|
Schede telefoniche
utilizzati da parenti e pagati dalla Regione
Palermo: indagine
della Procura. Ipotizzato il reato di peculato e
truffa, questa la nuova inchiesta da parte dei
carabinieri del nucleo investigativo, che vede
protagonisti diversi parlamentari siciliani dove,
grazie ad una convenzione stipulata nel 2001 tra la
compagnia Tim e l' Ars. Difatti, in quel periodo,
fino al 2008, la Tim invio' una lettera all'
assemblea regionale dove si chiedeva il pagamento di
una bolletta di 300mila euro per le chiamate inviate
da 700 telefonini, dei deputati regionali (non
tutti), nel periodo 2007-2008. Fu un dirigente dell'
Ars a denunciare tale spreco e da lì iniziarono le
indagini da parte dlla Procura della Repubblica. Si
vocifera di almeno 8-10 schede a deputato,
ovviamente utilizzate da parenti, figli, nipoti..Un'
altro scandalo che getta una macchia nello spreco
pubblico di alcuni rappresentanti politici a
Palermo.
Regione Siciliana via
alle consulenze di fine anno
La giunta di governo
rinnova gli incarichi e ne affida di nuovi: Massimo
Grillo ottiene un contratto per sviluppare il
turismo a Trapani. Prorogati pure gli esperti
nominati per le alluvioni nel messinese. Nonostante
gli annunci di tagli e riduzione delle consulenze,
il governo guidato da Raffaele Lombardo anche in
questi giorni di festa non ha rinunciato ad affidare
o rinnovare incarichi esterni. Tra le new entry
spicca il nome dell'ex deputato regionale Massimo
Grillo, appena passato a Fli e nominato consulente
per il turismo proprio da un assessore indicato in
giunta dai finiani di Sicilia, Daniele Tranchida. La
parte del leone l'ha fatta comunque il presidente
della Regione. Il governatore ha rinnovato in toto i
consulenti che in questi anni si sono occupati di
Giampilieri e degli altri paesi del messinese
colpiti dall'alluvione del 2009: così Angela Fundarò
continuerà fino a ottobre 2012 a ricevere un
compenso di 2 mila euro al mese per "attività di
recepimento delle istanze dei comitati di base e
coordinamento dei rapporti con gli organi
d'informazione". Stesso discorso per Gabriele Amato,
Felice Zaccone e Francesco Micali, quest'ultimo
finito al centro delle polemiche per aver scritto
nel suo curriculum il titolo di quinto anno in
pianoforte. L'assessore all'agricoltura, Elio D'Antrassi,
si è avvalso di consulenti esterni per il periodico
"Terrà", diventato una rivista patinata della
Regione e non più un organo d'informazione dedicato
agli specialisti del settore: liquidati la scorsa
settimana i compensi per gli incarichi brevi dati a
Calogero La Rocca (2 mila euro), Antonella Lombardi
(4.936 euro), Annalisa Ricciardi (5 mila euro),
Giuseppina Adriana Mannino (5 mila euro) e Adriana
Falsone (2 mila euro). Rientra alla Regione, ma da
una porta secondaria, l'ex assessore e deputato
Massimo Grillo, da poco passato dall'Udc a Fli:
Daniele Tranchida lo ha voluto come consulente, fino
a gennaio, per "la valorizzazione del turismo a
Trapani" con un compenso di 2 mila euro. Alla Sanità
confermate poi le consulenze di Giada Li Calzi e
Francesca Di Gaudio, entrambe con compenso fino a
marzo di 6.197 euro. Fonte:
SiciliaInformazioni
Pronto il dossier
sulle paghe dei parlamentari
Tremano Camere e
Assemblea siciliana. Il mistero dei portaborse. I
bunker sono solidi, non sono penetrabili
dall’esterno, possono essere attaccati soltanto da
insider pieni di buona volontà. L’Istat, cui è stato
dato il rognoso incarico, ha consegnato il dossier
sulle retribuzioni dei parlamentari, avvertendo –
tuttavia – che il tempo concesso per la ricerca, non
era affatto sufficiente e che, quindi, i risultati
potrebbero subire dei ritocchi. È un modo come un
altro per mettere le mani avanti, in un contesto
scivoloso. Il principio dell’aggancio degli
emolumenti alla media europea è vago, nonostante
quel che appare, perché attorno alle indennità di
base circolano un poco ovunque ammennicoli vari, più
o meno riconoscibili. Le diverse voci devono essere
“giudicate” parte, o meno dello stipendio. E chi
dovrebbe farlo, l’Istat? A quel punto più che una
ricerca, diventerebbe un verdetto affidato ad un
“notaio”. La media, inoltre, potrebbe essere desunta
dalle principali democrazie europee o da tutti gli
stati che compongono l’Unione Europea. A seconda
della scelta i risultati subiscono dei “sobbalzi”, a
favore o contro le paghe dei parlamentari, così come
oggi vengono assegnate. Gettando uno sguardo sui
risultati della ricerca, si percepisce un dato:
l’Istat ha scoperto la carta vetrata, e cioè che i
parlamentari italiani guadagno più dei francesi e
dei tedeschi, molto di più degli spagnoli (appena
quattromila euro mensili circa), il 60 per cento inb
più della media europea, una enormità. Ma c’è la
questione dei portaborse che è in controtendenza. I
francesi e i tedeschi li pagano di più. E allora?
L’Istat, a questo punto, alza le mani in segno di
resa. Fate vobis, insomma. La questione non sembra,
però, così complicata da irretire i “contabili”:
l’assistente del parlamentare è un signore,
presumibilmente preparato, che prepara le carte,
esegue ricerche, consiglia e suggerisce il da farsi,
sulla base degli input che riceve dal suo datore di
lavoro. Il suo stipendio non ha nulla a che vedere
con quello del deputato o del senatore. La facciamo
semplice perché non teniamo conto della diversità
italiana: la Camera ed il Senato, ma anche
l’Assemblea regionale siciliana, assegnano
l’emolumento dell’assistente al parlamentare e non
richiedono alcun riscontro. Di conseguenza, in
Italia 4000 mila euro circa vengono assegnati ai
parlamentari a titolo di rimborso forfettario.
Quanto effettivamente paghino l’assistente è
irrilevante. Questa pratica, com’è noto, è fonte di
tante polemiche e di palesi irregolarità. La
vertenzialità è molto alta, gli assistenti
regolarmente assunti, seppure con contratto a
termine, sono una minoranza. Altrove non è affatto
così. Il criterio del rimborso forfettario viene
seguito anche per i trasporti, la diaria, le spese
telefoniche ecc. Accade la stessa cose per i
contributi ai gruppi parlamentari ed altri benefit.
Basterebbe, dunque, abolire il rimborso forfettario
e pretendere la documentazione delle spese per fare
pulizia e spendere meno. Ma questo tasto non si
tocca, perché potrebbe contagiare i finanziamenti
occulti dei partiti che ricevono il rimborso
elettorale con il sistema forfettario, sulla base
dei voti ottenuti e non delle spese effettivamente
fatte. Mettere ordine nei Palazzi significa spazzare
via gran parte degli sprechi. Invece si gira attorno
alle indennità da tagliare sulla base della
comparazione con i paesi europei. Magari si scopre
che guadagnano di meno. Contenti e gabbati, insomma.
Fonte:
SiciliaInformazioni
I costi della Chiesa:
“Con 6 miliardi l’anno, l’Italia farebbe miracoli”
Secondo una
stima dell’associazione laica Uaar, tra fondi
pubblici, esenzioni (vedi anche l'ICI) e privilegi
vari, la Chiesa Cattolica ogni anno ci costa
qualcosa come 6 miliardi di euro. Fanpage ha
analizzato le principali cifre che «pagano credenti
e non credenti» e che si potrebbero invece destinare
alla ricerca medica/scientifica e alla rivalutazione
del territorio italiano. «Con 6 miliardi l’anno,
l’Italia farebbe miracoli». E’ questo lo slogan che
i cittadini di Genova e Venezia hanno letto sui
manifesti affissi nelle strade della propria città
in questi giorni. Una campagna pubblicitaria
finanziata dall’Unione degli Atei e degli Agnostici
Razionalisti (Uaar), associazione che da anni si
batte per l’effettiva laicità dello Stato italiano,
salita alla ribalta grazie alla redazione del sito
icostidellachiesa.it,
una dettagliata lista di tutti dei privilegi fiscali
e dei contributi di cui beneficia la Chiesa
Cattolica. Tra Otto per mille, sovvenzioni statali,
regionali e comunali, riduzioni Ires e Irap ed
esenzioni varie (tra cui la tassa sugli immobili) la
Chiesa ci costa ogni anno 6.086.565.703. Nei giorni
della polemica sul
non pagamento dell’ICI
da parte delle istituzioni ecclesiastiche,
infiammata dalla
mancata rivalutazione delle
rendite catastali
per gli immobili del clero, l’inchiesta della Uaar
ha ottenuto una straordinaria visibilità, anche
perché la stima fatta dalla Uaar è «un prezzo che
pagano credenti e non credenti», come si legge negli
stessi manifesti e sullo stesso sito: «L’UAAR parte
dall’assunto che le religioni (tutte) le dovrebbe
sostenere chi le professa. Ciò non accade,
quantomeno in Italia, grazie a un numero
considerevole di leggi e normative emanate in favore
delle comunità di fede. Nessuno è al corrente
dell’entità dei fondi pubblici e delle esenzioni di
cui, annualmente, beneficia la religione che ne gode
incomparabilmente più delle altre, la Chiesa
cattolica nelle sue articolazioni (Santa Sede, CEI,
ordini e movimenti religiosi, associazionismo,
eccetera). Non la rendono nota né la Conferenza
Episcopale Italiana, né lo Stato. È per questo
motivo che l’UAAR ha deciso di dar vita alla
piattaforma I costi della Chiesa: l’obiettivo è di
presentare una stima di massima che sia la più
attendibile e accurata possibile, citando
estesamente le fonti e utilizzando metodologie
trasparenti». La campagna pubblicitaria
dell'associazione UAAR contro i privilegi della
chiesa. Oltre 6 miliardi di euro, dunque, la stima
fatta dei costi annui italiani della Chiesa
cattolica. Una cifra abnorme che in questi tempi bui
– tra crisi, manovre e stangate – porta sicuramente
a storcere il naso. Ma come si è arrivati a questa
somma? Le spese più significative che determinano
l’ammontare complessivo sono le seguenti: 8×1000 –
Oltre un miliardo di euro. E’ il meccanismo con cui
lo Stato italiano ripartisce in base alle scelte dei
contribuenti l’8% dell’intero gettito fiscale IRPEF
fra lo Stato e diverse confessioni religiose, per
scopi definiti dalla legge: ogni italiano sceglie se
destinare l’otto per mille delle sue tasse a sette
beneficiari: lo Stato, la Chiesa Cattolica, gli
Avventisti, le Assemblee di Dio, i Valdesi, i
Luterani, gli Ebrei. Un meccanismo semplice e
trasparente (almeno stando allo spot televisivo). Il
problema si presenta quando si decide di non
devolvere questo denaro alle organizzazioni
religiose. L’importo non dovrebbe beneficiare
nessuno, ma in realtà non è così. Nel 2010, stando
al
sito8xmille.it
creato dalla stessa Chiesa cattolica, le “donazioni”
a suo favore sono state pari a 1.067.000.000 di
euro, di cui circa il 60% proveniente da scelte non
espresse, come riportato sul sito della Uaar. Tanto
per essere precisi, lo scorso anno l’87,2 per cento
del gettito è finito direttamente nelle casse della
CEI. Italiani popolo di cattolici? Sarà, ma c’è da
dire che a differenza delle confessioni religiose,
lo Stato italiano non fa alcuna pubblicità per sé e
non informa su come destina questi fondi. Ecco,
diciamo che è sin troppo facile ipotizzare che le
assegnazioni allo Stato finiscono nelle casse della
Chiesa. Quello dell’otto per mille è un procedimento
che va sicuramente rivisto, magari considerando non
solo le confessioni religiose tra le possibili
beneficiarie, ma pure la ricerca medica o
scientifica. Insegnamento della religione cattolica
– 1 miliardo e mezzo di euro. Tra le cifre più
impressionanti, c’è il miliardo e mezzo destinato
all’ora di religione nelle scuole pubbliche
(disciplinata dalla legge n. 186/2003). Quello
dell’insegnamento della religione cattolica è un
problema non da poco conto che chiama in causa la
storia culturale del Paese e il suo principio
costituzionale della libertà religiosa, mettendo di
fronte uno Stato laico e la Chiesa, quella cattolica
ovviamente. Le stime dell’Uaar fanno riferimento
alla
sintesi dei dati
pubblicata dal MIUR per l’anno scolastico 2009/2010,
secondo la quale i docenti di religione in Italia
sarebbero 6.326 su un totale di 931.756 per 1,25
miliardi di euro di stipendi a cui vanno aggiunti i
costi amministrativi e gestionali suppletivi che
incombono sulle scuole in seguito alla necessità di
garantire questa materia supplementare. Mettiamoci
pure i libri di testo e la somma raggiunge la cifra
astronomica di un miliardo e mezzo di euro.
Contributi alle scuole e alle università cattoliche
– 714 milioni di euro. Si parla sia di finanziamenti
statali che di contributi alle amministrazioni
locali per le scuole e le università cattoliche. Su
icostidellachiesa.it si ricorda come la l. n.
62/2000 (governo D’alema) ha stabilito che le scuole
paritarie private fanno parte a pieno titolo del
sistema di istruzione nazionale, e devono pertanto
essere finanziate. Col dm 27/2005 l’allora Ministro
dell’Istruzione Letizia Brichetto Arnaboldi in
Moratti commuta la formula da «concessione di
contributi» a diretta «partecipazione alle spese
delle scuole secondarie paritarie». Alcuni siti
anticlericali italiani scrivono che la stragrande
maggioranza delle scuole private italiane o é
direttamente gestita da un qualche ordine religioso
o si ispira comunque all’educazione cattolica (protestantesimo.it).
Per la precisione a livello le scuole «private»
ricevono denaro pubblico tramite sovvenzioni dirette
agli istituti sotto forma di contributi per la
gestione delle scuole (dell’infanzia e primarie) e
di finanziamenti di progetti «finalizzati
all’elevazione di qualità ed efficacia delle offerte
formative» (per le scuole medie e superiori) e i
contributi alle famiglie (i cosiddetti buoni scuola)
per le scuole di ogni ordine e grado. Se si
considera che l’articolo 33 della Costituzione della
Repubblica italiana dà il diritto “ad Enti e privati
di istituire scuole ed istituti di educazione senza
oneri per lo Stato“, viene da pensare che c’è
qualcosa che non quadra. Esenzione ICI – 500 milioni
di euro. Ciliegina sulla torta è la ampiamente
dibattuta questione del mancato pagamento della
imposta sugli immobili, oggi IMU (tra
le nuove tasse della manovra
Monti). Quello che
è forse il più grande patrimonio immobiliare
italiano esentato dalla tassa che dovrebbe andare a
rimpinguare le casse dello Stato nell’epoca della
crisi. Anche per questo l’Uaar chiede che l’Italia
non finanzi più la Chiesa Cattolica o, perlomeno, si
faccia il possibile per evitare di concedere un
nuovo beneficio alla comunità ecclesiastica.
Precisiamo che non si chiede di far pagare l’ICI (o
IMU) a parrocchie ed oratori, che in quanto luogo di
culto devono essere giustamente esentate, ma di
estendere il pagamento della tassa, che andrà a
gravare su milioni di famiglie italiane, alle
migliaia di proprietà e aziende che la chiesa
cattolica possiede sul territorio italiano. E
non solo alla Chiesa,
naturalmente.
Fonte:
www.fanpage.it
Per eliminare gli
sprechi ci vorrebbe l’Agenzia delle Uscite
La lotta
all’evasione è una priorità per il Paese. Ma,
sostiene Enrico Zanetti di
Eutekne.info,
anche la lotta agli sprechi è fondamentale. I due
concetti però non ricevono eguale trattamento nei
media, che preferiscono concentrarsi su chi non paga
le tasse. Ci vorrebbe un’autorità che controlli gli
sprechi: l’Agenzia delle Uscite. La scorsa
settimana, un’associazione non governativa che
analizza dal 1995 il livello di corruzione percepita
in tutti i Paesi del mondo ha aggiornato la
classifica: l’Italia è al sessantanovesimo posto,
gomito a gomito con il Ruanda. Risultato mediatico:
qualche titolo sulle pagine interne dei giornali e
qualche passaggio sui telegiornali. Si dirà: è la
classica ricerca “spannometrica” di dubbia
sostenibilità scientifica. Verissimo. Ma allora
perché, quando si tratta invece di evasione fiscale,
anche le ricostruzioni più fantasiose e palesemente
sensazionalistiche vengono sbattute in prima pagina,
alimentano dibattiti televisivi e producono norme
(giustamente) sempre più stringenti? L’evasione
fiscale è oggettivamente uno dei problemi principali
di questo Paese, ma fa il paio con il livello di
corruzione che, stando alle statistiche,
contraddistingue il settore pubblico e, più ancora,
fa il paio con l’uso personalistico di risorse e
posti di lavoro pubblici che viene fatto da chi
confonde il proprio ruolo di mero gestore con quello
di padrone. È difficile dire quale dei due mali
produca i maggiori danni al Paese. È invece facile
concludere che lo spread tra il livello di
attenzione prestato alla prima problematica e quello
prestato alla seconda ha ormai raggiunto un’ampiezza
che, se mai dovesse essere raggiunta anche tra
titoli di Stato italiani e tedeschi, decreterebbe il
fallimento immediato del Paese. Sia chiaro che qui
non vi è intenzione alcuna di fare “benaltrismo”. Lo
spread non deve essere ridotto diminuendo il livello
di attenzione nei confronti della lotta
all’evasione, ci mancherebbe. È però quanto mai
urgente ripristinare un minimo di equilibrio,
innalzando in modo adeguato il livello di attenzione
nei confronti degli sprechi, delle inefficienze e
delle ruberie che penalizzano il bilancio dello
Stato sul lato delle spese. Lo spread tra attenzione
nei confronti della lotta all’evasione fiscale e nei
confronti della lotta agli sprechi, alle
inefficienze e alle ruberie nel settore pubblico e
del parapubblico è anche la cartina di tornasole di
come stanno venendo meno gli equilibri tra politica
e burocrazia, tra cittadini che vivono di iniziativa
economica privata e cittadini che vivono di pubblico
impiego, tra copertura del deficit mediante
incrementi di tasse e copertura mediante tagli di
spesa. Forse, questo spread sarebbe meno pronunciato
di quanto non sia ora se nel Paese esistesse, oltre
che un’Agenzia delle Entrate, anche un’Agenzia delle
Uscite, con pari budget, poteri e proattività
mediatico-politica, anziché soltanto una Corte dei
Conti che fa quello che può. È indubbio, infatti,
che tanto maggiore è valutata un’emergenza, tanto
maggiore è la centralità e il potere di chi è
chiamato a gestire quell’emergenza, mentre, laddove
manchi qualcuno deputato a gestirla, tanto minore è
la “naturale” forza propulsiva a metterne in
evidenza la gravità. Qui non si tratta di smettere
di considerare la lotta all’evasione fiscale una
priorità assoluta del Paese, si tratta di smettere
di considerarla l’unica priorità e passare da quello
che è stato nei decenni un distruttivo equilibrio al
ribasso a, finalmente, un ormai improcrastinabile
equilibrio al rialzo. L’alternativa è il
disequilibrio che stiamo pervicacemente creando e
sul quale, proprio in quanto disequilibrio, è
illusorio pensare che possa costruirsi una qualsiasi
forma di coesione sociale. Su un disequilibrio si
può costruire, al massimo, una costrizione sociale,
ma le costrizioni non durano e lasciano dietro di sé
macerie su cui è più difficile ricostruire e
talvolta diviene addirittura impossibile farlo, per
molto, molto tempo. Fonte: www.linkiesta.it
La casta a Palazzo
dei non eletti: il commesso a 160 mila euro l’anno
La retribuzione
media dei 1737 dipendenti della Camera dei Deputati
è di 131 mila euro annui, oltre il triplo che a
Londra. Parliamo di costi del Palazzo, quelli
sostenuti per gestire il personale
tecnico/amministrativo a supporto del lavoro
parlamentare, personale che non abbiamo votato né
eletto. La disamina voce per voce delle retribuzioni
accordate a commessi, consiglieri, stenografi,
segretari generali è stata redatta come al solito
dalla coppia Rizzo/Stella sul Corriere della Sera.
Un’inchiesta dove non poteva non spiccare lo
stipendio dello
stenografo
che a fine carriera prende più del re Juan Carlos in
Spagna. Dicevamo la retribuzione media: per chi ha
la fortuna di lavorare a Palazzo è 3,6 volte la
busta paga media di uno statale, e 3,4 volte
superiore a quella di un collega della House of
Commons a Londra. Detto dello stenografo, che può
arrivare a guadagnare fino a 290 mila euro lordi
l’anno (50 mila euro in più di Napolitano), il
risultato, come ammette un senatore leghista, è che
“il contratto dei dipendenti di Palazzo Madama è
fenomenale”. Cioè progressioni di carriera
fenomenali, grazie ad automatismi impensabili per
altre carriere che finiscono per quadruplicare in
termini reali le buste paga. Un barbiere o un
commesso possono giungere a 160 mila euro lordi
annui. Un coadiutore a 192 mila, un segretario a 252
mila, un consigliere a 417 mila. Capitolo indennità:
un consigliere caposervizio a Montecitorio può
ottenere un supplemento di 2.101 euro, un
capocommesso 652 euro. Per i vertici, le
retribuzioni “apicali”, il discorso inizia a
diventare incredibile, fatto salvo, ovviamente, che
è la legge che consente il tutto. Allora: l’attuale
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con
delega ai Rapporti con il Parlamento Antonio
Malaschini, quando era segretario generale del
Senato prendeva nel 2007 425 mila euro l’anno, cui
furono aggiunte 60 mila euro, stracciando ogni
record precedente. La pensione? Adeguata e
proporzionale, quindi non inferiore ai 500 mila euro
l’anno. Il privilegio di lavorare a Palazzo si
riflette anche sulle pensioni. Tra riscatti della
laurea e anzianità possono andarci a 53 anni,
percependola praticamente per intero. Con il
paradosso di vitalizi più pesanti degli stessi
onorevoli e senatori che abbiano accumulato il
massimo dei contributi. Un commesso assunto con la
terza media, per dire, ritiratosi a 58 anni a luglio
2010 si becca un assegno lordo di 9300 euro per
quindici mensilità. Cioè, chiosano Stella e Rizzo,
“20 mila euro in più dello stipendio massimo dei 21
collaboratori più stretti di Barack Obama”.
Fonte:
Blitz
Province, i cantieri
dello spreco
Ristrutturazioni
milionarie e nuove costosissime costruzioni per le
sedi delle giunte. Da Nord a Sud si sta scatenando
una voglia sfrenata di investire soldi pubblici nel
mattone. Anche se dal prossimo anno potrebbero
essere abolite. Rendering della nuova Provincia di
Bergamo. Le Province potrebbero essere abolite o
quantomeno ridimensionate entro il 2013, eppure
alcune di loro hanno cantieri aperti per la
costruzione di costose nuove sedi. Altre invece
hanno terminato da poco ristrutturazioni milionarie.
Lavori iniziati nel corso degli ultimi anni, quando
il dibattito sull'utilità dell'ente era già avviato.
La dead line è fissata al 31 marzo del prossimo
anno, entro quella data il governo dovrà decidere se
mantenere in vita le Province e quali funzione
assegnargli. Sette giunte scadranno già nel corso
del 2012 (Ancona, Belluno, Como, Genova, La Spezia,
Ragusa e Vicenza), probabilmente per loro si
apriranno le porte del commissariamento. Una sorte
analoga potrebbe toccare anche a Parma, dove
l'attuale presidente, il democratico Vincenzo
Bernazzoli, è dato per favorito sia alle primarie
come candidato sindaco del centrosinistra che alle
comunali in programma in primavera. Il più grande
tra i cantieri aperti è a Roma, dove il
completamento dei lavori è atteso entro il 2012. Ad
aprile 2008 Nicola Zingaretti non ha avuto nemmeno
il tempo di sedersi sulla poltrona di presidente che
già doveva dirimere una questione spinosa. Tre mesi
prima il suo predecessore, Enrico Gasbarra (oggi
deputato Pd), aveva chiuso il preliminare di
acquisto di 59 mila metri quadri all'interno del
nuovo grattacielo di 28 piani in costruzione
all'Eur. Gli farà compagnia anche il ministero della
Salute, che ha in programma di traslocare ai piedi
dello stesso edificio. L'unificazione di 11 sedi
provinciali distaccate, pensata per razionalizzare
il lavoro e risparmiare circa 5 milioni di euro
l'anno tra affitti e manutenzione, costerà 263
milioni di euro. Per finanziare l'operazione la
giunta Zingaretti ha varato un piano di dismissione
di immobili, per un valore complessivo di 233
milioni di euro. I nuovi uffici ospiteranno 2 mila
dipendenti, ma la sede di rappresentanza rimarrà
comunque a Palazzo Valentini, in pieno centro
storico. Ora che il futuro delle Province è appeso a
un filo, la giunta ha avviato una riflessione sul da
farsi, ma un eventuale recesso dall'acquisto
comporterebbe una penale molto onerosa. A Monza
invece la Provincia esiste solamente dal 2004. Ma in
Brianza, si sa, da sempre sono dediti al lavoro. In
pochi anni la casta-local ha già modificato lo
stemma, dal colore verde leghista. Ora coltiva ben
altre ambizioni. A marzo del 2010 sono partiti i
cantieri per la costruzione della nuova sede
provinciale, su un'area di 85 mila metri quadri poco
distante dalla Villa Reale. La struttura ospiterà
anche uffici distaccati della Regione Lombardia, la
Questura, la Guardia di Finanza ed un polo
fieristico e congressuale. Costo dell'operazione 28
milioni di euro. Vista la situazione, con il nuovo
anno nel Consiglio provinciale è attesa una
discussione su eventuali modifiche da apportare al
progetto. Del resto in Lombardia l'edilizia
istituzionale è di casa, come dimostra il nuovo
grattacielo di 43 piani realizzato dalla Regione per
accorpare tutti i suoi uffici. Anche la Provincia di
Lodi, istituita nel 1992, nel corso degli anni ha
messo in campo circa 16 milioni di euro per
trasformare l'ex convento di San Cristoforo nella
sua sede. Nuovi cantieri potrebbero partire anche a
Salerno. Lo scorso giugno la giunta provinciale
guidata da Edmondo Cirielli, noto alle cronache per
una legge ad personam sulla prescrizione da lui
stesso sconfessata, ha bandito la gara d'appalto per
la nuova sede. Dodici milioni di euro l'investimento
stimato, da finanziare tramite la permuta di Palazzo
Regina Margherita a Vietri. Il progetto prevede
l'avveniristico recupero di uno scheletro in cemento
mai completato alle porte di Salerno, un edificio di
proprietà provinciale. A Treviso invece i lavori
sono terminati nel 2009. Memori dei fasti delle
ville del Palladio, in Veneto non hanno badato a
spese con uno stanziamento di 57 milioni di euro per
recuperare i 21 padiglioni dell'ex ospedale
psichiatrico di Sant'Artemio. Una piccola reggia
dotata di tutti i confort a disposizione dei circa
700 dipendenti, pianificata quando a guidare l'ente
c'era l'attuale presidente della Regione Luca Zaia.
Fonte:
L’Espresso
Assistenza
integrativa della Casta
Doveva rimanere un
segreto quanto costano ai contribuenti le spese per
la dentiera di deputati e senatori, per lo
psicoterapeuta, la fisioterapia, gli occhiali, gli
interventi in cliniche private ecc…10 milioni di
euro l’anno, ecco a quanto ammonta il fondo di
assistenza integrativa per i 630 parlamentari e
i 1109 loro familiari, conviventi more uxorio
compresi (per volontà dell’ex presidente della
Camera Pier Ferdinando Casini…). Lo hanno chiesto,
quasi preteso, in nome della trasparenza i Radicali:
i Questori della Camera avevano prima opposto un
rifiuto alla divulgazione dei dati (“impossibile
estrarre i dati dalla contabilità”), infine hanno
fornito le cifre, voce per voce. “Non ritengo –
spiega la deputata Rita Bernardini- che la Camera
debba provvedere a dare una assicurazione
integrativa. Ogni deputato potrebbe benissimo
farsela per conto proprio avendo già l’assistenza
che hanno tutti i cittadini italiani. Se gli
onorevoli vogliono qualcosa di più dei cittadini
italiani, cioè un privilegio, possono pagarselo,
visto che già dispongono di un rimborso di 25 mila
euro mensili, a farsi un’assicurazione privata. Non
si capisce perché questa mutua integrativa la debba
pagare la Camera facendola gestire direttamente dai
Questori”. “Secondo noi – aggiunge – basterebbe
semplicemente non prevederla e quindi far
risparmiare alla collettività dieci milioni di euro
all’anno”. Secondo il sito della Camera “Il deputato
versa mensilmente, in un apposito fondo, una quota
del 4,5 per cento della propria indennità lorda,
pari a 526,66 euro, destinata al sistema di
assistenza sanitaria integrativa che eroga rimborsi
secondo quanto previsto da un tariffario”. Vediamolo
il dettaglio delle spese rifondate dall’assistenza
integrativa, consapevoli che all’appello mancano
(restano secretate) le voci che riguardano ad
esempio balneoterapia, shiatsuterapia, massaggio
sportivo ed elettroscultura (ginnastica passiva).
Omissis anche sulla chirurgia plastica. Allora:
- 3 milioni e 92 mila
euro per spese odontoiatriche
- oltre 3 milioni per
ricoveri e interventi (eseguiti dunque non in
ospedali o strutture convenzionati dove non si paga,
ma in cliniche private)
- quasi 1 milione di
euro (976mila euro, per la precisione), per
fisioterapia
- 698 mila euro per
visite varie
- 488 mila euro per
occhiali
- 257mila per far
fronte, con la psicoterapia, ai problemi psicologici
e psichiatrici di deputati e dei loro familari.
- 28mila e 138 euro
per curare i problemi delle vene varicose (voce
“sclerosante”)
- 3 mila e 636 euro
per visite omeopatiche.
- i deputati si sono
anche fatti curare in strutture del servizio
sanitario nazionale, e dunque hanno chiesto il
rimborso all’assistenza integrativa del Parlamento
per 153mila euro di ticket.
