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Marcello Crinò
Comunica con l'autore degli articoli: Marcello Crinò
Marcello Crinò nelle sue relazioni con il prossimo, si
distingue per signorilità e generosità d’animo. Nella sua
quotidianità svolge la professione di architetto nel territorio
del Longano. In Marcello Crinò bisogna riconoscere che tra
coloro che in città operano per pura passione nel settore del
giornalismo, è un verace pioniere. Per diverso tempo ha
collaborato attivamente per un quotidiano a tiratura regionale,
ma poi ha deciso di dedicarsi maggiormente alla sua attività
professionale. Negli ultimi anni, Marcello Crinò, non rifiuta di
offrire la propria disponibilità a scrivere un pezzo
giornalistico nei periodici esistenti nel nostro territorio, si
appassiona di tutto ciò che attiene gli avvenimenti culturali ed
artistici che si realizzano nella nostra città.
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Piano americano
Leonato: Questa lettera
m’informa che Don Pedro d’Aragona arriva a Messina
stasera.
Messaggero: E’ poco lontano,
l’ho lasciato a meno di tre leghe da qui.
Leonato: Quanti gentiluomini
avete perduto in questa azione?
Messaggero: Di grado pochi, e
di nome nessuno.”
(William Shakespeare, Molto
rumore per nulla, Atto I, scena I.)
Il 28 luglio è iniziata la
programmazione degli spettacoli di “Estate a
Barcellona Pozzo di Gotto” varata
dall’assessorato comunale al Turismo e Spettacolo
(assessore Rosario Lizio), snodatasi per tutto il
mese di agosto 2010. Quest’anno gli spettacoli
estivi sono stati articolati in quattro sezioni ed
in sedi diverse. Nella Piazza delle ancore di
Calderà si sono alternati la musica con il cinema,
l’Arena Montecroci è stata sede degli spettacoli
teatrali, mentre nei Giardini dell’Oasi si svolgerà
a settembre una rassegna di Jazz, swing e blues.
Spettacoli anche al Museo Cassata: uno musicale, uno
teatrale: “Na Vastasata” del Laboratorio Teatrale di
Pace del Mela, e uno dei Pupi siciliani della
compagnia catanese dei Fratelli Napoli (sabato 28).
Tra gli appuntamenti più interessanti il concerto di
Angelo Branduardi il 29 agosto, che ha visto una
grandissima partecipazione di pubblico. Per il
cinema, la rassegna ha presentato “Il mestiere del
cinema” con film di Clint Eastwood, Robert De Niro,
Martin Scorsese, Terry Gilliam (il famoso “Brazil”),
e “Luce verticale” del regista milazzese Salvatore
Presti, dedicato al giudice Rosario Livatino.
“Flags of our Father” di
Eastwood, del 2006 (proiettato il 7 agosto), ruota
attorno alla conquista americana dell’isola
giapponese di Iwo Jima e della famosa foto dei
marines che piantarono la bandiera sulla sommità,
scattata dal fotografo della AP Joe Rosenthal. Un
film quasi in bianco e nero, che ben evidenzia gli
orrori della guerra e tutto il retroterra di
ambiguità e uso “strumentale” delle immagini. Nello
stesso anno il regista girò “Lettere da Iwo Jima”
(proiettato il 12), sulla medesima vicenda vista
però dalla parte dei giapponesi. Giorno 8 all’Arena
Montecroci è andata in scena la “Cavalleria
rusticana”, nel libero adattamento dell’associazione
Diamond Dance. La (poca) musica di Mascagni è stata
integrata da buone musiche popolari siciliane, in
uno spettacolo di teatro-danza con scenografia un
po’ superata, e spruzzate di fumo da opera rock.
A sorpresa, fuori dal
programma ufficiale, giovedi 26 è comparso in piazza
Duomo “L’Otello è cosa nostra...William
Shakespeare compare o lord inglese?” del
Teatroinstabile di Messina, con la regia di Daniela
Galletta. Una esilarante rilettura siciliana del
celebre testo, tra musical e parodia, che prende
spunto dalla corrente di pensiero che vuole,
fondatamente, il drammaturgo inglese di origine
messinese (il vero nome sarebbe Michelangelo Florio,
figlio di Giovanni e Guglielma Crollalanza). Lo
spettacolo, tra i migliori della stagione teatrale
estiva barcellonese, è stato pochissimo
pubblicizzato (solo locandine; nulla nel sito del
Comune o sulla stampa), privando della visione tanti
cittadini che avrebbero voluto seguirlo. Sarebbe
utile che in città fosse identificato un luogo
centrale, ben visibile, dove collocare tutte le
locandine di quello che viene organizzato. Non credo
sia difficile. Dulcis in fundo...il palcoscenico è
stato montato in prossimità della fontana centrale
di piazza Duomo, permettendo la collocazione di sole
tre file di sedie. Le altre sono state poste
necessariamente ai lati della vasca circolare,
determinando una fruizione non ottimale dello
spettacolo.
I bombardamenti delle città
sono tra le azioni più odiose che la mente umana
possa concepire, anche se compiuti per una “nobile”
causa: liberare un paese da un nemico, da un
oppressore. Il bombardamento comporta perdite di
vite umane, feriti, distruzioni di città
laboriosamente e faticosamente costruite nei secoli,
perdita di opere d’arte… La condanna di queste
azioni non è mai abbastanza forte. Il 12 agosto,
anniversario del bombardamento di Barcellona
avvenuto nel 1943 sul finire della seconda guerra
mondiale, una corona d’alloro è stata deposta, a
cura dell’amministrazione comunale, davanti alla
lapide che ricorda le 74 vittime dei bombardamenti.
Presenti alla cerimonia il vice sindaco Antonietta
Amoroso, padre Tindaro Iannelli, il presidente del
consiglio comunale Francesco Crinò, gli assessori
Scolaro, Lizio, Genovese, autorità civili, militari
e semplici cittadini, tra cui parenti delle vittime
e persone allora rimaste ferite. La città di
Barcellona, oltre ai 74 civili morti durante i
bombardamenti, e numerosi feriti, pagò un tributo di
sangue attraverso circa 130 militari morti nelle due
guerre mondiali. Gli “alleati”, quel 12 agosto,
secondo informazioni errate, cercavano i tedeschi
(che non c’erano) ma spararono deliberatamente sui
civili innocenti e disarmati, accanendosi
soprattutto sul centro di Barcellona. Colpirono
anche l’ufficio postale, nei cui pressi cadde il
dottor Gaetano Bavastrelli, compiendo quella che
viene ricordata da Carmelo Bilardo, nel libro “Amo,
la mia città” edito dalla Corda Fratres nel 1993,
come “una strage inutile”. Le case distrutte,
riferisce Nello Cassata nella storia di Barcellona
(vol. III, p. 17, 1982) furono 154, le danneggiate
287, circa duemila sinistrati senza tetto. I nomi di
tutti i caduti, civili e militari, sono incisi nelle
lapidi poste accanto al monumento ai caduti. In
tempi recenti gli storici hanno iniziato ad
occuparsi dell’enorme violenza perpetrata dalle
incursioni angloamericane, come il toscano Leonardo
Paggi, che nel libro “Il popolo dei morti” (Il
Mulino, 2009) si sofferma sul dramma dei civili
bombardati, ricordando come i colpiti sono rimasti
privi di memoria pubblica, e sostanzialmente espunti
dalla tradizione repubblicana in quanto le loro
sofferenze erano state causate dalla brutalità dei
liberatori.
L’associazione Genius Loci da
giorno 12 ha messo in distribuzione il pieghevole “Il
pozzo e l’aquila”, dove viene proposto un
itinerario turistico-culturale riguardante tutta la
via Garibaldi e le altre strade all’interno del
centro urbano di Barcellona. Attraverso dei numeri
di telefono pubblicati nel pieghevole, gruppi di
studenti, cittadini e turisti possono chiedere
l’intervento degli esperti dell’associazione per
effettuare visite guidate della città. Il progetto
propone un itinerario principale lungo il corso
Garibaldi, il “corso” della storia, in quanto strada
che storicamente ha messo in comunicazione
Barcellona e Pozzo di Gotto, raccordando i nuclei
abitativi preesistenti alla fondazione della città
disposti nella pianura. Ai suoi lati si sono
attestati gli edifici storici più importanti della
città: il vecchio Duomo di S. Sebastiano (demolito
nel 1936), il Monte di Pietà, il Palazzo Comunale,
il Duomo di S. Maria Assunta, ed i principali
palazzi del Sette-Ottocento. L’itinerario proposto
dalla Genius Loci mette in relazione 17 beni
culturali. Dal corso Garibaldi si dipartono
trasversalmente le altre strade secondo la
direttrice mare-monti: via Immacolata, via Umberto
I, via Risorgimento. Questo è il secondo percorso,
chiamato “Oltre il “corso”, dove sono presenti gli
altri trenta beni culturali. Il significato del
Pozzo e l’Aquila rimanda allo stemma municipale,
dove uno scomparto è occupato dall’aquila
svolazzante sul pozzo. Ciò è da collegare alle
origini di Pozzo di Gotto, la parte più antica della
città, laddove si fa riferimento al “rito di
fondazione” della città attraverso il pozzo
impiantato da Nicolò Goto intorno al 1463. Ma può
anche ritrovarsi un simbolismo incrociato: l’aquila
è presente nello stemma di Castroreale, nel cui
territorio nacque Barcellona; il pozzo rimanda
altresì all’acqua, quella del Longano, simbolo di
Barcellona attraverso la figura della barbuta
divinità fluviale. “Il pozzo e l’aquila” si avvale
del patrocinio del Comune, del sostegno
dell’Oratorio Salesiano e la collaborazione di
Basket Barcellona. (E-mail:
ass.genius.loci@alice.it;
Blog:
www.geniuslocibarcellona.splinder.com;
Facebook: Associazione “Genius Loci”).
Giuliana Fugazzotto, pianista
ed etnomusicologa barcellonese, docente di
Informatica musicale al Dams di Bologna,
specializzata in informatica applicata
all’etnomusicologia (tra i tanti lavori ha compiuto
anni addietro una analisi computerizzata della
“Visilla”), possiede una raccolta di circa
cinquemila dischi a 78 giri realizzati dagli
immigrati italiani negli Stati Uniti tra fine
Ottocento e primi decenni del Novecento. Il nucleo
iniziale lo deve al padre Antonio (nato a New York
nel 1921 e scomparso a Barcellona nel 2006), che li
portò dall’America tornando nella nostra città,
dove fu ingegnere capo del Comune. Una selezione di
queste incisioni, opportunamente restaurate e
digitalizzate, sono adesso inserite in un CD
allegato al libro che la Fugazzotto ha pubblicato
per conto della “Nota-Edt” (casa editrice fondata da
Roberto Leydi e Pietro Sassu), dal titolo “Sta
terra nun fa pi mia. I dischi a 78 giri e la
vita in America degli emigranti italiani nel primo
novecento”. Il libro, già presentato il 27
luglio a Loano (Savona), è stato presentato sabato
21 dall’autrice e dall’etnomusicologo Mario Sarica
al Centro per la Pace dell’Arci a Portosalvo di
Barcellona, in collaborazione con la libreria
Gutenberg. Nel corso della serata sono intervenuti
anche il professore Antonino Famà, docente di
letteratura in Canada, lo scrittore Giuseppe
Alibrandi ed il notaio Felice Spinella. (Libreria
Gutenberg, e-mail:
gutenberg@email.it).
Dal 26 al 28 al Parco Jalari
s’è svolto il consueto festival cinematografico
dedicato ai cortometraggi “Jalari in corto”,
organizzato da Nino Pietrini. La giuria, presieduta
da Melo Freni, ha assegnato il primo premio ad
“Habibi” di David Del Degan; il premio per la
migliore regia è andato a Mario Piredda per “Io sono
qui”. Per la migliore interpretazione è stato
premiato Mimmo Mancini per “Usù”; per la migliore
fotografia il premio è stato assegnato ex aequo a
“Home” di Francesco Filippi e “Le notti bianche” di
Cristian Patanè. Infine, il premio per il corto
straniero è andato a “House of rouses” del polacco
Kuba Czekaj.
I libri antichi provenienti
dal distrutto convento dei Cappuccini di Barcellona,
oggi custoditi nella locale Biblioteca Comunale,
sono stati oggetto di un saggio di Maria Rosa
Naselli pubblicato all’interno del volume
“Scritture e libri della Sicilia cappuccina”,
curato da Giuseppe Lipari, per conto dell’Università
di Messina, pubblicato nel 2009. Nel libro vengono
presentati per la prima volta i regesti delle
pergamene conservate nella Biblioteca Provinciale di
Messina, assieme ad una raffinata indagine sul
paratesto delle edizioni cappuccine. Il contributo
della Naselli, dal titolo “La ‘Libraria’ dei
Cappuccini di Pozzo di Gotto”, prende in esame
la vicenda del convento, a partire dalla fondazione
nel 1623 fino alla soppressione avvenuta nel 1866.
La “Libraria” risulta esistente sin dal 1664, e dopo
la dispersione a seguito della soppressione del
convento, presenta un insieme di 292 opere
superstiti, per un totale di 380 volumi,
comprendenti un incunabolo, 14 cinquecentine, 95
seicentine, 176 edizioni del XVIII secolo e 6 volumi
stampati tra il 1801 e il 1824.
E’ uscito il numero 26 di
Luglio del quadrimestrale Milazzo Nostra,
pubblicato a Milazzo. La rivista, diretta da Bartolo
Cannistrà, si occupa di storia, arte, tradizioni e
natura della città del capo. In questo numero
articoli sulla battaglia garibaldina di Milazzo, i
grandi cantieri del ‘700, due vedute di Milazzo di
Letterio Subba, la ristampa di un articolo di
Domenico Ryolo sulla preistoria e protostoria di
Milazzo. (E-mail: milazzonostra@tiscali.it).
E’ stato pubblicato il secondo
numero di Terzo Millennio, rivista di cultura
a diffusione nazionale fondata e diretta da Carmelo
Aliberti, con redazione a Bafia di Castroreale. In
questo numero articoli di Giorgio Barberi Squarotti,
Elena Aliberti, Giuseppe Rando, Nicolas Violle,
Carmelo Aliberti, Giuseppe Marchetti, Jean-Igor
Ghidina, Gino Trapani, Bruno Sartori, Patrizia
Zangla, Andrea Zanghì, Paolo Ruffilli, Antonino
Famà, Lucio Zinna, Filippo Russo, Paola Colace
Radici, Giuseppe Stella, Mirella Genovese. (E-mail:
terzomillennio2009@tiscali.it).
L’ultimo numero della “Rivista
di Studi Italiani” (versione anche on-line
www.rivistadistudiitaliani.it),
a diffusione nazionale, è dedicato a “Futurismo
come attualità e divenire”. In essa sono presenti
una serie di articoli dedicati a vari aspetti del
movimento artistico, tra cui figura l’interessante
testo di Andrea Italiano intitolato: “Futuristi
nell’anima. Persistenze di un’avanguardia nel
territorio di Barcellona Pozzo di Gotto e dintorni”.
Nei Documenti di questo
mese presento un mio articolo sull’antica città di
Longane apparso nel 1984 sul Giornale dei
Misteri. Sulla localizzazione di Longane consiglio
la lettura dell’ottimo ed equilibrato studio
dell’archeologa messinese Rosalia Pumo pubblicato su
Paleokastro nel numero di Aprile 2003, e da
me recensito su Comunità di Luglio-Agosto
2003.
Documenti
(L’articolo che segue è stato
pubblicato sul numero di dicembre 1984 de “Il
Giornale dei Misteri”)

Il mistero dell’antica Longane
di Marcello Crinò
C’è un’antica città, nella Sicilia
orientale, risalente alla prima età del bronzo, e
quindi precedente alla colonizzazione greca, che ha
rappresentato per anni un autentico mistero per gli
archeologi, tanto che qualcuno l’ha definita
«evanescente». Infatti fino al secolo scorso non se
ne sospettava minimamente l’esistenza, finchè non
vennero scoperti (in circostanze poco note) un
caduceo bronzeo, ora conservato al British Museum di
Londra, simbolo presente nella cultura
fenicio-punica, su cui c’è incisa l’iscrizione «sono
l’araldo pubblico longanese», e alcune monete
d’argento coniate da Longane, del V sec. a.C., che
dimostrano l’importanza raggiunta dalla città in
quel secolo, con lo sviluppo della siderurgia. Le
immagini raffigurate nelle monete (testa di Heracles
e dio fluviale) confermano l’importanza in cui
veniva tenuto dai Longanesi il culto di Eracle, il
semidio protettore della siderurgia.
