La Voce del Longano

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Santi Fugazzotto

 

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I Profumi dell'Essere

 

Tornare indietro nel tempo ormai disciolto nella polvere degli anni era possibile per Giovanni soltanto a frammenti di memorie. Per Lui diventava straordinario ritrovare le ombre, le immagini, i colori, dei tanti momenti belli della vita vissuta nel lontano passato. Si portava in cima ai suoi pensieri agli anni dell’età giovanile. Le visioni gli apparivano ingialliti dal tempo, ma rimanevano calde nelle emozioni che riuscivano a produrre dentro il suo animo. Pensava alla brevità della sua esistenza e la poneva a confronto con l’eternità del tempo e dell’universo. Il tempo nel suo mutare, nel suo andare oltre, si era consumato per lui fuggevole e beffardo. Gli lasciava dei segni incancellabili nel punto più sperduto della sua mente. I rimpianti e le nostalgie più tenere e struggenti divenivano a poco a poco sempre di più palpabili e cangianti. Si susseguivano nella sua mente con una successione di suoni e immagini luminose. Ripensava al cammino percorso, durante il corso della sua vita, nel lontano passato. Riguardava i giorni trascorsi, e l’amarezza delle cose non avute, i tentativi non riusciti.  Il suo essere si agitava, si lasciava trasportare da un mare che gli faceva ribollire i sentimenti. La sua fronte si ricopriva di sudore che gli colava a grosse gocce su tutto il corpo, e lo trascinava nella voragine di quelle riflessioni intime e abissali. Giovanni, nonostante queste sensazioni che provava nell’animo, desiderava ardentemente rinchiudersi nel suo mondo fantastico fatto di nostalgie e di rimpianti. Un’esplosione d’abbandono che nei ricordi di Giovanni, rimaneva ferma nei pensieri come un blocco di roccia. Cercava volutamente l’isolamento dalla realtà con lunghe e spensierate passeggiate, con la speranza di ritrovare le emozioni che provenivano dal cuore. Desiderava gustare l'odore forte e intenso che gli offriva la natura, con le sue delizie e con i suoi sapori. Rivedeva nelle sue nostalgie la radiosa pianura del Longano, con i vecchi quartieri, con gli antichi vicoli, e le contrade di periferia. In quei luoghi durante le giornate invernali annusava, l’odore del fieno, il chiuso delle stalle, l’effluvio di tempi ormai remoti. Il paese che lui ricordava gli appariva disseminato di casolari di campagna, immersi nel verde delle vigne ed era racchiuso tra canneti e giardini. Con prati verdi e folti, immersi tra i cespugli di colore giallo dorato. Giovanni voleva ritrovarsi anche all’interno di quelle antiche e impolverate botteghe di una volta. Quelle botteghe nei loro venerandi magazzini conservavano o producevano i prodotti genuini della terra e del fiorente artigianato locale. In quel tempo la città del Longano era piccola ma graziosa. Possedeva una sua bellezza urbanistica pregevole. Nelle vie principali del centro facevano bella mostra, per lo splendore monumentale, i tanti villini di stile Liberty che si affacciavano lungo la Via Roma. All’interno della recinzione di quelle ville, nel giardino, vi era una gran quantità di piante secolari di grosso fusto. Alla base di quei tronchi, era un germogliare di ciclamini, di margherite, di garofani. Nella Via Roma di allora, proprio sulla Piazza San Sebastiano, si affacciava un piccolo gioiello ricco di storia e di gloria, il"Teatro Mandanici". Sulle vie del centro si sentiva il picchettare delle carrozze nere, con decorazioni in oro, che sfrecciavano accompagnate dal nitrire dei cavalli in corsa.  Giovanni rivedeva le antiche e impolverate botteghe di un tempo, i vecchi lampioni che irradiavano luce con le tante piccole fiammelle azzurrognole e gialle. Quelle luci nella notte si propagavano a chiazze lungo le strade. Ripensava a tutto ciò durante la sua lunga passeggiata, che ogni giorno iniziava dalla Via Garibaldi e, incrociando la Via Umberto e salendo, lo portava verso le colline di Migliardo. In quei luoghi, man mano che saliva percepiva un intenso profumo, avvertiva sempre più forte l’odore del gelsomino. In quel sito la sua vista ardeva di gioia, all’apparire di un pomo granato dai bellissimi fiori di colore rosso sangue. Raggiunta la cima di quel colle sospeso tra il cielo e la terra ammirava il pino, il mandorlo, il castagno. Lì nel punto più alto il suo sguardo si posava lungo la strada deserta, che era ricoperta di foglie e scendeva verso il paese. Il paese del Longano lo intravedeva racchiuso tra il verde degli agrumeti e avvolto in un cielo azzurro, a tratti ricoperto da qualche nuvola di colore cenerino. In quelle ore Giovanni si sentiva leggero e tranquillo e percepiva da lontano un canto melodico e idilliaco che proveniva dalla vallata, era un canto dei contadini che s’innalzava al cielo. Quel canto sembrava cadere dal cielo a piccoli brani, con passaggi di note che inspiegabilmente si scioglievano nell’aria di quei luoghi. Poi l’aria di quel colle attorno precipitava nel silenzio più cupo e, come per incanto, si sentiva un trillare d’usignolo e di altri uccelli canterini. Nel corpo e nell’animo di Giovanni rifioriva una sensazione intensa di letizia che lo avvolgeva nell’antico e misterioso scenario di quei luoghi. Riguardava la vallata del Longano e notava sparse e arroccate tra le rocce alcune case tinte da un bianco sfavillante. Quelle case, nella loro parte bassa, erano rivestite con pietre di colore grigio e bianco marmoreo.

