo i Questori della Camera: "Il sistema informatizzato di gestione contabile dei dati adottato dalla Camera non consente di estrarre le informazioni richieste. Tenuto conto del principio generale dell'accesso agli atti in base al quale la domanda non può comportare la necessità di un'attività di elaborazione dei dati da parte del soggetto destinatario della richiesta, non è possibile fornire le informazioni secondo le modalità richieste". Il partito di Pannella, a questo proposito, è contrario. "Non ritengo - spiega la deputata Rita Bernardini - che la Camera debba provvedere a dare una assicurazione integrativa. Ogni deputato potrebbe benissimo farsela per conto proprio avendo gia l'assistenza che hanno tutti i cittadini italiani. Se gli onorevoli vogliono qualcosa di più dei cittadini italiani, cioè un privilegio, possono pagarselo, visto che già dispongono di un rimborso di 25 mila euro mensili, a farsi un'assicurazione privata. Non si capisce perché questa 'mutua integrativà la debba pagare la Camera facendola gestire direttamente dai Questori". "Secondo noi - aggiunge - basterebbe semplicemente non prevederla e quindi far risparmiare alla collettività dieci milioni di euro all'anno".Mentre a noi tagliano sull'assistenza sanitaria e sociale è deprimente scoprire che alla casta rimborsano anche massaggi e chirurgie plastiche private - è il commento del presidente dell'ADICO, Carlo Garofolini - e sempre nel massimo silenzio di tutti.

 

I parlamentari messinesi e le pensioni d'oro da 200 milioni di euro

Si va dai 4277 euro dell'onorevole Angela Bottari, eletta nel 1976 ai 5305 di Toto D'Alia per arrivare ai 6239 euro di Luigi Genovese. Questi sono solo alcuni nomi della casta che solo dopo cinque anni di mandato hanno diritto al vitalizio. Mentre ancora si discute sulle pensioni degli italiani, le uniche a poter essere toccate e tagliate, ecco un'inchiesta firmata da primo Di Nicola per il settimanale L'espresso che passa in rassegna le pensioni d'oro dei parlamentari che scattano dopo soli cinque anni di mandato. E con contributi molto bassi.  Giovanotti con un grande avvenire dietro le spalle che si godono la vita dopo gli anni di militanza parlamentare. Come Alfonso Pecoraro Scanio, ex leader dei Verdi ed ex ministro dell’Agricoltura e dell’Ambiente. Presente alla Camera dal 1992, nel 2008 non è riuscito a farsi rieleggere e con cinque legislature nel carniere è stato costretto alla pensione anticipata. Ma nessun rimpianto. Da allora, cioè da quando aveva appena 49 anni, Pecoraro Scanio riscuote il vitalizio assicuratogli dalla Camera: ben 5.802 euro netti al mese che gli consentono di girare il mondo in attesa dell’occasione giusta per tornare a fare politica. Oliviero Diliberto è un altro grande ex uscito di scena nel 2008 causa tonfo elettorale della sinistra. Segretario dei Comunisti italiani ed ex ministro della Giustizia, con quattro legislature alle spalle e ad appena 55 anni, anche lui si consola riscuotendo una ricca pensione di 5.305 euro netti. Euro in più, euro in meno, la stessa cifra che spetta a un altro pensionato-baby della sinistra, addirittura più giovane di Diliberto: Pietro Folena, ex enfant prodige del Pci-Pds, passato a Rifondazione e trombato nel 2008 quando, con le cinque legislature collezionate, a soli 51 anni ha cominciato a riscuotere 5.527 euro netti al mese. Davvero niente male, considerando le norme restrittive che le varie riforme pensionistiche dal 1992 hanno cominciato ad introdurre per i comuni cittadini. Norme ferree per tutti, naturalmente, ma non per deputati e senatori che, quando si è trattato di ridimensionare le proprie pensioni, si sono ben guardati dal farlo. Certo, hanno accettato di decurtarsi il vitalizio con il contributo di solidarietà voluto da Tremonti per le “pensioni d’oro” e pari al 5 per cento per i trattamenti compresi fra i 90 e i 150 mila euro (una penalizzazione che tocca solo i parlamentari con oltre i 15 anni di mandato), ma per il resto hanno evitato i sacrifici imposti agli altri italiani. Tutto rinviato alla prossima legislatura quando, almeno stando all’annuncio del questore della Camera Francesco Colucci, e a una proposta del Pd, potrebbe entrare in vigore un nuovo modello pensionistico contributivo. A Montecitorio, però, il clima è rovente. Pochi giorni fa il presidente Gianfranco Fini non ha ammesso un ordine del giorno dell’Idv, che chiedeva l’abolizione dei vitalizi (”Un furto della casta”, secondo il dipietrista Massimo Donadi). Secondo Fini, i diritti acquisiti non si toccano, al massimo si potrà discutere della riforma.

