La Voce del Longano

Nei Luoghi della Memoria

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Oltre il visibile

 

La parola non è solo strumento di comunicazione. E’ energia che conferisce unione spirituale e spessore mistico, e attribuisce forma e forza al mondo abitato dalle cose e dai corpi. La parola scavalca la barriera sensoriale, ma continua ad attingere alla sensibilità umana. La parola scava le profondità altrimenti inaccessibili e ne sfida i limiti altrimenti invalicabili.

 

Tuttavia nel nostro vivere d'ogni giorno, ognuno di noi dovrebbe sempre tentare di esaudire le proprie passioni. In questo modo i desideri che si esaudiscono non ci affliggeranno più. E l’amore per la poesia, è una predilezione che porterà il nostro poeta barcellonese Nino Fazio a confrontarsi con il proprio essere, tra tormenti e delizie. E che durante l’arco temporale della vita lo sorreggerà, e lo farà rialzare dai fondali e dai precipizi profondi, e gli consentirà di abbandonarsi all’estro poetico per rimuovere le proprie angosce. E le penombre, i lunghi silenzi della notte, condurranno Fazio a confrontarsi e a disperdersi nei profondi mari della parola poetica. Da questo stimolo emozionale e di pensiero maturerà in Fazio l’idea di concepire un racconto confessione in versi. E Fazio tradurrà in realtà il suo sogno proprio con la pubblicazione di un libro di poesie dal titolo: “ Uomo solo” stampato dalla tipografia “Zancle” di Messina. In cui il nostro autore tra inquietudini e ansie, manifesterà nelle sue composizioni liriche la sua sofferenza esistenziale. Tormenti che nella vita lo avvolgeranno in una morsa di trepidante e incolmabile di solitudine fatta d’abbandoni. Dove il nostro poeta, vuole ardentemente ritrovarsi e comprendere. Attraverso un conflitto interiore di sfiducia - fiducia che soltanto nella poesia, troverà ristoro e consolazione. Con versi di cristallina chiarezza ma impregnate da una struggente malinconia, il nostro autore con il suo poetare si tuffa nel mare tempestoso dell’esistenza umana. Navigando lungo il difficile cammino della vita. Fazio in alcuni suoi versi ammette: “ Gonfia il tuo cuore, nascondi le paure, / butta l’acqua su quello che s’incendia./ Tutto sparisce, tutto finisce, / solo il pensiero non ha fine/”.

 

Nella sua anima poetica il nostro poeta, si dibatte nel contrasto che nella nostra esistenza esiste, tra l’amore per la vita e la ricerca di una sua dimensione spirituale. E nel suo modo di concepire il mondo Fazio lotterà strenuamente e costantemente contro ogni regola del mondo borghese, ipocritico ed insensibile. Affinché nella nostra cultura, prevalgono i valori più autentici. Sono questi i temi centrali e le dispute interiori che animano l’Io poetante del nostro poeta. Il nostro autore è un viandante solitario che va alla ricerca di un mondo d’ideali più alti, da contrapporre alla nostra cultura contemporanea che invece vive racchiusa in un mondo, illusorio e ristagnante. Fazio imprime ai suoi versi il suo interesse per quegli aspetti dell’animo umano che sfuggono al rigido controllo della nostra razionalità. E con l’animo rivolto al suo paese e alla sua gente poeticamente grida: “ Sorgi beato/ su un tetto di sogni… di illusioni, / combatti, lotti, soffri…/ ma, infondo, non ti accorgi, / che sei niente/”. Ricerca di pensiero incessante e partecipe al dolore cosmico che per mezzo della poesia, permetterà al nostro poeta di seguire un lungo processo d’introspezione interiore con il proprio essere. Riflessioni interiori che, lo porteranno ad affermare, nelle sue poesie, che nella nostra esistenza quotidiana in atto vi è un crescente e dilagante disumanizzazione nell’uomo.La nostra cultura, vincola il proprio concepimento della vita incentrando il tutto sul profitto. Queste considerazioni portano Fazio ad invocare per l’uomo una preghiera finale: Torna, come il tuo cuore desidera/ azzurro, limpido, felice/ e tutto sarà più bello. / Ritornerà la vita/”. In Fazio la poesia non è solamente un modo per osservare la vita, ma è una maniera per viverla con tutte le forze della mente e del cuore. La poesia è un filo che congiunge la terra e il cielo per mezzo di un itinerario di formazione, di purificazione e di riscatto, per conoscere se stesso negli altri con un sofferto percorso di riscatto e di redenzione. Fazio nella nostra epoca dell’ansia restituisce alla poesia l’essenza, lo spirito etico e responsabile. Nella consapevolezza che il dolore e il male nella nostra vita, si può aprire alla possibilità di essere reso radioso da una nuova luce.

 

 

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Nel segno della continuità

 

Il teatro, attraverso le forme molteplici che ha prodotto nei secoli, costituisce una testimonianza preziosa per la comprensione dei diversi momenti culturali e rimane una delle chiavi di lettura fondamentali per capire la visione del mondo di un determinato periodo storico.

 

All’Oratorio dei Salesiani, con operosa e benemerita attività, continua ad essere attivo e funzionale il Teatro ” Vittorio Currò”. Nel tempo in cui nella nostra città il completamento del Nuovo Teatro “Mandanici”, come progetto da completare, si dipana nei giri viziosi delle lentezze burocratiche. Nella piccola e graziosa sala dell’Oratorio dei Salesiani a Barcellona il teatro con costanza continua ad esser vivo. Con fermezza di proponimento, come segno di continuità artistica e culturale. Nel tempo proprio per volontà di un gruppo di nostri concittadini e del padre Salesiano don Angelo Calabrò e di coloro che ora, non ci sono più. Ma hanno contribuito nel passato affinché il teatro diventasse un luogo di richiamo come: Vittorio Currò, Michele Mazzù e Giovanni De Pasquale. La passione verso il teatro è il sentimento che, ispira questo gruppo di artisti che, da oltre un quarto di secolo, operano all’interno dell'Associazione Teatro Arte e Cultura “ Salvatore Cattafi”. Che nelle fredde serate domenicali, riescono ad animare il pubblico con il loro talento recitativo a partire: da Emanuele Bucolo a Ada Dipaola, da Anna Maria Aliberti a Filippo Fugazzotto, da Filippo Motta ad Iola Aliquò, da Franco Cutroni a Carmelina Gambera, da Anna Maria Di Paola a Melo Corica e Giovanni Corica. Le commedie rappresentate sono, spesso, di autori locali. Ma nel cartellone stagionale, anche se con un repertorio ristretto, ve ne sono anche altre di autorevoli autori di popolarità nazionale. La compagnia riesce ad animare il numeroso pubblico in sala, per la ponderata e oculata scelta delle sue produzioni teatrali. Con allestimenti teatrali che negli effetti scenografici, nei fondali di scena, spesso, raffigurano ambienti domestici o rustici. Dignità e professionalità sono le caratteristiche principali che accomunano ed animano maggiormente l’associazione teatrale “Salvatore Cattafi” per una ponderata scelta del loro repertorio, all’arrangiamento dei testi, alla disposizione scenica degli attori, all’impostazione della recitazione. Con una consistente capacità di penetrazione psicologica nelle loro interpretazioni. Di buon livello sono i vari elementi utilizzati dalla regia che spesso è affidata a Franco Cutroni. Sia nelle tecniche teatrali impiegate nella costruzione scenica, nella selezione dei brani musicali, negli effetti scenografici, nell’abile disposizione delle luci e nella scelta dei costumi.  Nel pieno rispetto delle nostre radici culturali il gruppo dell’Associazione Teatrale “Salvatore Cattafi”, con a capo Giovanni Corica, predilige recitare anche testi di autori nazionali adattandoli al dialetto siciliano. Riuscendo a deliziare la sala con commedie gradevoli e gradite d’intrattenimento leggero e popolare, che nella nostra memoria, lasciano un segno di una satira divertente. Nella progettazione dei grandi temi trattati il nostro gruppo di artisti affonda le radici sul reale. Dove i personaggi, nelle situazioni elaborati assumano tratti universali. E la commedia dell’arte, si fonda tra il pathos e l’ironia e nella ravvicinata osservazione del colore locale e con dinamismo, si mettono in evidenza nelle azioni sceniche rappresentate.

