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Presentazione
È con vivo piacere che raccolgo l’invito di Nino
a presentare una storia d’amore, che ha come protagonisti Turi
ed Angelina, conosciuti nelle terre calde e assolate di Sicilia.
Lo faccio con trepidazione e non poco senso di timore in quanto
la grandezza della vita narrata da queste pagine è davvero
considerevole.
Chi guarda negli occhi Turi ed Angelina non può
non scorgere immediatamente che il loro innamoramento non si è
assolutamente spento: direi piuttosto che siamo di fronte
all’eterna giovinezza dell’amore! Non solo: li si può guardare
in volto con la netta consapevolezza che, chi desidera, può
attingervi come ad una sorgente che disseta gratuitamente e
senza misura.
Un tratto molto significativo di questa vita
condotta all’insegna dell’amore è l’estrema naturalezza e
semplicità con cui Turi ed Angelina affrontano lo scorrere del
tempo: non c’è forzatura o esercizio di volontà estrema. Vederli
fare le cose insieme, assumere atteggiamenti e comportamenti
feriali fa intravedere una straordinaria leggerezza, capace di
affrontare e sostenere le prove del cammino quotidiano del
vivere.
Mi accingo ora a rivolgere un augurio particolare
ai nipoti:
siano saggi ed avveduti nel sapere e nel poter
usufruire per il loro futuro di un preziosissimo tesoro che Turi
e Angelina hanno messo a disposizione con tanta generosità. E
che gli anni felici che verranno conducano Turi ed Angelina ad
amarsi ancor di più!
Don Mario Maggioni

1.
Introduzione
Questa è una storia d’amore.
La vita insieme di Salvatore (Turi) Alesci e
Angela (Angelina) Alesci. Fidanzati per due anni e sei mesi e
uniti con matrimonio religioso celebrato da Padre Giovanni
Coppolino, nella chiesa di Santa Maria e San Rocco di Nàsari, a
Barcellona Pozzo di Gotto, il 25 ottobre 1958. Da questa unione
sono nati due figli che ora hanno altrettante famiglie:
·
Nino 49
anni, sposato con Piera Scilipoti, hanno tre figli: Angela,
Salvatore e Francesca;
·
Santina 44 anni, coniugata con Salvatore Castelli, hanno una
figlia di nome Aurora.
La storia di una famiglia semplice, come tante,
fatta di un quotidiano vivere tra difficoltà, sacrifici e
fatiche, feste, gioie.
Tra Turi e Angelina è un amore che germoglia in
Sicilia, a Barcellona Pozzo di Gotto, di fronte alle isole Eolie
e allo splendido Mar Tirreno a Nord, in una valle tagliata dai
torrenti Longano e Idria, racchiusa a Sud tra i monti Peloritani
e le locali colline, ad Est dal promontorio di Capo Milazzo e ad
Ovest da quello di Capo Tindari.
Salvatore, nasce e cresce in contrada Milìti, tra
le verdi campagne profumate di zagara e colorate dai limoni,
mandarini e arance. Angela, abita in contrada Nasari, a sud
della città, su una collina circondata da secolari ulivi e
imponenti carrubi.
Questo amore, dura da più di cinquant’anni e
speriamo per molti altri ancora.

2. Il Racconto
Il racconto è mio, il figlio Nino, da 26 anni
vivo a Milano con mia moglie e i tre figli, lo scrivo per Loro e
per quanti li conoscono ma anche per chi vuol leggere una
racconto di vita semplice. Lo scrivo in occasione del 50°
anniversario del loro matrimonio, una riconoscenza a mamma e
papà che hanno tracciato in noi figli, i valori della vita. Lo
hanno fatto in modo semplice, con l’esempio dato, trasmettendoci
le loro tradizioni e la loro cultura. Le foto che si vedono,
sono “solo” alcuni momenti, immagini descrittive e narrative di
un amore che segna lo scorrere del tempo nella loro vita
familiare e accarezza le vite di coloro che hanno incontrato e
conosciuto.
Tante altre persone meriterebbero di essere
citate e raccontate in questo scritto, mi scuso con loro che
certamente hanno un posto di rilievo nel cuore e nei ricordi dei
due protagonisti.
In queste pagine avviene un evento straordinario,
Angelina e Salvatore, modesti, umili e dignitosi lavoratori, per
una vita anonimi, diventano attori principali, veri protagonisti
di un sogno che si realizza: vivere insieme per cinquant’anni e
più.
Questi “primi” anni di vita coniugale, non sono
stati “confezionati” solo con rose e miele, ci sono anche le
spine e l’amaro. Io mi dedicherò a riportare spezzoni di vita
dopo averla condivisa o per averla sentita, raccontata da loro
stessi o da parenti.
Provo a narrare una storia di umanità e traggo
considerazioni ed insegnamenti: il cammino, lungo un sentiero
ora pianeggiante, ora irto e difficile con tanti ostacoli da
superare. Si è trattato di un vivere interessante che mi
accingo a sintetizzare e proporre: flash, immagini, pensieri,
racconti su mezzo secolo di vita matrimoniale.
Nella mia gioventù, alcune situazioni mi
risultavano “difficili” da sopportare, non li accettavo, li
subivo malvolentieri o li combattevo. Altre le vivevo con gioia
e li ricordo molto volentieri.
In questo racconto, s’intrecciano le relazioni di
mio padre e mia madre. Hanno genesi nel loro incontro e
nell’amore umano che nasce e cresce oggi giorno, benedetto da
Dio e trasformano in amore universale che coinvolge: povertà,
dignità, solidarietà e generosità, spontanee e gratuite
mutualità, relazioni sociali diffuse, ma anche sofferenze e
ingiustizie, toccano tutti i personaggi che vivono ancora o sono
realmente vissuti.
Sono le vite quotidiane narrate da loro stessi,
cose semplici, tante volte piacevoli altre meno o tristi, alcune
dolorose. Hanno radici in altri tempi, sicuramente tempi
difficili e per questo, restano forti i ricordi che sopravvivono
ad ogni evoluzione e progresso e si ripropongono con piccoli
bagliori che luccicano anche ai tempi nostri.

3. Salvatore, la sua
famiglia
Salvatore Alesci, detto Turi “Mirrao” che è il
soprannome del padre, nato il 3 marzo 1931 a Barcellona Pozzo di
Gotto in Via Militi, 84, da Nino Alesci “Mirrao”, morto
serenamente a 92 anni e Santa Calabrò, vissuta fino a 99 anni.
Turi è secondo di quattro figli, Lorenza, Nino e
Caterina:
·
Lorenza si
sposerà con Nicola Impollino ed avranno quattro figli (Nino,
Salvatore, Andreana e Santina);
·
Nino si
mariterà con Maria Pietrini ed avranno quattro figli
(Sebastiano, Santino, Angelo e Sandra);
·
Caterina, resterà nubile per ragioni di salute. Morirà all’età
di 64 anni.
Turi cresce in questa umile famiglia contadina
che vive attorno alla figura paterna che di mestiere fa il
contadino. Nonno Nino è colono mezzadro nella proprietà del
Podestà cittadino. Abita con la famiglia la casa colonica di via
Militi. Con lui collabora la moglie Santa, fisico minuto, esile
ma forte nel carattere e nel temperamento, rossiccia dai lunghi
capelli e dagli occhi azzurri. La famiglia con onestà e con il
duro lavoro, sopravvive alle avversità economiche dell’epoca,
superando le difficoltà belliche e post, alla seconda guerra
mondiale, giungendo fino a tempi nostri.
Turi è un ragazzo ubbidiente, servizievole,
sempre al servizio dei genitori, frequenta la scuola fino alla
terza elementare, inizia a lavorare nei campi. Un giorno era al
mercato con suo padre, dovevano comprare qualcosa per il pranzo
e il padre chiede al figlio: Turuzzu, che mangiamo oggi? cosa
compro? Turi risponde: qualsiasi cosa va bene. L’importante è
che mettiamo qualcosa in pancia! La sua passione è “catturare”
con “trabucchi” e “reti” o direttamente dai nidi, i cardellini
selvatici per goderne il bel canto, cosa che ora è severamente
vietata dalla Legge. Divide il suo tempo tra il lavorare nei
campi e gli amici del rione. Con loro trascorre il tempo libero,
condividendo giochi semplici e la passione per gli uccelli.
Per conoscere meglio Turi e la sua famiglia si
possono raccontare tante cose. Una curiosità è che nonno Nino,
buonanima, prese tre mogli, le prime due sono morte lasciandolo
vedovo, poco tempo dopo sposate a causa di malattie non
curabili. L’ultima, la terza, Santa, era stata la prima
fidanzata. Da Lei ha avuto i quattro figli. E’ proprio vero, il
primo amore non si scorda mai! Poi il destino, o per chi ha
fede, il volere di Dio. Espressioni ricorrenti che stavano alla
base di ogni azione di mio nonno: “se vuole Dio” oppure “a Dio
piacendo”.
La fede li accompagna, i momenti più difficili li
trascorrono nelle profonde e strette trincee da loro stessi
scavate nel terreno dove si rifugiavano per ripararsi dai
bombardamenti americani. Da quelle scomode ma utili postazioni,
sentivano i fischi delle bombe e i tonfi sordi e potenti delle
esplosioni. Se la sono cavata così.

Dai successivi racconti di mio nonno e mia nonna,
confermati da mio padre e dai miei zii, riporto una parte del
loro quotidiano vivere. Il marito stava sempre insieme alla
moglie che lo seguiva nel suo lavoro nei campi. Spesso andavano
nella vigna di via del Mare, a tre chilometri circa da casa. Lui
stesso, aveva piantato la vigna dopo aver tracciato manualmente
filari con lunghi solchi, profondi circa 50 cm. Mio nonno
raccontava che allora, durante il lavoro, non beveva acqua
perché “andava nelle spalle”. Solo vino genuino e fresco,
contenuto in un recipiente di terracotta (quartara). Durante il
duro lavoro riusciva a berne fino a dieci litri in un giorno
(na’ quartara), per dissetarsi e nelle pause per accompagnare il
cibo, il tutto senza ubriacarsi.
Amava bere il vino, quello che lui stesso
produceva, e non perdeva occasione per offrirlo agli amici.
Quando si spostava a piedi, per dissetarsi, portava sempre con
se un elegante ma pratico barilotto in legno da due litri che,
su mia richiesta, mi ha lasciato in suo ricordo. Una volta mi
raccontò di quando, durante un lavoro pesante nei campi, perse
una scommessa su chi beveva più vino. Lui gran bevitore, perse
la scommessa per un solo bicchiere, dopo averne bevuto più di
dieci litri. Quella scommessa resta memorabile, la ricordano
ancora i figli, la vinse il suo amico Salvatore, detto
“Nascazza”, per il suo naso imponente.
Di Turi giovane, mi piace citare due episodi
importanti che hanno segnato la sua vita ma anche la mia. La sua
con le conseguenze dirette, la mia nelle considerazioni e nelle
riflessioni che ho tratto:
Turi viveva con i genitori e abitava nella casa
colonica del podestà del paese, erano coloni mezzadri. Il
“padrone” andava ossequiato e riverito. Quasi ogni domenica
toccava ad un figlio ma, spesso era Turi, ad andare alla casa
del “padrone”, per portare le uova fresche o le primizie di
frutta e verdura. Lo faceva con lo spirito di obbedienza, ma gli
veniva “duro” sottostare ad un rituale che diveniva umiliante.
La domenica mattina, Turi giungeva dai “padroni”. Aveva la netta
sensazione che lo aspettassero. Doveva prima prostrarsi nel
saluto reverenziale, “voscienza benedica”, inchinando la testa.
Dall’alto di una imponete scala in marmo, illuminata da un
lucernaio colorato, rispondeva la padrona con voce squillante
ed una risata ridondante: “tuttu binidittu”. Dopo averlo
osservato dall’alto, accertato che Turuzzu era in abito pulito
di bucato, pressappoco faceva così: “veni, veni, Turuzzu, c’è da
puliziari la giara o il pollaio “u jaddinaru”, alternativamente.
Era quasi un incubo, non si poteva rifiutare, bisognava
obbedire.
Ricordo poi, il racconto di quella volta che il
padre lo punì per aver disubbidito. Turi non era più un
ragazzino, era diventato maggiorenne, la maggior età si
raggiungeva a 21 anni. Li aveva compiuti da un paio di mesi,
abitava con i genitori e a loro doveva sempre sottostare. Un
giorno, senza dare notizie, preso dalla sua passione per gli
uccellini, “armato” di reti, insieme con i suoi fidati amici, si
trasferiscono con le biciclette dalle parti di Mazzarà S.
Andrea, per catturare cardellini. La giornata scorre veloce e il
sole tramonta tardi. Il rientro a casa diventa un problema. Cosa
dire? Che fare? Turi è preso dal rimorso, ha preso tanti
cardellini ma sa pure che non ha avvisato i genitori e il padre
certamente lo punirà. Fa passare ancora più tempo e rientra a
casa con il buio. I genitori sono a letto ma vigili e
silenziosi, fanno finta di dormire, Turi silenziosamente, senza
mangiare, si mette a letto. Dopo circa mezz’ora, si alza il
padre, lo tira fuori dal letto e giù botte con le mani e con la
cinta dei calzoni, lasciandolo con le sole mutande. Lo conduce
fuori, nell’aia illuminata dalla luna piena e con una corda, lo
lega al grosso gelso. Devono passare diverse ore prima che sua
mamma, dopo tante suppliche, ottiene dal marito il permesso di
andare a slegarlo. Una severa punizione per aver disubbidito ai
genitori.