IL CLUB DEI CINQUE

Nel frattempo, l’andazzo continua, con l’esercito dei parlamentari pensionati che si ingrossa sempre più, fino a toccare il record dei 3.356 vitalizi erogati fra le 2.308 pensioni dirette e le reversibilità, divise tra le 625 alla Camera e 423 al Senato. Un fardello che si traduce ogni anno in una spesa di 200 milioni di euro, oltre 61 dei quali pagati da palazzo Madama e i restanti 138 da Montecitorio. In questo pozzo senza fondo del privilegio ci sono anzitutto i superfortunati che con una sola legislatura, cioè appena cinque anni di contribuzione, portano a casa il loro bravo vitalizio. Personaggi anche molto noti e quasi sempre ancora nel pieno dell’attività professionale. Nell’elenco compare Toni Negri, ex leader di Potere operaio, docente universitario e scrittore. Venne fatto eleggere mentre era in carcere per terrorismo nel 1983 dai radicali di Marco Pannella. Approdato a Montecitorio, Negri ci restò il tempo necessario per preparare la fuga e rifugiarsi in Francia. Ciononostante, oggi percepisce una pensione di 2.199 euro netti. Stesso importo all’incirca riscosso da un capitano d’industria come Luciano Benetton (al Senato nel 1992, restò in carica solo due anni per lo scioglimento anticipato della legislatura) e da un avvocato di grido come Carlo Taormina. E sono solo due casi tra i tanti. Nel “club dei cinque” sono presenti quasi tutte le categorie lavorative, con nomi spesso altisonanti. Compaiono intellettuali come Alberto Arbasino, Alberto Asor Rosa. e Mario Tronti. Giornalisti di razza come Enzo Bettiza, Eugenio Scalfari, Alberto La Volpe, Federico Orlando; altri avvocati di grido come Raffaele Della Valle, Alfredo Galasso e Giuseppe Guarino; star dello spettacolo come Gino Paoli, Carla Gravina e Pasquale Squitieri. Tutti incassano l’assegno calcolato con criteri tanto generosi quanto lontani da quelli in vigore per i comuni lavoratori.

GIOCHI DI PRESTIGIO

Per i deputati eletti prima del 2008 (per quelli nominati dopo è stata introdotta una modesta riforma di cui solo tra qualche anno vedremo gli effetti) vale il vecchio regolamento varato dall’Ufficio di presidenza di Montecitorio nel 1997. Dice che i deputati il cui incarico sia cominciato dopo il ‘96 maturano il diritto al vitalizio a 65 anni, basta aver versato contributi per cinque. Fin qui, nulla da dire: il requisito dei 65 pone i deputati sulla stessa linea stabilita per la pensione di vecchiaia dei comuni cittadini. Ma basta scorrere il regolamento per scoprire le prime sorprese. L’età minima dei 65 anni si abbassa di una annualità per ogni anno di mandato oltre i cinque prima indicati, sino a toccare la soglia dei 60. E non è finita. Alla Camera ci sono ancora un gran numero di eletti prima del ‘96 e per questi valgono le norme precedenti. Secondo queste norme il diritto alla pensione si matura sempre a 65 anni, ma il limite è riducibile a 50 anni e ancor meno (come nel caso di Pecoraro Scanio), facendo cioè valere le altre annualità di permanenza in Parlamento oltre ai cinque anni del minimo richiesto. Questo accade nell’Eldorado di Montecitorio. A palazzo Madama gli eletti si trattano altrettanto bene. Un regolamento del 1997 stabilisce che i senatori in carica dal 2001 possono, come alla Camera, andare in pensione al compimento del sessantacinquesimo anno con cinque anni di contributi versati. Ma attenzione, anche qui dal tetto dei 65 si può scendere eccome. Possono farlo tutti i parlamentari eletti prima del 2001. Per costoro, il diritto alla pensione scatta a 60 anni se si vanta una sola legislatura, ma scende a 55 con due mandati e a 50 con tre o più legislature alle spalle.

IL BABY ONOREVOLE

Dall’età pensionabile alla contribuzione necessaria per la pensione, ecco un altro capitolo che riporta agli anni bui delle pensioni baby. Si tratta delle pensioni che consentivano alle impiegate pubbliche con figli di smettere di lavorare dopo 14 anni, sei mesi e un giorno (i loro colleghi potevano invece farlo dopo 19 anni e sei mesi). Ci volle la riforma Amato del ‘92 per cancellare lo sfacciato privilegio. Ma cassate per gli statali, le pensioni baby proliferano tra i parlamentari. Secondo il trattamento Inps in vigore per tutti i lavoratori, ci vogliono almeno 35 anni di contributi per acquisire il diritto alla pensione. I parlamentari invece acquisiscono il diritto appena dopo cinque anni e il pagamento di una quota mensile dell’8,6 per cento dell’indennità lorda (1.006 euro). Fino alla scorsa legislatura le cose andavano addirittura meglio per la casta. Bastava durare in carica due anni e mezzo per assicurarsi il vitalizio (è il caso di Benetton). Il restante delle annualità mancanti per arrivare a cinque potevano essere riscattate in comode rate. Nel 2007 è arrivato un colpo basso: i cinque anni dovranno essere effettivi. Una mazzata per Lorsignori, che si rifanno con la manica larga con la quale si calcola il vitalizio.

RIVALUTAZIONE D’ORO

Sino agli anni Novanta, tutti i lavoratori avevano diritto a calcolare la pensione sui migliori livelli retributivi, cioè quelli degli ultimi anni (sistema retributivo). Successivamente, si è passati al sistema contributivo per cui la pensione è legata invece all’importo dei contributi effettivamente versati. Il salasso è stato pesante. Per tutti, ma non per i parlamentari. Che sono rimasti ancorati a un vantaggiosissimo marchingegno. Invece che sulla base dei contributi versati, deputati e senatori calcolano il vitalizio sulla scorta dell’indennità lorda (11 mila 703 euro alla Camera) e della percentuale legata agli anni di presenza in Parlamento. Con 5 anni di mandato si riscuote così una pensione pari al 25 per cento dell’indennità, cioè 2 mila 926 euro lordi. Raggiungendo invece i 30 anni di presenza si tocca il massimo, l’80 per cento dell’indennità che in soldoni vuol dire 9 mila 362 euro lordi. Vero che con una riforma del 2007 Camera e Senato hanno ridimensionato i criteri di calcolo dei vitalizi riducendo le percentuali: si va da un minimo del 20 dopo cinque anni al 60 per 15 anni e oltre di presenza in Parlamento. Ma a parte questa riduzione, gli altri privilegi restano intatti. Con una ulteriore blindatura, che mette al sicuro dall’inflazione e dalle altre forme di svalutazione: la cosiddetta “clausola d’oro”, per cui i vitalizi si rivalutano automaticamente grazie all’ancoraggio al valore dell’indennità lorda del parlamentare ancora in servizio. 