I 630 deputati e i
loro 1.109 familiari/conviventi spendono 10.269
dollari pro-capite, una cifra di gran lunga
superiore (secondo i dati Ocse) a quella sostenuta
da un cittadino USA (7.961 $), dalla media dei
cittadini OCSE (3.223 $) e dai cittadini italiani
comuni (3.137 $). Fonte:Blitz
La Lega: “Abolire i
senatori a vita per evitare un nuovo caso Monti”
La Lega Nord avanza
una proposta di legge costituzionale per abolire i
senatori. Dopo il caso di Mario Monti, nominato
senatore a vita dal presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano e poi presidente del Consiglio,
il Carroccio punta all’abrogazione del secondo comma
dell’articolo 59 della Costituzione, secondo il
quale “il Presidente della Repubblica può nominare
senatori a vita cinque cittadini che hanno
illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo
sociale, scientifico, artistico e letterario”. Il
testo, di cui la prima firmataria è la deputata
Manuela Dal Lago, sarà presentato alla Camera il 18
gennaio. La stessa Dal Lago fa riferimento alla
nomina di Monti da parte di Napolitano lo scorso
novembre. Scrive la deputata: “L’evoluzione del
sistema elettorale ha fatto sì che i senatori a vita
abbiano in molti casi assunto un ruolo politico
assai spiccato, fino a determinare grazie al loro
voto addirittura la nascita stessa dei governi, in
totale contrasto con l’origine dell’istituto. In tal
modo, anche la posizione costituzionale di
neutralità del Presidente della Repubblica, già in
tensione per altre motivazioni, viene ad essere
intaccata. La stessa nomina a senatore a vita di una
personalità che a brevissima distanza di tempo da
tale investitura è stata incaricata di formare il
Governo suscita molteplici perplessità, proprio in
relazione al ruolo costituzionale del Presidente
della Repubblica”. Fonte:Blitz
L'ultima truffa dei
partiti
Attenzione: dopo aver
scampato il referendum sul Porcellum, adesso i
leader vogliono dimezzare il numero dei
parlamentari. In apparenza per diminuire i costi
della politica, in realtà solo per rafforzare
ulteriormente il proprio potere di vita e di morte
sugli eletti, riducendo le due Camere a loro zerbini
Roberto Calderoli Dimezzare i parlamentari: l'idea
apparentemente volta a ridurre i costi della
politica, in realtà rischia di essere solo una
trovata demagogica. Il leghista Calderoli ha chiesto
di ridurre i parlamentari da 945 a 500; i
democratici Bersani e Veltroni hanno proposto una
legge (costituzionale) di un solo articolo per
passare da 630 a 315 deputati; e Sergio Romano ha
incitato a dimezzare i rappresentanti del popolo
«per dare una risposta al paese, trovare un'intesa
tra maggioranza e opposizione, e lanciare un segnale
positivo nella crisi». Se però si guarda
all'interesse democratico dei cittadini, la proposta
risulta, oltre che inefficace, anche
controproducente. Innanzitutto perché inciderebbe
marginalmente sui costi della politica: il bilancio
del Parlamento di circa 1.580 milioni di euro, oltre
che gli stipendi degli eletti, copre i costi di
funzionamento, gli stipendi dei dipendenti e i
vitalizi, tutte voci su cui il dimezzamento non
inciderebbe. Di ben altra incidenza finanziaria
sarebbe la drastica riduzione delle retribuzioni di
tutti i parlamentari e dipendenti, nonché il taglio
dei soldi ai partiti comunque erogati, e il
disboscamento delle migliaia di enti pubblici di
ogni ordine che danno da vivere "di politica" a
centinaia di migliaia di persone che non hanno altra
arte e parte. Si consideri anche che tutti questi
provvedimenti potrebbero essere approvati con leggi
ordinarie senza ricorrere a procedure costituzionali
dagli esiti incerti. II punto cruciale, tuttavia,
riguarda il ruolo dell'eletto secondo l'art. 67
della Costituzione: «Ogni membro del parlamento
rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni
senza vincolo di mandato ». Oggi in Italia i membri
della Camera dei deputati sono 630, cioè un eletto
ogni 95 mila abitanti, corrispondenti a circa 70-80
mila elettori. Lo stesso rapporto esistente nei
principali paesi europei: 650 sono i membri della
House of Commons inglese, 577 nella Assemblée
Nationale francese e 622 nel Bundestag tedesco. Si
aggiunga che in Italia il gioco democratico è
distorto da una prassi consolidata secondo cui il
parlamentare non sente di rappresentare i cittadini
che lo hanno eletto, e tantomeno la Nazione, ma
spesso in misura più o meno vincolante l'entità che
lo ha candidato in posizione da farlo eleggere. Il
risultato di questa cultura è il parlamento attuale,
grottescamente composto da fedeli "nominati" da non
più di una dozzina di capipartito. Per di più, nella
mente a-istituzionale di Berlusconi è fiorita anche
la brillante idea di un sistema in cui i capigruppo
sostituiscono interamente i parlamentari con un
pacchetto di voti corrispondenti al peso elettorale. Oggi tutti ci auguriamo che l'attuale sistema di "nomine" finisca nel
cestino dei rifiuti. Ma non bisogna illudersi su
quel che verrà dopo: anche con la migliore legge
(collegi uninominali) si porrà l'esigenza di
allentare la dipendenza degli eletti dai partiti e
da chi controlla le candidature, insieme alla
necessità di rafforzare le scelte dell'elettore con
il voto. In tal senso per la Camera dovrà essere
perseguito l'obiettivo di accorciare il rapporto
eletto-elettore da contenersi in una dimensione che
favorisca il contatto diretto. Per il Senato,
invece, si dovrà procedere alla trasformazione in
organo federal-regionale. Quindi, se davvero si
volessero dimezzare i deputati, l'effetto sarebbe
inevitabilmente di aumentare il potere dei partiti
(e dei loro capi) e di allentare il legame diretto
tra eletti ed elettori. Tanto più in un sistema come
il nostro in cui si manifesta una sorda resistenza a
definire per legge lo statuto dei partiti e i
diritti degli iscritti sulle candidature, cioè
quelle regole che vanno anche sotto il nome di
primarie. La Repubblica ha bisogno non solo di
drastiche riduzioni dei costi della politica, ma
anche di regole che restituiscano il potere di
decisione ai cittadini, eliminando le aberrazioni
che ovunque proliferano.
Rimborsi elettorali:
Spendono 136 milioni, ne ricevono 500
Rimborsi
elettorali è una parola grossa nel caso dei partiti
italiani: altrimenti perché se complessivamente
hanno speso 136 milioni nel 2008, hanno ricevuto
indietro 503 milioni? La Corte dei Conti stessa non
ci ha visto chiaro, ma finora si è limitata a
stigmatizzare mettendo perlomeno in dubbio la
correttezza semantica della parola rimborsi. E
perché un partito defunto come la Margherita riceve
ancora rimborsi, alla memoria? E i tremila immobili
intestati agli ex Democratici di sinistra quanto
rendono, perché sono custoditi in fondazioni esterne
all’attuale partito Democratico? La scabrosa
vicenda Lusi,
il tesoriere che ha fatto sparire 13 milioni di euro
della Margherita, denaro pubblico in fondo, torna a
far discutere sulla legittimità dei rimborsi
elettorali e sulla ripartizione dei contributi alla
politica. In breve il “Buco nero è il sistema di
finanziamento per i partiti”, come titola un
articolo sul Corriere della Sera firmato Sergio
Rizzo. Lusi ha già ammesso l’appropriazione
indebita, ma come mai nessuno nel partito conosceva
ammontare, destinazione, utilizzo dei fondi
raccolti? La questione merita di essere riesaminata,
anche considerando che il ricorso ai rimborsi
elettorali fu lo stratagemma con cui fu aggirato nel
1993 l’esito del referendum popolare che abrogò il
finanziamento pubblico ai partiti. Era l’onda lunga
di Tangentopoli, i partiti da qualche parte i soldi
li devono prendere: ma il rimborso non ha certo
arrestato le pratiche tangentiste, gli affari loschi
ecc… Soprattutto, dal 1996 il sistema è
letteralmente impazzito. Le cifre ricordate da Rizzo
sono da capogiro: dal 1999 al 2008 le retribuzioni
dei dipendenti pubblici sono cresciute del 42,5%, i
rimborsi del 1.110%. Nel 1996 An e Forza Italia
dichiararono spese complessive per 5,1 milioni di
euro, nel 2008 il Popolo delle Libertà ha
documentato spese per 68,5 milioni. Una lievitazione
del 1.239%. Quanto ai rimborsi elettorali, spiega
Rizzo, “decollavano del 1.008% da 18,6 milioni a
206,5 milioni”. Nel passaggio dall’Ulivo all’Unione
le cose non sono andate tanto diversamente: da 17 a
180,2 milioni, una crescita del 960%. Insomma
presentarsi alle elezioni è un’attività redditizia,
un investimento, tanto anche se perdi (importante è
superare l’1%) il rimborso non te lo nega nessuno.
Specie se si usano macchinazioni abbastanza
grossolane che però non saranno certo i partiti, che
le hanno inventate, a disinnescae. Per esempio
nessuno, nell’ultima manovra lacrime e sangue solo
per noi, ha pensato di eliminare una norma del 2006:
i rimborsi sono calcolati per i cinque anni della
legislatura, anche se questa, come nel caso
2006-2008, dura solo due anni. E non basta, perché
il rimborso si somma alla legislatura successiva,
che va dal 2008 in poi. Uno scippo con il motorino è
più raffinato. Anche perché, nonostante il fiume di
soldi, la corruzione ci costa ancora 60 miliardi
l’anno. Gola Profonda non è un film pornografico.
Fonte:
Blitz
Sicilia:
la formazione costa 400 milioni, il 9% trova lavoro
Dieci
mila dipendenti pagati dalla Regione Sicilia.
Sezione “formazione professionale”. Un numero
cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, ed
esploso per la precisione nel 2002. I costi sono
vertiginosi, e solo 9 persone su cento, alla fine
dei corsi, trovano lavoro nel campo di formazione
scelto. I dati di una commissione di indagine che
mostra, una volta di più, sprechi e inefficienze
impressionanti. Un groppone di oltre 10mila
dipendenti che grava sulle casse della Regione. Un
numero in costante crescita dal 2002 ad oggi, “che
rappresenta il 46% del totale nazionale”. A quale
regione ci riferiamo? E sopratutto a quali
dipendenti ci riferiamo? La Regione, manco a dirlo,
è ancor una volta la Sicilia, che, quanto a record
negativi, batte tutte le altre regioni dello
stivale. I dipendenti sono quelli della “formazione
professionale”. E il dato sopra riportato è stato
estrapolato dalla relazione di trentadue pagine
della commissione d’inchiesta sul settore. “La
commissione speciale di indagine e di studio sulla
formazione professionale”, istituita con decreto dal
Presidente dell’Assemblea regionale nel maggio
scorso, mette in evidenza luci ed ombre di un
settore “malato di gigantismo”, che cozza con i
propositi di riforma più volte evocati. Secondo la
relazione firmata dal Presidente della Commissione
Filippo Panarello, la spesa continua a crescere
esponenzialmente. “La spesa destinata all’intero
comparto” si attesta intorno alla cifra di 400
milioni, di cui 168 vanno ad alimentare il PROF
(piano di offerta formativa) “senza considerare le
risorse comunitarie destinate negli anni a
finanziarie progetti di formazione”. Il numero degli
addetti con contratto a tempo indeterminato nel 2008
raggiunge “la ragguardevole cifra di 7227
operatori”. Ai quali vanno sommati gli operatori
degli sportelli funzionali (1385), e gli operatori
dell’Obbligo formativo. E, scrive la Commissione
d’inchiesta,” senza trascurare le assunzioni a tempo
indeterminato operate negli anni successivi,
ancorché non autorizzate dall’Amministrazione, ed i
rapporti di lavoro a tempo determinato o a
progetto”. Tant’è che secondo i commissari, “la
scelta del personale ed il relativo impiego sono
stati, formalmente, totale appannaggio degli enti di
formazione, i quali hanno spesso applicato criteri
non oggettivi, anche per la mancanza di regole
chiare e vincolanti”. Il meccanismo si è inceppato
con una norma varata dalla Regione alla vigila del
natale del 2002, quando governatore della Sicilia
era Totò Cuffaro. Quella norma prevedeva
“l’applicazione nel settore della formazione del
sistema del Fondo sociale europeo e la salvaguardia
del personale”. Ma “ciò fu interpretato come un
allargamento della platea dei soggetti operanti nel
settore, e diede luogo ad un ampliamento del
personale, tanto più che non vi erano vincoli
all’assunzione”. Di lì a poco “buona parte del
personale della formazione venne selezionato per
essere trasferito, con qualifiche varie, presso gli
Sportelli multifunzionali, che nacquero come
strumento di monitoraggio e di politiche attive del
lavoro”. Inizialmente tutto ciò determinò “una
riduzione del personale di formazione”. In un
secondo step “le norme all’epoca vigenti furono
utilizzate per procedere a nuove assunzioni, con il
risultato che, non solo si procedette a sostituire
il personale che era stato destinato agli Sportelli,
ma dopo breve tempo il numero complessivo degli
addetti alla formazione risultò superiore a quello
precedente all’introduzione degli stessi Sportelli”.
Altra questione delicata: i criteri di
accreditamento degli enti. “Il sistema di
accreditamento, si legge nella relazione, è ancora
oggi aperto a tutti, in quanto a tutti possono
essere rilasciati “accreditamenti provvisori” che
permettono la partecipazione ai bandi e l’erogazione
dei finanziamenti regionali senza un minimo di
verifica ispettiva, causando un accrescimento
esponenziale del numero di enti provvisoriamente
accreditati”. Poi si passa al reclutamento del
personale “che, formalmente in capo agli enti è
fondato su regole e filtri facilmente aggirabili, ha
consentito continui incursioni di settori della
burocrazia e della politica sia a livello regionale
sia a livello periferico”. Sostiene questa tesi
anche il Presidente di Confindustria Sicilia, Ivan
Lo Bello:”Il sistema della formazione è un oggetto
sconosciuto al mondo delle aziende. E’ piuttosto un
grande ammortizzatore sociale e una macchina per le
clientele politiche. Sono stati davvero pochissimi i
giovani che hanno frequentato questi corsi e che
sono stati assunti dalle imprese”. In sostanza,
racconto a Linkiesta un conoscitore della formazione
professionale nell’isola, non c’è mai stato un
raccordo tra l’effettive richieste di lavoro e i
corsi professionali. Ad esempio, quando in Sicilia
furono istituite le riserve naturali, dove era
richiesto personale competente nel settore
ambientali, non furono fatti dei corsi professionali
mirati alle assunzioni nei parchi e nelle riserve
naturali”. Ad oggi, stando ad un rapporto dello
staff dell’assessore regionale alla Formazione Mario
Centorrino, solo nove corsisti su 100 trovano lavoro
“coerente” con i corsi seguiti. Fonte:
Linkiesta
Sicilia,"fuoribusta" dei deputati 4 mila euro
esentasse per i portaborse
La cifra è senza obbligo di rendiconto: un
privilegio rispetto ai senatori che ricevono il
contributo nel cedolino paga. Il sospetto che si
aggira per il Palazzo: "In molti non pagano i
collaboratori". Nel mirino, adesso, finisce anche il
contributo fuori-busta per "le attività di supporto
ai deputati". Un'indennità garantita a ciascun
parlamentare regionale, in modo forfettario, per le
spese di segreteria e per il pagamento dei
cosiddetti "portaborse". Un "extra" non soggetto a
tassazione, pari a 4.170 euro al mese, che sfugge a
qualsiasi rendicontazione. Gli uffici di presidenza
di Camera e Senato, istituzione cui l'Ars è
equiparata, stanno studiando una riforma che
dovrebbe rendere il sistema più trasparente,
subordinando la concessione dei fondi alla
presentazione di fatture e pezze d'appoggio. E la
ventata di rigore che spira da Roma con l'avvento
del governo Monti rischia di ridimensionare, se non
di spazzar via, un beneficio che in Sicilia ha
caratteristiche specifiche. Mentre i senatori
incassano il contributo (per due terzi) in busta
paga, i deputati di Palazzo dei Normanni lo ricevono
dal gruppo di appartenenza, sommandolo al normale
"stipendio" composto dall'indennità parlamentare
(5.390 euro netti che crescono a 5.642 se non viene
versata la quota per la reversibilità della
pensione) e dalla diaria (3.500 euro) concessa anche
a chi vive a Palermo. Cifre che si aggiungono anche
agli 841 euro per le spese di trasporto
(ferroviario, aereo e marittimo), ai 345 per le
spese telefoniche e di un'altra cifra variabile (da
554 a 1.331 euro) concessi a titolo di "indennità
per il trasporto su gomma". E questa, sia chiaro, è
la busta-paga di un peone, di uno dei pochi
parlamentari (in media sono 1 su 3) che non ha una
carica aggiuntiva nel consiglio di presidenza o in
una delle nove commissioni. In sostanza, i soldi per
i portaborse possono portare i compensi complessivi
di un deputato "semplice" a quasi 15 mila euro,
quelli di un "graduato" anche a 18 mila. Certo, il
contributo "per le attività di supporto ai deputati"
è stato ridotto nel 2011, ed è passato da circa
4.600 euro ai 4.178 attuali. Ma pesa, nel bilancio
interno dell'Ars, per 4 milioni 550 mila euro. Ora,
il punto è: come vengono spesi quei fondi? E, per
essere espliciti, quale parte di quella cifra serve
davvero per pagare i collaboratori o l'affitto di un
locale dove fare segreteria? Quale, invece, rimane
nelle tasche dei parlamentari? E ancora: chi
garantisce che quella somma non venga spesa per
prestazioni in nero? Sospetti leciti, a sentire
deputati e politici in genere che a denti stretti si
pronunciano sull'argomento. Per Giovanni Barbagallo,
deputato del Pd che ha fatto della guerra agli
eccessivi costi della politica uno dei temi-chiave
della sua attività, "il contributo è appena
sufficiente a sostenere le spese affrontate da un
parlamentare: io, ad esempio, devo mantenere una
segreteria a Trecastagni e una ad Acicatena. Ma è
evidente che, finché il sistema non cambia, nessuno
può escludere che un deputato trattenga parte del
contributo". Per Barbagallo la soluzione è
"l'immediata regolamentazione della materia
attraverso la presentazione dei rendiconti".
Giuseppe Castiglione, coordinatore regionale del Pdl,
ha frequentato l'Ars sino al 2004: "Ricordo che
prima c'era l'obbligo di presentare pezze
d'appoggio, come i contratti dei collaboratori. Poi
non so cosa sia accaduto, l'Assemblea si è sempre
adeguata al Senato". E infatti, spiega il deputato
questore Baldo Gucciardi, "la decisione di rendere
forfettario questo contributo discende proprio da un
analogo provvedimento del Senato. Detto ciò, se un
deputato paga due collaboratori versando i
contributi vanno via 1.200-1400 euro al mese per
ciascuno di essi. E se ci mettiamo anche le spese
per l'affitto dei locali di una segreteria, e le
bollette, il tetto è facilmente raggiunto". Già, ma
tutti si comportano in questo modo? Castiglione dà
corpo a un sospetto che è sulla bocca di tutti:
"Allo stato attuale possiamo solo supporre che tutti
i pagamenti fatti con il contributo per i portaborse
siano regolarmente dichiarati. Servono regole nuove
per evitare anche il dubbio che alcuni contratti
siano in nero". Salvatore Lentini, deputato
dell'Udc, ammette: "Io non credo che tutti i
colleghi abbiano una segreteria da mantenere. Quanto
ai collaboratori, la prassi dovrebbe essere quella
di registrare i contratti. Ma a volte sono gli
interessati a chiedere di essere pagati in nero,
perché risulta più conveniente. E a qualche deputato
può capitare di fare un regalo a chi presta
volontariamente la propria opera per lui, magari per
un solo pomeriggio, ".Non è difficile intravedere un
uso non sempre corretto di questa quota della
retribuzione. "Una riforma? Siamo i primi a
ritenerla necessaria - dice Gucciardi - Anzi, il
consiglio di presidenza ha già deliberato che
saranno recepite tutte le nuove disposizioni che, in
questo campo, saranno adottate dal Senato". Il tema,
insomma, è all'esame dei vertici dell'Assemblea. Con
tutte le cautele del caso. Anche perché questa voce
del bilancio dell'Ars mette benzina nel motore della
politica, specie al momento delle campagne
elettorali, e regala un sussidio a molti militanti.
Ma ancora una volta la sensazione è che ci sia del
superfluo, del ridondante, nelle uscite dell'Ars.
Basti pensare che il "contributo per le attività di
supporto" va anche ai deputati del consiglio di
presidenza che hanno già una segreteria e personale
a propria disposizione a Palazzo dei Normanni: per
queste spese nel bilancio del parlamento siciliano
ci sono quasi 2 milioni e mezzo di euro. La via del
rigore, malgrado i tagli, è ancora lunga.
I redditi dei deputati dell'Ars
Scammacca della Bruca, De Luca e Marinese
i tre "paperoni". Cappadona passa da 480 mila a 33
mila euro. Rudy Maira e Riccardo Savona non hanno
comunicato i loro guadagni. Il più ricco è sempre e
solo lui, che a dispetto della crisi vede aumentare
il reddito rispetto all'anno precedente: Guglielmo
Scammacca della Bruca, magnate della sanità di
origini nobiliari, eletto nel Pdl e appena passato
alla corte del governatore Raffaele Lombardo. Con
746 mila euro di reddito dichiarati nel 2010, 35
case e 27 terreni di sua proprietà, surclassa tutti
gli inquilini di Sala d'Ercole. E nonostante abbia
venduto la metà delle quote che aveva nella Casa di
cura Musumeci, Scammacca vede perfino crescere il
suo reddito di 60 mila euro rispetto all'anno
precedente. I più poveri a Palazzo dei Normanni? I
deputati subentrati tra il 2010 e il 2011, mentre
Rudy Maira e Riccardo Savona non hanno comunicato
nulla agli uffici dell'Ars. Nella top ten, subito
dietro Scammacca si piazza Cateno De Luca, anche lui
con un reddito in ascesa nonostante i tempi di
crisi: lo scorso anno ha dichiarato 578 mila euro,
ben 90 mila in più rispetto al 2009. Sul podio anche
Ignazio Marinese, con un reddito di 344 mila euro.
Al quarto posto il deputato del Pdl appena finito
agli arresti, Roberto Corona, che ha dichiarato 330
mila euro e la proprietà di 10 case e 4 terreni. Nel
2010 Corona ha poi acquistato, forse per dimostrare
piena fiducia nel leader del suo partito, ben 2 mila
azioni Mediaset, anche se poi questo non è stato un
affare visto che nel 2010 valevano 6 euro l'una e
adesso appena 2. Se quattro deputati tra i primi
dieci sono del Pdl, l'Mpa non va male con tre suoi
onorevoli nella top ten: tra questi il capogruppo
Francesco Musotto, con un reddito di 255 mila euro e
80 ettari di terreno a Pollina. Subito dietro il suo
leader, il governatore Raffaele Lombardo che
dichiara di guadagnare 249 mila euro, di non avere
auto o case ma solo un appartamento "in usufrutto" a
Roma. All'ottavo posto c'è poi il presidente
dell'Ars, Francesco Cascio, con un reddito di 236
mila euro, 5 case di cui una in costruzione a
Termini Imerese, e tre auto: due Audi (una appena
acquistata) e una minicar Aixam. Cascio dichiara
inoltre partecipazioni in due società, la Topca e la
Sicilcosmo, azienda di edilizia ospedaliera. Decimo
si piazza il più ricco tra i democratici, Calogero
Speziale con 218 mila euro. Non mancano poi gli
onorevoli dalle mille partecipazioni azionarie e con
la passione degli investimenti. Mario Bonomo ha
investito in diverse società di giochi di cui è
socio, come la Bingo One, la Joy Bingo e la Sir
Bingo (in liquidazione). Oppure il deputato più
ricco della scorsa legislatura, Nunzio Cappadona
(nel 2007 dichiarava 480 mila euro e adesso appena
33 mila euro) che ha partecipazioni in diverse
cliniche, dalla Nuova Casa di cura Demma alla
Medisan. Michele Cimino di Grande Sud ha invece
investito nell'abbigliamento acquistando il 25 per
cento della società di famiglia "Cimino altamoda".
Ma nessuno ha partecipazioni e azioni come Gaspare
Vitrano, imputato per concussione: l'ex esponente
del Pd ha azioni tra le altre in Telecom, Gemina,
Parmalat, Fiat, Eni, Enel, Ubi Banca, Finmeccanica,
Alitalia, Unicredit, Intesa, Pirelli, Unipol, e Deut.
Post. Il deputato che rispetto allo scorso anno ha
avuto il calo maggiore di reddito è infine l'ex
assessore Luigi Gentile, che nel 2011 ha dichiarato
206 mila euro, 100 mila in meno rispetto al 2009.
Pino Appredi del Pd però tiene a precisare: "Il mio
reddito (181 mila euro) comprende anche quello di
mia moglie, per questo è così elevato".
Boom di contratti a esperti esterni dal 2008 a oggi
Raggiunta quota 600 incarichi e otto
milioni di spesa. I burocrati "tagliati" dagli
uffici di gabinetto reintegrati con le consulenze. La macchina sforna-consulenze ha superato un ambizioso traguardo: 600
contratti. Un incarico dopo l'altro, la grande
famiglia degli "esperti" di Raffaele Lombardo e dei
suoi assessori è cresciuta a dismisura, battendo
ogni record. Fino a sollevare "la vigile attenzione"
della Corte dei conti che nelle ultime settimane -
dopo la pubblicazione delle ultime nomine - sta
tenendo sotto controllo la situazione. Solo per
capire se, sotto il profilo del numero o della
pubblicità degli incarichi, ci siano state presunte
violazioni di legge che motivino l'apertura di un
fascicolo. Di certo, il boom delle consulenze è
diventato, dal 2008 a oggi, uno dei tratti
distintivi dell'amministrazione regionale, una voce
di spesa che ha inciso per otto milioni di euro e
che ha controbilanciato i risparmi annunciati o
conseguiti con il taglio dei dipartimenti e la
"dieta" imposta agli uffici di gabinetto. È un
esercito nel quale, fra i tecnici qualificati, ci
sono figure dal curriculum più incerto. E tanti,
tantissimi, hanno provati rapporti con la politica.
Esibiscono una più o meno collaudata fede
autonomista, oppure sono vicini ai partiti della
maggioranza. La lista pubblicata sul sito web della
presidenza della Regione si apre con un consulente
ormai "storico": Antonio Andò, già sindaco di
Messina (nel 1976) e molto più recentemente (2008)
candidato dell'Mpa alle Regionali. L'ultimo
contratto firmato per "monitorare i processi organizzativi correlati ai rapporti istituzionali con gli organi dello
Stato e della Regione" scadrà il 31 ottobre: 21 mila
euro (lordi) per sette mesi di attività. Alla stessa
data spirerà (ma sarà probabilmente rinnovato)
l'incarico di Serafina Perra, già assessore
provinciale di Lombardo alla Provincia di Catania,
che per la medesima cifra, svolge il ruolo di
esperto per infondere nella "popolazione studentesca
dell'Isola gli elementi costitutivi dell'identità
siciliana". Nell'elenco non può mancare Giuseppe De
Santis, riconosciuto "ideologo" del Movimento per
l'autonomia. E ha fatto capolino, quest'anno, il
nome di Davide Mingrino, consigliere comunale ennese
dell'Mpa che dalla presidenza della Regione ha
ricevuto 15 mila euro per elaborare "un piano di
marketing" sul ritorno della Venere di Morgantina in
Sicilia. Non è che gli assessori abbiano chiuso le
porte dei propri staff alla politica attiva: basti
dare uno sguardo agli ultimi contratti assegnati
dagli assessori finiani Daniele Tranchida e
Gianmaria Sparma. Il primo ha garantito duemila euro
al taorminese Bruno De Vita, già capogruppo del Pdl
in consiglio comunale e ora avvicinatosi ai finiani.
E lo stesso emolumento ha assicurato a Carmelo
Arcoraci, consigliere comunale a Merì, sempre in
provincia di Messina. Sparma ha invece affidato una
consulenza per il servizio di pianificazione
strategica a Basilio Ridolfo, attualmente sindaco di
Ficarra (ancora Messina). È l'ultimo fenomeno su cui
si arrovellano gli studiosi del sistema Lombardo.
Quello dei funzionari che, penalizzati dal taglio
dei componenti degli uffici di gabinetto o favoriti
dalla legge 104 che consente il prepensionamento per
accudire parenti infermi, sono rientrati negli staff
degli assessori con il ruolo di consulenti. Capita
al Turismo, con il citato caso di Bruno De Vita, che
è tornato da esperto (2.065 euro per un mese) dopo
essere stato vice capo di gabinetto, e con quello di
Carmelo Arcoraci, anche lui uscito da "esterno"
dallo staff dell'assessore e ricomparso da
consulente "per le problematiche inerenti le
pro-loco". Capita al Territorio con Basilio Ridolfo,
altro "gabinettista" rilanciato come consulente del
servizio di pianificazione e controllo strategico.
Capita alla Funzione Pubblica, dove l'ex capo di
gabinetto Cosimo Aiello, dopo essere andato in
pensione anticipata grazie alla legge 104 (la stessa
che l'assessore Chinnici vuole abrogare), è stato
richiamato per dare "supporto e assistenza
all'attività di governo dell'assessore". A titolo
gratuito, per carità. Formula che esclude un
compenso ma non - ovviamente - rimborsi per spese e
missioni. Un altro pensionato della "104", l'ex
presidente dell'Arpa Sergio Marino, ha avuto
quest'estate da Sparma un contratto "gratuito" da
consulente (peraltro mai pubblicato sul web). E alla
Sanità guidata dall'ex pm Massimo Russo sono due i
consulenti che provengono da un esperienza
nell'ufficio di gabinetto: Michele Arcadipane (ex
capo di gabinetto oggi in pensione, anche lui a
titolo gratuito) e Giada Li Calzi, esperta di
progetti europei cui è stato chiesto di rimanere
sino a fine dicembre. "Ho preso il posto di un altro
consulente: io costerò un quarto e lavorerò uguale",
precisa la Li Calzi. L'alluvione di Giampilieri ha
lasciato segni profondi. E una scia di polemiche che
ora investe le consulenze "originali". Perché
Lombardo, per affrontare la ricostruzione, ha
utilizzato i suoi poteri commissariali affidando
quindici incarichi di consulenza costati 400 mila
euro. Gratificando tecnici dai curriculum che già
sono diventati oggetto di culto degli internauti.
Gabriele Amato, diploma di perito commerciale, ha
operato "nel settore del noleggio di elicotteri" ed
è stato il coordinatore dell'ufficio di Palermo di
un consorzio velico che ha partecipato alla Coppa
America. E infatti dichiara di essere un
appassionato di "vela e sci alpino". Ma le sue
capacità sono comprovate. Anche perché, dichiara
l'interessato, è "in grado di esprimersi in modo
chiaro e preciso". Nell'avventura della
ricostruzione di Giampilieri è stato lanciato anche
Francesco Micali, classe 1988, reclutato con un
contratto annuale da 22 mila euro per garantire, tra
l'altro, "la progettazione della ripresa economica e
sociale del territorio". Micale, studente di
giurisprudenza, può già vantare esperienza come
"pianista di pianobar e organista per matrimoni su
richiesta". Attenzione: spesso i curricula sono
traditori e finiscono per beffare chi li compila.
L'ultima nomina disposta da Massimo Russo, quella
della dottoressa Francesca Di Gaudio (il rinnovo di
una consulenza per i problemi dei laboratori
pubblici e privati), poggia su solide referenze ma
lascia liberi i critici di esercitarsi in una
semplice domandina: in che modo inciderà,
sull'attività professionale della dottoressa Di
Gaudio, "la predisposizione agli sport acquatici" e
il "rapporto di amore e sinergia con la natura"? E
quanto ha pesato, nella scelta dell'avvocato Simona
Romano quale esperta di turismo sociale la sua
"passione per l'origami"? Qualcuno potrà eccepire
che la qualifica di "trombettista" di sicuro aiuta
il dottor Carmelo Arcoraci nella disamina delle
richieste di contributi ad associazioni bandistiche.
Ma non sarà stata la partecipazione agli incontri
professionali e ricreativi del club Rotaract, né
tantomeno l'iscrizione al club degli editori, o
ancor meno il conseguimento del secondo posto nella
disciplina atletica (quale?), e forse neppure la
realizzazione di quadri con pittura a olio a far
ottenere all'avvocato Saveria Attaguile - originaria
di Grammichele e cugina del dirigente generale
Francesco Attaguile - un incarico da 7.230 euro (per
tre mesi e mezzo) nello staff dell'assessore
all'Agricoltura. Resta il sospetto poi che in questo
settore, per occuparsi di consorzi di bonifica,
servano pure "le buone conoscenze della mitologia
greca" e, perché no, "il carattere estroverso e
socievole" di cui va fiera nel suo curriculum Maria
Giuseppe Randazzo. Va bene tutto, nella giostra
delle consulenze della Regione, su cui salgono
insieme merito, fedeltà politica e amicizie. E
pazienza se, superata quota 600, bisognerà porre un
freno anche in questo settore. Magari assumendo un
altro esperto.