 

Il teatro è un importante volano culturale necessario, per tenere legata una comunità intera alle tradizioni della propria terra, per consentire l’evolversi temporale di una vita che sia animata non solo di contingenze ma anche di essenze. Per smuovere le acque un po’ stagnati della nostra quotidianità, di un presente che si manifesta lacerato e vuoto! Nella nostra società dello spettacolo frivolo, dei “fast food”, del “marketing”, nella modernità del “ usa e getta”, della cultura effimera negli “atteggiamenti e nei sentimenti”. Il teatro fatto di contenuti, potrebbe avere un ruolo preminente per imprimere nella nostra cultura popolare un messaggio alto di positività. Nel presente con il pensiero rivolto all’Associazione “Salvatore Cattafi”, è doveroso riconoscere ed apprezzare la passione e la dedizione verso l’attività recitativa dimostrata, a tutta la cittadinanza, da parte del nostro gruppo di artisti. Che per giorno 28 marzo, ci consigliano di essere presente in sala per la messa in scena della commedia “Le médecin malgré lui (Il medico per forza) di Molière.  A riprova e a dimostrazione che nonostante l’insensibilità delle nostre istituzioni, il teatro continua a pulsare in città, con grande partecipazione di pubblico in sala. E riportandomi ad alcuni versi della poetessa Concettina Cilona, desidero portare a compimento l’articolo pensando alla vita in tutta la sua pienezza dell’essere. La poetessa Cilona in alcuni versi ammette: “La vita continua il suo corso./ che ci coinvolge e ci travolge./…ci riprende e si percepisce/…che il senso vero della nostra esistenza/ e anelare a qualcosa che non può finire/”. E qualcosa che non deve finire, ma deve continuare crescere sempre di più, nella nostra città, (nei cittadini utilizzatori di una giusta cultura), è l’attaccamento e la fedeltà verso il teatro.

 

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Una vita spezzata

 

 Nel mese d’agosto è morto Antonio D’amico, un giovane avvocato  che ha saputo dare voce e luminosità, con chiarezza cristallina, ai sentimenti del cuore.

 

Spesso nel fiume della vita, in un fruscio d’ali, in un sussurrare di foglie, travolge e frantuma il corpo. Come  il fiato che si cosparge sui cristalli delle finestre o la vela di una barca immersa in una nebbia malinconica, che, c’impedisce improvvisamente di vedere e dolcemente ci allontana dalla realtà, ci solleva in alto, ci porta su, dove nulla più è corporeo e finito. Dove il tutto è etereo e infinito, e lo spirito è libero come il vento,  solitario come le nubi, felice di volare come le allodole. 

 

L’amicizia oltre che gioia: è anche rispetto reciproco e stima scambievole. Nel nostro mondo, senza l’amicizia, senza il rispetto e la stima, senza un cuore aperto a queste qualità, la vita non ha senso. Nel nostro vivere quotidiano chi non possiede questi valori la sua vita, si tramuta in solitudine e in miseria morale. Un mondo il nostro dove i sentimenti dell’amore e dell’amicizia tante volte sono sviliti, offesi e profanati. Ecco che quando l’egoismo si presenta come valore supremo, emerge nell’uomo la filosofia del nulla e della disperazione che impoverisce gli orizzonti. L’uomo oggi è spesso distratto e vive senza vedere, senza sentire, senza stupirsi  di ciò che lo circonda, senza accorgersi della bellezza del creato, imprigionato dalla tecnica e dal guadagno, dal possedere il benessere e il potere. Solo con l’amore, l’umanità potrà trovare i valori necessari per condurre una vita migliore. L’amore è come un profumo che evaporando lascia nell’intimo l’essenza della bellezza. Una bellezza che nell’intimo è luce del bene che si nota nelle piccole viole fra l’erba, nei fiori dei giardini e dei davanzali e degli alberi dei viali. Oggi l’uomo è egoista non è capace di cercare nel cuore di chi gli è vicino quelle briciole di tenerezza che danno un volto alla vita e all’amore. Ma nell’evoluzione dell’amore, un vero rapporto non prevede la passività da una parte, ma è accoglienza reciproca che costringe ad uscire dal proprio “Io”. Come la storia di ognuno di noi e anche quella d’Antonio D’Amico passa e lascia dietro di sé scorci di vita lieta e triste e talvolta anche tragica, dove i tanti ricordi rimangono impressi nella nostra mente.

 

Mentre nel tracciare un brevissimo profilo spirituale si può ben affermare che fra la gioventù d’oggi Antonio D’Amico, rappresentava una qualità in estinzione. Con tutta la sua imponenza d’immagine era una persona autentica e spontanea, una natura viva e spontanea, con una personalità fatta di vivace intelligenza, che con diligente applicazione si dedicava al lavoro. Con premurosa attenzione e disponibilità ad aiutare e soccorrere chi era nel bisogno, con discrezione e generosità verso i più deboli. Antonio D’Amico non si chiudeva in sé ma, rimaneva aperta agli altri, cresceva, maturava, si sviluppava, nella misura in cui si serviva e si donava generosamente al prossimo con nobiltà di sentimenti. Possedeva un’interiorità che per le sue qualità umane affiorava in superficie ricca d'intuito e sensibilità. Per me il giorno della sua morte ha rappresentato un giorno colmo di tantissima mestizia che mi ha toccato nell’intimo come una folgorante scintilla. In suo onore era celebrata una solenne messa, con la partecipazione di tanti amici e parenti all’interno e nella piazza antistante la chiesa di San Giovanni, per testimoniare la loro stima  per le naturali doti umane e cristiane di Antonio D’Amico. All’uscita del sarcofago un lungo applauso gonfio di lacrime, mentre la campana rintoccava l’addio, gli amici più intimi piangevano. Gli amici volevano portare a spalla  le spoglie dell’amico sin dalla parte iniziale del percorso, ma era tanto il dolore della perdita dell’amico ma i tentativi sono stati vani. Ma arrivati sul torrente Longano, in prossimità dell’ultima salita,  sono riusciti a trovare la forza necessaria per accompagnare l’amico all’ultima dimora terrena, con gli occhi gonfi di lacrime. Antonio D’Amico ormai riposa di là della luna e del sole, la dove è consentito vivere in lieta dimora percorrendo i luminosi sentieri nella “Casa del Padre”. La sua figura, rimarrà impressa nella mia mente e nel mio cuore. Con la sua voce, con i suoi occhi luminosi e acuti, che sapevano scavare nel profondo.

 

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 Karol Wojtyla

 

Karol Wojtyla con la sua morte ci lascia nel cuore e nella memoria un ricordo indimenticabile del suo pontificato, come fonte inesauribile alla quale attingere i nostri pensieri…

 

Il Cristo crocefisso e risorto per redimere i nostri peccati ci indica il cammino spirituale da seguire: “Quello che mi dai all’infuori di te non m’importa, perché non cerco ciò che tu mi dai, ma te. Chi segue me, non cammina nelle tenebre. Io sono la luce del mondo”.

 

Non sono le caliginose e solitarie prediche domenicali che fanno santo e giusto l’uomo, ma è la vita virtuosa che lo rende caro al Padre. Il nostro Pontefice, nel suo ultimo libro pubblicato dalla Rizzoli “Memoria e Identità”, con le parole dette da  San Paolo che risuonano come un monito, ci riporta alla radice e ci lancia un messaggio: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male". Un pontificato quello di Karol Wojtyla che con la forza della fede e del suo pastorale, ha saputo seminare speranza, solidarietà e pace, con immensa spiritualità evangelizzatrice nel cuore e nel pensiero. Il nostro Pontefice ha sempre pensato ai giovani, sino agli ultimi istanti della sua esistenza terrena li ha chiamati, e i giovani hanno risposto con la loro presenza numerosa in Piazza San Pietro, con canti e preghiere. Karol Wojtyla con un carattere vigoroso e deciso reso più tenace da una limpida religiosità, ha segnato il nostro secolo con la sua vita pastorale svolta sempre in difesa dei diritti umani, dei deboli, degli indifesi, degli ultimi. Il nostro Santo Padre, è stato capace di far sentire la sua voce con la sola forza coraggiosa della fede. Nel suo dialogare con la gente, con i potenti, e i potentati economici, ha parlato da cuore a cuore con semplicità e sapienza. Con la sua azione pastorale, ha contribuito alla caduta del muro di Berlino e ha iniziato ad aprire un dialogo diplomatico con Cuba, con la Russia, con la Cina. Il nostro Pontefice si è posto contro il traffico degli schiavi, contro gli abusi commessi nei confronti degli Indiani d’America e gli Indios, contro lo sterminio degli Aborigeni australiani. Tanti sono gli eventi e le azioni che alla fine di questo nostro XX secolo hanno inciso, inevitabilmente, nella storia della Chiesa. Per edificare una Chiesa Universale più giusta il nostro Santo Padre, ha indirizzato l’attività pastorale sin dagli albori della sua missione sacerdotale, partendo dal culto della Misericordia Divina predicata dalla Beata Suor Faustina Kowalska nel suo diario. Durante il cammino del suo Pontificato conosce e favorisce la sublime missione di Madre Teresa di Calcutta, e delle sue instancabili discepole le suore Missionarie della Carità, che operano a Calcutta. Nel suo viaggio pastorale Karol Wojtyla incontra e sostiene l’opera evangelica di Padre Pio da Pietrelcina.