Alcuni dei Messinesi 

Angela Maria Bottari 
Assegno vitalizio da € 4277 - Periodo contributivo 15
Nel 1976 è eletta Deputata nazionale e rieletta per tre legislature consecutive

Totò D’Alia
Assegno vitalizio da € 5305 - Periodo contributivo: 20

Luigi Genovese
Assegno vitalizio da € 6239 - Periodo contributivo: 27

Basilio Germanà
Assegno vitalizio da  € 5305 - Periodo contributivo:

Antonino Germanà
Assegno vitalizio da € 2238 - Periodo contributivo:: 5

Antonino Calarco 
Assegno vitalizio da  € 2319 - Periodo contributivo:: 5

Santino Fortunato Pagano 
Assegno vitalizio da € 4277 -Periodo contributivo:: 15

Dino Madaudo
Assegno vitalizio da  € 5305 - Periodo contributivo:: 20

Giuseppe Astone
Assegno vitalizio da  € 5305 - Periodo contributivo: 20

Assegno vitalizio da  € 2108 -Periodo contributivo:: 5

 

L'oasi felice di Palazzo dei Normanni. E qualcuno scappa con la borsa

Dai portaborse ai contributi per l'attività politica. Le cose stanno così: le risorse vengono assegnate dall’Assemblea regionale ai gruppi parlamentari sulla base di un calcolo assai semplice, un tot per ogni deputato. Più deputati, più soldi. Non c’è alcun bisogno di pezze d’appoggio, di giustificazione, di contabilità. I gruppi parlamentari possono risparmiare, teoricamente anche sui ragionieri, tanto non devono dare conto di nulla. La qualcosa, tuttavia, non significa che nei gruppi si fa ciò che si vuole; ci sono gruppi che tengono i conti a posto. Possono decidere di spendere il denaro come meglio ritengono, magari ripartendolo in parti uguali ad ogni parlamentare, così da migliorare il reddito. Le risorse sono elargite a titolo di rimborso forfettario per l’attività politica e culturale del gruppo. Questa attività può benissimo svolgersi nelle sedi dei parlamentari, ed ognuno la destina alle spese che fa. Del resto, quale altra attività potrebbe esercitare un deputato regionale se non l’attività politica? L’assegnazione delle risorse non tradisce affatto il loro uso. Il controllo è perfino superfluo, ma fino a un certo punto. Come arrivano i soldi ai gruppi parlamentari? Il bonifico viene fatto a nome del presidente del gruppo che, in linea puramente teorica, può disporne come ritiene. È a sua volta libero di fare ciò che vuole. I suoi colleghi possono arrabbiarsi, su questo non ci piove, ma nulla di più. È capitato, in passato, che qualcuno sia scappato con la borsa, vi chiederete. Sì, è capitato, perché il meccanismo è così aperto da indurre anche a qualche sbandata. Il malloppo è sparito e si è dovuto inseguire qualcuno: avrebbero dovuto essere pagati i dipendenti del gruppo (ora sono retribuiti dall’Assemblea regionale) rimasti senza stipendio. Altri tempi, certo, ma in questa legislatura ci sono stati conflitti all’interno del gruppo a causa di scissioni. Coloro che se ne sono andati, hanno lasciato ingenti debiti alla gestione rimasta a casa, sicché si è posta la questione su chi avrebbe dovuto pagare gli adempimenti pregressi. Si tratta, anche in questo caso, di dipendenti dei gruppi. Anche qui non si può fare di tutta l’erba un fascio. C’è personale che svolge il suo lavoro con orari e carico di lavoro, come se si trovasse all’ufficio del registro, e altro personale che – stando a qualche chiacchiera da bar - non si vede in giro per lungo tempo. Il gruppo parlamentare , d’altra parte, ha la facoltà di spendere le risorse che ad esso vengono assegnate come ritiene più opportuno. Tanto, paga Pantalone.

 

Tutti contro la casta siciliana"Ora dimezzatevi lo stipendio"

Tremila e 500 euro di "diaria" e rimborso spese di trasporto anche a chi risiede a Palermo. Sindacati e imprese all'attacco delle buste paga dei deputati: "Non si risolverebbe la crisi, ma sarebbe giusto che dessero un segnale di svolta".Chiedono ai deputati di dare subito un segnale di austerity, rinunciando non solo alla diaria di 3 mila 500 euro al mese ma riducendosi del 50 per cento la busta paga complessiva. Quello di sindacati, piccole imprese e consumatori è un coro all'unisono: "I deputati regionali devono fare qualcosa di concreto, rinunciando ai loro privilegi prima di chiedere sacrifici ai cittadini", dicono Cgil, Cisl e Uil, ma anche la Confederazione nazionale artigiani e la Federconsumatori. Mentre il governo nazionale annuncia tagli, prelievi fiscali e aumento dell'età pensionabile, nell'Isola degli sprechi le parti sociali chiedono che gli inquilini dell'Assemblea rinuncino alle loro ricche indennità. A partire dai 3 mila 500 euro al mese che ogni deputato, anche se residente in provincia di Palermo, riceve come diaria, cioè un rimborso spese di vitto e alloggio: un bonus che viene aggiunto alla busta paga consentendo così l'equiparazione prevista tra i deputati regionali e i senatori. Ma sindacati, imprenditori e consumatori vanno oltre, chiedendo l'approvazione di un ddl che "tagli del 50 per cento la retribuzione dei deputati eliminando l'equiparazione ai senatori e preveda inoltre la riduzione del numero di parlamentari dai 90 attuali ad almeno 60". Il segretario della Cisl, Maurizio Bernava annuncia un autunno caldo "se la politica non ridurrà subito i suoi costi": "Mi ha colpito la dichiarazione del capogruppo del Pd, Antonello Cracolici, che parla di "canea"  contro i deputati - dice Bernava - se davvero si vuole dare un segnale forte di riduzione dei costi, occorre che il governo o gli stessi parlamentari presentino subito un ddl che tagli davvero le spese della politica, riducendo del 50 per cento la retribuzione dei deputati. So bene che così non si risolvono problemi economici, ma sarebbe un importante segnale pedagogico per chi, come i lavoratori, sta subendo questa crisi sulle proprie spalle". Dello stesso parere Mariella Maggio, segretaria della Cgil: "I deputati rinuncino subito a tutto quello che è un surplus, a partire dalla diaria - dice - Certi privilegi sono inaccettabili e l'equiparazione al Senato è fuori dal tempo. I tagli vanno fatti subito, non nella prossima legislatura". Per il segretario della Uil, Claudio Barone è "assurda la difesa dei deputati che parlano di costi della democrazia: "Si taglino subito la retribuzione complessiva del 50 per cento - dice Barone - Non capisco cosa c'entrino i costi della democrazia con il fatto che l'Ars abbia il numero maggiore di parlamentari e che questi siano per giunta i più pagati d'Italia".