 

Nelle vicinanze si trovava una moltitudine di cipressi d’alto fusto, coperti nella loro corteccia da una patina di colore azzurrognolo e nereggiante. Verso l’alto sul crinale delle montagne dei Peloritani si posavano le nubi leggere in gran quantità. Più giù, sul versante basso, il bosco sbozzava tra luci e ombre. Nell’oblio di quella quiete solitaria e struggente, così bella, così fresca, così dolce, dalla sorgente dei suoi pensieri Giovanni rivedeva le ombre del passato sfumate dal tempo. Quei luoghi tenebrosi e sperduti di località montane si prestavano, convenientemente, a fargli assaporare sensazioni forti e intense.  In quelle zone ristagnava l’intensa fragranza odorosa dell’erba e delle foglie secche dei pini, che lasciavano nel suo essere un senso di soave serenità. Pur tuttavia nel tempo qualcuno ha scritto, forse ingiustamente: ” Tutte le felicità si assomigliano”. Giovanni di contro nel suo intimo pensiero sosteneva: “Ogni felicità è diversa e possiede una sua attrazione, per intensità e per effetto”. Nel ragionare su tali argomentazioni di carattere esistenziale ritornava con la mente alla sua amata ragazza. Quella ragazza si chiamava Lucia, spesso negli ultimi tempi, gli ritornava nei ricordi e la rivedeva con la sua figura limpida e splendente. Lei quando era in vita aveva un portamento fiero e raggiante. Il suo corpo di sovente si adagiava tra le rose profumate, sui prati verdi dei colli Cappuccini. In quei luoghi di primo mattino si notava, ai margini del bosco, sul prato verde, la tela del ragno bagnata dalla rugiada.  Lucia possedeva un linguaggio tranquillo e profondo che sapeva leggere nelle profondità del cuore e del tempo, con i suoi occhi lucenti come le stelle. Sino alla sua morte, che la coglieva prematuramente, viveva spensierata e felice sulle colline dei Cappuccini. Il suo corpo allora fu deposto in prossimità di un acero e avvolto in un manto di terra nera e ricoperto con fiori di crisantemi bianchi e rossi. In quelle ore i rimpianti si susseguivano con frenesia nella mente di Giovanni. Improvvisamente lo scampanellare di un’auto interrompeva quelle riflessioni. Vi fu il risveglio. Le visioni del passato svanivano.

 