L’esistenza di Longane non era nota
prima di queste scoperte perchè gli antichi storici
non ne parlano. Da ciò si evince che la sua
scomparsa si avvenuta in tempi remoti (forse intorno
al V sec. a.C.) che gli antichi storici non hanno
fatto in tempo a ricordare, anche se sembra che in
alcuni passi di Erodoto si parli di questa «città
dei Siculi» che Scite voleva espugnare. Gli storici
parlano invece del fiume Longano «presso Mile» sulle
cui rive Gerone II di Siracusa sconfisse i Mamertini
nel 269 a.C. nella cosiddetta «Battaglia del Longano».
E’ ovvio che città e fiume dovevano essere
strettamente connessi. Ma la localizzazione di tale
«fiume Longano» non trova tuttora concordi gli
studiosi. Taluni ritengono trattarsi dell’odierno
Longano che attraversa Barcellona, mentre altri
ritengono che sia l’attuale Patrì, più ad ovest.
Negli anni ’50 alcuni scavi
archeologici, effettuati su Monte Ciappa, nel
territorio di Rodì-Milici (ad ovest di Barcellona)
dal sovrintendente alle Antichità della Sicilia
Orientale, prof. Bernabò Brea, ora direttore del
Museo archeologico di Lipari, e dall’ing. Domenico
Ryolo, ispettore onorario per l’Arte e l’Antichità
della provincia di Messina, misero in luce alcuni
resti, fatti risalire alla prima età del bronzo, con
sviluppi in epoca greca, di una poderosa cinta di
fortificazione. I due studiosi identificarono tali
resti con quelli dell’antica Longane, localizzando
in tal modo il vicino torrente Patrì con l’antico
Longano su cui si svolse la battaglia. Sembrava
quindi che il mistero del sito di Longane fosse
stato risolto. Ma nel 1974, l’architetto
barcellonese Pietro Genovese, dopo aver percorso in
lungo e in largo tutte le colline della zona,
scoprendo vari insediamenti preistorici e
protostorici, il 24 maggio di quell’anno scopre,
sulla sommità di Monte S. Onofrio (300 m. s.l.m.) a
Sud di Barcellona, un grosso centro fortificato
Sicano-greco, che ha poi identificato con l’antica
Longane, e quindi il fiume Longano menzionato a
proposito della battaglia non è altro che l’attuale
Longano, che ha dunque conservato il nome dai tempi
passati.
Il 13 luglio di quest’anno, patrocinata
dall’Amministrazione Comunale di Barcellona, l’arch.
Genovese ha tenuto una conferenza in cui ha
illustrato le sue scoperte, destinate a destare
scompiglio in campo archeologico. Il prof. Bernabò
Brea, pur ritenendo di notevole interesse le
scoperte del Genovese (ha prestato la sua consulenza
per la datazione dei reperti) non è ancora certo di
queste identificazioni, nonostante che la
Sovrintendenza abbia compiuto nel ’76 alcuni
interventi di ricerca.
Punto di partenza è stato uno studio
condotto dal Genovese sulla battaglia
dell’Artemisio, del 36 a.C. tra Ottaviano e Pompeo,
descritta da Appiano. Da tale studio è riuscito ad
individuare l’Artemision («un castello assai
piccolo», come scriveva Appiano), nella fortezza di
Monte S. Onofrio, realizzata dai messanesi tra il V
e il IV sec. a.C. nel corso delle guerre contro i
Siracusani. Qui sono stati trovati reperti della
prima età del bronzo, reperti ausonii, siculi,
ceramica del V sec. e reperti ellenistici e romani.
La costruzione è stata fatta utilizzando tutto il
materiale di demolizione delle case della
preesistente cittadina Sicula di Longane.
Il nome di Artemision è derivato al sito
dalla realizzazione in loco, dopo la battaglia del
Longano, di un tempietto in onore della dea Artemide
da parte dei Siracusani e degli alleati tindaritani
sui resti della torre meridionale. Prima il nome del
sito, secondo l’arch. Genovese era «Longane».
Sul muro di cinta meridionale dello
stesso castello raso al suolo, il nostro architetto
ha trovato uno statere d’argento emesso dalla città
di Anaktorion, dell’Acarnaia (Grecia) della fine del
IV-III sec. a.C., che attesta che all’epoca in cui
fu portato in loco il castello era già distrutto.
Il centro archeologico di Monte Ciappa,
dove negli anni ’50 era stata localizzata Longane, è
da ritenersi invece Mylae, il cui nome si è poi
corrotto nel medioevo in Milici, attuale nome del
luogo.
L’antica Milazzo era invece da
identificare con Nauloca (fino ad ora dalla
localizzazione incerta), nell’attuale zona portuale
di Milazzo, dove fino al ‘600 esisteva il porto
realizzato dai greci su un laghetto costiero
collegato al mare per il tramite di un canale. Le
alluvioni torrentizie hanno poi insabbiato tale
porto.
Il nome Milazzo invece sarebbe d’origine
bizantina, evolutosi da Mulaxos a Mulassu, a
Milazzo.
Un’ulteriore conferma a queste nuove
localizzazioni viene da un’altra scoperta dell’arch.
Genovese, e cioè che il torrente Patrì è l’antico
Melan.
Plinio scrive che presso Mylae si
situano delle sorgenti che inaridiscono d’inverno e
sgorgano d’estate formando un fiumiciattolo. Tali
sorgenti sono state localizzate ai piedi
delle rocche di Marro nell’alveo del Patrì, quindi
non lontano da Mylae la cui fortezza si situava,
come abbiamo visto, su Monte Ciappa. Secondo Ovidio
nell’ambito del Melan esistevano «pascula leta bovum».
Quindi il fiume dell’antica Longane, detto Longano,
altro non può essere che il torrente di Barcellona,
che peraltro anticamente, non essendo arginato,
scorreva liberamente nella pianura dove ora sorge la
città, ed il suo alveo era molto più largo rispetto
ad oggi.
BIBLIOGRAFIA
- Luigi Bernabò Brea, La
Sicilia prima dei greci, Il Saggiatore, rist.
del 1982 (I ed. 1958).
- Pietro Genovese,
Testimonianze archeologiche e paletnologiche nel
bacino del Longano, in «Sicilia Archeologica»,
anno X n. 33 apr. 1977, ed. Ente Provinciale Turismo
di Trapani.
- Adolfo Holm, Storia della
Sicilia nell'antichità, rist. dell’ed. Forni di
Bologna, 1965 (I ed. 1896-1901).
- Domenico Ryolo di Maria,
Longane città Sicana, e Luigi Bernabò Brea,
Città di Longane, in «Longane», ed. Bibl.
Comunale Popolare «Longane» di Rodì Milici, 1967.
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Il ritorno di
Garibaldi
Alla Città di Barcellona,
Se gratitudine dell’Italia intera meritano i prodi
che per essa spargono il sangue e disseminano le
loro membra sui campi di battaglia, anche le
popolazioni generose che s’impegnano con amore alla
cura dei nostri feriti meritano larga parte di
quella gratitudine.
La città di Barcellona
primeggia tra le care città della Sicilia che con
amore incomparabile raccolsero sui campi della
strage i nostri feriti e li consegnarono alle loro
case alle cure gentili e delicate delle loro donne.
Grazie sieno rese in nome
della patria italiana alla patriottica Barcellona. I
mutilati del nostro esercito, redenti nei loro
focolari, conteranno con riconoscenza ai loro
parenti le cure ricevute da quella generosa
popolazione. Messina, 6 agosto 1860. Giuseppe
Garibaldi.
(da: A. De Trovato e S.
Raccuglia, Barcellona Pozzo di Gotto, Tip. G.
Destefano, Ragusa, 1898, pag. 17. La lettera di
Garibaldi ai barcellonesi è stata pubblicata anche
dagli altri storici locali: Di Benedetto, Mazzei,
Rossitto e Cassata).
Nei primi giorni del mese di
luglio 2010 si è diffusa in città, anche attraverso
i social network, la notizia della scomparsa della
croce greca in ferro posta sul prospetto della
chiesa dei Basiliani. La notizia viene ripresa
dalla Gazzetta del Sud di domenica 4, con un
articolo del corrispondente Saverio Vasta. Continua
così il depauperamento dei beni culturali della
città e di uno dei suoi monumenti più importanti. Il
saccheggio dei Basiliani ebbe inizi intorno agli
anni cinquanta del secolo scorso (nel periodo in cui
la chiesa venne chiusa a seguito del crollo del
tetto), quando vennero sottratti da ignoti tutti i
beni artistici custoditi all’interno, compreso
l’unico ritratto di Eutichio Ajello (1711-1793), ed
è proseguito nell’estate del 1991 quando venne
rubato il pregevole tondo in marmo del Gagini posto
sul prospetto. Adesso la scomparsa della croce, che
non aveva valore economico, essendo una semplice
croce in ferro, ma valore storico e religioso, in
quanto era l’unica croce greca posta su una chiesa
di Barcellona, che rimandava al culto greco, quindi
alle origini della religione nel nostro territorio.
Il restauro previsto della chiesa e dell’annesso ex
monastero permetterà il ripristino della croce, di
cui esiste la documentazione fotografica.
Domenica 4, nella Sala del
Convento del Santuario di S. Antonio da Padova, con
ingresso dal bellissimo chiostro restaurato, dove di
recente sono emersi i resti di alcuni affreschi, a
cura dell’associazione “Ars Vivendi” è stato
presentato il libro di poesia e narrativa di Anna
La Rosa “Come foglie”. A condurre la serata è
stato Carmelo Coppolino Billè, che ha coordinato gli
interventi dei relatori e le letture dei testi. Anna
La Rosa, poetessa, scrittrice e pittrice, fa parte
del gruppo FilicusArte, da poco costituito tra
artisti e letterati di Barcellona e Milazzo. Vito
Natoli si è soffermato sugli aspetti della memoria,
del mito, dello spirituale presenti nell’opera della
poetessa. Giuseppe Anania ha analizzato la struttura
del testo articolata in cinque sezioni, dove si
parla della madre, della memoria, del rincrescimento
nei confronti di quanto di negativo avviene nella
società contemporanea, con l’auspicio verso un
cambiamento positivo. Infatti l’autrice ha spiegato
che il suo lavoro è un inno alla speranza. Giuseppe
Fontanelli, in un breve intervento fuori programma,
ha sottolineato la capacità della scrittrice di
cogliere in maniera incisiva le fasi della vita, il
sogno, le condizioni dolorose. Sono intervenuti
inoltre Valentina Piccolo, autrice del dipinto
pubblicato in copertina, e il frate francescano
Padre Paolino. Hanno letto i testi: Melania Amato,
Riccardo Quattrocchi, Tindaro Natoli.
Domenica 4 è scomparso a Roma
l’architetto Carlo Aymonino, nipote di
Marcello Piacentini. Nella nostra città si trova una
sua opera, un disegno su mattonella in ceramica
realizzata espressamente per il Museo delle
mattonelle Epicentro di Gala, fondato da Nino
Abbate.
Verso la metà del mese sono
finalmente cominciati i lavori di restauro del
villino liberty di via Roma. L’impresa che si è
aggiudicato l’appalto ha iniziato le operazioni
propedeutiche al restauro vero e proprio: recinzione
dell’area, ponteggi, pulitura del giardino. Nei
primi mesi del prossimo anno il villino dovrebbe
essere restituito alla fruizione di tutti i
cittadini, dopo decenni di abbandono, di
disinteresse e di incuria, nonostante il vincolo
della Soprintendenza. Venne solo rifatto il tetto,
come estrema misura di salvaguardia, dopo che si
erano quasi del tutto perduti i dipinti sulle volte
e le carte da parati con disegni floreali.
L’edificio, in pieno centro urbano, venne progettato
dall’ingegnere G. Ravidà nel 1909 per il barone
Foti. Per le sue qualità architettoniche e per le
decorazioni, il villino è ben presente nel volume
"Sicilia Liberty" (Flaccovio editore), un libro che
si avvale della prefazione di Paolo Portoghesi. Gli
autori, Eugenio Rizzo e M. Cristina Sirchia,
rammentano come "la peculiarità di questo villino
risiede nella decorazione in ferro che si dispiega
in tralci fioriti e assume i volumi di una scultura
in alcuni elementi portanti". L'edificio è
improntato ad una notevole simmetria, evidenziata
dagli alti pilastri centrali sui due prospetti
principali. Le decorazioni in ferro sono dovute ad
un abile artigiano locale, noto come "Giovanni u
Palummu".
Altri lavori in corso a
Barcellona riguardano la trasformazione dell’ex
pescheria di via Longo in centro di aggregazione
giovanile, così come i locali dell’ex centrale
del latte di Sant’Antonio.
La presenza di Garibaldi da
Barcellona il 19 luglio del 1860 per recarsi a
Milazzo per la battaglia del giorno dopo, è stata
ricordata domenica 18 con la performance teatrale
surreale “Passaggio di Garibaldi la vigilia della
battaglia di Milazzo”, organizzata dalla Pro
Loco e scritta da Gino Trapani con la regia di
Antonio Rizzo. La manifestazione si è snodata dal
“Chianu passu”, Piazza Francesco Crispi (ma ormai
sparita dalla toponomastica), dove c’è una lapide
che ricorda proprio il passaggio dell’eroe, fino
alla piazza San Sebastiano, sul palco allestito di
fronte allo storico Palazzo Fazio. Preceduto da un
carretto trainato da un cavallo, Garibaldi (Gino
Trapani) è giunto al “chianu passu” a bordo di
un’auto scoperta, rammentando la lettera inviata ai
Barcellonesi da Messina il 5 agosto 1860, e
proseguendo lungo la via Garibaldi, ha rievocato,
tra passato e presente, le vicende legate al nostro
territorio. A Piazza San Sebastiano si è svolto il
grosso dell’evento. Presentato dal “cerimoniere”
(Giuseppe Pollicina), ha dato spazio a Filippo
Rossitto (Antonio Rizzo, troppo sopra le righe, è
stato un Rossitto molto lontano dalla realtà), che
ha dialogato animatamente con Peppe La Maestra
(Giovanni Corica), singolare personaggio cittadino
degli anni cinquanta, mettendo in luce anche gli
aspetti discutibili di Garibaldi. Sono intervenuti
Luigi Sottile (Andrea Italiano), comandante della
“Guardia Nazionale”, Peppa Cannunera (Ina Mazza), il
sesto battaglione Garibaldi e il Gruppo Folk
Longano, che ha animato la “piece” teatrale con
musiche e danze. Il testo di Trapani ha evidenziato
anche collegamenti con l’attualità, ha sviluppato
le componenti ambigue di Garibaldi, e sono stati
fatti riferimenti all’attualità, come la mostra su
Garibaldi del barcellonese Emilio Isgrò a Marsala,
ed al libro “L’altro Garibaldi”, pubblicato diversi
anni fa, che ha messo in luce gli aspetti negativi
del personaggio.
Il 26 luglio il calendario,
oltre Sant’Anna e San Gioacchino, i genitori della
Madonna secondo i Vangeli apocrifi (protovangelo di
Giacomo e Vangelo dello pseudo-Matteo), ricorda
anche Santa Venera, il cui culto nel
barcellonese è molto diffuso, ed è documentato da
epoche antiche (XII secolo). Nella nostra città è
stata festeggiata nell’unica chiesa a lei dedicata,
nel quartiere di S. Venera del Piano, con
celebrazioni religiose. La leggenda locale sostiene
che Santa Venera sarebbe nata nella frazione di Gala
nel X secolo e martirizzata dai fratelli di
religione pagana che non ne avevano condiviso la
scelta mistica. Gli studiosi su Santa Venera hanno
una duplice posizione: alcuni sostengono trattarsi
della continuazione del culto di Santa Paraskevì,
diffuso in tutto l'oriente. Paraskevì significa
Venerdì, Haghia Paraskevì sta per "sacra
preparazione del Venerdì Santo"; per altri invece
quello di Santa Venera non è che la continuazione
cristiana del culto pagano della dea
Venere-Afrodite. Octavio Gaietano forse fu il
primo, assieme al Fazello qualche secolo prima, a
dare credito e risalto alla nascita di S. Venera a
Gala, raccogliendo nel XVII secolo a Castroreale la
leggenda della ragazza di nome Venera nativa del
luogo che sarebbe sta uccisa nel secolo X dagli
stessi fratelli che volevano darle marito nonostante
la sua riluttanza essendosi consacrata a Dio. Rocco
Pirri, nella sua Sicilia Sacra, senza prendere
posizione sul luogo di nascita, evidenzia come nel
diploma di Adelasia del 1105 si citi proprio la
"Spelonca di Santa Venera" nelle vicinanze del
Monastero di S. Maria di Gala presso Castroreale. Il
diploma del 1105 è il documento più antico che si
conosca che parli di questa grotta di S. Venera,
assieme a quello del 1100 che cita una grotta presso
Siracusa.