 

Le auto blu delle Asl costano ai cittadini 288 mln l’anno

Secondo l’indagine voluta da Brunetta, le amministrazioni pubbliche della sanità si servono di oltre 22 mila vetture tra blu e grigie. Dare certe notizie, in un periodo di profonda crisi economica come quello che sta attanagliando gli Italiani, non è certo piacevole. Tuttavia, il dovere di informare ci impone di rendere consapevoli i cittadini sui continui sprechi che caratterizzano l’amministrazione pubblica nazionale, soprattutto a opera dei dirigenti, che di crisi probabilmente ne avranno sentito parlare solo in televisione.  Volendo soffermarci sugli sprechi di chi chiede ai cittadini di stringere la cinghia, di sacrificarsi per la salvezza economica della Patria, si è scelto di porre all’attenzione dei lettori uno dei fenomeni da sempre più invisi ai “comuni mortali”: quello delle “auto blu”. Tale abitudine, come in molti sapranno, è ampiamente diffusa nel mondo della politica, a tutti i livelli. Ciò che in pochi sanno, invece, è che di auto blu se ne servono, e anche in quantità industriale, diverse amministrazioni pubbliche del nostro Paese, non ultime le aziende sanitarie. E, come per la politica, tale malvezzo italico è diffuso dai dirigenti fino ai semplici uffici. Come si può leggere, infatti, dal secondo monitoraggio sul parco auto a disposizione della Pubblica Amministrazione, voluto dal Ministro del settore, Renato Brunetta, anche le Asl hanno, in tutta Italia, un nutrito garage a disposizione dei propri dirigenti. Garage riempito da oltre 22 mila vetture tra auto blu e grigie e che costa al Paese, che non è un’entità astratta, ma sono i comuni cittadini, quelli che, per intenderci, dovrebbero stringere la cinghia, quasi 290 milioni di euro l’anno. Il suddetto monitoraggio, realizzato dalla Fomez PA, ha coinvolto, tra le altre, il 72% delle amministrazioni pubbliche della sanità, tra Asl e aziende ospedaliere. Limitatamente alle Asl, vi hanno preso parte 214 sulle 284 interpellate. L’indagine suddivide le vetture in tre categorie: “blu blu”, blu e grigie. Le prime sono auto di rappresentanza e vengono assegnate ai vertici istituzionali degli enti pubblici centrali e locali; le seconde sono utilizzate dai dirigenti delle singole aziende; le auto grigie, infine, sono quelle a disposizione degli uffici. Secondo i dati “stimati” del Ministero della Pubblica Amministrazione, al 31 dicembre il parco auto delle Asl risultava composto da 821 auto tra “blu blu” e blu e 21.652 auto grigie, per un totale di 22.473 vetture. Sono guidate da 2.305 autisti, che costano ai cittadini circa 104 milioni di euro l’anno. Se a questi aggiungiamo altre 2.919 unità di personale dedicato alla gestione del parco auto, la spesa supera i 185 milioni di euro. Ma, come tutti sanno, ogni vettura, anche se ferma, comporta delle spese non indifferenti. Tali costi, calcolati sulle suddette automobili, si aggirano intorno ai 10 mila euro l’anno per ogni singola auto blu e circa 4 mila per una grigia, tra spese di bollo, assicurazione e manutenzioni varie. Il totale di queste spese è di 102,6 milioni, che si vanno a sommare ai 185,4 milioni spesi per il personale. L’esborso complessivo annuale raggiunge così la bella “cifretta” di 288 milioni di euro. Di fronte a tali spese, la sopportazione dei cittadini, che sarebbero in realtà i veri proprietari di queste vetture, inizia a venir meno. Ecco perché diversi enti pubblici hanno cominciato a capire che forse è il caso, a loro volta, di stringere un po’ la cinghia. E così, tra il 2009 e il 2010, alcune amministrazioni pubbliche, tra cui anche diverse Asl, hanno fatto registrare una consistente riduzione del parco auto, che, viste le cifre snocciolate dal Ministero, aggiornate, ricordiamo, al 31 dicembre 2010, non può ancora bastare. Una constatazione che, seppur moderata, è anche quella del Ministro Brunetta, che, nella relazione inviata al Parlamento sullo stato della Pubblica Amministrazione italiana, ha sottolineato, tra l’altro, come sia intenzione del suo Ministero “individuare delle misure efficaci per razionalizzare e ridurre la spesa, perché è netta la sensazione, nell'opinione pubblica e non solo, che nonostante tutte le misure assunte (o annunciate) nell'ultimo ventennio, i risultati ottenuti siano molto scarsi. Questa convinzione - spiega il Ministro - è stata sicuramente accentuata dalla circostanza che, non esistendo dati aggiornati e attendibili in materia, le cosiddette 'auto blu' sono state considerate un ingiusto privilegio assegnato alla 'politica', che pesa in maniera significativa sui bilanci delle pubbliche amministrazioni”. Beh, ora che si hanno i dati aggiornati, l’opinione pubblica, più che cambiare idea, la rafforzerà notevolmente, visto che, in un periodo di crisi come questo, c’è chi una semplicissima automobile non se la può proprio permettere, neanche per andare a lavorare.

