La Voce del Longano

 Una Storia D'Amore

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Nino Alesci

 

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Pensando di rendere omaggio a Nino Alesci come narratore. In questa pagina viene pubblicato il suo libro "Una storia d'amore" che narra la vita   dei suoi genitori, in uno spaccato di vita siciliana che va dalla fine del 1800 alla nostra epoca. Con l’intento di dare anche un contributo di memoria “storica” della nostra città di Barcellona Pozzo di Gotto. Si ringrazia l'autore  per la gentile concessione.

 

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Presentazione

 

È con vivo piacere che raccolgo l’invito di  Nino a presentare una storia d’amore, che ha come protagonisti Turi ed Angelina, conosciuti nelle terre calde e assolate di Sicilia. Lo faccio con trepidazione e non poco senso di timore in quanto la grandezza della vita narrata da queste pagine è davvero considerevole.

Chi guarda negli occhi Turi ed Angelina non può non scorgere immediatamente che il loro innamoramento non  si è assolutamente spento: direi piuttosto che siamo di fronte all’eterna giovinezza dell’amore! Non solo: li  si può guardare in volto con la netta consapevolezza che, chi desidera, può attingervi come ad una sorgente che disseta gratuitamente e senza misura.

Un tratto molto significativo di questa vita condotta all’insegna dell’amore è l’estrema naturalezza e semplicità con cui Turi ed Angelina affrontano lo scorrere del tempo: non c’è forzatura o esercizio di volontà estrema. Vederli fare le cose insieme, assumere atteggiamenti e comportamenti feriali fa intravedere una straordinaria leggerezza, capace di affrontare e sostenere le prove  del cammino quotidiano del vivere.

Mi accingo ora a rivolgere un augurio particolare ai nipoti:

siano saggi ed avveduti nel sapere e nel poter usufruire per il loro futuro di un preziosissimo tesoro che Turi e Angelina hanno messo a disposizione con tanta generosità. E che gli anni felici  che verranno conducano Turi ed Angelina ad amarsi ancor di più!           

Don Mario Maggioni

 

 

 

 

1.     Introduzione

 

Questa è una storia d’amore.

La vita insieme di Salvatore (Turi) Alesci e Angela (Angelina) Alesci. Fidanzati per due anni e sei mesi e uniti con matrimonio religioso celebrato da Padre Giovanni Coppolino, nella chiesa di Santa Maria e San Rocco di Nàsari, a Barcellona Pozzo di Gotto, il 25 ottobre 1958. Da questa unione sono nati due figli che ora hanno altrettante famiglie:

·        Nino 49 anni, sposato con Piera Scilipoti, hanno tre figli: Angela, Salvatore e Francesca;

·        Santina 44 anni,  coniugata con Salvatore Castelli, hanno una figlia di nome Aurora.

La storia di una famiglia semplice, come tante, fatta di un quotidiano vivere tra difficoltà, sacrifici e fatiche, feste, gioie.

Tra Turi e Angelina è un amore che germoglia in Sicilia, a Barcellona Pozzo di Gotto, di fronte alle isole Eolie e allo splendido Mar Tirreno a Nord, in una valle tagliata dai torrenti Longano e Idria, racchiusa a Sud tra i monti Peloritani e le locali colline, ad Est dal promontorio di Capo Milazzo e ad Ovest da quello di Capo Tindari.

Salvatore, nasce e cresce in contrada Milìti, tra le verdi campagne profumate di zagara e colorate dai limoni, mandarini e arance. Angela, abita in contrada Nasari, a sud della città, su una collina circondata da secolari ulivi e imponenti carrubi.

Questo amore, dura da più di cinquant’anni e speriamo per molti altri ancora.

 

 

2. Il Racconto

 

Il racconto è mio, il figlio Nino, da 26 anni vivo a Milano con mia moglie e i tre figli, lo scrivo per Loro e per quanti li conoscono ma anche per chi vuol leggere una racconto di vita semplice. Lo scrivo in occasione del 50° anniversario del loro matrimonio, una riconoscenza a mamma e papà che hanno tracciato in noi figli, i valori della vita. Lo hanno fatto in modo semplice, con l’esempio dato, trasmettendoci le loro tradizioni e la loro cultura. Le foto che si vedono, sono “solo” alcuni momenti, immagini descrittive e narrative di un amore che segna lo scorrere del tempo nella loro vita familiare e accarezza le vite di coloro che hanno incontrato e conosciuto.

Tante altre persone meriterebbero di essere citate e raccontate in questo scritto, mi scuso con loro che certamente hanno un posto di rilievo nel cuore e nei ricordi dei due protagonisti.

In queste pagine avviene un evento straordinario, Angelina e Salvatore, modesti, umili e dignitosi lavoratori, per una vita anonimi, diventano attori principali, veri protagonisti di un sogno che si realizza: vivere insieme per cinquant’anni e più.

Questi “primi” anni di vita coniugale, non sono stati “confezionati” solo con rose e miele, ci sono anche le spine e l’amaro. Io mi dedicherò a riportare spezzoni di vita dopo averla condivisa o per averla sentita, raccontata da loro stessi o da parenti.

Provo a narrare una storia di umanità e traggo considerazioni ed  insegnamenti: il cammino, lungo un sentiero ora pianeggiante, ora irto e difficile con tanti ostacoli da superare. Si è trattato di un vivere  interessante che mi accingo a sintetizzare e proporre: flash, immagini, pensieri, racconti su mezzo secolo di vita matrimoniale.

Nella mia gioventù, alcune situazioni  mi risultavano “difficili” da sopportare, non li accettavo, li subivo malvolentieri o li combattevo. Altre le vivevo con gioia e li ricordo molto volentieri.

In questo racconto, s’intrecciano le relazioni di mio padre e mia madre. Hanno genesi nel loro incontro e nell’amore umano che nasce e cresce oggi giorno, benedetto da Dio e trasformano in amore universale che coinvolge: povertà, dignità, solidarietà e generosità, spontanee e gratuite mutualità, relazioni sociali diffuse, ma anche sofferenze e ingiustizie, toccano tutti i personaggi che vivono ancora o sono realmente vissuti.

Sono le vite quotidiane narrate da loro stessi, cose semplici, tante volte piacevoli altre meno o tristi, alcune dolorose. Hanno radici in altri tempi, sicuramente tempi difficili e per questo, restano forti i ricordi che sopravvivono ad ogni evoluzione e progresso e si ripropongono con piccoli bagliori che luccicano anche ai tempi nostri.

 

 

3. Salvatore, la sua famiglia

 

Salvatore Alesci, detto Turi “Mirrao” che è il soprannome del padre, nato il 3 marzo 1931 a Barcellona Pozzo di Gotto in Via Militi, 84, da Nino Alesci “Mirrao”, morto serenamente a 92 anni e Santa Calabrò, vissuta fino a 99 anni.

Turi è secondo di quattro figli, Lorenza, Nino e Caterina:

·        Lorenza si sposerà con Nicola Impollino ed avranno quattro figli (Nino, Salvatore, Andreana e Santina);

·        Nino si mariterà con Maria Pietrini ed avranno quattro figli (Sebastiano, Santino, Angelo e Sandra);

·        Caterina, resterà nubile per ragioni di salute. Morirà all’età di 64 anni.

Turi cresce in questa umile famiglia contadina che vive attorno alla figura paterna che di mestiere fa il contadino. Nonno Nino è  colono mezzadro nella proprietà del Podestà cittadino. Abita con la famiglia la casa colonica di via Militi. Con lui collabora la moglie Santa, fisico minuto, esile ma forte nel carattere e nel temperamento, rossiccia dai lunghi capelli e dagli occhi azzurri. La famiglia con onestà e con il duro lavoro, sopravvive alle avversità economiche dell’epoca, superando le difficoltà belliche e post, alla seconda guerra mondiale, giungendo fino a tempi nostri.

Turi è un ragazzo ubbidiente, servizievole, sempre al servizio dei genitori, frequenta la scuola fino alla terza elementare, inizia a lavorare nei campi. Un giorno era al mercato con suo padre, dovevano comprare qualcosa per il pranzo e il padre chiede al figlio: Turuzzu, che mangiamo oggi? cosa compro? Turi risponde: qualsiasi cosa va bene. L’importante è che mettiamo qualcosa in pancia! La sua passione è “catturare” con “trabucchi” e “reti” o direttamente dai nidi, i cardellini selvatici per goderne il bel canto, cosa che ora è severamente vietata dalla Legge. Divide il suo tempo tra il lavorare nei campi e gli amici del rione. Con loro trascorre il tempo libero, condividendo giochi semplici e la passione per gli uccelli.

Per conoscere meglio Turi e la sua famiglia si possono raccontare tante cose. Una curiosità è che nonno Nino, buonanima, prese tre mogli, le prime due sono morte lasciandolo vedovo, poco tempo dopo sposate a causa di malattie non curabili. L’ultima, la terza, Santa, era stata la prima fidanzata. Da Lei ha avuto i quattro figli. E’ proprio vero, il primo amore non si scorda mai! Poi il destino, o per chi ha fede, il volere di Dio. Espressioni ricorrenti che stavano alla base di ogni azione di mio nonno: “se vuole Dio” oppure “a Dio piacendo”.

La fede li accompagna, i momenti più difficili li trascorrono nelle profonde e strette trincee da loro stessi scavate nel terreno dove si rifugiavano per ripararsi dai bombardamenti americani. Da quelle scomode ma utili postazioni, sentivano i fischi delle bombe e i tonfi sordi e potenti delle esplosioni. Se la sono cavata così.

 

 

Dai successivi racconti di mio nonno e mia nonna, confermati da mio padre e dai miei zii, riporto una parte del loro quotidiano vivere. Il marito stava sempre insieme alla moglie che lo seguiva nel suo lavoro nei campi. Spesso andavano nella vigna di via del Mare, a tre chilometri circa da casa. Lui stesso, aveva piantato la vigna dopo aver tracciato manualmente filari con lunghi solchi, profondi circa 50 cm. Mio nonno raccontava che allora, durante il lavoro, non beveva acqua perché “andava nelle spalle”. Solo vino genuino e fresco, contenuto in un recipiente di terracotta (quartara). Durante il duro lavoro riusciva a berne fino a dieci litri in un giorno (na’ quartara), per dissetarsi e nelle pause per accompagnare il cibo, il tutto senza ubriacarsi.

Amava bere il vino, quello che lui stesso produceva, e non perdeva occasione per offrirlo agli amici. Quando si spostava a piedi, per dissetarsi, portava sempre con se un elegante ma pratico barilotto in legno da due litri che, su mia richiesta, mi ha lasciato in suo ricordo. Una volta mi raccontò di quando, durante un lavoro pesante nei campi, perse una scommessa su chi beveva più vino. Lui gran bevitore, perse la scommessa per un solo bicchiere, dopo averne bevuto più di dieci litri. Quella scommessa resta memorabile, la ricordano ancora i figli, la vinse il suo amico Salvatore, detto “Nascazza”, per il suo naso imponente.

Di Turi giovane, mi piace citare due episodi importanti che hanno segnato la sua vita ma anche la mia. La sua con le conseguenze dirette, la mia nelle considerazioni e nelle riflessioni che ho tratto:

Turi viveva con i genitori e abitava nella casa colonica del podestà del paese, erano coloni mezzadri. Il “padrone” andava ossequiato e riverito. Quasi ogni domenica toccava ad un figlio ma, spesso era Turi, ad andare alla casa del “padrone”, per portare le uova fresche o le primizie di frutta e verdura. Lo faceva con lo spirito di obbedienza, ma gli veniva “duro” sottostare ad un rituale che diveniva umiliante. La domenica mattina, Turi giungeva dai “padroni”. Aveva la netta sensazione che lo aspettassero. Doveva prima prostrarsi nel saluto reverenziale, “voscienza benedica”, inchinando la testa. Dall’alto di una imponete scala in marmo, illuminata da un lucernaio colorato, rispondeva la padrona con  voce squillante ed una risata ridondante: “tuttu binidittu”. Dopo averlo osservato dall’alto, accertato che Turuzzu  era in abito pulito di bucato, pressappoco faceva così: “veni, veni, Turuzzu, c’è da puliziari la giara o il pollaio “u jaddinaru”, alternativamente. Era quasi un incubo, non si poteva rifiutare, bisognava obbedire.

Ricordo poi, il racconto di quella volta che il padre lo punì per aver disubbidito. Turi non era più un ragazzino, era diventato maggiorenne, la maggior età si raggiungeva a 21 anni. Li aveva compiuti da un paio di mesi, abitava con i genitori e a loro doveva sempre sottostare. Un giorno, senza dare notizie, preso dalla sua passione per gli uccellini, “armato” di reti, insieme con i suoi fidati amici, si trasferiscono con le biciclette dalle parti di Mazzarà S. Andrea, per catturare cardellini. La giornata scorre veloce e il sole tramonta tardi. Il rientro a casa diventa un problema. Cosa dire? Che fare?  Turi è preso dal rimorso, ha preso tanti cardellini ma sa pure che non ha avvisato i genitori e il padre certamente lo punirà. Fa passare ancora più tempo e rientra a casa con il buio. I genitori sono a letto ma vigili e silenziosi, fanno finta di dormire, Turi silenziosamente, senza mangiare, si mette a letto. Dopo circa mezz’ora, si alza il padre, lo tira fuori dal letto e giù botte con le mani e con la cinta dei calzoni, lasciandolo con le sole mutande. Lo conduce fuori, nell’aia illuminata dalla luna piena e con una corda, lo lega al grosso gelso. Devono passare diverse ore prima che sua mamma, dopo tante suppliche, ottiene dal marito il permesso di andare a slegarlo. Una severa punizione per aver disubbidito ai genitori.