 

Con il desiderio di dare un nuovo impulso alla sua opera evangelizzatrice, il nostro Santo Padre si è impegnato costantemente con vitalità e dinamismo. Nella speranza di trovare un punto in comune tra le diverse religioni, ha esortato i cristiani ad un’Alleanza universale in nome del padre. “ Chi accoglie in sé la parola del Dio buono e misericordioso, non può non escludere dal cuore ogni forma di astio e di inimicizia. L’umanità ha bisogno di vedere segni di pace e di ascoltare parole di speranza”. Nella nostra cultura la violenza va condannata. Bisogna favorire l’educazione alla tolleranza tra le diverse religioni, sostenendo un insegnamento che tuteli i diritti e la dignità d’ogni persona. La guerra e le violenze lasciano un mondo peggiore. Di fronte alla prepotenza delle armi è opportuno seguire la via del dialogo, affinché l’umanità si possa riappropriare della propria dignità e libertà. Per l’affermazione dei fondamentali diritti umani vanno garantiti a tutti: la vita, il pane, il lavoro, la giustizia. Questo può avvenire attraverso un dialogo che incoraggi non ciò che ci separa, ma ciò che ci unisce. La cultura all’odio, al fanatismo al terrorismo, profanano il nome di Dio. “Basta con la guerra in nome di Dio! Basta con la profanazione del Suo Nome Santo! Non di muri ha bisogno la Terra Santa, ma di ponti”. Un dialogo è indispensabile per superare le incomprensioni e superarare ogni pregiudizio, sostenendo chi soffre per miseria e solitudine. Un’alleanza tra i popoli, è fondamentale, affinché ci s’incammini sul percorso di un progresso tecnologico orientato ad aiutare e non a mettere a rischio la persona umana. Per un mondo migliore di solidarietà e di pace, fondato sulla giustizia, con il suo invito profetico, il nostro Pontefice ci lascia intuire la portata del suo messaggio universale di salvezza radicato sull’unico Salvatore che è Gesù Cristo. Bisogna guardare a Cristo e ripartire da lui. Per iniziare il nuovo millennio fondato su una nuova cristianità, ci ha indicato il cammino per purificare il cuore e riempirlo dell’amore per Cristo. “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancatele le porte a Cristo!”. Su questa strada di un cambiamento sociale e umano radicale e profondo Karol Wojtyla si è mosso chiedendo perdono, per le troppe ferite che si sono consumate negli ultimi duemila anni di storia, per colpe commesse dalla Chiesa. Il Papa con un gesto di mirabile umiltà per le colpe commesse dalla Chiesa iniziando dall’Inquisizione, alle crociate, allo scandalo degli abusi sessuali, ha chiesto perdono all’umanità. Mai nessun Papa nel suo pontificato, fra passato e presente, nella storia aveva riconosciuto le responsabilità della Chiesa. Karol Wojtyla lo ha fatto per una doverosa esigenza di Verità, con un sincero e sentito senso di colpa, credendo fermamente in un sogno, che ancora oggi rimane lontano. Questa è stata la Vita, la Verità, la Via, seguita dal nostro Vicario di Cristo che a giusto merito può essere definito il tredicesimo apostolo…

 

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Pensando ad Attilio Manca

 

E prendendo ispirazioni da alcune meditazioni che lui faceva sulla vita si può ben sostenere che Attilio Manca navigando nei mari burrascosi del nostro mondo, nelle sue riflessioni esistenziali così si raccontava: “Nel mutevole silenzio del bosco è la mi vita. Dalle basse finestre della mia camera il mio compito è di ascoltare: un fruscio di erba mossa. Uno stormire di foglie, un gocciolio di rugiada; e di ricordare… Ma ciascuno di questi suoni è solo un indizio… E con gli occhi socchiusi vedo le ombre della mia infanzia, il tramestio delle donne al lavoro. Sono gli attimi di passato che la mia memoria ormai logora ruba all’oblio. Fiammelle che ardano rapide. Ma questi piccoli fuochi sono il mio fuoco. Ora, che con difficoltà sollevo la penna per affidare alle carte quello che sono stato, mi sostento della mia vita passata. E dalla nebbia odo le voci di quelli che furono i miei compagni, di quelli che furono i miei amori. In questo continuo divagare si succedono gli episodi che hanno costituito la mia vita e che mi sopravvivranno, incollati in qualche mucchio di terra. Per adesso è compito mio: sono io che con il mio pensiero tengo in vita la gente che ha incrociato la mia. Oggi sono con i bambini della mia strada, poi ascolto una giornata della mia sposa, infine è la volta dei passanti che si affollano per un brandello di vita. In verità tento un’equa distribuzione dei miei ricordi, e attendo. Che il prossimo prenda il mio posto. Leggo sui tronchi di questo bosco, i solchi scavati dal tempo, che conservono e narrano le loro storie, simili ai segni profondi che la vita ha disegnato sul mio viso”. L’Ipocrisia e la falsità possiedono tante facce, ma la verità ne possiede una soltanto: la genuinità e la purezza d’animo che era la sorgente di vita dove molto spesso il giovane Attilio Manca andava a ristorare la sua nobile spiritualità interiore. Personalmente sul silenzio e l’assenza dei molti uomini che contano nella nostra città alla commemorazione del 12 febbraio dell’amico Attilio Manca, non voglio giudicare nessuno, perché le colpe partono soprattutto dall’alto e da lontano. Ma certamente desidero esprimere alcune mie considerazioni e la mia sentita compartecipazione al dolore della famiglia Manca per la morte, per mano omicida, avvenuta il 12 febbraio 2004, del giovane urologo Attilio Manca. Che innegabilmente l’unica colpa che gli si poteva addebitare (se di colpa si poteva parlare) è quella di averci dimostrato, nei fatti concreti, che ognuno di noi nel proprio lavoro se ci mette passione, dedizione e umiltà può raggiungere determinati traguardi anche senza l’aiuto di nessuno. Intraprendere il cammino sulla via della medicina e della ricerca che è irto di difficoltà, perché tutti sappiamo che anche in questo settore esistono le cosiddette “Caste”. Eppure lo sfortunato amico Attilio Manca era riuscito a raggiungere un ottimo livello di successo e di notorietà nel suo settore. Personalmente già conoscevo e frequentavo Attilio Manca sin dai tempi in cui era giovane studente liceale e perdeva parte del suo tempo libero per favorire un amico elaborando programmi nei vari linguaggi di programmazione. Personalmente anche io mi sono valso spesso del suo aiuto anche per l’ideazione di un programma di elaborazione statistica per “l’enalotto” che ancora conservo. Tutto questo è ricordato per sostenere che Attilio Manca sin da giovanissimo già manifestava a quella età le sue elevate qualità di capacità intellettive e di disponibilità verso il prossimo e gli amici. Virtù personali che nell’animo dei giovani di oggi, purtroppo, sono in continua estinzione.