Di solito, Turi si occupava delle cose che
interessavano la famiglia, seguiva suo padre e ubbidiva ai
genitori. Nell’immediato dopoguerra, gli americani avevano
costruito un campo volo a Calderà che era presidiato da molti
soldati. Turi portava agli americani: vino, olio d’oliva, uova,
verdura, frutta e noci. Gli americani lo ripagavano con
gallette, riso, cioccolata, e sigarette. In occasione di uno di
questi scambi, durante l’estate estate, le noci erano ancora con
il mallo verde anche se dentro erano mature, bianche, tenere e
gustosissime. Bisognava pulirle dalla buccia prima di
schiacciarle. Questo lavoro, faceva macchiare a Turi le mani di
un colore simile a quello della nicotina. Appena gli americani
lo vedono, per il colore delle sue mani pensano che il ragazzino
fumasse tanto, glielo chiedono, Turi annuisce e i soldati gli
regalano molti pacchetti di sigarette che diligentemente porta a
suo padre.

4. Angelina, la sua famiglia
Angelina Alesci, nasce a Barcellona Pozzo di
Gotto il 14 Maggio 1932, in Via Barcellona Castroreale, 84 a
Nasari, da Nino Alesci, detto “u cattiddataru”, per il suo
lavoro artigianale di costruttore di cesti e recipienti vari in
vimini, verga e canne; morto improvvisamente per un infarto,
domenica, 2 Aprile 1967, all’età di 69 anni e da Santa Del
Grande, casalinga e “cavatrice” d’agrumi. Morta all’età di 93
anni.
Angelina è la terza di sette figli, sei femmine
ed un maschio: Carmela, Nunziata, Vita, Giovanna, Salvatore e
Giuseppina.
Altri quattro figli tre maschi e una femmina sono
morti infanti per polmonite.
·
Carmela,
si sposerà con Andrea Isgrò, detto “u patrittu”. Nel 2007 lo zio
Andrea è morto in Australia, dov’era emigrato con tutta la
famiglia nel 1971, anche lui era contadino, colono mezzadro. Ha
combattuto per la liberazione dell’Italia dai nazisti tedeschi,
ha operato al nord tra Lombardia e Piemonte, nei servizi segreti
di una formazione Partigiana. Hanno otto figli, Margherita,
Turuzza, Santi, Nino, Tindara, Carmelo, Maria e Giuseppina.
·
Nunziata,
farà matrimonio con Pasquale Torre, morto d’infarto, prima
muratore poi piccolo appaltatore, hanno avuto sei figli:
Santina, Carmelino, Carmelina, Nino, Pippo e il piccolo Gianni
(morto tragicamente in un incidente stradale).
·
Vita, si
sposerà con Gianni Ziglioli di Bascapè (PV) e si trasferisce a
Spino D’adda (CR), morto nel 1986, dopo una lunga malattia. Da
ragazzo, a Bascapè (PV), in un cascinale della pianura padana,
sopravvive miracolosamente ad una fucilazione nazista, grazie
all’intercessione di un prete. Hanno tre figli: Mariuccia, Piero
e Santina.
·
Giovanna,
sposerà Tindaro Lo Giudice, hanno due figli, Palmina e Nunzio.
·
Salvatore,
formerà famiglia sposando Ninetta Pino. Prima carpentiere edile,
in seguito ad un grave infortunio sul lavoro diventa
Portalettere. Mi trasmette la passione per il Sindacato,
offrendomi il suo insegnamento, l’esempio e la possibilità di
operare accanto a lui. Con lui ho appreso molte altre cose e
valori, che mi hanno formato nella vita. Il suo matrimonio con
Ninetta, partorisce quattro figlie: Santina, Tania che diventerà
Suora, Carmelina e Patrizia.
·
Giuseppina, si unirà in matrimonio con Nino Fazio, emigrati in
Svizzera negli anni “70, hanno una figlia, Carmelina. In
occasione di “un’improvvisata” natalizia ai familiari in
Sicilia, Nino, dopo un tragico incidente stradale e tanta lunga
agonia, perde la vita. Questo è stato il più triste Natale che
ricordo. Giuseppina successivamente sposerà il fratello di Nino,
Carmelo Fazio, nascono altri due figli: Nino e Giuseppe.
Torniamo alla protagonista, Angelina è
coraggiosa, lavoratrice instancabile, si fa carico di piccoli
commerci, per trarre un profitto da destinare alle necessità
familiari. Racconta di quando, poco più che tredicenne, si
compra per dodici lire i frutti di un albero di albicocche che
poi raccoglie e rivende, guadagnando trenta lire.
Famiglia numerosa quella di Angelina, in linea
con i tempi dell’epoca. La mamma Santa, si dedicava alle
attività domestiche, con tanti figli da crescere. A loro cuciva
qualche vestitino, era anche pratica nella cura dell’orto e
saltuariamente, faceva la “cavatrice” di agrumi, dalle cui bucce
si traeva l’olio essenziale, attività che svolgeva il marito
“spiritaru”. Anche questa famiglia cresce attorno alla figura
paterna. Nonno Nino di Nasari, di bassa statura, dignitoso, era
severo, moralmente impeccabile, aveva un grande senso del
dovere, grande timore di Dio, senso della giustizia, ed era
capace di equilibrio e saggezza. Un pomeriggio fui io a
procurare a nonno Nino di Nasari un grande spavento: ero salito
sul solaio a rovistare tra le cose vecchie che erano custodite.
Appagata la mia curiosità, mi tocca scendere dalla scaletta in
legno mobile, da lui stesso costruita. Lui era seduto su una
sgabello, vicino alla scala e trafficava concentrato, alla
costruzione di un cesto. Io, penso di fargli uno scherzo. Faccio
finta di cadere dalla scala e mi butto pesantemente per terra,
resto immobile per qualche istante. Il nonno salta in piedi, si
mette le mani ai capelli e inizia a chiamarmi ripetutamente.
Era spaventatissimo, quasi disperato. D’un tratto, faccio un
balzo, scatto in piedi e inizio a ridere e saltellare. Ero
contento per aver fatto spaventare il nonno. Per questo ho
ricevuto i rimproveri dalla nonna che mi ricorderà l’episodio il
giorno in cui il nonno morì. Il nonno, per lo spavento, restò
senza parole, io capì che era veramente molto apprensivo. Nonno
nino, mostrava attenzione verso il prossimo, soprattutto verso i
più bisognosi. Veniva rispettato da tutti per la solidarietà di
cui era capace. Conduceva la numerosa famiglia, affrontando con
dignità la difficoltà quotidiane. Operava onestamente nel campo
artigianale della lavorazione della verga, del vimini, della
canna, costruendo ogni sorta di contenitore: “cesti, cannistri,
cannizzi, panari e cattiddati”. Stagionalmente, faceva lo
“spiritaro”. Alla mia famiglia, che negli anni passati ha
gestito un piccolo commercio, ha tramandato la passione per
l’intreccio della palma. Era poco scolarizzato ma era geniale in
vari campi, anche nell’istruzione. Autodidatta, si formava con
letture varie. Riusciva ad insegnare a giovani studenti che si
rivolgevano a lui. Brillava nella matematica e nella fisica: a
Nasari, il sole illuminava un orologio solare (meridiana) da lui
costruito, sulla facciata esterna della casa. Parte
dell’orologio dipinto sul muro, è ancora visibile ma non segna
più l’ora. Il sole non illumina più la meridiana, è stata
oscurata dalle costruzioni antistanti. Progettava costruzioni di
case e di strade, faceva da mediatore in compravendite. La sua
dignità, solidarietà e generosità umana, voglio raccontarla nel
suo sfidare un terribile bombardamento americano nel 1943. La
famiglia era rifugiata in alcune grotte ad Acquaficara. Le bombe
avevano seminato terrore e morte. Ci sono state molte vittime
tra i civili anche a Barcellona P.G.. A Nasari, ognuno cercava
di recuperare il corpo dei familiari caduti. Nonno Nino, aveva
appreso che era stato colpito mortalmente, in contrada “Croce”,
una sua cara conoscente, amica e comare, Santa D’Angelo.
Sprezzante del pericolo incombente, insieme ad un altro amico,
Nino Raimondo detto “Campanedda”, lasciano il rifugio e vanno
verso il luogo del tragico accaduto. Per strada, incontrano il
cognato della morta, Martino, questi si unisce ai due e
proseguono nel cammino, sotto il continuo bombardare, fino a
giungere nel luogo indicato. Trovano il corpo dilaniato, i
capelli sono su una pianta d’ulivo, ricompongono in una cassa i
miseri pezzi, sparsi in un ampio raggio, caricano la bara su un
carretto trainato a mano e la portano in paese, per dargli una
dignitosa sepoltura. Tempi difficili quelli, dolore, paure, fame
e povertà s’intrecciano con fede, rispetto, dignità e
solidarietà.
Angela, mia mamma, mi racconta sempre di quella
grotta di Acquaficara: erano in tanti i parenti rifugiati in
quello spazio buio, umido e stretto. Si trovavano raccolti, al
riparo dalle micidiali bombe che fischiavano sibilline al
passaggio e tuonavano potenti, colpendo civili innocenti. Lei,
ancora bambina, aveva 11 anni nel ’43, stava rannicchiata in un
angolo, terrorizzata. Tremava e si teneva stretta ad una pietra
dalla quale non si staccava, faceva parte di se.

Anche il dopoguerra è stato difficile da
superare, non mancano i ricordi: uno di questi è divertente e
riguarda i liberatori, gli americani. Al rientro dal rifugio
delle grotte di Acquaficara, Nasari come tutta Barcellona, era
invasa da questi uomini in divisa che, accertata l’inconsistenza
del nemico, giravano il territorio allegramente. Guardando nel
giardino vicino casa, in vico II Cuba, 1, dove ora abita lo zio
Salvatore con la sua famiglia, Angelina e la sua famiglia,
trovarono grappoli d’uva attaccata al fico. Gli americani
continuavano a dire che quello era l’albero con i suoi frutti.
Giovani militari, simpatici, burloni, gestivano cordialmente il
rapporto con i liberati. Sono stati tempi difficili, la famiglia
era numerosa e bisognava ingegnarsi per mangiare. Mia mamma
Angela, racconta che riusciva sempre a portare a casa una
manciata di riso che gli davano gli americani e lo riservava al
fratello Salvatore. Lo zio ne ha mangiato tanto in quel periodo
che ora lo evita volentieri. Nel dopoguerra, Angelina un po’ del
suo coraggio lo deve usare anche nei confronti di un maiale
affamato. L’animale gironzolava attorno alla fontana pubblica
dove si lavavano i panni. Ad un tratto, afferra con i denti un
pezzo di sapone appena appoggiato. La giovane Angelina, appena
sedicenne, non curante del pericolo che correva, senza timore,
infila lestamente la mano nella bocca del maiale e tira fuori il
pezzo di sapone che stava già per essere ingoiato. Costava caro
il sapone, la mano molto di più.
5. L’incontro in contrada “Monte”
Quest’amore nasce nel mese di Marzo del 1956,
dall’incontro “organizzato da comare Saridda” in contrada
“Monte” a Nasari. Lungo la strada che collega Barcellona P.G. ad
Acquaficara e a Castroreale, in un appezzamento di terra
disposto a rasole, coltivato ad uliveto. All’ingresso un grosso
carrubo, abbattuto pochi anni fa per lasciare posto a nuove
costruzioni. Le imponenti radici, erano visibili dalla strada.
In questo ambiente bucolico, davanti ad imponenti piante
secolari, testimoni di radici profonde, di tradizioni che si
rifanno ad un antico secolarizzato. Timidamente ed impacciati,
s’incontrano Turi Alesci (25 anni) e Angelina Alesci (24 anni).
I due non si conoscevano prima anche se hanno lo stesso cognome
e i loro genitori portano gli stessi nomi: Nino i due padri;
Santa le due madri.
Turi dice ad Angelina: vorrei conoscerti,
fidanzarmi con te e poi sposarci, formare una famiglia. Aggiunge
testualmente: “io ho quattro bestiole”, intendendo vitelli da
crescere. Angelina lo ascolta, lo guarda con dolcezza, scocca la
scintilla. Subito dopo, quasi per caso, li raggiunge la mamma di
Angelina, fingendosi ignara di ciò che si “celebrava”. Santa
entra nel terreno di sua proprietà, un saluto di circostanza,
qualche parola e poco dopo, i tre si lasciano con l’impegno di
rivedersi con le rispettive famiglie, per sancire “il
fidanzamento” ufficiale che sarà festeggiato a Nasari il 30
Aprile del 1956.
6. Il Fidanzamento
Sono in molti a ricordare quella festa. Le due
famiglie, sono riunite attorno ad una tavola imbandita con cibi
semplici ma gustosi, innaffiati da un vino “sincero” che portava
allegria.
Di quel periodo, si ricorda una festa Pasquale:
Angelina e la sua famiglia donano a Turi e alla sua famiglia,
una grossa ciambella, detta “cuddura”: dolce biscotto da forno
della tradizione pasquale siciliana, adornata di colorate
caramelline e ben 31 uova. Lo scambio, con un altro dolce della
tradizione, un “agnello pasquale” dal peso di circa 12 kg: dolce
fatto di pasta martorana, impellicciata con una crema di
mandorle e ripieno di frutta candita, mandorle tritate e
pezzetti di cioccolato. Vere leccornie. All’interno del dolce
agnello, una preziosa sorpresa per la fidanzata, una collana
d’oro.
Altro ricordo, è la visita serale di Turi alla
fidanzata. Da Militi, Turi giungeva a Nasari in bicicletta, dopo
una lunga e dura giornata di lavoro, i fidanzati stavano alla
presenza dei genitori e mai fino a tarda ora. Nonno Nino, molto
rigoroso, qualche sera insieme a suo fratello “spumava”, cioè
estraeva l’essenza “lo spirito”, dagli agrumi e nel contempo
vigilava sui fidanzati e ammoniva Turi, quando s’avvicinava
troppo ad Angelina. Diceva: attento Turi, “la paglia vicino al
fuoco non può stare” oppure “allascati du caliaturi”, sarebbe
stato “scandalo”.