Difesa: si continua a mantenere i privilegi dei
generali
Un miliardo quattrocento milioni e passa
di euro da tagliare al bilancio della Difesa? E ci
credo che ‘Gnazio si è incazzato, qualcuno forse gli
aveva promesso che questa volta non ci sarebbero
stati tagli. Una bella sforbiciata al bilancio,
prevista e prevedibile che noi avevamo
opportunamente tradotto in emendamenti mirati a
eliminare quelle prebende e regalie che la
dimenticanza del legislatore ha lasciato per troppi
anni sulle spalle dei contribuenti. Un corposo
pacchetto di proposte emendative presentato
nell’ambito della discussione della recente manovra
finanziaria aggiuntiva “bis” che non è stato neanche
preso in considerazione, manco da quelli del PD.
Forse perché rispecchiavano la volontà degli
italiani di eliminare gli sprechi e i troppi regali
di cui godono i generali? Questa potrebbe essere la
risposta esatta. Dall’ausiliaria alle indennità
antiesodo per i piloti e controllori di volo, dalle
spese per i Cocer a quelle per i cappellani
militari, da quelle relative all’inutile
sovradimensionato acquisto di 131 supercaccia
multiruolo JSF F-35 alla mini-naja e alle ronde,
dall’eliminazione delle promozioni all’ultimo giorno
ai richiami in servizio e all’accorpamento delle
Forze di polizia in un unico Corpo. Insomma un bel
taglio netto alle cose inutili che avrebbe
consentito di risparmiare 7, 69 miliardi di euro.
Adesso comunque La Russa deve fare i conti con i
pesanti tagli che forse avrebbe potuto evitare
accogliendo magari alcuni dei nostri emendamenti.
Come sempre però il Governo non ha voluto toccare i
privilegi di alcuni tanto poi pagano tutti gli
altri: i cittadini. Tornando a La Russa le agenzie
riportavano la notizia che ha convocato
permanentemente i vertici delle forze armate per
studiare il problema: dove tagliare? Certo che
allora siamo in buone mani, sicuramente come già si
paventa da più fonti interne alla Difesa taglieranno
sul personale ma non sui generali; limeranno qualche
spesuccia indispensabile alla sopravvivenza della
truppa, ma non quelle per feste e festini che ci
sono ogni volta che si palleggiano i comandi dei
reparti. Taglieranno gli straordinari obbligando il
personale a lavorare gratis, ma manterranno i loro
privilegi e studieranno rimodulazioni al modello di
Difesa tali da garantire la continua proliferazione
di posti e poltrone di comando, cioè quelle
collegate a particolari indennità. Insomma, La Russa
ha dato vita a un “comitato” che dovrà decidere dove
tagliare pur di mantenere privilegi per la casta dei
generali e quindi poter continuare a fare guerre in
giro per il mondo e fare affari -appunto - con le
tante ditte e dittarelle che spesso hanno tra i loro
più attivi collaboratori e amministratori degli ex
generali: gli amici degli amici; quelli che non si
sa come ma riescono sempre a convincere i vertici
della Difesa ad acquistare sistemi e armamenti del
tutto inutili o inutilizzabili. E allora, mi
domando: “perché non chiedere suggerimenti
direttamente ai militari di truppa, magari quelli
che sono impegnati in Afghanistan?” A quelli che
sono costretti a fare i conti con una politica miope
e dissennata che non gli riesce più a garantire
nulla, nemmeno il minimo per sopravvivere nei
territori di guerra e, a volte, come si è appreso in
questi giorni, neanche le mutande di ricambio perché
qualche cervellone da dietro una scrivania ha voluto
sperimentare il trasporto dei materiali destinati ai
contingenti ISAF via terra facendo una “prova” con
il treno per poi, una volta resosi conto delle
difficoltà e quindi di aver fatto una grossa
“minchiata”, riportarli indietro e spedirli in
–Afghanistan con l’aereo, come ormai fanno da 10
anni. Sono pienamente convinto che i militari di
truppa sanno perfettamente cosa tagliare e cosa
invece è necessario e indispensabile per poter
garantire alle Forze armate quel minimo di
operatività che le chiacchiere, le parate e le
operazioni pubblicitarie non danno. Occorre
precisare che La Russa deve comunque evitare di
chiedere consigli a quelli del Cocer perché da bravi
servitori proni ai loro interessi di bottega
sarebbero anche capaci di rispondergli che va tutto
bene e che la truppa è felice ed è pronta a
sacrificare i propri stipendi e tredicesime per
permettere ai generali di comprare altre armi. Già
che ci si trova, “caro” Ministro, provi un po’ a
spiegare a cittadini che pagano le tasse come mai
spende 5.257.925 euro all’anno per i delegati del
Cocer e alla nostra richiesta di risparmiare
aggregandoli vitto e alloggio presso le strutture
dell’amministrazione militare, quindi a costo “zero”
come per tutti gli altri militari, ha risposto che
«qualsiasi iniziativa volta a modificare, anche
parzialmente, l’attuale sistema potrebbe suscitare
sensibilità da parte dei componenti del Cocer».
Sensibilità?? Allora vuol significare che lei paga
per la loro servizievole disponibilità a non
disturbare il manovratore, magari per evitare
proteste e suscitare l’attenzione dei media i molti
problemi della truppa? Se le cose stanno così,
adesso che deve tagliare le spese inutili, potrebbe
iniziare proprio con quelle relative ai Cocer e poi
proseguire con quelle riferite al mantenimento dei
cappellani militari e all’ausiliaria, ai trattamenti
economici superiori degli ufficiali e ai premi
antiesodo per piloti e controllori di volo. E non si
dimentichi di quelle relative ai 131 caccia JSF
perche sicuramente con questi chiari di luna
resterebbero inutilizzati ad invecchiare negli
hangar. Insomma Ministro La Russa se ci si mette
d’impegno vedrà che è più facile a farsi che a
dirsi, basta avere il coraggio di porsi come
obiettivo l’interesse del Paese e non quelli delle
cricche o delle varie “caste” che appestano,
purtroppo, anche la compagine militare. Le ripeto,
chieda alla truppa loro sicuramente sapranno essere
più equi e solidali con il Paese di quanto potranno
fare i suoi generali.
Rimborsi forfettari a partiti inesistenti, finti
giornali di partito
I passi indietro sono rari, quasi
impossibili da ottenere. Il premier, assediato da
mille problemi, resta dov’è. Non lo muove nemmeno un
plotone d’esecuzione (si fa per dire). Le assemblee
legislative, che sfornano sacrifici a carico degli
italiani, continuano a spendere le risorse come al
tempo delle vacche grasse. Invece che dare l’esempio
e rifiatare, accantonando prebende e privilegi,
prendono tempo, fanno annunci che vengono disattesi
puntualmente, alimentando la sfiducia verso la
politica e le istituzioni democratiche. La
maggioranza di governo si è avvitata attorno ai
processi del premier e alle “risse” fra il premier,
il ministro dell’Economia e la Lega in cerca di
visibilità. Gli annunci sui tagli ai costi della
politica sono rimasti annunci. Dopo avere promesso
tagli drastici, di rinvio in rinvio, rimane tutto
come prima; nel frattempo, il governo chiede altri
sacrifici ai cittadini comuni, come l’innalzamento
dell’età pensionistica ed altro. Scelte dolorose,
magari ragionevoli se, per esempio, i parlamentari
ritoccassero i loro vitalizi e accedessero ai mutui
come i comuni mortali. L’abolizione degli apparati politici, a cominciare dalle province, e il
taglio del numero dei deputati e dei senatori, sono
state le decisioni che hanno preceduto le manovre di
contenimento della spesa. Non se n’è fatto niente.
Anche i consigli regionali avrebbero dovuto
stringere la cinghia, riducendo il numero dei
componenti. L’Assemblea regionale siciliana, con i
suoi novanta deputati regionali, stando alle
indicazioni del governo, avrebbe dovuto dimagrire di
quasi la metà, portando a cinquanta i suoi membri.
A Palermo, messi alle strette, hanno dovuto
abbozzare. Il presidente dell’Ars, Francesco Cascio,
ha proposto un ritocco delle “prescrizioni”,
riducendo il danno: da cinquanta a settanta, e
rinviando il provvedimento a dicembre. Vedremo. Gli
annunci sono diventati la panacea di tutti i mali,
un metodo ed un costume. L’effetto che essi
suscitano appaga coloro che sono chiamati a darvi
concreta attuazione, ma manda in bestia chi segue le
vicende politiche ed istituzionali con qualche
interesse. Basterebbe, tuttavia, prestare attenzione
al merito dei provvedimenti annunciati per rendersi
conto della volontà vera dei rappresentanti delle
istituzioni. Ci sono decisioni, infatti, che possono
produrre immediati risparmi ed aggiustare le cose,
dando un senso ciò che si dice di fare, ed altre che
richiedono percorsi laboriosi e lunghi, che lasciano
il tempo che trovano. Se ci fosse volontà vera, per
esempio, si ridurrebbe il finanziamento pubblico dei
partiti e dei giornali di partito, che consumano
impunemente un sacco di soldi senza averne alcun
diritto. Partiti che non ci sono più e finti
giornali di partiti ottengono un mare di quattrini
senza che alcuno abbia dolersene. Basterebbe che il
rimborso delle spese elettorale fosse tale, e non
una funzione, che permette a chi ha speso mille euro
di ottenerne centomila, dato che non deve dare conto
delle spese effettive. Basterebbe abolire i costi
“forfettari” nei rimborsi spesa dei parlamentari e
degli amministratori. Basterebbe obbligare i
consigli di presidenza delle assemblee legislative –
Parlamento nazionale, Assemblea regionale siciliana,
consigli regionali – a fare conoscere i
provvedimenti che assume in tempo reale, per
consentire l’esercizio del controllo pubblico e
suggerire moderazione su prebende e privilegi. Il
taglio dei parlamentari, infatti, potrebbe non
spostare di una virgola il tetto della spesa se
restano in piedi i maneggi sui soldi pubblici perché
i provvedimenti dei consigli di presidenza – che
sono i consigli di amministrazione “incontrollabili”
– non devono rendere conto ad alcuno di ciò che
decidono a favore di se medesimi. È un caso unico
nella pubblica amministrazione, nemmeno la Corte dei
Conti può metterci il naso nelle decisioni degli
amministratori dei Palazzi. L’assenza di controlli e
di trasparenza favoriscono le cattive abitudini e le
tentazioni. Questa condizione può essere modificata
nel giro di qualche ora. Occorre solo volerlo. C’è
qualche mosca bianca nelle istituzioni che si batte
per la riduzione dei costi. Il deputato regionale
Giovanni Barbagallo ne ha fatto una questione di
vita. Egli giudica inaccettabili le doppie indennità
di alcuni deputati e insopportabile la pletora dei
componenti del Parlamento. La sua battaglia non è
stata coronata da successo fino a che non è arrivato
il diktat, finora virtuale, da Roma sulla riduzione
dei componenti delle assemblee legislative. Ma anche
questa “opportunità” potrebbe trasformarsi in uno
specchietto per le allodole e non produrre altro che
nuovi annunci. È la metafora di ciò che avviene nei
Palazzi italiani. Nei giorni scorsi il Corriere ha
svolto una indagine sulle risorse di cui dispongono
i parlamenti stranieri, soffermandosi sul Regno
Unito, dove la Camera dei Comuni conta su qualche
deputato in più della nostra Camera, eppure spende
la metà di Montecitorio. È la dimostrazione che la
riduzione dei parlamentari potrebbe lasciare le cose
come stanno, giacché sono le prebende e i privilegi
a fare la differenza, più che il numero dei
parlamentari. Se vogliono fare sul serio, devono
assumere provvedimenti che hanno effetto immediato,
eliminando i rimborsi forfettari, le doppie
indennità, riducendo effettivamente le spese e,
soprattutto obbligando i consigli di presidenza a
fare sapere ciò che decidono. Ma è dura, sicché si
continuerà ad annunciare riforme costituzionali che
non arrivano.
I politici siciliani rinunciano ai privilegi? Non se
ne parla!
Si sono trovati escamotage per bloccare
una serie di interventi previsti dalla legge
finanziaria in merito ai tagli dei costi della
politica. Ormai è diventato l'argomento del giorno,
tutti ne parlano, le proposte arrivano da ogni parte
politica, ma è davvero difficile che qualcosa di
concreto avverrà in tal senso. Stiamo parlando dei
tagli ai costi della politica e dei tanti privilegi
di cui godono coloro i quali siedono in poltrone
comode, dalle quali non vogliono separarsi per
nessun motivo al mondo. Come a Roma, anche in
Sicilia i politici predicano bene e razzolano male.
Nessuno si illudeva che ciò potesse avvenire. Il
famigerato taglio di auto blu nascondeva un mega
rimborso a favore di chi rinunciava, e di tagliare
davvero i costi della politica in un periodo in cui
la crisi potrebbe essere letale per il nostro paese,
ancora non se ne parla. I politici della nostra
isola, avevano dimostrato, a parole, la volontà di
rinunciare a tali privilegi, ma a quanto pare, a
pagare saranno sempre i cittadini vessati e
tartassati. Sull'argomento è intervenuto Claudio
Barone, segretario generale della Uil Sicilia:
'Siamo alle solite -ha detto Barone-. Come
prevedevamo non c'è nessuna voglia di tagliare i
costi della politica e di razionalizzare la spesa
della macchina burocratica della Regione
siciliana''. ''La manovra impostata dal Governo -
prosegue - prevedeva una serie di interventi,
condivisibili e richiesti da tempo con forza dalla
Uil e dalle parti sociali ma non graditi alla
politica. Non potendoli contestare nel merito, si
sono trovati degli escamotage per bloccarli comunque
con bizantinismi sulla funzione della legge
finanziaria. Ma sia chiaro, questo sindacato non
accetterà mai che non si trovino le risorse per gli
arretrati contrattuali di chi lavora per non toccare
i privilegi dei politici''. E il leader della Uil
conclude: ''L'insensibilità sul taglio dei costi
della politica, in un momento in cui i cittadini
sono chiamati a drammatici sacrifici, è
inaccettabile''.
Ufficio della Regione a Bruxelles costa ai siciliani
2,7 milioni di euro"
Secondo il Cobas-Codir, il sindacato dei
dipendenti regionali, "l'acquisto dell'ufficio di
Bruxelles della Regione siciliana, che ha sede in
Rue Belliard 12, è costato ai contribuenti siciliani
2,7 milioni: si tratta di circa 750 mq di locali per
i quali il presidente Lombardo ha speso altri 400
mila euro per realizzare abbellimenti, compreso il
pavimento composto da lastroni di marmo fatti
arrivare da Custonaci (Tp). Ma ha ridotto il numero
del personale di ruolo in servizio". La riduzione,
prosegue il sindacato, è avvenuta "attraverso due
delibere di giunta: la 190 del 5 agosto 2011, che
riduceva le unità di personale da sei a quattro; e
successivamente la 216, del 13 settembre 2011, con
la quale operava un'ulteriore riduzione da quattro a
due unità: un funzionario e un istruttore". Le
delibere sono state impugnate dal Cobas/Codir
davanti il Tar di Palermo "in quanto - scrivono i
sindacati - palesemente illegittime sia per assenza
di motivazioni che per non avere seguito le
procedure delle leggi che prevedono espressamente il
confronto con le organizzazioni sindacali". "Oggi -
sottolinea il sindacato - sono state notificate al
personale le note di trasferimento verso altri
uffici regionali in Sicilia, senza rispettare
l'emissione del giudizio cautelare pendente presso
il Tar, la cui udienza è prevista a fine di questo
mese. Con questo ulteriore atto il presidente ha
finalmente fatto chiarezza sul suo reale progetto
per Bruxelles: spendere 3 milioni fra acquisto e
abbellimenti vari per una sede di quasi mille metri
quadrati per assegnare in servizio solo tre
dipendenti di ruolo: una dirigente, un istruttore e
un funzionario. Costo dell'acquisto un mln a
dipendente: ecco l'affare del secolo per la Regione
e per i contribuenti siciliani".
Parlamentari e manager, lo specchio dei privilegi
Ricche baby pensioni, maturate per un
giorno di lavoro e senza cumulo. Baby pensionati, le
10 pensioni più ricche, pensioni per un giorno di
lavoro e quelle senza limiti di cumulo. La lettura
di queste cifre danno la misura dei privilegi che
parlamentari e manager pubblici e privati mantengono
ancora oggi, nonostante gli annuncia e la buona
volontà manifestata. Non si tratta di una colonna
infame, i parlamentari e i manager che detengono le
pensioni d’oro non sono direttamente “responsabili”
del loro “facoltoso” stato. Le norme valgono per
tutti. Non ci sono casi di rinunce, questo è vero,
ma non sono tanti coloro che rinunciano ad un
diritto acquisito. Non una gogna, dunque, ma uno
specchio fedele di privilegi non più sopportabili
dal Paese.
Baby pensionati
( nome cognome, classe, ramo, pensione
lorda annuale - mensile - al giorno, ente)
Mauro SANTINELLI 1947 telefonia
1.173.205,15 - 90.246,55 - 3.258,90 INPS
Mauro GAMBARO 1944 finanza 665.083,64 -
51.160,28 - 1.847,45 INPS
Alberto DE PETRIS 1943 telefonia
653.567,20 - 50.274,40 - 1.815,46 INPDAI
Germano FANELLI 1948 elettronica
600.747,68 - 46.211,36 - 1.668,74 INPS
Vito GAMBERALE 1944 telefonia 574.102,23
- 44.161,71 - 1.594,72 INPS
Alberto GIORDANO 1941 finanza 549.193,74
- 42.245,67 - 1.525,53 INPS
Federico IMBERT 1951 finanza 539.775,62
- 41.521,20 - 1.499,37 INPS
Giovanni CONSORTE 1948 finanza 372.000,00
- 28.593,00 - 1.033,33 INPS
Ivano SACCHETTI 1944 finanza 371.000,00
- 28.560,00 - 1.030,55 INPS
Ernesto PAOLILLO 1946 finanza 342.000,00
- 26.327,00 - 950,00 INPS
PENSIONE PER 1 GIORNO DI LAVORO
nome cognome attività svolta per
pensione/mese lorda ente
Luca BONESCHI parlamentare 1 giorno
3.108,00 Camera
Piero CRAVERI parlamentare 8 giorni
3.108,00 Senato
Angelo PEZZANA parlamentare 8 giorni
3.108,00 Camera
Toni NEGRI parlamentare 64 giorni
3.108,00 Camera
Paolo PRODI parlamentare 126 giorni
3.108,00 Camera
Clemente MASTELLA giornalista 397 giorni
(?) INPGI
Oscar Luigi SCALFARO magistrato 3 anni
7.796,85 INPDAP
(nome cognome attività svolta in
pensione a pensione/mese lorda ente)
Manuela MARRONE in BOSSI insegnante 39
anni 766,37 INPDAP
Giuseppe GAMBALE parlamentare 42 anni
8.455,00 Camera
Antonio DI PIETRO magistrato 44 anni
2.644,57 Inpdap
Rainer Stefano MASERA banchiere 44 anni
18.413,00 INPS
Pier Domenico GALLO banchiere 45 anni
18.000,00 INPS
Rino PISCITELLI parlamentare 47 anni
7.959,00 Camera
Pier Carmelo RUSSO assessore Sicilia 47
anni 10.980,00 Regione Sicilia
Mario SARCINELLI banchiere 48 anni
15.000,00 INPS
Alfonso PECORARO SCANIO parlamentare 49
anni 8.836,00 Camera
Vittorio SGARBI parlamentare 54 anni
8.455,00 Camera
3 PENSIONI SENZA LIMITI DI CUMULO
nome cognome pensioni/mese lorde ente
Romano PRODI
4.246,00 INPDAP
4.725,00 Parlamento
5.283,00 Unione Europea
2 PENSIONI SENZA LIMITI DI CUMULO
nome cognome pensioni/mese lorde ente
Luciano VIOLANTE
7.317,00 INPDAP
9.363,00 Camera
Publio FIORI
16.000,00 INPDAP
10.631,00 Camera
2 PENSIONI E UNO STIPENDIO SENZA LIMITI
DI CUMULO
nome cognome
pensioni/mese lorde +
stipendio lordo
ente
Giuliano AMATO
22.048,00 INPDAP
9.363,00 Parlamento
(?) stipendio di Deutsche Bank
Lamberto DINI
18.000,00 Bankitalia
7.000,00 INPS
19.053,75 stipendio da parlamentare
Carlo Azelio CIAMPI
30.000,00 Bankitalia
4.000,00 INPS
19.053,75 stipendio da parlamentare
Giulio ANDREOTTI
5.823,00 INPDAP
5.086,00 INPGI
19.053,75 stipendio da parlamentare
1 PENSIONE E UNO STIPENDIO SENZA LIMITI
DI CUMULO
nome cognome
pensione/mese lorda +
stipendio lordo
ente
Renato BRUNETTA
4.352,00 INPDAP
19.053,75 stipendio da parlamentare
Giuseppe FIORONI
2.008,00 INPDAP
19.053,75 stipendio da parlamentare
Rocco BUTTIGLIONE
5.498,00 INPDAP
19.053,00 stipendio da parlamentare
Achille SERRA
22.451,00 INPDAP
19.053,75 stipendio da parlamentare
Mario DRAGHI
14.843,00 INPDAP
37.500,00 stipendio Bankitalia
Cesare GERONZI
22.037,00 INPS
417.500,00 stipendio Ass. Generali
I costi della politica di sprechi e privilegi
vademecum per Monti
Un ufficio per
ciascun politico, e negli ultimi 30 anni, spesa
cresciuta di ben 41 volte. Un costo che ammonta a 9
mila euro al mese per ogni eletto, per un totale di
35 milioni l’anno. B - Benefit. In un inchiesta
l’Espresso elenca le voci accessorie e servizi
dedicati ai deputati che in quattro anni sono
aumentati di 60 milioni: viaggi di ex onorevoli,
servizi di ristorazione, rimborsi forfettari per le
telefonate, spese per la pulizia, abbigliamento
(comprensivo di uniformi per autisti e commessi) e
corsi d’inglese. C - Costi della politica.
Ammontano a un milione l’ora, 9 miliardi l’anno,
circa 150 euro per cittadino. Facendo i conti
ciascuno di noi arriva a pagare 12 mila euro
nell’arco della propria vita (in una media di 80
anni). D - Doppio lavoro. Sono 186 gli onorevoli che
si dividono tra Parlamento e un secondo impiego. Il
caso del cardiochirurgo Gaglione ha dato vita alla
polemica: con un reddito esterno di 492 mila euro,
ha totalizzato il 99,4% di assenze. E - Europa.
Dove l’euro regna, l’Italia gode di molti primati.
Stipendi dei parlamentari più elevati: quasi 12 mila
euro al mese (al netto di rimborsi forfetizzati,
benefit e indennità) contro circa i 7 mila di
Germania e Francia. Poveri i finlandesi che devono
“accontentarsi” di soli 5 mila euro. E visto che
siamo affezionati ai nostri partiti, il contributo
di ogni cittadino è di oltre 3 euro l’anno, contro
un euro e 25 centesimi della Francia. F - Frequenza
satellitare. Con il passaggio al digitale terrestre,
in trattativa due canali per risollevare la
reputazione della Camera e del Senato. I cittadini
potranno visionare costantemente il loro lavoro.
Obiezione: non esistono già programmi per la diretta
delle sedute via satellite e sul web? Si, ma
dobbiamo aggiornarci con la nuova tecnologia, spesa
prevista: appena 395 mila euro. G - Gettoni. Un
consigliere comunale di Padova incassa per ogni
seduta 45,90 euro, uno di Treviso 92, uno di Verona
160 a Palermo si arriva talvolta a superare il tetto
delle 10 mila euro. Giornali. La spesa per i
giornali di partito ammontava al 2009 a 160 milioni
di euro. La storia del finanziamento pubblico
all’editoria è ben riassunta in una datata (ma
estremamente precisa) puntata di Report, nella quale
si sottolinea: “Tutto comincia con la legge del 1981
che dà un aiuto ai giornali di partito perché non in
grado di sostenersi da soli. Se tutto fosse finito
lì oggi lo Stato sborserebbe 28 milioni di euro
all’anno. Invece nell’87 la legge cambia e basta che
due deputati dicano il tal giornale è organo di un
movimento politico, che può attingere al grande
portafoglio, poi nel 2001 la legge cambia di nuovo:
bisogna diventare cooperativa [...]”. (fanpage.it,
17 novembre 2010). H - Hic et
nunc. Il detto
latino qui e ora non sembra condiviso. Il debito si
aggrava, l’economia affossa, ma i tagli (quelli
efficaci) si prorogano. Ai posteri l’arduo compito
di vivere senza benefit, gli attuali parlamentari
possono stare tranquilli. I - Indennità. Oggi,
Camera e Senato spendono per le indennità dei loro
membri circa 144 milioni di euro. Purtroppo modesta
la trasparenza, e il divario con l’Europa
s’accresce. Un esempio? Il nostro ministro della
Sanità può arrivare a guadagnare 6 mila euro in più
di quello tedesco. L - Ladri. Non si parla certo dei
parlamentari, ma delle misteriose sottrazioni
avvenute tra i beni della Camera: 7 dipinti, due
sculture, e 22 tra stampe e incisioni. E tra i beni
dei deputati? Evidentemente troppo presi dal lavoro
per non farci attenzione, e prontamente scattano le
denuncie per i furti dei costosi computer portatili
nonché della propria pelliccia di valore. Meno male
che beneficiano di un’assicurazione a rimborso
integrale. M - Malati. Per nostra fortuna dovrebbero
essere davvero pochi viste le costose cure che
ammontano ad oltre 10 milioni l’anno. Sulla salute
non si scherza e così è facile comprendere come 7,3
milioni dipendano da rimborsi di cure termali,
fisioterapisti, occhiali, psicoterapia e protesi
ortopediche. N - Numeri da record. Si parla delle
Regioni, dove, tra gli stipendi elevati e il numero
esorbitante di dipendenti, le spese non possono che
essere da record. Podio per il presidente del
Piemonte (15.655 euro), della Sardegna (14.644 euro)
e della Puglia (14.595 euro). Ma in proporzione è il
Molise la regione con il minor numero di residenti
con la percentuale maggiore di dipendenti pubblici
(2,79 per mille abitanti). O - Onorevoli e senatori
a vita. In comune hanno molto: compensi elevati e
rimborsi dopo rimborsi. Un senatore a vita ci costa
300 mila euro l’anno. Ciò nonostante si rinvia la
possibilità di dimezzare gli onorevoli: sarebbero
130 milioni risparmiati subito. P - Province. Lo
Stato avrebbe a disposizione 2 miliardi con
l’abolizione delle 110 province (di cui 113 milioni
vengono pagati solo per le indennità e gettoni di
presenza per i presidenti, assessori e consiglieri).
In totale si andrebbero a risparmiare 12 miliardi
all’anno. Partiti fantasma. Percepiscono i rimborsi
elettorali anche i partiti che non esistono più tra
cui Forza Italia, Democratici di sinistra,
Margherita e l’Udeur di Mastella, insieme a un
partito personale “NuovaSicilia” di Bertolo
Pellegrino (recentemente assolto dall’accusa di
concorso esterno in associazione mafiosa) che fino
allo scorso anno ha ottenuto centomila euro. Q -
Quirinale. Esentato tra gli apparati istituzionali,
insieme alla Corte Costituzionale, dalla norma che
infligge una riduzione del 10 per cento degli
stipendi oltre i 90 mila euro e del 20 per cento
oltre i 150 mila euro. Nessun attacco al Colle,
insomma. R - Rimborsi. Il Parlamento paga diaria,
rimborsi e spese telefoniche per un totale di 96
milioni di euro. È l’ora di fare come a Strasburgo,
dove gli assistenti sono pagati direttamente
dall’Europarlamento, evitando le furbizie: spesso
solo una parte dei contributi dei portaborse
incassati dai parlamentari vengono effettivamente
rigirati ai collaboratori. Rimborsi elettorali. Il
finanziamento pubblico in teoria è stato abolito con
un referendum. Falla la legge, trovato l’inganno. Ma
tra rimborsi, contributi e trucchi vari, le
segreterie hanno incassato lo stesso. Anzi, hanno
incassato molto più di prima. Grazie alla legge
mille deroghe del 2006, viene affidato un euro per
ogni cittadino votante iscritto nelle liste
elettorali da dividere percentualmente in base ai
voti ricevuti. Spetta anche ai partiti in caso di
chiusura anticipata della legislatura per un totale
di tre miliardi negli ultimi 16 anni. (la
Repubblica, 24 giugno 2011) S - Scorte. De decenni
ogni ministro dell’Interno dice d’averle tagliate,
ma è una bufala. A Roma il rapporto fra auto di
scorta e volanti della polizia, lo dice il Sap ma il
prefetto concorda, è di otto a uno. Di più: la
benzina per le scorte non manca mai, quella per le
volanti o le gazzelle devono pagarla talvolta di
tasca propria i poliziotti e i carabinieri.
(Corriere della sera, 14 novembre 2011). T - Tagli.
I tempi si allungano, serve una legge costituzionale
per fare dei tagli ai costi della politica che
possano ridurre la spesa. Rinviato tutto al 2013. U
- Utilitarie blu. La manovra di luglio aveva
stabilito che la massima cilindrata doveva essere di
1600, risparmiando così un miliardo l’anno,
contemporaneamente venivano acquistate 13 Maserati
quattroporte blindate. Si aggiungono alle 72 mila
auto blu-blu, blu e grigie concesse anche a chi per
diritto non spettano. V - Vitalizi. Il Parlamento
paga agli ex 2307 parlamentari 218 milioni di euro.
Nel 2010 il deputato Antonio Borghesi disse “Penso
che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori
di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per
poter percepire un vitalizio o una pensione, di
versare contributi per quarant’anni, quando qui
dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un
vitalizio.” Proposta bocciata da 498 dei 525
presenti, e c’è chi per aver ricoperto appena un
giorno il ruolo di parlamentare percepisce un
vitalizio di 3 mila euro al mese. Z - Zavorra. I
dipendenti di palazzo Chigi sono attualmente più di
4600 contro i 1337.
Ars, pensioni e stipendi buste paga doppie rispetto
alla Lombardia
Al segretario generale 13 mila euro al
mese, il suo omologo a Milano ne prende 6.500. Un
consigliere parlamentare con incarico di direttore
guadagna 9.200 euro netti al mese, in Lombardia si
ferma a 3.790. Il palazzo d'oro non garantisce solo
stipendi da favola, consentendo a un commesso di
guadagnare più di un dirigente scolastico o a uno
stenografo non laureato di guadagnare quattro volte
di più di un insegnante di ruolo. Il Palazzo
garantisce anche pensioni impensabili per qualsiasi
altro dipendente pubblico. I numeri sono stati messi
nero su bianco proprio dagli uffici del Palazzo in
questione: per la prima volta l'Assemblea regionale
rende note le cifre delle pensioni dei suoi ex
dipendenti, qualifica per qualifica, con uno studio
calcolato su 35 anni di contributi, il minimo per
andare a riposo nell'amministrazione dorata del più
antico parlamento d'Europa. E le cifre sono
impressionanti, specie se confrontate con quelle di
un altro organismo consiliare come il Consiglio
regionale della Lombardia, il tutto grazie
all'autonomia ma anche a scatti d'anzianità
automatici riconosciuti dall'Assemblea che
consentono incrementi stipendiali ben superiori a
quelli dell'inflazione Istat. E se è incontestabile
che la Sicilia ha uno Statuto autonomo e che l'Ars
ha una storia centenaria, è anche vero che in un
momento di crisi come questo giustificare il costo
del personale dell'Assemblea siciliana, doppio
rispetto a quello di una regione come la Lombardia,
è davvero difficile. I dipendenti di Palazzo dei
Normanni sono equiparati a quelli del Senato, in
virtù della tanto vantata autonomia. Grazie a questa
equiparazione, sancita nella prima seduta di Sala
d'Ercole nel 1947, oggi le retribuzioni non sono
minimamente comparabili con quelle degli altri
organismi consiliari regionali del resto d'Italia,
compresi quelli delle altre regioni a Statuto
speciale. All'Ars un segretario generale, incarico
ricoperto attualmente da Giovanni Tomasello, con 24
anni di anzianità ha uno stipendio netto tabellare
pari a 13.145 euro al mese in 16 mensilità. Un suo
pari del Consiglio regionale della Lombardia
guadagna 6.590 euro netti in sole 13 mensilità.