Di solito, Turi si occupava delle cose che interessavano la famiglia, seguiva suo padre e ubbidiva ai genitori. Nell’immediato dopoguerra, gli americani avevano costruito un campo volo a Calderà che era presidiato da molti soldati. Turi portava agli americani: vino, olio d’oliva, uova, verdura, frutta e noci. Gli americani lo ripagavano con gallette, riso, cioccolata, e sigarette. In occasione di uno di questi scambi, durante l’estate estate, le noci erano ancora con il mallo verde anche se dentro erano  mature, bianche, tenere e gustosissime. Bisognava pulirle dalla buccia prima di schiacciarle. Questo lavoro, faceva macchiare a Turi le mani di un colore simile a quello della nicotina. Appena gli americani lo vedono, per il colore delle sue mani pensano che il ragazzino fumasse tanto, glielo chiedono, Turi annuisce e i soldati gli regalano molti pacchetti di sigarette che diligentemente porta a suo padre.

 

 

 

4. Angelina, la sua famiglia

 

Angelina Alesci, nasce a Barcellona Pozzo di Gotto il 14 Maggio 1932, in Via Barcellona Castroreale, 84 a Nasari, da Nino Alesci, detto “u cattiddataru”, per il suo lavoro artigianale di costruttore di cesti e recipienti vari in vimini, verga e canne; morto improvvisamente per un infarto, domenica, 2 Aprile 1967, all’età di 69 anni e da Santa Del Grande, casalinga e “cavatrice” d’agrumi. Morta all’età di 93 anni.

Angelina è la terza di sette figli, sei femmine ed un maschio: Carmela, Nunziata, Vita, Giovanna, Salvatore e Giuseppina.

Altri quattro figli tre maschi e una femmina sono morti infanti per polmonite.

·        Carmela, si sposerà con Andrea Isgrò, detto “u patrittu”. Nel 2007 lo zio Andrea è morto in Australia, dov’era emigrato con tutta la famiglia nel 1971, anche lui era contadino, colono mezzadro. Ha combattuto per la liberazione dell’Italia dai nazisti tedeschi, ha operato al nord tra Lombardia e Piemonte, nei servizi segreti di una formazione Partigiana. Hanno otto figli, Margherita, Turuzza, Santi, Nino, Tindara, Carmelo, Maria e Giuseppina.

·        Nunziata, farà matrimonio con Pasquale Torre, morto d’infarto, prima muratore poi piccolo appaltatore, hanno avuto sei figli: Santina, Carmelino, Carmelina, Nino, Pippo e il piccolo Gianni (morto tragicamente in un incidente stradale).

·        Vita, si sposerà con Gianni Ziglioli di Bascapè (PV) e si trasferisce a Spino D’adda (CR), morto nel 1986, dopo una lunga malattia. Da ragazzo, a Bascapè (PV), in un cascinale della pianura padana, sopravvive miracolosamente ad una fucilazione nazista, grazie all’intercessione di un prete. Hanno tre figli: Mariuccia, Piero e Santina.

·        Giovanna, sposerà Tindaro Lo Giudice, hanno due figli, Palmina e Nunzio.

·        Salvatore, formerà famiglia sposando Ninetta Pino. Prima carpentiere edile, in seguito ad un grave infortunio sul lavoro diventa  Portalettere. Mi trasmette la passione per il Sindacato, offrendomi il suo insegnamento, l’esempio e la possibilità di operare accanto a lui. Con lui ho appreso molte altre cose e valori, che mi hanno formato nella vita. Il suo matrimonio con Ninetta, partorisce quattro figlie: Santina, Tania che diventerà Suora, Carmelina e Patrizia.

·        Giuseppina, si unirà in matrimonio con Nino Fazio, emigrati in Svizzera negli anni “70, hanno una figlia, Carmelina. In occasione di “un’improvvisata” natalizia ai familiari in Sicilia, Nino, dopo un tragico incidente stradale e tanta lunga agonia, perde la vita. Questo è stato il più triste Natale che ricordo. Giuseppina successivamente sposerà il fratello di Nino, Carmelo Fazio, nascono altri due figli: Nino e Giuseppe.

Torniamo alla protagonista, Angelina è coraggiosa, lavoratrice instancabile, si fa carico di piccoli commerci, per trarre un profitto da destinare alle necessità familiari. Racconta di quando, poco più che tredicenne, si compra per dodici lire i frutti di un albero di albicocche che poi raccoglie e rivende, guadagnando trenta lire.

Famiglia numerosa quella di Angelina, in linea con i tempi dell’epoca. La mamma Santa, si dedicava alle attività domestiche, con tanti figli da crescere. A loro cuciva qualche vestitino, era anche pratica nella cura dell’orto e saltuariamente, faceva la “cavatrice” di agrumi, dalle cui bucce si traeva l’olio essenziale, attività che svolgeva il marito “spiritaru”. Anche questa famiglia cresce attorno alla figura paterna. Nonno Nino di Nasari, di bassa statura, dignitoso, era severo, moralmente impeccabile, aveva un grande senso del dovere, grande timore di Dio, senso della giustizia, ed era capace di equilibrio e saggezza. Un pomeriggio fui io a procurare a nonno Nino di Nasari un grande spavento: ero salito sul solaio a rovistare tra le cose vecchie che erano custodite. Appagata la mia curiosità, mi tocca scendere dalla scaletta in legno mobile, da lui stesso costruita. Lui era seduto su una sgabello, vicino alla scala e trafficava concentrato, alla costruzione di un cesto. Io, penso di fargli uno scherzo. Faccio finta di cadere dalla scala e mi butto pesantemente per terra, resto immobile per qualche istante. Il nonno salta in piedi, si mette le mani ai capelli e inizia a chiamarmi ripetutamente.  Era spaventatissimo, quasi disperato. D’un tratto, faccio un balzo, scatto in piedi e inizio a ridere e saltellare. Ero contento per aver fatto spaventare il nonno. Per questo ho ricevuto i rimproveri dalla nonna che mi ricorderà l’episodio il giorno in cui il nonno morì. Il nonno, per lo spavento, restò senza parole, io capì che era veramente molto apprensivo. Nonno nino, mostrava attenzione verso il prossimo, soprattutto verso i più bisognosi. Veniva rispettato da tutti per la solidarietà di cui era capace. Conduceva la numerosa famiglia, affrontando con dignità la difficoltà quotidiane. Operava onestamente nel campo artigianale della lavorazione della verga, del vimini, della canna, costruendo ogni sorta di contenitore:  “cesti, cannistri, cannizzi, panari e cattiddati”. Stagionalmente, faceva lo “spiritaro”. Alla mia famiglia, che negli anni passati ha gestito un piccolo commercio, ha tramandato la passione per l’intreccio della palma. Era poco scolarizzato ma era geniale in vari campi, anche nell’istruzione. Autodidatta, si formava con letture varie. Riusciva ad insegnare a giovani studenti che si rivolgevano a lui. Brillava nella matematica e nella fisica: a Nasari, il sole illuminava un orologio solare (meridiana) da lui costruito, sulla facciata esterna della casa. Parte dell’orologio dipinto sul muro, è ancora visibile ma non segna più l’ora. Il sole non illumina più la meridiana, è stata oscurata dalle costruzioni antistanti. Progettava costruzioni di case e di strade, faceva da mediatore in compravendite. La sua dignità, solidarietà e generosità umana, voglio raccontarla nel suo sfidare un terribile bombardamento americano nel 1943. La famiglia era rifugiata in alcune grotte ad Acquaficara. Le bombe avevano seminato terrore e morte. Ci sono state molte vittime tra i civili anche a Barcellona P.G.. A Nasari, ognuno cercava di recuperare il corpo dei familiari caduti. Nonno Nino, aveva appreso che era stato colpito mortalmente, in contrada “Croce”, una sua cara conoscente, amica e comare, Santa D’Angelo. Sprezzante del pericolo incombente, insieme ad un altro amico, Nino Raimondo detto “Campanedda”, lasciano il rifugio e vanno verso il luogo del tragico accaduto. Per strada, incontrano il cognato della morta, Martino, questi si unisce ai due e proseguono nel cammino, sotto il continuo bombardare, fino a giungere nel luogo indicato. Trovano il corpo dilaniato, i capelli sono su una pianta d’ulivo, ricompongono in una cassa i miseri pezzi, sparsi in un ampio raggio, caricano la bara su un carretto trainato a mano e la portano in paese, per dargli una dignitosa sepoltura. Tempi difficili quelli, dolore, paure, fame e povertà s’intrecciano con fede, rispetto, dignità e solidarietà.

Angela, mia mamma, mi racconta sempre di quella grotta di Acquaficara: erano in tanti i parenti rifugiati in quello spazio buio, umido e stretto. Si trovavano raccolti, al riparo dalle micidiali bombe che fischiavano sibilline al passaggio e tuonavano potenti, colpendo civili innocenti. Lei, ancora bambina, aveva 11 anni nel ’43, stava rannicchiata in un angolo, terrorizzata. Tremava e si teneva stretta ad una pietra dalla quale non si staccava, faceva parte di se.

 

 

Anche il dopoguerra è stato difficile da superare, non mancano i ricordi: uno di questi è divertente e riguarda i liberatori, gli americani. Al rientro dal rifugio delle grotte di Acquaficara, Nasari come tutta Barcellona, era invasa da questi uomini in divisa che, accertata l’inconsistenza del nemico, giravano il territorio allegramente. Guardando nel giardino vicino casa, in vico II Cuba, 1, dove ora abita lo zio Salvatore con la sua famiglia, Angelina e la sua famiglia, trovarono grappoli d’uva attaccata al fico. Gli americani continuavano a dire che quello era l’albero con i suoi frutti. Giovani militari, simpatici, burloni, gestivano cordialmente il rapporto con i liberati. Sono stati tempi difficili, la famiglia era numerosa e bisognava ingegnarsi per mangiare. Mia mamma Angela, racconta che riusciva sempre a portare a casa una manciata di riso che gli davano gli americani e lo riservava al fratello Salvatore. Lo zio ne ha mangiato tanto in quel periodo che ora lo evita volentieri. Nel dopoguerra, Angelina un po’ del suo coraggio lo deve usare anche nei confronti di un maiale affamato. L’animale gironzolava attorno alla fontana pubblica dove si lavavano i panni. Ad un tratto, afferra con i denti un pezzo di sapone appena appoggiato. La giovane Angelina, appena sedicenne, non curante del pericolo che correva, senza timore, infila lestamente la mano nella bocca del maiale e tira fuori il pezzo di sapone che stava già per essere ingoiato. Costava caro il sapone, la mano molto di più.

 

5. L’incontro in contrada “Monte”

 

Quest’amore nasce nel mese di Marzo del 1956, dall’incontro “organizzato da comare Saridda” in contrada “Monte” a Nasari. Lungo la strada che collega Barcellona P.G. ad Acquaficara e a Castroreale, in un appezzamento di terra disposto a rasole, coltivato ad uliveto. All’ingresso un grosso carrubo, abbattuto pochi anni fa per lasciare posto a nuove costruzioni. Le imponenti radici, erano visibili dalla strada. In questo ambiente bucolico, davanti  ad imponenti piante secolari, testimoni di radici profonde, di tradizioni che si rifanno ad un antico secolarizzato. Timidamente ed impacciati, s’incontrano Turi Alesci (25 anni) e Angelina Alesci (24 anni). I due non si conoscevano prima anche se hanno lo stesso cognome e i loro genitori portano gli stessi nomi: Nino i due padri; Santa le due madri.

Turi dice ad Angelina: vorrei conoscerti, fidanzarmi con te e poi sposarci, formare una famiglia. Aggiunge testualmente: “io ho quattro bestiole”, intendendo vitelli da crescere. Angelina lo ascolta, lo guarda con dolcezza, scocca la scintilla. Subito dopo, quasi per caso, li raggiunge la mamma di Angelina, fingendosi ignara di ciò che si “celebrava”. Santa entra nel terreno di sua proprietà, un saluto di circostanza, qualche parola e poco dopo, i tre si lasciano con l’impegno di rivedersi con le rispettive famiglie, per sancire “il fidanzamento” ufficiale che sarà festeggiato a Nasari il 30 Aprile del 1956.

 

6. Il Fidanzamento

 

Sono in molti a ricordare quella festa. Le due famiglie, sono riunite attorno ad una tavola imbandita con cibi semplici ma gustosi, innaffiati da un vino “sincero” che portava allegria.

Di quel periodo, si ricorda una festa Pasquale: Angelina e la sua famiglia donano a Turi e alla sua famiglia, una grossa ciambella, detta “cuddura”: dolce biscotto da forno della tradizione pasquale siciliana, adornata di colorate caramelline e ben 31 uova. Lo scambio, con un altro dolce della tradizione, un “agnello pasquale” dal peso di circa 12 kg: dolce fatto di pasta martorana, impellicciata con una crema di mandorle e ripieno di frutta candita, mandorle tritate e pezzetti di cioccolato. Vere leccornie. All’interno del dolce agnello, una preziosa sorpresa per la fidanzata, una collana d’oro.