Che dire poi, della volta che nonno Nino,
aspettava impaziente il ritorno a casa di Angelina? La figlia,
accompagnata dalla sorella Giuseppina, era stata invitata dai
suoceri. Il padre stava in pensiero, raccomandava sempre la
puntualità e le figlie lo sapevano. Il loro ritorno a casa era
previsto entro le 18,00 circa, ma loro tardavano. Erano stati
trattenuti perché una festa con altri parenti, durava più del
previsto ma questo il padre non lo sapeva e più passava il tempo
e più si agitava preoccupato. Verso le 19,30, non resiste
all’attesa e s’incammina verso Militi. Come nella parabola del
Buon Pastore, esce da casa, lascia gli altri figli e va alla
ricerca di Angela e Giuseppina. Percorre circa due chilometri e
con grande gioia li incontra sulla via del ritorno ma ancora
lontani da casa. Il padre gioisce per aver ritrovato sane e
salve le figlie. Il nonno era molto apprensivo.
Due anni e mezzo di fidanzamento sono sufficienti
per conoscersi e fare crescere l’amore dei due giovani. Molti,
sono i preparativi per affrontare l’avventura coniugale a
partire dalla casa che accoglierà la nuova famiglia. La scelta,
cadrà sulla casa di via Militi, proprietà degli eredi del
podestà. Si va verso lo sposalizio.

7. Il Matrimonio, la Festa.
Io avrei voluto esserci quel giorno, non c’ero.
Non m’avevano invitato al loro matrimonio, nemmeno mia sorella
c’era e di questo mi dispiaceva di più, così dicevo a chi mi
chiedeva. Da piccolo, avrò avuto 8, massimo 10 anni, vedendo le
foto del matrimonio dei miei genitori, ero “offeso” con loro e
dicevo: capisco che non c’ero io, sicuramente ero al bar a
lavorare, ma almeno mia sorella potevate invitarla. Lo ripetevo
ai miei zii che, divertiti, me lo chiedevano spesso, conoscendo
già la mia risposta, tutti i presenti ridevano con gusto.
E’ l’alba del 25 ottobre 1958. Una giornata
luminosa. Nell’aria odore di un’estate che tarda a lasciare
posto all’autunno, così mi hanno raccontato. Turi e Angelina,
oggi sposi. Ciascuno a casa sua, consuma gli ultimi preparativi.
A Nasari, dalla casa natale di Angelina, parte il corteo nuziale
per il breve cammino fino a raggiungere la chiesa. Padre
Giovanni Coppolino, celebra la funzione religiosa. Sono circa le
18,00 del 25 Ottobre 1958.
Giornata indimenticabile e piena di emozioni per
loro due e per tanti altri: i genitori, i fratelli, le sorelle,
le cognate e i cognati, i nipoti, gli amici e parenti. Alcune
immagini descrivono l’attesa dello sposo con il mazzolino in
mano, davanti alla chiesa accompagnato dalla mamma. La sposa,
esce di casa in abito bianco con il velo lungo e veletta a
coprire il viso. Al braccio, il padre che l’accompagna in
processione. Dietro la mamma, le sorelle, il fratello ed altri
amici e conoscenti del quartiere. Davanti a loro, la sorellina
Giuseppina e il nipotino Nino Impollino, portano gli anelli
degli sposi.
Si partecipa ad una lunga cerimonia religiosa,
animata dai canti delle amiche dell’Azione Cattolica di Nasari e
una predica sulla famiglia e sull’amore coniugale. All’uscita di
chiesa, gli sposi sono festeggiati con il tradizionale riso,
misto con fiori, confetti e monetine beneauguranti, gettati in
aria per la gioia dei bambini. Poi i baci e gli auguri di tutti
gli intervenuti.
Inizia così, una grande festa a Nasari, nel
vecchio frantoio “trappitu”. Più di 300 invitati. Musiche e
balli fino a tarda ora, mangiando e bevendo in allegria il vino
del nonno. La torta nuziale e lo spumante, come in ogni
matrimonio, concludono i festeggiamenti.
Parte una nuova avventura, la vita coniugale di
Turi e Angelina. Si parte per la casa di Militi. Lì è luna di
miele, altri tempi, molto miele ma anche l’agro, Angelina dovrà
mostrare alla suocera la prova della sua illibatezza.
8. La Casa Colonica di Militi
Ho un bel ricordo della casa colonica di via
Militi al numero civico 84, c’era un cancello in ferro battuto.
Lì, vivevano i miei nonni ed è nato mio padre ma anche io e mia
sorella. In quella casa, nell’aia grande con il gelso e la
stalla, il giardino di tutti i frutti e le verdure, insieme
abbiamo vissuto. In quei luoghi, ho serenamente trascorso la mia
prima infanzia fino a sette anni compiuti. La casa, aveva una
prima stanza che ora potrebbe chiamarsi zona giorno. Un tavolo
grande con un’opalina verde che tutt’ora fa bella vista nella
casa di Calderà di mia sorella, allora veniva usato solo per le
feste importanti. Un tavolo più piccolo, “buffetta”, per l’uso
quotidiano. Una cucina a tre fornelli, alimentata con la
“bombola” del gas, poi il focolaio dove si metteva la pentola
per cuocere i legumi. In quella che era la zona notte, c’era un
disimpegno con una specchiera a tre cassetti, per la biancheria.
Separato da una parete in legno, la stanza con il letto
matrimoniale e accanto un lettino dove dormivo io. Dal mio
lettino, si alzava una scala di legno che portava nel
sottotetto: su quel solaio, maturavano le banane raccolte
acerbe; si conservavano cose vecchie; mi rifugiavo io per
giocare, nelle giornate di brutto tempo.
La casa colonica, si affacciava su un grande
spiazzo, l’aia grande. Attorno c’era il pollaio, la stalla per
uno o due vitelli, il viottolo per andare nel giardino di
agrumi, gli alberi di frutta e l’orto. Per i bisogni
fisiologici, un capanno con “buca a terra”, fungeva da bagno.
Ricordo che già allora, a casa mia, si faceva la raccolta
differenziata: nel giardino, vicino al “bagno biologico”, c’era
il “mondezzaio” dove si accumulavano tutti gli scarti organici e
vegetali, il cosiddetto “umido” che, dopo la decomposizione, si
usava come fertilizzante naturale. Nell’aia, si aprivano le
porte di due enormi magazzini bui e pieni di polvere, in questi
c’erano almeno tre cose che ricordo bene:
Le enormi botti in rovere, per il vino: per
riempirle di mosto con gli otri colanti, uomini bagnati di succo
d’uva rossiccio, salivano su una scala in legno con almeno venti
pioli, per versare il prezioso e saporito nettare.
Un grosso baule pieno di splendide conchiglie,
della cui provenienza mi continuo a domandare: erano del nostro
mare? Delle vicine Isole Eolie? O avevano una provenienza
tropicale? Erano così belle! Alcune lo sono ancora, fanno bella
evidenza come soprammobili o posacenere.
Una spada romana che mi ha fatto sognare vicende
gladiatoriche: corta, sagomata ed appuntita di un metallo
pesante, forse bronzo, una croce a protezione dell’impugnatura
che era dello stesso metallo attorcigliato con impugnatura
ornata. Questa, credo risalisse proprio all’epoca Romana. Il
riferimento, mi fa pensare anche all’epoca possibile da dare
alle conchiglie. Ricordo ancora quella spada e quanto piansi
quella mattina, quando mia mamma, contro la mia volontà, dopo
che io l’avevo trovata tra la polvere in magazzino e nascosta
sotto il forno a legna, la barattò per una vasca “bagnarola” in
plastica, eravamo nel 1965, appariva anche per noi, un’altra
epoca.
9. Gli anni di Militi 1958 – 1966
Angelina è subito incinta. Durante la gravidanza
lavora nella campagna insieme al marito. Sono tempi difficili ma
loro non mollano, sono tenaci. La mamma porta sulla testa per
lunghe distanze, grossi fasci di fieno o di erba fresca,
mietuta nei campi. Un lungo e faticoso cammino fino alla stalla.
Bisogna dare da mangiare ai vitelli (bestiole). La gravidanza
non ha particolari complicazioni, tranne i così detti “mali
vizi” che è quella sensazione di vomito, tipica di molte
gravidanze. Durante la gestazione, Angelina è ghiottissima di
limoni che mangia crudi, appena colti dalla pianta o con il sale
o ancora in insalata con l’aceto. Passano appena nove mesi di
vita coniugale, è il 1 Agosto 1959, viene alla luce il primo
frutto del loro amore, sono io, Antonino Alesci, primogenito. E’
quasi mezzogiorno, le 11,45, i gemiti sono uditi felicemente dai
numerosi presenti. Quel giorno si cucinava “pescestocco a
ghiotta” per papà che sta lavorando nel vicino agrumeto, per i
nonni e i parenti che erano in attesa del lieto evento. Si
partorisce in casa, l’ostetrica è comare Nunziatina Livoti, di
Nasari. Con tanta gioia di tutti, mi viene dato il nome del
nonno, nel rispetto delle tradizioni. Il nonno Nino “Mirrao”,
entra subito nella stanza con una bilancia ad un piatto. La
puerpera era stata appena ricomposta. Con orgoglio mi prende in
braccio e mi mette sul piatto per il peso: 3 chili e 200 grammi.
Turi e Angelina, hanno vissuto intensamente
questi primi anni di vita matrimoniale. Amore, lavoro, pane e
tanta allegria, semplici feste. Io ho immagini chiare, luci di
vita serena. Pranzare in primavera e d’estate nell’aia, sotto il
sole o all’ombra del gelso. In casa, ricordo le “sfide” a tavola
con mio padre, su chi riusciva a finire prima gli spaghetti al
sugo, preparati dalla mamma. Chissà perché, vincevo sempre io,
usando entrambe le mani per prendere gli spaghetti. Il sugo, mi
colorava le guance già rosee, e ridere, gioire, giocare sereno
nella campagna, da solo o con i vicini di casa. Anch’io ero
ubbidiente da piccolo. Già a tre anni andavo a prendere il latte
in bottiglia a casa dei nonni che abitavano al civico 24, di Via
Militi ed in casa avevano sempre una mucca o una capra da
mungere. Una mattina con la bottiglia piena di latte in mano,
ritornavo a casa. Ad un tratto, inciampo, cado per terra e rompo
la bottiglia. Ero molto dispiaciuto per l’accaduto, esce di casa
quella che diventerà mia zia Maria, moglie di zio Nino, fratello
di mio papà e mi dice, cos’hai fatto! Io per non perdermi
d’animo, prontamente rispondo: e che faccio ora? Devo per caso
mettermi i vetri in testa? E’ successo! E via di corsa, verso
casa a raccontare tutto a mamma che mi consola.
In quel periodo, mio padre inizia a “convertire”
il suo essere contadino, in operaio manovale in edilizia. Siamo
nei primi anni sessanta, si costruiscono le strade e le
fognature in via Militi e nella traversa Bellinvia. Lui, pur
lavorando vicino casa, non viene a pranzo da noi, resta con i
compagni di lavoro. Io, piccolo di tre o quattro anni, ogni
giorno gli porto il pasto caldo, completo di pasta appena
cucinata, un pezzo di pane, un frutto e una bottiglia di vino.
Il tutto, avvolto in una tovaglia. Quando arrivo sul cantiere,
mio padre è felice di vedermi come tutti i suoi compagni di
lavoro. Anch’io sono contento, resto un po’ con loro e poi via
di corsa a casa.
Degli anni trascorsi a Militi, ho parecchi
ricordi che voglio raccontare.
Il primo risale a quando mio nonno Nino, perde il
dito indice della mano destra, troncato dalla corda che legava
un vitello che si era “infuriato”. Il vitello aveva intuito che
l’uscita dalla stalla, lo conduceva verso il macello. Il suo
imbizzarrirsi non si riusciva a contenere, con corde e bastoni,
almeno dieci uomini, inutilmente, cercavano di domarlo. Nella
traversa Bellinvia, nel tentativo di frenare la furia della
bestia, provano a legare il vitello ad un albero con una grossa
corda. L’animale è furente, sferra un brusco movimento con la
testa e il collo, il nonno ha la corda in mano, il dito gli
resta impigliato e la stretta del vitello gli stacca quasi di
netto il dito indice. Era sanguinante e con il dito penzoloni
avvolto in un fazzoletto. Tra urla e imprecazioni, parte la
corsa verso l’ospedale dove, poco dopo, gli sarà amputato il
dito.
Un altro ricordo, è di un fatto accaduto a me. E’
quasi sera ed io d’estate amavo giocare fino tardi. Di solito,
noi ragazzi, fino al tramonto, giocavamo a palla in mezzo alla
strada. Le automobili erano rare, con più frequenza passavano,
il piccolo carretto di Salvatore “Manciajatti”, trainato da un
asino e quello più grande di don Natu “Jaddazzu”, tirato da un
cavallo più possente. Don Natu e qualche altro carrettiere,
trasportavano le cassette con le lavorazioni ortofrutticole dai
magazzini, fino ai vagoni ferroviari da dove partivano per
l’esportazione. Quel pomeriggio, malgrado mia mamma mi aveva
chiamato al rientro a casa, io ritardavo. Ad un tratto
sopraggiunge Angelina, adirata con me perché aveva tante cose da
fare. Un paio di sculacciate, forse di più, sono mie.