Molto meno della metà. Lo stipendio del segretario
generale, carica che all'Ars è ricoperta da due
persone, è maggiore anche di pari funzioni di
consigli di altre regioni a statuto speciale: per
esempio il segretario del Consiglio della Valle
d'Aosta, Christine Perrin, guadagna 8 mila euro
lordi al mese. Chiaramente con questo divario anche
le pensioni risulteranno differenti, e di molto: un
segretario generale con 35 anni d'anzianità all'Ars
ha garantita una pensione di 12.263 euro netti al
mese, in Lombardia di 5.931 euro. Le cifre sono
incomparabili anche per tutte le altre qualifiche:
in Assemblea, a esempio, un consigliere parlamentare
con incarico di direttore con 24 anni d'anzianità
guadagna 9.257 euro netti al mese, un suo pari in
Lombardia si ferma a 3.790, con il risultato
conseguente che la vecchiaia per il primo sarà
dorata, per il secondo un po' meno. Perché l'Ars
garantirà a questo consigliere parlamentare una
pensione di 9.715 euro netti al mese, il Consiglio
della Lombardia di 3.411. Le differenze di
retribuzione riguardano comunque tutte le qualifiche
fino alla più bassa, quella dei commessi. Differenze
di retribuzione dovute non solo alla "specialità"
siciliana, ma anche al tipo di contratto. Quello dei
dipendenti dell'Ars prevede infatti scatti
d'anzianità automatici, cosa impensabile in
Lombardia: "Qui lo stipendio tabellare delle varie
qualifiche non cambia in base all'anzianità e rimane
sempre fisso - dicono dall'ufficio retribuzioni del
Consiglio regionale lombardo - in questo modo un
dipendente può avere aumenti di stipendio solo se
con concorsi interni cresce di qualifica". Con
questo meccanismo in Lombardia un commesso di
massimo grado, cioè di categoria D3, può arrivare
nella migliore delle ipotesi a guadagnare 1.566 euro
netti al mese, che diventano 2 mila con un'indennità
aggiuntiva che copre gli straordinari. Quando andrà
in pensione questo commesso lombardo avrà un assegno
mensile di 1.409 euro. Numeri che farebbero a dir
poco sorridere i 120 commessi dell'Assemblea
regionale, che con 24 anni d'anzianità arrivano a
guadagnare 3.736 euro netti al mese e possono
contare su una pensione dorata da 3.439 euro. Nel
dettaglio l'Ars garantisce pensioni elevate a tutti
i suoi dipendenti: uno stenografo parlamentare avrà
minimo 6.324 euro al mese, un coadiutore 4.184 euro
e un tecnico amministrativo 3.746 euro. Netti,
chiaramente. Ecco perché entrare a Palazzo dei
Normanni è il sogno di tutti i siciliani: qui si
rimane sempre al riparo dalle intemperie e si vive
davvero fuori dal mondo.
Record in Sicilia l'Ars è il consiglio regionale più
costoso
Ogni cittadino dell'Isola spende cinque
volte più dei lombardi: l'Ars pesa 33 euro l'anno
per una spesa di 167 milioni. I lombardi pagano solo
6,6 euro a testa, i piemontesi 15. L'Assemblea
regionale siciliana costa, a ogni contribuente,
cinque volte il consiglio regionale lombardo e più
del doppio di quello laziale e piemontese. I numeri
di un raffronto che incornicia privilegi antichi e
resistenti ai tagli figli della crisi. Perché, se
Palazzo dei Normanni riesce per la prima volta ad
approvare un bilancio in controtendenza rispetto
agli anni scorsi (con una riduzione di spese di
quasi 5 milioni), i suoi numeri sono ancora ben
lontani da quelli di altre assemblee. Basta
confrontare le uscite dei singoli consigli con il
numero di abitanti delle regioni rappresentate: si
scopre, così, il peso che il Parlamento isolano,
forse la massima espressione dei vantaggi economici
dell'Autonomia, continua ad avere sulla società. Con
i suoi 167,5 milioni di spese correnti, l'Ars guarda
dall'alto tutte le altre assemblee. Il costo
pro-capite è di 33 euro per abitante. Il consiglio
lombardo ha appena varato un bilancio da 66,3
milioni, con una spesa pro-capite di appena 6,6
euro: divario che si spiega con il fatto che la
Lombardia ha quasi il doppio degli abitanti della
Sicilia. Ma l'Ars vince il confronto anche con il
consiglio regionale del Lazio (97 milioni ovvero
16,9 per abitante) e con quello del Piemonte che per
il 2012 prevede una spesa di 66,7 milioni, cioè
circa 15 euro per abitante. Anche una Regione del
Sud come la Puglia ha una gestione più economica di
quella siciliana: il bilancio di previsione del suo
consiglio, per l'anno prossimo, contempla uscite per
56,1 milioni. Significa una spesa pro-capite di 13,7
euro. Costi più alti, in rapporto al numero degli
abitanti, si riscontrano nelle altre Regioni a
statuto speciale. La Valle d'Aosta spende 16,5
milioni per far funzionare il suo consiglio
regionale e ha una altissima spesa pro-capite, pari
a 128 euro. Ma, avendo appena 128 mila abitanti
(contro i 5 milioni della Sicilia), il confronto è
difficilmente proponibile. Insomma, dalla lettura
dei bilanci che in questi giorni i consigli
regionali stanno approvando, emerge la tendenza
generale a una compressione della spesa (nel 2011 le
regioni italiane hanno dilapidato un miliardo 100
milioni per mantenere i loro "parlamenti"), ma anche
una ridondanza dei costi della politica al di sotto
dello Stretto. Situazione in parte legata alle
indennità percepite dai deputati siciliani che però,
pur essendo ancora novanta (almeno fino al termine
della legislatura), pesano sulle casse pubbliche
solo per un paio di milioni di euro in più rispetto
ai meno numerosi colleghi di Lombardia e Puglia. Il
gap diventa un baratro se si guarda a vitalizi e
retribuzioni del personale. Per le "pensioni" dei
consiglieri, nel 2010, la Lombardia ha messo in
bilancio 7,8 milioni di euro, un terzo di quanto ha
stanziato l'Ars (20,5 milioni). E la Lombardia, pur
avendo più dipendenti dell'Assemblea siciliana (296
contro 248) spende per il personale la metà: 19
milioni di euro l'anno a fronte dei 40,4 milioni
dell'Ars. Una differenza, netta, che dipende dal
fatto che le retribuzioni del personale di Palazzo
dei Normanni sono parametrate a quelle del Senato e
dunque più elevate. Altre voci, meno corpose ma
emblematiche, balzano davanti agli occhi nel
raffronto fra l'Ars e gli altri consigli. E non è
soltanto quella relativa ai costi della buvette che,
malgrado i recenti tagli ai cosiddetti "buoni pasto"
dei deputati, nel 2012 graverà sulle casse per oltre
925 mila euro, più o meno 77 mila euro al mese. Le
spese di rappresentanza, per dire, pesano sul
bilancio di Palazzo dei Normanni per 342 mila euro:
oltre dieci volte in più della Puglia (26 mila euro)
e ben trenta volte in più della virtuosa
Emilia-Romagna. In un Paese zibaldone, che vede
tuttavia la Sicilia in prima fila nelle "spesucce"
della politica, capita pure che le divise del
personale di servizio (i commessi) costino all'Ars
360 mila euro contro gli appena 58 mila della
Puglia. Un rapporto di sei a uno. E le autoblù?
L'amministrazione dell'Ars si vanta di disporne di
un numero appena sufficiente (tredici) ma la spesa
per il noleggio e la gestione delle vetture, almeno
quella messa in preventivo per l'anno venturo (425
mila euro), è dieci volte superiore a quella (48.869
euro) del consiglio regionale pugliese. Segnali che,
malgrado i propositi e i primi atti compiuti nella
direzione dell'austerity, la risalita della Penisola
è operazione ardua. Piccolo calcolo: se l'Ars
rispettasse un parametro medio di spesa di 15 euro
per abitante (quello del Piemonte) il bilancio
regionale guadagnerebbe oltre 90 milioni di euro
ogni anno. La stessa cifra che l'Ue ha investito per
la diffusione della banda larga in Europa.
Politica ma
quanto ci costi: "350 euro a famiglia"
I costi
della rappresentanza politica gravano sui bilanci
familiari per una cifra pari a 350 euro l'anno. E'
quanto emerge da un'analisi dell'Ufficio studi di
Confcommercio. "La scarsa efficienza dell'apparato
pubblico unita all'eccessivo livello di spesa
pubblica (oltre il 50% del Pil) - si legge in una
nota - rendono indispensabile agire anche su questo
fronte per ridurre la pressione fiscale su famiglie
e imprese. In particolare, una possibile azione di
contenimento della spesa pubblica potrebbe partire
dai costi della rappresentanza politica - ovvero
quelli che i cittadini complessivamente sostengono
per eleggere e far funzionare l'insieme degli
organismi legislativi nazionali e decentrati - che,
nel nostro Paese, ammontano ad oltre 9 miliardi di
euro l'anno, corrispondenti a poco piu' di 350 euro
per nucleo familiare, circa 150 euro a testa".
"Applicando ai circa 154 mila rappresentanti
politici dei vari organi collegiali nazionali e
locali l'ipotesi - piu' volte ventilata e condivisa
da piu' parti - della riduzione di poco piu' di un
terzo del numero dei parlamentari si avrebbe,
infatti, un risparmio di spesa di oltre 3,3 miliardi
all'anno. Cifra sufficiente ad attuare una riduzione
permanente di circa 8 decimi di punto della prima
aliquota Irpef a beneficio di oltre 30 milioni di
contribuenti o, in alternativa, ad ottenere
permanentemente una somma di 2.900 euro all'anno da
destinare a tutte le famiglie in condizioni di
poverta' assoluta. In entrambi i casi - conclude
Confcommercio - si tratterebbe della piu' grande ed
efficace operazione di redistribuzione mai
effettuata nel nostro Paese".
Ecco quanto incassano mensilmente gli ex deputati
regionali messinesi
Quattro sono sopra i 7.900 euro mensili, alcuni
sommano gli assegni dei mandati a Roma. Cifre da
capogiro, alla faccia della crisi. C’è già chi
potrebbe andare in pensione, tanti altri dovranno
aspettare il raggiungimento dell’età pensionabile ma
hanno già maturato l’indennità permanente. La morsa
della crisi non ha risparmiato l’Assemblea Regionale
Siciliana, finita nel calderone dei provvedimenti
predisposti dal Ministro dell’Economia, Giulio
Tremonti, per rispondere al recente crollo
finanziario che ha coinvolto anche l’Italia. Come
già annunciato infatti, all’Ars, dalla prossima
legislatura, il numero dei deputati dovrebbe passare
dai 90 attuali a 50 e le indennità dimezzata da
5.850euro al mese lordi a circa 3mila netti. Eppure
c’è chi, in virtù dei privilegi riservati al
“parlamentino siciliano” in passato, può godere
comunque di benefici a vita. Alla faccia delle
difficoltà economiche del Paese. Parliamo dei
vitalizi, cioè di quella quota che i deputati
nazionali, così come quelli regionali, incassano o
incasseranno mensilmente per aver prestato servizio
presso i parlamenti. Un mattone monetario pesante
per le debilitate casse regionali. A cospetto di un
sistema che la gente, soprattutto chi lavora decenni
per ottenere uno straccio di pensione, non riesce
più a vedere di buon occhio. Una strada per rivedere
la formula di assegnazione è stato voluto
dall’odierno presidente dell’Ars, Francesco Lo
Cascio, che ha vincolato l’incasso degli assegni: al
raggiungimento del 65esimo anno di età, alla
contribuzione minima di dieci anni (due legislature)
escludendo versamenti volontari e al blocco delle
quote al 60% dell’indennità maturata. Sicuramente un
bel colpo di spugna che però sarà attuato dalla
prossima legislatura, lasciando così a vecchi e
attuali deputati regionali il pregio di potere
godere di assegni dorati. Ad esempio, pur avendo un
età compresa tra i 50 e i 60 anni, alla fine della
corrente legislatura potrebbero già andare in
pensione nove deputati, due dei quali messinesi:
Nino Beninati e Santi Formica. C’è chi invece dovrà
aspettare il 65esimo anno di età ma con il
superamento della metà del mandato, prima
legislatura, ha già raggiunto il diritto al
vitalizio (minimo di 2.900euro, 25% dell’indennità
base), come Roberto Corona, Giuseppe Picciolo e
Santo Catalano. Tutti gli altri deputati messinesi
attualmente in carica, hanno già maturato il
"benefit". Complessivamente i vitalizi
finanziariamente sostenuti dall’Ars, ad oggi, sono
203. I beneficiari non sono più in carica né a Roma,
né a Palermo, né a Strasburgo. Quattro dei
quattordici assegni che superano i 7.900euro al mese
sono indirizzati ad ex deputati regionali della
provincia di Messina: si tratta di Salvatore D’Alia
(padre del senatore dell’Udc Gianpiero) che somma
anche 20 anni di deputazione nazionale per 5305euro
al mese; del repubblicano di Gioiosa Marea,
Salvatore Natoli; dell’ex sindaco democristiano di
Pettineo, di origine argentine, Vincenzo Ojeni; e di
Luciano Ordile, già assessore regionale e vice
presidente, democristiano, attualmente presidente
dell’Ente Teatro Vittorio Emanuele di Messina.
Questi, hanno alle spalle almeno 5 legislature e 20
anni di contributi regionali e ricevono il 68%
dell’indennità parlamentare attuale. Superano invece
i 6.800euro lordi i deputati che hanno “totalizzato”
tre-quattro legislature piene. Nella “lista”
inseriti il liberale Francesco Martino, nipote del
Ministro degli Esteri Gaetano Martino e presidente
della Regione dal dicembre 1993 al maggio del 1995,
ed Emanuele Tuccari, docente universitario,
comunista (che aggiunge una legislatura alla Camera
che gli frutta 2.238euro). Tutti gli altri messinesi
che godono del vitalizio si trovano nella restante
forbice tra i 6mila euro e i 2.900. Oltre ai già
citati D’Alia e Tuccari, in quattro sommano i
benefici maturati in altre sedi istituzionali:
Antonino Germanà, fratello di Basilio, che come
Tuccari percepisce 2.238 per una legislatura a Roma
e Vincenzo Pavone, 20 anni nella Capitale per
5305euro di indennità. E poi l’attuale presidente
della Provincia Nanni Ricevuto (due volte senatore,
una deputato, sottosegretario ai Trasporti e vice
ministro all’Istruzione) e Sebastiano Sanzarello
(senatore nel 2001 ed eurodeputato dal 2008). Questi
ultimi due hanno optato per la ricongiunzione su
base regionale degli altri vitalizi maturati. A
seguire l’elenco completo degli altri beneficiari:
Francantonio Bisignano (Pri, fratello dell’assessore
provinciale Michele Bisignano), Giuseppe Campione (Dc,
ex presidente della Regione), Giovanbattista Davoli
(Msi, storico volto della destra nazionale con un
breve passaggio alla Camera nel 1983), Serafino
Marchione (ex Psi e vice presidente della Provincia
di Messina), Federico Martino (Rifondazione, anche
assessore regionale alla Sanità), Angelo Paffumi (Pri,
ma nel gruppo Mpa), Paolo Piccione (Psi, ex
presidente dell’Ars), Elio Risicato (Pc,
magistrato), Aldino Sardo Infirri (Psi, ex sindaco
di Castell’Umberto), Gioacchino Silvestro (Pc, già
vice presidente Ars), Bartolo Speranza (Lista Dini,
preside, candidato con il Pd alle ultime
consultazioni regionali), Giovanni Trimarchi (An,
medico), Giuseppe Prestipino Giarritta (Pc, docente
scolastico) e Antonino Messina (Pc, avvocato di
S.Angelo di Brolo). Emanuele Rigano
Siedono in Parlamento ma pretendono il vitalizio da
ex deputato regionale
I diritti acquisiti non si toccano: sulla base di
questo presupposto sei parlamentari nazionali hanno
presentato un ricorso alla Corte dei conti per
mantenere la doppia indennità che percepiscono e che
è stata tagliata da una decisione dell'Assemblea
regionale siciliana con cui si vieta il cumulo della
pensione di ex deputati regionali con le indennità
ricevute dalla Camera o dal Senato. Ne dà notizia
oggi la Repubblica. Il ricorso ai giudici contabili
è firmato dai deputati Calogero Mannino, aderente al
gruppo Misto dopo aver lasciato il Pid per fondare
un suo movimento, e Alessandro Pagano del Pdl, e dai
senatori Sebastiano Burgaretta e Giuseppe Firrarello,
entrambi del Pdl, Salvo Fleres, ex Pdl e ora di
Forza del Sud, e Vladimiro Crisaflulli (in foto),
del Pd. Un ricorso praticamente trasversale che
dimostra ancora una volta come la Casta tenda a
tutelare in ogni sede i propri privilegi. Anche in
momenti duri come questo, in cui soprattutto la
povera gente è chiamata a fare sacrifici. Sarebbe da
capire con quale faccia certi personaggi si
presentano nei vari comizi elettorali, parlando di
chissà quali grandi principi davanti a persone che
da anni continuano a dissanguare. Tutti i ricorrenti
– come riporta la Repubblica - ricevono
dall'amministrazione dell'Ars un assegno vitalizio
che varia tra i 3 e i 6mila euro, per la loro
trascorsa attività di deputati regionali. Somme che
si aggiungono agli stipendi che i sei uomini
politici riscuotono come parlamentari. Non meno di
20mila euro mensili. Il Consiglio di presidenza
dell'Ars, poco prima della pausa estiva, per
rispondere alle esigenze di contenimento dei costi
della politica, tra le altre misure aveva imposto il
divieto di cumulare le due indennità. I ricorrenti
sostengono che tale decisione è illegittima perché
non sarebbe possibile bloccare il pagamento di un
vitalizio che è legato al versamento di
contribuzione ed è in ogni caso un diritto acquisito
da molti anni.
I sacrifici più facili da sopportare sono quelli
degli altri
Marx sosteneva che la società era divisa in classi,
Mussolini vedeva le corporazioni alla base dei
conflitti sociali; oggi finanzieri, industriali,
commercianti, proprietari e professionisti si
ribellano alla richiesta di sacrifici che l’Europa
ci impone. E tentano di scaricarne il maggior onere
su lavoratori dipendenti e pensionati. Intanto, i
parlamentari prendono in giro tutti. Vale la pena
tentare di comprendere meglio cosa si nasconde
dietro alcune delle formule e degli slogan usati
dalla nostra ineffabile classe politica per spingere
il Paese fuori dalla crisi che lo attanaglia.
Contributo di solidarietà? Sì, anzi, forse sì. O
meglio no. Tobin tax sulle transazioni finanziarie?
Assolutamente no! Però potrebbe essere materia di
scambio. Colpire le rendite finanziarie? Sì, ma solo
un pochino. Abbattere i costi e i privilegi dei
politici? Con grande fermezza! A patto di non fare
nulla di serio, con la tacita approvazione di tutto
il Parlamento. Scorriamo rapidamente questi pochi
punti, così da farci un’idea più precisa su cosa
vogliano significare e, soprattutto, quali categorie
e interessi vengono colpiti. La prima formulazione
di contributo di solidarietà prevedeva un prelievo
Irpef una tantum del 5% sugli stipendi compresi tra
90.000 e 150.000€ lordi annui, e del 10% oltre i 150
mila. Trattenuto mensilmente dallo stipendio e
detraibile dalle tasse. In soldoni, chi prende
5.000€ netti al mese - 100 mila lordi l’anno -
finirà per prenderne 4.700, cioè 300€ in meno
(calcoli del Corriere della sera di domenica 14
Agosto, pag. 10) Chi prende 12.500€ netti al mese
(250 mila lordi annui), scenderà a 11.880€
(contributo di solidarietà reale annuo di 7.410€,
stessa fonte). I commercialisti perdonino le
semplificazioni. Qualcuno dice che il sacrificio è
eccessivo, ricordando che chi intasca 5.000€ netti
al mese ha già visto il suo stipendio decurtato di
ben 37.000€ in un anno, dalle tasse pagate
anticipatamente. Non è l’unico argomento contrario:
si trovano sotto la spada di Damocle di questa tassa
solo i lavoratori dipendenti e i pensionati; che
hanno contribuito al gettito totale dell’Irpef per
oltre 137 miliardi e 286 milioni , pari al 93,7% del
totale. In particolare, quelli che superano i 90
mila euro di reddito sono solo 511.534. Cioè l’1,2%
del totale dei contribuenti a reddito fisso, ma
pagano il 20% dell’introito totale dell’Irpef.
Quando invece il reddito imponibile – cioè prima
delle tasse - medio di un commercialista è stato
pari a 5,5 mila euro mensili e quello di un dentista
meno di 4 mila. Ben al di sotto del contributo di
solidarietà. Il che dimostra senza ombra di dubbio
che si chiede di più a chi ha già dato di più.
L’opposizione di centrosinistra e una piccola parte
della maggioranza osteggiano con decisione il
contributo applicato con i parametri precedentemente
esposti, avvalorando l’osservazione maliziosa
secondo la quale il Parlamento è pieno di avvocati,
commercialisti e lavoratori autonomi. Che difendono
i loro personalissimi interessi Passando alla Tobin
tax. - da non confondere con la Robin (Hood) tax,
che riguarda i produttori di energia -,
puntualizziamo che si tratta di un’imposizione
estremamente leggera (tra lo 0,01 e lo 0,05%) sulle
migliaia di transazioni finanziarie, a volte per
importi colossali, che avvengono quotidianamente in
tutte le piazze del mondo. Nata come imposta
limitata alle transazioni internazionali, si è
pensato di estenderla agli scambi interni con
l’obiettivo di colpire soprattutto la pura
speculazione di chi acquista e rivende ripetutamente
anche gli stessi titoli durante la giornata. Vi si
oppongono, ovviamente, gli operatori finanziari –
che lucrano vantaggiosissime commissioni su tali
scambi, banche in testa -, ben consci che la Tobin
tax frenerebbe la speculazione internazionale ma
ridurrebbe i loro utili. Spesso giganteschi: 1,2
miliardi di utile netto per Deutsche Bank nel solo
2° trimestre 2011 e 1,32 semestrali per Unicredit!
Meglio che vada in malora mezza Europa che ridurre i
premi per gli amministratori e i dividendi per gli
azionisti. Si oppone anche buona parte del
centrodestra, con l’obiezione (fondata) che, se
l’Italia fosse la sola ad applicare la Tobin tax,
l’intermediazione finanziaria made in Italy si
sposterebbe all’estero. Quindi, o si applica in modo
eguale in tutti i Paesi o non se ne fa nulla. Sulla
tassazione delle rendite finanziarie, invece, sono
quasi tutti d’accordo. Per la semplice ragione che
la tassazione italiana è la più bassa tra quelle del
mondo occidentale. Paradisi fiscali esclusi. Va
distinta dalla tassazione dei capitali, in quanto
colpisce i guadagni. Tutti o quasi concordano a
portare quella sugli utili derivanti dalla
compravendita di azioni, obbligazioni e fondi al
20%. Lasciando al 12,50% solo quella sui titoli di
Stato. Fin qui tutto abbastanza normale per una
democrazia parlamentare: i parlamentari si dividono
sia per schieramenti che per sottoschieramenti, in
difesa di quellli che ritengono gli interessi del
proprio elettorato. Sta a Governo e Parlamento
trovare il punto d’equilibrio tra le diverse
posizioni. Quando si passa ai tagli dei costi e dei
privilegi dei politici la divisione tra maggioranza
e opposizione si rivela una vera e propria ammuina.
Recitata allo scopo di lasciare tutto come prima. O
quasi. Il “quasi” è dimostrato dallo sbandierato
taglio degli stipendi in misura doppia rispetto a
quello dei lavoratori dipendenti: 10% sopra i 90
mila euro e il 20% oltre i 150 mila. Con un piccolo
particolare: la decurtazione, gloria e vanto dei
nostri eroi, riguarda solo lo stipendio base – pari
a circa 5.500 euro netti al mese -, quando la
maggior parte della busta paga è formata da diarie e
rimborsi che non entrano a far parte
dell’imponibile. I soliti Rizzo e Stella hanno
scoperto che, grazie a questo meccanismo, il 45% dei
senatori e il 60% dei deputati denuncia meno di 90
mila euro all’anno. La restante parte dei
parlamentari supera i 90 mila euro l'anno perché
esercita attività collaterali. Attività collaterali
severamente vietate, in Italia, ai “normali”
dipendenti pubblici a 1.500€ al mese e a tutti i
parlamentari dei Paesi seri. Tra quelli che superano
tale somma si distinguono i principi del
Foro-deputati Giulia Bongiorno (2.048.397€) e
Niccolò Ghedini (1.127.118€).Per altri
provvedimenti, chiacchiere, solo chiacchiere. Mirate
a far passare la bufera.
All’Ars un pasto completo costa 9 euro: l’ennesimo
privilegio-vergogna della casta
Il menu della bouvet dei parlamentari regionali
ancora più “scontato” rispetto a quella dei
senatori. E le “Forchette Rotte” protestano: a
settembre buoni pasto per tutti alla ripresa dei
lavori dell’Ars.Se già aveva fatto scandalo il menu
dei senatori italiani, con prezzi stracciati per
piatti prelibati, altrettanto rumore dovrebbe fare,
sulla carta, quello dei parlamentari siciliani. Che
pagano, alla bouvet riservata dell’Ars, anche meno:
9 euro un pasto completo dall’antipasto al caffè,
costando alla comunità, secondo una stima fatta dal
movimento “Forchette Rotte”, circa 600 mila euro
l’anno. Uno schiaffo alla miseria, e la demagogia
non c’entra. Perché questi sono i simboli di una
condizione che non mette sullo stesso piano,
inevitabilmente, il popolo e chi si fregia del
diritto-dovere di rappresentarlo. Questi i prezzi
scandalo: 1,21 euro per un antipasto all'italiana,
1,85 euro per gli spaghetti alle vongole, 2,78 euro
per la frittura di triglie, 0,93 centesimi per il
contorno, 1,13 euro per una macedonia di frutta e
0,36 centesimi per un caffè. Totale, 9 euro. «Meno
di una pizza e una bibita che i ragazzi siciliani
pagano in un qualsiasi locale dell'isola»,
commentano le “Forchette Rotte”, movimento
costituitosi un paio di mesi fa e attivo soprattutto
su Facebook e Twitter con campagne contro gli
sprechi e i privilegi della politica. E proprio
contro questo privilegio le “Forchette Rotte”
annunciano un’azione di protesta: la distribuzione
di buoni pasto per mangiare come un deputato
dell'Assemblea regionale siciliana e consumare a un
prezzo da “onorevole” di soli nove euro. I buoni
pasto verranno distribuiti davanti ai supermercati
il 21 settembre, quando l'Assemblea regionale
riaprirà dopo la pausa estiva.
Regione, gli sprechi intoccabili
Dai bonus di aggiornamento culturale per gli ex
deputati (anche se condannati) ai gettoni dei
comitati amministrativi che danno pareri non
previsti dalla legge: guida in otto punti agli
sprechi nascosti che vengono risparmiati dalle
manovre regionali in cantiere. La sola Asp di
Palermo ha più auto di servizio della Regione,
stipendi da record nelle Camere di commercio. Dai 68
assegni di «aggiornamento politico-culturale» che
l´Ars garantisce ai propri ex deputati alle 800
vetture di servizio a disposizione delle Aziende
sanitarie siciliane. Non finisce mai, l´elenco degli
sprechi. Non finisce e fornisce numeri ed episodi di
cattiva gestione che destano scandalo o
semplicemente fanno riflettere. Il ventre molle
della spesa pubblica, in queste settimane di crisi,
è sottoposto a molteplici attacchi. Interventi reali
o annunciati. La Sicilia, dice Raffaele Lombardo,
«farà la sua parte nel contenimento dei costi della
politica». Il 5 agosto la sua giunta ha approvato
una delibera che taglia gli stipendi e gli staff
degli assessorati, che limita il numero delle auto
blu della Regione e comprime i canoni degli affitti
degli immobili. Alle viste una manovra legislativa
per sopprimere enti storici quali l´Esa e bracci
operativi dell´amministrazione come l´agenzia per
l´impiego e l´azienda foreste. D´altro canto, l´Ars
annuncia che si sottoporrà alla stessa cura
dimagrante imposta ai parlamentari nazionali. Misure
necessarie e ampiamente pubblicizzate, nell´estate
dei sacrifici e dell´indignazione. Ma siamo sicuri
che non ci siano altri settori dove tagliare? Cosa
rischia di resistere (e perché) alla scure di
Palazzo d´Orleans e dei vertici dell´Assemblea? Ecco
una guida ragionata, in otto punti, a sperperi e
privilegi inossidabili.
BONUS agli EX DEPUTATI
Un contributo annuale di 6.500 euro ai parlamentari
non più in carica. A titolo di «aggiornamento
politico-culturale». Uno dei benefit concessi
dall´Ars. Ne godono ex deputati di diversa
estrazione politica, dal coordinatore del Pdl
Giuseppe Castiglione all´esponente di Sel Franco
Cantafia, dal presidente della Provincia di Trapani
Mimmo Turano al sindaco di Acicatena Filippo Drago.
Nell´elenco dei beneficiari anche Antonio
Borzacchelli, condannato a dieci anni nell´inchiesta
Talpe in procura. La spesa per la concessione di
questo bonus, nel 2009, era salita sino a quasi due
milioni di euro. Il consiglio di presidenza ha
eliminato questo privilegio solo per gli ex
parlamentari che percepiscono un vitalizio.
Confermando, nei fatti, il carattere "assistenziale"
dell´intervento.
I PARERI INUTILI
Una sigla che sta per «commissioni provinciali per
la tutela dell´ambiente». Organismi che si occupano
di autorizzazioni alle emissioni in atmosfera,
tenuti in vita da una circolare del 2007 dell´ex
dirigente Pietro Tolomeo. Ma nessuna legge prevede
un parere obbligatorio da parte di queste
commissioni. Anzi, Tar e Cga hanno condannato
l´assessorato proprio per avere chiesto pareri non
dovuti: il caso è quello della New Energy di Ragusa.
La materia, dice qualcuno, è ambigua. Ma queste
commissioni costano 333 mila euro annui.
LA CONVENZIONE
Risale al 2006 la convenzione fra il servizio
Demanio dell´assessorato al Territorio e il comando
delle Capitanerie di porto. Oggetto: le attività
amministrative come le concessioni per i lidi,
passate all´assessorato al Territorio in forza di
una legge del 2005. L´assessorato, per anni, non ha
istituito i propri uffici periferici che avrebbero
evitato questa spesa. Ora che ne ha attivati alcuni
paga in pratica due volte: i soldi vanno sia alle
Capitanerie che ai dirigenti di questi uffici. Si
potrebbe risparmiare più di un milione l´anno.
L'ARAN
La versione siciliana dell´agenzia per la
contrattazione pubblica nacque negli anni del
governo Cuffaro e fu affidata a Girolamo Di Vita, un
fedelissimo dell´ex governatore. L´ultimo contratto
dei regionali è stato firmato nel 2007. Lombardo,
nei mesi scorsi, aveva annunciato l´abolizione
dell´Aran, inserita nel testo dell´ultima
Finanziaria e poi ritirata. Ad opporsi sono
soprattutto i sindacati autonomi che, nel caso di
passaggio di competenze all´Aran nazionale,
perderebbero rappresentatività. L´agenzia pesa sulle
casse della Regione per 800 mila euro annui.