Altro ricordo, è la visita serale di Turi alla fidanzata. Da Militi, Turi giungeva a Nasari in bicicletta, dopo una lunga e dura giornata di lavoro, i fidanzati stavano alla presenza dei genitori e mai fino a tarda ora. Nonno Nino, molto rigoroso, qualche sera insieme a suo fratello “spumava”, cioè estraeva l’essenza “lo spirito”, dagli agrumi e nel contempo vigilava sui fidanzati e ammoniva Turi, quando s’avvicinava troppo ad Angelina. Diceva: attento Turi, “la paglia vicino al fuoco non può stare” oppure “allascati du caliaturi”, sarebbe stato “scandalo”.

Che dire poi, della volta che nonno Nino, aspettava impaziente il ritorno a casa di Angelina? La figlia, accompagnata dalla sorella Giuseppina, era stata invitata dai suoceri. Il padre stava in pensiero, raccomandava sempre la puntualità e le figlie lo sapevano. Il loro ritorno a casa era previsto entro le 18,00 circa, ma loro  tardavano. Erano stati trattenuti perché una festa con altri parenti, durava più del previsto ma questo il padre non lo sapeva e più passava il tempo e più si agitava preoccupato. Verso le 19,30, non resiste all’attesa e s’incammina verso Militi. Come nella parabola del Buon Pastore, esce da casa, lascia gli altri figli e va alla ricerca di Angela e Giuseppina. Percorre circa due chilometri e con grande gioia li incontra sulla via del ritorno ma ancora lontani da casa. Il padre gioisce per aver ritrovato sane e salve le figlie. Il nonno era molto apprensivo.

Due anni e mezzo di fidanzamento sono sufficienti per conoscersi e fare crescere l’amore dei due giovani. Molti, sono i preparativi per affrontare l’avventura coniugale a partire dalla casa che accoglierà la nuova famiglia. La scelta, cadrà sulla casa di via Militi, proprietà degli eredi del podestà. Si va verso lo sposalizio.

 

7. Il Matrimonio, la Festa.

 

Io avrei voluto esserci quel giorno, non c’ero. Non m’avevano invitato al loro matrimonio, nemmeno mia sorella c’era e di questo mi dispiaceva di più, così dicevo a chi mi chiedeva. Da piccolo, avrò avuto 8, massimo 10 anni, vedendo le foto del matrimonio dei miei genitori, ero “offeso” con loro e dicevo: capisco che non c’ero io, sicuramente ero al bar a lavorare, ma almeno mia sorella potevate invitarla. Lo ripetevo ai miei zii che, divertiti, me lo chiedevano spesso, conoscendo già la mia risposta, tutti i presenti ridevano con gusto.

E’ l’alba del 25 ottobre 1958. Una giornata luminosa. Nell’aria odore di un’estate che tarda a lasciare posto all’autunno, così mi hanno raccontato. Turi e Angelina, oggi sposi. Ciascuno a casa sua, consuma gli ultimi preparativi. A Nasari, dalla casa natale di Angelina, parte il corteo nuziale per il breve cammino fino a raggiungere la chiesa. Padre Giovanni Coppolino, celebra la funzione religiosa. Sono circa le 18,00 del 25 Ottobre 1958.

Giornata indimenticabile e piena di emozioni per loro due e per tanti altri: i genitori, i fratelli, le sorelle, le cognate e i cognati, i nipoti, gli amici e parenti. Alcune immagini descrivono l’attesa dello sposo con il mazzolino in mano, davanti alla chiesa accompagnato dalla mamma. La sposa, esce di casa in abito bianco con il velo lungo e veletta a coprire il viso. Al braccio, il padre che l’accompagna in processione. Dietro la mamma, le sorelle, il fratello ed altri amici e conoscenti del quartiere. Davanti a loro, la sorellina Giuseppina e il nipotino Nino Impollino, portano gli anelli degli sposi.

Si partecipa ad una lunga cerimonia religiosa, animata dai canti delle amiche dell’Azione Cattolica di Nasari e una predica sulla famiglia e sull’amore coniugale. All’uscita di chiesa, gli sposi sono festeggiati con il tradizionale riso, misto con fiori, confetti e monetine beneauguranti, gettati in aria per la gioia dei bambini. Poi i baci e gli auguri di tutti gli intervenuti.

Inizia così, una grande festa a Nasari, nel vecchio frantoio “trappitu”. Più di 300 invitati. Musiche e balli fino a tarda ora, mangiando e bevendo in allegria il vino del nonno. La torta nuziale e lo spumante, come in ogni matrimonio, concludono i festeggiamenti.

Parte una nuova avventura, la vita coniugale di Turi e Angelina. Si parte per la casa di Militi. Lì è luna di miele, altri tempi, molto miele ma anche l’agro, Angelina dovrà mostrare alla suocera la prova della sua illibatezza.

 

8. La Casa Colonica di Militi

 

Ho un bel ricordo della casa colonica di via Militi al numero civico 84, c’era un cancello in ferro battuto. Lì, vivevano i miei nonni ed è nato mio padre ma anche io e mia sorella. In quella casa, nell’aia grande con il gelso e la stalla, il giardino di tutti i frutti e le verdure, insieme abbiamo vissuto. In quei luoghi, ho serenamente trascorso la mia prima infanzia fino a sette anni compiuti. La casa, aveva una prima stanza che ora potrebbe chiamarsi zona giorno. Un tavolo grande con un’opalina verde che tutt’ora fa bella vista nella casa di Calderà di mia sorella, allora veniva usato solo per le feste importanti. Un tavolo più piccolo, “buffetta”, per l’uso quotidiano. Una cucina a tre fornelli, alimentata con la “bombola” del gas, poi il focolaio dove si metteva la pentola per cuocere i legumi. In quella che era la zona notte, c’era un disimpegno con una specchiera a tre cassetti, per la biancheria. Separato da una parete in legno, la stanza con il letto matrimoniale e accanto un lettino dove dormivo io. Dal mio lettino, si alzava una scala di legno che portava nel sottotetto: su quel solaio, maturavano le banane raccolte acerbe; si conservavano cose vecchie; mi rifugiavo io per giocare, nelle giornate di brutto tempo.

La casa colonica, si affacciava su un grande spiazzo, l’aia grande. Attorno c’era il pollaio, la stalla per uno o due vitelli, il viottolo per andare nel giardino di agrumi, gli alberi di frutta e l’orto. Per i bisogni fisiologici, un capanno con “buca a terra”, fungeva da bagno. Ricordo che già allora, a casa mia, si faceva la raccolta differenziata: nel giardino, vicino al “bagno biologico”, c’era il “mondezzaio” dove si accumulavano tutti gli scarti organici e vegetali, il cosiddetto “umido” che, dopo la decomposizione, si usava come fertilizzante naturale. Nell’aia, si aprivano le porte di due enormi magazzini bui e pieni di polvere, in questi c’erano almeno tre cose che ricordo bene:

Le enormi botti in rovere, per il vino: per riempirle di mosto con gli otri colanti, uomini bagnati di succo d’uva rossiccio, salivano su una scala in legno con almeno venti pioli, per versare il prezioso e saporito nettare.

Un grosso baule pieno di splendide conchiglie, della cui provenienza mi continuo a domandare: erano del nostro mare? Delle vicine Isole Eolie? O avevano una provenienza tropicale? Erano così belle! Alcune lo sono ancora, fanno bella evidenza come soprammobili o posacenere.

Una spada romana che mi ha fatto sognare vicende gladiatoriche: corta, sagomata ed appuntita  di un metallo pesante, forse bronzo, una croce a protezione dell’impugnatura che era dello stesso metallo attorcigliato con impugnatura ornata. Questa, credo risalisse proprio all’epoca Romana. Il riferimento, mi fa pensare anche all’epoca possibile da dare alle conchiglie. Ricordo ancora quella spada e quanto piansi quella mattina, quando mia mamma, contro la mia volontà, dopo che io l’avevo trovata tra la polvere in magazzino e nascosta sotto il forno a legna,  la barattò per una vasca “bagnarola” in plastica, eravamo nel 1965, appariva anche per noi, un’altra epoca.

 

9. Gli anni di Militi 1958 – 1966

 

Angelina è subito incinta. Durante la gravidanza lavora nella campagna insieme al marito. Sono tempi difficili ma loro non mollano, sono tenaci. La mamma porta sulla testa per lunghe distanze,  grossi fasci di fieno o di erba fresca, mietuta nei campi. Un lungo e faticoso cammino fino alla stalla. Bisogna dare da mangiare ai vitelli (bestiole). La gravidanza non ha particolari complicazioni, tranne i così detti “mali vizi” che è quella sensazione di vomito, tipica di molte gravidanze. Durante la gestazione, Angelina è ghiottissima di limoni che mangia crudi, appena colti dalla pianta o con il sale o ancora in insalata con l’aceto. Passano appena nove mesi di vita coniugale, è il 1 Agosto 1959, viene alla luce il primo frutto del loro amore, sono io, Antonino Alesci, primogenito. E’ quasi mezzogiorno, le 11,45, i gemiti sono uditi felicemente dai numerosi presenti. Quel giorno si cucinava “pescestocco a ghiotta” per papà che sta lavorando nel vicino agrumeto,  per i nonni e i parenti che erano in attesa del lieto evento. Si partorisce in casa, l’ostetrica è comare Nunziatina Livoti, di Nasari. Con tanta gioia di tutti, mi viene dato il nome del nonno, nel rispetto delle tradizioni. Il nonno Nino “Mirrao”, entra subito nella stanza con una bilancia ad un piatto. La puerpera era stata appena ricomposta. Con orgoglio mi prende in braccio e mi mette sul piatto per il peso: 3 chili e 200 grammi.

Turi e Angelina, hanno vissuto intensamente questi primi anni di vita matrimoniale. Amore, lavoro, pane e tanta allegria, semplici feste. Io ho immagini chiare, luci di vita serena. Pranzare in primavera e d’estate nell’aia, sotto il sole o all’ombra del gelso. In casa, ricordo le “sfide” a tavola con mio padre, su chi riusciva a finire prima gli spaghetti al sugo, preparati dalla mamma. Chissà perché, vincevo sempre io, usando entrambe le mani per prendere gli spaghetti. Il sugo, mi colorava le guance già rosee, e ridere, gioire, giocare sereno nella campagna, da solo o con i vicini di casa. Anch’io ero ubbidiente da piccolo. Già a tre anni andavo a prendere il latte in bottiglia a casa dei nonni che abitavano al civico 24, di Via Militi ed in casa avevano sempre una mucca o una capra da mungere. Una mattina con la bottiglia piena di latte  in mano, ritornavo a casa. Ad un tratto, inciampo, cado per terra e rompo la bottiglia. Ero molto dispiaciuto per l’accaduto, esce di casa quella che diventerà mia zia Maria, moglie di zio Nino, fratello di mio papà e mi dice, cos’hai fatto! Io per non perdermi d’animo, prontamente rispondo: e che faccio ora? Devo per caso mettermi i vetri in testa? E’  successo! E via di corsa, verso casa a raccontare tutto a mamma che mi consola.

In quel periodo, mio padre inizia a “convertire” il suo essere contadino, in operaio manovale in edilizia. Siamo nei primi anni sessanta, si costruiscono le strade e le fognature in via Militi e nella traversa Bellinvia. Lui, pur lavorando vicino casa, non viene a  pranzo da noi, resta con i compagni di lavoro. Io, piccolo di tre o quattro anni, ogni giorno gli porto il pasto caldo, completo di pasta appena cucinata, un pezzo di pane, un frutto e una bottiglia di vino. Il tutto, avvolto in una tovaglia. Quando arrivo sul cantiere, mio padre è felice di vedermi come tutti i suoi compagni di lavoro. Anch’io sono contento, resto un po’ con loro e poi via di corsa a casa.

Degli anni trascorsi a Militi, ho parecchi ricordi che voglio raccontare.

Il primo risale a quando mio nonno Nino, perde il dito indice della mano destra, troncato dalla corda che legava un vitello che si era “infuriato”. Il vitello aveva intuito che l’uscita dalla stalla, lo conduceva verso il macello. Il suo imbizzarrirsi non si riusciva a contenere, con corde e bastoni, almeno dieci uomini, inutilmente, cercavano di domarlo. Nella traversa Bellinvia, nel tentativo di frenare la furia della bestia, provano a legare il vitello ad un albero con una grossa corda. L’animale è furente, sferra un brusco movimento con la testa e il collo, il nonno ha la corda in mano, il dito gli resta impigliato e la stretta del vitello gli stacca quasi di netto il dito indice. Era sanguinante e con il dito penzoloni avvolto in un fazzoletto. Tra urla e imprecazioni, parte la corsa verso l’ospedale dove, poco dopo, gli sarà amputato il dito.