Forzatamente mi porta in casa, mi cambia i vestiti sudati e
m’impone di stare vicino a lei che stava rammendando. Io calzavo
i sandali. Infuriato, scalpito, scattante, metto il piede nel
contenitore degli aghi e del cotone. M’infilo un ago nell’alluce
destro, l’ago si spezza e un pezzo mi resta dentro il dito del
piede. Tra le lacrime e i sensi di colpa di mia mamma, finisco
all’ospedale Cutroni Zodda di Pozzo di Gotto, fanno le
radiografie, mi rimandano al giorno seguente. Un’infermiera, (si
trova sempre qualcuno che spende una buona parola) dice ad
Angelina che la situazione è grave: l’ago può camminare, finire
al cuore e farmi morire. Immaginate la disperazione di Angelina.
Per fortuna, poi le cose sono state meno complicate. Il giorno
dopo, con un taglietto estraggono il pezzetto d’ago e chiudono
la ferita con un paio di punti di sutura. Dopo qualche giorno,
ritorno a casa portando con me, una piccola palla di plastica
che mi regalò una suora.
Il terzo ricordo di Militi, è quando mi sono
addormentato nel sottoscala dai miei nonni. Anche stavolta era
estate, per qualche motivo io ero rimasto a casa dei miei nonni,
in compagnia di mia zia Caterina. Ad un certo punto resto solo,
inizia un improvviso temporale con pioggia e vento forte. Io
inizio a sentire freddo. Cerco riparo dietro le botti piene di
vino che stavano in cucina, sotto la scala che porta sul solaio.
Fuori infuria la tempesta. Cerco conforto in una cassetta vuota,
sto rannicchiato per scaldarmi, non ci riesco. Trovo una
nocciola,caduta dal solaio e con una scarpa di gomma, cerco di
schiacciarla ma non ho fortuna, in compenso, m’addormento. Mi
sveglio dopo alcune ore, ignaro della disperazione dei miei
genitori e di tutti i parenti che erano addolorati, non
trovandomi in casa e manco nelle vicinanze. Li sento parlare e
piangere sconfortati. Ho paura. Paura di essere punito
ingiustamente, resto in silenzio e in ascolto. Sono distrutti
tutti. Mi cercavano nelle case dei vicini, nei pozzi, nelle
stalle. Non immaginavano che potessi essere lì, così vicino.
Dopo un bel po’, seppur intimorito, mi faccio coraggio, decido
di affrontarli. Pazienza, magari pure stavolta prenderò botte.
Esco dal rifugio e dico. Qua sono! Restano tutti esterrefatti.
Capiscono la situazione, mi abbracciano, mi stringono forte.
Sono tutti felici, stavolta si consolano e piangono di gioia.
Il ricordo più doloroso che mi ha proprio
turbato, insieme con papà e mamma, è quello relativo alla morte
del piccolo, Gianni Torre. Mio cugino, figlio di Zio Pasquale e
zia Nunziata Alesci. Stavolta non è estate, ricordo che io e
mamma, aspettavamo preoccupati il ritorno a casa di papà che
tardava, c’era qualcosa nell’aria che preannunciava tristezza,
dolore. Nel mio ricordo resta l’arrivo agitatissimo di papà che
annuncia: è morto Gianni! L’hanno investito. Di mio cugino
Gianni, ricordo la sua somiglianza con la zia Nunziata. Era un
bambino buono. Poi, una piccola bara bianca con dentro il suo
corpicino e la tomba al cimitero di Barcellona che vado a
visitare ogni volta mi è possibile.
La vita continua, Angelina e Turi fanno progetti,
iniziano a pensare ad una casa propria. Hanno avuto notizie che
“i padroni” vogliono vendere la campagna e la casa colonica di
Militi. E’ l’ora di pensare ad una propria casetta. Intanto a
Nasari si crea un’opportunità, comprare una striscia di terra
edificabile.
I due innamorati, progettano di far crescere la
famiglia. Pensano ad una figlia, si una bimba. La secondogenita
per loro, la compagnia per non lasciare “solo” Nino. Con il loro
amore, il loro impegno e l’aiuto di Dio, il 27 Aprile del 1964,
nasce Santina, anche lei in casa. L’ostetrica è sempre comare
Nunziatina Livoti.
Ricordo bene anche quella sera. Sembrava una
festa a Militi. Tutti intorno al letto di mia mamma ed io, a
letto accanto a lei. Avevo quasi cinque anni, non volevo
lasciarla sola. Non capivo bene cosa stava succedendo realmente,
seppur tutti mi dicevano che doveva venire la sorellina. Io
volevo essere lì, vederla arrivare. Impiegano un bel po’ di
tempo a convincermi e farmi uscire dalla stanza da letto. Alla
fine, esco ma domando: perché m’avete fatto uscire? Passa un po’
di tempo e sento miagolare, sì proprio un miao, miao. Mi
concentro, ascolto con attenzione e dico. M’avete fatto uscire,
io non potevo stare lì a vedere l’arrivo di mia sorella, il
gatto invece l’avete fatto restare. Tutti a ridere. Loro avevano
capito che non era il gatto, e continuavano a ridere. Intanto,
dalla stanza entravano ed uscivano allegramente più donne.
Portavano acqua calda, bacinelle, lenzuola, asciugamano, un via
vai indaffarato ma allegro. Io ero vigile, attento, ad un certo
punto mi chiedono: Nino, senti il gatto che fa miao? E
aggiungono: ora ti facciamo entrare! Sono felice, entro e corro
ad abbracciare mia mamma nel letto, vedo pure Santina, mia
sorella, è nata! Rosea, bella, ma ha qualche graffietto sul
viso, io domando: è stato il gatto? Mi rispondono, no, no, si è
graffiata quando è arrivata, caduta dal lampadario! Io
continuavo a scrutare quel lampadario, cercando di capire come
possa essere arrivata da lì. Quanta fantasia!
Santina, inizia a crescere ed io divento il suo
piccolo tutore, il custode. Angelina e Turi, sono sempre stanchi
ma felici. Io, passavo le giornate insieme con Santina,
crescevamo serenamente e in salute. Io, sempre imbottito, con le
spalle e il petto coperti: la mamma mi metteva fino a sette
maglie della salute per preservarmi da bronchiti e raffreddori.
La prevenzione aiuta!

Ricordo un ferragosto, tutti a far festa insieme,
si mangia sotto il grande gelso: pasta con la carne, “jadduzzu”
(pollo) al forno con le patate e anguria. C’erano i nonni, lo
zio Salvatore con la fidanzata Ninetta, la zia Giuseppina che è
la più piccola, lo zio Nino, la zia Lorenza e lo zio Nicola, i
suoi figli. Si fa festa, si canta e si balla.
Santina, la ricordo piccola, girovagare nell’aia
fino al pollaio, in quel girello in legno che prima era stato
mio. Un’altra volta, sempre piccola, era con tutti noi in
campagna in contrada “monte”, seduta sulla tovaglia con un
fazzoletto in testa alla contadinella. Era un Lunedì dell’Angelo
(Pasquetta).
Il battesimo di mia sorella Santina, sta nel mio
ricordo di quella festa: Una domenica pomeriggio a Militi,
eravamo in tanti, compresi i suoi padrini Pippo Livoti e la
moglie Giovanna. Si suona, si canta, si balla, poi si mangia il
gelato, lo “schiumone”. Mio zio Nino è felice, mangia il gelato
con avidità, si sente male e crolla a terra ghiacciato. Poi si
riprenderà e la festa potrà finire in allegria.
In un'altra occasione, eravamo riuniti per una
festa importante, forse Pasqua. Avevamo appena terminato di
mangiare, gli uomini chiacchieravano, le donne sparecchiavano la
tavola e lavavano i piatti. Noi ragazzi, giocavamo agli indiani
nella stalla all’aperto. Facevamo a cavalluccio sul tronco della
mangiatoia. Ad un certo punto, senza motivo, ricevo una spinta
da mia cugina Andreana che era dietro di me. Cado e sbatto con
la fronte su una pietra a spigolo. In ospedale mi “regalano” due
punti di sutura in fronte e rientro a casa.
Una notte, stavamo dormendo tutti, era ancora
estate, avevamo la finestra socchiusa. Ad un tratto, si sentono
le galline e i polli rumoreggiare forte, i cani abbaiare, mio
padre salta dal letto, tutti ci svegliamo. Lui, intuisce subito
che c’è qualcosa di strano, non sono i soliti rumori. Ci sono i
ladri nel pollaio, mio padre in mutande, salta fuori dalla
porta, inizia ad urlare. Lo seguiamo io e mia mamma fino alla
porta. Lui urla, grida, al ladro! al ladro! Insegue una figura
che fugge nelle campagne. I ladri, forse il ladro solitario,
fugge rincorso da mio padre. Io restai impaurito da questa cosa.
Se ne parla ancora a casa mia, si immagina chi potesse essere il
“povero” ladro. In seguito, per fortuna, episodi del genere non
se ne verificarono più.
Gli anni passano, Santina cammina già, io mi
accingo ad affrontare l’avventura scolastica. La prima
elementare la frequento nella scuola di Battifoglia, all’Aia
Scarpaci. Ho ricordi bellissimi della prima elementare, dai
compagni con cui facevo il percorso per andare a scuola, ai
compagni di classe: i fratelli Abate, Quattrocchi, Caliri,
Scarpaci; insegnante era la maestra Trovato, una Signora dai
capelli rossi, lentigginosa, molto educata, abitava in Via
Umberto I, nelle case popolari di Nasari.
Ogni mattina, per tutta la durata dell’anno
scolastico, con altri bambini e bambine, raggiungevamo a piedi
la scuola. Attraversavamo una distesa d’aranci, mandarini e
limoni che profumavano di zagara ed erano colorati dai frutti,
tutto l’anno.
Al pomeriggio studiavo solo, poi giocavo a palla
con altri ragazzi, per le strade non trafficate, nell’aia o in
campagna, senza giocattoli comprati ma con tanti giochi che
adattavamo o costruivamo, con tanta allegria e fantasia. Santina
cresceva in salute, Turi e Angelina erano sereni.
Un pomeriggio d’estate, mio padre irrigava gli
ortaggi, il sole stava tramontando, io ed il mio amico Salvatore
Foti, eravamo felici a mangiare fichi su una pianta, alta almeno
quattro metri. Saltavamo sui rami, allegri come scimmie
rumorose, mangiavamo i fichi maturi. Ad un tratto, il nostro
ballare, fa rompere il ramo sul quale mi dondolavo. Il rumore di
frattura del legno, il fruscio ruvido delle foglie, l’altezza
considerevole, facevano presagire il peggio. Grazie a Dio, la
mia caduta finiva con il sedere bagnato nel canale dove scorreva
l’acqua per l’irrigazione. Sento il grido di paura e di
rimprovero di papà che lascia la zappa che aveva in mano, si
precipita verso di me, ed io, insieme con Salvatore che nel
frattempo era sceso dalla pianta, fuggiamo via per evitare altri
danni! Lui ci rimbrottava. Avevamo appena superato indenni la
paura, con l’incoscienza della fanciullezza. Sani e salvi,
rientravamo a casa e ci preparavamo alla cena e al sonno, prima
di un giorno nuovo.
Il tempo passava così, nel frattempo cambiava
molto. A Militi vendono il terreno, l’aia, i magazzini e la
nostra casa. Acquirenti la famiglia Messina Cosimo e figli,
imprenditori ortofrutticoli di San Filippo del Mela. Noi,
continueremo ad abitare la casa per circa un anno, ma lì tutto
si trasforma. L’aia diventa trafficata, i magazzini svuotati
dalle vecchie monumentali botti e da tutto il resto. Al loro
posto, montano macchinari per la lavorazione degli agrumi e
della frutta di stagione. Cambia tutto. Mamma, iniziava a
lavorare in quel magazzino con la qualifica di “cernitrice”:
divideva ed impacchettava la frutta nelle cassette. Papà
continuava a fare il manovale edile e la domenica coltivava
ancora l’orto e il giardino. Voleva migliorare mio padre,
diventare muratore, voleva imparare quel mestiere, essere
professionalizzato, specializzarsi. Non l’ha potuto fare, quando
lo ha chiesto ad un suo datore di lavoro, questi gli rispose che
se voleva imparare il mestiere di muratore, doveva farsi
abbassare il salario. Turi, questo non poteva permetterselo,
doveva sfamare la famiglia. Dio lo aiuterà in tante altre cose.
Intanto, passa il tempo e Turi, sempre più, si allontanava dalla
campagna per dedicarsi alla costruzione della casa di Nasari. Si
affacciano altre stagioni, si viaggia verso tempi diversi, si
prospetta il primo trasloco.
Era l’estate del 1966, avevo finito la prima
classe elementare a Battifoglia, promosso in seconda.
Si trasloca, era di pomeriggio ed avevamo tutti
le lacrime agli occhi. Andavamo a vivere nella nostra casa,
lasciavamo la campagna e la casa colonica per abitare nella casa
costruita da mio padre, ci trasferivamo dal luogo d’origine
della famiglia di papà a quello di mamma.
“Il miele e il fiele”. Andavamo verso una casa
nostra ma ciascuno di noi, sentiva vivi, ricordi belli. Giorni
sereni. A Militi, i miei genitori li vedevo e osservavo al
mattino, al pranzo a alla sera, erano stanchi ma sempre con il
sorriso sulle labbra. Mi domandavo, chissà come sarà a Nasari?
Raggiungevamo un traguardo, avere una casa tutta nostra,
costruita con il duro lavoro e i sacrifici di mio padre e mia
madre. Era viva in tutti noi, la consapevolezza che lasciavamo
dei luoghi che avremmo ricordato piacevolmente per tutta la
vita. Turi aveva 34 anni, Angelina 33, Nino 6, Santina 1 anno.
Seduti su un camion carico di mobilia: Angelina
con Santina in braccio, Nino accanto a loro, Turi in cabina,
accanto all’autista. Lasciamo via Militi, per raggiungere dopo
dieci minuti, via Stradella Privata Nasari, 15. La strada
progettata da mio nonno nasaroto.