 

Per colpa soprattutto di uno Stato che spesso non ci offre un buon esempio e spesso non premia i migliori, ma favorisce i peggiori. Uno Stato che è presente quasi sempre per colpire i più deboli, ma che persegue il fine di ingrassare sempre di più i potenti e i prepotenti. Uno Stato che detiene il monopolio del “gratta e vinci” e che consente il moltiplicarsi di tanti giuochi-scommesse, di macchine elettroniche “mangia soldi” ecc. ecc…, che portano alla rovina di molte famiglie e soprattutto dei giovani. Uno Stato che consente a molti politici di candidarsi pur essendo che gli stessi soggetti sono stati condannati dalla giustizia con sentenze passati ingiudicato per delitti disonorevoli. Uno Stato che spesso non previene e non colpisce adeguatamente le grosse società che per accumulare il massimo profitto spendono pochissimo sulla sicurezza dei lavoratori nei loro posti di lavoro. Uno Stato che spesso non previene e non colpisce adeguatamente quei medici, che nelle strutture ospedaliere sono causa di una malasanitò che produce morte. Uno Stato che spesso non previene e non colpisce adeguatamente i dirigenti delle strutture sanitarie che in Italia oggi versano in cattive condizioni sotto l’aspetto igienico e sanitario. Uno Stato che non garantisce il diritto di una vita dignitosa a tanta gente che vive ai margini della nostra cosiddetta “società civile”. Uno Stato che ci tartassa di tasse da pagare penalizzando anche l’imprenditoria giovanile. Uno Stato che penalizza la nostra Sicilia, dove i tanti giovani per trovare occupazione sono costretti ad emigrare vero il Nord Italia.  Oppure costretti a vivere ai margini della società fornendo manovalanza al crimine. Tanto è vero, diciamocelo, che il crimine prospera soprattutto dove emerge la disoccupazione e il sottosviluppo dell’economia. Io non penso che i tanti che seguono il crimine, preferiscono vendere il proprio futuro in una vita di galera o di pericolo. Spesso nei tanti, è la disperazione che li porta a sbagliare. Molti di questi giovani potrebbero essere recuperati e inseriti nuovamente nella nostra società, se gli si offre un futuro migliore.

Tutto questo per sostenere che i problemi e il decadimento di Barcellona vengono, soprattutto, da lontano. A partire da Roma dove risiedono le nostre strutture nazionali per arrivare poi a Palermo dove risiedono le nostre strutture regionali. Tra Roma e Palermo la nostra classe politica già da troppo tempo utilizza e abusa, in nome e per conto del “Popolo Italiano”. Uno Stato che toglie credibilità e onorabilità a tutta una nazione e soprattutto alla nostra Sicilia di fronte alla maggior parte dei paesi facente parte dell’unione europea. Uno Stato il nostro che non difende e protegge degnamente, spesso, l‘onorabilità ed il ricordo dei suoi uomini migliori, nel passato recente e nel presente, vi sono tanti esempi di negatività in tal senso.  Tutto ciò, purtroppo, nel suo piccolo, si ripercuote in negativo anche sulla nostra città. La gente è sfiduciata, la gente soffre, patisce e sopporta in silenzio il decadimento della nostra città e delle città del nostro meridione. Ecco che in tali circostanze di voluta insufficienza: i tanti politici, i tanti operatori di cultura, le diverse associazioni, le diverse sigle dei sindacati, le diverse sigle dei patronati ed altri, spesso nel loro operare agiscono quasi alla stessa maniera dei tanti nostri governanti nazionali e regionali. Attilio Manca nella sua vita per le sue capacità professionali e umane ha saputo offrirci invece un luminoso esempio di positività. Ecco che il mio desiderio di amico di Attilio Manca, è quello che gli uomini che rappresentano lo “Stato” nei diversi settori istituzionali di loro competenza, perseguano una cultura ed un pensiero che operi in sintonia con gli interessi della gente, dove i diritti e doveri debbono essere elargiti in misura conveniente per tutti e la giustizia va resa a tutti e soprattutto ai suoi uomini migliori. Se lo Stato volterà pagina, veramente, e inizierà a seguire il giusto cammino, con molta probabilità, forse, si potrà giungere anche a scoprire la verità, sul deplorevole delitto del nostro concittadino Attilio Manca, e rendere la doverosa giustizia ai genitori che non chiedono vendetta ma semplicemente di conoscere la verità.

 

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Don Pippo Cutropia

 

La fede più forte non serve a nulla senza le sue opere. Una fede viva mantiene l’anima in una sfera più alta ed assegna all’amor proprio il posto che gli spetta: vale a dire l’ultimo.

 

Solo un grande amore per il prossimo trasforma le piccole cose in cose grandi. Solo l’amore dà valore alle nostre azioni. Solo l’amore toglie l’aridità delle tante cose sparse! La Chiesa del Sacro Cuore lungo la strada del nostro calvario terreno è stata una goccia di conforto, un punto di riferimento e di richiamo, che ci ha saputo purificare dal mare di sofferenza e patimento che avvolge la nostra epoca. La morte di padre Cutropia lascia nella Comunità di Milazzo un vuoto che difficilmente potrà essere colmato. Don Peppino ha esercitato mirabilmente e umilmente il suo ministero di sacerdote nella parrocchia del Sacro Cuore, per ben 40 anni, con ineffabile amore verso il prossimo. Un uomo di vaste vedute, anticonformista, detestava le pomposità, con semplicità amava la discrezione e la concretezza, condannava le etichette e le ipocrisie. Negli ultimi tempi Don Giuseppe, con l’aiuto del padre Polacco don Arturo (che potrebbe essere il degno e naturale successore), ha esercitato la sua missione pastorale in una parrocchia che nel territorio mamertino conta circa ben dodicimila anime.

 

Nel tempo, all’interno dei locali adibiti a ritrovo parrocchiale, hanno dato rifugio e conforto a più generazioni di giovani milazzesi. Il Sacro Cuore ha simboleggiato per la comunità milazzese, un rifugio incantato, un’isola meravigliosa, un’oasi nel deserto del tempo umano pieno di bugie e di promesse che durano poco o di amicizie comprate. Nella parrocchia, su impulso di don Peppino Cutropia, negli anni, sono state realizzate tante luminose iniziative per avvicinare i giovani alla Chiesa come: il gruppo sportivo “Sacro Cuore”, “gli scout”, “l’Azione Cattolica”, “la Caritas”. Tutto questo e altre iniziative, sono state realizzate per allontanare i giovani dai mali che s’impongono in negativo nella nostra società contemporanea, che rimane inerte e insensibile ai richiami dei valori evangelici. Proposte e progetti che nel tempo, sono state realizzate con la partecipazione attiva e costante delle persone che assiduamente frequentano la Comunità parrocchiale e con l’intervento economico delle istituzioni milazzesi. Tutto questo è stato costruito da Don Peppino con sapienza, bontà e carità verso il prossimo, nella sua attività pastorale, per alleviare i disagi sociali dei giovani e degli emarginati. Riconosciamolo, nella nostra epoca molte persone si sentono in crisi, sono disorientati, e avvertono il bisogno di ancorarsi e di ritrovarsi con gli altri. Ecco che molti dei giovani da lui guidati e seguiti, sin dall’adolescenza, sono riusciti ad integrarsi nella collettività della Comunità milazzese. Persino molti di loro hanno trovato per intercessione di Padre Pippo una stabile occupazione.