IL GARANTE DEI DETENUTI
Ha fatto rumore l´indennità (100 mila euro) del suo
presidente, il senatore Salvo Fleres. L´interessato
si era detto disponibile a rinunciare ai compensi, a
patto che la somma fosse reinvestita in altre
attività istituzionali. Il presidente della Regione
gli ha risposto che non è possibile. Lombardo aveva
previsto l´abolizione di quest´ufficio, che esiste
solo in altre tre regioni d´Italia e che, fra le
altre spese, richiede quella per l´affitto della
poco frequentata sede palermitana (ce n´è un´altra a
Catania, ospitata dall´Ars). Ma anche questa norma è
finita nell´oblio. C´è chi sospetta che lo stop sia
legato alla trattativa sotterranea per una nuova
alleanza fra Lombardo e Forza del Sud.
LE AUTO DELLA SANITA'
Un alto dirigente regionale ha fatto notare ad Armao,
in questi giorni, che al taglio delle auto blu nella
Regione dovrebbe corrispondere un´analoga stretta
nelle aziende sanitarie. I dati forniti dal
ministero di Brunetta raccontano di 800 vetture di
servizio nelle sole aziende provinciali. Sono 208 a
Palermo e 146 a Catania: cifre in lieve diminuzione
rispetto al 2009. Ma l´intera amministrazione
regionale ha appena 155 auto. E l´azienda sanitaria
di Milano, per restare nella sanità, conta 142
vetture. Un taglio del 10 per cento della spesa, in
questo settore, comporterebbe un risparmio di 300
mila euro.
CAMERE DI COMMERCIO
Hanno una disciplina autonoma ma gli stipendi dei
dirigenti sono equiparati a quelli della Regione. I
vertici burocratici delle Camere di Commercio
guadagnano fra i 180 e i 200 mila euro annui. Più
dei colleghi di altre zone d´Italia. E ciò malgrado
Enna, per fare un esempio, conti 13 mila imprese
contro le 120 mila di Biella. Una riduzione del 20
per cento delle indennità farebbe risparmiare 300
mila euro.
COLLABORATORI dell'ARS
L´indice l´ha puntato il deputato del Pd Pino
Apprendi: «Non sono troppi 2,7 milioni di euro per
gli addetti alle segreterie particolari del
consiglio di presidenza e delle commissioni
particolari?». La somma è utilizzata per pagare il
personale "esterno", assunto con contratti "co.co.co".
La denuncia ha provocato dissapori nello stesso
gruppo dei democratici: Baldo Gucciardi, deputato
questore, ha annuito: «Si possono ridurre le uscite
anche in questo campo. Ma Apprendi perché non pensa
anche a una riduzione della diaria e dei rimborsi
chilometrici, di cui si avvantaggiano oltremisura i
deputati palermitani?». Allungando, nei fatti, la
lista dei privilegi da falcidiare.
Solo per la 'cancelleria' la Camera spende un
milione di euro l'anno
Uno dei tanti di Montecitorio: una cittadina di
tremila persone, fra deputati, questori, portaborse
etc. che a Roma occupano 22 palazzi storici. Con un
budget di oltre un miliardo per arredi, bollette,
tendaggi, divise, saponi e pulsantiere. Montecitorio,
il transatlanticoL'accorpamento dei Comuni più
piccoli e la cancellazione di 29 provincie previste
dal decreto anticrisi sono un passo avanti per la
riduzione dei costi della politica. Peccato che a
Roma i tagli restino ancora un tabù. Diminuire il
numero di parlamentari (e dei rappresentanti di
altre assemblee tipo consigli regionali, provinciali
e comunali) resta una chimera, mentre è un fatto che
i costi complessivi per il funzionamento della
Camera, nonostante le promesse seguite al boom del
libro "La Casta" di Sergio Rizzo e Gian Antonio
Stella, dal 2007 al 2011 siano aumentati di ben 60
milioni di euro: a dicembre sfioreranno la
stratosferica cifra di un miliardo e 71 milioni.
Denaro speso per far funzionare 22 (!) palazzi e una
popolazione di nemmeno tremila persone, tra
deputati, portaborse, questori e personale vario.
Eppure, sono tante le voci che potrebbero essere
ridotte. Scorrendo la nota al bilancio pluriennale
si scopre che gli assegni vitalizi diretti, per
esempio, sono stati limati di un ridicolo uno per
mille (95mila euro su un totale di 96,7 milioni), e
che - ecco la beffa - nel 2013 l'intero capitolo di
spesa (comprese le pensioni di reversibilità)
riprenderà a crescere. Anche il fondo per i viaggi
degli ex deputati aumenterà, passando da 800 a
900mila euro l'anno: nessuno ha avuto il coraggio di
cancellarli con un tratto di penna. Altro costo
difficile da abbassare è quello che riguarda gli
stipendi (altissimi) del personale: aumentato di 12
milioni dal 2007, a fine 2011 toccherà i 235 milioni
di euro nel 2011, per schizzare a 246 milioni nel
2013. Anche la voce "pensioni" di ex commessi e
funzionari è data in crescita di 12 milioni. Alla
faccia dei risparmi promessi. Andiamo con ordine, e
passiamo alle spese di manutenzione: 14 palazzi sono
tanti, troppi, così per aggiustare gli onorevoli
ascensori i contribuenti italiani pagheranno nel
2011 circa 930mila euro di bulloni e pulsantiere,
mentre 990 mila euro serviranno a riparare i vecchi
arredi (ma sono previsti nuovi mobili per oltre un
milione di euro) e ben 7,7 milioni serviranno per la
pulizia e l'igiene. Dal primo gennaio 2012 i costi
per aspirapolveri, scope e detergenti sarebbero
dovuti aumentare di altri 120 mila euro l'anno,
invece i deputati hanno deciso che gli ottoni di
Montecitorio sono già abbastanza splendenti e hanno,
bontà loro, congelato l'aumento previsto. I nostri
onorevoli non sono riusciti nemmeno a tagliare la
voce vestiario: si tratta di 490mila euro l'anno
destinati alle divise di autisti e commessi (chissà
qual è il sarto che s'è accaparrato l'appalto).
Soldi a cui bisogna aggiungere i 70 mila euro annui
per la lavanderia e 100 mila per i guardarobieri che
custodiscono cappotti e pellicce delle signore del
Parlamento. Se il decoro dell'istituzione è sacro,
anche il benefit del cellulare resta intoccabile: il
fondo da 2,3 milioni del 2011 è stato confermato
anche per il 2012 e il 2013. Carta, matite, gomme e
penne ci costano invece un milione l'anno, assai
meno della stampa di tutti gli atti parlamentari:
7,1 milioni di euro previsti a fine 2011. A questo
fiume di denaro ("Abbiamo già tagliato le
pubblicazioni, se tutti i parlamentari ci
chiedessero gli atti di giornata non avremmo copie
sufficienti", dice un dipendente) vanno sommati i
2,2 milioni spesi quest'anno per l'accesso gratuito
al sito Internet, più altri denari per la
realizzazione del "portale storico" della Camera, in
occasione del 150 anniversario dell'Unità d'Italia.
Nel bilancio è annunciato anche il fondamentale
"sviluppo del palinsesto del canale satellitare", in
modo da assicurare ai telespettatori che finissero
per sbaglio sulla tv della Camera in prima serata o
nei week-end "la continuità" delle trasmissioni. I
deputati hanno però annunciato che tenteranno di
risparmiare su biglietti aerei, pedaggi autostradali
e treni: un milione in meno (sui 13 previsti) a
partire dal 2012. Un taglio inferiore al 10 per
cento, che riporta la voce di spesa ai livelli - già
altissimi - di quattro anni fa.
Fazio: 'Giù le mani dai miei soldi'
Il ministro ha un reddito di 634 mila euro l'anno,
ma evidentemente non gli bastano: e ha scritto alla
ragioneria di Stato per ottenere uno sconto di
cinquemila euro sulle tasse. Da qualche mese
Ferruccio Fazio, aprendo la sua busta paga, non fa
salti di gioia. Appena diventato ministro della
Salute, il governo aveva deciso di tagliare del 10
per cento le buste paga di tutti i ministri e
sottosegretari non eletti in Parlamento. Non solo:
gli uffici competenti gli avevano tolto anche altri
soldi, in base a un altro articolo del decreto 78
del maggio 2010. Articolo che prevede per i
dipendenti statali con reddito superiore ai 90 mila
euro lordi l'anno un'ulteriore riduzione del 5 per
cento e del 10 per la parte eccedente i 150mila
euro. A conti fatti, il ministro Fazio ci avrebbe
rimesso altri 5-6 mila euro lordi l'anno. Non tanti
per chi nel 2008 ha dichiarato al fisco entrate
ragguardevoli per 634 mila euro. Ma il ministro non
ha gradito lo stesso, e tre mesi fa ha chiesto,
attraverso i suoi collaboratori, delucidazioni alla
Ragioneria dello Stato. Spiegando che il taglio era
sbagliato, perché un ministro non può essere
considerato un dipendente pubblico. La Ragioneria
gli ha risposto dopo un mese, dandogli ragione.
Fazio, però, non ha avuto tempo di festeggiare: la
nuova manovra prevede un contributo di solidarietà
praticamente identico a quello che il ministro
avrebbe voluto tanto risparmiare.
Come vivere da nababbi alle spalle degli italiani: i
fuori ruolo con doppio stipendio
Sfogliamo ogni giorno i quotidiani; almeno due, e
dovrebbe essere così per chiunque, perché non c’e’
altro modo per farsi un’idea di ciò che accade. Noi
lo facciamo per mestiere, gli altri devono
sceglierlo. Il pluralismo si realizza solo per conto
proprio. E’ anche grazie a questa consuetudine –
sfogliare più giornali – che ci siamo fatti un’idea
di come vanno le cose in materia di sprechi. I costi
della politica non sono solo quelli che paghiamo con
indennità, vitalizi, bonus, privilegi ai
“politicanti”, ma sono soprattutto quelli che si
affrontano per prebende, stipendi, strutture ed enti
che hanno una sola missione: distribuire quattrini
dei contribuenti a pochi privilegiati. Sul
quotidiano La Repubblica di giovedì 25 agosto nelle
pagine siciliane viene dato ampio spazio ad un ente,
l’Arsea che costa molti soldi alla Regione dal 2006
(anno in cui il governo Cuffaro l’ha messo in
piedi). L’Arsea non svolge alcuna attività, eppure
paga uno stipendio al suo direttore, Ugo Maltese
(contratto da dirigente generale, 170 mila euro
lordi l’anno), il quale – interpellato – afferma di
non avere ancora ritirato alcun stipendio e di non
sapere perché non l’abbia fatto, visto che – come
egli stesso spiega – quei soldi gli spettano per
contratto. Maltese non lo sa, ma quell’indugio gli
fa onore, dal momento che non gli è stato consentito
di fare alcunché per meritarselo. L’episodio viene
presentato da Repubblica come un esempio degli
sprechi della Regione siciliana. A dare la dritta al
giornale e’ stato Salvino Caputo, deputato regionale
Pdl, presidente della commissione attività
produttive dell’Assemblea. L’Arsea e’ stata
istituita allo scopo di svolgere i compiti
dell’analoga struttura nazionale Agea: il pagamento
di risorse, soprattutto europee, destinate alla
zootecnia, agrumeti, vigneti ecc... Non chiedeteci
per quale ragione sia necessario fare nascere un
ente a questo scopo perché non sappiamo come
rispondervi. E’ così e basta. Fin qui la Repubblica.
Diamo uno sguardo, come promesso, alla “vetrina” del
Corriere della Sera, che affronta, di fatto, la
stessa, questione – gli sprechi nella spesa pubblica
con una inchiesta firmata da Milena Gabanelli -
proprio lei, l’eroina di Report – e Bernardo Iovene.
L’oggetto specifico dell’inchiesta è lo scandalo del
doppio stipendio dei grand commis pubblici. Non un
caso Maltese, ma mille casi Maltese, ben più
scandalosi. C’e’ infatti un esercito di personaggi
importanti in Italia, che vivono da nababbi grazie
al fatto che possono svolgere un incarico di
prestigio al vertice di agenzie, enti, strutture di
dubbio interesse (talvolta) con emolumenti faraonici
e conservare posto, carriera e stipendio
dell’amministrazione pubblica dalla quale dipendono
e per la quale sono contrattualizzati. Ciò che viene
rimproverato ad una fetta consistente di
parlamentari, oggetto di “scandalo”. Questi signori
vengono nominati a tempo determinato per svolgere
compiti di vigilanza, controllo, indagine,
giurisdizione o altro, e ricevono una montagna di
soldi. Non perdono, com’e’ giusto, il posto che
temporaneamente sono costretti abbandonare, ma
guadagnano altro, tanto altro: riescono a fare
carriera pur essendo assenti, mantenendo lo
stipendio congruo di un’attività lavorativa che non
svolgono. E’ una peculiarità tutta italiana, che va
ascritta ai costi “indiretti” della politica. Serve
a fare vivere felici i personaggi che devono
assumere decisioni importanti, talvolta, su
questioni in cui sono coinvolti, direttamente o
meno, i loro “padrini” politici. Intuite dunque
abbastanza facilmente la ragione per la quale devono
essere, come dire, “coccolati”. La montagna di
quattrini ha una finalità “esistenziale”: ricorda
come meglio non si potrebbe a chi la riceve che
perderla sarebbe un errore imperdonabile,
significherebbe tornare nel novero delle persone
comuni, che vivono di un solo stipendio, l’altra
faccia del mondo. Milena Gabanelli e Bernardo Iovene
hanno scovato una serie di casi eclatanti e li hanno
messi in fila. Di questo argomento avrebbero voluto
parlare nel corso di una puntata di Report con il
Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il
Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti– quelli che
oggi fanno volare gli stracci per mettere in
sicurezza l’Italia dai blitz della speculazione e
pareggiare i conti dello Stato – ma hanno ricevuto
un tacito rifiuto del quale ancora oggi non riescono
a darsi pace. I due giornalisti se la prendono con i
pezzi grossi nella loro inchiesta, rivelando che i
fuori ruolo – i privilegiati con doppio stipendio –
in Italia sono tanti e fra loro ci sono ben 300
magistrati. Antonio Catricalà, presidente dell’Agcom
, l’agenzia della comunicazione che sta a cuore al
Presidente del Consiglio, può contare su un
appannaggio di 528 mila euro l’anno senza rinunciare
alla carriera di magistrato della Corte dei Conti ed
allo stipendio di nove mila euro netti mensili. Fra
coloro che fanno carriera senza svolgere alcuna
attività, Salvatore Sechi, distaccato alla
Presidenza del Consiglio con una indennità di
234.413,18 euro, e Franco Frattini, nominato
presidente di sezione del Consiglio di Sato il 7
ottobre 2009 (in aspettativa per mandato
parlamentare). Donato Marra, consigliere di Stato,
percepisce 189 mila euro per questa funzione, che
non esercita, ma anche 352 mila euro e rotti perché
svolge compiti delicati alla Presidenza della
Repubblica. Il dottor Paolo Maria Napolitano, oltre
allo stipendio di consigliere di Stato fuori ruolo,
intasca 440.410 euro come giudice della Corte
costituzionale. Lamberto Cardia, magistrato della
Corte dei Cinti fuori ruolo, da 13 anni alla Consob,
“ha percepito il trattamento economico di
magistrato, avendo un emolumento di 430 mila euro
corrisposto dalla Consob”. Si potrebbe continuare
all’infinito, ma credo che basti, altrimenti si
corre il rischio che vada di traverso quel che
abbiamo mangiato. Qual e’ la morale? Ugo Maltese con
i suoi 170 mila euro lordi ancora non ritirati, per
ragioni che l’interessato non sa spiegare, non ci
concilia con la vita, tutt’altro, ma a fronte di ciò
che accade altrove, non merita nemmeno la parte di
comprimario. E’ bene allargare lo sguardo e
contestualizzare le colpe siciliane, altrimenti si
finisce con il credere che l’Isola sia la sentina di
tutti i mali, come cercano di farci credere da tempo
immemorabile per potere continuare a trattarci a
pesci in faccia. Cancelliamo l’Arsea dunque o non
paghiamo più stipendi “inutili”. L’uno o l’altro,
non dovrebbe essere difficile. Quanto a Salvino
Caputo, indignato perché in Sicilia “si parla di
ridurre i costi della politica e si mantengono in
piedi aziende pubbliche assolutamente inutili”, il
nostro incoraggiamento a proseguire, dando una mano
a coloro che, nel governo e fuori, in Sicilia
vogliono fare proprio quello che lui si prefigge e
incontrano seri ostacoli anche nel Parlamento
regionale. Caputo ha una prateria davanti a sé, come
l’inchiesta pubblicata dal Corriere della Sera, e
firmata dalla Gabanelli, testimonia. Faccia sapere
al Ministro Tremonti e, per conoscenza al Premier,
come la pensa, li metta a conoscenza della sua
indignazione, chiedendo che questa ignominia del
doppio stipendio (e degli stipendi inutili) finisca.
Getti il cuore oltre l’ostacolo. Le battaglie di
semplice testimonianza sono egualmente meritevoli di
apprezzamento.
Soldi pure per la festa della Befana ecco tutti i
benefit dei regionali
L'amministrazione siciliana
stanzia 90 mila euro per i regali dei figli dei
dipendenti da comprare in occasione della festa del
6 gennaio. Contributi anche per matrimoni, scuola e
vacanze. Budget complessivo: 582 mila euro. La festa
della Befana è un po' passata di moda, ma la Regione
vuole che i figli dei suoi dipendenti la festeggino
come si deve. Per questo mette a disposizione 90
mila euro per donare regali a bambini, ma solo se
figli di un regionale, of course. La Regione inoltre
vuole sostenere i suoi lavoratori in tutte le fase
della loro vita familiare, quando un regionale si
sposa, dando un sussidio di 150 euro, quando diventa
genitore, o un altro assegno da 150 euro, e quando i
figli vanno in vacanza, erogando 600 euro per
l'iscrizione del bimbo alle colonie estive E,
ancora, l'amministrazione vuole sostenere i figli
nello studio, sia alle elementari che alle medie e
all'Università con borse che variano da 150 a 1.000
euro e che andranno ai più meritevoli. La vita
familiare però è fatta anche di lutti e momenti
difficili. E chiaramente la Regione anche in questo
caso aiuta le famiglie dei suoi dipendenti: con un
contributo di 1.000 euro per dare l'ultimo saluto al
dipendente o pensionato che scompare, oppure per la
morte di un coniuge o familiare a carico. Queste
sono solo alcune delle spese che la Regione
affronterà per la vita non lavorativa dei suoi
dipendenti. Ieri è stato pubblicato in Gazzetta il
bando del "programma assistenziale in favore del
personale dell'amministrazione regionale". A
disposizione un budget di 582 mila euro. Nel
dettaglio, 10.000 euro sono destinati a sussidi per
gli orfani di dipendenti regionali: 300 euro per gli
orfani che frequentano l'asilo, 350 per quelli
iscritti alle elementari,
400
se alle medie, da 600 a 700 se iscritti
all'Università. Oltre 150 mila euro sono invece
destinati a borse di studio, mentre 25 mila euro
andranno ad assegni per i dipendenti che si sposano
o diventano genitori. Un budget di 200 mila euro
invece servirà alle spese "per lutti": la Regione
erogherà mille euro alla famiglia di un dipendente o
pensionato deceduto nel 2011. Lo stesso contributo
sarà garantito alla famiglia di un dipendente in
caso di scomparsa di un familiare a carico.Altri 179
mila euro saranno invece divisi tra le associazioni
di dipendenti regionali, con almeno 500 iscritti,
per l'organizzazione di distribuzione di doni per la
festività della Befana, per la gestione di impianti
sportivi e lidi balneari (assegno massimo di 5 mila
euro per ogni associazione) e per garantire un
contributo di 600 euro a ogni figlio di regionale
iscritto in una colonia estiva "in località marine o
montane". Colonie che devono essere organizzate
dalle associazioni dei regionali. Scorrendo l'elenco
dei contributi c'è poi una curiosità. La Regione
sosterrà anche le cooperative e le associazioni
composte da regionali che hanno uno spirito
imprenditoriale e vogliono mettere in piedi "spacci
di vendita di prodotti di consumo". L'aiuto è volto
a sostenere, si legge nel bando, "l'ammodernamento
dei locali, degli impianti e delle attrezzature
degli spacci, che siano direttamente funzionali per
la più razionale conservazione, immagazzinamento e
vendita della merce". La cifra del contributo?
Cinque (5) euro. Con questa cifra l'ammodernamento
consisterà al massimo nell'acquisto di una nuova
lampadina. Forse.
Il personale denuncia gli sprechi dell’Eas
Acquedotti. “Auto blu e soggiorni di lusso per il
commissario, compensi faraonici per esperti e
dirigenti”: il personale denuncia gli sprechi dell’Eas.
Auto blu e soggiorni di lusso per il commissario
liquidatore, dirigenti e consulenti esterni
superpagati, indennità da 15mila euro a testa oltre
lo stipendio. Questo e tanto altro dietro i
fallimenti gestionali dell’Ente acquedotti
siciliani, secondo i dipendenti almeno, autori di
una lettera di denuncia rivolta al governatore,
Raffaele Lombardo, all’assessore per l’Economia,
Gaetano Armao, alla Corte dei conti e alla
commissione di inchiesta dell’Ars. Questa la lista
della spesa finita sotto la lente di ingrandimento
del personale: “Un commissario liquidatore con a
disposizione un autista e un’auto blu che lo
accompagnava ovunque per tutta la Sicilia e oltre,
viaggi in aereo, hotel a 5 stelle, ristoranti di
lusso, tutto a carico dell’ente”. Ancora, “5 addetti
alla segreteria commissariale equiparati agli uffici
di gabinetto della Regione (4 funzionari e un
istruttore) con indennità, oltre allo stipendio, di
15mila euro a testa; 3 consulenti esterni super
pagati (12mila euro), che dovrebbero servire a
valutare l’operato dei dirigenti (quasi uno a
testa); un dirigente generale con stipendio
equiparato a quello della Regione (tra i 180 e i
200mila euro annui), a carico dell’ente; 8 addetti
alla segreteria del dirigente generale con tanto di
autista, auto blu e assistente personale, tutti
equiparati con indennità di posizioni organizzative
come negli uffici della Regione siciliana; 5
dirigenti di unità operative, con contratti da
25mila euro cadauno, oltre allo stipendio”.Un elenco
eloquente che, tuttavia, prevede dei dati accessori
di analogo tenore: “Telefonini aziendali a go-go,
personale in missione e in trasferta anche tutto
l’anno, indennità che oramai non spettano più eppure
‘casualmente’ ancora all’Eas esistono, vetture e
mezzi che si continuano a noleggiare alle
fantomatiche agenzie di turno, uffici del
commissario e del dirigente generale arredati con
parquet, mobili alla moda, tende e divani di lusso
giustificati con ‘spese necessarie e indifferibili’,
etc… etc…). “Forse – si domandano infine i
lavoratori dell’Eas – questi non rientrano nella
riduzione dei costi della politica? Forse i
sopraelencati sprechi sono pochi?”. Per la cronaca,
il passivo fallimentare gestito dal commissario
liquidatore Marcello Massinelli e le entrate da
attività da realizzare ammontano a 700 milioni di
euro. Tali da far pretendere a Massinelli, davanti
al giudice del lavoro di Palermo, un compenso di 7,7
milioni circa di euro.
Regione, l'ufficio di Bruxelles costa un milione di
euro all'anno
Denuncia del sindacato autonomo Cobas Codir che
parla anche di un caso di parentopoli. Lombardo
replica: "Nessuno spreco" e considera "vergognoso"
il riferimento al contratto concesso alla figlia di
un dirigente. È bufera sull'ufficio della Regione a
Bruxelles. Non funziona come dovrebbe e di soli
stipendi e indennità per personale interno e
consulenti costa alla Regione siciliana oltre un
milione di euro all'anno, più le spese di gestione
(luce, telefono). È quanto denuncia il sindacato
autonomo Cobas Codir che parla anche di favoritismi
per le assunzioni dei consulenti, che per legge
avvengono per chiamata diretta. L'ultimo caso è
quello di Giordana Campo, figlia di Gesualdo Campo,
direttore generale del dipartimento Beni culturali
della Regione, arruolata all'inizio dell'anno con
lettera firmata dal governatore Raffaele Lombardo.
Governatore che replica così: "Nessuno spreco. Non
ci sono stati aumenti nelle spese per la sede della
Regione siciliana a Bruxelles. Chi afferma il
contrario lo fa in malafede o é colpevolmente
disinformato. Con quello che avremmo speso per
cinque anni di locazione, abbiamo comprato la sede,
ora di proprietà della Regione. Non ci sono state
assunzioni senza concorso, anzi il numero di chi
lavora in quella sede, personale sia interno che
esterno, é diminuito". Lombardo aggiunge: "Giudico
vergognoso l'attacco alla dottoressa Giordana Campo.
È falso che sia stata assunta senza concorso. È
semplicemente uno dei pochissimi apporti esterni di
cui ci avvaliamo con contratto a tempo determinato e
procedura di selezione, così come previsto dalla
legge, per la sede di Bruxelles". Infine il
governatore chiosa: "Ritengo abbastanza grave che
questa polemica sia stata innescata da un sindacato
che aveva uno dei suoi massimi rappresentanti
inquadrato proprio nell'ufficio di Bruxelles. La
giunta regionale ha recentemente stabilito che
l'indennità per l'estero sia pagata solo per i
giorni di effettiva presenza a Bruxelles, escludendo
perciò i privilegi di chi restava in Sicilia per
distacco sindacale".
La riflessione: il paradosso? “L’indennità di
respiro"
Dopo la scoperta e l’eliminazione dell’indennità di
funerale per gli ex-deputati regionali, al bando
anche quella prevista per i corsi di aggiornamento.
Se l’indennità di funerale poteva apparire una
follia dell’Ars, figuriamoci la scoperta del benefit
di 7 mila euro l’anno per l’aggiornamento dell’ex
onorevole. Eppure anche questa indennità esisteva,
ed è costata alla Regione fior di migliaia di euro,
fino a ieri, quando il Collegio dei questori, su
proposta del presidente, il messinese Giovanni
Ardizzone, l’ha cancellata. “Negli ultimi anni ho
scoperto una serie di privilegi che mi hanno
lasciato sorpreso, compreso questo dei 7 mila euro
annui per l’aggiornamento destinati a chi non è più
deputato, ma ne ha il diritto per tutta la vita”.
Paradossalmente e cinicamente potremmo dire che, in
fondo in fondo, l’indennità di funerale all’ex
deputato viene pagata una volta sola……i 7 mila euro
invece sono un vero e proprio vitalizio per una
motivazione che definire bizzarra è un eufemismo:
l’aggiornamento culturale del deputato in pensione
(si fa per dire, perché gli onorevoli non vanno mai
in pensione, cambiano sede della poltrona, dal
Comune, alla Provincia, a Palermo, Roma, Europa,
Universo mondo, Marte etc. etc.). A prescindere dal
fatto che ognuno può provvedere da sé alle proprie
esigenze culturali, anzi, dovrebbe essere un dovere
per chi fa politica aggiornarsi, non si capisce
perché mai un “ex” debba ricevere queste somme ogni
anno per sempre. A che titolo? Perché un ex deputato
deve aggiornarsi a spese della Regione e un ex
operaio no? E se ha deciso di non voler mai più fare
politica? O di far politica senza essere pagato?
Escludendo queste due ipotesi troppo fantasiose, c’è
anche una terza possibilità: e se volesse restare
ignorante come una capra perché obbligarlo a tutti i
costi a comprarsi un’enciclopedia? Purtroppo nessun
ex onorevole è obbligato a dimostrare come spende i
7 mila euro, potrebbe pure decidere di “aggiornarsi”
con una vacanza alle Maldive e nessuno potrà mai
dirgli niente, perché ognuno si “accultura” come
vuole. Le Maldive offrono spunti di crescita
intellettuale e culturale inaspettati. Infine,
esiste qualcuno che verifica i risultati di questi
aggiornamenti annuali, magari attraverso un test di
cultura generale, un quiz, un esamino? E in caso di
bocciatura iscriverli al Cepu (pagato dalla Regione,
ovvio)? Ha ragione Ardizzone quando, nel tagliare
questo privilegio spiega “Abbiamo iniziato a
eliminare quei benefit che giustamente colpiscono
l’immaginario collettivo. La gente è arrabbiata e
dico io giustamente, perché contesta l’inutilità
della politica. Quando ho scoperto quest’indennità
d’aggiornamento culturale mi sono chiesto io per
primo che bisogno c’è di dare questi benefit che
davvero danno il senso dell’inutilità della
politica. Non è questa l’immagine che dobbiamo dare,
una politica che nutre se stessa senza pensare alla
collettività”. Già che c’era il Collegio dei
questori ha tolto anche i buoni pasto che alla
Regione costavano la bellezza di un milione di euro
l’anno. Anche in questo caso, quei 9 euro al giorno
per il buono pasto sono un simbolo di quel che fa
rabbia alla gente che si chiede: ma perché un
deputato che incassa quasi ventimila euro al mese
non deve pagarsi un pasto che comunque alla tavola
dell’Ars non equivarrà mai come ricchezza delle
portate alla mensa della Caritas? Potrà pure
spendere 9 euro di tasca sua per un pranzo di pasta
con le sarde, involtini alla messinese e cassata. Ma
c’è di più. I 9 euro omaggio sono ogni giorno e per
sempre, pertanto molti furbi utilizzavano i buoni
pasto destinati agli “ex”. Non mi stupirebbe se
qualcuno avesse persino avanzato l’idea di
tramandare in eredità questi benefit…. I questori
hanno cancellato anche questo privilegio, e non
credo proprio che, non appena in aula arriverà il
provvedimento ci sarà qualcuno che avrà il coraggio
di votare no…… “Mi riferisco a questo quando parlo
di inutilità della politica che fa arrabbiare la
gente. Noi non siamo lì per mangiare a scrocco e
queste immagini che diamo ci danneggiano, servono
gesti chiari, dimostrazioni concrete di
cambiamento”. La Sicilia ha dato l’esempio, perché
il Senato, dove serviti da camerieri in livrea i
rappresentanti del popolo pagano la spigola a due
euro e cinquanta, ancora non ha toccato il menù alla
voce “prezzi”. E l’indennità di funerale per gli
onorevoli siciliani è concessa anche nel Veneto
leghista. In verità non sappiamo ancora come reagirà
l’intera aula di fronte ai tagli che il Collegio dei
questori ha preparato come “primo piatto” di altre
analoghe portate ben più piccanti. E’ anche
probabile che si faccia rientrare dalla finestra
quel che è stato fatto uscire dalla porta, ma il
clima è ormai da forca, si dovrebbe avere una dose
di coraggio pari all’assenza di vergogna. “Noi
continueremo ad eliminare gli sprechi”, annuncia
Ardizzone. E’ vero che non sono questi i costi più
alti della casta, perché senza dubbio le consulenze,
gli esperti, gli appalti, le mazzette, fanno
lievitare di gran lunga le cifre. Ma questi sono
quei privilegi che fanno indignare i cittadini, sono
le piccole vergogne che è inutile coprire. Sono i
simboli di una politica che non vogliamo più. Non ho
alcun dubbio che nelle prossime settimane verranno
fuori dai cassetti altri improbabili benefit, altre
indennità improponibili e quel che fa più arrabbiare
è che lo scopriamo solo adesso, come un vaso di
Pandora. Se non ci fosse stato qualcuno ad aprirlo
per primo forse chissà per quanto altro tempo non
l’avremmo mai scoperto e sarebbero arrivati persino
ad inventarsi “l’indennità di respiro”, perché un
“onorevole respiro” vale molto più del respiro di un
carpentiere, così come la cultura di un ex deputato
vale molto più della cultura di un precario ancora
in attività. Eliminare questi simboli è un gesto che
fa riassaporare il piacere di poter ancora credere
nella politica vera. Quella politica che, dopo i
simboli, dovrà avere il coraggio e la dignità di
cancellare il resto.