10. La casa di Nasari.
Costruita in economia, con il calcestruzzo e le
grosse pietre vive che mio padre metteva nelle profonde
fondamenta, da lui stesso scavate. Ora è pronta per accogliere
la famiglia Alesci. So che prima di essere terminata, subito
dopo la gettata di cemento sul solaio, qualcuno aveva cercato di
dare fuoco ai legni che sostenevano l’impalcatura. Per noi,
sarebbe stato un dramma economico. Anche stavolta, la
Provvidenza Divina ci aiutò. Mio padre, come presagisse qualcosa
di strano, si recò improvvisamente in cantiere. “Il piromane”,
da poco aveva dato fuoco ad alcuni puntelli. Turi, spense il
fuoco e vigilò con costanza la costruzione fino al termine. Ora,
la casa è terminata, pronta ad accoglierci, siamo arrivati
tutti. La struttura abitativa, inizialmente era ad un solo
piano, esisteva però una scala interna in cemento armato che
portava sulla terrazza. In seguito, si costruiranno altre due
elevazioni. Sono circa 60 metriquadrati. Entrata da un
portoncino con disimpegno per la scala. Stanza da pranzo con lo
stesso tavolo di Militi con l’opalina verde. Poi una cameretta
aperta sul corridoio dove c’è un ripostiglio sottoscala, lo
spazio per un lettino e un lettino a mobile. Sulla destra, si
apre la camera da letto matrimoniale che ha una finestra che
s’affaccia nel pozzoluce. Di fronte al corridoio, c’è la cucina
con il tavolo appoggiato alla parete. Ricavato all’interno della
stessa cucina, c’è il bagno che oltre alla tazza del water e al
lavandino, ha la sola doccia. Dalla cucina, si esce nel
pozzoluce dove c’è un lavabo per la biancheria.
11. L’emigrazione la Svizzera 1967 – 1969
Questo è uno dei capitoli dove l’amore di
Angelina e Turi diventa immenso. Il loro allontanarsi,
dividersi, non vedersi, non condividere la quotidianità, per
loro e per noi figli, è stata una violenza forte, subita con
dignità. Tanti, troppi sono stati i sacrifici, le rinunce. Solo
un amore universale, una fiducia cieca, un donarsi completo, ha
fatto superare le difficoltà vissute da tutta la famiglia. Sono
stati tre lunghi anni, tre “stagioni tristi”. Anche stavolta
però ha prevalso l’amore, la vita vera, quella sofferta, quella
solidale.
Turi aveva avuto un contratto di lavoro
stagionale. Per entrare in Svizzera bisognava rispettare le
regole rigide di quella nazione. Mio padre era senza soldi per
affrontare il viaggio, non aveva manco gli spiccioli. Inizia
qualche dispiacere che ricorderà tutta la vita, si rivolge a
qualche parente dal quale non si aspettava un rifiuto. Questi
gli risponderà che pure lui è disperato e soldi non ne ha. Dopo
qualche anno, Turi saprà che lo stesso a cui ha chiesto aiuto,
subito dopo quel diniego, ha prestato soldi ad un altro
conoscente. Ci resti male, pazienza, le difficoltà, si superano,
la Provvidenza interviene, Turi potrà fare il passaporto e le
pratiche necessarie, comprare il biglietto del treno e via,
parte per la verde Svizzera. Turi non cerca un sogno, non cerca
fortune, cerca di realizzare un progetto piccolo e concreto:
procurarsi onestamente, con il lavoro, i soldi per affrontare il
completamento della costruzione della casa. Poi, tornare in
Sicilia, a Barcellona Pozzo di Gotto.
Il “treno del sole” lo porta via, l’accompagniamo
fino a Messina, la mamma, la zia Giuseppina, io e Santina.
Ricordo tutto di quel giorno, la partenza dalla
stazione di Barcellona Castroreale, accompagnati dai parenti più
vicini. Il viaggio fino a Messina con mia mamma e mio padre
abbracciati: stretti, stretti a scambiarsi effusioni e carezze
d’amore; guardarsi intensamente negli occhi; sussurrarsi
paroline e promesse. Io, chiacchieravo con mia zia Giuseppina.
Dopo circa un’ora di viaggio l’arrivo nella stazione di Messina
dove ci separiamo. Noi scendiamo per prendere il treno del
ritorno, i saluti bagnati di lacrime, gli occhi lucidi di mia
mamma, di mio padre, di mia zia e di mia sorella. Lo salutiamo
da sotto il finestrino, il suo treno inizia a far manovra per
l’imbarco nel ventre della Caronte che lo traghetterà sull’altra
sponda dello stretto di Messina. Noi, saliamo sull’altro treno.
Restiamo fermi ancora un po’, poi il fischio del capostazione e
partiamo. Come in un film, improvvisamente rivediamo mio padre
affacciato al finestrino. Il gioco delle manovre per l’imbarco
porta i due treni ad incrociarsi nuovamente, in quegli attimi
mia mamma è sconvolta, grida, urla, baci, fazzoletto al vento.
Momenti strazianti, il cuore si strappa in due parti che vanno
in direzioni opposte, è lacerato. Sanguina, è amore, vero amore:
sofferto, sincero, profondo.
Avevo circa 9 anni quando mio padre con quella
piccola valigia di cartone, lasciava la famiglia e dalla Sicilia
saliva su quel lungo treno. Forse era “il treno del sole” che
l’avrebbe portato in Svizzera, a Ginevra, con un contratto di
manovale edile stagionale.
Avrebbe lavorato alla costruzione di fognature e
strade. In Svizzera, vicino Ginevra, la sera mangiava e dormiva
in baracche prefabbricate e si scambiava lettere d’amore con
Angelina, si raccontavano il loro amore, la loro vita, le
difficoltà e i momenti sereni. Turi ogni mese inviava ad
Angelina pochi soldi tanto utili. Servivano ai nostri bisogni e
per completare la costruzione della casetta. Per fortuna di
tutta la famiglia, “l’esperienza”, è durata solo tre
interminabili anni.
A quell’epoca non lo capivo, non mi spiegavo le
ragioni che portavano mio padre a lasciarci per così lunghi
periodi: quasi tutti i ragazzi avevano un papà con cui parlare,
confrontarsi e confortarsi, contestare, ridere, scherzare e che
li accompagnava alla spiaggia in estate. In quel periodo io e
Santina non avevamo un papà per queste cose! Mi arrabbiavo,
litigavo con mia mamma, prendevo anche le botte, molte! Ora
capisco cosa hanno fatto mio padre e mia madre per noi figli. A
quei tempi avrei fatto sicuramente a meno di quelle esperienze.
Noi figli non capivamo fino in fondo o, forse,
capivamo bene e non sopportavamo quella che ritenevamo
un’ingiustizia. Ogni volta che c’erano le feste, noi restavamo a
casa, eravamo soli con mamma Angela che, sicuramente stanca e
anch’essa “sola”, per una sorte di solidarietà con il marito
emigrato, non usciva per “feste”. Lei stessa allora giovane,
andava a lavorare nei campi a raccogliere frutta e verdura e, in
alcuni periodi, impacchettando nelle cassette di legno gli
agrumi o l’uva di Sicilia per l’esportazione.
Pian piano, si costruiva la prima elevazione
sopra il piano terra. Io collaboravo a portare la sabbia su per
le scale fino al piano, anche Santina si rendeva utile.
Ricordo un Natale di quel periodo, una sera
spunta a casa mio padre. L’aspettavamo prima, il treno aveva
accumulato tante ore di ritardo. Papà è in abito scuro, ha un
elegante cappello in testa, assai utile per sopportare il clima
rigido del nord. Sorride, ci abbracciamo, dice alcune parole in
italiano un po’ storpiato, per lui ancor oggi, in italiano, la
moglie si chiama ‘Ngelina, poi aggiunge, “ho portato un po’ di
uva” noi capiamo uova, siamo in pieno inverno e in quegli anni
la stagione dell’uva in Italia era passata e poi, noi l’uva la
chiamavamo “racina”: Lui l’aveva comprata, a caro prezzo, ma era
un pezzo “esotico” che essendo fuori stagione, rendeva idea
della provenienza estera. Tutti aspettavamo il mitico cioccolato
svizzero, i grandi le sigarette, altri il caffè. C’era sempre un
piccolo pensiero per tutti. Per noi, c’era soprattutto il suo
amore, la sua presenza. Poi era una sofferenza la ripartenza.
Di quel periodo, ricordo la solidarietà dei
vicini di casa che, percepiscono il nostro disagio, lo stare
“soli”, il non uscire e ci invitano ad andare con loro. Una
domenica pomeriggio, ci portano con loro, in macchina al mare a
Milazzo, verso il Capo, a Sant’Antonino a mare, con Luigi
D’Angelo, sua moglie Maria e i figli Nino e Santina. Non so come
abbiamo fatto a starci in auto ma so che ci siamo andati tutti e
ci siamo divertiti molto: Luigi prese pure due piccoli polipi
con le mani.
Una domenica pomeriggio dell’estate del 1968, lo
zio Pasquale ci venne a prendere a Nasari e ci portò, invitati a
pranzo, nella sua casa di Spinesante. Il pomeriggio, quasi al
tramonto eravamo sulla spiaggia, io, Santina e mamma. Il mare
era calmo come l’olio. Mamma, indossava il vestito e ci guardava
seduta sulla spiaggia, mia sorella era in acqua a fare il
bagno, io sul bagnasciuga. Non sapevamo nuotare, ad un certo
punto, Santina si mette a fare il “morto”, a galleggiare. Non ci
riesce, inizia a bere acqua e va verso il fondo. Mia mamma era
distratta e non s’avvede. Per fortuna m’accorgo io. Mi tuffo e
riesco a tirarla fuori. Abbiamo evitato un dramma. Lo ricordiamo
spesso questo scampato pericolo. Fa parte di quel brutto
periodo.
Un’altra volta, la mamma va a vendemmiare dagli
zii Andrea e Carmela a S. Andrea in Contrada Acquacalda, si
porta con se la piccola Santina. Io, verso le 14,00 torno dal
lavoro estivo al bar Moka di Piazza San Sebastiano, Via Roma,
angolo via Carducci. Ho appetito, friggo due uova, preparo
un’insalata di pomodoro e cipolle, un bicchiere di vino, mi
metto seduto sulla soglia della porta di casa, uso una sedia
come tavolo. Ho quasi finito di mangiare, bevo l’ultimo goccio
di vino, cade il bicchiere, si rompe e nel raccogliere i vetri
mi procuro un taglietto che mi fa sanguinare un dito della
mano. Metto l’alcol per disinfettare, poi decido di scaldarmi un
po’ di caffè. Accendo il fornello e la mano inzuppata di alcol,
mi prende fuoco. Urlo, esco nel pozzoluce e infilo la mano
destra nella bacinella con l’acqua. Si forma una grossa bolla,
mi procura un forte bruciore. Avviso mio zio Salvatore che, poco
dopo, con la sua moto Guzzi, va a trovare mia mamma che insieme
a tutti gli altri parenti, allegramente stanno vendemmiando. La
notizia interrompe l’allegria, la vendemmia è sul finire e mamma
torna a casa preoccupata per curarmi e rimproverami per non aver
prestato attenzione all’uso dell’alcol e del fuoco. Di quella
brutta esperienza, ne porto ancora i segni sulla mano.
La vita per noi era difficile. Mia sorella
Santina ed io, impegnavamo molto mia mamma che per frenare le
nostre esuberanze, non risparmiava le punizioni corporali,
faceva anche male, soprattutto i suoi pizzicotti, lasciavano i
segni nelle braccia e nelle gambe. Noi a dire il vero ne
combinavamo di tutti i colori. Io spesso mi allontanavo per
intere giornate, frequentando compagnie che loro, giustamente,
non gradivano e mi sconsigliavano. Santina era più piccola ma
era bella tosta, decisa, un po’ testarda. Un pomeriggio,
insisteva che doveva andare alla bottega a comprarsi qualcosa di
futile: delle palline colorate con sorpresa che erogava una
macchinetta che si attivava con una moneta da 100 lire. La mamma
l’aveva avvertita, quelle cose non li devi comprare. Lei
insisteva, prende due monete e scappa di corsa fino alla bottega
di “Bandòla”. Riesce a prendere la prima pallina, alle spalle
spunta la mamma che davanti a tutti la prende di forza, non gli
risparmia rimproveri e qualche scappellotto e l’accompagna a
casa dove completa le “spiegazioni”.
Anche per Turi la vita non era facile in
Svizzera. Lavoro e casa, casa e lavoro. Al freddo nelle strade,
turni di straordinario per ricevere un po’ di salario in più da
inviare alla famiglia in Sicilia. Viveva nelle baracche insieme
a connazionali ma anche con spagnoli e portoghesi.
Lui, che era appassionato e specializzato nella
cattura degli uccellini, una volta è stato pagato in franchi
svizzeri da una signora, per proteggere da eventuali
malintenzionati, una covata di merli, fino al volo dei piccoli.
In Svizzera, la colonia italiana era nutrita, tra
questi, numerosi i barcellonesi e nasaroti. S’incontravano la
domenica, una volta a Ginevra, l’altra a Losanna o da altra
parte. Stavano insieme una giornata. Pranzavano in compagnia
l’uno dell’altro, andavano a chiacchierare e bere qualcosa in
qualche bar. Gli italiani in genere, non erano ben visti dagli
svizzeri. Non c’era distinzione tra le brave persone e quelle
meno brave. Come avviene adesso in Italia con gli stranieri
comunitari o extra, regolari o irregolari. Spesso, senza
ragione, si fa di tutta l’erba un fascio. L’uomo s’identifica
sommariamente nella nazione di provenienza, dal colore della
pelle, attribuendo spesso etichette sommarie di natura razzista.