Infine recuperiamo una notizia
relativa al mese di giugno. A Santo Stefano di
Camastra, il 23 giugno, nell’ambito di una tavola
rotonda su Santo Stefano e i centri di produzione
ceramica del versante tirrenico messinese, è stata
aperta una mostra (a Palazzo Trabia Sergio) curata
dalla Soprintendenza di Messina, riguardante le
ceramiche di Barcellona P.G.: “Tipologie
ceramiche alle origini della produzione stefanese:
Barcellona e Pozzo di Gotto”, visitabile fino al
30 agosto. Nella mostra sono esposte le “quartare”
settecentesche ritrovate durante il restauro del
convento di S. Antonio di Barcellona. Nell’incontro
è stata resa ufficiale una circostanza che da
qualche tempo circolava nella nostra città: le
ceramiche di Santo Stefano di Camastra hanno
un’origine barcellonese. Infatti, da un atto
notarile del 1711, si apprende che il “magister”
barcellonese Domenico Lo Presti venne incaricato di
realizzare cento grandi giare a Santo Stefano. Per
evitare i danni dovuti al trasporto, decise di
impiantare una fabbrica in loco, dove in seguito,
data la presenza di argilla in zona, l’attività si
sviluppò notevolmente, mentre a Barcellona la
tradizione, una volta fiorente nella zona chiamata
appunto dei “quartalari”, ed a Pozzo di Gotto, si è
ormai perduta.
Documenti
(L’articolo che segue è stato pubblicato sul
settimanale “il soldo” del 7 maggio 1983).

Convegno a Barcellona
Le parole del mondo magico
di Marcello Crinò
«Magia e civiltà contemporanea» è stato
il tema discusso sabato 30 aprile presso la sede
della Corda Fratres di Barcellona. Relatore il prof.
Aurelio Rigoli, direttore dell’Istituto di scienze
antropologiche della facoltà di Magistero
dell’Università di Palermo.
Rigoli, nato nel ’33 a Palermo, si è
formato alla scuola di Giuseppe Cocchiara, a sua
volta allievo di Giuseppe Pitrè.
Lo scorso anno è stato l’artefice della prima mappa
dei beni etno-antropologici siciliani, realizzata
grazie alla collaborazione dell’Università di
Palermo.
Nella conferenza barcellonese Rigoli ha trattato in
primo luogo del significato di magia. «Cos’è la
magia?» si è chiesto. E’ un termine equivoco che ha
alle spalle una trama estremamente complessa, con
tutte le relative specificazioni. Alta magia,
cabala, ermetismo ecc. La magia, nelle civiltà
extraeuropee, è stata la prima forma del pensiero
umano. Per suo tramite è possibile dominare la
natura. Gli studiosi, analizzando le operazioni
magiche del mondo primitivo, notando che esse
possedevano una loro specifica logica, hanno
formulato due leggi: 1) Il simile produce il simile
(con un oggetto riproducente un qualcosa, è
possibile intervenire su di esso. Se l’immagine di
un uomo viene trafitta mortalmente, l’uomo
raffigurato morirà...); 2) La parte è in funzione
del tutto (in questo caso è possibile operare con un
oggetto che è stato a contatto con una persona, o
meglio, possedere una parte di un oggetto su cui si
voglia intervenire significa avere un certo potere
su di esso e sulle parti vicine all’oggetto).
Le parole del mondo magico, dice Rigoli, sono
pietre. Per questo c’è la necessità del «narrato»,
che si ritiene abbia il suo effetto. Se qualcosa è
già accaduta, accadrà di nuovo.
La magia è il tentativo dell’uomo senza
scolarizzazione di spiegarsi certi fatti. Essa è
quindi strettamente connessa a specificità
ambientali (condizioni di sottosviluppo ed
arretratezza economica). Correggendo queste
situazioni iniziali, la magia scompare. Ma a questo
punto Rigoli si chiede se è proprio vero. Questo
perchè si è avuto in tempi relativamente recenti un
totale passaggio e consumo di talune forme magiche
in ambiente borghese. La magia è quindi, secondo
Rigoli, un problema che l’uomo si porterà sempre
dietro. Possiamo razionalizzare la magia, ma non
l’uomo.
E’ seguito un intervento della prof.ssa Annamaria
Savarese, che ha presentato e commentato tre
documentari, realizzati dal regista prof. Luigi Di
Gianni.
Il primo, sulla possessione, è stato «girato» a
Serradarce, nel Salernitano, nel ’71, e riguarda il
caso di Giuseppina Gonnella, che ogni giorno, e da
molti anni, cade in «trance» e nel suo corpo si
manifesta il nipote Giuseppe, morto in un incidente
nel ’68. Questa donna è ormai al centro di un culto
sincretico, in cui religione e magia si intrecciano
strettamente, tanto che è stato edificato un tempio
analogo ad una chiesa cristiana.
«Il male di San Donato», che riguarda invece i
malati di mente e gli epilettici, è stato realizzato
nel Salento, dove ogni anno, il 6 e 7 agosto,
arrivano molte persone che cercano di guarire
tramite riti magici.
Infine, «La potenza degli spiriti» era incentrato su
Giuseppe Cipriani, 77 anni, che in Irpinia «toglie»,
attraverso pratiche magiche, gli spiriti a colori
che ne sono posseduti.
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Corso Garibaldi
Il 5 giugno 2010, all’ex Monte
di Pietà, l’associazione Genius Loci ha presentato
alla città l’articolato progetto per la conoscenza,
tutela e valorizzazione dei beni culturali di
Barcellona. Bernardo Dell’Aglio, presidente
dell’associazione, ha riassunto tutte le
sfaccettature dell’iniziativa intitolata “Il
Pozzo e l’Aquila”, che in pratica si sviluppa
attraverso degli itinerari turistico culturali
all’interno del centro urbano, visualizzati in un
pieghevole in corso di stampa, e vorrebbe operare in
sinergia con le altre strutture esistenti come i
musei, proponendo pure al Sindaco Candeloro Nania,
presente in sala, una visita guidata lungo il corso
Garibaldi con gli amministratori, per una visione
diretta del percorso. Si è soffermato sull’idea
della realizzazione del Museo di Storia Urbana e
del lavoro compiuto finora con le scuole. Argomento
approfondito dalla relazione di Rosita Dell’Aglio,
che ha evidenziato il rapporto tra scuola e beni
culturali, ricordando che la scuola, nell’educare i
ragazzi li deve sensibilizzare alla conoscenza ed
alla tutela dei beni culturali. Una maggiore
consapevolezza dei giovani dovrebbe evitare, o
ridurre, gli atti di vandalismo. Per una giusta
fruizione del nostro patrimonio artistico e storico
è necessaria una nuova realtà a Barcellona, quella
del Museo Urbano, che la Genius Loci è in grado di
allestire. Ha parlato in dettaglio delle esperienze
compiute dall’associazione con alcune scuole di
Barcellona (Bastiano Genovese e Nino Pino Balotta
salita Carmine) e della giornata Unesco Dess.
L’autore di queste note ha spiegato il significato
del “Pozzo e l’Aquila”, riconducendolo ad uno
scomparto dello stemma municipale, spiegando poi la
struttura dei due itinerari «Il “corso” della
storia» (via Garibaldi), e «oltre il “corso”» (le
altre strade principali secondo la direzione
mare-monti). Infine ha illustrato la struttura del
Museo di Storia Urbana, articolato in sei sezioni
principali che scandiscono le tappe della storia del
territorio, e sei di approfondimento. Andrea
Italiano ha relazionato sulle iniziative proposte
dall’associazione per celebrare l’Unità d’Italia,
cominciando dal 19 luglio, giorno in cui Garibaldi
attraversò la città alla vigilia della battaglia di
Milazzo e un convegno sui 150 anni dell’Unità
d’Italia. Ha poi illustrato le altre iniziative
collegate, come la mostra sulle opere d’arte del
tardo-manierismo a Barcellona, le fabbriche di
terrecotte, l’edilizia civile lungo la via
Garibaldi, per concludere con un convegno sulla
chiesa di San Giovanni, lo scrigno dell’arte
barcellonese. Nella sala sono state esposte le
schede esplicative dei beni culturali situati lungo
la via Garibaldi ed alcune prove di impaginazione di
documenti per il Museo.
L’associazione, negli ultimi
due mesi, ha realizzato due visite guidate
della città: il 14 maggio 150 studenti delle scuole
elementari di Tropea hanno visitato il centro della
città; lo stesso è avvenuto il 19 giugno con 100
adulti provenienti da Reggio Calabria. A seguito di
queste esperienze, gli esperti della Genius Loci
hanno potuto verificare “sul campo” i problemi e
studiato un itinerario del centro urbano specifico
per i turisti, in modo da poter essere effettuato a
piedi in tempi ragionevoli.
Ancora il 5, in simultanea,
nella Sala Vetri dell’Oasi e negli spazi aperti,
l’Accademia d’Arte Futura (collettivo artistico
sperimentale di ricerca), presieduta da Marika Famà,
ha presentato, con musica e performance, una delle
sette tappe della mostra di arti visive “Arte &
mistero” inaugurata a Terme Vigliatore il 17
aprile scorso con il “Primo convegno nazionale di
ricerche artistiche e parapsicologiche”. La
manifestazione “nasce con l’intento di coniugare la
ricerca performativa con la ricerca parapsicologica,
perchè in fondo il mistero e l’arte sono legati
indissolubilmente e la creazione artistica
costituisce sempre un affascinante ed insoluto
enigma”. La mostra, rimasta aperta fino al 13, si è
articolata nella sezione pittura “Ludus Trionphorum”,
incentrata su opere d’arte espressamente realizzate
sul tema dei Tarocchi (Christian Milone, Salvatore
Celi, Marilena De Stefano, Elena Vilardo, Giacomo
Oneto, Sebastiano Caracozzo, Marialuisa Sabato,
Alessio Fratini, Nino Gentile, Fabio Weik, Horus Ra,
Calogero Corrao, Giuseppe Bucolo, Dario Bottaro,
Rosita Bavetta, Carmelo Cacciola, Tania Triolo,
Clara Maffei, Ioana Irina Visan, Enrico Delfini,
Dora Mirabile, Mariarita Chichi), un “Omaggio al
Tarocco Siciliano Arcano Siculo” (Salvatore Pettineo,
Giuseppe Bartocci), una mostra fotografica sui
“Tarocchi del Simbolismo Reale” (Gianfranco
Coppolino, Luisa Siddi), una mostra di arti
multimediali dal titolo “Il quotidiano dei destini
incrociati” (Andrea Trimarchi), ed una mostra di
“Pittura Medianica” (Edna Magenga).
Domenica 6, in occasione della
festa del Corpus Domini, a Barcellona è stata
ripresa la tradizione degli altari lungo le
strade. Fino agli anni sessanta in ogni zona
della città nell’arco della settimana precedente il
giorno del Corpus Domini venivano allestiti degli
altari arricchiti con fiori, piante e drappeggi. La
tradizione è via via scomparsa per riapparire circa
tre anni fa, in tono molto minore, con un solo
altare, realizzato dall’architetto Luigi Lo Giudice,
cultore di antropologia e tradizioni popolari.
Secondo il pittore Iris Isgrò (Tradizioni e costumi
di Barcellona Pozzo di Gotto, 1997) la tradizione
degli altari interessava le otto sere antecedenti il
Corpus Domini, ed è stata soppressa nel 1965. Quest’anno
lungo la via Garibaldi di altari ne sono stati
realizzati due, uno ad opera proprio di Lo Giudice,
di fronte al palazzo Todaro-Pirandello in via
Garibaldi, l’altro poco avanti, in prossimità della
Posta di Pozzo di Gotto, dal signor Barchitta,
appartenente ad una confraternita pozzogottese.
L’altare dell’architetto, che ha sfruttato lo spazio
tra le doppie colonne dell’ingresso del palazzo
ottocentesco, era arricchito da una stampa di
Cristo dell’Ottocento e da un ostensorio in mollica
di pane proveniente da Salemi, dove esiste la
tradizione dei “pani”. Invece di fronte al negozio
di un fioraio, nella stessa via ma a Barcellona, il
titolare ha realizzato un tappeto di petali di
fiori, anche questo facente parte della tradizione
ed ancora in uso nella zona di Sant’Antonino. In
tarda serata la via Garibaldi è stata attraversata
dalla processione del Corpus Domini (nella foto),
partita dalla Basilica di San Sebastiano per
raggiungere il Duomo di Santa Maria Assunta,
incontrando quindi i due altari sul suo percorso.
Sabato 12, nella sala delle
conferenze della vecchia stazione si è parlato del
Libro, questo sconosciuto, nel corso di un
incontro organizzato dalla Corda Fratres, Museo
Cassata, Lions Club e Comune di Barcellona. A
relazionare sull’argomento, dopo i saluti di
Giuseppe Soraci, presidente della Corda Fratres, e
di Francesco Calderone, presidente dei Lions, è
stato il magistrato Franco Cassata, Procuratore
generale della Corte di Appello di Messina, qui in
veste di fine intellettuale cultore di libri. La sua
relazione ha toccato le varie sfaccettature in cui
si articola la vasta problematica legata al libro.
Intanto il ruolo fondamentale svolto dalla scrittura
per lo sviluppo della civiltà. Poi ha ribadito il
concetto che chi non legge è certamente un individuo
asociale, infatti non vive l’esperienza dei suoi
simili. Ampio spazio l’ha dedicato al concetto di
falso legato ai libri, con particolare riferimento
ad uno dei falsi per eccellenza del XX secolo: i
famosi Protocolli dei Savi di Sion, [ampiamente
raccontati nel Pendolo di Foucault di Eco], cioè il
“falso” progetto degli ebrei di conquistare il mondo
con la violenza, laddove i Protocolli hanno avuto il
ruolo di modificare il corso della storia,
scatenando la persecuzione degli ebrei. Infine si è
soffermato sulla scrittura come denuncia, ma
stavolta in senso lato, parlando della Cappella
Sistina di Michelangelo, che è di fatto un libro
aperto di contestazione, di eresia, un “momento
contestativo eversivo”, distante dalla volontà del
committente, Giulio II, quasi analfabeta, guerriero,
ecc. Nella Sistina comunque ci sono anche i libri,
precisamente nelle mani delle Sibille e dei Profeti.
Una bella relazione che ha appassionato e coinvolto
il pubblico presente.
Venerdì 18, nei giardini
dell’Oasi si è discusso dei problemi dell’I.P.A.B.,
un patrimonio della città, nel corso di
un’assemblea pubblica indetta da un gruppo di
comunità religiose e associazioni socio-culturali.
La serata, con grande partecipazione di pubblico,
moderata da don Salvino Raia, direttore dei
Salesiani, ha visto interventi volti a far conoscere
alla città la vicenda di questa Istituzione di
Pubblica Assistenza e Beneficenza, che oggi si
trova in difficoltà nonostante la gran quantità di
beni donati a suo tempo da varie famiglie di
benefattori locali (Bonomo, Munafò, Nicolaci,
Perdichizzi e Picardi), che hanno permesso, a
partire dal 1927, di far svolgere la propria
missione alle suore di via Regina Margherita. La
nomina del nuovo consiglio di amministrazione, resa
nota proprio il giorno dopo, fa ben sperare in una
svolta positiva dell’intera vicenda. Nel nuovo
consiglio sono state nominate persone di alto
profilo morale: l’avvocato Guglielmo D’Anna, il
notaio Felice Spinella, don Salvino Raia, il vice
prefetto di Messina Lucia Iannuzzi, e Gianni Silva
capo gabinetto dell’assessore regionale alle
politiche sociali. La città di Barcellona vanta una
lunga tradizione di benefattori che hanno
contribuito all’istituzione di alcune strutture
fondamentali, a partire dal Settecento, quando
Giovanni Spagnolo, col testamento del 1793, dispose
la realizzazione del Monte di Pietà. Nell’Ottocento
spicca la figura dell’industriale Giuseppe
Cutroni-Zodda (1819-1896), il quale a sue spese fece
costruire a Pozzo di Gotto il primo nucleo
dell’ospedale che porta il suo nome. Prima di allora
in città non esistevano ospedali, tanto è vero che i
feriti della battaglia di Milazzo del 1860 vennero
curati nelle chiese e nei conventi. Il Cutroni
inoltre fece riedificare la chiesa di Santa Maria
Assunta, nel 1859, danneggiata dal terremoto, e
ingrandire la chiesa di Gesù e Maria nel 1890. Nel
Novecento bisogna ricordare i coniugi Salvatore
Cattafi e Virginia Maria Teresa De Luca, che nel
1923, donando un loro edificio e parte del loro
patrimonio, permisero l’istituzione dell’Oratorio
Salesiano.