 

L’operato sociale e pastorale esternato da padre Cutropia, è stato encomiabile, aperto ad ogni rinnovamento civile. La sua azione di forte penetrazione, si è manifestata sempre al servizio della libertà e delle opinioni. Per la rivalutazione dell’uomo giusto, sincero, aperto, senza infingimenti. Don Pippo, era schiodato dalle frenesie di potere, era un attivo organizzatore, un campione di carità. La sua testimonianza di vita brilla per purezza di figura. Proprio in questa nostra era, dove vi è tanto scarsità di virtù e di principi di coerenza. La sua forza di riflessione era predisposta a penetrare nell’intimo della gente. A lui erano graditi la chiarezza e gli animi aperti e disinteressati. Allargava il viso alle espressioni tacite, con pochi segni ma con tanto colloquio espresso con gli occhi. La sua cultura era l’intimo pieno che si era fatto esperienza di patimenti; ma che ha saputo offrire alla gente di Milazzo alcune tra le pagine più rilevanti sotto il profilo umano e pastorale. Spesso affermava: ”Il rapporto e lo scambio culturale, è vero e autentico quando diventa strumento d’integrazione e di rinnovamento civile. Il suo io interiore, era avvolto in una tensione emotiva che nella dolcezza dei sentimenti e dei pensieri volevano dire “uomo”. Per lui il contatto umano significava trasmissione di pensieri, colloquio. Sapeva capire i problemi della vita, i tormenti che straziano nel profondo dell’animo. Stimolava i giovani a far meglio, a perseverare.Aprirsi con lui voleva dire trovare immediata corrispondenza di sentire. Quella fiamma che lui sapeva alimentare nel prossimo, dava speranza come una linfa vitale. Nelle sue parole c’era una modestia, una trasparenza d’animo, una religiosità che commuoveva. Spesso soleva dire: “ Le ricchezze devono essere il mezzo per compiere opere buone”. Ora Don Peppino tu sei nel tempo vero, quello immobile, eterno di sole e aurore, di stelle e di luce che si espandono nel cosmo. Perdonami se nel momento del trapasso non ti sono stato vicino. Perdona la comunità della tua città barcellonese che non ha saputo rendere un adeguato omaggio alla dipartita di un suo illustre figlio. Invece a Milazzo il 2 agosto, nella chiesa del Sacro Cuore, miglia di cittadini milazzesi, insieme all’arcivescovo Mons. Giovanni Marra, hanno saputo convenientemente officiare i funerali di un suo concittadino onorario. Le Istituzioni mamertine e tutta la comunità del Sacro Cuore, per gentile concessione dei famigliari, hanno saputo rendere onore a Don Giuseppe Cutropia con una solenne sepoltura nel cimitero di Milazzo. In quest’ora funesta: Padre nelle tue mani rimetto lo spirito di un amico che ha saputo offrirci nel suo laborioso cammino di vita una imperitura testimonianza di cristiano autentico e sincero. Un animo sensibile dagli autentici valori morali ed evangelici che ci lascia donandoci un messaggio che rimarrà radicato nella nostra memoria come feconda sorgente di fede, amore, carità… arrivederci…

 

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Moralizzare le istituzioni

 

Il 26 Febbraio di quest’anno è morto un mio amico, Aurelio Calamuneri, stroncato da un infarto. Un amico onesto e sincero che quando ci si trovava insieme e si discuteva sui fatti e sulle ingiustizie della vita, i suoi occhi diventavano di fuoco. E spesso il grido di tormento e rabbia che usciva dalla sua bocca era: “Come si può parlare bene delle nostre istituzioni! Quando i diritti più elementari dell’individuo, sono calpestati, di sovente, a svantaggio dei più deboli. Il nostro è uno Stato che, nel suo operare attraverso le sue istituzioni, spesso, è indifferente al bene comune. Nella nostra Italia: a scontare i sacrifici sono sempre i solidi ignoti“. Addio amico Aurelio. E’ vero tutto quello che tu sostieni. Le miserie sociali ci sovrastano. I governi di diverso colore politico si susseguono; ma la nenia che si ripropone, ancora oggi, in danno della gente comune è sempre la stessa. A Barcellona, come a Roma, come a Milano, nella nostra epoca non ci può essere pace in coloro che vogliono delle condizioni di vita sociale migliore per tutti. La nostra è una società, insensibile, disumana, ipocrita, dove si adora soltanto il Dio denaro. La nostra società si è sviluppata seminando nell’animo umano il germe dell’aggressività, della prepotenza e dell’abuso. I giovani figli della nostra società dell’oggi portatrice di questa cultura, i tanti, non rispettano il prossimo e cadono, molto spesso, nel vuoto o appiattimento di qualsivoglia sentimento. Noi viviamo in una società dello spettacolo, dell’immagine. Dove i giovani ci stanno dentro, corpo e anima, e ne subiscono il condizionamento sino all’estremo limite delle proprie energie. La nostra società, è stata costruita su pilastri che non hanno fondamento sui sentimenti del bene comune. Nella nostra società contemporanea si celebrano gli interessi, i vizi, i capricci, dei pochi eletti. Qualcuno potrà ribattere, ma questi principi negativi sono sempre esistiti nella natura umana sin dalla sua creazione. E questo è vero! Ma oggi, più che mai, tali principi si sono estesi e centuplicati, sempre di più, nella quasi totalità degli uomini che rappresentano le istituzioni pubbliche e private. Nel nostro tempo trovare uomini dì alto prestigio nei principi e nei sentimenti nelle nostre istituzioni è al quanto difficile. Le inchieste di ieri e quelli d'oggi, compresa Tangentopoli, ci offrono uno scenario indecoroso della realtà che ci circonda. I tanti uomini delle nostre istituzioni e dei gruppi dell’alta finanza si sono moltiplicati in difesa dei propri privilegi al grido supremo: “ Mors tua, vita mea”. La nostra “fantomatica” cosiddetta società civile, ha prodotto nel pensiero dei giovani un vuoto profondo, di crisi d’identità, di disagio relazionale. E questo perché, nelle nuove generazioni sono scomparse quelle idealità che rendevano maggiore valore all’essere, in quanto uomo pensante. Tutto questo nella nostra epoca ha contribuito: a far germogliare una generazione priva di qualsivoglia punto di riferimento. Una generazione che, si manifesta nelle sue azioni con prepotenza, con arroganza, con superficialità, spesso, dissociandosi dalla realtà, facendo uso di droga e vivendo la propria giovinezza con difficoltà, con rabbia. Difficoltà e rabbia che nel tempo, si sono trasformate in un sentimento di diffidenza e disamore nei confronti di uno Stato incapace di risolvere le problematiche sociali.

 

Uno Stato che nei fatti, spesso, ha dimostrato di non amare i giovani, ma li ha utilizzati costantemente come moltiplicatore di voti in campagna elettorale! Ecco che è ingiusto; addossare tutte le colpe delle devianze giovanili soprattutto alla scuola o alla famiglia! Sicuramente tra genitori e figli in alcuni casi manca il dialogo. Oppure in altre situazioni tale rapporto si manifesta con autorità. Ma bisogna riconoscere che nella nostra epoca, i giovani vivono in minima parte le proprie giornate nelle scuole o nella famiglia. La gioventù nel nostro tempo vive, la sua vita, maggiormente, in ambienti diversi dalla famiglia e dalla scuola, con gli amici, in piazza, nei bar o nelle discoteche. Dove in questa molteplicità di luoghi gli umori sono diversi, i principi di vita sono diversi, i gusti sono diversi. E proprio questa diversità, spesso, incide profondamente nell’animo e nei pensieri delle nuove generazioni. La personalità fragile di ognuno di loro, oggi, trova forza e coraggio nel gruppo e nel gruppo in cui loro meglio s’identificano. Considerata la fragilità della personalità dei giovani, l’identificazione al gruppo non si sviluppa per ragionamenti valoriali o da sentimenti d’idealità. Ma è filtrata dai gusti, dalle immagini, dai suoni, collegate alla moda e alla musica o a certe emozioni forti. Emozioni forti che i giovani, vogliono provare e che la cronaca dei giornali ci sbatte in faccia ogni giorno. Raccontandoci con immagini che la violenza giovanile spesso, si scatena al solo scopo di soddisfare i propri capricci. Capricci che molto spesso, si consolidano nel gruppo, ambiente diverso della famiglia e dalla scuola. Per strappare i giovani dai pericoli prodotti dall’oziosità della Piazza e sottrarli dal branco o dal bullo di turno, è necessario assicurargli un futuro. Altrimenti lo sforzo educativo della scuola o della famiglia servirà ben poco. Come pure ben poco, potranno essere utili i centri sociali. Le dimostrazioni del fare devono partire dall’alto, dagli uomini delle Istituzioni che rappresentano lo Stato, con amore, con impegno, con lealtà. Su questa strada i problemi inerenti al disaggio o alla devianza giovanile potranno essere risolti, senza lasciare alcun trauma, nella personalità e nell’animo dei giovani. Potenziare e sviluppare i centri sociali, come rimedio di soluzione del problema, servirà ben poco. Perché poi, ci ritroveremmo, sempre di più, con dei giovani sofferenti e disadattati da curare e da inserire nuovamente nella società con difficoltà.Lo Stato e le Istituzioni, tutte, devono seriamente aiutare i giovani ad uscire dal labirinto. La soluzione a risolvere il malessere giovanile, se si vuole, si può trovare. Ma tale compito di edificare nella nostra società un’eticità sociale, deve partire dallo Stato e dagli uomini delle nostre istituzioni. Nella storia culturale di questo nostro paese, nel passato recente, vi era un nostro concittadino illustre Nello Cassata che in un suo racconto titolato “Il Labirinto”, metteva nei pensieri del suo personaggio principale Aldo Riberi delle riflessioni di verità esistenziali sull’agire umano. In quel racconto il personaggio principale Aldo Riberi riflettendo sulla natura umana sosteneva: “ La chiave di tutte le sciagure umane, è un eterno ripetere l’errore di volere la propria felicità a discapito di quella altrui. Ciò determina il rancore e l’odio. Penso solo che tutti usciremo da questo labirinto, quando getteremo le armi di Caino e cesseremo d’ingannarci a vicenda”.