Un pomeriggio di una domenica, un gruppo di emigrati nasaroti e
qualche altro amico, stavano in un bar. Uno Svizzero, inizia a
prendere di mira mio padre che non comprendeva la lingua. Lo
provoca, lo sfotte, lo insulta pesantemente, insiste anche dopo
che compare Pippo Livoti che conosceva la lingua, aveva intimato
allo Svizzero di smetterla. Niente da fare. All’ennesimo insulto
era volato qualche spintone. Il gruppo per difendere mio padre,
ma anche per difendersi dalle molestie e dalla loro violenza, è
costretto ad usare le mani per difesa. Volano cazzotti e
ceffoni. Qualche taglio procurato dai pugni e lo Svizzero
finisce a terra. Gli Italiani sono costretti a fuggire e far
perdere le proprie tracce. In lontananza si udivano le sirene
dei gendarmi. Se arrivava la polizia e trovava sul luogo gli
italiani, a prescindere, li avrebbero incarcerati per lungo
tempo e, dopo, li avrebbero espulsi senza sentir le vere
ragioni.
Poteva capitare anche questo, per fortuna senza
conseguenze gravi per alcuno. La vita di Turi in Svizzera,
continua con fasi alterne, fino al rientro definitivo in
Italia, nel 1969.
12. Ancora a Nasari
La vita di Nasari è fatta di tanti episodi, molti
belli altre meno. Ve ne racconto subito uno. Avrò avuto intorno
a 11 anni, frequentavo la prima media. A Nasari era attivo uno
dei più importanti mercati ortofrutticoli della Sicilia. Grossi
quantitativi di frutta e verdura, entravano ed uscivano in uno,
massimo due giorni. L’attività lavorativa iniziava intorno alle
tre dopo la mezzanotte. Nei pressi del mercato, di fronte alla
scuola elementare, era stato aperto un bar. Io per fare qualcosa
di utile, lavoravo in questo bar nel periodo estivo. Anche
d’inverno, prima di andare a scuola, intorno alle cinque del
mattino, mi alzavo per andare a portare il caffè a quei
lavoratori che erano in piena attività. Ogni mattina, fino alle
otto facevo questo lavoro. Era un’attività pesante per me. Non
adatta ad un ragazzino della mia età. I miei genitori mi
mandavano, io ubbidivo. Ero contento quando ricevevo le mance
che potevo spendere per cose utili. Ogni mattina, arrivavo in
questo posto pieno di grosse lampade che illuminavano la merce
esposta e le facce scure di chi urlava convulsamente. Con il
thermos pieno di caffè, lo portavo box per box e lo offrivo a
chi ne faceva richiesta e lo pagava. Tenevo per me le mance e
consegnavo i soldi dei caffè al bar. Di fatto, quelle persone,
vedendomi così piccolo, con il grembiulino bianco, si
divertivano alle mie spalle. Quando passavo, iniziavano a
tirarmi qualche frutto, con lo scopo di provocarmi, farmi
arrabbiare, per loro ero uno svago, un passatempo. Ogni mattina
le stesse cose, poi risate, urla, qualche pernacchia. Queste
cose m’infastidivano parecchio. I giorni appresso, iniziavo a
muovermi guardando sempre con la coda dell’occhio. Intanto,
nella tasca portavo un piccolo coltello a serramanico. Mi faccio
idea di mi aveva preso di mira. Continuo il mio lavoro per altri
giorni, nulla cambiava. Una mattina, sono deciso a tutto pur di
far cessare queste vessazioni. Mi preparo con il coltello in
tasca con la lama aperta, pronto a lanciarlo contro i
molestatori che si schernivano di me. I lanci e gli scherni non
si fanno attendere. Vedo chi ha lanciato la pera che mi ha
sfiorato i piedi, sono a circa 15 metri. Con uno scatto, tiro
fuori dalla tasca il coltello e lo lancio. Il coltello, molto
piccolo, finisce dentro una cassetta di frutta. Tutti scoppiano
a ridere, io per paura fuggo via, arrivo al bar, consegno i
soldi e vado a scuola regolarmente. Al ritorno a casa, senza
spiegazioni, prendo botte da mia mamma e da mio papà, me ne
danno tante che li ricordo ancora. Il proprietario del bar, li
aveva chiamati per dirgli che “avevano un figlio delinquente”!
Ho preso tante botte. Per mia fortuna non mi hanno mandato più a
fare quel lavoro, ho evitato un brutto percorso, ma l’agguato
era sempre in strada.
Io sono cresciuto in questa realtà e ringrazio
Dio e i miei genitori se non sono diventato un delinquente o un
mafioso. Non sarebbe stato difficile diventarlo se alle spalle
non ci fosse stata una famiglia unita, con sani principi e
valori importanti. Nasari è un quartiere divenuto complesso,
difficile, dove ora vivono importanti mafiosi ma dove vivono
anche molte famiglie oneste, perbene che hanno tanta dignità. In
tanti nel quartiere, seppur onesti e dignitosi, vivono tra
disagi e difficoltà, lottano ogni giorno, spesso inutilmente e
senza alcun aiuto istituzionale. Gente laboriosa, semplice che
vorrebbe dare ai loro figli e a loro stessi un po’ di dignità in
ogni campo della vita, iniziando dal lavoro.
A Nasari ho frequentato la scuola elementare
dalla seconda in poi. Il mio maestro Sebastiano Sottile lo
ricordo molto volentieri. Proverbiale la sua puntualità a
scuola, sempre in orario, sempre presente, in abito impeccabile:
camicia, cravatta, giacca e scarpe sempre lucide. Arrivava con
la fiat seicento verde, parcheggiava nel cortile della scuola.
Memorabili le sue lezioni sul libro “cuore” di De Amicis, quelle
fantastiche storie di vita vissuta che ci leggeva e raccontava
con gli occhi che non trattenevano la commozione. E’ morto da
alcuni anni, ricordo i suoi insegnamenti basati sull’onestà e
la legalità. Ricordo tutti i compagni e le compagne di classe e
pure quelli delle altre classi. C’era di tutto, li ricordo tutti
e sono certo che anche loro si ricordano di me e degli anni
trascorsi insieme. Nel bene e nel male, un confine sottile in
quelle realtà. Ora Barcellona P.G. è parecchio arrugginita,
invischiata in meccanismi che la opprimono, non fanno liberare
le risorse, le intelligenze, la cultura. La voglia di legalità,
di cambiamento, di regole, di trasparenza, restano represse,
inascoltate. Si salva una parte della chiesa e molte
associazioni di volontariato e culturali. Tutto è “favore” anche
il più semplice dei diritti. Ogni tanto si muove qualcosa, si
pensa che presto avverrà quel cambiamento migliorativo. Di tanto
in tanto qualche Istituzione si attiva, succede qualcosa di
positivo, poi si torna indietro, lentamente. Questo però è il
racconto di un amore, un amore come tanti altri, che è fiorito,
malgrado queste cose.
In questo periodo, Turi faceva il contadino solo
per hobby, curava l’appezzamento di terreno in contrada Zigari
che gli avevano venduto gli zii Andrea e Carmela prima di
partire per l’Australia. Qualche altra volta, dava una mano ai
genitori nella vigna che avevano in mezzadria in via del Mare.
Ora, lavorava stabilmente nell’edilizia, alternandosi alle
dipendenze di diverse imprese di Barcellona, anche con il
cognato Pasquale e qualche volta gli capitava di andare in
trasferta per collaborare come operaio alla stesura di asfalto
stradale: ricordo di un lavoro fatto a Taormina che lo portò per
circa un mese fuori casa con rientro il sabato sera. Angelina,
dopo una breve esperienza al proprio domicilio a far parrucche
con capelli naturali, saltuariamente lavorava in campagna a
raccogliere ortaggi e nel piccolo magazzino ortofrutticolo di
Zigari, dei cugini Cosimo e Angelo Messina. In questi anni si
completa la struttura della casa di Nasari, successivamente, si
rifinirà anche l’interno del primo piano.
Intanto, la famiglia “grande” che gira attorno
allo zio Salvatore, intraprende una piccola attività ereditata
da nonno Nino. Intrecciare le palme e venderle al grossista.
Alcune sorelle, si riuniscono da zio Salvatore e intrecciano i
rami di palma che gli vengono portati. Qualche anno dopo,
procurandosi direttamente i rami di palma, s’inizia in gruppo un
commercio al dettaglio che negli anni del “palazzo cristallo”,
fino a pochi anni fa, abbiamo gestito in proprio con la
collaborazione delle zie, delle cugine e del cugino Santino.
Questi, a sua volta, dopo aver imparato, è diventato macellaio
e, potendo contare sulla collaborazione dei suoi familiari, si è
attrezzato a svolgere in proprio l’attività.
Dopo tanti sacrifici, ora per Turi ed Angelina e
per noi figli, tornano anni di vita ordinaria, normale: Santina
inizia la scuola elementare a Nasari; io vado alle medie; papà e
mamma lavorano. Una famiglia unita attorno ai genitori.
Sono gli anni delle scampagnate domenicali, dei
Lunedì di Pasqua in campagna come tradizione e del Ferragosto al
mare. La giornata tipica prevedeva la partenza al mattino presto
con lunga coda di auto cariche di cibo ma soprattutto di vita,
di famiglie unite. Genitori e figli insieme per trascorrere
giornate da ricordare: andavamo a Marinello, a Montalbano, a
Novara di Sicilia fino alle gole dell’Alcantara, a Migliardo, a
Spinesante o a Calderà oppure a Lando, lungo il torrente Idria.
Giornate meravigliose, spensierate, giulive, divertimento sano.
Canti e balli al suono di fisarmonica, tamburelli e
“friscaletti”. La nostra famiglia con la Fiat 600 bianca, Lo zio
Pasquale con la sua Fiat 600 multipla, lo zio Salvatore con la
Lancia Fulvia, lo zio Tindaro con la Mini Minor, lo zio Carmelo
con la Fiat 850, ciascuno con la famiglia al gran completo.
Interminabili partite di calcio, a bandiera, giocate a carte,
bagni al mare. Quanta vita! Quante immagini! Quanta umanità!
In questo periodo, l’ultimo lavoro Turi lo svolge
come manovale edile, alle dipendenze dell’impresa Andaloro di
Milazzo. Sono impegnati nella costruzione del “Palazzo
Cristallo” di Barcellona P.G. in Via Marconi, 65. Mio padre
rispettava tutti i colleghi, si faceva rispettare a sua volta e
svolgeva lavori di fiducia. Il capocantiere “mastro Jachinu” lo
considerava molto, per questo i colleghi scherzosamente lo
chiamavano: “U figghiu di mastru Jachinu”. Turi partecipa alla
costruzione del palazzo e diventa il custode del cantiere.
Successivamente si costituisce il condominio e lui viene assunto
come portinaio. Ci trasferiamo nuovamente e andiamo a vivere
nell’abitazione riservata al portinaio: casa a piano terra, in
fondo al cortile del palazzo cristallo.
13. Il Palazzo Cristallo 1972 – 1981
Esperienza nuova. Vita cittadina. Abitiamo in
centro, Via Gugliemo Marconi, 65. Diventiamo i portinai del
“Palazzo Cristallo”. Turi è scrupolosissimo. Deve imparare un
bel po’ di cose e si applica con diligenza: dal registrare gli
oggetti postali a firma, fino a riscuotere e contabilizzare le
quote condominiali. Lui non è molto istruito. Ha fatto solo la
terza elementare, ma in questo periodo, grazie ai corsi serali,
riesce a prendersi per ben due volte la licenza elementare. Non
si tratta di un errore o di atti illeciti, per due anni
scolastici, tra loro distanti ha regolarmente frequentato i
corsi serali fino a superare gli esami. In questi anni riesce a
prendere la patente, per la verità ha faticato non poco,
soprattutto nella parte teorica, ma alla fine, “per anzianità”,
gli scherziamo noi, è riuscito nell’impresa, è quindi passato
dal motorino Beta 50, tre marce, alla fiat 600 che gli ha
venduto suo cognato Salvatore.
Il nuovo lavoro di Angelina e Turi, inizia al
mattino presto quando i due si svegliano, Turi alle 6,30,
puntuale, cambia i bidoni dell’immondizia e insieme con
Angelina, iniziano la pulizia delle due scale, dell’androne e
del cortile: spazzare, lavare, passare la cera, pulire i vetri,
spolverare. Verso le 9,30, la prima parte è terminata. Doccia,
colazione e pronti in portineria a trascorrere la giornata.
Oltre gli adempimenti, c’è tempo per altro, così Turi ed
Angelina prendono l’abitudine di leggere il quotidiano la
Gazzetta del Sud e qualche altra rivista.
Ricordo di quel periodo, il mio primo comizio
fatto in Piazza della Libertà, in occasione di uno sciopero
cittadino. C’erano le lavoratrici della fabbrica di confezioni
tessili Tukor, i netturbini, i lavoratori della forestale, i
pensionati, molti studenti. Erano in tanti quel giorno. Un
condomino, è riuscito a far preoccupare mia mamma, le raccontò
che a pochi passi, in Piazza della Libertà, io stavo facendo un
comizio sindacale! Come se fosse qualcosa da evitare. E’ vero,
mia mamma si preoccupava spesso e lo fa tutt’ora ma era
orgogliosa di suo figlio, ed anche mio padre di sua figlia ed
entrambi di noi due. Io e Santina eravamo e siamo felici ed
orgogliosi di avere due genitori così. Nel bene e nel male,
nella buona e nella cattiva sorte, per sempre. Come il loro
meraviglioso amore. Anche quando l’amore era farcito da
passeggeri e coloriti litigi. Ci hanno fatto studiare fino a
raggiungere il diploma e per me anche un po’ di università. Al
“palazzo cristallo”, tutta la famiglia partecipava al lavoro di
portineria. Mamma e Papà eseguivano i lavori ordinari e
straordinari di pulizia. Nella sorveglianza e custodia ci
alternavamo anche io e Santina. Garantivamo sempre serietà e
discrezione, ci attenevamo alle regole scritte e anche a quelle
deontologiche sulla riservatezza e sulla fiducia.