Scorte ai Vip, è ora di piantarla
L'estate 2011 ha dimostrato che per molti politici
italiani i 'bodyguards' sono solo un pacchiano
status symbol. Vanno tagliati radicalmente e
riservati a chi, veramente, ha qualche motivo per
sentirsi in pericolo. Da molte parti si levano
richieste per interventi legislativi che riducano il
costo della politica. Ma il taglio dei costi della
politica non si fa solo con nuove leggi e con
provvedimenti amministrativi. Esso si fa molto
meglio con banale buon senso. Non ci vuole una legge
per far pagare il barbiere e il ristorante ai
parlamentari. Basta una semplice decisione di buon
senso. E un po' di buon gusto. Un caso emblematico è
quello delle scorte di polizia. Lo abbiamo visto
questa estate sui principali giornali. Il premier
britannico David Cameron è stato in vacanza in
Toscana. Una foto lo ritrae in polo bianca in un
bar, mentre va a prendersi un caffè al banco per
portarlo al suo tavolo, visto che la cameriera non
aveva tempo per servirlo. Immagino che la presenza
di Cameron in Italia sia avvenuta sotto sorveglianza
da parte della polizia, come si conviene a un capo
di governo. Ma questa presenza doveva essere
sufficientemente discreta se la cameriera non si è
neppur accorta della "particolarità" di questo
ospite. Forse, per essere certo di essere
riconosciuto, il nostro ministro della difesa La
Russa in vacanza a Formentera avrebbe chiesto,
secondo notizie di stampa, un supplemento di
bodyguard, unendo alla sua scorta anche uomini della
Guardia Civil spagnola! Certo è che la cameriera del
bar Giolitti a Roma non si sarebbe potuta sbagliare
sulla natura dei suoi avventori. Una foto,
pubblicata sul "Corriere della sera" del 12 agosto,
ritrae una colazione al bar Giolitti a pochi metri
dalla sede del Parlamento, dove sono seduti attorno
a un tavolino Bossi, Reguzzoni, Rosi Mauro e Roberto
Cota, letteralmente circondati da quattro guardie
del corpo che fanno barriera (chissà quale grave
pericolo stavano correndo!). Che dire poi
dell'incursione estiva della presidente della
regione Lazio, Renata Polverini, al ristorante
dell'Ultima Spiaggia, zona Capalbio? La sua scorta
pretendeva di entrare con l'auto dentro la
stabilimento balneare per sorvegliare da vicino la
presidente mentre pranzava con amici. Pretesa
virilmente rintuzzata dal posteggiatore dello
stabilimento. E tanti altri episodi che hanno
riguardato parlamentari e altri personaggi. Che
senso ha dare la scorta ai presidenti delle regioni,
a semplici parlamentari, a ex ministri, agli stessi
ministri se non sono sotto una minaccia specifica?
Come fare per recuperare uno standard di
comportamento un po' più vicino a quello britannico?
Non servono leggi e disposizioni draconiane per
assegnare con giudizio la scorta ai politici. Basta
il buon senso e l'intelligence della polizia. E
basta un po' di buon gusto per non esibire la
potenza e la protervia della propria difesa
personale, anche quando si va in vacanza o da amici.
Ma il buon senso e il buon gusto in politica
presuppongono buoni politici. Quindi, accanto agli
sforzi per abbassare il costo della politica, serve
uno sforzo anche maggiore per alzare la qualità
della politica. E per alzare la qualità dei politici
serve soprattutto il nostro impegno come elettori e
una nuova legge elettorale. Finché saranno le
segreterie dei partiti a scegliere per noi quelli
che dobbiamo mandare in Parlamento, non avremo mai
politici di buona qualità, ma solo portaborse,
amici, amanti, parenti e avvocati per difendere i
politici e consentire loro di continuare a fare
quello che fanno. Cambiare la legge elettorale è la
vera riforma strutturale di cui abbisogna il nostro
Paese. I partiti non lo faranno mai se non saranno
costretti. Spetta a noi cittadini far sentire con
forza la nostra voce. Dobbiamo dar vita a un vero
movimento per la riforma elettorale. Più qualità
nella politica significa anche minori costi. Questa
è la strada che dobbiamo percorrere.
La farsa dei risparmi a Palazzo dei Normanni.
Salvi i rimborsi e i contributi, segreti gli atti. I
sacrifici devono farli i contribuenti. Sarebbe ora
che i nostri eroi, comodamente seduti negli scanni
del parlamento regionale, ci dicessero che cosa
vorranno fare da grandi. Girano a vuoto attorno alle
questioni cruciali che è un piacere, persuasi di
potere fare e sfare ciò che vogliono, confidando
nella credulità dei siciliani. Ogni giorno escono
l'asso dalla manica. Vede, dicono, come siamo bravi,
stiamo rinunciando a tanti privilegi, stiamo agendo
in vostro nome per il meglio. La demagogia trasuda
da tutti i pori nelle nostre parole, è vero, ma non
possiamo farci niente. Come si fa a prendere sul
serio le storielle sul contenimento dei costi della
politica quando per l’ennesima volta ci viene
propinato l’annuncio dei sacrifici cui si dispongono
i deputati in carica. Il più pesante dei
provvedimenti colpisce i vitalizi di coloro che
saranno eletti alle prossime consultazioni, con
l’aumento del numero di anni. Per il resto, la
cancellazione del contributo per le esequie funebri,
del buono pasto e del contributo per
l’aggiornamento. Non c’è altro. Non cambiano criteri
di “dazione”, restano in vita le esternalizzazioni
del servizi (anzi se ne dispongono altri). I
rimborsi forfettari sono salvi, i provvedimenti del
Consiglio di presidenza e del collegio dei questori
non sono obbligatoriamente pubblici, i contributi
(per l’attività politica e culturale) ai gruppi
parlamentari restano in piedi. La qualcosa significa
che si potrà continuare a decidere ciò che si vuole,
tanto nessuno ne saprà mai niente; che i soldi ai
portaborse transiteranno attraverso il portafogli
dei deputati, che le spese per trasporti, telefoni e
quant’altro, rimarranno di fatto una voce degli
emolumenti. E così via. Ci si rifiuta di affrontare
la questione principale, la trasparenza. Nei palazzi
delle istituzioni che godono di autodichia, non
sottoposti ad alcun controllo amministrativo o
contabile, l’obbligo di pubblicità degli atti è
essenziale, costituisce un reale incentivo al
contenimento dei costi, oltre che una misura onesta
e doverosa verso i cittadini. I deputati regionali,
così come le persone comuni, non sono tutti uguali,
hanno sensibilità e comportamenti diversi. Possibile
che non ci sia chi assuma, davvero, la bandiera
della trasparenza e non senta il bisogno di regalare
credibilità e fiducia al parlamento regionale, che è
la massima istanza democratica dell’autonomia
siciliana? I deputati perderebbero qualcosa, ma
l’Assemblea, e indirettamente ogni suo componente,
guadagnerebbero rispetto, credibilità, fiducia. Che
sono poi le cose che contano.
La grande fuga dalla Regione è boom di baby
pensionati
La paura dei tagli scatena la corsa alla legge 104:
in otto mesi 159 dipendenti hanno lasciato il posto.
Nel 2010 erano stati 189. La Sicilia è l'unica
regione dove si può ottenere il vitalizio anche a 45
anni: basta dimostrare di dovere accudire un parente
anziano o disabile. Mentre il governo nazionale
aumenta l'età pensionabile delle donne nel comparto
pubblico a 65 anni, in Sicilia tra le dipendenti
della Regione c'è chi continua bellamente ad andarci
ad appena 45 anni. Sì, perché nell'Isola del tesoro,
e solo qui, i regionali possono andare in pensione
grazie alla legge 104 per assistere un coniuge
infermo, e tra gli ultimi dipendenti
dell'amministrazione andati in quiescenza grazie a
questa norma c'è anche una donna che ha appunto 45
anni. "D'altronde l'età media di chi usufruisce di
questa norma varia tra i 45 e i 50 anni", dice il
direttore del fondo pensioni di Palazzo d'Orleans,
Ignazio Tozzo, che annuncia però che almeno il
prelievo di solidarietà varato da Roma per gli
statali scatterà anche per i regionali: in 200 si
vedranno ridotta la pensione perché ricevono dalla
Regione un assegno annuo superiore ai 90 mila euro
lordi. Rimane in piedi comunque il privilegio tutto
siciliano della legge 104, che il governo Lombardo
più volte ha annunciato di voler eliminare. Lo ha
fatto nel 2010 prima della Finanziaria e lo ha fatto
lo scorso giugno l'assessore alla Funzione pubblica,
Caterina Chinnici, che in giunta ha portato un ddl
ad hoc per eliminare definitivamente le pensioni da
legge 104. Il risultato dell'effetto annuncio è
stato che dal 2010 ai primi sette mesi di quest'anno
è scattata una vera e propria corsa dei regionali a
chiedere di andare via dall'amministrazione per
assistere un coniuge malato: nei primi otto mesi del
2011 siamo già a quota 159 baby-pensionati, quasi
quanti quelli andati in prepensionamento nel 2010,
che sono stati ben 189, e molto di più di quelli che
hanno lasciato anzitempo l'amministrazione nel 2009,
118. Una corsa inarrestabile e che continua giorno
dopo giorno, concentrandosi nel periodo tra maggio e
luglio, alla vigilia delle vacanze estive: in questi
mesi nel 2009 sono andati in pensione in 45, nel
2010 in 53 e quest'anno 50. E tra questi non mancano
donne e uomini andati in quiescenza ad appena 45
anni, alla faccia di tutti gli altri lavoratori
d'Italia che non potranno andarci prima di 65 anni o
con almeno 40 anni di contributi. La norma
regionale, invece, consente agli uomini che hanno
almeno 25 anni di contributi, o alle donne se ne
hanno minimo 20, di poter lasciare il lavoro a
qualsiasi età per assistere un coniuge infermo:
genitori, figlio e parenti di primo grado. Negli
anni passati i numeri però erano contenuti. Ma negli
ultimi anni sono cresciuti esponenzialmente, tra
strette arrivate da Roma per gli statali e timori
che venissero applicate anche in Sicilia. Timori
infondati, visto che a oggi la legge 104 è ancora
lì, immacolata e pienamente in vigore. E a
usufruirne sono stati anche politici e alti
burocrati. Nomi che hanno fatto discutere, finendo
agli onori della cronaca nazionale: a partire dal
caso dell'assessore regionale Pier Carmelo Russo,
andato in pensione a 48 anni ed entrato subito dopo
nella giunta Lombardo, continuando con quello
dell'assessore del Comune di Palermo Eugenio Randi,
che nell'ottobre scorso è entrato nella giunta
Cammarata ma cinque mesi prima aveva chiesto di
andare in pensione con la 104. Tra gli alti
burocrati della Regione, ad usufruire del
prepensionamento nel giugno scorso è stato Cosimo
Aiello, ex direttore generale e capo di gabinetto
della Chinnici, che ha lasciato l'amministrazione a
50 anni. Lo scorso luglio ha lasciato invece
l'incarico di direttore dell'Arpa, Sergio Marino,
che ha 58 anni è andato i pensione, sempre con la
104. Se in Sicilia rimane intatto questo privilegio,
almeno su un fronte la Regione si allineerà allo
Stato: "Abbiamo deciso di recepire anche per i
pensionati regionali il contributo di solidarietà
per gli assegni superiori ai 90 mila euro - annuncia
Tozzo - abbiamo fatto i conti: saranno circa 200
quelli che si vedranno ridotta la pensione".
L’Assemblea regionale è il simbolo della casta?
Privilegi, sprechi e guai con la giustizia, ma non
basta. Le cricche stanno anche altrove. L’Assemblea
regionale siciliana è il simbolo della casta, come
scrive Repubblica, per i suoi 27 indagati e i
privilegi che distribuisce ai suoi componenti? No,
non lo è, specialmente per i lettori di Repubblica,
che non hanno modo di farsi un’opinione esaustiva
sulle sue presunte malefatte. Né gli indagati, né la
qualità delle inchieste che hanno provocato il
lavoro degli inquirenti, sembra consegnare al
Parlamento regionale una specialità negativa e, di
conseguenza, una sorta di rappresentanza di tutti i
vizi e i difetti della casta. E’ appena il caso di
ricordare ciò che avviene a Roma, dove un esercito
“militarizzato” di parlamentari, guidato da
onorevoli-avvocati, è stato arruolato per evitare
problemi giudiziari al Presidente del Consiglio ed
alle cricche che, di volta in volta, le Procure
dalla Repubblica di mezza Italia hanno individuato,
insieme alle loro malversazioni. Montecitorio è
diventato da qualche anno a questa parte una specie
di mercato delle vacche con parlamentari che
cambiano bandiera con la stessa facilità con cui si
entra ed esce da un albergo ad ore. Mai tanto
disdoro e tanta indignazione sono state raccolte a
piene mani nel corso della legislatura. Ma c’è di
più. Le Camere assolvono gli indagati, evitandone la
esposizione giudiziaria, o impedendo l’esibizione di
indizi e prove attraverso un voto che, di fatto,
cancella la separazione dei poteri offrendo al
legislativo gli strumenti per sostituire l’ordine
giudiziario. Ci sono parlamentari che sono finiti in
galera grazie al voto contrario dei loro colleghi
grazie ad una interpretazione estensiva del potere
di intervento della Camera di appartenenza
dell’indagato. Lo stato maggiore campano del Pdl
sarebbe stato “rimosso” se la maggioranza
militarizzata, agli ordini del premier, non avesse
obbedito alle ingiunzioni degli avvocati-onorevoli.
Quanto agli sprechi, i privilegi e l’assenza di
trasparenza, Camera e Senato non sono certo da meno
dell’Assemblea regionale siciliana. Il Parlamento
regionale non è il simbolo della casta e di tutti i
guasti che essa combina, ma uno dei luoghi in cui i
privilegi sopravvivono alla indignazione e agli
impegni o annunci di buona condotta. Dopo avere
blaterato di un taglio alle indennità ed altre
regalie, di notte tempo, il Senato ha aggiustato il
tiro rendendo molto lievi i “sacrifici” da
sopportare. Deputati e senatori si sono salvati con
una nonchalance incredibile mentre regalavano agli
italiani la malannata senza chiedersi quali costi
avrebbe pagato l’immagine del Parlamento e della
democrazia. Assemblea, simbolo della Casta e regione
simbolo di sprechi ed inefficienza. Anche qui,
qualche riflessione va fatta. Mettere insieme, come
fa Repubblica, il sotto vuoto spinto dell’Arsea, un
ente regionale che avrebbe dovuto occuparsi dei
contributi in agricoltura, con l’Amia di Palermo che
spendeva denari negli Emirati Arabi per proporre la
comunicazione dei “rifiuti” e con le centinaia di
municipalizzate che in tutta Italia regalano gettoni
di presenza, utilizzando a piene mani risorse
pubbliche, appare quanto meno un’esagerazione. Serve
solo a fare di tutta l’erba un fascio con la
conseguenza che non fa capire niente a nessuno. Gli
sprechi e i carrozzoni esistono ovunque. Non c’è
bisogno di gettare la croce sulla Sicilia per
sensibilizzare i siciliani alla necessità che i loro
rappresentanti cambino passo. La classe dirigente
siciliana, contrariamente a quel che sostengono il
senatur e la Ministra Gelmini, tanto per citare
qualche nome, non è né migliore né peggiore delle
altre. La qualcosa non deve farci stare affatto
sereni, tutt’altro, ma non deve sollecitare una
crocifissione, l’atteggiamento mentale che permette
a chi non ci vuole bene, e sono in tanti, a trovare
la sponda proprio dalle nostre parti per dare
addosso alla Sicilia e fare dei suoi abitanti i
paria dell’Italia. L’alleanza fra i potentati
nazionali e siciliani che ha messo con il sedere a
terra il Sud e la Sicilia, trova nella pubblicistica
una sua proiezione “distratta”. Una considerazione
finale. L’Assemblea non è simbolo della casta, ma è
il luogo privilegiato degli arcana imperii. Non
sarebbe più utile pretendere l’obbligo della
pubblicazione dei provvedimenti, piuttosto che
lanciare anatemi, che fanno meno male della
trasparenza?
Boom di spesa delle Regioni In Sicilia è +125% in 10
anni
In 10 anni la spesa delle Regioni è cresciuta del
75%; nelle realtà in quelle a Statuto speciale
l'aumento è stato addirittura dell'89%. A livello
nazionale, la crescita in termini assoluti è stata
di 89,6 miliardi di euro, oltre la metà (45,9
miliardi) riconducibile alla spesa sanitaria. Lo
sottolinea la Cgia di Mestre che ha preso in
considerazione il periodo 2000 e il 2009, rilevando
appunto che la spesa delle Regioni italiane è
aumentata del 75,1%. In termini assoluti, invece, le
uscite complessive delle Regioni sono passate da
119,3 a 209 miliardi di euro. Se confrontiamo le
Regioni a Statuto Ordinario con quelle a Statuto
Speciale, si evince che la spesa delle prime è
salita del 70,6%, quella delle seconde dell'89%. A
livello regionale, il maggior aumento di spesa si è
registrato in Umbria (+143,7%), in Emilia Romagna
(+140,3%) e in Sicilia (+125,7%). Appena fuori dal
podio troviamo la Basilicata (+115,2%), il Piemonte
(+91,8%) e la Toscana (+84,6%). La Provincia
Autonoma di Trento (+43,2%), il Veneto (+40,9%) e la
Campania (+40,3%) sono state, invece, le tre realtà
territoriali più parsimoniose. L'inflazione, tra il
2000 e il 2009 ha registrato un aumento più modesto:
solo il +22,1%. In termini di spesa pro capite,
invece, spetta alla Valle d'Aosta il primato delle
uscite riferite al 2009 (13.182 euro), sul secondo
gradino del podio troviamo la Provincia di Bolzano
(10.013 euro) e sul terzo quella di Trento (8.465
euro). "Intendiamoci - sottolinea Giuseppe
Bortolussi segretario Cgia - maggior spesa non
sempre è sinonimo di spreco o di una cattiva
gestione della finanza pubblica. Chi, soprattutto al
Centro-nord, ha investito in questi ultimi 10 anni
in maniera importante sulla sanità, sui trasporti e
sull'assistenza sociale, oggi può contare su
livelli di qualità e di quantità dei servizi offerti
ai propri cittadini che sono tra i migliori
d'Europa". "L'aumento delle spese regionali è
dovuto, inoltre, anche all'attribuzione in capo alle
Regioni di nuovi poteri su tematiche quali
l'industria, il commercio, le politiche del lavoro,
il turismo ecc. Detto questo - aggiunge Bortolussi
-, non possiamo nascondere che alcune Regioni, tipo
quelle a Statuto Speciale, presentano livelli di
spesa che solo in parte sono coperte dalle entrate
proprie. Ciò vuol dire che la specificità di alcuni
territori è stata in gran parte garantita dallo
sforzo fiscale fatto dai contribuenti delle realtà a
Statuto ordinario. Un meccanismo, quest'ultimo, che
andrebbe eliminato per ripristinare il principio di
equità ed uguaglianza tra tutti i territori
regionali". L'analisi si chiude con uno sguardo
sulla dinamica registrata negli ultimi 10 anni dalle
singole funzioni di spesa. La voce che ha subito l'
incremento più sostenuto è stata quella
dell'Assistenza sociale (+185,8%), seguono gli oneri
non attribuibili (+112,6%. Include oneri finanziari,
fondi di riserva, spese non classificabili),
l'istruzione/formazione (+86,9%) e la sanità
(+74,3%). In termini assoluti, oltre la metà
dell'aumento della spesa totale è attribuibile alla
sanità . Infatti, su un aumento di spesa complessivo
pari a 89,6 miliardi di euro, 45,9 miliardi sono in
capo alla sanità.
La manovra senza tagli alle varie "caste"
Forse perché bisognava fare in fretta, fatto sta che
l'ultima manovra del governo ha lasciato intatte le
varie caste che governano il Paese Italia. E forse
anche come sostiene il presidente Berlusconi una
manovra economica meglio di questa non si poteva
fare, sarebbe stato interessante vedere cosa
avrebbero fatto i vari Bersani o meglio la
pasionaria della Cgil Susanna Camusso. Fatta questa
premessa, in questi giorni ho avuto modo di
documentarmi, leggendo qualche testo interessante,
per capire meglio come abbiamo raggiunto il più
grande debito pubblico del mondo occidentale. Del
resto leggendo un libro invece di affidarsi ai
soliti mezzi informativi, si ha un panorama più
completo di come le varie caste hanno ridotto il
nostro Paese. Non voglio fare dell'antipolitica, o
del qualunquismo, sono consapevole che la
democrazia, la politica hanno dei costi, ma dopo
aver letto I Faraoni di Aldo Forbice e Giancarlo
Mazzucchi, (Piemme), L'onorata società, di Carmelo
Abbate e Sandro Mangiaterra, (Piemme), L'altra
casta, di Stefano Liviadotti, (Bompiani) e infine
“Più meglio di così”...Errori voluti e fatti, di
Aldo Salvi, (Edb), la mia indignazione, lo
sconcerto, l'inquietudine non si arrestano, anzi
aumentano. I testi sono stati pubblicati qualche
anno fa, non per questo hanno perso la loro
attualità, gli autori fanno un elenco dettagliato
delle “mille caste del potere pubblico”, che hanno e
stanno dissanguando l'Italia, e che a quanto pare
sono state soltanto sfiorate dalla scure dell'ultima
manovra del governo. Di solito sono i politici ad
essere presi di mira, tutti sono concordi che
bisogna ridurre le spese, non è possibile continuare
con i tanti privilegi che caratterizzano ormai la
casta dei politici. Tutto vero, sono troppi e hanno
degli stipendi e vitalizi eccessivi, tuttavia però
non ci sono solo loro con i vistosi privilegi,
troviamo i sindacati, la Cgil, Cisl e Uil, le tre
sorelle, che rappresentano l'ottava azienda privata
italiana e poi soprattutto c'è la cosiddetta società
civile, di cui fanno parte per esempio tutti gli
ordini professionali, dai medici e odontoiatri, agli
ingegneri, gli architetti, e poi gli avvocati, i
farmacisti, i notai. Questi ordini professionali
alla fine sono delle vere e proprie corporazioni,
delle caste sui generis. A questo proposito, Abbate
e Mangiaterra scrivono: “Ordine continua a
significare difesa dei privilegi di casta, controllo
sull'eccesso e di conseguenza scarsa apertura ai
giovani, farraginosità burocratiche, eccessivi costi
di automantenimento. Ma soprattutto, mancanza di
concorrenza, sotto forma di prezzi concordati, più
alti di quanto si potrebbe e si dovrebbe offrire. A
tutto discapito dei cittadini. Piero Ostellino,
intellettuale liberale, ex direttore del 'Corriere
della Sera', ironizza amaro: non puoi nemmeno
chiedere l'elemosina se non sei iscritto all'Ordine
dei mendicanti”. (Carmelo Abbate – Giancarlo
Mangiaterra, L'onorata società, edizione Piemme
2009). Categoricamente gli autori concludono che la
salvezza non arriverà neanche dalla tanto celebrata
società civile. Aldo Forbice, un ottimo giornalista
che conduce da molti anni su Rai 1il seguitissimo
programma Zapping e Giancarlo Mazzuca, parlamentare,
nell'introduzione a I Faraoni, scrivono: “L'Italia è
il Paese delle caste, delle castine, delle lobby e
delle corporazioni, ma anche dei furbi e dei
furbetti. Un Paese in cui tutti o quasi hanno
qualcosa da chiedere, da rivendicare, ma pochi sono
disponibili a fare il loro dovere, a dare una
contropartita o anche solo un obolo per gli
interessi generali”. Tutti condannano gli altri per
le piccole truffe, bugie, ma per se stessi, gli
amici, i familiari, sono pronti a chiudere un occhio
e talvolta tutti e due. Il testo si propone di fare
luce sui tanti nodi del sistema di potere faraonico
della società italiana, aggiornando i dati di altri
saggi sulle caste e allargando l'analisi ad altri
settori, come quello sindacale, poco esplorato.
Soltanto Liviadotti con il suo L'altra casta.
Inchiesta sul Sindacato. Privilegi. Carriere.
Misfatti e fatturati da multinazionale, ha
dimostrato coraggio di pubblicare un saggio dedicato
interamente allo strapotere dei sindacati e forse
per questo ha avuto meno successo di altri saggi.
Gli autori de I Faraoni non intendono fare
antipolitica come i vari Beppe Grillo, novelli
Masaniello, che tra “vaffa”, parolacce, ovvietà e
altri lazzi, “non si sono accorti di essere entrati
nello scenario della casta e dei faraoni, godendone
i vantaggi, come protagonisti indiscussi del
teatrino dell'antipolitica”. I primi a scrivere dei
costi della politica e delle istituzioni non sono
stati Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, autori del
noto saggio La Casta ma già nel 1991, lo aveva
evidenziato Giovanni Berlinguer ne I duplicanti.
Politici in Italia (Laterza), e tuttavia passò
stranamente sotto silenzio. Anche il Pci, erede di
Enrico Berlinguer lo ignorò. Nel 2005 c'è stato un
altro saggio di Cesare Salvi e Massimo Villone
(senatori Ds), Il costo della democrazia (Mondadori),
sollevò un po' di polvere e procurò molte critiche
agli autori soprattutto dall'apparato dei Ds che
emarginò subito i due senatori. In questo libro, per
la prima volta, si conobbero i veri costi della
politica italiana, che nel 2005 ammontavano a 3-4
miliardi l'anno. Era il costo dei circa mezzo
milione di persone che vivevano e continuano a
vivere (stipendiate) di politica. Allora assorbivano
lo 0,2 per cento annuo del Pil. Dopo tutte queste
analisi dettagliate dei vari sprechi e costi della
politica, per Forbice e Mazzuca non è cambiato
nulla. In questi mesi di crisi economica si parla e
si scrive di ridurre gli stipendi le indennità, le
pensioni, i “vitalizi” dei consiglieri, degli
assessori, dei presidenti, dei parlamentari, a volte
sembra una gara nel fare proposte, ma non si va
oltre il misero 0,5 per cento in meno. Dove sono le
cancellazioni delle Province, l'accorpamento dei
piccoli Comuni, degli enti inutili, le Comunità
Montane, i Consigli Circoscrizionali, delle stesse
leggi, ritenute obsolete, anacronistiche o dotate di
doppioni? Ad oggi niente di tutto questo, solo
promesse. Per esempio ci sono circa 110 enti inutili
(al 2008), una giungla costosa di sigle che riesce a
sopravvivere perché commissari, direttori generali,
funzionari e impiegati non sono andati in pensione.
Pensate soltanto nel 2007 ne è stato abolito uno
fondato da Italo Balbo, la Lati (Linee aeree
transcontinentali italiane). Poi c'è la selva dei
comitati, costituiti per affrontare o risolvere i
problemi, che poi diventa arduo scioglierli. In
dieci anni lo Stato italiano ha speso 67 milioni di
euro per finanziare le attività di 158 comitati
nazionali. Forbice e Mazzuca fanno riferimento a
qualcuno come quello che ha l'incarico di redigere
l'elenco degli aracnidi, i ragni pericolosi per
l'uomo, o il comitato per l'Antardide, o per
verificare i danni provocati dai campi di calcio in
erba sintetica e ancora quello curioso per il
Viaggio dei Re Magi. Ovviamente la parte del leone
l'hanno fatta i comitati per celebrare i grandi
anniversari storici, personaggi della politica,
dell'arte, della letteratura etc. Quindi c'è il Cnl
(Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro), un
“organo ausiliario” dello Stato, composto da
“esperti”, in questi anni pochi sanno a che cosa sia
servito; i consiglieri, nominati dalle
organizzazioni imprenditoriali, dalle confederazioni
sindacali (Cgil, Csil e Uil), tutti percepiscono,
1600 euro al mese, una cifra modesta, ma per un
impegno molto ridotto: la partecipazione a una
riunione del 'parlamentino' una volta al mese e ai
lavori delle commissioni, dove l'assenteismo è molto
elevato. Si può continuare, per ora rinvio alla
prossima puntata.
Regione, pioggia di soldi per i convegni all'estero
Novecentomila euro per conferenze e sagre
organizzate in giro per il mondo da enti e
associazioni. Dal Sud Africa all'Argentina, dal
Venezuela all'Australia, da New York a Monaco di
Baviera. E i burocrati viaggeranno per controllare
l'attuazione dei progetti. La Regione senza un euro
in cassa, la stessa che ha 5 miliardi di euro di
debiti, finanzia con 900 mila euro la promozione
della cultura siciliana all'estero. Come?
Distribuendo una pioggia di soldi ad associazioni,
enti di formazione, onlus, università e sedi di
Confindustria, che organizzano seminari, convegni e
manifestazioni in giro per il mondo, dal Sud Africa
all'Argentina, dal Venezuela all'Australia, da New
York a Monaco di Baviera. Il tutto con l'obiettivo
di far conoscere "i sapori di Sicilia" oppure "la
gelateria e la pasticceria siciliana" e, ancora, la
"Sicilia in bocca", sempre per rimanere in tema
culinario, perché non mancano eventi sulla
tradizione popolare e perfino sulla musica
dell'Isola con il convegno in programma in Australia
dal titolo "Questa terra ancora canta", curato da
Vincenzo Spampinato, il musicista catanese che ha
scritto l'inno di Palazzo d'Orleans. E a fare i
globetrotter in salsa siciliana con i soldi della
Regione non saranno solo le associazioni ma anche
dirigenti e funzionari del dipartimento Lavoro che,
con tanto di norma scritta nel decreto di
finanziamento, dovranno essere ospitati per
controllare che la manifestazione in questione si
realizzi davvero. "Soldi sprecati che si aggiungono
ad altri sprechi, visto che basterebbe una semplice
telefonata al consolato locale per sapere se
l'evento si sta svolgendo o meno", attaccano i
segretari del Cobas-Codir, Dario Matranga e Marcello
Minio. Ma tant'è. Al di là delle polemiche e dei
burocrati viaggiatori, di certo c'è che la dirigente
generale del dipartimento Lavoro, Alessandra Russo,
ha appena firmato il decreto che stanzia 900 mila
euro. Ben 37 le associazioni e gli enti finanziati.
Tra questi non mancano quelli attivi sul campo da 30
anni, come l'Usef di Palermo, vicina al Pd, che in
Australia organizzerà un evento dal titolo "La
Sicilia tra monumenti e musica", e in Argentina un
seminario su "La Sicilia dei Borboni": 50 mila euro
il finanziamento complessivo. Doppio finanziamento
anche per l'Istituto Ferdinando Santi, sempre di
area democratica, che organizzerà un evento dal
titolo "La Sicilia ribelle" in Brasile e una seconda
manifestazione sulla cultura arabo normanna in
Venezuela. Finanziata anche l'associazione Ragusani
nel mondo, vicina al presidente della Provincia
Franco Antoci dell'Udc, che ha attenuto 25 mila euro
per un evento a Sydney su "Teatro, cinema e cucina
siciliana in Australia". Non mancano poi le
associazioni catanesi, care all'Mpa, come la Sicilia
mondo che organizza due venti in Svizzera e Sud
Africa. Anche Confindustria fa la sua parte:
l'associazione di Agrigento guidata da Giuseppe
Catanzaro ha avuto 25 mila euro per "Il segno dei
siciliani d'Australia nella cultura di impresa" e la
Med Europe export, di Confindustria Palermo, altri
25 mila euro per la manifestazione su "Scuole per
l'identità siciliana" in Argentina. Tante poi le
manifestazioni culinarie: da quella sulla "Cultura
gastronomica siciliana" organizzata dal Crases di
Palermo in Argentina, al workshop sulla pasticceria
siciliana organizzato dell'Euroform di Aragona in
Uruguay, passando per "Le rotte dell'enogastronomia"
che la onlus Aitae di Alcamo, vicina all'Mpa,
organizzerà a New York. Finanziata anche
l'Università di Messina per due eventi in Argentina
e Uruguay, e la Fondazione Mandralisca di Cefalù che
andrà a Montreal per un seminario dal titolo "Le
scuole raccontano i musei".