Un altro ricordo, è di un fatto accaduto a me. E’ quasi sera ed io d’estate amavo giocare fino tardi. Di solito, noi ragazzi, fino al tramonto, giocavamo a palla in mezzo alla strada. Le automobili erano rare, con più frequenza passavano, il piccolo carretto di Salvatore “Manciajatti”, trainato da un asino e quello più grande di don Natu “Jaddazzu”, tirato da un cavallo più possente. Don Natu e qualche altro carrettiere, trasportavano le cassette con le lavorazioni ortofrutticole dai magazzini, fino ai vagoni ferroviari da dove partivano per l’esportazione. Quel pomeriggio, malgrado mia mamma mi aveva chiamato al rientro a casa, io ritardavo. Ad un tratto sopraggiunge Angelina, adirata con me perché aveva tante cose da fare. Un paio di sculacciate, forse di più, sono mie. Forzatamente mi porta in casa, mi cambia i vestiti sudati e m’impone di stare vicino a lei che stava rammendando. Io calzavo i sandali. Infuriato, scalpito, scattante, metto il piede nel contenitore degli aghi e del cotone. M’infilo un ago nell’alluce destro, l’ago si spezza e un pezzo mi resta dentro il dito del piede. Tra le lacrime e i sensi di colpa di mia mamma, finisco all’ospedale Cutroni Zodda di Pozzo di Gotto, fanno le radiografie, mi rimandano al giorno seguente. Un’infermiera, (si trova sempre qualcuno che spende una buona parola) dice ad Angelina che la situazione è grave: l’ago può camminare, finire al cuore e farmi morire. Immaginate la disperazione di Angelina. Per fortuna, poi le cose sono state meno complicate. Il giorno dopo, con un taglietto estraggono il pezzetto d’ago e chiudono la ferita con un paio di punti di sutura. Dopo qualche giorno, ritorno a casa portando con me, una piccola palla di plastica che mi regalò una suora.

Il terzo ricordo di Militi, è quando mi sono addormentato nel sottoscala dai miei nonni. Anche stavolta era estate, per qualche motivo io ero rimasto a casa dei miei nonni, in compagnia di mia zia Caterina. Ad un certo punto resto solo, inizia un improvviso temporale con pioggia e vento forte. Io inizio a sentire freddo. Cerco riparo dietro le botti piene di vino che stavano in cucina, sotto la scala che porta sul solaio. Fuori infuria la tempesta. Cerco conforto in una cassetta vuota, sto rannicchiato per scaldarmi, non ci riesco. Trovo una nocciola,caduta dal solaio e con una scarpa di gomma, cerco di schiacciarla ma non ho fortuna, in compenso, m’addormento. Mi sveglio dopo alcune ore, ignaro della disperazione dei miei genitori e di tutti i parenti che erano addolorati, non trovandomi in casa e manco nelle vicinanze. Li sento parlare e piangere sconfortati. Ho paura. Paura di essere punito ingiustamente, resto in silenzio e in ascolto. Sono distrutti tutti. Mi cercavano nelle case dei vicini, nei pozzi, nelle stalle. Non immaginavano che potessi essere lì, così vicino. Dopo un bel po’, seppur intimorito, mi faccio coraggio, decido di affrontarli. Pazienza, magari pure stavolta prenderò botte. Esco dal rifugio e dico. Qua sono! Restano tutti esterrefatti. Capiscono la situazione, mi abbracciano, mi stringono forte. Sono tutti felici, stavolta si consolano e piangono di gioia.

Il ricordo più doloroso che mi ha proprio turbato, insieme con papà e mamma, è quello relativo alla morte del piccolo, Gianni Torre. Mio cugino, figlio di Zio Pasquale e zia Nunziata Alesci. Stavolta non è estate, ricordo che io e mamma, aspettavamo preoccupati il ritorno a casa di papà che tardava, c’era qualcosa nell’aria che preannunciava tristezza, dolore. Nel mio ricordo resta l’arrivo agitatissimo di papà che annuncia: è morto Gianni! L’hanno investito. Di mio cugino Gianni, ricordo la sua somiglianza con la zia Nunziata. Era un bambino buono. Poi, una piccola bara bianca con dentro il suo corpicino e la tomba al cimitero di Barcellona che vado a visitare ogni volta mi è possibile.

La vita continua, Angelina e Turi fanno progetti, iniziano a pensare ad una casa propria. Hanno avuto notizie che “i padroni” vogliono vendere la campagna e la casa colonica di Militi. E’ l’ora di pensare ad una propria casetta. Intanto a Nasari si crea un’opportunità, comprare una striscia di terra edificabile.

I due innamorati, progettano di far crescere la famiglia. Pensano ad una figlia, si una bimba. La secondogenita per loro, la compagnia per non lasciare “solo” Nino. Con il loro amore, il loro impegno e l’aiuto di Dio, il 27 Aprile del 1964, nasce Santina, anche lei in casa. L’ostetrica è sempre comare Nunziatina Livoti.

Ricordo bene anche quella sera. Sembrava una festa a Militi. Tutti intorno al letto di mia mamma ed io, a letto accanto a lei. Avevo quasi cinque anni, non volevo lasciarla sola. Non capivo bene cosa stava succedendo realmente, seppur tutti mi dicevano che doveva venire la sorellina. Io volevo essere lì, vederla arrivare. Impiegano un bel po’ di tempo a convincermi e farmi uscire dalla stanza da letto. Alla fine, esco ma domando: perché m’avete fatto uscire? Passa un po’ di tempo e sento miagolare, sì proprio un miao, miao. Mi concentro, ascolto con attenzione e dico. M’avete fatto uscire, io non potevo stare lì a vedere l’arrivo di mia sorella, il gatto invece l’avete fatto restare. Tutti a ridere. Loro avevano capito che non era il gatto, e continuavano a ridere. Intanto, dalla stanza entravano ed uscivano allegramente più donne. Portavano acqua calda, bacinelle, lenzuola, asciugamano, un via vai indaffarato ma allegro. Io ero vigile, attento, ad un certo punto mi chiedono: Nino, senti il gatto che fa miao? E aggiungono: ora ti facciamo entrare! Sono felice, entro e corro ad abbracciare mia mamma nel letto, vedo pure Santina, mia sorella, è nata! Rosea, bella, ma ha qualche graffietto sul viso, io domando: è stato il gatto? Mi rispondono, no, no, si è graffiata quando è arrivata, caduta dal lampadario! Io continuavo a scrutare quel lampadario, cercando di capire come possa essere arrivata da lì. Quanta fantasia!

Santina, inizia a crescere ed io divento il suo piccolo tutore, il custode. Angelina e Turi, sono sempre stanchi ma felici. Io, passavo le giornate insieme con Santina, crescevamo serenamente e in salute. Io, sempre imbottito, con le spalle e il petto coperti: la mamma mi metteva fino a sette maglie della salute per preservarmi da bronchiti e raffreddori. La prevenzione aiuta!

 

 

Ricordo un ferragosto, tutti a far festa insieme, si mangia sotto il grande gelso: pasta con la carne, “jadduzzu” (pollo) al forno con le patate e anguria. C’erano i nonni, lo zio Salvatore con la fidanzata Ninetta, la zia Giuseppina che è la più piccola, lo zio Nino, la zia Lorenza e lo zio Nicola, i suoi figli. Si fa festa, si canta e si balla.

Santina, la ricordo piccola, girovagare nell’aia fino al pollaio, in quel girello in legno che prima era stato mio. Un’altra volta, sempre piccola, era con tutti noi in campagna in contrada “monte”, seduta sulla tovaglia con un fazzoletto in testa alla contadinella. Era un Lunedì dell’Angelo (Pasquetta).

Il battesimo di mia sorella Santina, sta nel mio ricordo di quella festa: Una domenica pomeriggio a Militi, eravamo in tanti, compresi i suoi padrini Pippo Livoti e la moglie Giovanna. Si suona, si canta, si balla, poi si mangia il gelato, lo “schiumone”. Mio zio Nino è felice, mangia il gelato con avidità, si sente male e crolla a terra ghiacciato. Poi si riprenderà e la festa potrà finire in allegria.

In un'altra occasione, eravamo riuniti per una festa importante, forse Pasqua. Avevamo appena terminato di mangiare, gli uomini chiacchieravano, le donne sparecchiavano la tavola e lavavano i piatti. Noi ragazzi, giocavamo agli indiani nella stalla all’aperto. Facevamo a cavalluccio sul tronco della mangiatoia. Ad un certo punto, senza motivo, ricevo una spinta da mia cugina Andreana che era dietro di me. Cado e sbatto con la fronte su una pietra a spigolo. In ospedale mi “regalano” due punti di sutura in fronte e rientro a casa.

Una notte, stavamo dormendo tutti, era ancora estate, avevamo la finestra socchiusa. Ad un tratto, si sentono le galline e i polli rumoreggiare forte, i cani abbaiare, mio padre salta dal letto, tutti ci svegliamo. Lui, intuisce subito che c’è qualcosa di strano, non sono i soliti rumori. Ci sono i ladri nel pollaio, mio padre in mutande, salta fuori dalla porta, inizia ad urlare. Lo seguiamo io e mia mamma fino alla porta. Lui urla, grida, al ladro! al ladro! Insegue una figura che fugge nelle campagne. I ladri, forse il ladro solitario, fugge rincorso da mio padre. Io restai impaurito da questa cosa. Se ne parla ancora a casa mia, si immagina chi potesse essere il “povero” ladro. In seguito, per fortuna, episodi del genere non se ne verificarono più.

Gli anni passano, Santina cammina già, io mi accingo ad affrontare l’avventura scolastica. La prima elementare la frequento nella scuola di Battifoglia, all’Aia Scarpaci. Ho ricordi bellissimi della prima elementare, dai compagni con cui facevo il percorso per andare a scuola, ai compagni di classe: i fratelli Abate, Quattrocchi, Caliri, Scarpaci; insegnante era la maestra Trovato, una Signora dai capelli rossi, lentigginosa, molto educata, abitava in Via Umberto I, nelle case popolari di Nasari.

Ogni mattina, per tutta la durata dell’anno scolastico, con altri bambini e bambine, raggiungevamo a piedi la scuola. Attraversavamo una distesa d’aranci, mandarini e limoni che profumavano di zagara ed erano colorati dai frutti, tutto l’anno.

Al pomeriggio studiavo solo, poi giocavo a palla con altri ragazzi, per le strade non trafficate, nell’aia o in campagna, senza giocattoli comprati ma con tanti giochi che adattavamo o costruivamo, con tanta allegria e fantasia. Santina cresceva in salute, Turi e Angelina erano sereni.

Un pomeriggio d’estate, mio padre irrigava gli ortaggi, il sole stava tramontando, io ed il mio amico Salvatore Foti, eravamo felici a mangiare fichi su una pianta, alta almeno quattro metri. Saltavamo sui rami, allegri come scimmie rumorose, mangiavamo i fichi maturi. Ad un tratto, il nostro ballare, fa rompere il ramo sul quale mi dondolavo. Il rumore di frattura del legno, il fruscio ruvido delle foglie, l’altezza considerevole, facevano presagire il peggio. Grazie a Dio, la mia caduta finiva con il sedere bagnato nel canale dove scorreva l’acqua per l’irrigazione. Sento il grido di paura e di rimprovero di papà che lascia la zappa che aveva in mano, si precipita verso di me, ed io, insieme con Salvatore che nel frattempo era sceso dalla pianta, fuggiamo via per evitare altri danni! Lui ci rimbrottava. Avevamo appena superato indenni la paura, con l’incoscienza della fanciullezza. Sani e salvi, rientravamo a casa e ci preparavamo alla cena e al sonno, prima di un giorno nuovo.

Il tempo passava così, nel frattempo cambiava molto. A Militi vendono il terreno, l’aia, i magazzini e la nostra casa. Acquirenti la famiglia Messina Cosimo e figli, imprenditori ortofrutticoli di San Filippo del Mela. Noi, continueremo ad abitare la casa per circa un anno, ma lì tutto si trasforma. L’aia diventa trafficata, i magazzini svuotati dalle vecchie monumentali botti e da tutto il resto. Al loro posto, montano macchinari per la lavorazione degli agrumi e della frutta di stagione. Cambia tutto. Mamma, iniziava a lavorare in quel magazzino con la qualifica di “cernitrice”: divideva ed impacchettava la frutta nelle cassette. Papà continuava a fare il manovale edile e la domenica coltivava ancora l’orto e il giardino. Voleva migliorare mio padre, diventare muratore, voleva imparare quel mestiere, essere professionalizzato, specializzarsi. Non l’ha potuto fare, quando lo ha chiesto ad un suo datore di lavoro, questi gli rispose che se voleva imparare il mestiere di muratore, doveva farsi abbassare il salario. Turi, questo non poteva permetterselo, doveva sfamare la famiglia. Dio lo aiuterà in tante altre cose. Intanto, passa il tempo e Turi, sempre più, si allontanava dalla campagna per dedicarsi alla costruzione della casa di Nasari. Si affacciano altre stagioni, si viaggia verso tempi diversi, si prospetta il primo trasloco.

Era l’estate del 1966, avevo finito la prima classe elementare a Battifoglia, promosso in seconda.

Si trasloca, era di pomeriggio ed avevamo tutti le lacrime agli occhi. Andavamo a vivere nella nostra casa, lasciavamo la campagna e la casa colonica per abitare nella casa costruita da mio padre, ci trasferivamo dal luogo d’origine della famiglia di papà a quello di mamma.

“Il miele e il fiele”. Andavamo verso una casa nostra ma ciascuno di noi, sentiva vivi, ricordi belli. Giorni sereni. A Militi, i miei genitori li vedevo e osservavo al mattino, al pranzo a alla sera, erano stanchi ma sempre con il sorriso sulle labbra. Mi domandavo, chissà come sarà a Nasari? Raggiungevamo un traguardo, avere una casa tutta nostra, costruita con il duro lavoro e i sacrifici di mio padre e mia madre. Era viva in tutti noi, la consapevolezza che lasciavamo dei luoghi che avremmo ricordato piacevolmente per tutta la vita. Turi aveva 34 anni, Angelina 33, Nino 6, Santina 1 anno.