 

 

 

Enzo Scaffidi

 

Lo steccato terreno è stato superato dall’amico Enzo Scaffidi e oltrepassando questa nostra secolare barriera della logica e superando questo nostro storico baluardo della ragione è volato oltre, verso l’eterno, nel breve volgere fulmineo di un soffio: la vita. Una vita effimera, passeggera e beffarda è la nostra; che si sbriciola, che si distrugge, che si annulla: dinanzi all’evento finale: la morte.

 

Ecco che proprio, il 3O gennaio, allo spirare del primo mese del terzo millennio a Terme Vigliatore, nelle prime ore del mattino cessava di vivere Enzo Scaffidi perché colpito da infarto, improvvisamente, lasciando la sua adorabile compagna Mariele nella più profonda tristezza. Enzo è morto all’età di 70 anni, riuscendo a rappresentare degnamente, e sino all’ultimo, la sua figura di giornalista con passione ardente unita ad un'ironia leggera, bonaria e talvolta con il tratto vivace e seducente. Era capace di affascinare i suoi lettori con una narrazione stravagante e al tempo stesso originale, tratteggiata con la sua singolare penna, dalle pagine della “Gazzetta del Sud”, della “Sicilia” e del mensile “la Comunità”. E la sua esistenza si è consumata con smisurata intensità, passando da una prima attività di bancario nell’età dell’adolescenza; a quella di attore di fotoromanzi svoltasi a Milano nel mitico settimanale “ Grand Hotel” con il nome d’arte “ Enzo Landi”. E in quell’affascinante e romantica epoca legata alla sua giovinezza l’attore Enzo Landi, era amato e stimato dalle sue ammiratrici che lo sommergevano di lettere. Poi, nell’ultimo periodo della sua vita e soprattutto nella parte finale della sua esistenza Enzo Scaffidi, ha preferito puntare l’attenzione e l’impegno all’attività di giornalista. E in quest’ultima attività, legata al giornalismo, il suo interesse era stimolato totalmente dalla ricerca di personaggi singolari e genuini della nostra vita quotidiana. Dove i personaggi novellati, prendevano luce e vivevano autonomamente con le loro culture, le loro tradizioni, nei suoi articoli in felice sintonia con il suo essere. Armonia d’intenti e di pensiero che senz’altro, riuscivano a produrre delle forti emozioni in Enzo Scaffidi al punto che quando li raccontava i suoi occhi brillavano di felicità. E parlottando con gli amici, al bar “Jeunesse” di Terme Vigliatore, lui, abilmente, con minuzia nei particolari, riusciva a trasferire nella mente di ognuno di noi, le sembianze, i sentimenti, le conoscenze, delle persone comuni che lui amorevolmente descriveva nei suoi articoli. Nel suo animo si percepiva che questa gente comune gli fosse simpatica, nel modo di concepire la vita, e idealmente appartenevano ad un mondo che lui amava e ricordava, con velata malinconia. Quel mondo antico ormai lontano, era per lui ricco di sapori, di valori, di tradizioni e di spiritualità e dove si credeva nel culto del bello e del piacevole.

 

Oggi viceversa la nostra epoca va consumandosi, inesorabilmente, nell’alterazione del tutto, nel vuoto, nella miseria di un consumismo e di un qualunquismo culturale che fruttifica una società profondamente nevrotica. Dove spesso la nostra società evoluta, si prepara a viaggiare a lavorare a pensare e a vivere distruggendo la natura. In atto, nella nostra cultura dominante predomina una superficialità nei sentimenti, nei desideri, che intende conquistare ad ogni costo il tutto, soltanto per il profitto, il futile o il superfluo. Mentre nelle passioni che pulsavano nelle vene dall’amico Enzo Scaffidi, quasi certamente, il nostro tempo, non rispecchiava più il suo modo di concepire la vita. E voglio riallacciandomi ad un frammento della poesia, dedicata all’amico giornalista da Ignazio Miraglia. Il poeta barcellonese, rivolgendosi all’amico, fa una promessa solenne a se stesso, affermando: “I vicoli della memoria s’affollano di dolci visioni che rimarranno indelebili nel tempo lontano”. Ecco come dalla caducità della vita, che chiude il suo ciclo terreno con la morte, emerge una forte bramosia nell’amico poeta, che è quella di voler ritrovare e rivedere l’amico attraverso l’indefinitezza dei ricordi. E ritornando, malinconicamente, con la mente, alla tragica realtà della morte di Enzo Scaffidi, per certi versi improvvisa e inaspettata, è doveroso ricordare anche per dovere d’informazione. Che la salma dopo aver sostato a Terme Vigliatore, è stata trasportata al cimitero dei Rotoli a Palermo per essere ridotta in cenere. Nel rispetto di quelle sue ultime volontà, espresse alla moglie Mariele quando parlava delle sue ultime “insopportabili incombenze terrene” che, presumibilmente, erano maturate nel suo pensiero, forse, già da molto tempo per sua libera scelta esistenziale. Addio…Enzo Scaffidi.

 

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Michele Stilo

 