La Casta delle Papi girl
Ben pagate, poco attive e spesso assenti: ecco cosa
hanno fatto e quanto hanno guadagnato le fanciulle
lanciate in politica da Silvio. Dalla Giammanco alla
Pascale, dalla Carfagna alla Minetti. A Montecitorio
Gabriella Giammanco è arrivata nel 2008. Giornalista
al Tg4, viene imposta da Silvio Berlusconi nelle
liste elettorali siciliane. Nipote del boss mafioso
Michelangelo Alfano, negli ultimi tre anni
(stipendio più indennità 14 mila euro al mese) ha
firmato solo 11 interrogazioni parlamentari. Quasi
tutte riguardano animali: il 5 marzo 2011 ha chiesto
conto e ragione della morte "della cavalla Tiffany
al Palio di Ronciglione", il 15 febbraio ha spiegato
all'aula che "il circo Embell Riva" non riusciva "a
rientrare dalla Siria". Problemi anche per il circo
Bellucci rimasto bloccato in Tunisia in mezzo ai
tumulti. "Le tournée all'estero dei circhi italiani
si stanno confermando come dei veri e propri incubi
per gli animali!", ha chiosato indignata la deputata
fidanzata con Augusto Minzolini, che pure riempie di
bestiole la scaletta del suo Tg1. Epperò, la
giornalista lo batte: mozioni o proposte di legge
che siano, la Giammanco parla sistematicamente di
"fringuello, peppola, frosone, pispola e pispolone
(uccelli, ndr.)" o discetta dell'affidamento degli
animali in caso di separazione di una coppia. A tre
anni dalle elezioni politiche e a due da quelle
europee oggi è possibile tirare le somme, e fare un
primo bilancio della classe dirigente femminile su
cui ha puntato il Cavaliere per governare l'Italia.
Tra le varie tipologie di Papi girls, sono quelle
che Veronica Lario detestava di più. Le
raccomandate, e le ragazze dello show-biz lanciate
in politica per il "divertimento dell'Imperatore".
Il premier s'è sempre difeso, sottolineando che le
sue candidate erano purosangue di razza, laureate
con 110 e lode, "insomma preparatissime". Eppure,
dati alla mano, in Parlamento, a Strasburgo, nei
consigli regionali o provinciali, negli assessorati,
quasi nessuna delle favorite pagate con soldi
pubblici sembra aver lasciato il segno. Partiamo dal
basso. Nel senso geografico: dalla Campania. Mara
Carfagna è quella che ha fatto più carriera di
tutte. Oggi è ministro. Per le altre, è un mito.
Anche perché ha indicato la strada giusta. Per fare
politica non bisogna esagerare. Mai pretendere
deleghe al Bilancio, puntare sulla Sanità o su
incarichi in uffici economici, dove il lavoro è
troppo complesso e noioso: le girls di Silvio
preferiscono occuparsi di parità tra i sessi, di
problemi delle donne, di animaletti. Come Giovanna
Del Giudice, 27 anni, ex meteorina al Tg4 e
billionerina di Flavio Briatore, nominata dal
presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro
assessore, appunto, alle Pari opportunità. Dal
giorno del suo insediamento, il 7 luglio 2010,
periodo in cui ha guadagnato 2.500 euro al mese
circa, ha firmato solo otto delibere. Una ogni due
mesi e mezzo. In un anno s'è vista a un workshop per
le "relazioni con la Palestina" (l'ex velina ha
addirittura le deleghe alla Cooperazione
internazionale), s'è occupata del progetto "Tifare
Humanum Est" e ha promosso il concorso "Mai più
violenza sulle donne" di cui non s'è saputo più
nulla. Il suo staff? Due dipendenti della provincia
e tre collaboratrici. Emanuela Romano, 30 anni e
laurea di psicologia, è famosa per essere la
co-fondatrice del comitato Silvio ci manchi e perché
il padre Cesare minacciò di darsi fuoco sotto
Palazzo Grazioli. Nel 2010 è stata lanciata come
assessore alle Politiche sociali di Castellammare di
Stabia. Stipendio da 1.800 euro al mese, in sei mesi
nessun atto o intervento di rilievo. Si fa notare a
inizio 2011, quando abbandona la carica preferendo
una poltrona al Corecom, un ente regionale che ha il
compito di monitorare il sistema delle
comunicazioni. Servirebbe un esperto, la Romano può
sventolare il suo master in Publitalia. Lo stipendio
sale, oltre 2 mila euro al mese. La ragazza è
felice, ma non sa che si sta cacciando in un guaio.
I pm di Napoli infatti la indagano per falso in atto
pubblico. Giovanna s'è dimenticata di segnalare,
presentando la candidatura al Corecom, che era
ancora assessore: le cariche sono incompatibili.
L'altra casta. Il potere dei sindacati
La casta sindacale. Per decenni dei sindacati si è
parlato in termini esclusivamente trionfalistici, a
partire dagli anni sessanta, si è diffuso, intorno a
queste istituzioni un certo timore referenziale.
“Persino i 'padroni', come venivano chiamati un
tempo gli imprenditori , quando si riferivano alle
'organizzazioni dei lavoratori' lo facevano sempre
con giudizi misurati e rispettosi, mai sopra le
righe,- scrive Forbice e Mazzuca - perché con loro
alla fine si doveva trattare,fare i conti ogni
giorno nelle fabbriche, perché i loro scioperi non
solo danneggiavano la produzione di un'azienda e/o
di un comparto industriale, del commercio o dei
servizi, ma riuscivano anche a monopolizzare le
simpatie dei media”. Parlare male del sindacato era
come parlare male di Garibaldi. “Nessuno osava
definire le 'tre sorelle' confederali una casta o
una lobby molto potente”. In passato chi criticava
il ruolo, l'organizzazione, le politiche e le
finanze del sindacato, automaticamente significava
stare dalla parte dei padroni. “Chi osava
trasgredire questa regola non scritta veniva
immediatamente etichettato dai militanti di sinistra
come un 'nemico della classe operaia'”. Il sindacato
era un mito, un idolo, intoccabile. Ma le cose ora
sono cambiate, perfino all'interno dello stesso
schieramento arrivano le critiche abbastanza
serrate, ha iniziato con l'inchiesta molto critica
nell'agosto 2007 su L'Espresso, Stefano Livadiotti,
che da oltre vent'anni si occupa di economia per lo
stesso settimanale ed era considerato “amico” della
Cgil. Successivamente Livadiotti ha pubblicato un
libro coraggioso, L'Altra casta, Bompiani, 2008)
mettendo a nudo lo strapotere e l'invadenza delle
tre grandi centrali sindacali e gli aspetti di una
realtà burocratica e costosa, “che ha perso via via
il contatto con il Paese reale, quello delle buste
paga sempre più leggere e delle fabbriche dove si
muore troppo spesso”. Secondo Aldo Forbice e
Giancarlo Mazzuca, il merito di Livadiotti è
certamente quello di aver avuto la forza di uscire
allo scoperto, rischiando sferzate e ostracismi, con
un libro rigoroso e dissacrante, fino ad arrivare a
descrivere un vero e proprio verminaio.
Probabilmente questo è stato possibile oggi perché
ormai i sindacati non sono più amati come un tempo e
“la pubblica indignazione per i costi esorbitanti
della casta politica ha finito con il coinvolgere
anche questa istituzione incartapecorita...” I “tre
porcellini”, come li definiva Massimo D'Alema, hanno
reagito contro il libro definendolo “offensivo” e
“denigratorio” respingendo con sdegno ogni critica e
rifugiandosi nel trito argomento che le leggi
esistenti consentono rendite di posizione (e
privilegi). Ovviamente scrive Forbice e Mazzuca, “si
tratta di leggi e decreti promossi a fatti approvare
da deputati e senatori provenienti proprio dal mondo
sinadacale e appartenenti al Pci, al Psi e alle
correnti di sinistra della vecchia Dc, tutte forze
politiche che pagavano il loro pegno di sostegno
(anche elettorale) del sindacato”. Mentre per quanto
riguarda i bilanci, i sindacati sostengono, che
vengono pubblicati negli organi di stampa sindacali.
Ma ad ora nessuno si è mai accorto di simili
pubblicazioni. Cerchiamo di conoscere il tesoro
nascosto della Cgil, Cisl e Uil, per capire meglio
chi effettivamente rappresentano e quanto costano ai
lavoratori, ai pensionati, agli imprenditori e ai
contribuenti italiani. Secondo il ben documentato
libro di Livadiotti le tre confederazioni sono
l'ottava azienda privata italiana. Hanno un apparato
tentacolare, dove solo i dipendenti diretti sono
ventimila. E' un fatturato da multinazionale
alimentato da un sistema occulto di finanziamenti
statali. Ecco perché si sono sempre rifiutate di
rendere pubblici i loro bilanci. “In Parlamento c'è
un'azione di una lobby continua soprattutto nei
corridoi che ha prodotto una sfilza infinita di
leggine ad hoc e regolamenti, spesso approvati con
maggioranze bulgare. Più di una volta in zona
cesarini, proprio nelle ultime battute delle
legislature. Con un denominatore comune: quello di
introdurre o consolidare un privilegio in grado di
arricchire il business sindacale, a colpi di
situazioni monopolistiche, esenzioni fiscali, vere e
proprie regalie e accordi ai confini della legalità.
Il risultato - continua Livadiotti - è che oggi
siamo diventati una gigantesca macchina da soldi. Se
c'è un problema dei costi della politica a maggior
ragione il discorso vale per il sindacato, anche
perché i partiti uno straccio di bilancio lo
presentano loro no. I forzieri dei tre porcellini
sono gonfi di soldi”. La grande truffa della
tessera. Pare che sia un miliardo, la cifra che
aziende ed enti previdenziali versano ogni anno a
Cgil, Cisl e Uil trattenendola da stipendi e
pensioni degli scritti. Che spesso, magari senza
saperlo, continuano a pagare per molti mesi anche
dopo aver ritirato la loro delega al sindacato. Una
montagna di soldi che il sindacato non deve neanche
fare la fatica di raccoglierla...La manna dei
patronati ovvero la miniera d'oro dei Caf. I centri
di assistenza fiscale dei sindacati hanno milioni di
clienti. Così incassano una montagna di soldi,
contributi pubblici, tutti esentasse. E intanto
reclutano nuovi iscritti, con il sistema condannato
dalla corte di giustizia europea e difeso con le
unghie da Cgil Cisl e Uil. I Caf sono uno dei
salvadenai più ricchi dei sindacati italiani, che
infatti difendono con le unghie e i denti. Nel 2006
ai tre patronati (Inca-Cgil, Inas-Cisl, Ital-Uil)
l'erario ha sborsato 186 milioni di euro: devoluti
in proporzione ai tre sindacati. Si tratta di un
bottino vero e proprio che fa gola a chiunque, se si
tiene conto che i loro introiti non si sa perché non
sono tassati. La casa dei sindacati. Cgil, Cisl e
Uil hanno avuto in dotazioni nel 1977, le case del
disciolto sindacato fascista. Senza tirare una lira,
si sono divise in base al numero degli iscritti di
allora, qualche centinaio di migliaia di metri
quadrati di appartamenti, che molto spesso si
trovano proprio nei centri delle grandi città e
hanno raggiunto quotazioni da capogiro. Quando
qualcuno glielo ricorda gli esponenti sindacali
perdono le staffe. Professionisti privilegiati. Per
molti burocrati del sindacato la vecchiaia si
presenta serena. Grazie a un regalo dell'amico Treu
riceveranno infatti un assegno doppio. E ben 23 mila
di loro hanno potuto riscattare, senza controlli,
presunti periodi di lavoro in nero.1154 sono i
fortunati italiani quasi tutti pezzi grossi del
sindacato che possono godere della doppia pensione.
Grazie a una legge la 564 del 1996, firmata da
Tiziano Treu, ex ministro del lavoro in quota Cisl.
E' stata inventata così la figura del sindacalista
bipensionato esteso anche ai sindacalisti
distaccati.
Il Parlamento ha votato all'unanimità e senza
astenuti un aumento di stipendio
Per i parlamentari pari a circa 1.135,00 al mese.
Inoltre la mozione e stata camuffata in modo tale da
non risultare nei verbali ufficiali.
STIPENDIO
Euro 19.150,00 AL MESE
STIPENDIO BASE circa Euro 9.980,00 al mese
PORTABORSE circa Euro 4.030,00 al mese (generalmente
parente o familiare)
RIMBORSO SPESE AFFITTO circa Euro 2.900,00 al mese
INDENNITA' DI CARICA (da Euro 335,00 circa a Euro
6.455,00) TUTTI ESENTASSE
TELEFONO CELLULARE gratis
TESSERA DEL CINEMA gratis
TESSERA TEATRO gratis
TESSERA AUTOBUS - METROPOLITANA gratis
FRANCOBOLLI gratis
VIAGGI AEREO NAZIONALI gratis
CIRCOLAZIONE AUTOSTRADE gratis
PISCINE E PALESTRE gratis
FS gratis
AEREO DI STATO gratis
AMBASCIATE gratis
CLINICHE gratis
ASSICURAZIONE INFORTUNI gratis
ASSICURAZIONE MORTE gratis
AUTO BLU CON AUTISTA gratis
RISTORANTE gratis (nel 1999 hanno mangiato e bevuto
gratis per Euro 1.472.000,00). Intascano uno
stipendio e hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi
in parlamento mentre obbligano i cittadini a 35 anni
di contributi (41 anni per il pubbico impiego)
Circa Euro 103.000,00 li incassano con il rimborso
spese elettorali (in violazione alla legge sul
finanziamento ai partiti), più i privilegi per
quelli che sono stati Presidenti della Repubblica,
del Senato o della Camera. (Es: la sig.ra Pivetti ha
a disposizione e gratis un ufficio, una segretaria,
l'auto blu ed una scorta sempre al suo servizio)
La classe politica ha causato al paese un danno di 1
MILIARDO e 255 MILIONI di EURO.
La sola camera dei deputati costa al cittadino Euro
2.215,00 al MINUTO
Quanto costa ai contribuenti
l'assistenza sanitaria integrativa dei deputati?
Si tratta di costi per cure che non vengono erogate
dal sistema sanitario nazionale (le cui prestazioni
sono gratis o al più pari al ticket), ma da una
assistenza privata finanziata da Montecitorio. A
rendere pubblici questi dati sono stati i radicali
che da tempo svolgono una campagna di trasparenza
denominata Parlamento WikiLeaks. Va detto ancora che
la Camera assicura un rimborso sanitario privato non
solo ai 630 onorevoli. Ma anche a 1109 loro
familiari compresi (per volontà dell'ex presidente
della Camera Pier Ferdinando Casini) i conviventi
more uxorio. Ebbene, nel 2010, deputati e parenti
vari hanno speso complessivamente 10 milioni e
117mila euro. Tre milioni e 92mila euro per spese
odontoiatriche. Oltre tre milioni per ricoveri e
interventi (eseguiti dunque non in ospedali o
strutture convenzionati dove non si paga, ma in
cliniche private). Quasi un milione di euro (976mila
euro, per la precisione), per fisioterapia. Per
visite varie, 698mila euro. Quattrocentottantotto
mila euro per occhiali e 257mila per far fronte, con
la psicoterapia, ai problemi psicologici e
psichiatrici di deputati e dei loro familari. Per
curare i problemi delle vene varicose (voce
"sclerosante"), 28mila e 138 euro. Visite
omeopatiche 3mila e 636 euro. I deputati si sono
anche fatti curare in strutture del servizio
sanitario nazionale, e dunque hanno chiesto il
rimborso all'assistenza integrativa del Parlamento
per 153mila euro di ticket. Ma non tutti i numeri
sull'assistenza sanitaria privata dei deputati,
tuttavia, sono stati desegretati. "Abbiamo chiesto -
dice la Bernardini - quanti e quali importi sono
stati spesi nell'ultimo triennio per alcune
prestazioni previste dal 'fondo di solidarietà
sanitarià come ad esempio balneoterapia,
shiatsuterapia, massaggio sportivo ed
elettroscultura (ginnastica passiva). Volevamo
sapere anche l'importo degli interventi per
chirurgia plastica, ma questi conti i Questori della
Camera non ce li hanno voluti dare". Perché queste
informazioni restano riservate, non accessibili?
Cosa c'è da nascondere? Ecco il motivo di quel
segreto secondo i Questori della Camera: "Il sistema
informatizzato di gestione contabile dei dati
adottato dalla Camera non consente di estrarre le
informazioni richieste. Tenuto conto del principio
generale dell'accesso agli atti in base al quale la
domanda non può comportare la necessità di
un'attività di elaborazione dei dati da parte del
soggetto destinatario della richiesta, non è
possibile fornire le informazioni secondo le
modalità richieste". Il partito di Pannella, a
questo proposito, è contrario. "Non ritengo - spiega
la deputata Rita Bernardini - che la Camera debba
provvedere a dare una assicurazione integrativa.
Ogni deputato potrebbe benissimo farsela per conto
proprio avendo gia l'assistenza che hanno tutti i
cittadini italiani. Se gli onorevoli vogliono
qualcosa di più dei cittadini italiani, cioè un
privilegio, possono pagarselo, visto che già
dispongono di un rimborso di 25 mila euro mensili, a
farsi un'assicurazione privata. Non si capisce
perché questa 'mutua integrativà la debba pagare la
Camera facendola gestire direttamente dai Questori".
"Secondo noi - aggiunge - basterebbe semplicemente
non prevederla e quindi far risparmiare alla
collettività dieci milioni di euro all'anno".Mentre
a noi tagliano sull'assistenza sanitaria e sociale è
deprimente scoprire che alla casta rimborsano anche
massaggi e chirurgie plastiche private - è il
commento del presidente dell'ADICO, Carlo Garofolini
- e sempre nel massimo silenzio di tutti.
I parlamentari messinesi e le pensioni d'oro da 200
milioni di euro
Si va dai 4277 euro dell'onorevole Angela Bottari,
eletta nel 1976 ai 5305 di Toto D'Alia per arrivare
ai 6239 euro di Luigi Genovese. Questi sono solo
alcuni nomi della casta che solo dopo cinque anni di
mandato hanno diritto al vitalizio. Mentre ancora si
discute sulle pensioni degli italiani, le uniche a
poter essere toccate e tagliate, ecco un'inchiesta
firmata da primo Di Nicola per il settimanale
L'espresso che passa in rassegna le pensioni d'oro
dei parlamentari che scattano dopo soli cinque anni
di mandato. E con contributi molto bassi.
Giovanotti con un grande avvenire dietro le spalle
che si godono la vita dopo gli anni di militanza
parlamentare. Come Alfonso Pecoraro Scanio, ex
leader dei Verdi ed ex ministro dell’Agricoltura e
dell’Ambiente. Presente alla Camera dal 1992, nel
2008 non è riuscito a farsi rieleggere e con cinque
legislature nel carniere è stato costretto alla
pensione anticipata. Ma nessun rimpianto. Da allora,
cioè da quando aveva appena 49 anni, Pecoraro Scanio
riscuote il vitalizio assicuratogli dalla Camera:
ben 5.802 euro netti al mese che gli consentono di
girare il mondo in attesa dell’occasione giusta per
tornare a fare politica. Oliviero Diliberto è un
altro grande ex uscito di scena nel 2008 causa tonfo
elettorale della sinistra. Segretario dei Comunisti
italiani ed ex ministro della Giustizia, con quattro
legislature alle spalle e ad appena 55 anni, anche
lui si consola riscuotendo una ricca pensione di
5.305 euro netti. Euro in più, euro in meno, la
stessa cifra che spetta a un altro pensionato-baby
della sinistra, addirittura più giovane di
Diliberto: Pietro Folena, ex enfant prodige del
Pci-Pds, passato a Rifondazione e trombato nel 2008
quando, con le cinque legislature collezionate, a
soli 51 anni ha cominciato a riscuotere 5.527 euro
netti al mese. Davvero niente male, considerando le
norme restrittive che le varie riforme
pensionistiche dal 1992 hanno cominciato ad
introdurre per i comuni cittadini. Norme ferree per
tutti, naturalmente, ma non per deputati e senatori
che, quando si è trattato di ridimensionare le
proprie pensioni, si sono ben guardati dal farlo.
Certo, hanno accettato di decurtarsi il vitalizio
con il contributo di solidarietà voluto da Tremonti
per le “pensioni d’oro” e pari al 5 per cento per i
trattamenti compresi fra i 90 e i 150 mila euro (una
penalizzazione che tocca solo i parlamentari con
oltre i 15 anni di mandato), ma per il resto hanno
evitato i sacrifici imposti agli altri italiani.
Tutto rinviato alla prossima legislatura quando,
almeno stando all’annuncio del questore della Camera
Francesco Colucci, e a una proposta del Pd, potrebbe
entrare in vigore un nuovo modello pensionistico
contributivo. A Montecitorio, però, il clima è
rovente. Pochi giorni fa il presidente Gianfranco
Fini non ha ammesso un ordine del giorno dell’Idv,
che chiedeva l’abolizione dei vitalizi (”Un furto
della casta”, secondo il dipietrista Massimo Donadi).
Secondo Fini, i diritti acquisiti non si toccano, al
massimo si potrà discutere della riforma.
IL CLUB DEI CINQUE
Nel frattempo, l’andazzo continua, con l’esercito
dei parlamentari pensionati che si ingrossa sempre
più, fino a toccare il record dei 3.356 vitalizi
erogati fra le 2.308 pensioni dirette e le
reversibilità, divise tra le 625 alla Camera e 423
al Senato. Un fardello che si traduce ogni anno in
una spesa di 200 milioni di euro, oltre 61 dei quali
pagati da palazzo Madama e i restanti 138 da
Montecitorio. In questo pozzo senza fondo del
privilegio ci sono anzitutto i superfortunati che
con una sola legislatura, cioè appena cinque anni di
contribuzione, portano a casa il loro bravo
vitalizio. Personaggi anche molto noti e quasi
sempre ancora nel pieno dell’attività professionale.
Nell’elenco compare Toni Negri, ex leader di Potere
operaio, docente universitario e scrittore. Venne
fatto eleggere mentre era in carcere per terrorismo
nel 1983 dai radicali di Marco Pannella. Approdato a
Montecitorio, Negri ci restò il tempo necessario per
preparare la fuga e rifugiarsi in Francia.
Ciononostante, oggi percepisce una pensione di 2.199
euro netti. Stesso importo all’incirca riscosso da
un capitano d’industria come Luciano Benetton (al
Senato nel 1992, restò in carica solo due anni per
lo scioglimento anticipato della legislatura) e da
un avvocato di grido come Carlo Taormina. E sono
solo due casi tra i tanti. Nel “club dei cinque”
sono presenti quasi tutte le categorie lavorative,
con nomi spesso altisonanti. Compaiono intellettuali
come Alberto Arbasino, Alberto Asor Rosa. e Mario
Tronti. Giornalisti di razza come Enzo Bettiza,
Eugenio Scalfari, Alberto La Volpe, Federico
Orlando; altri avvocati di grido come Raffaele Della
Valle, Alfredo Galasso e Giuseppe Guarino; star
dello spettacolo come Gino Paoli, Carla Gravina e
Pasquale Squitieri. Tutti incassano l’assegno
calcolato con criteri tanto generosi quanto lontani
da quelli in vigore per i comuni lavoratori.
GIOCHI DI PRESTIGIO
Per i deputati eletti prima del 2008 (per quelli
nominati dopo è stata introdotta una modesta riforma
di cui solo tra qualche anno vedremo gli effetti)
vale il vecchio regolamento varato dall’Ufficio di
presidenza di Montecitorio nel 1997. Dice che i
deputati il cui incarico sia cominciato dopo il ‘96
maturano il diritto al vitalizio a 65 anni, basta
aver versato contributi per cinque. Fin qui, nulla
da dire: il requisito dei 65 pone i deputati sulla
stessa linea stabilita per la pensione di vecchiaia
dei comuni cittadini. Ma basta scorrere il
regolamento per scoprire le prime sorprese. L’età
minima dei 65 anni si abbassa di una annualità per
ogni anno di mandato oltre i cinque prima indicati,
sino a toccare la soglia dei 60. E non è finita.
Alla Camera ci sono ancora un gran numero di eletti
prima del ‘96 e per questi valgono le norme
precedenti. Secondo queste norme il diritto alla
pensione si matura sempre a 65 anni, ma il limite è
riducibile a 50 anni e ancor meno (come nel caso di
Pecoraro Scanio), facendo cioè valere le altre
annualità di permanenza in Parlamento oltre ai
cinque anni del minimo richiesto. Questo accade
nell’Eldorado di Montecitorio. A palazzo Madama gli
eletti si trattano altrettanto bene. Un regolamento
del 1997 stabilisce che i senatori in carica dal
2001 possono, come alla Camera, andare in pensione
al compimento del sessantacinquesimo anno con cinque
anni di contributi versati. Ma attenzione, anche qui
dal tetto dei 65 si può scendere eccome. Possono
farlo tutti i parlamentari eletti prima del 2001.
Per costoro, il diritto alla pensione scatta a 60
anni se si vanta una sola legislatura, ma scende a
55 con due mandati e a 50 con tre o più legislature
alle spalle.
IL BABY ONOREVOLE
Dall’età pensionabile alla contribuzione necessaria
per la pensione, ecco un altro capitolo che riporta
agli anni bui delle pensioni baby. Si tratta delle
pensioni che consentivano alle impiegate pubbliche
con figli di smettere di lavorare dopo 14 anni, sei
mesi e un giorno (i loro colleghi potevano invece
farlo dopo 19 anni e sei mesi). Ci volle la riforma
Amato del ‘92 per cancellare lo sfacciato
privilegio. Ma cassate per gli statali, le pensioni
baby proliferano tra i parlamentari. Secondo il
trattamento Inps in vigore per tutti i lavoratori,
ci vogliono almeno 35 anni di contributi per
acquisire il diritto alla pensione. I parlamentari
invece acquisiscono il diritto appena dopo cinque
anni e il pagamento di una quota mensile dell’8,6
per cento dell’indennità lorda (1.006 euro). Fino
alla scorsa legislatura le cose andavano addirittura
meglio per la casta. Bastava durare in carica due
anni e mezzo per assicurarsi il vitalizio (è il caso
di Benetton). Il restante delle annualità mancanti
per arrivare a cinque potevano essere riscattate in
comode rate. Nel 2007 è arrivato un colpo basso: i
cinque anni dovranno essere effettivi. Una mazzata
per Lorsignori, che si rifanno con la manica larga
con la quale si calcola il vitalizio.
RIVALUTAZIONE D’ORO
Sino agli anni Novanta, tutti i lavoratori avevano
diritto a calcolare la pensione sui migliori livelli
retributivi, cioè quelli degli ultimi anni (sistema
retributivo). Successivamente, si è passati al
sistema contributivo per cui la pensione è legata
invece all’importo dei contributi effettivamente
versati. Il salasso è stato pesante. Per tutti, ma
non per i parlamentari. Che sono rimasti ancorati a
un vantaggiosissimo marchingegno. Invece che sulla
base dei contributi versati, deputati e senatori
calcolano il vitalizio sulla scorta dell’indennità
lorda (11 mila 703 euro alla Camera) e della
percentuale legata agli anni di presenza in
Parlamento. Con 5 anni di mandato si riscuote così
una pensione pari al 25 per cento dell’indennità,
cioè 2 mila 926 euro lordi. Raggiungendo invece i 30
anni di presenza si tocca il massimo, l’80 per cento
dell’indennità che in soldoni vuol dire 9 mila 362
euro lordi. Vero che con una riforma del 2007 Camera
e Senato hanno ridimensionato i criteri di calcolo
dei vitalizi riducendo le percentuali: si va da un
minimo del 20 dopo cinque anni al 60 per 15 anni e
oltre di presenza in Parlamento. Ma a parte questa
riduzione, gli altri privilegi restano intatti. Con
una ulteriore blindatura, che mette al sicuro
dall’inflazione e dalle altre forme di svalutazione:
la cosiddetta “clausola d’oro”, per cui i vitalizi
si rivalutano automaticamente grazie all’ancoraggio
al valore dell’indennità lorda del parlamentare
ancora in servizio.
Alcuni dei Messinesi
Angela Maria Bottari
Assegno vitalizio da € 4277 - Periodo contributivo
15
Nel 1976 è eletta Deputata nazionale e rieletta per
tre legislature consecutive
Totò D’Alia
Assegno vitalizio da € 5305 - Periodo contributivo:
20
Luigi Genovese
Assegno vitalizio da € 6239 - Periodo contributivo:
27
Basilio Germanà
Assegno vitalizio da € 5305 - Periodo contributivo:
Antonino Germanà
Assegno vitalizio da € 2238 - Periodo contributivo::
5
Antonino Calarco
Assegno vitalizio da € 2319 - Periodo
contributivo:: 5
Santino Fortunato Pagano
Assegno vitalizio da € 4277 -Periodo contributivo::
15
Dino Madaudo
Assegno vitalizio da € 5305 - Periodo
contributivo:: 20
Giuseppe Astone
Assegno vitalizio da € 5305 - Periodo contributivo:
20
Assegno vitalizio da € 2108 -Periodo contributivo::
5
L'oasi felice di Palazzo dei Normanni. E qualcuno
scappa con la borsa
Dai portaborse ai contributi per l'attività
politica. Le cose stanno così: le risorse vengono
assegnate dall’Assemblea regionale ai gruppi
parlamentari sulla base di un calcolo assai
semplice, un tot per ogni deputato. Più deputati,
più soldi. Non c’è alcun bisogno di pezze
d’appoggio, di giustificazione, di contabilità. I
gruppi parlamentari possono risparmiare,
teoricamente anche sui ragionieri, tanto non devono
dare conto di nulla. La qualcosa, tuttavia, non
significa che nei gruppi si fa ciò che si vuole; ci
sono gruppi che tengono i conti a posto. Possono
decidere di spendere il denaro come meglio
ritengono, magari ripartendolo in parti uguali ad
ogni parlamentare, così da migliorare il reddito. Le
risorse sono elargite a titolo di rimborso
forfettario per l’attività politica e culturale del
gruppo. Questa attività può benissimo svolgersi
nelle sedi dei parlamentari, ed ognuno la destina
alle spese che fa. Del resto, quale altra attività
potrebbe esercitare un deputato regionale se non
l’attività politica? L’assegnazione delle risorse
non tradisce affatto il loro uso. Il controllo è
perfino superfluo, ma fino a un certo punto. Come
arrivano i soldi ai gruppi parlamentari? Il bonifico
viene fatto a nome del presidente del gruppo che, in
linea puramente teorica, può disporne come ritiene.
È a sua volta libero di fare ciò che vuole. I suoi
colleghi possono arrabbiarsi, su questo non ci
piove, ma nulla di più. È capitato, in passato, che
qualcuno sia scappato con la borsa, vi chiederete.
Sì, è capitato, perché il meccanismo è così aperto
da indurre anche a qualche sbandata. Il malloppo è
sparito e si è dovuto inseguire qualcuno: avrebbero
dovuto essere pagati i dipendenti del gruppo (ora
sono retribuiti dall’Assemblea regionale) rimasti
senza stipendio. Altri tempi, certo, ma in questa
legislatura ci sono stati conflitti all’interno del
gruppo a causa di scissioni. Coloro che se ne sono
andati, hanno lasciato ingenti debiti alla gestione
rimasta a casa, sicché si è posta la questione su
chi avrebbe dovuto pagare gli adempimenti pregressi.
Si tratta, anche in questo caso, di dipendenti dei
gruppi. Anche qui non si può fare di tutta l’erba un
fascio. C’è personale che svolge il suo lavoro con
orari e carico di lavoro, come se si trovasse
all’ufficio del registro, e altro personale che –
stando a qualche chiacchiera da bar - non si vede in
giro per lungo tempo. Il gruppo parlamentare ,
d’altra parte, ha la facoltà di spendere le risorse
che ad esso vengono assegnate come ritiene più
opportuno. Tanto, paga Pantalone.