Lunedì 21, in occasione della
Festa Europea della Musica, organizzata dal
Comune di Messina assieme ad altri enti, nell’ambito
dei concerti dei giovani musicisti, al Vittorio
Emanuele si sono esibiti quattro alunni
dell’Istituto comprensivo ad indirizzo musicale
“Bastiano Genovese” di Barcellona, della classe di
pianoforte di Katia Pesti. Carmelo Mazzeo, Enrico La
Tella e Luciano Scarpaci, assieme alla fisarmonica
di Giulia Alesci, hanno proposto un concerto con
musiche di Mozart ed Astor Piazzolla. Il comprensivo
Bastiano Genovese, diretto da Salvatore Abbate, è
una scuola che si caratterizza per le molteplici
iniziative intraprese e per gli ottimi risultati
conseguiti alle manifestazioni alle quali partecipa.
Il mensile messinese “mag” del
mese di giugno ha pubblicato un articolo, a firma di
Maria Pia Albanese, dedicato alla collezione
faunistica di un personaggio barcellonese poco noto.
Si tratta del Grande Ufficiale Francesco Cambria,
fratello del più noto Generale Angelo Cambria
(1867-1932). Francesco Cambria, di cui la rivista
non riporta la data di nascita, possedeva una
collezione faunistica che alla sua morte, nel 1931,
fu donata dal fratello Angelo all’Università di
Messina. Venne inizialmente collocata in un locale
al piano cantinato del complesso universitario. Nel
1956 venne trasferita in via dei Verdi, prendendo il
nome di Museo Zoologico “F. Cambria”. Nel 1986 la
collezione fu collocata nei locali del Dipartimento
di Biologia Animale a Papardo. Successivamente, nel
2003-2005 i reperti rimasti vennero restaurati e
collocati nel Museo Storico-Scientifico della
facoltà di Scienze MM.FF.NN. dove è possibile
osservare i reperti attraverso una visita guidata.
Da notizie da me raccolte per
integrare questa scoperta (in parte tratte dal
mensile la città di giugno 2002, articolo di
Tindaro Bucca), la collezione faunistica in origine
era probabilmente collocata nel grande salone di
palazzo Caliri di via Garibaldi, costruito nel 1852
circa dal Cavaliere Mariano Cambria (sposato con
Flavia Nicolaci), padre di Angelo e Francesco. Alla
morte dei due Cambria, negli anni trenta, il palazzo
venne venduto a Mariano Genovese e al gioiellere
Benenati. Alla morte di Genovese passò alla figlia,
moglie del dottore Caliri, padre dei Caliri attuali
proprietari.
“Emilio Isgrò.
Disobbedisco. Sbarco a Marsala e altre Sicilie”
è il titolo del bel catalogo, appena pubblicato da
Silvana Editoriale, incentrato sull’ultima mostra
dell’artista barcellonese Emilio Isgrò, organizzata
a Marsala per l’anniversario garibaldino. Il volume
è aperto da un saggio critico di Sergio Troisi: “Le
Sicilie di Isgrò”, dove è ripercorsa tutta
l’attività dell’artista legata alla Sicilia, da
Gibella del martirio, all’Orestea di Gibellina, al
Seme d’arancia barcellonese. Seguono testi editi ed
inediti di Isgrò, foto di opere, biografia,
bibliografia ed elenco delle recensioni. Emilio
Isgrò a settembre sarà presente ad Instanbul,
Capitale europea della Cultura, con una grande
mostra antologica.
Documenti
(L’articolo che segue è stato
pubblicato sul mensile barcellonese “la molla” del
settembre 1986).

Inaugurato a mezzanotte il museo didattico d’arte
contemporanea
Un vecchio palazzo per l’arte di oggi
di Marcello Crinò
In mattinata si stava ancora installando
l’orologio nella torretta, ma la sera del 6 agosto,
a mezzanotte in punto, tutto era pronto per
l’apertura del Museo Didattico di Arte
contemporanea, allestito nel Palazzo del Monte di
Pietà, un vecchio edificio del ‘700 restaurato nel
quadro di risistemazione di tutto lo spazio occupato
dagli ex “portici” di Piazza San Sebastiano.
Reduce dalla “prima” di Didone al Teatro
Mandanici, una folla consistente ha così potuto
ripercorrere gli spazi interni del “Monte” ed
ammirare le opere esposte.
Dopo una ventina d’anni sono dunque
rinati due spazi importanti per la città. Il Teatro
Mandanici che prima sorgeva proprio accanto al Monte
di Pietà, e quest’ultimo, e quindi non a caso le
inaugurazioni sono avvenute lo stesso giorno.
Nel Museo Didattico, realizzato grazie
alla donazione di opere da parte di Fausta Squadriti,
commissario della Biennale di Venezia, sono raccolti
“multipli” di artisti del nostro secolo, che partono
sia dalle esperienze delle avanguardie artistiche
ormai largamente storicizzate come Vasarely, Bill,
Man Ray (è di quest’ultimo l’unica scultura del
museo), fino ai più recenti: Rotella, Scanavino,
Schifano, Isgrò...
“Dall’uno alla serie” è il titolo allusivo della
rassegna, allusivo per sottolineare che si tratta di
“multipli”, opere cioè riprodotte con tecniche
artistiche, principalmente la serigrafia, in un
certo numero di copie e regolarmente firmate e
numerate dall’autore.
Qualcuno del pubblico, nel visitare la mostra è
rimasto perplesso nel vedere che non si trattava, a
parer suo, di “originali”, ma oggi è ormai assodato
che la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte è
un’operazione artistica perfettamente lecita:
l’opera d’arte “riprodotta” non comporta una perdita
di qualità, bensì una desacralizzazione che
favorisce così una diffusione ed una fruizione
“laica” da parte della massa.
Parte di questi spazi del Monte di Pietà adibiti a
Museo è auspicabile che vengano anche utilizzati
come luogo di esposizione temporaneo di mostre, in
considerazione del fatto che il museo oggi non è un
luogo statico di esposizione, ma dinamico nella
misura in cui propone una varietà di esperienze e di
attività tendenti ad informare ed elevare il gusto
artistico del fruitore.
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Codici linguistici
Il successo contro i
Mamertini non fu immediato, ma un pò alla volta
Ierone riuscì a sottrarre loro il controllo della
valle del Simeto, nonchè di Alesa, Tindari e Abaceno
sulla (e rispettivamente, presso la) costa
settentrionale della Sicilia, ricacciandoli a
Messina, da dove si erano evidentemente alquanto
allargati. Notevole fu il successo conseguito da
Ierone sui Mamertini al fiume Longano, presso
Milazzo (269 ? 265/4 a.C.): dopo questa vittoria
egli assunse il titolo di basileus e, nel bene come
nel male, il lunghissimo regno di Ierone II (morto
nel 215) segnò in profondità la storia della Sicilia
greca.
(Domenico Musti, Storia Greca,
Laterza, 1989, pp. 785-786).
Giovedi 6 maggio 2010 è
scomparso il pittore barcellonese Tanino Manca.
L’avevo incontrato l’ultima volta in occasione della
sua mostra personale all’ex Monte di Pietà, nel mese
di dicembre dello scorso anno. Di professione
informatore scientifico, Manca si dedicava da sempre
alla pittura, in particolare preferiva lavorare con
l’acquerello, tecnica che gli permetteva una stesura
veloce e conferiva fluidità alle immagini. Aveva
lavorato anche con l’olio, ottenendo esiti notevoli.
I suoi soggetti preferiti erano soprattutto figure e
paesaggi africani, che ben conosceva dal vivo, visto
che si recava spesso nel continente nero.
Nell’ultima mostra aveva esposto pure delle piccole
sculture modellate in argilla, che trattava in
maniera veloce, come se stesse lavorando con gli
acquerelli.
Sabato 8, al Palacultura
Bartolo Cattafi, sono state presentate quattro
monografie storiche sulla Sicilia di Pippo Labisi
(nella foto), cittadino barcellonese ma catanese
di nascita. Personaggio multiforme, insegnante in
pensione, scrittore, poeta, dialettologo,
organizzatore culturale, Labisi nel corso della sua
vita ha scritto parecchi volumi su vari aspetti
della Sicilia. Tra questi ricordo con piacere un
testo su Noto e la sua gente, incentrato sulla
ricostruzione di Noto dopo il terremoto del 1693,
dove tra gli artefici figurano pure alcuni
architetti antenati del nostro personaggio. Dopo
l’introduzione di Pippo Galipò, che ha fatto da
moderatore degli interventi ed ha tracciato un
profilo di Labisi, sono intervenuti i professori
Salvatore Di Fazio, collaboratore culturale della
Gazzetta del Sud, e la figlia Lucia. I libri presi
in esame sono:”L’imperatore Federico II e la scuola
poetica siciliana”, Lessico e cultura popolare
agro-zoonimica”, La sicilia dai Greco Sicelioti ai
Normanni”, e “Anno 265 a.C., l’inizio della
decadenza della civiltà Greco-Siceliota”. I testi di
Labisi, hanno rammentato i relatori, vogliono
evidenziare eventi, fatti, che per la loro incidenza
è bene che siano conosciuti da tutti. Infatti lo
scopo di Labisi non è tanto di portare novità, nuove
scoperte, bensì di divulgare la cultura anche al di
fuori dei canali accademici e prendere come lezione
quanto gli antichi ci hanno lasciato.
Nell’intervento di Salvatore Di Fazio ampio rilievo
è stato dato alla Battaglia del Longano, avvenuta
nel 265 a.C. [per altri nel 269 a.C.] sulle sponde,
riferiscono Polibio e Diodoro Siculo, del fiume
Longano, certamente l’attuale Longano che attraversa
Barcellona, ma nella seconda metà del secolo scorso
al centro di una vivace disputa tra studiosi, in
quanto alcuni lo avevano arbitrariamente
identificato col torrente Patrì. Ma al di la della
disputa territoriale, la battaglia del Longano ebbe
un ruolo importante per la storia antica, in quanto
con essa iniziò la lotta tra Roma e Cartagine e le
guerre puniche. Sono stati affrontati pure i temi
relativi ai codici linguistici della cultura
popolare, del dialetto gallo-italico diffuso in
vaste aree della Sicilia, e di cui Labisi è un
attento studioso. Nel corso della serata, alla quale
hanno partecipato parecchi esponenti della cultura
della zona, un gruppo di amici di Labisi, facenti
capo al Movimento per la Divulgazione Culturale,
fondato da Pippo Messina, gli ha voluto donare una
targa ricordo. Parallelamente si è svolta una mostra
di pittura di opere dell’avvocato Biagio Catania,
pittore figurativo dai colori delicati. Tra le opere
un ritratto di Pippo Labisi. In conclusione Pippo
Labisi ha voluto ricordare che in una momento
storico in cui fioriscono conflitti etnici ed
ideologici, è bene rileggere la storia della Sicilia
per comprendere meglio le questioni controverse. E’
altresì importante salvaguardare il patrimonio
culturale del fiero popolo siciliano.
Il 13, nel Convento del
Carmine di Marsala, l’artista barcellonese Emilio
Isgrò ha presentato una mostra-installazione
dedicata allo sbarco dei Mille avvenuto proprio in
quella città. “Emilio Isgrò. Disobbedisco. Sbarco
a Marsala e altre Sicilie” è il titolo della
mostra che non vuole essere, ha dichiarato
l’artista, una dichiarazione contro il Risorgimento,
ma un netto rifiuto verso coloro che tradirono lo
spirito del momento. Isgrò, nella mostra curata da
Sergio Troisi, ha raccolto in un discorso omogeneo
tutte le sue opere dedicate alla Sicilia. La
Gazzetta del Sud gli ha dedicato un ampio servizio
nella pagina della cultura del 9 maggio,
ricordandone la nascita a Barcellona Pozzo di Gotto,
il trasferimento a Milano nel 1956, e definendolo
“uno dei più importanti artisti italiani viventi”.
Nei giorni successivi altre testate si sono occupate
della mostra: il Giornale di Sicilia con un servizio
di Giovanna Cirino, Rai Sicilia, la Repubblica.
Con il concerto dei vincitori,
selezionati nel corso di esecuzioni durate una
settimana, si è conclusa sabato 15, all’ex Monte di
Pietà, la dodicesima edizione del Concorso
Musicale Nazionale Città di Barcellona,
organizzato dall’associazione Musicale Placido
Mandanici nelle persone dei musicisti Antero Arena,
Maria Assunta Munafò e Teresa Salvato, col
patrocinio del Comune e la collaborazione dei
Conservatori. A partecipare alle varie sezioni in
cui si articola il premio sono stati in duecento,
provenienti da tutt’Italia. I vincitori hanno
eseguito in maniera egregia i brani musicali,
compresi alcuni pezzi abbastanza difficili di musica
moderna e contemporanea. Prima di dare i nomi di
tutti i vincitori, mi piace segnalare alcune
esecuzioni di brani che mi hanno favorevolmente
colpito. Intanto il bravissimo Marcello Enna, per
l’esecuzione del Trillo del diavolo di Tartini, poi
Mirea Zuccaro, che ha eseguito al pianoforte un
difficile brano del compositore albanese Feim
Ibrahimi (1935-1997). Ancora un altro brano per
pianoforte, del “folle-geniale” Rachmaninov, Etudes
Tableaux op. 39 n. 1 e 8, eseguito a memoria da
Diana Buscemi. Un brano di Enrique Crespo, autore
contemporaneo di musiche per trombone, eseguito con
estrema bravura da Tiziano Magnano. Le ormai note
gemelle Palazzolo, due giovanissime arpiste, che
hanno presentato una delicata “Siciliana” di
Ottorino Respighi. Assistere ad esecuzioni dal vivo
per arpa è difficile, due gemelle che le suonano
assieme credo sia rarissimo. Arriviamo al pianoforte
e violoncello, col duo Bonanno-Zanghì, due ragazze
bravissime, che hanno eseguito a memoria il
difficilissimo e bellissimo, nonchè straordinario,
secondo tempo delle Sonata op. 40 di Dimitri
Shostakovic, uno dei più grandi compositori del
novecento. Ed ancora il duo Pennisi-Lentini, sempre
pianoforte e violoncello, con un ottimo brano di
Brahms, dalla Sonata op. 38, in una esecuzione a mio
avviso resa molto moderna. Infine la Carmelo
Coglitore Dangerous Open Orchestra, una formazione
diretta da Carmelo Coglitore, autore del brano
oscillante tra la contemporanea e l’etno-jazz, con
vari sax, violoncello, contrabbasso e percussioni.
Bravissimi! I vincitori: Ilenia Musso, Iole
Rodolico, Marcello Enna, Massimo Piazza, Mirea
Zuccaro, Marco Mazzamuto, Salvatore Pino, Lucio
Brancati, Alex Guglielmo, Roberta Trentuno, Diana
Buscemi, Francesco Mazzei, Andrea Fallico, Tiziano
Magnano, Duo Giuffrida-Ciancio, Duo Gemelle
Palazzolo, Simona Bonanno, Duo Bonanno-Zanghì, Duo
Pennisi-Lentini, Quartetto Omnia Sax, Carmelo
Coglitore Dangerous Open Orchestra. Per la sezione
composizione sono stati premiati: Giovanni Salvatore
Puliafito, autore della composizione “Dalla
resurrezione nasce la missione”, e Antonio Paolo
Grioli, con la composizione “Scontro tra titani”.
Sabato 22, all’ex Monte di
Pietà, presentazione della raccolta di poesie “Forza
d’Ali”, di Giusy Contrafatto, organizzata
dall’associazione culturale “Dante Alighieri”.