 

Pranzo di lusso: sette euro

Risotto con rombo: 3,34 euro. Carpaccio di filetto: 2,76. Dolce: 1,74. Il tutto di servito da camerieri in livrea. E' il ristorante del Senato. Terza puntata delle confessioni all'Espresso del parlamentare Carlo Monai: dove non ci parla solo di cibo ma anche di mutui superagevolati, di terme e di massaggi shiatsu a spese del contribuente.Carlo Monai, il deputato dell'Idv che ha deciso di raccontare tutti i privilegi della Casta, continua a stupirci. Racconta che a Montecitorio e Palazzo Madama arrivano ogni giorno inviti per mostre, happening vari, sfilate di moda. Il cibo si paga? «Dipende. Il bar della bouvette è in linea con i prezzi di mercato. Il ristorante, invece, no. Ci costa in media 15 euro, ma la tavola è apparecchiata come un tre stelle Michelin, i camerieri sono in livrea, lo chef è bravo e prepara piatti di grande qualità. Io cerco di non appesantirmi, e ci vado raramente. L'unico appunto», chiosa sorridendo, «riguarda la cantina: ci sono ottimi vini, ma nessuna bottiglia friulana».  Al Senato si può mangiare uno spaghetto alle alici a 1,60 euro, un carpaccio di filetto a 2,76 euro, un pescespada alla griglia a 3,55 euro. Prezzi ridicoli. «Anche in consiglio regionale c'era un buon self service. Primo, secondo, caffè e frutta a 10 euro». Pure uno shampoo costa poco: la nostra guida è un frequentatore della mitica barberia della Camera, dove un taglio costa 18 euro (al Senato, invece, è gratis). «In questo caso, credo che sia un servizio da conservare: consente al parlamentare di avere sempre un aspetto dignitoso, anche quando arriva il martedì con i capelli spettinati». Ma i servizi dedicati ai politici non finiscono qui. Dentro Montecitorio c'è uno sportello del Banco di Napoli, diventato famoso perché il consigliere Marco Milanese ha movimentato, su un conto dell'agenzia Montecitorio, qualcosa come 1,8 milioni di euro in pochi anni. Non è il solo ad aver aperto un conto lì, visto che gli onorevoli possono approfittare di tassi agevolati per mutui e prestiti. Precisa Monai: «Molti usano la diaria non per affittare la casa a Roma, ma per comprarla. L'importante è essere rieletti. Per un mutuo di 150 mila euro a cinque anni il tasso fisso è appena del 2,99 per cento, uno o due punti sotto quello di mercato. Idem per un prestito: possiamo avere un tasso agevolato al 2-3 per cento». Anche le prestazioni sanitarie sono rimborsate: Monai dopo un incidente in cui ha distrutto una Mercedes ha ottenuto il rimborso di 580 euro di massaggi, e ammette che il Parlamento gli paga cinque giorni di cure termali l'anno.  I radicali hanno scoperto altri benefit: occhiali gratis, psicoterapia pagata, massaggi shiatsu, balneoterapia. Tutti servizi destinati a oltre 5.500 persone, tra deputati e familiari. Alla Camera, poi, non si chiama mai il 118: ci sono anche alcuni infermieri nascosti tra gli scranni dell'Aula adibiti a "rianimare" il deputato nel caso si sentisse male. Costano al contribuente 650 mila euro l'anno.  Dopo una vita da nababbo, l'ex parlamentare o il consigliere non viene abbandonato dalla casta. L'assegno di fine mandato non si nega a nessuno, e il vitalizio scatta per tutti. Per prendere una pensione bastano cinque anni di mandato alla Camera o al Senato, (in media 6 mila euro a testa al mese), per una spesa che nel 2013 toccherà i 143,2 milioni di euro l'anno. Tra le Regioni solo l'Emilia-Romagna ha abolito il vitalizio, tutte le altre non ci pensano nemmeno: così nel Lazio può accadere che gli ex e i trombati si prendano 4 mila euro al mese ad appena 55 anni.

 

Casta, proposta choc: chi ci sta?