La notte del 19 Aprile, nella propria abitazione, è morto per arresto cardiaco Michele Stilo, lasciando il mondo terreno, pur rimanendo fedele sino all’ultimo al suo modo di concepire la vita, attraverso una sua personalissima visione di pensiero controcorrente. Il regista Stilo con coraggio e coerenza di pensiero, ha sempre polemizzato contro i mercanti del potere politico locale. La sua pungente e singolare ironia, l’ha manifestato, molto spesso, sino all’ultimo, con i suoi articoli pubblicati su questa testata giornalistica. Le sue battaglie culturali e civili in difesa della cultura e del teatro, sono state tante e coraggiose, e tutte, con l’esclusivo tentativo di sottrarre la città dal totale imbarbarimento culturale. Il suo impegno, la sua passione per il teatro, per la cultura in genere, di certo non furono, e non erano, legati a fattori di mera utilità personale. La ricchezza Michele Stilo già la possedeva, a piene mani, a miliardi, anche in virtù, del suo patrimonio immobiliare. Il regista, Michele Stilo, sino alla sua dipartita, è stato uno dei pochi pensatori di questa città a vivere con una propria dignità d’animo e di pensiero. L’uomo Stilo, sino all’ultimo istante della sua vita, ha pensato alla morte con il desiderio di incontrarla. Lui è rimasto vicino a tutto ciò che gli era più caro: ai suoi libri, ai suoi ricordi, ai suoi oggetti piu cari, al suo studio, e ai suoi familiari. Lui, ha voluto gustare sino all’ultimo i godimenti del tabacco e della sua adorata e odiata solitudine. La sua vita, palpitava nella notte e nel suo mondo ove regnava l’abbandono e la noncuranza con l’alternanza di vita tra il reale e l’irreale. Nel suo mondo s’imponeva la nostalgia del passato e la delusione del presente.  Nel suo mondo s’imponeva il rifiuto della vita, col pensiero rivolto già da tempo all’idea della morte.  Viveva per lunghe ore di notte, nel suo studio, tra i ricordi e le nostalgie del passato. Forse, la luminosità del giorno, per lui rappresentava il niente il vuoto, l’infelicità. La scomparsa di Michele Stilo, ha creato un vuoto profondo nel mondo culturale di Barcellona che difficilmente sarà colmato.  Nella realtà esistente in questa città diciamocelo, in parecchia gente di cultura, manca il coraggio di manifestare apertamente il proprio dissenso e il proprio di sprezzo contro il totale appiattimento che pervade la nostra città. Nel bene e nel male l’uomo Stilo, ha partecipato e contributo con le proprie forze agli eventi culturali del nostro paese.  Riuscendo lui, ad offrire alla nostra città, per diversi anni nel passato, onori e gloria oltre i confini regionali. Tutto questo non va dimenticato, ma va ricordato, soprattutto, alla nuova generazione! La sua profonda conoscenza del mondo greco gli ha consentito di rappresentare, con professionalità e bravura i drammi impegnativi come: le Troiane d'Euripide, L’Aiace di Sofocle, e di tante altre tragedie. Nelle sue rappresentazioni teatrali si è avuta la partecipazione di attori nazionali ed anche di un certo valore artistico. Le tragedie da lui dirette sono state realizzate nei teatri mitici della nostra Sicilia, come il teatro greco romano di Tindari, riaperto dopo tanti anni di dimenticanza. Il cittadino Michele Stilo, libero da qualsiasi subordinazione politica. Libero da qualsiasi subordinazione di servilismo culturale e ideologico. Libero dalla cosiddetta cultura appiattita dell’apparire per non essere. Libero da qualsivoglia compromesso con la burocrazia amministrativa e religiosa dominante.  Libero di volare a proprio compiacimento nel suo piccolo mondo, che lui possedeva, ma che probabilmente ha contribuito fortemente al suo annientamento nell’anima e nel corpo.  Ecco che, la sua vita, il suo regno, rappresentavano per lui un orizzonte senza confini.  Il suo regno, era pesantemente, pervaso da tanta amarezza e ostilità.  La sua vita, era piena d’emozione e di piaceri, ma vuota e stravolta nei valori e negli ideali dai fatti e misfatti quotidiani. Nel silenzio di quella notte, solo ed annoiato, deluso e tormentato, tra i suoi allori e la sua polvere di vita vissuta, tra il bene ed il male, il suo corpo ha cessato di esistere e la sua anima è volata via in solitudine verso: l’infinito, l’indistinto, l’eterno. L’uomo Michele Stilo, bisogna ammetterlo, è rimasto sino all’ultimo fedele al suo pensiero. Le volontà testamentarie dell’estinto ci dovrebbero far pensare e riflettere. Nelle sue volontà si legge: “La bara contenente le mie spoglie, dovrà rimanere per tre giorni consecutivi nel mio studio.  All’alba del terzo giorno la mia salma, va portata al cimitero senza la partecipazione di gente estranea e lì deposta accanto a quella del mio caro amico Bartolo Cattafi”.   Di certo la coerenza, e il coraggio, dimostrati sino all’ultimo da Michele Stilo, vanno poste nella memoria di noi tutti barcellonesi, anche, attraverso un saluto, che va offerto, in comunione di riconoscenza, al concittadino illustre e validissimo collaboratore di questo giornale. Addio! Michele Stilo.

 

 

 

Ricordando Nello Cassata

 

In occasione dell’anniversario della morte dello storico Nello Cassata che proprio il 23 Settembre 2001, porterà al compimento il terzo anno dalla sua scomparsa. Lo storico barcellonese Nello Cassata va ricordato alle nuove generazioni come il cultore della nostra storia. Cassata sapeva tracciare nelle sue opere con umorismo e brillantezza: i luoghi, i temperamenti della nostra gente.  Si portava impresso nel volto quel suo faccione sorridente, con le guance leggermente arrossate, con quel suo aspetto elegante, con baffi ben rasati, e due occhioni che sapevano guardare nel cuore. Di sovente, ancora oggi, nei miei ricordi, lo rivedo: con la sua giacca a doppio petto, di stile antico, e con il suo gilè da dove gli fuoriusciva la catenina d’oro dell'orologio che conservava nel taschino. Quest’uomo era possente non solo nel corpo ma anche nello spirito: è rimasto, ancora oggi, nei miei ricordi, per la sua immensa umanità e gentilezza. Lo notavo, spesso, nella piazza di San Sebastiano o in Via Roma, con gli amici che lo circondavano e lo ascoltavano con dignitoso rispetto e stima. E la sua voce gli usciva con quell’intonazione suadente che penetrava negli abissi dell’animo interiore.Le sue ricerche si puntavano nel desiderio di conoscere leadici storiche del passato.

 

La vena poetica gli prendeva corpo attraverso i sentimenti che gli scaturivano dal contatto fisico con la gente. La sua sensibilità riusciva a tramutare in versi le sue emozioni. La sofferenza degli amici era da lui percepita nei pensieri profondamente. L’amicizia nel tempo riusciva a consolidarsi sempre di più con la gente del paese. Il pensiero degli amici custodiva con affetto nella mente. La poesia che lui concepiva rappresentava la gente nei diversi "spaccati”, come lui usava definirli. S’industriava come il fotografo a cogliere “nell'obiettivo l’uomo. La sua ricerca trovava il messaggio nelle verità autentiche, che riusciva a trovare nella gente. La sua analisi fatta di motivazioni era in linea perfetta sintonia con il suo altruismo. Qualcuno a lui molto vicino più volte tentò di frenare quella sua disponibilità, ma non riuscii mai o quasi mai a trattenerlo. Il suo mondo sicuramente lo rendeva insoddisfatto…; lui preferiva ritrovarsi “ta schiticchiata” con gli amici e in quei momenti “ to briu s’illianava”. Nel fare poesia in questa città, il poeta si rinchiude nel proprio guscio allontanandosi dai sentimenti riposti nel mondo esterno. L’emozione del poetare scaturisce il più delle volte da un sentimento narcisista; in loro manca il dialogo con la gente. La sensibilità nella poesia è necessaria che sia nuovamente rivalutata, ponendo le basi di riflessione anche su gli altri. Un vecchio proverbio, che si sentiva spesso nel passato, soleva dire: - Scirocco chiaro e tramontana scura, mettiti in mare senza paura -. Lui preferiva tuffarsi in quel mare, in mezzo alla sua gente non soltanto con il corpo, ma anche con quello spiritualismo, che lo accompagnava sempre nel suo poetare. L’uomo non c’è più, ma i sentimenti del poeta vanno ricordati con la dovuta riflessione. La sua eredità cultura appartiene a tutti noi barcellonesi, e le sue idee devono rivivere, e pulsare nella maggior parte di ognuno di noi.  Il ricordo del poeta e dello storico conserverò con affetto, sino all’ultimo istante della mia vita.

 

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Un Lampo di Luce

 

Nino Pino (poeta – umanista – scienziato) uno spirito fondamentalmente libertario che con autentica sapienza del cuore, ha lucidamente colto il dramma dell’uomo moderno vale a dire lo smarrimento del senso della vita!

 

Nella realtà è la speranza a segnare il passo. In effetti, la nostra vita, senza la virtù della speranza che squarcia il futuro, il nostro vivere sarebbe inchiodato ad un presente senza senso. Il presente acquista valore dalla meta da raggiungere: senza futuro la vita diventa una palude.