Interventi di Franco Speciale (presidente
dell’associazione), Antonietta Amoroso (assessore
comunale alla Pubblica Istruzione), Lina La Mattina,
Stefania Patanè, Vitale Verri, Enza Pampallona e
dell’autrice. Nel corso degli interventi e dalla
lettura delle poesie emerge la figura della poetessa
Giusy Contrafatto come di una donna controcorrente,
in guerra contro i pregiudizi. Per la psicologa Enza
Pampallona la poetessa rappresenta l’archetipo della
donna selvaggia tratteggiato da Jung, e stabilisce
un paragone tra i lupi e le donne. Entrambi hanno
delle analogie: sono intuitivi, si occupano dei
piccoli, della famiglia. Le due specie sono state
perseguitate ingiustamente e considerate senza
valori. Per Vitale Verri, Giusy Contrafatto
rappresenta la vera immagine della donna siciliana
che affronta tutto con coraggio, che soffre e si
batte ad armi pari. Combatte l’ipocrisia, le sue
poesie sono contro la grettezza, mette l’amore al
centro della sua opera. Discendente del patriota
palermitano Rosolino Pilo (1820-1860), la poetessa,
come l’antenato, è una combattente che non scende a
compromessi. Infine Franco Speciale, partendo da una
citazione di Victor Hugo, ha rammentato che la
poesia non appartiene al poeta. Il poeta sa solo in
parte ciò che la poesia vuol dire (il concetto
dell’opera aperta e del ruolo dell’inconscio nella
creazione dell’opera d’arte). La lettura dei versi è
stata accompagnata da musiche eseguite al pianoforte
da Antonietta Nicastro, tra le quali un noto brano,
quasi iterativo, di Erik Satie (Gnonessienne) ed uno
tratto dalla colonna sonora di Shine. Buffet finale
con degustazione di vini siciliani.
Domenica 23 la città è stata
protagonista della prima edizione del trofeo
podistico “BarGo!”, organizzato
dall’”Associazione Koralis” in favore degli
alluvionati di Giampilieri. In serata la bella
conclusione con la musica. Sul palco allestito di
fronte al Monumento ai Caduti si sono esibiti vari
gruppi musicali, spazianti dal jazz alla musica
leggera fino alla musica etnica-popolare del gruppo
“Terre”. Quest’ultima formazione è composta Mario
Incudine (voce e chitarra), Franco Barbarino
(corde), Antonio Vasta (fisarmonica, zampogna),
Antonio Putzu (fiati), Pino Ricosta (basso),
Riccardo Laganà (percussioni), Emanuele Rinella
(batteria). Mario Incudine, il leader del gruppo, ha
coinvolto il pubblico con la musica etnica di
ricerca, che supera il concetto di musica popolare,
spaziando e rielaborando ritmi con l’uso di
strumenti della tradizione. Di “Terre” fanno parte
due nostri concittadini: Antonio Vasta e Antonio
Putzu (nonostante il cognome sardo). Un plauso a
tutti gli strumentisti, con un particolare
riferimento al virtuoso ed estroso Franco Barbarino,
in grado di eseguire e rielaborare brani anche di
musica classica con le sue varie chitarre.
La Battaglia del Longano è
riapparsa a fine mese con il progetto “Alla
ricerca dei due mari: dal Tirreno allo Ionio”
promosso dal Liceo Scientifico Statale “Enrico Medi”
di Barcellona, presieduto da Domenica Pipitò. Lunedì
31 si è infatti concluso il progetto incentrato
sull’anniversario della Battaglia del Longano (269
a.C.- 2009 d.C.), ideato e coordinato dal prof.
Alberto Genovese, a cui hanno partecipato
quarantadue alunni delle classi 1C e 2D. In
precedenza gli allievi avevano compiuto un attento
studio sulla battaglia e sul suo esito, ed una
visita sui luoghi del combattimento (frazione
Mortellito, fiume Longano). Nella ricorrenza della
battaglia hanno ripercorso un itinerario nel
territorio locale tra passato e presente, facendo
rivivere i luoghi dello scontro fra Siracusani e
Mamertini, e attraverso il trekking scolastico
hanno potuto apprezzare l'arte dei “quattro passi”
con un contatto più intenso con la Natura e con le
valli dimenticate dell'hinterland, riscoprendo paesi
e sentieri antichi. Lunedì gli alunni, con i
docenti, si sono radunati Castroreale e, rifacendo
il percorso degli antichi Siracusani, hanno
raggiunto a piedi la zona di contrada Margi, dove
nella tarda mattinata è avvenuto un incontro
simbolico, con una rappresentanza della Forestale,
fra i sindaci di Barcellona, rappresentato
dall’assessore Domenico Scolaro, di Castroreale,
Salvatore Leto, e di Mandanici, Armando Carpo, per
ricreare un ponte ideale fra i due mari siciliani.
Il trekking scolastico del Liceo Scientifico di
Barcellona, che ha avuto il supporto logistico
dell'Ispettorato Dipartimentale delle Foreste e
dell'Azienda Foreste Demaniali con i Distaccamenti
di Barcellona e Savoca, oltre al lato storico, ha
voluto dare risalto al patrimonio locale, facendo
riscoprire il vecchio tracciato di epoca greca tra
il Tirreno e lo Ionio, già oggetto di studio degli
onorevoli Franchetti e Sonnino nell'inchiesta sulla
condizione della Sicilia del 1876, e purtroppo
ancora oggi strada sterrata. Il ripristino ed il
completamento della stessa potrebbe rappresentare
un'occasione per una specifica opera di
salvaguardia-valorizzazione ambientale e di
promozione-sviluppo turistico per l'intera area
della provincia messinese.
Documenti
(L’articolo che segue è stato pubblicato sul
mensile barcellonese “la molla” del settembre 1986,
e fa parte di una serie di articoli di diversi
autori, dedicati all’inaugurazione a “cantiere
aperto” del Teatro Mandanici, avvenuta nel mese di
agosto del 1986, con lo spettacolo “Didone Adonais
Domine” scritto da Emilio Isgrò).

DIDONE/2
L’uso dello spazio scenico
di Marcello Crinò
E’ opportuno rilevare i modi di utilizzo
dello spazio scenico del nascente Teatro Mandanici.
Laddove il progettista, l’arch. Giovanni Leone ha
previsto un vuoto cilindrico dove situare il
palcoscenico, Perlini e Aglioti l’hanno fatto
diventare una vasca piena d’acqua, che ci rimanda al
“pozzo” di Gotto, elemento legato indissolubilmente
alla fondazione della città. Lo spazio scenico non a
caso è stato sormontato da una grande aquila che si
staglia sul fondo, che compare e sparisce, la stessa
aquila presente nello stemma municipale.
E sulla vasca riempita d’acqua si
situano le strutture sceniche polifunzionali, quello
che nel teatro tradizionale è il palcoscenico dove
si svolge l’azione, ed ancora attorno alla vasca una
corona circolare, un anello, altra parte di
palcoscenico, metà in cemento e metà a tavole, da
dove attraverso un “taglio” rettangolare sbuca
Didone.
Una scenografia quindi di concezione
estremamente moderna, come d’altronde c’era da
aspettarsi da Antonello Aglioti (scenografo) e Memè
Perlini (regista) dati i loro precedenti lavori
teatrali-cinematografici. Hanno dunque saputo usare
sapientemente questo Teatro-cantiere che è stato
sottolineato, è abbastanza singolare nel panorama
regionale. Solo la città di Sciacca può vantare un
teatro, ancora in costruzione, opera di Giuseppe
Samonà, di concezione moderna anche se completamente
diverso dal Mandanici.
Com’è stato evidenziato anche nel
seminario sulla drammaturgia degli spazi aperti, il
nuovo Mandanici è una sorta di teatro greco coperto,
ma non necessariamente chiuso, tant’è vero che
attraverso la parete di fondo attualmente aperta,
spuntano gli alberi della Villa che fanno da scena,
da fondale naturale all’azione teatrale, e che si
mischiano alle luci della città e delle automobili
che la percorrono.
Quindi un teatro strutturalmente diverso
nella concezione, che ha giustamente “sopportato” il
testo di Isgrò, stimolandone la messinscena e l’uso
spaziale dello stesso. Basti pensare al luogo in cui
stavano “i visillanti”, quasi in disparte, ma
frontalmente all’attore che declamava i nomi dei
barcellonesi, o il fondale semovente, una sorta di
sipario portato sul fondo, o la possibilità per gli
attori di stare in mezzo al pubblico, e sedere alla
fine sulle gradinate assieme ad esso, idea non nuova
ma sempre affascinante, questo confondersi del
pubblico con gli attori, quasi una identificazione
tra il teatro e la realtà, e che ha sviluppato le
premesse per la ristrutturazione del Teatro Fossati
di Milano.
L’elemento di novità, “l’evento” anche
curioso se vogliamo, uno spettacolo cioè che si
svolge in un teatro non ancora finito, ha preso in
contropiede tutti coloro che si aspettavano una
inaugurazione tradizionale, magari con un “bel”
testo già “canonizzato” ed ha fatto sì che la città
rimanesse coinvolta al di là di ogni aspettativa, e
la risposta del pubblico, ampiamente positiva ci fa
presagire un buon futuro per le sorti teatrali di
Barcellona Pozzo di Gotto.
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Sacro, profano,
barocco, liberty
Il 2 aprile 2010 la città,
com’è tradizione da alcuni secoli, è stata
attraversata dalle due processioni del Venerdì
Santo (per le notizie storiche rimando i lettori
agli Eventi del mese di aprile 2008, col titolo:
Dramma sacro). L’una è partita dal Duomo di S. Maria
Assunta di Pozzo di Gotto, l’altra dalla chiesa di
San Giovanni, per incontrarsi in serata sulla
copertura del torrente Longano, che segnava
anticamente il confine tra i due centri unificatisi
nel 1836. Nonostante l’unione dei due centri, la
città ha mantenuto due distinte e simili
processioni, che ne fanno probabilmente un caso
unico. Quest’anno, per meglio coordinare le
manifestazioni legate alla Settimana Santa e per
valorizzare il territorio, l’Amministrazione
comunale ha promosso l’istituzione della
“deputazione permanente”, dove sono presenti i
responsabili delle Confraternite, i cantori di “visilla”,
i “patrocinatori” delle varette, padre Tindaro
Jannelli vicario foraneo e il presidente della Pro
Loco Gino Trapani. Il risultato di questo
coordinamento s’è visto sul ponte Longano. Le due
processioni si sono fermate, le vare, che in
prevalenza si rifanno al gusto manierista e barocco,
sono state ruotate di novanta gradi in modo da
fronteggiarsi e confrontarsi, e tra due ali di
folla si sono intrecciati i canti dei “visillanti” e
la musica leggera delle vicine bancarelle. Le due
comunità hanno avuto un momento di vero incontro sul
luogo che anticamente segnava il confine tra i due
centri ed ha fatto si che nascessero e si
sviluppassero le due processioni.
Giorno 4, Domenica delle
Palme, nella Piazza delle Ancore, il Gruppo
Giovanile Parrocchiale di Calderà, con il
patrocinio dell’Amministrazione Comunale, ha messo
in scena “Storia di tre giorni” (nella foto),
dramma sacro che ripercorre la passione di Gesù
Cristo. Lo spettacolo, che si rinnova ogni anno, a
partire dal 2003, con l’interruzione dello scorso
anno perchè c’erano i lavori si sistemazione della
piazza, doveva svolgersi la Domenica delle Palme, ma
il forte vento ha costretto gli organizzatori a
spostarlo di una settimana. Scritto da Andrea
Italiano, ed interpretato da attori locali, il
dramma sacro quest’anno ha sfruttato la nuova
sistemazione della piazza di Calderà, dove sono
state allestite le scenografie e gli apparati
tecnici. Il folto pubblico ha mostrato di apprezzare
lo spettacolo, a tal punto da addossarsi fin sotto
le scenografie, ed anche dietro il palco, creando
non pochi problemi ai “soldati romani”, che hanno
dovuto effettivamente fare servizio di ordine
pubblico.
Venerdi 9, in vista del
prossimo restauro del villino liberty di via Roma,
la Pro Loco “Alessandro Manganaro” e
l’Università della Terza Età, col patrocinio del
Comune, hanno organizzato un convegno sul tema “Il
Liberty a Barcellona Pozzo di Gotto tra innovazione
e tradizione”. A relazionare si sono alternati
il professore Gino Trapani e gli architetti
Mimmarosa Barresi, Daniela Celi e Pippo Perdichizzi,
i quali hanno affrontato l’argomento con tagli
diversi: la cultura dell’armonia e il rispetto delle
regole, l’architettura della città tra ‘800 e
‘900, il cimitero comunale, le risorse del
territorio, arte e programmazione. Parallelamente è
stata aperta una mostra fotografica sul Liberty a
Barcellona, rimasta aperta fino al giorno 18.
Quello dei poeti è un mondo
estremamente variegato, dove convivono vari modi di
esprimere i propri pensieri. Pensavamo questi
seguendo la sera dell’11 la premiazione del XII
incontro di poeti “On. Nino Pino Balotta”,
organizzato dall’Accademia Artistica Musicale,
presieduta da Felice Mancuso. Tra i poeti che si
sono alternati sul palco dell’ex Monte di Pietà
abbiamo visto un poeta contadino, una poetessa
misticheggiante, poesie in rima rigorosa, buone
poesie... Il premio per la poesia dialettale è stato
assegnato a Giuseppe Motta, mentre per la poesia in
lingua a Maria Morganti Privitera. Gli altri premi e
menzioni sono stati assegnati a Rosario D’Antoni,
Rocco Amato, Soccorso Parisi, Maria Chiaramonte,
Rosa Ferraro, Mek Zodda, Titti Crisafulli, Maria
Antonino Parisi, Antonino Isgrò, Anna La Rosa,
Francesco Gitto, Domenica Luisa Tomarchio, Giuseppe
Giunta, Carmelo Maimone, Concetta La Torre, Teresa
Ferraro Vadalà, Carmelo Buccheri, Liborio Erba,
Adalberta Sinigallia, Daniela Barresi, Fiorina
Gazzarra Bisazza, Girolamo Squadrito, Salvo
Rotuletti e Riccardo Quattrocchi. La serata è stata
condotta da Felice Mancuso, coadiuvato da Graziella
Garofalo e Domenica Recupero.
Sabato 10, all’ex Monte di
Pietà, si è svolta l’assemblea dei soci
dell’associazione Genius Loci nel corso della
quale è stato eletto il nuovo direttivo. E’ stato
confermato quello uscente ed ampliato con tre nuovi
componenti. Presidente è stato designato Bernardo
Dell’Aglio, affiancato da Daniela Motta
(vicepresidente), Andrea Italiano (segretario),
Marcello Crinò (coordinatore), Franco Caliri, Rosita
Dell’Aglio, Roberto Iraci, Luigi Lo Giudice, Alfonso
Gelo, Giuseppe Messina e Salvatore Abbate.
L’obiettivo della Genius Loci è quello di
valorizzare e far conoscere il patrimonio storico,
artistico e culturale della città e dei personaggi
che hanno contribuito, e continuano a contribuire,
alla sua crescita.
Venerdi 23 è stata celebrata
la giornata mondiale del libro e del diritto
d’autore. Per l’occasione la Biblioteca giovani
Oasi, diretta da Antonella Saia, con la
collaborazione del Comune, ha organizzato, per il
quinto anno consecutivo, Spazi Lib(e)ri, una
serie di eventi nell’arco di quattro giorni, da
giovedi 22 a domenica 25, che hanno spaziato da
incontri per i lettori più piccoli, le “Storie
piccine”, letture ad alta voce per la primissima
infanzia con lettrici volontarie e il cantastorie
Mario Giuliano, all’incontro “Nati per leggere: un
modello di crescita per la società di domani”, fino
al coinvolgente concerto dell’orchestra Oikoumene la
sera del 24 nel Teatro dei Salesiani.
Quest’orchestra messinese, composta da giovani con
disagio psichico e/o mentale, diretta da Massimo
Diamante, ha proposto la "Vera storia di un Libro e
dell'Orchestra che lo svegliò", con brani classici
(di Grieg, Musorgskij e Gershiwin) arrangiati in
maniera oscillante, a nostro parere, tra
l'espressionista e il dissonante, e voce recitante,
un po’ alla “Pierino e il lupo” di Prokofiev Si
tratta di un’esperienza unica in campo nazionale,
che segue percorsi di Musicoterapia Orchestrale
secondo il metodo ideato dalla Cooperativa Esagramma
di Milano. Infine, ancora musica per la chiusura
delle iniziative, con “Tutto Beatles”, a cura di
Eugenia Bavastrelli e Peppe Alesci nella sede della
Biblioteca Oasi, all’ex Monte di Pietà.