Le prime luci della notte iniziavano a scintillare nell’aria attorno e nell’orizzonte infinito e misterioso di quel sito sperduto e silenzioso. Il tempo trascorreva piacevolmente. Il vento fresco e leggero di quella sera preferiva soffiare e accarezzare il viso di Giovanni.  E Lui rifletteva sulla vita e pensava: “Su questa terra nulla vi è d’eterno e  tutto segue il suo ciclo prestabilito. La bellezza, l’amore, il sogno, svaniscono, si svuotano, si annullano, si dissolvono con il sopraggiungere della morte”. Quella notte la vita nel suo evolversi temporale dei giorni volava e si consumava nelle malinconiche e dolorose riflessioni di Giovanni.  L’unico conforto che Lui riusciva a provare era quello di volersi godere nell’immediatezza l’eterna e sublime bellezza della natura. Nel buio della notte s’incamminava verso il suo giardino fiorito, in prossimità del mare, per rimanere da solo.  Guardava l’orizzonte, e il mare gli appariva grande e maestoso. Su quello sfondo l’infinito universo gli si presentava con un colore simile a quello di una pesca. Nella sua parte più bassa sfumava gradualmente nel rosa tenue. Qua e là si notavano nel cielo alcune nuvole di colore glicine. Nel giardino di Giovanni vi erano due lunghe schiere d'oleandri cascanti e fioriti, che andavano alternandosi nei colori, dal bianco al giallo, dal rosa pallido al rosso vivo. Sul prato verde di quel sito solitario e tranquillo si riposava e avvertiva sulla propria pelle una brezza marina leggera e profumata. Era un venticello frizzante che riusciva a cospargere nel suo spirito delle forti emozioni, che gli consentivano di rimanere ancora legato alla vita. Ma una sera nella parte centrale del suo giardino notò, all’improvviso, una luce accecante a forma di sole che si posava sul suo prato. A quella luminosità indietreggiò. Il suo volto si sbiancò. Il suo respiro per qualche attimo si fermò. L’aria intorno piombò in un silenzio profondo. In quei momenti l’angoscia lo pervase intensamente. Il tempo nel suo evolversi si fermò.  Lunghissima fu l’attesa, la curiosità, di dare un senso razionale a quella immagine che si stava materializzando dinanzi ai suoi occhi. La fronte trasudava e Giovanni si sentiva smarrito e inquieto. Puntò lo sguardo in avanti, verso la parte centrale del giardino. Ma i suoi occhi rimasero folgorati dalla luce intensa che emanava quella sfera luminosa posatasi al centro del suo giardino. In quelle ore della sera il suo prato prendeva una colorazione che dava sul verde muschio. Quella luce, gradualmente, divenne sempre meno violenta. Cominciava a mostrarsi al suo sguardo la visione sempre più chiara di un corpo umano. Passò qualche attimo ed ecco che, sempre più chiara, gli apparve l’immagine di una ragazza avvolta da un velo azzurro cielo che gli nascondeva il viso. La ragazza si presentava ricoperta nel corpo da un abito bianco come la neve, dal quale traspariva la sua maestosa grazia. La figura femminile che gli si era posta di fronte era Lucia, il suo primo amore, che guardava Giovanni, silenziosamente, con i suoi occhi sfavillanti e pensierosi. Il suo viso era bianco e luminoso. I suoi lunghi capelli erano sciolti e lievemente smossi dal vento. Giovanni la guardava commosso, ma era contento per l’evento che il destino gli aveva voluto donare quella sera.

 

Rimaneva in cuor suo speranzoso che di lì a poco tempo, avrebbe potuto risentire la dolce e delicata voce della sua Lucia. Quella voce non aveva più percepito già da molto tempo, anche se la riascoltava di sovente soltanto nelle pareti profonde e pensose dei suoi pensieri. Come per un inspiegabile prodigio, riascoltava la voce della sua ragazza. Lei con una tonalità di voce simile ad una cantilena gli diceva: “Ascoltami, il tempo concessomi per rivederti e poterti parlare è breve. Ma nella brevità del tempo che mi è stato concesso, desidero ardentemente farti delle confessioni sull’eterno divenire dell’universo. L’essere umano è il frutto partorito dalla luce, che rappresenta l’essenza, che è dentro e fuori di noi”. Incalzava prontamente e incuriosito Giovanni: “Che cosa vuoi rivelarmi, mia dolcissima Lucia, con le tue affermazioni”? E lei con tono lieve e calmo nelle sue confessioni gli riferiva: “L’essere terreno, nel suo evolversi, nel suo divenire, ha distrutto e continua a distruggere non soltanto la natura ma anche la propria esistenza. L’essere terreno nel suo progredire vive in una società che si fonda sul profitto e sul potere. Con un sistema di potere dominante edificato principalmente da menzogne. Le nuove generazioni preferiscono vivere, nella nostra contemporaneità, facendosi avvolgere dai piaceri fatui e sfrenati, dalle emozioni effimere. Questo modo di concepire la propria esistenza non produce gioia ma dolori. Con questi principi negativi, nel suo vivere, nella nostra società, l’uomo fonda i suoi sacri diritti individuali”. Lucia proseguiva nei suoi ragionamenti e gli parlava dell’essere e affermava: “Tutto quello che è fuori è dentro di noi. L’eterno è l’universo. L’universo è Luce. Non bisogna seguitare a pensare con la forza dei nostri desideri capricciosi e la società deve incoraggiare il sorgere di un uomo nuovo. L’ uomo nuovo dovrà porsi sopra delle cose, sopra dell’ avere, sopra di ciò che è morto. Per percepire i profumi dell’essere occorre che l’uomo cominci, in parte, a rinunciare al proprio egocentrismo, al proprio egoismo. Lo scopo supremo della nostra esistenza si dovrà proiettare nell’universo soltanto nella piena crescita di se medesimo e dei propri simili. Bisogna produrre per l’uso e non per il profitto. Occorre che la nuova scienza dell’uomo s’impegni a preparare una ricerca onesta e approfondita sulla natura dei nostri bisogni. Per riedificare nei valori autentici e positivi la natura dell’essere terreno, il benessere della comunità divenga la preoccupazione personale d’ognuno di noi nella nostra quotidianità. La natura non va conquistata, sottomessa, sfruttata o violentata. Bisogna tentare di capire e collaborare con la natura. Occorre avere fiducia nella capacità dell’uomo. Bisogna che si realizzi una cultura scientifica che sia più umana e per ottenere ciò, è opportuno rivedere i principi che costituiscono il fondamento del nostro sapere scientifico, per la ricostruzione sociale di una nuova civiltà. Nella nostra evoluzione scientifica questa è la strada che va perseguita”. Giovanni pervaso, ancora una volta, da un intimo turbamento, annuiva e cercava di dominare la propria curiosità. Nella voragine di quel silenzio, avvertiva che mai si era sentito così agitato nel suo essere. Avvertì in tutto il suo corpo un senso di stordimento.