Seduti su un camion carico di mobilia: Angelina con Santina in braccio, Nino accanto a loro, Turi in cabina, accanto all’autista. Lasciamo via Militi, per raggiungere dopo dieci minuti, via Stradella Privata Nasari, 15. La strada progettata da mio nonno  nasaroto.

 

 

 

 

 

10. La casa di Nasari.

 

Costruita in economia, con il calcestruzzo e le grosse pietre vive che mio padre metteva nelle profonde fondamenta, da lui  stesso scavate. Ora è pronta per accogliere la famiglia Alesci. So che prima di essere terminata, subito dopo la gettata di cemento sul solaio, qualcuno aveva cercato di dare fuoco ai legni che sostenevano l’impalcatura. Per noi, sarebbe stato un dramma economico. Anche stavolta, la Provvidenza Divina ci aiutò. Mio padre, come presagisse qualcosa di strano, si recò improvvisamente in cantiere. “Il piromane”, da poco aveva dato fuoco ad alcuni puntelli. Turi, spense il fuoco e vigilò con costanza la costruzione fino al termine. Ora, la casa è terminata, pronta ad accoglierci, siamo arrivati tutti. La struttura abitativa, inizialmente era ad un solo piano, esisteva però una scala interna in cemento armato che portava sulla terrazza. In seguito, si costruiranno altre due elevazioni. Sono circa 60 metriquadrati. Entrata da un portoncino con disimpegno per la scala. Stanza da pranzo con lo stesso tavolo di Militi con l’opalina verde. Poi una cameretta aperta sul corridoio dove c’è un ripostiglio sottoscala, lo spazio per un lettino e un lettino a mobile. Sulla destra, si apre la camera da letto matrimoniale che ha una finestra che s’affaccia nel pozzoluce. Di fronte al corridoio, c’è la cucina con il tavolo appoggiato alla parete. Ricavato all’interno della stessa cucina, c’è il bagno che oltre alla tazza del water e al lavandino, ha la sola doccia. Dalla cucina, si esce nel pozzoluce dove c’è un lavabo per la biancheria.

 

11. L’emigrazione la Svizzera 1967 – 1969

 

Questo è uno dei capitoli dove l’amore di Angelina e Turi diventa immenso. Il loro allontanarsi, dividersi, non vedersi, non condividere la quotidianità, per loro e per noi figli, è stata una violenza forte, subita con dignità. Tanti, troppi sono stati i sacrifici, le rinunce. Solo un amore universale, una fiducia cieca, un donarsi completo, ha fatto superare le difficoltà vissute da tutta la famiglia. Sono stati tre lunghi anni, tre “stagioni tristi”. Anche stavolta però ha prevalso l’amore, la vita vera, quella sofferta, quella solidale.

Turi aveva avuto un contratto di lavoro stagionale. Per entrare in Svizzera bisognava rispettare le regole rigide di quella nazione. Mio padre era senza soldi per affrontare il viaggio, non aveva manco gli spiccioli. Inizia qualche dispiacere che ricorderà tutta la vita, si rivolge a qualche parente dal quale non si aspettava un rifiuto. Questi gli risponderà che pure lui è disperato e soldi non ne ha. Dopo qualche anno, Turi saprà che lo stesso a cui ha chiesto aiuto, subito dopo quel diniego, ha prestato soldi ad un altro conoscente. Ci resti male, pazienza, le difficoltà, si superano, la Provvidenza interviene, Turi potrà fare il passaporto e le pratiche necessarie, comprare il biglietto del treno e via, parte per la verde Svizzera. Turi non cerca un sogno, non cerca fortune, cerca di realizzare un progetto piccolo e concreto: procurarsi onestamente, con il lavoro, i soldi per affrontare il completamento della costruzione della casa. Poi, tornare in Sicilia, a Barcellona Pozzo di Gotto.

Il “treno del sole” lo porta via, l’accompagniamo fino a Messina, la mamma, la zia Giuseppina, io e Santina.

Ricordo tutto di quel giorno, la partenza dalla stazione di Barcellona Castroreale, accompagnati dai parenti più vicini. Il viaggio fino a Messina con mia mamma e mio padre abbracciati: stretti, stretti a scambiarsi effusioni e carezze d’amore; guardarsi intensamente negli occhi; sussurrarsi paroline e promesse. Io, chiacchieravo con mia zia Giuseppina. Dopo circa un’ora di viaggio l’arrivo nella stazione di Messina dove ci separiamo. Noi scendiamo per prendere il treno del ritorno, i saluti bagnati di lacrime, gli occhi lucidi di mia mamma, di mio padre, di mia zia e di mia sorella. Lo salutiamo da sotto il finestrino, il suo treno inizia a far manovra per l’imbarco nel ventre della Caronte che lo traghetterà sull’altra sponda dello stretto di Messina. Noi, saliamo sull’altro treno. Restiamo fermi ancora un po’, poi il fischio del capostazione e partiamo. Come in un film, improvvisamente rivediamo mio padre affacciato al finestrino. Il gioco delle manovre per l’imbarco porta i due treni ad incrociarsi nuovamente, in quegli attimi mia mamma è sconvolta, grida, urla, baci, fazzoletto al vento. Momenti strazianti, il cuore si strappa in due parti che vanno in direzioni opposte, è lacerato. Sanguina, è amore, vero amore: sofferto, sincero, profondo.

Avevo circa 9 anni quando mio padre con quella piccola valigia di cartone, lasciava la famiglia e dalla Sicilia saliva su quel lungo treno. Forse era “il treno del sole” che l’avrebbe portato in Svizzera, a Ginevra, con un contratto di manovale edile stagionale.

Avrebbe lavorato alla costruzione di fognature e strade. In Svizzera, vicino Ginevra, la sera mangiava e dormiva in baracche prefabbricate e si scambiava lettere d’amore con Angelina, si raccontavano il loro amore, la loro vita, le difficoltà e i momenti sereni. Turi ogni mese inviava ad Angelina pochi soldi tanto utili. Servivano ai nostri bisogni e per completare la costruzione della casetta. Per fortuna di tutta la famiglia, “l’esperienza”, è durata solo tre interminabili anni.

A quell’epoca non lo capivo, non mi spiegavo le ragioni che portavano mio padre a lasciarci per così lunghi periodi: quasi tutti i ragazzi avevano un papà con cui parlare, confrontarsi e confortarsi, contestare, ridere, scherzare e che li accompagnava alla spiaggia in estate. In quel periodo io e Santina non avevamo un papà per queste cose! Mi arrabbiavo, litigavo con mia mamma, prendevo anche le botte, molte! Ora capisco cosa hanno fatto mio padre e mia madre per noi figli. A quei tempi avrei fatto sicuramente a meno di quelle esperienze.

Noi figli non capivamo fino in fondo o, forse, capivamo bene e non sopportavamo quella che ritenevamo un’ingiustizia. Ogni volta che c’erano le feste, noi restavamo a casa, eravamo soli con mamma Angela che, sicuramente stanca e anch’essa “sola”, per una sorte di solidarietà con il marito emigrato, non usciva per “feste”. Lei stessa allora giovane, andava a lavorare nei campi a raccogliere frutta e verdura e, in alcuni periodi, impacchettando nelle cassette di legno gli agrumi o l’uva di Sicilia per l’esportazione.

Pian piano, si costruiva la prima elevazione sopra il piano terra. Io collaboravo a portare la sabbia su per le scale fino al piano, anche Santina si rendeva utile.

Ricordo un Natale di quel periodo, una sera spunta a casa mio padre. L’aspettavamo prima, il treno aveva accumulato tante ore di ritardo. Papà è in abito scuro, ha un elegante cappello in testa, assai utile per sopportare il clima rigido del nord. Sorride, ci abbracciamo, dice alcune parole in italiano un po’ storpiato, per lui ancor oggi, in italiano, la moglie si chiama ‘Ngelina, poi aggiunge, “ho portato un po’ di uva” noi capiamo uova, siamo in pieno inverno e in quegli anni la stagione dell’uva in Italia era passata e poi, noi l’uva la chiamavamo “racina”: Lui l’aveva comprata, a caro prezzo, ma era un pezzo “esotico” che essendo fuori stagione, rendeva idea della provenienza estera. Tutti aspettavamo il mitico cioccolato svizzero, i grandi le sigarette, altri il caffè. C’era sempre un piccolo pensiero per tutti. Per noi, c’era soprattutto il suo amore, la sua presenza. Poi era una sofferenza la ripartenza.

Di quel periodo, ricordo la solidarietà dei vicini di casa che, percepiscono il nostro disagio, lo stare “soli”, il non uscire e ci invitano ad andare con loro. Una domenica pomeriggio, ci portano con loro, in macchina al mare a Milazzo, verso il Capo, a Sant’Antonino a mare, con Luigi D’Angelo, sua moglie Maria e i figli Nino e Santina. Non so come abbiamo fatto a starci in auto ma so che ci siamo andati tutti e ci siamo divertiti molto: Luigi prese pure due piccoli polipi con le mani.

Una domenica pomeriggio dell’estate del 1968, lo zio Pasquale ci venne a prendere a Nasari e ci portò, invitati a pranzo, nella sua casa di Spinesante. Il pomeriggio, quasi al tramonto eravamo sulla spiaggia, io, Santina e mamma. Il mare era calmo come l’olio. Mamma, indossava il vestito e ci guardava seduta sulla spiaggia,  mia sorella era in acqua a fare il bagno, io sul bagnasciuga. Non sapevamo nuotare, ad un certo punto, Santina si mette a fare il “morto”, a galleggiare. Non ci riesce, inizia a bere acqua e va verso il fondo. Mia mamma era distratta e non s’avvede. Per fortuna m’accorgo io. Mi tuffo e riesco a tirarla fuori. Abbiamo evitato un dramma. Lo ricordiamo spesso questo scampato pericolo. Fa parte di quel brutto periodo. 

Un’altra volta, la mamma va a vendemmiare dagli zii Andrea e Carmela a S. Andrea in Contrada Acquacalda, si porta con se la piccola Santina. Io, verso le 14,00 torno dal lavoro estivo al bar Moka di Piazza San Sebastiano, Via Roma, angolo via Carducci. Ho appetito, friggo due uova, preparo un’insalata di pomodoro e cipolle, un bicchiere di vino, mi metto seduto sulla soglia della porta di casa, uso una sedia come tavolo. Ho quasi finito di mangiare, bevo l’ultimo goccio di vino, cade il bicchiere, si rompe e nel raccogliere i vetri mi procuro un taglietto che mi fa sanguinare  un dito della mano. Metto l’alcol per disinfettare, poi decido di scaldarmi un po’ di caffè. Accendo il fornello e la mano inzuppata di alcol, mi prende fuoco. Urlo, esco nel pozzoluce e infilo la mano destra nella bacinella con l’acqua. Si forma una grossa bolla, mi procura un forte bruciore. Avviso mio zio Salvatore che, poco dopo, con la sua moto Guzzi, va a trovare mia mamma che insieme a tutti gli altri parenti, allegramente stanno vendemmiando. La notizia interrompe l’allegria, la vendemmia è sul finire e mamma torna a casa preoccupata per curarmi e rimproverami per non aver prestato attenzione all’uso dell’alcol e del fuoco. Di quella brutta esperienza, ne porto ancora i segni sulla mano.

La vita per noi era difficile. Mia sorella Santina ed io, impegnavamo molto mia mamma che per frenare le nostre esuberanze, non risparmiava le punizioni corporali, faceva anche male, soprattutto i suoi pizzicotti, lasciavano i segni nelle braccia e nelle gambe. Noi a dire il vero ne combinavamo di tutti i colori. Io spesso mi allontanavo per intere giornate, frequentando compagnie che loro, giustamente, non gradivano e mi sconsigliavano. Santina era più piccola ma era bella tosta, decisa, un po’ testarda. Un pomeriggio, insisteva che doveva andare alla bottega a comprarsi qualcosa di futile: delle palline colorate con sorpresa che erogava una macchinetta che si attivava con una moneta da 100 lire. La mamma l’aveva avvertita, quelle cose non li devi comprare. Lei insisteva, prende due monete e scappa di corsa fino alla bottega di “Bandòla”. Riesce a prendere la prima pallina, alle spalle spunta la mamma che davanti a tutti la prende di forza, non gli risparmia rimproveri e qualche scappellotto e l’accompagna a casa dove completa le “spiegazioni”.

Anche per Turi la vita non era facile in Svizzera. Lavoro e casa, casa e lavoro. Al freddo nelle strade, turni di straordinario per ricevere un po’ di salario in più da inviare alla famiglia in Sicilia. Viveva nelle baracche insieme a connazionali ma anche con spagnoli e portoghesi.

Lui, che era appassionato e specializzato nella cattura degli uccellini, una volta è stato pagato in franchi svizzeri da una signora, per proteggere da eventuali malintenzionati, una covata di merli, fino al volo dei piccoli.