Anche il circolo ARCI,
assieme alla libreria Gutenberg, sabato 24 ha
ricordato la giornata del libro con un incontro al
Centro per la pace dell’Arci a Portosalvo: “Più
libri, più liberi!”. Autori e lettori insieme
per dimostrare l’amore per il libro, che vogliono
vederlo nelle mani di tutti, per ricordare che il
libro non ha perso la battaglia contro il mondo
dell’immagine e che può essere uno strumento di
crescita culturale.
Negli stessi giorni si è
svolta la Settimana della cultura (dal 16 al
25) organizzata dalla Regione Sicilia. La città di
Barcellona non è stata coinvolta più di tanto.
Venerdi 23 è stata riproposta al Liceo Valli la
conferenza sul Liberty a Barcellona già tenuta
all’UTE, mentre il Museo Cassata è stato inserito
tra i musei visitabili gratuitamente. Forse è poco,
per la seconda città della provincia!
Grazie alle nuove tecnologie è
possibile oggi recuperare e divulgare dei documenti
quasi perduti, di difficile reperimento. Nella
fattispecie il musicista Masino Aricò ha
rintracciato su Youtube, e l’ha fatta circolare
attraverso Facebook, un’incisione del tenore
catanese Giuseppe di Stefano riguardante “A la
Barcillunisa”, un tipo di canto popolare così
chiamato dagli etnomusicologi perchè diffuso proprio
nella zona di Barcellona. Venne raccolto e
pubblicato per la prima volta nell’ottocento
dall’etnomusicologo Alberto Favara, e probabilmente
Di Stefano attinse a questa pubblicazione per
incidere il canto negli anni quaranta del secolo
scorso.
Documenti
(L’articolo che segue è stato
pubblicato sul mensile barcellonese “la molla” del
maggio 1986).

La pubblicazione postuma delle ricerche di Carmelo
Biondo
Quelle chiese antiche e sconosciute
Presentazione di Alessandro Manganaro
di Marcello Crinò
Sono state pubblicate postume le ricerche di padre
Carmelo Biondo sulle chiese di Barcellona (Carmelo
Biondo, Chiese di Barcellona Pozzo di Gotto,
Grafiche Scuderi, Messina, 1986, pp. 198, lire
18.000).
Si tratta di materiale in parte già
edito sul Bollettino Ecclesiastico Messinese, che ha
avuto una diffusione limitata, quasi per “addetti ai
lavori”, mentre un’altra parte è completamente
inedita ed era ancora in fase di elaborazione quando
nel 1979 è avvenuta improvvisa la scomparsa di padre
Biondo, che ha reso impossibile il completamento del
lavoro e quindi la storia di alcune chiese è rimasta
incompleta. L’opera, che è stata pubblicata per
volontà del fratello prof. Nino Biondo, ha avuto
come coordinatore il prof. Gino Trapani, che ne ha
scritto anche la prefazione.
Questo lavoro viene ad integrare molte
cose che mancano nelle opere di altri studiosi
locali, e colma quindi una grossa lacuna sulla
storia di Barcellona, che presenta ancor’oggi molti
punti oscuri, e che non può prescindere dalla storia
delle sue chiese, visto che i vari nuclei che hanno
poi dato vita alla città si sono sviluppati attorno
ai luoghi di culto.
E’ questa una storia affascinante, che
va indietro nel tempo, fino al VII secolo, epoca di
fondazione della chiesa di Centineo, di S. Maria
dell’Itria e della prima chiesetta del monastero dei
Basiliani di Gala.
Una storia per certi versi completamente
nuova, visto che si basa su documenti d’archivio
delle varie parrocchie consultati da padre Biondo e
che getta nuova luce su tanti aspetti poco noti del
nostro passato.
Veniamo così a conoscenza di fatti
sorprendenti, come per esempio, la presenza della
Chiesa degli Agonizzanti esistente dietro il vecchio
Duomo di S. Sebastiano [in realtà era posta
lateralmente, n.d.r.], e che poi è stata messa
in comunicazione ed inglobata da quest’ultimo, o
della chiesa di S. Agata, di cui non si conosce
neppure il luogo dove sorgeva.
La presentazione pubblica del libro l’ha
fatta il prof. Alessandro Manganaro, nella sala
della Biblioteca Comunale, alla presenza dell’avv.
Enzo Amato, assessore alla Pubblica Istruzione del
Comune di Barcellona, che ha patrocinato la
manifestazione, e di Gino Trapani, coordinatore del
materiale pubblicato.
Per Manganaro l’opera è una vera miniera
di informazioni e di notizie, ma che purtroppo manca
di organicità e soprattutto è un pò carente la parte
critica. Però già così è utilissima per effettuare
ulteriori studi e ricerche, anche se molti dati sono
discordanti tra loro e il lettore dove fare un
lavoro critico di lettura di essi. E si è soffermato
su alcuni problemi che il libro involontariamente
solleva, come la questione del progettista del nuovo
Duomo, se si tratta cioè dell’ing. Barbaro o
dell’arch. Broggi, o l’origine locale di S. Venera.
Manganaro si è soffermato anche sulle
distruzioni delle chiese e del patrimonio artistico
avvenute nel corso del tempo. Perchè la storia delle
chiese della nostra città è fatta anche di
distruzioni più o meno selvagge, perpetrate ai danni
delle chiese, soprattutto delle più antiche, ed al
patrimonio in esse contenuto, di cui nel libro
vengono forniti due elenchi: il primo delle opere
ancor oggi esistenti (una novantina), ed un altro di
quelle scomparse (29 voci).
Ma una buona notizia per la tutela degli
antichi monumenti locali l’ha comunicata l’assessore
Amato: l’amministrazione Comunale ha chiesto alla
Sovrintendenza il vincolo per la salvaguardia del
tempio di S. Venera e per il monastero Basiliano di
Gala.
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Comunicare senza
aggredire
Il 5 marzo 2010 all’ex Monte
di Pietà, ormai divenuto il luogo principale degli
eventi culturali cittadini, la FI.DA.PA.,
l’Università della Terza Età e l’Associazione
Orchestra da Camera di Messina hanno offerto al
pubblico barcellonese un concerto del Duo
Bertolini-De Vinco. Due musicisti avellinesi dal
valido curriculum che spazia, per Raffaele Bertolini,
da registrazioni per la Radio Vaticana e Radiotre
Rai, fino all’incisione di musiche di Mozart che
prevedevano il clarinetto, e per Antonella De Vinco
dal perfezionamento con Franco Medori e Boris
Petrushansky, con vasta attività concertistica in
Italia e all’estero. Nel corso del programma hanno
eseguito musiche di Rossini, Milhaud, Marco Reghezza,
Alberto Cesaraccio, Benny Goodmann, Astor Piazzolla
e Morricone, portando un guizzo di modernità e di
qualità di cui spesso si sente la mancanza.
E’ stata ancora la FI.DA.PA,
domenica 7, all’ex Capannone della Stazione, ad
organizzare l’incontro con Benedetta Craveri
(nella foto), in occasione della festa della donna.
La Craveri, nipote di Benedetto Croce, figlia di
Elena Croce, sposata con Masolino D’Amico (critico
teatrale e anglista) scrive su Repubblica e sul New
York Reviev of Books, collaboratrice negli anni
passati di Spaziotre, prestigiosa rubrica culturale
di Radiotre Rai, dove le conversazioni dei
conduttori su argomenti culturali venivano alternate
con brani di musica classica. “E’ stata una bella
esperienza – ci ha confermato prima dell’inizio
dell’incontro – con direttore Enzo Forcella. Gli
altri conduttori del programma erano Corrado
Bologna, Pierluigi Battista, Antonio Gnoli... ed
tanti altri, una fucina dalla quale uscì una
generazione di validi giornalisti e personalità
della cultura”. E, aggiungiamo noi, una
generazione di ascoltatori formatisi culturalmente e
musicalmente attraverso le onde di Radiotre. Pina
Freni, presidente della FI.DA.PA., nell’introdurre
la serata ha evidenziato come l’incontro con
Benedetta Craveri sia un vero e proprio evento per
la città, così come lo ha sottolineato la
vicesindaco Antonietta Amoroso. Maria Ciancitto,
presidente del distretto della FI.DA.PA. ha portato
il proprio saluto, mentre un profilo della
scrittrice è stato tracciato da Pina Rando,
ricordando le sue origini familiari, la laurea in
Lettere con Giovanni Macchia e l’attività
accademica: docente di letteratura francese al Suor
Orsola Benincasa di Napoli, autrice di saggi su
scrittrici francesi, come La civiltà della
conversazione e la riedizione del romanzo di
M.me de Duras Ourika. Tutti libri pubblicati
da Adelphi. Il dibattito è stato animato da
riflessioni e domande di Pina Coppolino, Zina
D’Amico, Mirella Genovese, Nella Mirabile e Maria
Fabbiani, e da studentesse del Commerciale e del
Classico. “Tutti i miei libri – ha detto la
Craveri – hanno per protagoniste le donne e la
civiltà letteraria del sei-settecento francese. Un
periodo in cui per la prima volta si riflette sulla
comunicazione, su come vivere insieme e comunicare
senza aggredire chi la pensa in modo diverso. Questo
sta alla base della civiltà di oggi”. Il libro
su cui si è incentrato il dibattito, Ourika,
è stato scritto da un’autrice francese vissuta tra
settecento e ottocento, e narra la vicenda di una
bambina di due anni di colore ed orfana sradicata
dalla sua terra natale, il Senegal, e portata in
Francia, dove vive una dolorosa condizione in quanto
diversa per il colore della sua pelle. Nel corso
della serata è stato assegnato il Premio “Donna
Fidapa” oltre che a Benedetta Craveri, a Suor
Francesca Bertino, Nica Calabrò e Antonella Porcino,
donne che operano nel campo della solidarietà e
dell’imprenditoria e che hanno espresso appieno lo
spirito che anima la Fidapa.
Il 22 marzo abbiamo
riascoltato con piacere la voce della Craveri a
Radiotre, ospite del programma di libri Fahreneit,
dove ha parlato proprio di Ourika e de La
civiltà della conversazione.
Domenica 21, presso l’Oratorio
Salesiano, è stato presentato il libro “L’opera
Salesiana a Barcellona” (La Grafica Editoriale –
Edizioni Di Nicolò, Messina) dove l’autore, Don
Santo Russo, originario di Montalbano Elicona,
economo e Rettore della chiesa dell’oratorio nel
2007-2008, ha raccolto, in una sorta di “indice
essenziale”, come lo definisce lui stesso, tutta la
vicenda dell’istituzione Salesiana a Barcellona sin
dalle origini, che risalgono al 1923. In apertura
riporta le notizie sugli artefici della venuta dei
religiosi fondati da Don Bosco, e cioè l’arciprete
Nunziato Bonsignore, Don Michele Rua, primo
successore di Don Bosco a cui si rivolse Bonsignore
per l’istituzione dei Salesiani in città, i coniugi
Salvatore Cattafi e Virginia Maria Teresa De Luca,
che donarono il primo edificio e parte del loro
patrimonio, Don Filippo Rinaldi, terzo successore di
Don Bosco che decretò l’apertura della Casa
Salesiana, intitolandola a S. Michele Arcangelo, ed
infine l’arcivescovo di Messina Angelo Paino e Don
Giovanni Segala, Ispettore dei Salesiani in Sicilia.
Il libro prosegue con la storia vera e propria dei
Salesiani, con foto d’epoca dei momenti più
significativi di questa importante istituzione, che
nel corso di ottantasei anni ha formato tantissimi
cittadini nel campo religioso, civile e sociale,
togliendoli dalla strada, aggregandoli anche
attraverso lo sport ed il teatro. Aiutandoli nel
periodi difficili del dopoguerra, fornendo ai
bambini più bisognosi un pasto caldo ed un punto di
riferimento sicuro. Importante anche il ruolo svolto
dall’Unione degli Exallievi, istituita nel 1935, in
quanto i componenti forniscono un importante
collaborazione con i Sacerdoti. Molti di loro,
stimati professionisti, occupano posti di
responsabilità nella vita civile. L’incontro di
presentazione del libro, coordinato da Maria Rosa
Naselli, ha visto interventi dell’attuale direttore
Don Salvino Raia, di Felice Spinella e Franca Torre,
presidenti dell’Unione Exallievi, del Sindaco
Candeloro Nania, dell’autore del libro Santo Russo,
dell’editore Costantino Di Nicolò, di Cettina
Visconti consigliere F.S.P. e di Don Enzo Giammello,
Delegato Ispettoriale. Infine hanno portato le
proprie testimonianze ed i loro ricordi tutti i
direttori ancora viventi che si sono succeduti a
Barcellona: Rodolfo Di Mauro, Rosario Callari,
Giovanni Costa, Salvatore Di Benedetto e Angelo
Calabrò, l’unico di origine barcellonese, formatosi
proprio in questo oratorio. Nel foyer del teatro è
stata allestita inoltre una mostra fotografica
illustrante la storia dell’oratorio, che va ad
integrare le immagini del libro.
Sabato 27, nella sala
dell’Università della Terza Età, il professore
Nino Bilardo ha tenuto una conferenza su “Aspetti
del Manierismo Meridionale. Michelangelo Naccherino
tra Calabria e Sicilia”. Il Naccherino fu uno
scultore fiorentino allievo del Giambologna, nato
nel 1550 e morto a Napoli nel 1622, città dove operò
per cinquanta anni. In Sicilia troviamo tre opere
certe: due sculture nella fontana di piazza Pretoria
di Palermo: il Papireto e la Naiade, e forse altre
non firmate nella stessa fontana, e la Madonna col
Bambino nella chiesa di S. Agata di Castroreale.
Quest’ultima, come provano i documenti ritrovati
negli anni settanta del secolo scorso, dimostrano
che l’opera venne acquistata a Napoli dalla
Confraternita di S. Agata, ma probabilmente era
inizialmente destinata alla Spagna, nella
fattispecie commissionata da Filippo II. In Calabria
sono tre i lavori del Naccherino: una Maddalena a
Morano Calabro, un San Francesco a Tropea, assieme
ad altre due statue forse di un collaboratore, ed
un’Immacolata a Stilo. Le opere di Naccherino sono
intrise di una forte componente pietistica. Bilardo
ha fatto notare come lo scultore fosse abbastanza
“bigotto”, e questo ha gettato una “macchia” sulla
sua vita. Infatti, quando si trovava a Napoli,
accusò, seppur involontariamente, il suo antico
maestro di essere poco religioso, di non andare a
Messa, di mangiare la carne nei periodi vietati
dalla Chiesa... Questo fece si che l’Inquisizione si
occupasse del Giambologna, che evidentemente non
venne colpito, in quanto continuò tranquillamente la
sua attività fino alla morte.
La professoressa Tanina
Caliri, per conto dell’U.T.E. ha ricordato il ruolo
svolto da Bilardo per la storia e l’arte di
Castroreale, attraverso le numerose pubblicazioni
ed il ruolo di animatore del locale Museo Civico.
Gli ultimi anni hanno visto
nel nostro territorio la riscoperta del monachesimo
greco, che vantava una tradizione millenaria venuta
meno a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. In
questo quadro si inserisce lo studio di Padre
Alessio Mandanikiotis, archimandrita greco di
Messina, che vive nell’eremo di S. Lucia del Mela.
Il quale ha scritto “I Santi Italo-Greci
dell’Italia Meridionale, Epopea spirituale
dell’oriente Cristiano” con in appendice il “Profilo
storico del monachesimo Italo Greco”, pubblicato
nel 2004 (e riedito nel 2008), da Nicola Calabria,
editore di Patti. L’autore, nel tracciare una serie
di profili agiografici dei santi Italo-Greci
dell’Italia meridionale, suddivide la vicenda del
monachesimo greco in tre periodi. Il primo riguarda
la presenza dei Bizantini in Italia, con la
diffusione del monachesimo orientale. Tra i santi di
questo periodo figura anche Leone II, papa dal 682
al 683, nato nella “Sicilia orientale (forse a
Rodì Milici), già maestro del coro della cappella
papale e abile cantore lui stesso.” In effetti
una consolidata tradizione lo vuole originario di
Milici, anche se altri luoghi della Sicilia ne
rivendicano i natali. Il secondo periodo comprende
la dominazione araba. Lo sviluppo della civiltà
bizantina e della vita cristiana subisce in Sicilia
un improvviso arresto a seguito della conquista
musulmana, completata nel 965 con la caduta di
Rometta. Il fatto, all’epoca clamoroso, riferisce
padre Alessio, venne annotato da S. Nilo di Rossano,
eremita in Calabria, in calce ad un codice
autografo, oggi conservato nel monastero di
Grottaferrata, vicino Roma, unico monastero greco
d’Italia. In questo periodo viene ricordata anche S.