 

La fede nasce dalla partecipazione e dal condividere i sentimenti dell’anima, con amore e per amore, che scuote il nostro cuore e la nostra mente. Ogni giorno è un frammento d’esistenza da riempire e consegnare al futuro della storia umana, in ogni modo all’eternità. Nino Pino una figura leggendaria, un condottiero coraggioso, che nella sua vita avversò sempre l’evolversi della nuova società consumistica. Fu un convinto assertore che la nuova società avrebbe prodotto degli effetti disumanizzanti attraverso la logica del profitto. Infatti, nella nostra epoca siamo soli nel deserto del tempo. Ecco che in Pino insigne uomo di cultura e nostro concittadino, nelle sue riflessioni emergeva tenacemente l’amore per una società di liberi pensatori, rispettosa dell’ambiente. Si oppose contro le “le false barriere”  create dall’uomo nemico dell’uomo, contro ogni libertà egoistica ed egocentrica opponendosi alla cultura mercato. Le sue opere e la sua vita furono dedicate a tempo pieno all’impegno civile di sensibilizzare le coscienze, per provocare rilevanti cambiamenti nella società. Pino con il suo sguardo meditativo  sapeva vedere la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di bellezza e amore verso libertà di pensiero. La sua vita piena e pura ha saputo illuminare la nostra storia con riflessioni e pensieri che ci portano in un sentiero di verità universale necessario per varcare la soglia della speranza! Nelle sue azioni  si orientò sempre verso il bene comune con religiosa umanità, alla ricerca di un mondo in cui l’uomo “è fratello del fratello, ansioso solo d’amore”, con attenzione alla dignità dell’uomo e all’affermazione dei diritti umani. “ Porgiamoci la mano e andiamo avanti / chiunque tu sia chiunque io sia/ sul sentiero che ci porta in alto e ci accomuna”. Nino Pino fu anche un poeta che nei suoi temi lirici, preferiva i crepuscoli con la sua poesia intimista e di forte sentimento sociale. Sapeva descrivere le stagioni dell’anima e riusciva ad innalzarsi dalle banalità quotidiane, per spaziare verso l’infinito, donandosi ad un dialogo favorevole che nobilitava  e valorizzava la sacralità dell’uomo. “Lasciami solo! Io voglio ascoltare il sussurro dei fili d’erba, il silenzio del mare sotto folate rade di vento. Attento, attento, ascolta nell’erba folta il lieve tormento…”. Per mezzo della poesia sapeva esprimere l’ansia della sua ricerca di ancorare la propria esistenza ad una verità. L’uomo che cerca la verità: è dunque anche chi vive di fede e crede nei valori veri e autentici che possono perfezionare l’animo umano nel bene. Questi valori veri suscitano interrogativi e stimolano domande l’uomo li trova non rinchiudendosi in se stesso, ma aprendosi ad accoglierli anche nelle dimensioni che vanno di là dalla verità reale di ciò che ci appare. Ecco che nella sua poesia originale e profonda con ricchezza  di grazia, attingendo alla società e alla natura che gli appartiene da vicino, Nino Pino ci svela e fa emergere dai suoi versi, in tutta la sua profonda drammaticità, un popolo oppresso e tormentato da una economia che lo costringeva a restare perennemente costretto ad una sottomissione quasi schiavizzante. Dove la vita, è costantemente violentata da una logica del crimine e della prepotenza con situazioni di violenza e di risentimenti. Contrapposti interessi inducono gli uomini ad aggredire altri uomini con collera, gelosia e menzogne, con omicidi, guerre e genocidi. Il suo sapere e le sue opere, in questo nostro lembo di terra tormentato, riecheggiano per ridare dignità alla persona e aspirano a rendere la vita dell’uomo sempre più umana soprattutto quella dei deboli, dei poveri.

 

Bisogna avere rispetto all’inviolabilità della vita e dell’integrità personale che ha il suo vertice nell’insegnamento: “ Ama il tuo prossimo come te stesso”. Tale precetto imperativo trova il suo aspetto più profondo nell’esigenza di rispetto e  amore nei confronti d’ogni persona e della sua vita. Bisogna contrastare la cultura del male che domina attraverso la violenza che si consuma nei confronti di milioni di essere umani, specialmente bambini, costretti a vivere nella miseria, alla sottonutrizione, alla fame, a causa di una iniqua distribuzione delle ricchezze tra i popoli. Oppure la violenza che nello scandaloso commercio delle armi, favorisce la spirale dei tanti conflitti armati. O alla seminagione di morte che si operano attraverso l’inconsulto dissesto degli equilibri ecologici, o la criminale diffusione della droga. L’avvenire dell’umanità, passa attraverso la famiglia e la scuola. Con genuina saggezza etica urge che le istituzioni che contano con retto sentire che consiste nella comprensione del senso ultimo della vita e dei suoi valori fondamentali siano “ finalizzati”: allo sviluppo persona umana, nella sua intera verità, nella sua libertà e dignità, riedificano questi due nuclei sociali. Nino Pino come soggetto attivo e uomo di vera e profonda umanità e cultura, per il riconoscimento di un’identità sociale  che superi la profonda ingiustizia  del possesso e del dominio minacciato dagli egoismi dei singoli per la brama esclusiva del profitto e la sete di potere. Nelle sue opere mette in luce e pone al centro delle sue attenzioni i tratti fondamentali dei valori che convergono al bene comune dell’umanità. La brama esclusiva di possesso e la sete del potere sono dei meccanismi perversi  che nella personalità umana devono essere sostituiti con nuovi e più giusti valori conformi al bene comune dell’umanità. Ma questo richiede la solidarietà come virtù essenziale e preminente. Solidarietà da non intendere come sentimento di vaga compassione e di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, ma la vera ed autentica solidarietà consiste nella determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune. I versi e gli scritti di Nino Pino segnano la storia della nostra città per questo vanno letti, gustati, rimasticati e meditati, e ci accorgeremo di respirare aria pura di una vissuta nella pienezza della fedeltà all’uomo e alla natura con la consapevolezza che Dio vive e pulsa in noi e nella natura. Con la fede della speranza che ci accomuna ci lancia un monito quello di edificare una civiltà dell’amore. Una visione del mondo fondata sulla gratuità e della condivisione come luce di verità, una forza interiore che plasma le persone, i sentimenti, le azioni. Nel buio della nostra epoca, nelle sfide sempre nuove che la storia ci presente, sulla soglia della speranza, la forza e la fedeltà di Nino Pino verso la natura e l’uomo: è una eredità che merita di essere riscoperta e valorizzata.

 

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“ Il pensiero rivolto a Placido Mandanici”

“per ridare un’anima a questa città”

 

Il bicentenario dalla nascita del musicista Placido Mandanici, ricorrerà il 3 Luglio di quest’anno, riuscirà l’Amministrazione Comunale a rendere i dovuti onori alla memoria del nostro illustre concittadino?  Parecchi sono gli estimatori del musicista, lo testimoniano le diverse iniziative intraprese negli ultimi tempi dagli uomini di cultura che vivono nella città. Sbagliano, coloro che vogliono spezzare questo legame col passato! I nostri Amministratori devono sin d’ora pensare per tempo, a porre la propria attenzione sugli uomini benemeriti di Barcellona Pozzo di Gotto (non basta erigere un busto a honorem). La città potrà avere un’identità culturale “utile”, per la formazione dei giovani, valorizzando l’attività culturale profusa dai nostri illustri concittadini, attraverso la pubblicazione o la rappresentazione delle loro opere. Perseguendo su tali intenti, forse, si riuscirà a risvegliare nei giovani il desiderio di ricercare nel passato, quei “modelli umani” che sicuramente la società dell’oggi non riesce ad offrire. Il legame con le radici storiche culturali dovrà essere da stimolo, soprattutto ai giovani, come supporto necessario per potersi proiettare nel futuro. La negatività dell’apparire che fa parte della concezione culturale contemporanea, produce nell’animo dei giovani delle sensazioni che opprimono l’interiorità del loro animo, svuotandogli il pensiero, facendoli cadere nel vuoto totale che genera nella loro mente la mancanza di qualsivoglia sentimento. L’impegno ha consentito a Placido Mandanici di trovare quella forza necessaria, per raffinare la sua cultura musicale, e che nel presente acquista un valore inestimabile d’orgoglio per tutti noi. Ridare valore a questa città è un obbligo morale, affinché i giovani si possano riscattare dal totale decadimento morale e culturale, generato dall’attuale cultura fatalistica. Ritrovarsi insieme nel ricordo del passato, attraverso la commemorazione dell'illustre concittadino, potrà ridare a tutti noi quella forza necessaria per ricominciare a sperare in un futuro migliore. La celebrazione del nostro concittadino va tutelata e garantita ad ogni costo, con la dovuta partecipazione nella coscienza di sentirsi fiero cittadino di questa città. Questo sentimento dovrà emergere anche nei politici, e nelle istituzioni che contano a Barcellona, che così solo, potranno risollevarsi in parte dal totale degrado culturale in cui questa città è venuta a trovarsi. Il 3 Luglio è l’anno del bicentenario dalla nascita del nostro musicista, e la città che ne ha dato i natali, ha il dovere di festeggiarlo degnamente. Il pensiero va rivolto anche a Placido Mandanici, dimostrando nei fatti di voler mantenere i legami con il passato, e con le nostre radici storiche e culturali, per ridare un’anima a questa città.

 

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