In Svizzera, la colonia italiana era nutrita, tra questi, numerosi i barcellonesi e nasaroti. S’incontravano la domenica, una volta a Ginevra, l’altra a Losanna o da altra parte. Stavano insieme una giornata. Pranzavano in compagnia l’uno dell’altro, andavano a chiacchierare e bere qualcosa in qualche bar. Gli italiani in genere, non erano ben visti dagli svizzeri. Non c’era distinzione tra le brave persone  e quelle meno brave. Come avviene adesso in Italia con gli stranieri comunitari o extra, regolari o irregolari. Spesso, senza ragione, si fa di tutta l’erba un fascio. L’uomo s’identifica sommariamente nella nazione di provenienza, dal colore della pelle, attribuendo spesso etichette sommarie di natura razzista. Un pomeriggio di una domenica, un gruppo di emigrati nasaroti e qualche altro amico, stavano in un bar. Uno Svizzero, inizia a prendere di mira mio padre che non comprendeva la lingua. Lo provoca, lo sfotte, lo insulta pesantemente, insiste anche dopo che compare Pippo Livoti che conosceva la lingua, aveva intimato allo Svizzero di smetterla. Niente da fare. All’ennesimo insulto era volato qualche spintone. Il gruppo per difendere mio padre, ma anche per difendersi dalle molestie e dalla loro violenza, è costretto ad usare le mani per difesa. Volano cazzotti e ceffoni. Qualche taglio procurato dai pugni e lo Svizzero finisce a terra. Gli Italiani sono costretti a fuggire e far perdere le proprie tracce. In lontananza si udivano le sirene dei gendarmi. Se arrivava la polizia e trovava sul luogo gli italiani, a prescindere, li avrebbero incarcerati per lungo tempo e, dopo, li avrebbero espulsi senza sentir le vere ragioni.

Poteva capitare anche questo, per fortuna senza conseguenze gravi per alcuno. La vita di Turi in Svizzera, continua con fasi alterne, fino al rientro  definitivo in Italia, nel 1969.

 

12. Ancora a Nasari

 

La vita di Nasari è fatta di tanti episodi, molti belli altre meno. Ve ne racconto subito uno. Avrò avuto intorno a 11 anni, frequentavo la prima media. A Nasari era attivo uno dei più importanti mercati ortofrutticoli della Sicilia. Grossi quantitativi di frutta e verdura, entravano ed uscivano in uno, massimo due giorni. L’attività lavorativa iniziava intorno alle tre dopo la mezzanotte. Nei pressi del mercato, di fronte alla scuola elementare, era stato aperto un bar. Io per fare qualcosa di utile, lavoravo in questo bar nel periodo estivo. Anche d’inverno, prima di andare a scuola, intorno alle cinque del mattino, mi alzavo per andare a portare il caffè a quei lavoratori che erano in piena attività. Ogni mattina, fino alle otto facevo questo lavoro. Era un’attività pesante per me. Non adatta ad un ragazzino della mia età. I miei genitori mi mandavano, io ubbidivo. Ero contento quando ricevevo le mance che potevo spendere per cose utili. Ogni mattina, arrivavo in questo posto pieno di grosse lampade che illuminavano la merce esposta e le facce scure di chi urlava convulsamente. Con il thermos pieno di caffè, lo portavo box per box e lo offrivo a chi ne faceva richiesta e lo pagava. Tenevo per me le mance e consegnavo i soldi dei caffè al bar. Di fatto, quelle persone, vedendomi così piccolo, con il grembiulino bianco, si divertivano alle mie spalle. Quando passavo, iniziavano a tirarmi qualche frutto, con lo scopo di provocarmi, farmi arrabbiare, per loro ero uno svago, un passatempo. Ogni mattina le stesse cose, poi risate, urla, qualche pernacchia. Queste cose m’infastidivano parecchio. I giorni appresso, iniziavo a muovermi guardando sempre con la coda dell’occhio. Intanto, nella tasca portavo un piccolo coltello a serramanico. Mi faccio idea di mi aveva preso di mira. Continuo il mio lavoro per altri giorni, nulla cambiava. Una mattina, sono deciso a tutto pur di far cessare queste vessazioni. Mi preparo con il coltello in tasca con la lama aperta, pronto a lanciarlo contro i molestatori che si schernivano di me. I lanci e gli scherni non si fanno attendere. Vedo chi ha lanciato la pera che mi ha sfiorato i piedi, sono a circa 15 metri. Con uno scatto, tiro fuori dalla tasca il coltello e lo lancio. Il coltello, molto piccolo, finisce dentro una cassetta di frutta. Tutti scoppiano a ridere, io per paura fuggo via, arrivo al bar, consegno i soldi e vado a scuola regolarmente. Al ritorno a casa, senza spiegazioni,  prendo botte da mia mamma e da mio papà, me ne danno tante che li ricordo ancora. Il proprietario del bar, li aveva chiamati per dirgli che “avevano un figlio delinquente”! Ho preso tante botte. Per mia fortuna non mi hanno mandato più a fare quel lavoro, ho evitato un brutto percorso, ma l’agguato era sempre in strada.

Io sono cresciuto in questa realtà e ringrazio Dio e i miei genitori se non sono diventato un delinquente o un mafioso. Non sarebbe stato difficile diventarlo se alle spalle non ci fosse stata una famiglia unita, con sani principi e valori importanti. Nasari è un quartiere divenuto complesso, difficile, dove ora vivono importanti mafiosi ma dove vivono anche molte famiglie oneste, perbene che hanno tanta dignità. In tanti nel quartiere, seppur onesti e dignitosi, vivono tra disagi e difficoltà, lottano ogni giorno, spesso inutilmente e senza alcun aiuto istituzionale. Gente laboriosa, semplice che vorrebbe dare ai loro figli e a loro stessi un po’ di dignità in ogni campo della vita, iniziando dal lavoro.

A Nasari ho frequentato la scuola elementare dalla seconda in poi. Il mio maestro Sebastiano Sottile lo ricordo molto volentieri. Proverbiale la sua puntualità a scuola, sempre in orario, sempre presente, in abito impeccabile: camicia, cravatta, giacca e scarpe sempre lucide. Arrivava con la fiat seicento verde, parcheggiava nel cortile della scuola. Memorabili le sue lezioni sul libro “cuore” di De Amicis, quelle fantastiche storie di vita vissuta che ci leggeva e raccontava con gli occhi che non trattenevano la commozione. E’ morto da alcuni anni,  ricordo i suoi insegnamenti basati sull’onestà e la legalità. Ricordo tutti i compagni e le compagne di classe e pure quelli delle altre classi. C’era di tutto, li ricordo tutti e sono certo che anche loro si ricordano di me e degli anni trascorsi insieme. Nel bene e nel male, un confine sottile in quelle realtà. Ora Barcellona P.G. è parecchio arrugginita, invischiata in meccanismi che la opprimono, non fanno liberare le risorse, le intelligenze, la cultura. La voglia di legalità, di cambiamento, di regole, di trasparenza, restano represse, inascoltate. Si salva una parte della chiesa e molte associazioni di volontariato e culturali. Tutto è “favore” anche il più semplice dei diritti. Ogni tanto si muove qualcosa, si pensa che presto avverrà quel cambiamento migliorativo. Di tanto in tanto qualche Istituzione si attiva, succede qualcosa di positivo, poi si torna indietro, lentamente. Questo però è il racconto di un amore, un amore come tanti altri, che è fiorito, malgrado queste cose.

In questo periodo, Turi faceva il contadino solo per hobby, curava l’appezzamento di terreno in contrada Zigari che gli avevano venduto gli zii Andrea e Carmela prima di partire per l’Australia. Qualche altra volta, dava una mano ai genitori nella vigna che avevano in mezzadria in via del Mare. Ora, lavorava stabilmente nell’edilizia, alternandosi alle dipendenze di diverse imprese di Barcellona, anche con il cognato Pasquale e qualche volta gli capitava di andare in trasferta per collaborare come operaio alla stesura di asfalto stradale: ricordo di un lavoro fatto a Taormina che lo portò per circa un mese fuori casa con rientro il sabato sera. Angelina, dopo una breve esperienza al proprio domicilio a far parrucche con capelli naturali, saltuariamente lavorava in campagna a raccogliere ortaggi e nel piccolo magazzino ortofrutticolo di Zigari, dei cugini Cosimo e Angelo Messina. In questi anni si completa la struttura della casa di Nasari, successivamente, si rifinirà anche l’interno del primo piano.

Intanto, la famiglia “grande” che gira attorno allo zio Salvatore, intraprende una piccola attività ereditata da nonno Nino. Intrecciare le palme e venderle al grossista. Alcune sorelle, si riuniscono da zio Salvatore e intrecciano i rami di palma che gli vengono portati. Qualche anno dopo, procurandosi direttamente i rami di palma, s’inizia in gruppo un commercio al dettaglio che negli anni del “palazzo cristallo”, fino a pochi anni fa, abbiamo gestito in proprio con la collaborazione delle zie, delle cugine e del cugino Santino. Questi, a sua volta, dopo aver imparato, è diventato macellaio e, potendo contare sulla collaborazione dei suoi familiari, si è attrezzato a svolgere in proprio l’attività.

Dopo tanti sacrifici, ora per Turi ed Angelina e per noi figli, tornano anni di vita ordinaria,  normale: Santina inizia la scuola elementare a Nasari; io vado alle medie; papà e mamma lavorano. Una famiglia unita attorno ai genitori.

Sono gli anni delle scampagnate domenicali, dei Lunedì di Pasqua in campagna come tradizione e del Ferragosto al mare. La giornata tipica prevedeva la partenza al mattino presto con lunga coda di auto cariche di cibo ma soprattutto di vita, di famiglie unite. Genitori e figli insieme per trascorrere giornate da ricordare: andavamo a Marinello, a Montalbano, a Novara di Sicilia fino alle gole dell’Alcantara, a Migliardo, a Spinesante o a Calderà oppure a Lando, lungo il torrente Idria. Giornate meravigliose, spensierate, giulive, divertimento sano. Canti e balli al suono di fisarmonica, tamburelli e “friscaletti”. La nostra famiglia con la Fiat 600 bianca, Lo zio Pasquale con la sua Fiat 600 multipla, lo zio Salvatore con la Lancia Fulvia, lo zio Tindaro con la Mini Minor, lo zio Carmelo con la Fiat 850, ciascuno con la famiglia al gran completo. Interminabili partite di calcio, a bandiera, giocate a carte, bagni al mare. Quanta vita! Quante immagini! Quanta umanità!

In questo periodo, l’ultimo lavoro Turi lo svolge come manovale edile, alle dipendenze dell’impresa Andaloro di Milazzo. Sono impegnati nella costruzione del “Palazzo Cristallo” di Barcellona P.G. in Via Marconi, 65. Mio padre rispettava tutti i colleghi, si faceva rispettare a sua volta e svolgeva lavori di fiducia. Il capocantiere “mastro Jachinu” lo considerava molto, per questo i colleghi scherzosamente lo chiamavano: “U figghiu di mastru Jachinu”. Turi partecipa alla costruzione del palazzo e diventa il custode del cantiere. Successivamente si costituisce il condominio e lui viene assunto come portinaio. Ci trasferiamo nuovamente e andiamo a vivere nell’abitazione riservata al portinaio: casa a piano terra, in fondo al cortile del palazzo cristallo.

 

13. Il Palazzo Cristallo 1972 – 1981  

 

Esperienza nuova. Vita cittadina. Abitiamo in centro, Via Gugliemo Marconi, 65. Diventiamo i portinai del “Palazzo Cristallo”. Turi è scrupolosissimo. Deve imparare un bel po’ di cose e si applica con diligenza: dal registrare gli oggetti postali a firma, fino a riscuotere e contabilizzare le quote condominiali. Lui non è molto istruito. Ha fatto solo la terza elementare, ma in questo periodo, grazie ai corsi serali, riesce a prendersi per ben due volte la licenza elementare. Non si tratta di un errore o di atti illeciti, per due anni scolastici, tra loro distanti ha regolarmente frequentato i corsi serali fino a superare gli esami. In questi anni riesce a prendere la patente, per la verità ha faticato non poco, soprattutto nella parte teorica, ma alla fine, “per anzianità”, gli scherziamo noi, è riuscito nell’impresa, è quindi passato dal motorino Beta 50, tre marce, alla fiat 600 che gli ha venduto suo cognato Salvatore.

Il nuovo lavoro di Angelina e Turi, inizia al mattino presto quando i due si svegliano, Turi alle 6,30, puntuale, cambia i bidoni dell’immondizia e insieme con Angelina, iniziano la pulizia delle due scale, dell’androne e del cortile: spazzare, lavare, passare la cera, pulire i vetri, spolverare. Verso le 9,30, la prima parte è terminata. Doccia, colazione e pronti in portineria a trascorrere la giornata. Oltre gli adempimenti, c’è tempo per altro, così Turi ed Angelina prendono l’abitudine di leggere il quotidiano la Gazzetta del Sud e qualche altra rivista. 

Ricordo di quel periodo, il mio primo comizio fatto in Piazza della Libertà, in occasione di uno sciopero cittadino. C’erano le lavoratrici della fabbrica di confezioni tessili Tukor, i netturbini, i lavoratori della forestale, i pensionati, molti studenti. Erano in tanti quel giorno. Un condomino, è riuscito a far preoccupare mia mamma, le raccontò che a pochi passi, in Piazza della Libertà,  io stavo facendo un comizio sindacale! Come se fosse qualcosa da evitare. E’ vero, mia mamma si preoccupava spesso e lo fa tutt’ora ma era orgogliosa di suo figlio, ed anche mio padre di sua figlia ed entrambi di noi due. Io e Santina eravamo e siamo felici ed orgogliosi di avere due genitori così. Nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, per sempre. Come il loro meraviglioso amore. Anche quando l’amore era farcito da passeggeri e coloriti litigi. Ci hanno fatto studiare fino a raggiungere il diploma e per me anche un po’ di università. Al “palazzo cristallo”, tutta la famiglia partecipava al lavoro di portineria. Mamma e Papà eseguivano i lavori ordinari e straordinari di pulizia. Nella sorveglianza e custodia ci alternavamo anche io e Santina. Garantivamo sempre serietà e discrezione, ci attenevamo alle regole scritte e anche a quelle deontologiche sulla riservatezza e sulla fiducia.