Venera di Gala: “La locale tradizione orale
ininterrotta ci ha tramandato il ricordo di questa
giovane Santa siciliana vissuta durante il dominio
islamico, presso l’attuale comune di Terme
Vigliatore (ME) sulla costa tirrenica...”. Terzo
periodo: i Normanni nel sud. Il loro arrivo a danno
dell’Impero bizantino favorisce la ricostruzione di
monasteri greci e la nascita di quelli latini,
rinasce la vita civile, politica, culturale del Sud.
Il monachesimo greco raggiunge il suo momento di
espansione più alto, e la chiesa di Roma lo volle
riorganizzare fondando nel 1579 l’Ordine dei Monaci
Basiliani d’Italia, lasciando poco della tradizione
bizantina, e favorendo l’estinzione del monachesimo
greco, che ebbe il colpo di grazia con le
soppressioni del 1866 e 1873. In Italia rimase solo
Grottaferrata, dichiarato Monumento Nazionale.
Nell’appendice dedicata al profilo storico del
monachesimo italo-greco viene fornita, seppur
sinteticamente, la vicenda durata tredici secoli di
storia del monachesimo greco nell’Italia
meridionale, fino alla situazione attuale, che vede
gli antichi monasteri distrutti, come il SS.
Salvatore di Messina, o allo stato di rovine. Con la
loro scomparsa si è estinta una delle più
interessanti testimonianze culturali e religiose
della civiltà europea e della storia d’Italia,
patrimonio della cristianità indivisa. “La
conoscenza o riscoperta di questo patrimonio di fede
– scrive a conclusione Padre Alessio – oggi è
un debito di riconoscenza storica, mezzo
privilegiato per meglio conoscere i nostri fratelli
cristiani delle Chiese Orientali, attualissimo
invito al vero, autentico ecumenismo cristiano che
intende vivere, proporre e diffondere in vangelo di
Cristo nella nostra difficile epoca a tutti gli
uomini di buona volontà”.
Documenti
(L’articolo che segue è stato
pubblicato sul mensile barcellonese “la molla” del
dicembre 1985).

Giovanni
Spagnolo lo fondò alla fine del Settecento
IL MONTE
DI PIETA’ RESTAURATO
di Marcello Crinò
La storia del Monte di Pietà di Barcellona è legata
per certi versi a quella dell’adiacente Teatro
Mandanici. Quando questo fu costruito, nel 1845, il
Monte di Pietà esisteva da una cinquantina d’anni,
essendo stato fondato dal filantropo Giovanni
Spagnolo verso il 1793.
La sera del 31 maggio 1967 il Teatro Mandanici va a
fuoco, e i resti carbonizzati saranno demoliti alla
fine degli anni ’60, con una scelta che tanti fiumi
d’inchiostro ha fatto scorrere. Assieme ai resti del
Mandanici sarà demolita anche la torretta
dell’orologio e una parte del Monte di Pietà, che
peraltro, se non erriamo, non era stato colpito dal
fuoco.
La parte restante del Monte di Pietà per anni è
stata lì, mezza diruta, semiabbandonata, con
l’eccezione del piano terra dove erano installati
vari negozi che esistevano da tempo più o meno
immemorabile. Accanto, nel frattempo, venivano
eretti i famigerati “portici”, bersaglio di tante
critiche e di sarcasmo (anche per l’uso improprio
che ne veniva fatto!) ed oggetto di un concorso di
riadattamento (nell’80), mai andato in porto.
Ora finalmente il Monte di Pietà è stato restaurato,
e possiamo dire che si tratta di un ottimo restauro.
E’ un bell’edificio, non di grande pregio, ma
comunque appartenente ad una architettura sobria ed
essenziale. Voci insistenti, prima del restauro, lo
davano per spacciato, ma l’opera di
sensibilizzazione che in varie forme era stata
compiuta da varie associazioni socio-culturali (per
esempio rammentiamo la mostra fotografica su
Barcellona in piazza della Corda Fratres, o le
immagini filmate viste nel documentario in
video-tape del MO.DI.CU.) ha fatto sì che la
tendenza “conservatrice” dei monumenti e
dell’ambiente storico avesse la meglio.
La vicenda è peraltro analoga a quella dell’ex
Chiesa di San Vito a Pozzo di Gotto: anch’essa
rischiava di essere demolita, ma poi fortunatamente
tutto si è risolto per il meglio, dando così alla
città una struttura polifunzionale esteticamente
qualificata.
Ed un bel giorno quello che adesso si può chiamare
“ex” Monte di Pietà è stato “impacchettato”, come
nelle famose operazioni artistiche di Christo,
finchè a fine ottobre, tolta “l’impacchettatura”, è
comparso l’edificio messo a nuovo. Sono state
intonacate e dipinte con un giallo chiaro tutte le
murature esterne realizzate a suo tempo in pietrame
e mattoni; e messe in evidenza, lasciandole al
naturale, le parti in pietra tagliata a blocchi,
trattate come delle lesene.
Il timpano triangolare, che caratterizza fortemente
la costruzione è stato restaurato totalmente e
fedelmente.
Al piano terra sono sparite le botteghe, che con le
vetrinette sporgenti occupavano mezzo marciapiede di
via Garibaldi, e sono state ripristinate porte e
finestre con relativo arco a tutto sesto.
Un angolo del centro storico cittadino dunque si sta
riqualificando. Non ci rimane che attendere per
vedere come sarà utilizzato questo edificio (si
parla di centro sociale, di biblioteca...) e come
sarà effettuata la sistemazione retrostante
dell’ampliamento della piazza S. Sebastiano.
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Il
territorio e la sua storia
La città ha belle strade,
un bel palazzo comunale, un ospedale, un monte di
prestanza tra i più ricchi dell’Isola, una banca
popolare, un vasto mercato domenicale di bestiame
ricinto da mura, un bellissimo camposanto assai
ricco di monumenti e di cappelle mortuarie, ed un
elegantissimo teatro, il secondo (dopo il massimo di
Messina) di tutta la provincia.
(da: A. De Trovato e S.
Raccuglia, Barcellona Pozzo di Gotto, Ragusa,
1898)
Per singolare coincidenza il
mese di febbraio 2010 è stato caratterizzato da tre
iniziative che hanno avuto come filo conduttore il
territorio e la sua storia. Dal ruolo del futurismo
nella nostra zona nella prima metà del XX secolo,
alla presenza del monachesimo basiliano nell’arco di
quasi un millennio, fino alle prime storie
municipali barcellonesi scritte e pubblicate tra
Otto e Novecento.
Venerdi 12 febbraio, al
Palacultura “Bartolo Cattafi”, è stata inaugurata la
mostra “Futurismo, Futuristi e Nino Pino Balotta”,
organizzata dal Comitato Promotore per le
celebrazioni del centenario della nascita di Nino
Pino. L’esposizione (aperta fino al 15 marzo)
ingloba la mostra allestita lo scorso anno dal
Comune di Ficarra per ricordare il loro concittadino
Giovanni Gerbino (nato nel 1895 e morto a Catania
nel 1969), poeta e scrittore futurista trapiantato a
Milano, la mostra già allestita nel marzo scorso a
Barcellona dall’associazione Genius Loci assieme al
prof. Giovanni Fugazzotto, e la mostra “in progress”
su Nino Pino in corso al Palacultura. Nel corso
della presentazione sono intervenuti Nino Costa,
presidente del Comitato, il Sindaco Candeloro Nania,
l’assessore alla cultura di Ficarra Nino Indaimo e
la professoressa Pina Freni, presidente della
FI.DA.PA La Sicilia ed il nostro territorio diedero
il proprio apporto al futurismo, tanto che nel
maggio del 1921 venne pubblicato pure un
Manifesto futurista siciliano. “L’antichissima
Trinacria muta le sue tre gambe già veloci in tre
alettoni più veloci al punto di accelerare la sua
rotazione creativa.” Così Marinetti vedeva la
Sicilia, regione per la quale nutrì molta simpatia,
da considerarla quasi come uno dei due poli della
sua ideologia: nel Nord l’esaltazione della
metropoli e della velocità, nel Sud la forza
primordiale del paesaggio. La vicenda del futurismo
siciliano è stata ben analizzata da Claudia Salaris,
nel saggio “Sicilia futurista”, pubblicato nel 1986
da Sellerio, le cui pagine ingrandite sono state
esposte nella mostra. Nel libro viene evidenziato
il contributo dato dal nostro territorio al
futurismo da persone come Guglielmo Jannelli, di
Castroreale Terme (il cui villino, che vide la
presenza di Marinetti, fu arredato da Balla e
Depero), animatore assieme a Vann’Antò della rivista
“La Balza futurista”, quindicinale con redazione a
Messina (un numero è visibile nella mostra), e poi
Ruggero Vasari, di Milazzo, emigrato in Germania, a
Berlino, dove fondò la rivista “Der Futurismus” e fu
in contatto con personaggi del calibro di Walter
Gropius, H. Richter, El Lisstzkij e Malevic. “La
Balza futurista” scrive la Salaris “è la più
importante vetrina isolana del futurismo con
articoli teorici «sintesi teatrali», «parole in
libertà»”. Altri futuristi locali furono Francesco
Carrozza di S. Lucia del Mela, Mario Rappazzo e
soprattutto Nino Pino, definito un futurista
critico.
Il comune di Ficarra, oltre
alla mostra, per ricordare il futurismo ha indetto
nei mesi scorsi un premio per le scuole intitolato a
Giovanni Gerbino. A vincere sono state tre
alunne dell’Istituto Comprensivo “Bastiano Genovese”
di Barcellona, classificatesi al primo posto per la
sezione scuola secondaria di primo grado. Il
concorso, indetto in collaborazione con il Comune di
Rovereto e l’archivio “Nino Falcone” di Patti,
chiedeva la realizzazione di un manifesto
pubblicitario in occasione del centenario del
futurismo. Domenica Benvegna, Giusy Bellinvia e
Antonina Martina D’Amico sono le tre alunne
vincitrici del premio, consistente in un
viaggio-soggiorno nella città di Rovereto, dove si
trova il primo ed unico Museo futurista d’Italia,
che rappresenta una delle sedi del prestigioso
M.A.R.T. (Museo d’arte moderna e contemporanea con
12000 opere d’arte). La premiazione si è svolta nei
primi giorni del mese nel Palazzo Busacca di
Ficarra.
Sabato 13, all’ex Monte di Pietà sono stati
presentati i risultati delle ricerche effettuate
durante il corso “Presenza del Monachesimo
Basiliano a Barcellona Pozzo di Gotto. Architetture,
opere d’arte, culti, storia” organizzato dal
Centro Territoriale Permanente n. 9 per l’istruzione
e formazione degli adulti, con sede presso
l’Istituto Tecnico Statale Commerciale, Geometri e
Turismo “E. Fermi” di Barcellona P.G., diretto dal
Preside Santo Longo. Il corso, dedicato alla
conoscenza, alla tutela, alla conservazione, alla
valorizzazione ed alla fruizione del patrimonio
culturale di Barcellona Pozzo di Gotto, ha prodotto,
come risultato finale, un audiovisivo corredato da
un fascicolo, assieme ad una mostra costituita da
quaranta pannelli, esposti nella Sala Vetri
dell’Oasi fino a giorno 21. Alla presentazione,
seguita dalla proiezione del video, sono intervenuti
il prof. Alessandro Cocuzza, vicepreside
dell’Istituto Tecnico, in rappresentanza del
dirigente Santo Longo, la professoressa Antonietta
Amoroso, docente dello stesso istituto nonchè
Assessore Comunale alla Pubblica Istruzione, la
professoressa Giovanna Betto, tutor del corso, ed il
sottoscritto nella qualità di esperto esterno. Nel
territorio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto si
trovano tre edifici di culto legati al monachesimo
basiliano che ha determinato una forte influenza
sulla cultura locale. Per tale motivo si è scelto di
operare un’approfondita ricerca su tali beni,
prendendo in esame il Monastero Basiliano di Gala,
del 1105, la nuova chiesa e annesso convento dei
Basiliani nel quartiere Immacolata, del 1791, e il
Tempio di Santa Venera, di epoca bizantina-normanna
(nella foto in apertura, del 1983, l’agglomerato
edilizio presso il Tempio di S. Venera). Le esigenze
del territorio sono quelle di riavere pienamente
fruibili gli ultimi due beni, mentre per il primo è
necessario uno scavo archeologico e una sistemazione
paesistica del sito, eliminando le situazioni di
degrado, quali stalle, baracche, erbacce. Il
progetto si è articolato in una prima fase in cui è
stata effettuata una lezione introduttiva
sull’argomento e una successiva visita guidata ai
tre luoghi. In una seconda fase in cui è stata
celebrata una messa in rito greco-ortodosso, grazie
alla presenza nella zona di padre Alessio
Mandanikiotis, monaco di rito greco nonchè
Archimandrita di Messina. E’ seguita infine
l’elaborazione dei dati raccolti per la
realizzazione del volumetto, del video e della
mostra. I contenuti dei tre elaborati sono
sostanzialmente simili: ripercorrono, con tre mezzi
di divulgazione diversi, la vicenda della presenza
basiliana nella città di Barcellona dalle origini
fino ai recenti studi storici, proponendo disegni,
foto, libri, documenti vari.
Sabato 27, all’ex
Monte di Pietà, l’associazione Genius Loci e
il Centro Culturale Walter Tobagi di Messina,
con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale,
hanno presentato il volume “Barcellona Pozzo di
Gotto tra Otto e Novecento”, appena pubblicato
dall’editore Experiences di Messina. Il libro
comprende le ristampe di quattro storie municipali,
pubblicate tra la fine dell’Ottocento e il
Novecento, scritte da Antonio De Trovato e Salvatore
Raccuglia (1898), Antonino Di Benedetto (1906),
Sebastiano Mazzei (1910) e Santi Emanuele Barberini
(1933). Il sottoscritto autore di queste note, nella
qualità di presidente della Genius Loci e di
curatore del volume, ha aperto la serata,
relazionando sui quattro autori delle opere
ripubblicate, sui contenuti di ciascuna storia e
sulla perdita della memoria della città, mentre
Claudia Soraci ha letto l’inizio di ciascuna storia.
Il sindaco Candeloro Nania, proprio collegandosi
alla perdita della memoria, ha ricordato gli
interventi di restauro in corso e le distruzioni
degli anni passati di parecchi beni culturali di
Barcellona, non ultimo il pozzo che diede il nome a
Pozzo di Gotto. L’architetto Sergio Bertolami,
titolare della casa editrice Experiences, ha parlato
dell’operazione di recupero della memoria storica
attraverso i testi ripubblicati dalla casa editrice,
e delle problematiche legate agli standard dei libri
elettronici, cioè gli e-book. Gerri Gambino,
responsabile della promozione turistica della
Provincia di Messina, ha evidenziato come l’area del
Longano, pur essendo densa di presenze culturali
significative, si trovi in una condizione inferiore
rispetto ad altri luoghi. Infine c’è stato
l’intervento a sorpresa del dottor Filippo
Barberini, nipote del Barberini autore della storia
del 1933. Ha svelato il giallo legato alla seconda
parte del libro del suo antenato. In effetti questa
seconda parte non venne mai pubblicata (smentendo la
“leggenda metropolitana” dell’incendio della
tipografia che avrebbe comportato la distruzione
delle copie appena stampate), ma è possibile che il
manoscritto esista ancora tra le numerose carte
della sua biblioteca. Ha tentato varie volte di
cercarlo, ma il materiale è talmente vasto che ci
vorrà del tempo per rintracciarlo. Si è comunque
impegnato a compiere ulteriori ricerche. Numeroso e
qualificato il pubblico che ha partecipato
all’incontro, tra cui abbiamo notato Padre Alessio
Mandanikiotis, archimandrita ortodosso di Messina,
Daniele Macris, della Comunità Ellenica dello
Stretto, Andrea Zanghì, studioso della storia del
territorio di Rodì Milici, Cono Vizzini, studioso
della storia antica e della topografia del nostro
territorio, il prof. Pippo Labisi, studioso in
particolare del Gallo-Italico di Novara di Sicilia,
Pippo Messina, artista, scrittore e cultore di
storia locale, Gino Trapani, presidente della Pro
Loco, Nino Abbate, fondatore del museo Epicentro.