Una mattina nel cortile del condominio, sempre
lucido e pulito, mentre eseguiva le pulizie, papà scivola,
finisce a terra e si rompe la rotola del ginocchio sinistro.
Dovrà essere operato all’ospedale “Cristo Re” di Messina.
Trascorre un lungo periodo d’inattività, la famiglia lo
sostituiva nelle attività lavorative e l’aiutava nella terapia
riabilitativa. In queste pagine voglio mantenere la riservatezza
su tutte le persone e le famiglie che abbiamo conosciuto in
quegli anni con una sola eccezione: la famiglia Bucalo con la
quale si è instaurato in quegli anni un rapporto amicale, direi
familiare che ha notevolmente segnato in positivo la nostra vita
e spero anche la loro. Poi, nel nostro intimo, riserviamo un
posto per altre persone che ricordiamo sempre con grande
rispetto e riconoscenza. Per ragioni di compatibilità economica,
ovvero per un costo considerato dai condomini troppo elevato,
dopo nove anni, il rapporto di lavoro, si è concluso in maniera
civile con reciproca soddisfazione. Quello di portinaio è stato
l’ultimo lavoro dipendente, della lunga attività lavorativa di
Turi. Torniamo a casa nostra. Nasari ci aspetta.
14. Il Campeggio Salicà 1979 – 1982
La nostra famiglia al completo ha fatto anche
un’esperienza al Camping Salicà di Marchesana. Inizialmente ci
andavo solo io a collaborare con mio zio Salvatore che era uno
dei soci fondatori, insieme con altri amici. Per Turi ed
Angelina, erano gli ultimi anni del palazzo cristallo, io e mio
zio conciliavamo l’impegno sindacale con la presenza in
campeggio. Dopo Pasqua iniziavano i preparativi e dal primo
Giugno, fino al 15 Settembre si faceva vita piena al camping
Salicà. Giornate indimenticabili anche quelle: esperienze nuove,
alcune uniche, irripetibili. Inizialmente io collaboravo con la
Direzione del Camping e insieme con Gioacchino, altro nipote per
parte della moglie di mio zio, ci occupavamo dell’accoglienza e
dell’animazione, sia durante il giorno che serale in discoteca.
Nel 1981, inizia a collaborare mio padre che, nel
frattempo, aveva concluso l’esperienza di portinaio. Con la
famiglia al completo, iniziamo a gestire lo “spaccio” del
campeggio, con fantasia, inventiamo il “panino Salicà” una sorta
di leccornia mediterranea. La famiglia inizia una nuova
esperienza. Gestiamo la vendita di generi alimentari, bevande,
gelati, granite, panini, caffè ed altro. Mia mamma e mia sorella
collaborano in maniera diretta nell’attività commerciale. Mio
padre, opera per conto del campeggio alle pulizie delle
piazzole, la raccolta dei rifiuti, le piccole manutenzioni.
Conosciamo tantissime persone di ogni nazionalità. Facciamo pure
tante feste, mio padre mi costruisce una “caccamella” per
suonare con gli altri amici, che hanno: bonghetti, chitarre,
tamburelli e armonica. Io con orgoglio esibisco questo strumento
etnico, tipici siciliano, costruito artigianalmente: una latta
riciclata di olio da 5 l. senza coperchi, fungeva da cassa di
risonanza; una pelle di coniglio seccata, come membrana ;
infine, una canna fissata al centro della stessa pelle. Per
farlo suonare, facenvo scorrere la mano sulla canna, causavo
delle vibrazioni che producevano un suono da basso che
accompagnava gli altri strumenti.
Al campeggio, abbiamo conosciuto bene una persona
buona, il grande “Peter Beans”, ovvero Pietro detto “faciola”,
noto a tutti gli ospiti del camping e a tutti gli abitanti di
Barcellona P.G.. Pietro, collabora con mio padre nelle attività
di pulizia e manutenzione. E’ una persona semplice, alla buona,
gentilissima, sensibile nella sua ingenua unicità. Girava in
mezzo agli ospiti con molta familiarità ed era benvoluto da
tutti. Pietro amava bere e, qualche volta, doveva interrompere
il lavoro per un riposino riabilitativo. Oggi giorno era festa
al campeggio, gli ospiti erano in vacanza ed un po’ era così
anche per noi. Seppur lavoravamo, oggi giorno era una festa
stare insieme a tavola, sotto un pergolato ci sedevamo
normalmente da 10 a 15 persone. Si parlava, si scherzava, si
rideva, si beveva. Quotidianamente avevamo almeno un episodio da
raccontarci. Anche Angelina che non sapeva lingue straniere, si
faceva intendere e riusciva a comprendere, magari a gesta, cosa
volevano servito gli ospiti stranieri. Alcuni li ricordiamo
ancora. In quel piccolo market, vendevamo molte cose, anche
alcuni prodotti agricoli che coltivavano Turi e Angelina.
15. Il ritorno alla terra
L’esperienza lavorativa del camping, è stata
molto positiva. Ha reso la famiglia, esperta nell’arte
dell’arrangiarsi onestamente e nel trovare, anche con fantasia
ed ingegno, la risposta alle difficoltà economiche. E’ stata
riscoperta la possibilità di commercializzare direttamente i
prodotti della loro campagna. Marito e moglie, avevano dovuto
far di necessità virtù e, quinti, chiedere alla terra il
sostegno economico per integrare le loro pensioni minime.
Il lavoro contadino più assiduo, li fa diventare
modesti produttori di patate, cipolle, agli, verdure, ortaggi,
fiori, frutta ed insalata. Questo lavoro, veniva prevalentemente
svolto nei 3.000 mq. di vigna di Via del Mare, di proprietà
della chiesa di San Sebastiano, “ereditata” in mezzadria dalla
mamma di Turi che a sua volta l’aveva ricevuta da suo padre,
(finchè non sono stati cacciati dall’ultimo prelato, con la
scusa che dovevano vendere!). Lavoravano la terra anche nei
circa 1.200 mq. di campagna di S. Venera che mia mamma ha
comprato con gli arretrati della sua pensione. Infine, in
contrada Zigari, nel piccolo appezzamento di circa 600 mq.
acquistato dallo zio Andrea, prima della sua partenza per
l’Australia, producevano solo agrumi.
Il primordiale commercio è stato il baratto e
loro hanno sempre usato questo modo bonario con gli amici e
conoscenti. Lo hanno fatto liberamente, senza interessi o scopo
di lucro. La generosità, li ha sempre contraddistinti:
generosamente hanno dato e generosamente hanno ricevuto. Spesso
in cambio della frutta e verdura da loro prodotta, hanno
ricevuto frutta esotica, tipo banane, ananas. Quest’attività che
qui sto descrivendo, realizza un obiettivo ben più importante,
rendersi utili, produttivi. Loro, lo sono stati e lo sono
tuttora. Ogni età è buona per produrre qualcosa, per se stessi e
per gli altri.
16. Nino parte per Milano 13 Settembre 1982
Da qualche anno, i miei genitori continuavano a
dirmi, ti sei diplomato, sei geometra, perché non ti cerchi “un
posto fisso”? il sindacato non può darti le certezze che servono
per formarsi una famiglia. Fai qualche concorso. Così, per farli
accontentarli, appena diplomato, nell’estate del 1978, insieme
con Filippo Alesci, il padrino di mio figlio Salvatore,
presentiamo domanda di partecipazione per la Lombardia ad un
concorso per titoli, a 210 posti di sostituto portalettere. Ai
primi di Settembre del 1982, mi arriva la convocazione per
l’assunzione. Parto per Milano insieme con Gioacchino Cutroni,
prendo servizio alle Poste di Pacchi Farini a Milano, in
Piazzale Lugano, 21, venerdì 17 Settembre 1982. Turi ed
Angelina, soffrono un po’ questa partenza, ma sono ancora
giovani, in buona salute e in compagnia di Santina. A Natale,
vengono loro a trovarmi a Milano. Mi fanno sentire il loro
calore nella fredda Milano. Abito a Senago, in un palazzo in
fondo a via Cavour, 54. Durante questi primi anni di vita
milanese, io torno spesso in Sicilia. Mia sorella Santina si è
diplomata Ragioniera, cerca lavoro. Prima viene a Monza dove
abito io, per fare una supplenza d’insegnamento a Lissone. Poi
viene a Milano per partecipare ad un concorso in Posta. Alla
fine, rinuncerà all’assunzione delle Poste di Milano, avendo
trovato occupazione come insegnante, in un Ente che si occupa di
corsi professionali per il quale ancora oggi, lavora. La
partenza per me è scelta che diventa definitiva. Il 2 novembre
dello stesso anno, mi chiedono di licenziarmi per tornare a
lavorare a Messina ma io non accetto. Ho 23 anni e penso che è
giunta l’ora di cercare una compagna per la mia vita, avevo già
un’idea precisa, un mio progetto che Dio ha fatto realizzare, si
chiama Piera Scilipoti.
17. Si sposano Nino e Piera - 1986
Nei primi mesi del 1983, decido di provare a
cercare una compagna con cui condividere la vita, unendoci in
matrimonio e formando una nuova famiglia.
Io avevo 23 anni, Piera appena 15. Otto anni più
piccola di me, intuisco che è la donna giusta con la quale
realizzare il progetto familiare. Percepisco che dietro di lei,
c’è una solida famiglia, anch’essa con una lunga storia d’amore
che andrebbe raccontata. Servirebbe un altro libro: Salvatore
Scilipoti detto “u beddu di S. Antonino” è il papà e Francesca
Scoleri figlia di “u Calabrisi” è la mamma. Tralascio il resto,
Piera ha 5 fratelli: Ciccio, Maria, Carmelo, Annamaria, Pietro.
Impieghiamo poco tempo ad intenderci, anche per
noi è scattata la scintilla e abbiamo assecondato il progetto.
Facciamo in tempo a prometterci che devo tornare a Milano, da
quel giorno fino al matrimonio, è stato un susseguire veloce di
eventi importanti, tra questi il militare, fatto a Trapani e
Messina.
A Natale del 1983, ci fidanziamo ufficialmente.
Quando eravamo lontani, ci scrivevamo molto e ci telefonavamo
una volta la settimana. Intanto, Turi, Angelina e Santina
conoscono meglio Piera che diventa per loro come una figlia e
sorella. Lo stesso vale per me, con i miei suoceri e i miei
cognati.
Di fatto, possiamo dire che la storia si ripete
anche con le nostre rispettive famiglie che vanno d’accordo e
questo ha agevolato il nostro cammino.
Piera si diploma ragioniera nell’estate del 1986.
Il 20 dicembre dello stesso anno, ci sposiamo nella chiesa di S.
Sebastiano a Barcellona P.G.. La funzione religiosa è stata
celebrata dall’arciprete Padre Mento, un po’ indispettito per il
nostro ritardo di quasi un’ora. Turi e Angelina sono stati
certamente felici, come tutti i circa 120 tra parenti e amici,
invitati. Con il pranzo, inizia una festa da ricordare, al
ristorante “La Ruota” di Centineo, con orchestra e tanta
allegria. E’ subito luna di miele. Dopo Natale, viaggio di Nozze
a Parigi. A metà gennaio, partenza per Monza. Dopo nove mesi, il
18 settembre 1987, alle ore 14,20, a Monza, nasce Angela,
primogenita, per la nostra felicità, di nonna Angela Alesci e
degli altri. Dopo tre anni, arriva il maschio, l’erede del nome
del nonno, Salvatore Alesci, a Monza, erano le 16,45 del 10
Settembre del 1990. Appena nato, avviso mia sorella Santina,
subito si precipita ad avvisare i nonni nella campagna di S.
Venera. Turi, è su un albero di limoni, appena sente che è nato
il piccolo Turi “mirrao”, dalla gioia, quasi si precipita dalla
pianta. Poi gioia e commozione. In quegli anni, tutti i nonni
vengono a trovare noi e i nipoti a Milano. Questi nipoti, a
differenza di altri, non hanno i nonni vicini ma sanno che gli
vogliono bene. Passano ancora tre anni e il 4 marzo del 1994,
alle 02,20, di notte, a Monza nasce Francesca, per la gioia
nostra, di nonna Francesca Scoleri e di tutti. Turi, Angelina e
Santina, vengono a trovarci spesso a Quinto Romano, a Milano.
Fanno tante conoscenze nel condominio e nel quartiere, conoscono
Don Paolo e successivamente Don Mario e Don Fabio con i quali
s’instaura un rapporto speciale.
18. Santina e Salvo – sposi 2004
Santina ha pensato al lavoro, attiva dinamica,
impegnata socialmente nella parrocchia di Nasari, si diploma
ragioniera. Inizia a lavorare come commessa e contabile in un
negozio di abbigliamento sportivo di Barcellona P.G., in via
Roma, “AZ Sport”, di proprietà di Nino Barone. Santina, sin da
piccola è intraprendente, collabora a tutte le attività
familiari,. Ricordo quando eravamo piccoli: papà ci portava al
mercato del sabato con una cassetta di basilico piantato. Io e
lei lo vendevamo a 5 o 10 lire a piantina. Così siamo stati
abituati. Santina era brava ad intrecciare le palme e brava pure
a venderle al mercato o in Piazza della Libertà. In questa
attività, negli ultimi anni, ha coinvolto pure suo marito.