Una mattina nel cortile del condominio, sempre lucido e pulito, mentre eseguiva le pulizie, papà scivola, finisce a terra e si rompe la rotola del ginocchio sinistro. Dovrà essere operato all’ospedale “Cristo Re” di Messina. Trascorre un lungo periodo d’inattività, la famiglia lo sostituiva nelle attività lavorative e l’aiutava nella terapia riabilitativa. In queste pagine voglio mantenere la riservatezza su tutte le persone e le famiglie che abbiamo conosciuto in quegli anni con una sola eccezione: la famiglia Bucalo con la quale si è instaurato in quegli anni un rapporto amicale, direi familiare che ha notevolmente segnato in positivo la nostra vita e spero anche la loro. Poi, nel nostro intimo, riserviamo un posto per altre persone che ricordiamo sempre con grande rispetto e riconoscenza. Per ragioni di compatibilità economica, ovvero per un costo considerato dai condomini troppo elevato, dopo nove anni, il rapporto di lavoro, si è concluso in maniera civile con reciproca soddisfazione. Quello di portinaio è stato l’ultimo lavoro dipendente, della lunga attività lavorativa di Turi. Torniamo a casa nostra. Nasari ci aspetta.

 

14. Il Campeggio Salicà 1979 – 1982

 

La nostra famiglia al completo ha fatto anche un’esperienza al Camping Salicà di Marchesana. Inizialmente ci andavo solo io a collaborare con mio zio Salvatore che era uno dei soci fondatori, insieme con altri amici. Per Turi ed Angelina, erano gli ultimi anni del palazzo cristallo, io e mio zio conciliavamo l’impegno sindacale con la presenza in campeggio. Dopo Pasqua iniziavano i preparativi e dal primo Giugno, fino al 15 Settembre si faceva vita piena al camping Salicà. Giornate indimenticabili anche quelle: esperienze nuove, alcune uniche,  irripetibili. Inizialmente io collaboravo con la Direzione del Camping e insieme con Gioacchino, altro nipote per parte della moglie di mio zio, ci occupavamo dell’accoglienza e dell’animazione, sia durante il giorno che serale in discoteca.

Nel 1981, inizia a collaborare mio padre che, nel frattempo, aveva concluso l’esperienza di portinaio. Con la famiglia al completo, iniziamo a gestire lo “spaccio” del campeggio, con fantasia, inventiamo il “panino Salicà” una sorta di leccornia mediterranea. La famiglia inizia una nuova esperienza. Gestiamo la vendita di generi alimentari, bevande, gelati, granite, panini, caffè ed altro. Mia mamma e mia sorella collaborano in maniera diretta nell’attività commerciale. Mio padre, opera per conto del campeggio alle pulizie delle piazzole, la raccolta dei rifiuti, le piccole manutenzioni. Conosciamo tantissime persone di ogni nazionalità. Facciamo pure tante feste, mio padre mi costruisce una “caccamella” per suonare con gli altri amici, che hanno: bonghetti, chitarre, tamburelli e armonica. Io con orgoglio esibisco questo strumento etnico, tipici siciliano, costruito artigianalmente: una  latta riciclata di olio da 5 l. senza coperchi, fungeva da cassa di risonanza; una pelle di coniglio seccata, come membrana ; infine, una canna fissata al centro della stessa pelle. Per farlo suonare, facenvo scorrere la mano sulla canna, causavo delle vibrazioni che producevano un suono da basso che accompagnava gli altri strumenti.

Al campeggio, abbiamo conosciuto bene una persona buona, il grande “Peter Beans”, ovvero Pietro detto “faciola”, noto a tutti gli ospiti del camping e a tutti gli abitanti di Barcellona P.G.. Pietro, collabora con mio padre nelle attività di pulizia e manutenzione. E’ una persona semplice, alla buona, gentilissima, sensibile nella sua ingenua unicità. Girava in mezzo agli ospiti con molta familiarità ed era benvoluto da tutti. Pietro amava bere e, qualche volta, doveva interrompere il lavoro per un riposino riabilitativo. Oggi giorno era festa al campeggio, gli ospiti erano in vacanza ed un po’ era così anche per noi. Seppur lavoravamo, oggi giorno era una festa stare insieme a tavola, sotto un pergolato ci sedevamo normalmente da 10 a 15 persone. Si parlava, si scherzava, si rideva, si beveva. Quotidianamente avevamo almeno un episodio da raccontarci. Anche Angelina che non sapeva lingue straniere, si faceva intendere e riusciva a comprendere, magari a gesta, cosa volevano servito gli ospiti stranieri. Alcuni li ricordiamo ancora. In quel piccolo market, vendevamo molte cose, anche alcuni prodotti agricoli che coltivavano Turi e Angelina.

 

15. Il ritorno alla terra

 

L’esperienza lavorativa del camping, è stata molto positiva. Ha reso la famiglia, esperta nell’arte dell’arrangiarsi onestamente e nel trovare, anche con fantasia ed ingegno, la risposta alle difficoltà economiche. E’ stata riscoperta la possibilità di commercializzare direttamente i prodotti della loro campagna. Marito e moglie, avevano dovuto far di necessità virtù e, quinti, chiedere alla terra il sostegno economico per integrare le loro pensioni minime.

Il lavoro contadino più assiduo, li fa diventare modesti  produttori di patate, cipolle, agli, verdure, ortaggi, fiori, frutta ed insalata. Questo lavoro, veniva prevalentemente svolto nei 3.000 mq. di vigna di Via del Mare, di proprietà della chiesa di San Sebastiano, “ereditata” in mezzadria dalla mamma di Turi che a sua volta l’aveva ricevuta da suo padre, (finchè non sono stati cacciati dall’ultimo prelato, con la scusa che dovevano vendere!). Lavoravano la terra anche nei circa 1.200 mq. di campagna di S. Venera che mia mamma ha comprato con gli arretrati della sua pensione. Infine, in contrada Zigari, nel piccolo appezzamento di circa 600 mq. acquistato dallo zio Andrea, prima della sua partenza per l’Australia, producevano solo agrumi.

Il primordiale commercio è stato il baratto e loro hanno sempre usato questo modo bonario con gli amici e conoscenti. Lo hanno fatto liberamente, senza interessi o scopo di lucro. La generosità, li ha sempre contraddistinti: generosamente hanno dato e generosamente hanno ricevuto. Spesso in cambio della frutta e verdura da loro prodotta, hanno ricevuto frutta esotica, tipo banane, ananas. Quest’attività che qui sto descrivendo, realizza un obiettivo ben più importante, rendersi utili, produttivi. Loro, lo sono stati e lo sono tuttora. Ogni età è buona per produrre qualcosa, per se stessi e per gli altri.

 

 

16. Nino parte per Milano 13 Settembre 1982

 

Da qualche anno, i miei genitori continuavano a dirmi, ti sei diplomato, sei geometra, perché non ti cerchi “un posto fisso”? il sindacato non può darti le certezze che servono per formarsi una famiglia. Fai qualche concorso. Così, per farli accontentarli, appena diplomato, nell’estate del 1978, insieme con Filippo Alesci, il padrino di mio figlio Salvatore, presentiamo domanda di partecipazione per la Lombardia ad un concorso per titoli, a 210 posti di sostituto portalettere. Ai primi di Settembre del 1982, mi arriva la convocazione per l’assunzione. Parto per Milano insieme con Gioacchino Cutroni, prendo servizio alle Poste di Pacchi Farini a Milano, in Piazzale Lugano, 21, venerdì 17 Settembre 1982. Turi ed Angelina, soffrono un po’ questa partenza, ma sono ancora giovani, in buona salute e in compagnia di Santina. A Natale, vengono loro a trovarmi a Milano. Mi fanno sentire il loro calore nella fredda Milano. Abito a Senago, in un palazzo in fondo a via Cavour, 54. Durante questi primi anni di vita milanese, io torno spesso in Sicilia. Mia sorella Santina si è diplomata Ragioniera, cerca lavoro. Prima viene a Monza dove abito io, per fare una supplenza d’insegnamento a Lissone. Poi viene a Milano per partecipare ad un concorso in Posta. Alla fine, rinuncerà all’assunzione delle Poste di Milano, avendo trovato occupazione come insegnante, in un Ente che si occupa di corsi professionali per il quale ancora oggi, lavora. La partenza per me è scelta che diventa definitiva. Il 2 novembre dello stesso anno, mi chiedono di licenziarmi per tornare a lavorare a Messina ma io non accetto. Ho 23 anni e penso che è giunta l’ora di cercare una compagna per la mia vita, avevo già un’idea precisa, un mio progetto che Dio ha fatto realizzare, si chiama Piera Scilipoti.

 

17. Si sposano Nino e Piera - 1986

 

Nei primi mesi del 1983, decido di provare a cercare una compagna con cui condividere la vita, unendoci in matrimonio e formando una nuova famiglia.

Io avevo 23 anni, Piera appena 15. Otto anni più piccola di me, intuisco che è la donna giusta con la quale realizzare il progetto familiare. Percepisco che dietro di lei, c’è una solida famiglia, anch’essa con una lunga storia d’amore che andrebbe raccontata. Servirebbe un altro libro: Salvatore Scilipoti detto “u beddu di S. Antonino” è il papà e Francesca Scoleri figlia di “u Calabrisi” è la mamma. Tralascio il resto, Piera ha 5 fratelli: Ciccio, Maria, Carmelo, Annamaria, Pietro.

Impieghiamo poco tempo ad intenderci, anche per noi è scattata la scintilla e abbiamo assecondato il progetto. Facciamo in tempo a prometterci che devo tornare a Milano, da quel giorno fino al matrimonio, è stato un susseguire veloce di eventi importanti, tra questi il militare, fatto a Trapani e Messina.

A Natale del 1983, ci fidanziamo ufficialmente. Quando eravamo lontani, ci scrivevamo molto e ci telefonavamo una volta la settimana. Intanto, Turi, Angelina e Santina conoscono meglio Piera che diventa per loro come una figlia e sorella. Lo stesso vale per me, con i miei suoceri e i miei cognati.

Di fatto, possiamo dire che la storia si ripete anche con le nostre rispettive famiglie che vanno d’accordo e questo ha agevolato il nostro cammino.

Piera si diploma ragioniera nell’estate del 1986. Il 20 dicembre dello stesso anno, ci sposiamo nella chiesa di S. Sebastiano a Barcellona P.G.. La funzione religiosa è stata celebrata dall’arciprete Padre Mento, un po’ indispettito per il nostro ritardo di quasi un’ora. Turi e Angelina sono stati certamente felici, come tutti i circa 120 tra parenti e amici, invitati. Con il pranzo, inizia una festa da ricordare, al ristorante “La Ruota” di Centineo, con orchestra e tanta allegria. E’ subito luna di miele. Dopo Natale, viaggio di Nozze a Parigi. A metà gennaio, partenza per Monza. Dopo nove mesi, il 18 settembre 1987, alle ore 14,20, a Monza, nasce Angela, primogenita, per la nostra felicità, di nonna Angela Alesci e degli altri. Dopo tre anni, arriva il maschio, l’erede del nome del nonno, Salvatore Alesci, a Monza, erano le 16,45 del 10 Settembre del 1990. Appena nato, avviso mia sorella Santina, subito si precipita ad avvisare i nonni nella campagna di S. Venera. Turi, è su un albero di limoni, appena sente che è nato il piccolo Turi “mirrao”, dalla gioia, quasi si precipita dalla pianta. Poi gioia e commozione. In quegli anni, tutti i nonni vengono a trovare noi e i nipoti a Milano. Questi nipoti, a differenza di altri, non hanno i nonni vicini ma sanno che gli vogliono bene. Passano ancora tre anni e il 4 marzo del 1994, alle 02,20, di notte, a Monza nasce Francesca, per la gioia nostra, di nonna Francesca Scoleri e di tutti. Turi, Angelina e Santina, vengono a trovarci spesso a Quinto Romano, a Milano. Fanno tante conoscenze nel condominio e nel quartiere, conoscono Don Paolo e successivamente Don Mario e Don Fabio con i quali s’instaura un rapporto speciale.

 

18. Santina e Salvo – sposi 2004

 

Santina ha pensato al lavoro, attiva dinamica, impegnata socialmente nella parrocchia di Nasari, si diploma ragioniera. Inizia a lavorare come commessa e contabile in un negozio di abbigliamento sportivo di Barcellona P.G., in via Roma, “AZ Sport”, di proprietà di Nino Barone. Santina, sin da piccola è intraprendente, collabora a tutte le attività familiari,. Ricordo quando eravamo piccoli: papà ci portava al mercato del sabato con una cassetta di basilico piantato. Io e lei lo vendevamo a 5 o 10 lire a piantina. Così siamo stati abituati. Santina era brava ad intrecciare le palme e brava pure a venderle al mercato o in Piazza della Libertà. In questa attività, negli ultimi anni, ha coinvolto pure suo marito.