La stessa sera, ed
alla stessa ora, nella sede dell’Arci è stata
presentata l’ultima raccolta di poesie del giovane
Domenico Mostaccio, già alla sua seconda
pubblicazione. A presentare il libro, intitolato
“Radici nel tempo” (Libroitaliano word) è stato il
giornalista e poeta Saverio Vasta.
Documenti

Mostra sul Futurismo al Palacultura

Mostra sul Monachesimo Basiliano a
Barcellona,
Sala Vetri dell’Oasi
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Gennaio: Demiurghìa
...Confortante parola, la
parola demiurghìa. Designa le creazioni dell'uomo, o
anche di un dio che si fa uomo per creare quaggiù,
lasciando sottinteso che creazioni più alte le fanno
gli dei. Ma gli dei chi li crea? ...
(Alberto Savinio, Corriere
della sera, gennaio 1952)
Il 2010 è stato
aperto da un incontro culturale dedicato all’arte
sacra, martedì 5, nella sala del St. Honorè, un noto
bar di Barcellona. E’ stato l’ultimo di tre
incontri, intitolati “Natale al St. Honorè”,
legati all’iconografia natalizia (gli altri due,
dedicati all’Annunciazione e all’Adorazione dei
Pastori, si erano svolti l’11 e il 22 dicembre 2009)
organizzati da un gruppo di studiosi locali che si
occupano d’arte e di libri. La serata, introdotta da
Fabio Fleres, studente prossimo alla laurea in
archeologia, ha visto relatori la dottoressa in
lettere classiche Maria Rosa Naselli, la dottoressa
in editoria e produzione culturale Petronilla
Bonavita e la critica e storica dell’arte
Mariafrancesca Scilipoti. La Naselli, specialista in
libri antichi, ha compiuto un excursus sulla storia
dei manoscritti e delle miniature. La Bonavita ha
approfondito il “Messale Borgia”, un pregevole
manoscritto del 1492, di cui in sala era esposta una
copia in facsimile, mentre la Scilipoti, anche con
l’ausilio di immagini, ha affrontato nello specifico
il tema dell’incontro, cioè La Presentazione di Gesù
al Tempio. L’analisi di questo rituale ebraico è
partita dall’esame del resoconto tratto dal vangelo
di Luca e da qualche apocrifo, proseguendo con la
storia della fissazione della data e compiendo un
esame delle opere d’arte che nel tempo hanno
illustrato il momento conclusivo del periodo
natalizio. Tra le immagini presentate, oltre a
quelle note e notissime della storia dell’arte,
anche due opere locali, le due “Presentazione al
Tempio” custodite nella chiese dell’Immacolata e di
San Giovanni Battista.
Con il Concerto
del Coro Polifonico Ouverture e l’Orchestra
da Camera Valdemone si è chiuso il ciclo di
concerti natalizi di Barcellona, iniziati il 19
dicembre scorso, e patrocinati dall’Amministrazione
Comunale. Le due formazioni musicali si sono esibite
il 6 nel Duomo di Santa Maria Assunta, proponendo
uno spettacolo di assoluta qualità, sia per
l’esecuzione che per l’ottima scelta dei brani di
carattere sacro. L’Ouverture, fondato l’otto
dicembre del 1994, ha così festeggiato il
quindicesimo anno di attività, purtroppo senza il
suo fondatore e direttore, il maestro Giovanni
Mirabile, trattenuto a Roma per un concerto
all’Accademia Chigiana (complimenti!). E’ stato
sostituito (validamente) dal maestro Giuseppe
Mignemi (compositore e direttore d’orchestra dal
curriculum vastissimo; ha studiato fra l’altro, con
Franco Donatoni), coadiuvato, per la direzione del
coro, dalle due vicedirettrici abituali, Dominga
Raimondo e Manuela Puliafito. Il concerto ha
proposto in apertura “Veniet Dominus”, proprio di
Giuseppe Mignemi, per orchestra. Il secondo brano,
“Puer Natus”, di sapore medievale, dello stesso
autore, è stato eseguito dal coro in maniera
suggestiva, con i coristi disposti sotto le arcate
della navata centrale. Hanno poi preso posto sotto
la cupola assieme agli strumentisti dell’orchestra
Valdemone, una formazione di archi ed organo,
costituita da poco grazie all’impegno del maestro
primo violino Cesare Frisina (gli altri componenti:
Francesco Tusa, Alessandro Crisafulli, Andrea
Accordino, Carlo Magistri, M. Fausta Rizzo, Marco
Scicli, Rosanna Pianotti, Sonia Basile, Mirko
Raffone, Alba Sofia, Annalisa Monticelli). Il
programma è proseguito con brani di Giovanni
Mirabile (Ave Maria), di Leontovich, Pachelbel,
Haendel, Purcell, per finire con il Magnificat di
Vivaldi (voci soliste: Alberto Munafò, Alessandra
Genovese e Chiara Lucchesi) e l’alleluia di Haendel.
Sabato 16, all’ex
Monte di Pietà, è stata presentata l’ultima raccolta
poetica di Isidoro Aiello, dal titolo “Clessidre”,
pubblicata dalle edizioni “Il Gabbiano” di Messina.
La presentazione (foto in apertura), organizzata dal
Gruppo di Volontariato Vincenziano, rappresentato
dalla presidente Tina Coppolino, ha visto la
presenza di Maria Francillo Nicosia, titolare della
casa editrice, di Alessandro Cocuzza e di Nino
Sottile Zumbo. La clessidra, ha spiegato la
Francillo Nicosia, rappresenta il senso del tempo
che va avanti, e passa, nel caso di Aiello, anche
attraverso la figura di Bartolo Cattafi, che ha
“contagiato” il nostro poeta all’età di quindici
anni. Alessandro Cocuzza, partendo da una citazione
di Alberto Savinio sulla creatività, ha evidenziato
come i poeti siano in grado di vedere in profondità,
ed Aiello è un poeta colto, dalle svariate letture.
Le sue poesie, brevi, ma non ermetiche, comportano
una genesi lunga, un lungo lavoro di rifinitura per
togliere tutto quanto non è necessario. Nino Sottile
Zumbo si è soffermato sulla forma grafica del libro,
elegante e composita. Aiello, per Sottile, possiede
il segreto della leggerezza come lo sciamano in
grado di sollevarsi da terra. Rielabora i testi
citando dai classici, come Senofonte, il Cantico dei
cantici, e si ispira a Cattafi. Il libro si
configura come un epistolario variegato e cangiante,
la clessidra rappresenta la coscienza vigile e
matura, soprattutto sul piano esistenziale. Le
relazioni sono state intercalate dalla lettura delle
poesie effettuate da giovani poeti e da alcuni brani
musicali, di Miguel Llobet, Agustin Barrios e
Villa-Lobos, eseguiti alla chitarra da Franco
Cutropia.
Dal 16 al 31, gli
artisti del Movimento d’Arte “Agave Blu”,
fondato dal pittore barcellonese Sebastiano Giunta,
hanno esposto le proprie opere nell’Atrio di palazzo
D’Amico di Milazzo. Il movimento, che pone l’accento
sul problema della desertificazione materiale e
spirituale del pianeta, vuole auspicare una
concezione di vita che si oppone a questa
desertificazione. La presentazione è stata curata da
Lina Abbate, nel corso dell’inaugurazione che ha
visto vari interventi coordinati da Carmelo
Coppolino Billè. Hanno esposto: Giuseppe Bucolo,
Giuseppe Fazio, Giusy Giorgianni, Santi Gitto,
Sebastiano Giunta, Lidia Muscolino, Anna Parisi,
Franco Pino e Francesco Sozzi
Con la conferenza
di Patrizia Zangla, sabato 23, sono iniziate a
Barcellona le manifestazioni per il giorno della
memoria, che ricade il 27, data in cui nel 1945
vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz.
Organizzata dall’Università della Terza Età,
col patrocinio del Comune, la conferenza di Patrizia
Zangla, docente di storia al Liceo Classico Luigi
Valli sì è svolta nella sala dell’U.T.E. presso l’ex
Monte di Pietà, ed ha avuto per argomento “Le
insidie del negazionismo storico”. E’ seguito un
intervento programmato del professore e scrittore
Carmelo Aliberti, fondatore della rivista letteraria
“Terzo Millennio”, giunta al secondo numero.
Sono proseguite il
27 con la serata della FI.DA.PA. incentrata
su “Le donne e la Shoah”. All’ex Monte di
Pietà hanno conversato sull’argomento Lidia Barresi
e Nunzietta Bertolone, mentre Pina Leonti ha
introdotto la proiezione del film Kapò.
L’Amministrazione
Comunale ha ricordato il giorno della memoria
con un manifesto riportante una frase di Primo Levi:
”Per questi reduci, ricordare è un dovere: essi non
vogliono dimenticare, e soprattutto non vogliono che
il mondo dimentichi, perchè hanno capito che la loro
esperienza non è stata priva di senso e che i Lager
non sono stati un incidente, un imprevisto della
storia.”
Domenica 31, all’ex Monte di
Pietà è stato presentato il “Consorzio
agroalimentare Sicilia-Nebrodi Peloritani”, nel
corso del convegno Valorizzazione del territorio
e percorsi di qualità. Sono intervenuti Giuseppe
Ravidà, Presidente del Consorzio, il Sindaco
Candeloro Nania, il prof. Vincenzo Chiofalo, Preside
della Facoltà di veterinaria dell’Università di
Messina, il prof. Maurizio Lanfranchi, docente
presso la Facoltà di economia dell’Università di
Messina, e l’avvocato Maria Rosaria Cusumano,
Assessore alle Politiche Agricole e Marketing
Territoriale. Il Consorizio è nato per mettere
assieme una serie di realtà esistenti nella
vastissima area a vocazione produttiva della
provincia di Messina. Produzioni di qualità e fonte
di ricchezza se ci si pone in maniera opportuna, con
le certificazioni di qualità e tracciabilità del
prodotto. In tal modo il consumatore viene
adeguatamente informato e messo in condizione di
scegliere bene.
Ruggero Vasari,
nato a San Filippo del Mela nel 1898 e morto nel ’68
a Milazzo, fu uno dei maggiori scrittori futuristi,
seppur non molto noto. Visse negli ambienti
d’avanguardia di Monaco e di Berlino, dove fondò la
rivista “Der Futurismus” e una galleria d’arte. E’
autore di un testo teatrale che adesso è stato
ristampato dalle edizioni Duepunti: “L’angoscia
delle macchine e altre sintesi futuriste”.
Tradotto a suo tempo in varie lingue (russo,
tedesco, giapponese e francese), venne messo in
scena per la prima volta a Parigi nel 1926, con
commento musicale di Silvio Mix, uno dei pochi
“veri“ musicisti futuristi (autore del profilo
sintetico musicale di Marinetti). “L’angoscia delle
macchine”, nel suo oscillare tra fantascienza ed
espressionismo astratto, rappresentò lo spunto per
il celebre film “Metropolis” di Fritz Lang.
Lo scrittore
barcellonese Saverio Castanotto, autore di
testi teatrali e letterari, ha pubblicato il suo
ultimo romanzo, “La ragazza che parlava alle cose”,
Publisud editore. Il romanzo, incentrato sul sottile
margine tra la vita e la morte, sulle problematiche
dell’accanimento terapeutico e l’eutanasia, prende
spunto dalla nota vicenda di Eluana Englaro (morta
dopo diciassette anni di stato vegetativo), con
l’invenzione letteraria della figura di Simonetta,
in coma vegetativo da dieci anni a seguito di un
incidente.
L’associazione
Genius Loci ha iniziato a pubblicare sul proprio
blog (www.geniuslocibarcellona.splinder.com)
i beni culturali di Barcellona. Ogni
domenica l’associazione inserisce le foto e la
localizzazione su mappa di luoghi ed edifici che
hanno contribuito alla storia della città,
dall’antichità ad oggi.
Documenti
(L’articolo che segue è già apparso sul mensile
Comunità, settembre-ottobre 2006 e su la
molla in rete, gennaio-febbraio 2009)
Mistero Egizio
Ritrovata a Messina l'unica descrizione al mondo
della mitica Fenice
di Marcello Crinò

La prima apparizione della Fenice
sembra che sia avvenuta in Cina. Poi la troviamo tra
gli Ebrei: lo Ziz o Hol; tra gli Arabi: il
Simurgh-anka, e fra gli Indù: il Garuda, che
trasporta dei e sovrani, solleva elefanti e ruba il
balsamo dell'immortalità. Gli Egizi lo chiamavano
Benben, ma di esso non esistevano tracce concrete
fino a qualche anno fa, quando il professore
messinese Alessandro Fumia, archeologo ed egittologo
dilettante (si fa per dire!) ha scoperto che le due
stele egizie del Museo Regionale della città dello
stretto riportano, in ieratico, l'avvistamento della
Fenice, avvenuto, secondo i suoi calcoli, il 29
settembre del 3500 a. C. nella città egiziana di On.
Ne ha dato notizia attraverso una pubblicazione ed
una conferenza a Messina, suscitando grande
interesse tra gli studiosi e sulla stampa locale.
La sua ricerca comprende anche
un'importante scoperta riguardante la scrittura del
popolo del Nilo: lo ieratico, una sorta di scrittura
sintetica, stenografata, che a differenza dei
geroglifici, veniva utilizzata solo su materiali
come papiro, pelli, ceramica, dipinti su legno ecc.,
ma mai su pietra. Quello di Messina è l'unico caso
finora conosciuto di ieratico su pietra, e quindi
assume grande significato per la conoscenza della
scrittura egizia. Probabilmente la scelta è stata
determinata dalla necessità di sintetizzare in uno
spazio limitato il testo, accompagnato anche da
figure. Le due stele, alte tre metri, provenienti
dalla Cattedrale di Messina dov'erano situate fino
al 1902 inglobate da un rivestimento a mattoni, in
origine erano collocate, secondo il Fumia, nel
tempio siculo-greco di Poseidone presso Capo Peloro,
ed in Egitto si trovavano nel tempio di Atum nella
città di Eliopoli. Non è ben chiaro come siano
arrivate in quel luogo dall'Egitto; probabilmente
sono state portate via nave dagli Shekelesh, i
progenitori dei Siculi, ma non se ne conosce il
motivo.
La prima stele è stata datata 1186-1069
a.C., la seconda presenta immagini tipiche del
periodo predinastico (4000-3100 a.C.). Nel testo
tradotto si ripete in maniera ossessiva la memoria
di una scia di fuoco che risorgerà dal cielo
notturno. Le caratteristiche iconografiche ricalcano
la teogonia della cerchia divina dei nove dei, che
stavano alla base del culto della città di On. Il
ricordo dell'apparizione della scia di fuoco,
afferma Fumia, rimanda al mitico uccello della
Fenice, l'uccello di fuoco che, abbiamo visto, gli
egizi chiamavano Benben. Non esistendo però tracce
concrete, è considerato il più grande dei misteri
egiziani. Nelle pietre di Messina si evidenzia
questa memoria, e la si descrive, fissando il
momento della sua apparizione attraverso il
calendario lunare, che ne ha permesso la datazione
precisa per quanto riguarda giorno e mese, e per
forza di cose, approssimativa per l'anno, e il luogo
dell'avvistamento. Di questa scia di fuoco non
esistono rappresentazioni, tranne l'ideogramma che
la descrive nelle pietre di Messina. Tale ideogramma
è costituito un cerchio con due piccole appendici ai
lati in basso. In realtà, anche se la traduzione
rimanda ad una scia, ad un rivo, sembra che si sia
trattato di un meteorite, di una cometa o di un
globo di fuoco con una scia luminosa, come peraltro
evidenzia l'ideogramma.
- Alessandro Fumia, Quaderno di ricerca
sulle Pietre Egizie del Museo di Messina, Andrea
Lippolis Editore, Messina, 2006, pp. 52, Euro 7,00,
ISBN 88-86897-13-8

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