Una sola Camera, con cento deputati. Incompatibilità totale tra diverse cariche elettive. Immunità parlamentare ristretta al solo caso di arresto. Abrogare le province. Proibire il ricorso alle consulenze. E naturalmente, una legge sul conflitto di interessi che non si possa aggirare. Utopia? No, dipende da noi. Sono vent'anni e forse più che i politici, ogni volta che sentono salire il disprezzo del paese verso di loro, promettono di ridurre il numero dei parlamentari, tagliare qualche privilegio troppo indecente, perfino abrogare le province. Poi, puntualmente, non fanno nulla: la Casta non ha nessuna intenzione di ridurre quel pozzo di san Patrizio che sono i costi della politica, su cui lucra, ingrassa, cresce e si moltiplica (ben più dei pani e dei pesci). Se una riforma istituzionale ci sarà mai, sarà solo grazie alle lotte dei cittadini (o, in senso reazionario, per i successi para-golpisti dell'establishment più retrivo). Perciò vale la pena che la società civile democratica avanzi una proposta radicale, con cui condizionare i partiti di opposizione e costringerli a inserirla nel prossimo programma elettorale. La radicalità, in questo caso, coincide con il realismo. Si faccia attenzione solo a questo: i parlamentari oggi sono mille (trecento e rotti al Senato, circa il doppio alla Camera), quelli che contano sono solo poche decine, tutti gli altri - chiamiamoli i peones - lo sanno benissimo. Se si propone di ridurne il numero da mille a ottocento, tutti i peones saranno ferocemente contrari. Se la proposta è invece assai più radicale (una sola Camera con cento deputati), lo saranno assai meno, perché nessuno di loro rischia che un peone pari grado conservi il seggio: in Parlamento ci andranno solo quelle decine di "capi" che già oggi riconoscono come "superiori". Riprendo perciò una proposta di riforma istituzionale che ho avanzato un quarto di secolo fa, alle origini di "MicroMega", e che mi sembra quanto mai attuale per passare dalla Casta a una politica di rappresentanza democratica decente. Una sola camera legislativa composta di cento deputati. In tal modo sarebbero molto più autorevoli e soprattutto molto più controllabili dai cittadini. La seconda camera diventerebbe una sorta di Senato di difensori civici che partecipa, in una seduta comune con la prima, all'elezione dei vertici dello Stato come il presidente della Repubblica e i giudici costituzionali, che promuove commissioni d'inchiesta e "udienze" su ogni tipo di nomina (a partire dai ministri) sul modello del Senato americano, e che è formata dai cinquanta sindaci delle città più grandi, per l'intera legislatura, e da altri cinquanta di quelle meno grandi estratti a sorte e a rotazione ogni anno (i sindaci possono volta a volta indicare un rappresentante). Tra le varie cariche dovrebbe vigere la più rigorosa incompatibilità: deputato europeo, deputato nazionale, consigliere regionale: si può coprire un solo incarico alla volta, chi ha una carica non può neppure candidarsi per le altre (se vuole, si dimette prima). Dopo due mandati non si è più rieleggibili, si torna nella società civile. La funzione di ministro e quella di parlamentare dovrebbero anch'esse escludersi, sul modello francese e americano, prendendo sul serio la divisione dei poteri tra legislativo ed esecutivo. I ministri sarebbero così un po' meno proni alle esigenze clientelari. L'immunità parlamentare ristretta al solo caso di arresto, bloccabile solo con maggioranza qualificata (due terzi): altrimenti decide la Corte costituzionale, se c'è o meno "fumus persecutionis". Le province andrebbero abrogate, il numero dei dirigenti nei comuni e nelle regioni legato a parametri fissi come la popolazione, proibito il ricorso alle costosissime "consulenze" (spesso tangenti mascherate) e alle nomine fuori concorso. Il conflitto di interessi andrebbe reso inaggirabile, affidando l'applicazione della legge del 1957 alla magistratura. La politica andrebbe finanziata esclusivamente "in natura" (risorse comunicative eguali per tutti i contendenti).

 

Quattromila euro mensili erogati ai parlamentari per l’assistente

E’ stato il cinema di Nanni Moretti a fare dell’assistente del deputato “il portaborse”, uno sbrigafaccende astuto e servizievole, senza arte né parte, oppure il parlamento, i deputati nazionali e regionali, ed i senatori, interessati ad avere un maggiordomo a basso costo piuttosto che un diligente consigliere?La risposta può essere suggerita da alcune informazioni di base sulla natura del rapporto che si instaura fra il parlamentare ed il suo assistente-portaborse. La figura professionale del consigliere o assistente è stata devastata e svilita da una immagine denigratoria e da una consuetudine al servilismo. Che è stata fortemente incoraggiata dai criteri di assunzione dei “portaborse”.Fra il parlamentare e l’assistente non si instaura assai spesso alcun rapporto di lavoro, nemmeno a livello precario. Le ragioni sono inequivocabili: Camera, Senato, Assemblea regionale siciliana e altre amministrazioni, assegnano gli emolumenti – 4000 euro circa – ai singoli parlamentari, che non hanno alcun obbligo di rendicontazione e possono fare ciò che vogliono della somma concessa a titolo di rimborso per la retribuzione dell’assistente. I parlamentari, dunque, utilizzano le risorse come meglio credono. Generalmente pagano il segretario, l’autista, l’addetto stampa. Il più delle volte l’emolumento non corrisponde alla somma concessa, nella quasi totalità dei casi, difficilmente viene instaurato un regolare rapporto di lavoro, regolato dalle norme vigenti. In ogni caso le amministrazioni che elargiscono i rimborsi non hanno alcun compito di vigilare sulla correttezza dell’uso delle risorse. Qualche mese fa il senatore Francesco Pardi, Pdl, presentò a Palazzo Madama un ordine del giorno con il quale veniva chiesto di affidare alla gestione del Senato il pagamento degli assistenti e di erogare le somme spettanti dopo una verifica delle pezze d’appoggio. Una autentica rivoluzione, difatti l’ordine del giorno venne bocciato a maggioranza. La questione non è stata sollevata da alcuno, a parte Pardi, a Roma e Palermo, ed è probabile che le cose siano destinate a rimanere come sono. Eppure si tratta di un grosso problema. Le assemblee legislative, che regolano con le loro leggi, i rapporti di lavoro, dovrebbero costituire modelli di comportamento, e invece sembrano incoraggiare il lavoro nero e il precariato quando va bene. E non solo: viene tradita la ragione dell’introduzione della figura professionale. I parlamentari hanno bisogno di un assistente che li aiuti a fare il loro lavoro, che richiede conoscenze e competenze di buon livello. La rinuncia a dotarsi di una figura professionale idonea per utilizzare diversamente i rimborsi, non è senza conseguenze. L’attività parlamentare subisce un danno evidente. Ci sono costi della politica non quantificabili né monetizzabili. È il caso dei rimborsi ai “portaborse” concessi senza controllo perché rimangano una voce camuffata dell’indennità.