Santina, dopo aver rinunciato all’avventura postale milanese, lavora a Patti: insegnante in corsi di formazione. Con la sua “baccalanda”(così Angela chiamava la sua auto), portava in giro Angela, Salvatore e più tardi anche Francesca. Per loro è la zia “coccolona” che li vizia. Con la partenza di Nino per Milano, diventa il riferimento principale per Turi ed Angelina. Ogni adempimento burocratico, amministrativo, contabile, e non solo, passano da lei. Diventa il riferimento principale di marito e moglie che si preparano ad affrontare la “terza età”. Santina è attenta, scrupolosa, un po’ timorosa “scantulina”  e un po’ piagnona “picciusa”. Fare di necessità virtù, è un motto che in Famiglia usavamo. Dopo la morte di comare Peppina Maiuri, che abitava di fronte a noi e faceva le punture a mamma,  tocca a Santina imparare. Una volta, dopo aver preso la mira per fare la puntura, infila l’ago, e fugge via per paura. Per fortuna, poco dopo torna, finisce l’iniezione ed estrae l’ago.

Mia sorella, da piccola voleva che l’aiutassi a fare i compiti di scuola. Ma non voleva aiuto, voleva proprio che glieli facessi. Io mi rifiutavo e lei iniziava a piagnucolare, insomma, era sempre lei! Come quando è nata e faceva miao, miao.

A parte lo scherzo, Santina ed io ci volevamo e ci vogliamo molto bene. Abbiamo vissuto direttamente questa storia d’amore e, in quanto figli dei protagonisti principali, ci sentiamo di ringraziare insieme i nostri genitori.

Passa il tempo, Santina è una donna, i genitori auspicavano che trovasse un compagno, un marito che gli volesse bene e formasse con lei una famiglia con cui condividere la vita. Lei, per la verità, non mi pareva avesse tanta fretta. Aveva il suo lavoro, la sua autonomia, ad un certo punto, s’è resa conto che le mancava qualcosa. Le amiche si sposavano, partivano, iniziava a sentire la solitudine, cominciava a pensarci. Nell’estate del 2002, i primi d’agosto, Santina era insieme con noi a visitare la Sicilia “girgentana”, facevamo base a Bivona, per visitare Agrigento, la Valle dei Templi, fino a Selinunte. Lei ogni tanto s’appartava al telefono, io non capivo, ma soprattutto non m’impicciavo dei fatti di mia sorella, non c’era motivo perché lo facessi. Fatto sta, che sotto, sotto, qualcosa covava e non erano uova. Aveva conosciuto Salvatore Castelli, nato a Solarino (SR), il 22 marzo 1957, da papà Sebastiano Castelli e da mamma Pasqua Rossitto, ha un fratello di nome Giuseppe. Salvo lavora con la qualifica di impiegato al Comune di Solarino.

Santina e Salvo, s’incontrano per la prima volta il 29 Agosto del 2002, a Milazzo, anche in questo caso, scocca la scintilla. S’incontrano altre volte, mia sorella va a trovarlo a Floridia. S’innamorano, intuiscono che entrambi hanno il vivo desiderio di fidanzarsi, formare una famiglia, avere figli, con la grazia di Dio. L’estate finisce presto, ciascuno dei due ne parla a casa, si prepara il fidanzamento ufficiale che si festeggerà a Barcellona P.G. il 27  Dicembre del 2002, alla presenza delle due famiglie al completo. Ricordo ancora quella giornata: l’arrivo degli ospiti, le presentazioni; l’emozione dura poco, ci sediamo a tavola, iniziamo il pranzo fino al dolce e il caffè. Dopo qualche chiacchiera, decidiamo di uscire a far visita ai presepi viventi della città. Andiamo a S. Antonino e Acquaficara. Bella festa! Sono immagini che nei protagonisti restano indelebili, impressi nella mente e nel cuore. Con il passar del tempo, Salvo conosce meglio Turi e Angelina e viceversa, insieme vengono a Milano, in occasione della Prima Comunione di Francesca.

Intanto, iniziano i preparativi per il loro matrimonio che si celebrerà a Barcellona P.G., nella chiesa di S. Giovanni Battista, il 28 luglio 2004. Il papà e la mamma, accompagnano Santina fino all’altare, Turi la consegna a Salvo, dicendo: “ti consegno questo fiore, sappilo coltivare”. Le stesse parole che mi aveva detto mio suocero, portandomi Piera fino all’altare. L’emozione non può mancare. La funzione religiosa, è stata concelebrata da Padre Nino Caminiti, Padre Valentino e Don Mario Maggioni, giunto apposta da Milano. Angela, ha cantato per gli sposi e per gli invitati, in chiesa e al ristorante “La Cantina” di Portorosa. Hanno festeggiato con gli sposi più di 100 invitati, tra parenti e amici, giunti anche da Solarino.

Una bella giornata per Turi e Angelina, coronano un altro sogno insieme alla loro figlia e al genero. Sono consapevoli che la vita continua: con il volere di Dio, si apriranno nuovi orizzonti. Salvo e Santina partono per il viaggio di nozze. Crociera nel Mediterraneo. Subito, iniziano il cantiere per la costruzione della famiglia. Pensano all’arrivo di una figlia, s’impegnano. Con l’aiuto di Dio, la loro felicità, quella dei nonni, degli zii, dei cugini, degli amici e dei parenti, a Siracusa, l’8 giugno del 2006 nasce Aurora. La bellissima! Anzi, “beeeedda” come mi piace chiamarla. Turi e Angelina, stravedono per i nipoti. La più piccola poi, è quella più vicina, più tenera. La vita continua: la vigna coltivata da i suoi frutti.

 

 

 

19. La Comunità di San Basilio

 

Da qualche anno, Turi e Angelina frequentano la Comunità di San Basilio.

Una comunità di laici che vuole mettere in pratica e vivere il Vangelo. Lo fanno servendo il Vangelo ai poveri: attraverso la preghiera, l’amicizia solidale con il prossimo, al servizio dei poveri.

Si riuniscono spesso: durante la settimana per la preghiera nella chiesa dei Basiliani di Barcellona P.G.; s’incontrano pure per conferenze e per far festa. Un obiettivo della Comunità, è quello di “lavorare nella vigna del Signore”. C’è tanto da lavorare. Turi e Angelina, qualche esperienza di “lavorare nella vigna” ce l’hanno, ma quella non era del Signore, era della chiesa di S. Sebastiano, come racconto in un precedente capitolo. Li hanno liquidati senza motivo, dopo più di 100 anni di lavoro di mezzadria. Ci sono rimasti male, pazienza, Dio li aiuta!

La loro nuova “famiglia” che non sostituisce quella tradizionale, gli fa vivere un’esperienza ricca e profonda che regala serenità. Per loro due, è un aiuto semplice ma di grande valore morale e spirituale: gli fa superare le solitudini e quelle povertà che ne scaturiscono.

Qui voglio ringraziare personalmente chi anima e fa vivere, questa realtà importante. Ringrazio pure, ciascuno dei componenti questa comunità che familiarizzano con mia mamma e mio papà. Sono contento che in quella realtà da me tanto amata, e per questo tanto criticata, germogliano ancora i fiori della solidarietà.

Il grande dono del regalarsi gratuitamente agli altri, è un segno d’amore, che accompagna la vita quotidiana.

Li sento contenti Turi ed Angelina quando fanno “comunità”: Quando pregano, quando meditano, quando discutono, si consolano e si confortano reciprocamente. Sono sereni, oserei dire felici quando partecipano alla condivisione del pasto o a feste semplici ma intense.

Turi, mi confessa che certe volte, sente disagio perché non sa pregare come vorrebbe. Io sono certo che il Signore lo ascolta meglio, perché lui prega con il cuore insieme con la moglie e la “Comunità”.

 

 

 

20. Cinquant’anni d’amore vicendevole

 

E’ difficile narrare più di cinquant’anni d’amore, 50 anni di matrimonio. Un progetto semplice che continua a dare frutti meravigliosi. Saranno i nipoti: Aurora, Francesca, Salvatore e Angela che dovranno scrivere le altre pagine di questo libro. Molte cose le ho volontariamente omesse. Non serve  affondare in argomenti e ricordi poco piacevoli che certamente ci sono. Questo scritto è per tutti. Vuol essere una pedana posata sul fiume per essere attraversato. Non serve scavare fossati, buche, tendere trappole, tranelli. Servono costruttori di ponti, portatori di pace, portatori d’acqua per spegnere incendi e per dissetare ogni arsura, ogni sete di giustizia, di trasparenza, di serenità, di normalità.

Turi e Angelina possono donarci ancora tanto amore. Hanno superato molte prove restando sempre con la testa alta, anche quando la schiena era curvata per la fatica.

Il quadro riassuntivo, rappresentato in queste pagine e in queste immagini, è volutamente parziale. Al “centro” di ogni vicenda c’è l’amore, la vita, quella vissuta in comunione, in tutte le cose: nelle gioie e nei dolori, nelle fatiche e nel riposo.

Questo “centro” per Turi e Angelina è concentrico alle loro famiglie d’origine che a loro volta, hanno altre famiglie concentriche con quelle dei loro figli che a loro volta, sposati, hanno altre famiglie. Vedo l’immagine di uno stagno che può essere la società e diversi sassi che potrebbero essere le famiglie che “lanciate” dentro la società, formano tanti cerchi concentrici che si mischiano, si accavallano, ciascuno ha un proprio centro, lo mantiene ed entra in contatto con l’altro, relazionandosi positivamente.

Turi e Angelina, si sono sempre tenuti mano nella mano, vicendevolmente, anche dopo i “litigi” che inevitabilmente, come tutti, hanno avuto. Senza timore di farlo, non era il fine, era il momento di difficoltà da superare e nelle difficoltà serve darsi la mano, aiutarsi. Se questo è valso per due, quando si è in tanti è meglio fare un bel girotondo e tenersi tutti per mano, stare insieme, senza egoismi inutili.

Queste ricche, emozionanti vicende, sono esperienze di vita che con altre “storie e ricordi”, potrebbero raccontarci tutte le sorelle e i fratelli di Angela e Salvatore Alesci.

Turi ed Angelina, oltre i figli, i nipoti, i fratelli, le sorelle e i cognati, hanno tanti amici e “compari”. Hanno tessuto tante relazioni semplici e costruito diversi legami profondi. I padrini e le madrine dei propri figli e nipoti. Loro stessi sono stati padrini in battesimi e cresime. Hanno fatto da testimoni in matrimoni. Conosco bene i nomi di tutti ma non voglio elencarli, ho timore, non voglio scordane. Sono da ringraziare tutti, uno a uno, con vero affetto, con vera riconoscenza, per aver contribuito ad alimentare questa lunga storia d’amore.

 

21. Conclusioni

 

Ho provato a raccontare a modo mio, questa storia d’amore. Mi sono concesso qualche licenza, qualche mia considerazione. Ho parlato anche di me, era inevitabile, ho provato a limitarmi, spero di esserci riuscito. L’ho fatto con il mio modo di essere: per come ho imparato; per quello che è il mio carattere e la mia cultura; per quello che mi hanno insegnato a scuola e a casa.

Non voglio amplificare la normalità quotidiana dei protagonisti. Voglio confessare che in questa storia di vita e d’amore, che è anche mia, vedo una “piccola” somiglianza con un aspetto contenuto in un vecchio sceneggiato televisivo che andava in onda sulla Rai negli anni ’70, “Radici”: la storia di Kunta Kinte, uno schiavo africano che dopo peripezie,  giunge in America, riesce a liberarsi dalla schiavitù e a tramandare le “buone tradizioni” ai suoi discendenti che in ogni occasione li ripetono.

Una storia d’amore, basata su “radici” possenti, profonde:

La vita di Turi e Angelina, è costruita su quelle “radici” forti, saranno di ulivo saraceno o di carrubo e i discendenti cercheranno di mantenerle vive nel tempo, Loro ci sono riusciti, ora speriamo di riuscirci noi, nel futuro speriamo ci riescano i più giovani, i nostri figli, finchè vorranno.

In queste pagine, ho narrato le vicende, alternando tempi diversi a prescindere dell’epoca di riferimento. L’ho fatto in base ai ricordi, al sentimento e all’emozione che hanno suscitato in me. Questa storia d’amore non finisce qui. Vuol essere un punto di partenza, un punto di riferimento: un faro nel mare della vita; il riferimento sulla terra ferma.

E’ a tutti visibile, ciascuno ne faccia l’uso che desidera.

Questa storia d’amore, sbocciata a Barcellona P.G., è già in varie parti d’Italia, da Solarino a Milano.

Turi e Angelina da pensionati, sono ancora produttivi, frequentano i parenti di Barcellona P.G. e la loro “nuova famiglia”, nella Comunità di S. Basilio. Aurora, Santina e Salvo con cadenza mensile e nelle feste più importanti, li vanno a trovare. Nino, Piera e nipoti di Milano, di solito tornano in Sicilia per una settimana a Pasqua e un mese nel periodo estivo.

Nino e Piera, vivono e lavorano a Milano insieme con i tre figli:

Angela, 20 anni, diplomata al liceo linguistico, studia chitarra classica e canto lirico. Ha una passione per il canto pop-rock;

Salvatore, 17 anni, andrà al quinto anno del liceo artistico. Gioca a calcio;

Francesca, 14 anni, si è iscritta al primo anno del liceo artistico.

Santina e Salvo, vivono e lavorano a Solarino (SR), insieme con Aurora che ha compiuto 2 anni e davanti a se, ha l’universo.

Questa è una storia d’amore.

 

 

 

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Ultimo Aggiornamento 13/05/2012

Barcellona Pozzo di Gotto

 Una Storia D'Amore