Santina, dopo aver rinunciato all’avventura
postale milanese, lavora a Patti: insegnante in corsi di
formazione. Con la sua “baccalanda”(così Angela chiamava la sua
auto), portava in giro Angela, Salvatore e più tardi anche
Francesca. Per loro è la zia “coccolona” che li vizia. Con la
partenza di Nino per Milano, diventa il riferimento principale
per Turi ed Angelina. Ogni adempimento burocratico,
amministrativo, contabile, e non solo, passano da lei. Diventa
il riferimento principale di marito e moglie che si preparano ad
affrontare la “terza età”. Santina è attenta, scrupolosa, un po’
timorosa “scantulina” e un po’ piagnona “picciusa”. Fare di
necessità virtù, è un motto che in Famiglia usavamo. Dopo la
morte di comare Peppina Maiuri, che abitava di fronte a noi e
faceva le punture a mamma, tocca a Santina imparare. Una volta,
dopo aver preso la mira per fare la puntura, infila l’ago, e
fugge via per paura. Per fortuna, poco dopo torna, finisce
l’iniezione ed estrae l’ago.
Mia sorella, da piccola voleva che l’aiutassi a
fare i compiti di scuola. Ma non voleva aiuto, voleva proprio
che glieli facessi. Io mi rifiutavo e lei iniziava a
piagnucolare, insomma, era sempre lei! Come quando è nata e
faceva miao, miao.
A parte lo scherzo, Santina ed io ci volevamo e
ci vogliamo molto bene. Abbiamo vissuto direttamente questa
storia d’amore e, in quanto figli dei protagonisti principali,
ci sentiamo di ringraziare insieme i nostri genitori.
Passa il tempo, Santina è una donna, i genitori
auspicavano che trovasse un compagno, un marito che gli volesse
bene e formasse con lei una famiglia con cui condividere la
vita. Lei, per la verità, non mi pareva avesse tanta fretta.
Aveva il suo lavoro, la sua autonomia, ad un certo punto, s’è
resa conto che le mancava qualcosa. Le amiche si sposavano,
partivano, iniziava a sentire la solitudine, cominciava a
pensarci. Nell’estate del 2002, i primi d’agosto, Santina era
insieme con noi a visitare la Sicilia “girgentana”, facevamo
base a Bivona, per visitare Agrigento, la Valle dei Templi, fino
a Selinunte. Lei ogni tanto s’appartava al telefono, io non
capivo, ma soprattutto non m’impicciavo dei fatti di mia
sorella, non c’era motivo perché lo facessi. Fatto sta, che
sotto, sotto, qualcosa covava e non erano uova. Aveva conosciuto
Salvatore Castelli, nato a Solarino (SR), il 22 marzo 1957, da
papà Sebastiano Castelli e da mamma Pasqua Rossitto, ha un
fratello di nome Giuseppe. Salvo lavora con la qualifica di
impiegato al Comune di Solarino.
Santina e Salvo, s’incontrano per la prima volta
il 29 Agosto del 2002, a Milazzo, anche in questo caso, scocca
la scintilla. S’incontrano altre volte, mia sorella va a
trovarlo a Floridia. S’innamorano, intuiscono che entrambi hanno
il vivo desiderio di fidanzarsi, formare una famiglia, avere
figli, con la grazia di Dio. L’estate finisce presto, ciascuno
dei due ne parla a casa, si prepara il fidanzamento ufficiale
che si festeggerà a Barcellona P.G. il 27 Dicembre del 2002,
alla presenza delle due famiglie al completo. Ricordo ancora
quella giornata: l’arrivo degli ospiti, le presentazioni;
l’emozione dura poco, ci sediamo a tavola, iniziamo il pranzo
fino al dolce e il caffè. Dopo qualche chiacchiera, decidiamo di
uscire a far visita ai presepi viventi della città. Andiamo a S.
Antonino e Acquaficara. Bella festa! Sono immagini che nei
protagonisti restano indelebili, impressi nella mente e nel
cuore. Con il passar del tempo, Salvo conosce meglio Turi e
Angelina e viceversa, insieme vengono a Milano, in occasione
della Prima Comunione di Francesca.
Intanto, iniziano i preparativi per il loro
matrimonio che si celebrerà a Barcellona P.G., nella chiesa di
S. Giovanni Battista, il 28 luglio 2004. Il papà e la mamma,
accompagnano Santina fino all’altare, Turi la consegna a Salvo,
dicendo: “ti consegno questo fiore, sappilo coltivare”. Le
stesse parole che mi aveva detto mio suocero, portandomi Piera
fino all’altare. L’emozione non può mancare. La funzione
religiosa, è stata concelebrata da Padre Nino Caminiti, Padre
Valentino e Don Mario Maggioni, giunto apposta da Milano.
Angela, ha cantato per gli sposi e per gli invitati, in chiesa e
al ristorante “La Cantina” di Portorosa. Hanno festeggiato con
gli sposi più di 100 invitati, tra parenti e amici, giunti anche
da Solarino.
Una bella giornata per Turi e Angelina, coronano
un altro sogno insieme alla loro figlia e al genero. Sono
consapevoli che la vita continua: con il volere di Dio, si
apriranno nuovi orizzonti. Salvo e Santina partono per il
viaggio di nozze. Crociera nel Mediterraneo. Subito, iniziano il
cantiere per la costruzione della famiglia. Pensano all’arrivo
di una figlia, s’impegnano. Con l’aiuto di Dio, la loro
felicità, quella dei nonni, degli zii, dei cugini, degli amici e
dei parenti, a Siracusa, l’8 giugno del 2006 nasce Aurora. La
bellissima! Anzi, “beeeedda” come mi piace chiamarla. Turi e
Angelina, stravedono per i nipoti. La più piccola poi, è quella
più vicina, più tenera. La vita continua: la vigna coltivata da
i suoi frutti.

19. La Comunità di San Basilio
Da qualche anno, Turi e Angelina frequentano la
Comunità di San Basilio.
Una comunità di laici che vuole mettere in
pratica e vivere il Vangelo. Lo fanno servendo il Vangelo ai
poveri: attraverso la preghiera, l’amicizia solidale con il
prossimo, al servizio dei poveri.
Si riuniscono spesso: durante la settimana per la
preghiera nella chiesa dei Basiliani di Barcellona P.G.;
s’incontrano pure per conferenze e per far festa. Un obiettivo
della Comunità, è quello di “lavorare nella vigna del Signore”.
C’è tanto da lavorare. Turi e Angelina, qualche esperienza di
“lavorare nella vigna” ce l’hanno, ma quella non era del
Signore, era della chiesa di S. Sebastiano, come racconto in un
precedente capitolo. Li hanno liquidati senza motivo, dopo più
di 100 anni di lavoro di mezzadria. Ci sono rimasti male,
pazienza, Dio li aiuta!
La loro nuova “famiglia” che non sostituisce
quella tradizionale, gli fa vivere un’esperienza ricca e
profonda che regala serenità. Per loro due, è un aiuto semplice
ma di grande valore morale e spirituale: gli fa superare le
solitudini e quelle povertà che ne scaturiscono.
Qui voglio ringraziare personalmente chi anima e
fa vivere, questa realtà importante. Ringrazio pure, ciascuno
dei componenti questa comunità che familiarizzano con mia mamma
e mio papà. Sono contento che in quella realtà da me tanto
amata, e per questo tanto criticata, germogliano ancora i fiori
della solidarietà.
Il grande dono del regalarsi gratuitamente agli
altri, è un segno d’amore, che accompagna la vita quotidiana.
Li sento contenti Turi ed Angelina quando fanno
“comunità”: Quando pregano, quando meditano, quando discutono,
si consolano e si confortano reciprocamente. Sono sereni, oserei
dire felici quando partecipano alla condivisione del pasto o a
feste semplici ma intense.
Turi, mi confessa che certe volte, sente disagio
perché non sa pregare come vorrebbe. Io sono certo che il
Signore lo ascolta meglio, perché lui prega con il cuore insieme
con la moglie e la “Comunità”.

20. Cinquant’anni d’amore vicendevole
E’ difficile narrare più di cinquant’anni
d’amore, 50 anni di matrimonio. Un progetto semplice che
continua a dare frutti meravigliosi. Saranno i nipoti: Aurora,
Francesca, Salvatore e Angela che dovranno scrivere le altre
pagine di questo libro. Molte cose le ho volontariamente omesse.
Non serve affondare in argomenti e ricordi poco piacevoli che
certamente ci sono. Questo scritto è per tutti. Vuol essere una
pedana posata sul fiume per essere attraversato. Non serve
scavare fossati, buche, tendere trappole, tranelli. Servono
costruttori di ponti, portatori di pace, portatori d’acqua per
spegnere incendi e per dissetare ogni arsura, ogni sete di
giustizia, di trasparenza, di serenità, di normalità.
Turi e Angelina possono donarci ancora tanto
amore. Hanno superato molte prove restando sempre con la testa
alta, anche quando la schiena era curvata per la fatica.
Il quadro riassuntivo, rappresentato in queste
pagine e in queste immagini, è volutamente parziale. Al “centro”
di ogni vicenda c’è l’amore, la vita, quella vissuta in
comunione, in tutte le cose: nelle gioie e nei dolori, nelle
fatiche e nel riposo.
Questo “centro” per Turi e Angelina è concentrico
alle loro famiglie d’origine che a loro volta, hanno altre
famiglie concentriche con quelle dei loro figli che a loro
volta, sposati, hanno altre famiglie. Vedo l’immagine di uno
stagno che può essere la società e diversi sassi che potrebbero
essere le famiglie che “lanciate” dentro la società, formano
tanti cerchi concentrici che si mischiano, si accavallano,
ciascuno ha un proprio centro, lo mantiene ed entra in contatto
con l’altro, relazionandosi positivamente.
Turi e Angelina, si sono sempre tenuti mano nella
mano, vicendevolmente, anche dopo i “litigi” che
inevitabilmente, come tutti, hanno avuto. Senza timore di farlo,
non era il fine, era il momento di difficoltà da superare e
nelle difficoltà serve darsi la mano, aiutarsi. Se questo è
valso per due, quando si è in tanti è meglio fare un bel
girotondo e tenersi tutti per mano, stare insieme, senza egoismi
inutili.
Queste ricche, emozionanti vicende, sono
esperienze di vita che con altre “storie e ricordi”, potrebbero
raccontarci tutte le sorelle e i fratelli di Angela e Salvatore
Alesci.
Turi ed Angelina, oltre i figli, i nipoti, i
fratelli, le sorelle e i cognati, hanno tanti amici e “compari”.
Hanno tessuto tante relazioni semplici e costruito diversi
legami profondi. I padrini e le madrine dei propri figli e
nipoti. Loro stessi sono stati padrini in battesimi e cresime.
Hanno fatto da testimoni in matrimoni. Conosco bene i nomi di
tutti ma non voglio elencarli, ho timore, non voglio scordane.
Sono da ringraziare tutti, uno a uno, con vero affetto, con vera
riconoscenza, per aver contribuito ad alimentare questa lunga
storia d’amore.
21. Conclusioni
Ho provato a raccontare a modo mio, questa storia
d’amore. Mi sono concesso qualche licenza, qualche mia
considerazione. Ho parlato anche di me, era inevitabile, ho
provato a limitarmi, spero di esserci riuscito. L’ho fatto con
il mio modo di essere: per come ho imparato; per quello che è il
mio carattere e la mia cultura; per quello che mi hanno
insegnato a scuola e a casa.
Non voglio amplificare la normalità quotidiana
dei protagonisti. Voglio confessare che in questa storia di vita
e d’amore, che è anche mia, vedo una “piccola” somiglianza con
un aspetto contenuto in un vecchio sceneggiato televisivo che
andava in onda sulla Rai negli anni ’70, “Radici”: la storia di
Kunta Kinte, uno schiavo africano che dopo peripezie, giunge in
America, riesce a liberarsi dalla schiavitù e a tramandare le
“buone tradizioni” ai suoi discendenti che in ogni occasione li
ripetono.
Una storia d’amore, basata su “radici” possenti,
profonde:
La vita di Turi e Angelina, è costruita su quelle
“radici” forti, saranno di ulivo saraceno o di carrubo e i
discendenti cercheranno di mantenerle vive nel tempo, Loro ci
sono riusciti, ora speriamo di riuscirci noi, nel futuro
speriamo ci riescano i più giovani, i nostri figli, finchè
vorranno.
In queste pagine, ho narrato le vicende,
alternando tempi diversi a prescindere dell’epoca di
riferimento. L’ho fatto in base ai ricordi, al sentimento e
all’emozione che hanno suscitato in me. Questa storia d’amore
non finisce qui. Vuol essere un punto di partenza, un punto di
riferimento: un faro nel mare della vita; il riferimento sulla
terra ferma.
E’ a tutti visibile, ciascuno ne faccia l’uso che
desidera.
Questa storia d’amore, sbocciata a Barcellona
P.G., è già in varie parti d’Italia, da Solarino a Milano.
Turi e Angelina da pensionati, sono ancora
produttivi, frequentano i parenti di Barcellona P.G. e la loro
“nuova famiglia”, nella Comunità di S. Basilio. Aurora, Santina
e Salvo con cadenza mensile e nelle feste più importanti, li
vanno a trovare. Nino, Piera e nipoti di Milano, di solito
tornano in Sicilia per una settimana a Pasqua e un mese nel
periodo estivo.
Nino e Piera, vivono e lavorano a Milano insieme
con i tre figli:
Angela, 20 anni, diplomata al liceo linguistico,
studia chitarra classica e canto lirico. Ha una passione per il
canto pop-rock;
Salvatore, 17 anni, andrà al quinto anno del
liceo artistico. Gioca a calcio;
Francesca, 14 anni, si è iscritta al primo anno
del liceo artistico.
Santina e Salvo, vivono e lavorano a Solarino
(SR), insieme con Aurora che ha compiuto 2 anni e davanti a se,
ha l’universo.
Questa è una storia d’amore.
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