Tutti contro la casta siciliana"Ora dimezzatevi lo
stipendio"
Tremila e 500 euro di "diaria" e rimborso spese di
trasporto anche a chi risiede a Palermo. Sindacati e
imprese all'attacco delle buste paga dei deputati:
"Non si risolverebbe la crisi, ma sarebbe giusto che
dessero un segnale di svolta".Chiedono ai deputati di dare subito un segnale di austerity,
rinunciando non solo alla diaria di 3 mila 500 euro
al mese ma riducendosi del 50 per cento la busta
paga complessiva. Quello di sindacati, piccole
imprese e consumatori è un coro all'unisono: "I
deputati regionali devono fare qualcosa di concreto,
rinunciando ai loro privilegi prima di chiedere
sacrifici ai cittadini", dicono Cgil, Cisl e Uil, ma
anche la Confederazione nazionale artigiani e la
Federconsumatori. Mentre il governo nazionale
annuncia tagli, prelievi fiscali e aumento dell'età
pensionabile, nell'Isola degli sprechi le parti
sociali chiedono che gli inquilini dell'Assemblea
rinuncino alle loro ricche indennità. A partire dai
3 mila 500 euro al mese che ogni deputato, anche se
residente in provincia di Palermo, riceve come
diaria, cioè un rimborso spese di vitto e alloggio:
un bonus che viene aggiunto alla busta paga
consentendo così l'equiparazione prevista tra i
deputati regionali e i senatori. Ma sindacati,
imprenditori e consumatori vanno oltre, chiedendo
l'approvazione di un ddl che "tagli del 50 per cento
la retribuzione dei deputati eliminando
l'equiparazione ai senatori e preveda inoltre la
riduzione del numero di parlamentari dai 90 attuali
ad almeno 60". Il segretario della Cisl, Maurizio
Bernava annuncia un autunno caldo "se la politica
non ridurrà subito i suoi costi": "Mi ha colpito la
dichiarazione del capogruppo del Pd, Antonello
Cracolici, che parla di "canea" contro i deputati -
dice Bernava - se davvero si vuole dare un segnale
forte di riduzione dei costi, occorre che il governo
o gli stessi parlamentari presentino subito un ddl
che tagli davvero le spese della politica, riducendo
del 50 per cento la retribuzione dei deputati. So
bene che così non si risolvono problemi economici,
ma sarebbe un importante segnale pedagogico per chi,
come i lavoratori, sta subendo questa crisi sulle
proprie spalle". Dello stesso parere Mariella
Maggio, segretaria della Cgil: "I deputati rinuncino
subito a tutto quello che è un surplus, a partire
dalla diaria - dice - Certi privilegi sono
inaccettabili e l'equiparazione al Senato è fuori
dal tempo. I tagli vanno fatti subito, non nella
prossima legislatura". Per il segretario della Uil,
Claudio Barone è "assurda la difesa dei deputati che
parlano di costi della democrazia: "Si taglino
subito la retribuzione complessiva del 50 per cento
- dice Barone - Non capisco cosa c'entrino i costi
della democrazia con il fatto che l'Ars abbia il
numero maggiore di parlamentari e che questi siano
per giunta i più pagati d'Italia".
Le auto blu delle Asl costano ai cittadini 288 mln
l’anno
Secondo l’indagine voluta da Brunetta, le
amministrazioni pubbliche della sanità si servono di
oltre 22 mila vetture tra blu e grigie. Dare certe
notizie, in un periodo di profonda crisi economica
come quello che sta attanagliando gli Italiani, non
è certo piacevole. Tuttavia, il dovere di informare
ci impone di rendere consapevoli i cittadini sui
continui sprechi che caratterizzano
l’amministrazione pubblica nazionale, soprattutto a
opera dei dirigenti, che di crisi probabilmente ne
avranno sentito parlare solo in televisione.
Volendo soffermarci sugli sprechi di chi chiede ai
cittadini di stringere la cinghia, di sacrificarsi
per la salvezza economica della Patria, si è scelto
di porre all’attenzione dei lettori uno dei fenomeni
da sempre più invisi ai “comuni mortali”: quello
delle “auto blu”. Tale abitudine, come in molti
sapranno, è ampiamente diffusa nel mondo della
politica, a tutti i livelli. Ciò che in pochi sanno,
invece, è che di auto blu se ne servono, e anche in
quantità industriale, diverse amministrazioni
pubbliche del nostro Paese, non ultime le aziende
sanitarie. E, come per la politica, tale malvezzo
italico è diffuso dai dirigenti fino ai semplici
uffici. Come si può leggere, infatti, dal secondo
monitoraggio sul parco auto a disposizione della
Pubblica Amministrazione, voluto dal Ministro del
settore, Renato Brunetta, anche le Asl hanno, in
tutta Italia, un nutrito garage a disposizione dei
propri dirigenti. Garage riempito da oltre 22 mila
vetture tra auto blu e grigie e che costa al Paese,
che non è un’entità astratta, ma sono i comuni
cittadini, quelli che, per intenderci, dovrebbero
stringere la cinghia, quasi 290 milioni di euro
l’anno. Il suddetto monitoraggio, realizzato dalla
Fomez PA, ha coinvolto, tra le altre, il 72% delle
amministrazioni pubbliche della sanità, tra Asl e
aziende ospedaliere. Limitatamente alle Asl, vi
hanno preso parte 214 sulle 284 interpellate.
L’indagine suddivide le vetture in tre categorie:
“blu blu”, blu e grigie. Le prime sono auto di
rappresentanza e vengono assegnate ai vertici
istituzionali degli enti pubblici centrali e locali;
le seconde sono utilizzate dai dirigenti delle
singole aziende; le auto grigie, infine, sono quelle
a disposizione degli uffici. Secondo i dati
“stimati” del Ministero della Pubblica
Amministrazione, al 31 dicembre il parco auto delle
Asl risultava composto da 821 auto tra “blu blu” e
blu e 21.652 auto grigie, per un totale di 22.473
vetture. Sono guidate da 2.305 autisti, che costano
ai cittadini circa 104 milioni di euro l’anno. Se a
questi aggiungiamo altre 2.919 unità di personale
dedicato alla gestione del parco auto, la spesa
supera i 185 milioni di euro. Ma, come tutti sanno,
ogni vettura, anche se ferma, comporta delle spese
non indifferenti. Tali costi, calcolati sulle
suddette automobili, si aggirano intorno ai 10 mila
euro l’anno per ogni singola auto blu e circa 4 mila
per una grigia, tra spese di bollo, assicurazione e
manutenzioni varie. Il totale di queste spese è di
102,6 milioni, che si vanno a sommare ai 185,4
milioni spesi per il personale. L’esborso
complessivo annuale raggiunge così la bella
“cifretta” di 288 milioni di euro. Di fronte a tali
spese, la sopportazione dei cittadini, che sarebbero
in realtà i veri proprietari di queste vetture,
inizia a venir meno. Ecco perché diversi enti
pubblici hanno cominciato a capire che forse è il
caso, a loro volta, di stringere un po’ la cinghia.
E così, tra il 2009 e il 2010, alcune
amministrazioni pubbliche, tra cui anche diverse
Asl, hanno fatto registrare una consistente
riduzione del parco auto, che, viste le cifre
snocciolate dal Ministero, aggiornate, ricordiamo,
al 31 dicembre 2010, non può ancora bastare. Una
constatazione che, seppur moderata, è anche quella
del Ministro Brunetta, che, nella relazione inviata
al Parlamento sullo stato della Pubblica
Amministrazione italiana, ha sottolineato, tra
l’altro, come sia intenzione del suo Ministero
“individuare delle misure efficaci per
razionalizzare e ridurre la spesa, perché è netta la
sensazione, nell'opinione pubblica e non solo, che
nonostante tutte le misure assunte (o annunciate)
nell'ultimo ventennio, i risultati ottenuti siano
molto scarsi. Questa convinzione - spiega il
Ministro - è stata sicuramente accentuata dalla
circostanza che, non esistendo dati aggiornati e
attendibili in materia, le cosiddette 'auto blu'
sono state considerate un ingiusto privilegio
assegnato alla 'politica', che pesa in maniera
significativa sui bilanci delle pubbliche
amministrazioni”. Beh, ora che si hanno i dati
aggiornati, l’opinione pubblica, più che cambiare
idea, la rafforzerà notevolmente, visto che, in un
periodo di crisi come questo, c’è chi una
semplicissima automobile non se la può proprio
permettere, neanche per andare a lavorare.
Pranzo di lusso: sette euro
Risotto con rombo: 3,34 euro. Carpaccio di filetto:
2,76. Dolce: 1,74. Il tutto di servito da camerieri
in livrea. E' il ristorante del Senato. Terza
puntata delle confessioni all'Espresso del
parlamentare Carlo Monai: dove non ci parla solo di
cibo ma anche di mutui superagevolati, di terme e di
massaggi shiatsu a spese del contribuente.Carlo
Monai, il deputato dell'Idv che ha deciso di
raccontare tutti i privilegi della Casta, continua a
stupirci. Racconta che a Montecitorio e Palazzo
Madama arrivano ogni giorno inviti per mostre,
happening vari, sfilate di moda. Il cibo si paga?
«Dipende. Il bar della bouvette è in linea con i
prezzi di mercato. Il ristorante, invece, no. Ci
costa in media 15 euro, ma la tavola è apparecchiata
come un tre stelle Michelin, i camerieri sono in
livrea, lo chef è bravo e prepara piatti di grande
qualità. Io cerco di non appesantirmi, e ci vado
raramente. L'unico appunto», chiosa sorridendo,
«riguarda la cantina: ci sono ottimi vini, ma
nessuna bottiglia friulana». Al Senato si può
mangiare uno spaghetto alle alici a 1,60 euro, un
carpaccio di filetto a 2,76 euro, un pescespada alla
griglia a 3,55 euro. Prezzi ridicoli. «Anche in
consiglio regionale c'era un buon self service.
Primo, secondo, caffè e frutta a 10 euro». Pure uno
shampoo costa poco: la nostra guida è un
frequentatore della mitica barberia della Camera,
dove un taglio costa 18 euro (al Senato, invece, è
gratis). «In questo caso, credo che sia un servizio
da conservare: consente al parlamentare di avere
sempre un aspetto dignitoso, anche quando arriva il
martedì con i capelli spettinati». Ma i servizi
dedicati ai politici non finiscono qui. Dentro
Montecitorio c'è uno sportello del Banco di Napoli,
diventato famoso perché il consigliere Marco
Milanese ha movimentato, su un conto dell'agenzia
Montecitorio, qualcosa come 1,8 milioni di euro in
pochi anni. Non è il solo ad aver aperto un conto
lì, visto che gli onorevoli possono approfittare di
tassi agevolati per mutui e prestiti. Precisa Monai:
«Molti usano la diaria non per affittare la casa a
Roma, ma per comprarla. L'importante è essere
rieletti. Per un mutuo di 150 mila euro a cinque
anni il tasso fisso è appena del 2,99 per cento, uno
o due punti sotto quello di mercato. Idem per un
prestito: possiamo avere un tasso agevolato al 2-3
per cento». Anche le prestazioni sanitarie sono
rimborsate: Monai dopo un incidente in cui ha
distrutto una Mercedes ha ottenuto il rimborso di
580 euro di massaggi, e ammette che il Parlamento
gli paga cinque giorni di cure termali l'anno. I
radicali hanno scoperto altri benefit: occhiali
gratis, psicoterapia pagata, massaggi shiatsu,
balneoterapia. Tutti servizi destinati a oltre 5.500
persone, tra deputati e familiari. Alla Camera, poi,
non si chiama mai il 118: ci sono anche alcuni
infermieri nascosti tra gli scranni dell'Aula
adibiti a "rianimare" il deputato nel caso si
sentisse male. Costano al contribuente 650 mila euro
l'anno. Dopo una vita da nababbo, l'ex parlamentare
o il consigliere non viene abbandonato dalla casta.
L'assegno di fine mandato non si nega a nessuno, e
il vitalizio scatta per tutti. Per prendere una
pensione bastano cinque anni di mandato alla Camera
o al Senato, (in media 6 mila euro a testa al mese),
per una spesa che nel 2013 toccherà i 143,2 milioni
di euro l'anno. Tra le Regioni solo l'Emilia-Romagna
ha abolito il vitalizio, tutte le altre non ci
pensano nemmeno: così nel Lazio può accadere che gli
ex e i trombati si prendano 4 mila euro al mese ad
appena 55 anni.
Casta, proposta choc: chi ci sta?
Una sola Camera, con cento
deputati. Incompatibilità totale tra diverse cariche
elettive. Immunità parlamentare ristretta al solo
caso di arresto. Abrogare le province. Proibire il
ricorso alle consulenze. E naturalmente, una legge
sul conflitto di interessi che non si possa
aggirare. Utopia? No, dipende da noi. Sono vent'anni
e forse più che i politici, ogni volta che sentono
salire il disprezzo del paese verso di loro,
promettono di ridurre il numero dei parlamentari,
tagliare qualche privilegio troppo indecente,
perfino abrogare le province. Poi, puntualmente, non
fanno nulla: la Casta non ha nessuna intenzione di
ridurre quel pozzo di san Patrizio che sono i costi
della politica, su cui lucra, ingrassa, cresce e si
moltiplica (ben più dei pani e dei pesci). Se una
riforma istituzionale ci sarà mai, sarà solo grazie
alle lotte dei cittadini (o, in senso reazionario,
per i successi para-golpisti dell'establishment più
retrivo). Perciò vale la pena che la società civile
democratica avanzi una proposta radicale, con cui
condizionare i partiti di opposizione e costringerli
a inserirla nel prossimo programma elettorale. La
radicalità, in questo caso, coincide con il
realismo. Si faccia attenzione solo a questo: i
parlamentari oggi sono mille (trecento e rotti al
Senato, circa il doppio alla Camera), quelli che
contano sono solo poche decine, tutti gli altri -
chiamiamoli i peones - lo sanno benissimo. Se si
propone di ridurne il numero da mille a ottocento,
tutti i peones saranno ferocemente contrari. Se la
proposta è invece assai più radicale (una sola
Camera con cento deputati), lo saranno assai meno,
perché nessuno di loro rischia che un peone pari
grado conservi il seggio: in Parlamento ci andranno
solo quelle decine di "capi" che già oggi
riconoscono come "superiori". Riprendo perciò una
proposta di riforma istituzionale che ho avanzato un
quarto di secolo fa, alle origini di "MicroMega", e
che mi sembra quanto mai attuale per passare dalla
Casta a una politica di rappresentanza democratica
decente. Una sola camera legislativa composta di
cento deputati. In tal modo sarebbero molto più
autorevoli e soprattutto molto più controllabili dai
cittadini. La seconda camera diventerebbe una sorta
di Senato di difensori civici che partecipa, in una
seduta comune con la prima, all'elezione dei vertici
dello Stato come il presidente della Repubblica e i
giudici costituzionali, che promuove commissioni
d'inchiesta e "udienze" su ogni tipo di nomina (a
partire dai ministri) sul modello del Senato
americano, e che è formata dai cinquanta sindaci
delle città più grandi, per l'intera legislatura, e
da altri cinquanta di quelle meno grandi estratti a
sorte e a rotazione ogni anno (i sindaci possono
volta a volta indicare un rappresentante).
Tra
le varie cariche dovrebbe vigere la più rigorosa
incompatibilità: deputato europeo, deputato
nazionale, consigliere regionale: si può coprire un
solo incarico alla volta, chi ha una carica non può
neppure candidarsi per le altre (se vuole, si
dimette prima). Dopo due mandati non si è più
rieleggibili, si torna nella società civile. La
funzione di ministro e quella di parlamentare
dovrebbero anch'esse escludersi, sul modello
francese e americano, prendendo sul serio la
divisione dei poteri tra legislativo ed esecutivo. I
ministri sarebbero così un po' meno proni alle
esigenze clientelari. L'immunità parlamentare
ristretta al solo caso di arresto, bloccabile solo
con maggioranza qualificata (due terzi): altrimenti
decide la Corte costituzionale, se c'è o meno "fumus
persecutionis". Le province andrebbero abrogate, il
numero dei dirigenti nei comuni e nelle regioni
legato a parametri fissi come la popolazione,
proibito il ricorso alle costosissime "consulenze"
(spesso tangenti mascherate) e alle nomine fuori
concorso. Il conflitto di interessi andrebbe reso
inaggirabile, affidando l'applicazione della legge
del 1957 alla magistratura. La politica andrebbe
finanziata esclusivamente "in natura" (risorse
comunicative eguali per tutti i contendenti).
Quattromila euro mensili erogati ai parlamentari per
l’assistente
E’ stato il cinema di Nanni Moretti a fare
dell’assistente del deputato “il portaborse”, uno
sbrigafaccende astuto e servizievole, senza arte né
parte, oppure il parlamento, i deputati nazionali e
regionali, ed i senatori, interessati ad avere un
maggiordomo a basso costo piuttosto che un diligente
consigliere?La risposta può essere suggerita da
alcune informazioni di base sulla natura del
rapporto che si instaura fra il parlamentare ed il
suo assistente-portaborse. La figura professionale
del consigliere o assistente è stata devastata e
svilita da una immagine denigratoria e da una
consuetudine al servilismo. Che è stata fortemente
incoraggiata dai criteri di assunzione dei
“portaborse”.Fra il parlamentare e l’assistente non
si instaura assai spesso alcun rapporto di lavoro,
nemmeno a livello precario. Le ragioni sono
inequivocabili: Camera, Senato, Assemblea regionale
siciliana e altre amministrazioni, assegnano gli
emolumenti – 4000 euro circa – ai singoli
parlamentari, che non hanno alcun obbligo di
rendicontazione e possono fare ciò che vogliono
della somma concessa a titolo di rimborso per la
retribuzione dell’assistente. I parlamentari,
dunque, utilizzano le risorse come meglio credono.
Generalmente pagano il segretario, l’autista,
l’addetto stampa. Il più delle volte l’emolumento
non corrisponde alla somma concessa, nella quasi
totalità dei casi, difficilmente viene instaurato un
regolare rapporto di lavoro, regolato dalle norme
vigenti. In ogni caso le amministrazioni che
elargiscono i rimborsi non hanno alcun compito di
vigilare sulla correttezza dell’uso delle risorse.
Qualche mese fa il senatore Francesco Pardi, Pdl,
presentò a Palazzo Madama un ordine del giorno con
il quale veniva chiesto di affidare alla gestione
del Senato il pagamento degli assistenti e di
erogare le somme spettanti dopo una verifica delle
pezze d’appoggio. Una autentica rivoluzione, difatti
l’ordine del giorno venne bocciato a maggioranza. La
questione non è stata sollevata da alcuno, a parte
Pardi, a Roma e Palermo, ed è probabile che le cose
siano destinate a rimanere come sono. Eppure si
tratta di un grosso problema. Le assemblee
legislative, che regolano con le loro leggi, i
rapporti di lavoro, dovrebbero costituire modelli di
comportamento, e invece sembrano incoraggiare il
lavoro nero e il precariato quando va bene. E non
solo: viene tradita la ragione dell’introduzione
della figura professionale. I parlamentari hanno
bisogno di un assistente che li aiuti a fare il loro
lavoro, che richiede conoscenze e competenze di buon
livello. La rinuncia a dotarsi di una figura
professionale idonea per utilizzare diversamente i
rimborsi, non è senza conseguenze. L’attività
parlamentare subisce un danno evidente. Ci sono
costi della politica non quantificabili né
monetizzabili. È il caso dei rimborsi ai
“portaborse” concessi senza controllo perché
rimangano una voce camuffata dell’indennità.
Tutti i guadagni
della casta
|
ENTI |
NUMERO |
COSTI |
|
PARLAMENTO |
951 |
168.745.706 |
|
EXPARLAMENTARI
CON
VITALIZIO
|
1.831 |
219.400.000 |
|
REGIONI |
1.356 |
1.173.447.315 |
|
PROVINCE |
4.258 |
454.818.007 |
|
COMUNI-CIRCOSCRIZIONI |
150.619 |
1.660.273.352 |
|
TOTALE ORGANI
ELETTIVI |
159.015 |
3.676.684.380
|
|
ORGANI DI
GOVERNO |
COSTI |
|
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI |
476.756.556 |
|
UFFICI DI DIRETTA COLLABORAZIONE DEI
MINISTRI |
226.122.126 |
|
TOTALE COSTI
COMPLESSIVI |
4.379.573.062 |
|
VOCE |
IMPORTO
MENSILE |
|
Indennità |
5.486,58 |
|
Diaria |
3.503,11 |
|
Rimborso spese rapporto eletti/elettori |
3.690,00 |
|
Rimborso spese trasporto |
1.107,00 |
|
Totale mensile netto |
13.786,69 |
|
Spese telefoniche annue |
3.098,74 |
|
Assistenza sanitaria
Versa
526,66 euro mensili per l'assistenza sanitaria integrativa |
|
Pensioni
A partire dal
65° anno di età, per chi abbia svolto il mandato per almeno 5 anni |
|
CONSIGLIERI
REGIONALI |
|
REGIONE |
INDENNITÀ
NETTA+RIMBORSO |
|
1 - SARDEGNA |
11.417 |
|
2 - CALABRIA |
11.316 |
|
3 - CAMPANIA |
10.817 (10.997) |
|
4 - PUGLIA |
10.433 |
|
5 - MOLISE |
9.703 (10.255) |
|
6 - LOMBARDIA |
9.664 (12.524) |
|
7 - SICILIA |
9.578 (10.056) |
|
8 - LIGURIA |
8.471 (10.227) |
|
9 - VENETO |
8.004 (10.280) |
|
10 - VALLE D'AOSTA |
6.625 |
|
11 - TRENTINO ALTO ADIGE |
6.292 |
|
12 - BASILICATA |
6.259 (6.503) |
|
13 - MARCHE |
6.120 (6.994) |
|
14 - UMBRIA |
6.102 (6.598) |
|
15 - ABRUZZO |
6.076 |
|
16 - EMILIA ROMAGNA |
5.667 |
|
17 - FRIULI VENEZIA GIULIA |
5.563 (8.240) |
|
18 - LAZIO |
5.563 (7.050) |
|
19 - TOSCANA |
5.549 (7.738) |
|
20 - PIEMONTE |
5.409 (7.419) |
|
Tra parentesi il reddito netto più il
rimborso massimo.
Per altre Regioni come la Sardegna il
rimborso è fisso. |
|
PRESIDENTI
CONSIGLIO E GIUNTA |
|
REGIONE |
INDENNITÀ
NETTA+RIMBORSO |
|
1 - SARDEGNA |
14.644 |
|
2 - SICILIA |
14.134 (14.192) |
|
3 - CALABRIA |
13.353 |
|
4 - PUGLIA |
12.715 (14.595) |
|
5 - CAMPANIA |
12.388 |
|
6 - MOLISE |
12.038 |
|
7 - LOMBARDIA |
11.739 |
|
8 - VENETO |
10.339 (12.615) |
|
9 - VALLE D'AOSTA |
9.710 |
|
10 - LIGURIA |
9.084 (10.840) |
|
11 - TRENTINO ALTO ADIGE |
9.034 |
|
12 - BASILICATA |
8.746 |
|
13 - LAZIO |
8.545 (12.548) |
|
14 - ABRUZZO |
8.450 |
|
15 - PIEMONTE |
8.240 (15.654) |
|
16 - EMILIA ROMAGNA |
8.218 |
|
17 - FRIULI VENEZIA GIULIA |
8.062 |
|
18 - MARCHE |
7.787 (8.661) |
|
19 - TOSCANA |
7.106 |
|
20 - UMBRIA |
7.104 |
Invece che abolire i prefetti, li hanno aumentati
Se le donne dell’Islam tolgono il burqa, toccherebbe
a tanti uomini politici siciliani indossarlo per la
vergogna. Hanno “tradito” la Carta dell’autonomia
siciliana, lo Statuto, in modo proditorio e
manifesto. Invece che pretenderne l’attuazione, lo
hanno rinnegato mille volte. I prefetti, che ancora
oggi rappresentano lo Stato nei capoluoghi di
provincia, avrebbero dovuto concludere la loro
attività nel 1947, invece ci sono ancora e, cosa
davvero incredibile, accanto ai nove prefetti, tanti
quante le province, ne è arrivato un altro a Palermo
con l’incarico di commissario dello stato. Il ruolo
del’organo di garanzia, una magistratura terza
incaricata di vigilare sul rispetto della
Costituzione e di dirimere il contenzioso fra lo
Stato e la Regione siciliana, ha subito una
mutazione genetica. Un prefetto- commissario di
governo fa le pulci all’Assemblea regionale
siciliana e, in qualche caso, perfino animato da
buone intenzioni, suggerisce, consiglia, ammonisce
al fine di evitare che il parlamento regionale
discuta, esamini, approvi provvedimenti in contrasto
con le leggi dello Stato. Di fatto, dunque, il commissario dello Stato è diventato un organo
“politico”. Il Prefetto partecipa all’elaborazione
delle leggi, senza che alcuno abbia nulla da
obbiettare, anzi. I consigli, veri o millantati, che
provengono dall’ufficio del commissario dello Stato,
sono oggetto di trattativa, sollecitano o vietano
l’esame e l’approvazione di provvedimenti. Il timore
di una impugnativa così agisce nella fase di
elaborazione della legge. Quando si elaborò la
riforma costituzionale dieci anni or sono circa,
venne chiesto all’Assemblea regionale di esprimere
un parere sul ruolo del commissario dello Stato,
avrebbe potuto decretarne l’abolizione, invece ha
preferito tenerselo. Oggi, le regioni a statuto
ordinario non hanno il commissario di governo,
mentre l’Assemblea regionale siciliana viene
controllata da un prefetto nella qualità di
commissario dello Stato, di fatto commissario di
governo. Il livello di autonomia delle regioni a
statuto ordinario, dunque, è più alto, per questo
verso, della Regione siciliana a statuto speciale.
Com’è potuto avvenire? Le motivazioni sono
molteplici, la più importante è risibile: eliminare
il commissario dello Stato avrebbe omologato la
Sicilia alle Regioni ordinarie. La seconda è,
invece, furba. Pare che sia giudicata con favore una
“triangolazione” con il prefetto, i cui suggerimenti
possono essere usati per orientare l’elaborazione
dei provvedimenti legislativi. Ci si è accorti
dell’anomalia siciliana solo qualche giorno fa
quando su Repubblica è apparsa la notizia,
informale, di un parere sostanzialmente negativo
espresso dal dottor Carmelo Aronica sulla
sostituzione delle province con i liberi consorzi di
comuni, prospettata dal governo della Regione.
Briguglio (Fli), Cracolici (Pd) e Speziale (Pd,
Presidente della commissione antimafia), hanno
protestato per l’intrusione. Speziale, tuttavia, ha
ricordato che “più di una volta, in questi mesi il
possibile intervento del Commissario dello Stato, è
stato trasformato in un’arma da sbandierare nel
corso del dibattito politico”. Il problema
nascerebbe con Aronica? Niente affatto, è andata
sempre così, la consuetudine è più vecchia, in
verità. Il rapporto fra governo, Assemblea e
commissariato dello Stato – conflittuale o
collaborativo – è stato sempre intenso e informale,
nell’interesse delle parti. I giudizi sui
provvedimenti legislativi sono stati solo la parte
più appariscente. Quelle di oggi sono solo lacrime
di coccodrillo, l’autonomismo lo si può tradire in
un giorno solo, ma per riprenderselo serve molto
tempo e forti volontà.
Così fanno la cresta sui portaborse
Ogni onorevole prende 3.600 euro in più al mese per
assumere un collaboratore. Ma solo un terzo di loro
fa un contratto regolare: tutti gli altri pagano in
nero una cifra che raramente supera i mille euro. E
tengono il resto per sé. Ce n'è uno che ha dovuto
scrivere le partecipazioni di nozze per conto del
suo onorevole, prossimo al matrimonio. Ce n'è un
altro che ha supervisionato l'allaccio delle utenze
nella casa romana del parlamentare, prima che fosse
inaugurata. E ce n'è un terzo che viene spedito ogni
giorno a fare la spesa, con la lista delle vivande
da acquistare scritta dalla moglie del senatore.
Tecnicamente i portaborse si chiamano "collaboratori
parlamentari", da non confondersi con gli
"assistenti parlamentari" che sono dipendenti della
Camera e del Senato, insomma i "commessi" con la
coccarda tricolore al braccio. I "collaboratori"
invece sono figure indefinite, prive di un vero
riconoscimento e inesistenti dal punto di vista
dell'inquadramento professionale. E pertanto
soggetti spesso ad abusi ed angherie. Come quelli
denunciati nel 2009 da Celestina, già portaborse
della parlamentare del Popolo delle Libertà,
Gabriella Carlucci, che dopo anni di sfruttamento si
è rivolta alla magistratura e ha vinto: la Carlucci
è stata condannata a risarcire la ex collaboratrice
che - pur svolgendo di fatto mansioni da dipendente
– riceveva un rimborso di soli 500 euro mensili,
rigorosamente in nero. E così adesso un altro
portaborse ha deciso di seguire le tracce di
Angelina: è uno dei collaboratori di Domenico
Scilipoti, che si è appena rivolto all'Ispettorato
del Lavoro, per denunciare - presentando una
cospicua mole di documenti - le pessime condizioni
di lavoro e il misero trattamento economico ricevuto
dal suo ex capo. Ma per un paio di portaborse che si
rivolgono alla magistratura, tutti gli altri
tacciono. O parlano in modo riservato con Emiliano
Boschetto, che si è assunto la briga di provare a
risolvere i problemi quotidiani dei suoi colleghi ed
è ora portavoce del Co.Co.Parl., il coordinamento
dei collaboratori pralamentari. Spiega Boschetto:
«Ogni deputato prende, in busta paga, 3.690 euro
sotto la voce "fondo spese rapporto eletto-elettore".
Questa cifra viene erogata dalla Camera
indipendentemente dalla rendicontazione della spesa
che il parlamentare ne fa. E' questa la voce cui
teoricamente attingono i parlamentari per coprire le
spese dello staff. Ma la media dei compensi dei
collaboratori parlamentari è di circa mille euro
mensili lordi, quindi esiste di fatto un gap fra
quanto intascato dai parlamentari e la cifra
realmente destinata al collaboratore. Molti oroveoli
dicono di utilizzare gli altri 2.600 euro per tenere
in attività le loro segreterie sul territorio, ma
molto spesso non corrisponde al vero, anche perché
con l'attuale legge elettorale il rapporto locale
fra l'eletto e gli elettori è molto blando». Ma i
problemi non sono finiti: «L'altro punto da
sottolineare», dice Boschetto, «è che quella voce in
busta paga viene erogata indipendentemente
dall'intercorrere o meno di regolari contratti di
lavoro tra il collaboratore ed il parlamentare». In
altre parole, il deputato si prende tutti i 3.600
euro, poi però non è tenuto a fare un contratto a
nessuno, se non vuole. Infatti alla Camera dei
Deputati - i dati del Senato non sono noti - solo un
terzo dei collaboratori parlamentari ha un regolare
contratto. Gli altri, tutti pagati in nero. In
pratica, due terzi dei parlamentari violano le leggi
sul lavoro e sono correi di evasione fiscale. Per i
portaborse non avere un contratto regolare non è
solo un problema economico. E' anche un ostacolo
pratico, perché senza contratto non viene loro dato
alcun badge di ingresso alla Camera, quindi tutte le
mattine sono fatti entrare come "ospiti". Senza dire
che non tutti i badge sono uguali: «C'è quello
bianco, ambitissimo, che consente di entrare
ovunque, anche in Transatlantico, tranne che in
aula. Quello verde invece non consente l'accesso al
Transatlantico e quello marrone vale solo per la
sede dei gruppi parlamentari», spiega Gianmario
Mariniello, collaboratore di Italo Bocchino
Archivio Privilegi e Sprechi 1
|