 

Tutti i guadagni della casta

ENTI

NUMERO

COSTI

PARLAMENTO

951

168.745.706

EXPARLAMENTARI           CON    VITALIZIO  

1.831

219.400.000

REGIONI

1.356

1.173.447.315

PROVINCE

4.258

454.818.007

COMUNI-CIRCOSCRIZIONI

150.619

1.660.273.352

TOTALE ORGANI ELETTIVI

159.015

3.676.684.380

 

ORGANI DI GOVERNO

COSTI

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

476.756.556

UFFICI DI DIRETTA COLLABORAZIONE DEI MINISTRI

226.122.126

TOTALE COSTI COMPLESSIVI

4.379.573.062

 

VOCE

IMPORTO MENSILE

Indennità

5.486,58

Diaria

3.503,11

Rimborso spese rapporto eletti/elettori

3.690,00

Rimborso spese trasporto

1.107,00

Totale mensile netto

13.786,69

Spese telefoniche annue

3.098,74

Assistenza sanitaria
Versa
526,66 euro mensili per l'assistenza sanitaria integrativa

Pensioni
A partire dal
65° anno di età, per chi abbia svolto il mandato per almeno 5 anni

 

CONSIGLIERI REGIONALI

REGIONE

INDENNITÀ NETTA+RIMBORSO

1 - SARDEGNA

11.417

2 - CALABRIA

11.316

3 - CAMPANIA

10.817 (10.997)

4 - PUGLIA

10.433

5 - MOLISE

9.703 (10.255)

6 - LOMBARDIA

9.664 (12.524)

7 - SICILIA

9.578 (10.056)

8 - LIGURIA

8.471 (10.227)

9 - VENETO

8.004 (10.280)

10 - VALLE D'AOSTA

6.625

11 - TRENTINO ALTO ADIGE

6.292

12 - BASILICATA

6.259 (6.503)

13 - MARCHE

6.120 (6.994)

14 - UMBRIA

6.102 (6.598)

15 - ABRUZZO

6.076

16 - EMILIA ROMAGNA

5.667

17 - FRIULI VENEZIA GIULIA

5.563 (8.240)

18 - LAZIO

5.563 (7.050)

19 - TOSCANA

5.549 (7.738)

20 - PIEMONTE

5.409 (7.419)

Tra parentesi il reddito netto più il rimborso massimo.
Per altre Regioni come la Sardegna il rimborso è fisso.

 

PRESIDENTI CONSIGLIO E GIUNTA

REGIONE

INDENNITÀ NETTA+RIMBORSO

1 - SARDEGNA

14.644

2 - SICILIA

14.134 (14.192)

3 - CALABRIA

13.353

4 - PUGLIA

12.715 (14.595)

5 - CAMPANIA

12.388

6 - MOLISE

12.038

7 - LOMBARDIA

11.739

8 - VENETO

10.339 (12.615)

9 - VALLE D'AOSTA

9.710

10 - LIGURIA

9.084 (10.840)

11 - TRENTINO ALTO ADIGE

9.034

12 - BASILICATA

8.746

13 - LAZIO

8.545 (12.548)

14 - ABRUZZO

8.450

15 - PIEMONTE

8.240 (15.654)

16 - EMILIA ROMAGNA

8.218

17 - FRIULI VENEZIA GIULIA

8.062

18 - MARCHE

7.787 (8.661)

19 - TOSCANA

7.106

20 - UMBRIA

7.104

 

Invece che abolire i prefetti, li hanno aumentati

Se le donne dell’Islam tolgono il burqa, toccherebbe a tanti uomini politici siciliani indossarlo per la vergogna. Hanno “tradito” la Carta dell’autonomia siciliana, lo Statuto, in modo proditorio e manifesto. Invece che pretenderne l’attuazione, lo hanno rinnegato mille volte. I prefetti, che ancora oggi rappresentano lo Stato nei capoluoghi di provincia, avrebbero dovuto concludere la loro attività nel 1947, invece ci sono ancora e, cosa davvero incredibile, accanto ai nove prefetti, tanti quante le province, ne è arrivato un altro a Palermo con l’incarico di commissario dello stato. Il ruolo del’organo di garanzia, una magistratura terza incaricata di vigilare sul rispetto della Costituzione e di dirimere il contenzioso fra lo Stato e la Regione siciliana, ha subito una mutazione genetica. Un prefetto- commissario di governo fa le pulci all’Assemblea regionale siciliana e, in qualche caso, perfino animato da buone intenzioni, suggerisce, consiglia, ammonisce al fine di evitare che il parlamento regionale discuta, esamini, approvi provvedimenti in contrasto con le leggi dello Stato. Di fatto, dunque, il commissario dello Stato è diventato un organo “politico”. Il Prefetto partecipa all’elaborazione delle leggi, senza che alcuno abbia nulla da obbiettare, anzi. I consigli, veri o millantati, che provengono dall’ufficio del commissario dello Stato, sono oggetto di trattativa, sollecitano o vietano l’esame e l’approvazione di provvedimenti. Il timore di una impugnativa così agisce nella fase di elaborazione della legge. Quando si elaborò la riforma costituzionale dieci anni or sono circa, venne chiesto all’Assemblea regionale di esprimere un parere sul ruolo del commissario dello Stato, avrebbe potuto decretarne l’abolizione, invece ha preferito tenerselo. Oggi, le regioni a statuto ordinario non hanno il commissario di governo, mentre l’Assemblea regionale siciliana viene controllata da un prefetto nella qualità di commissario dello Stato, di fatto commissario di governo. Il livello di autonomia delle regioni a statuto ordinario, dunque, è più alto, per questo verso, della Regione siciliana a statuto speciale. Com’è potuto avvenire? Le motivazioni sono molteplici, la più importante è risibile: eliminare il commissario dello Stato avrebbe omologato la Sicilia alle Regioni ordinarie. La seconda è, invece, furba. Pare che sia giudicata con favore una “triangolazione” con il prefetto, i cui suggerimenti possono essere usati per orientare l’elaborazione dei provvedimenti legislativi. Ci si è accorti dell’anomalia siciliana solo qualche giorno fa quando su Repubblica è apparsa la notizia, informale, di un parere sostanzialmente negativo espresso dal dottor Carmelo Aronica sulla sostituzione delle province con i liberi consorzi di comuni, prospettata dal governo della Regione. Briguglio (Fli), Cracolici (Pd) e Speziale (Pd, Presidente della commissione antimafia), hanno protestato per l’intrusione. Speziale, tuttavia, ha ricordato che “più di una volta, in questi mesi il possibile intervento del Commissario dello Stato, è stato trasformato in un’arma da sbandierare nel corso del dibattito politico”. Il problema nascerebbe con Aronica? Niente affatto, è andata sempre così, la consuetudine è più vecchia, in verità. Il rapporto fra governo, Assemblea e commissariato dello Stato – conflittuale o collaborativo – è stato sempre intenso e informale, nell’interesse delle parti. I giudizi sui provvedimenti legislativi sono stati solo la parte più appariscente. Quelle di oggi sono solo lacrime di coccodrillo, l’autonomismo lo si può tradire in un giorno solo, ma per riprenderselo serve molto tempo e forti volontà.