 

Le riflessioni suggerite dalla sua Lucia erano profondamente penetrate dentro i suoi pensieri. E una forza misteriosa ormai, inesorabilmente, lo trascinava verso quella luce. Quella luce era l’eternità. Quella luce era come un soffio vitale che gli cresceva dentro. Lucia si accorgeva della trepidazione che penetrava nella mente del suo uomo. Si preoccupava e pensava subito di chiedere aiuto all’ Eterno. Le nubi si ruppero. Il cielo sembrò aprirsi un varco abissale nell’aria. In fondo a quella voragine una luce di colore rosso sangue si sprigionò al centro. Si sentiva una voce bassa, ma decisa. Proveniva da lontano e scendeva giù dal cielo e annunciava: ” Non odio il mondo, ma l’uomo. L’essere umano, generato con la mia energia, vive nell’odio. L’umanità è appassita e sprofonda sempre di più nell’oziosità, nell’oscurantismo, nel vuoto della propria esistenza”.  A quelle confessioni Giovanni provò un senso di colpa per se medesimo e per gli altri. Ripensò alla sua esistenza che aveva vissuto, così monotona, così fatua, così spenta. E andò verso quella luce per percorrere una nuova strada senza confini. Fra cielo e terra guardò con lo sguardo smarrito, con trepidante commozione che gli mozzava il respiro. Avvertì un’ intensa   fragranza di violette sparse e germoglianti, che fuoriuscivano dal prato di quel paradiso che in piena luce si spandeva verso l’infinito, verso nuovi mondi. Attimi fuggenti ed evanescenti di quel paesaggio incantevole erano riusciti a trasportarlo al di sopra d’ogni umana razionalità di pensiero. La sua mente era affascinata di volare leggera in quel mondo meraviglioso. Un mondo dove, i sentimenti aleggiavano piacevolmente leggeri. Un mondo dove, il pensiero pulsava attraverso le sensazioni che la natura stessa riusciva a trasmettere con una sua energia fatta di colori vivi e profumi vigorosi. Pensava a tutto ciò che provava di piacevole nel suo animo. Ecco che ricompariva nuovamente al suo fianco Lucia che lo guardava amorevolmente negli occhi, gli prendeva dolcemente la mano, per guidarlo lungo quella strada. Istintivamente, senza pensarci su neppure un attimo e rivolgendosi alla sua ragazza, gli confidava: “ La gioia di trovarmi in questi luoghi mi rende felice”. Giovanni ormai avvertiva a piena luce che quel mondo simboleggiato dalla sua ragazza era migliore della finzione che regnava nella sua città. Quella luce nuova era penetrata nei suoi pensieri, per mezzo di una forza che lo trascinava sul possente varco di nuovi mondi del creato e del relativo. Lucia nella luminosità di quella notte sublime lo ammoniva e gli lanciava un ultimo messaggio: “Per demolire il dogma, la menzogna e la tirannide. Le sorgive del pensiero devono esprimere un’ansia profonda e di desiderio di rinnovamento verso una nuova primavera di valori a difesa della dignità sociale e individuale. E’ indispensabile recuperare i valori smarriti, denunciare il degrado della politica, i miti della falsa democrazia. Per inneggiare ai sentimenti più umani, porgiamoci la mano Giovanni e andiamo avanti sul sentiero che ci porta in alto e ci accomuna”...

 

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