 

Così fanno la cresta sui portaborse

Ogni onorevole prende 3.600 euro in più al mese per assumere un collaboratore. Ma solo un terzo di loro fa un contratto regolare: tutti gli altri pagano in nero una cifra che raramente supera i mille euro. E tengono il resto per sé. Ce n'è uno che ha dovuto scrivere le partecipazioni di nozze per conto del suo onorevole, prossimo al matrimonio. Ce n'è un altro che ha supervisionato l'allaccio delle utenze nella casa romana del parlamentare, prima che fosse inaugurata. E ce n'è un terzo che viene spedito ogni giorno a fare la spesa, con la lista delle vivande da acquistare scritta dalla moglie del senatore. Tecnicamente i portaborse si chiamano "collaboratori parlamentari", da non confondersi con gli "assistenti parlamentari" che sono dipendenti della Camera e del Senato, insomma i "commessi" con la coccarda tricolore al braccio. I "collaboratori" invece sono figure indefinite, prive di un vero riconoscimento e inesistenti dal punto di vista dell'inquadramento professionale. E pertanto soggetti spesso ad abusi ed angherie. Come quelli denunciati nel 2009 da Celestina, già portaborse della parlamentare del Popolo delle Libertà, Gabriella Carlucci, che dopo anni di sfruttamento si è rivolta alla magistratura e ha vinto: la Carlucci è stata condannata a risarcire la ex collaboratrice che - pur svolgendo di fatto mansioni da dipendente – riceveva un rimborso di soli 500 euro mensili, rigorosamente in nero. E così adesso un altro portaborse ha deciso di seguire le tracce di Angelina: è uno dei collaboratori di Domenico Scilipoti, che si è appena rivolto all'Ispettorato del Lavoro, per denunciare - presentando una cospicua mole di documenti - le pessime condizioni di lavoro e il misero trattamento economico ricevuto dal suo ex capo. Ma per un paio di portaborse che si rivolgono alla magistratura, tutti gli altri tacciono. O parlano in modo riservato con Emiliano Boschetto, che si è assunto la briga di provare a risolvere i problemi quotidiani dei suoi colleghi ed è ora portavoce del Co.Co.Parl., il coordinamento dei collaboratori pralamentari. Spiega Boschetto: «Ogni deputato prende, in busta paga, 3.690 euro sotto la voce "fondo spese rapporto eletto-elettore". Questa cifra viene erogata dalla Camera indipendentemente dalla rendicontazione della spesa che il parlamentare ne fa. E' questa la voce cui teoricamente attingono i parlamentari per coprire le spese dello staff. Ma la media dei compensi dei collaboratori parlamentari è di circa mille euro mensili lordi, quindi esiste di fatto un gap fra quanto intascato dai parlamentari e la cifra realmente destinata al collaboratore. Molti oroveoli dicono di utilizzare gli altri 2.600 euro per tenere in attività le loro segreterie sul territorio, ma molto spesso non corrisponde al vero, anche perché con l'attuale legge elettorale il rapporto locale fra l'eletto e gli elettori è molto blando». Ma i problemi non sono finiti: «L'altro punto da sottolineare», dice Boschetto, «è che quella voce in busta paga viene erogata indipendentemente dall'intercorrere o meno di regolari contratti di lavoro tra il collaboratore ed il parlamentare». In altre parole, il deputato si prende tutti i 3.600 euro, poi però non è tenuto a fare un contratto a nessuno, se non vuole. Infatti alla Camera dei Deputati - i dati del Senato non sono noti - solo un terzo dei collaboratori parlamentari ha un regolare contratto. Gli altri, tutti pagati in nero. In pratica, due terzi dei parlamentari violano le leggi sul lavoro e sono correi di evasione fiscale. Per i portaborse non avere un contratto regolare non è solo un problema economico. E' anche un ostacolo pratico, perché senza contratto non viene loro dato alcun badge di ingresso alla Camera, quindi tutte le mattine sono fatti entrare come "ospiti". Senza dire che non tutti i badge sono uguali: «C'è quello bianco, ambitissimo, che consente di entrare ovunque, anche in Transatlantico, tranne che in aula. Quello verde invece non consente l'accesso al Transatlantico e quello marrone vale solo per la sede dei gruppi parlamentari», spiega Gianmario Mariniello, collaboratore di Italo Bocchino

 

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Ultimo Aggiornamento 08/02/2012

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