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Marcello Crinò

 

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Marcello Crinò nelle sue relazioni con il prossimo, si distingue per signorilità e generosità d’animo. Nella sua quotidianità svolge la professione di architetto nel territorio del Longano. In Marcello Crinò bisogna riconoscere che tra coloro che in città operano per pura passione nel settore del giornalismo, è un verace pioniere. Per diverso tempo ha collaborato attivamente per un quotidiano a tiratura regionale, ma poi ha deciso di dedicarsi maggiormente alla sua attività professionale. Negli ultimi anni, Marcello Crinò, non rifiuta di offrire la propria disponibilità a scrivere un pezzo giornalistico nei periodici esistenti nel nostro territorio, si appassiona di tutto ciò che attiene gli avvenimenti culturali ed artistici che si realizzano nella nostra città. 

 

 

 

Piano americano

 

Leonato: Questa lettera m’informa che Don Pedro d’Aragona arriva a Messina stasera.

Messaggero: E’ poco lontano, l’ho lasciato a meno di tre leghe da qui.

Leonato: Quanti gentiluomini avete perduto in questa azione?

Messaggero: Di grado pochi, e di nome nessuno.”

(William Shakespeare, Molto rumore per nulla, Atto I, scena I.)

           

Il 28 luglio è iniziata la programmazione degli spettacoli di “Estate a Barcellona Pozzo di Gotto” varata dall’assessorato comunale al Turismo e Spettacolo (assessore Rosario Lizio),  snodatasi per tutto il mese di agosto 2010. Quest’anno gli spettacoli estivi sono stati articolati in quattro sezioni ed in sedi diverse. Nella  Piazza delle ancore di Calderà si sono alternati la musica con il cinema, l’Arena Montecroci è stata sede degli spettacoli teatrali, mentre nei Giardini dell’Oasi si svolgerà a settembre una rassegna di Jazz, swing e blues. Spettacoli anche al Museo Cassata: uno musicale, uno teatrale: “Na Vastasata” del Laboratorio Teatrale di Pace del Mela, e uno dei Pupi siciliani della compagnia catanese dei Fratelli Napoli (sabato 28). Tra gli appuntamenti più interessanti il concerto di Angelo Branduardi il 29 agosto, che ha visto una grandissima partecipazione di pubblico. Per il cinema, la rassegna ha presentato “Il mestiere del cinema” con  film di Clint Eastwood, Robert De Niro, Martin Scorsese, Terry Gilliam (il famoso “Brazil”), e “Luce verticale” del regista milazzese Salvatore Presti, dedicato al giudice Rosario Livatino.

 “Flags of our Father” di Eastwood, del 2006 (proiettato il 7 agosto), ruota attorno alla conquista americana dell’isola giapponese di Iwo Jima e della famosa foto dei marines che piantarono la bandiera sulla sommità, scattata dal fotografo della AP Joe Rosenthal. Un film quasi in bianco e nero, che ben evidenzia gli orrori della guerra e tutto il retroterra di ambiguità e uso “strumentale” delle immagini. Nello stesso anno il regista girò “Lettere da Iwo Jima” (proiettato il 12), sulla medesima vicenda vista però dalla parte dei giapponesi. Giorno 8 all’Arena Montecroci è andata in scena la  “Cavalleria rusticana”, nel libero adattamento dell’associazione Diamond Dance. La (poca) musica di Mascagni è stata integrata da buone musiche popolari siciliane, in uno spettacolo di teatro-danza con scenografia un po’ superata, e spruzzate di fumo da opera rock.

A sorpresa, fuori dal programma ufficiale, giovedi 26 è comparso in piazza Duomo “L’Otello è cosa nostra...William Shakespeare compare o lord inglese?” del Teatroinstabile di Messina, con la regia di Daniela Galletta. Una esilarante rilettura siciliana del celebre testo, tra musical e parodia, che prende spunto dalla corrente di pensiero che vuole, fondatamente, il drammaturgo inglese di origine messinese (il vero nome sarebbe Michelangelo Florio, figlio di Giovanni e Guglielma Crollalanza). Lo spettacolo, tra i migliori della stagione teatrale estiva barcellonese, è stato pochissimo pubblicizzato (solo locandine; nulla nel sito del Comune o sulla stampa), privando della visione tanti cittadini che avrebbero voluto seguirlo. Sarebbe utile che in città fosse identificato un luogo centrale, ben visibile, dove collocare tutte le locandine di quello che viene organizzato. Non credo sia difficile. Dulcis in fundo...il palcoscenico è stato montato in prossimità della fontana centrale di piazza Duomo, permettendo la collocazione di sole tre file di sedie. Le altre sono state poste necessariamente ai lati della vasca circolare, determinando una fruizione non ottimale dello spettacolo.

I bombardamenti delle città sono tra le azioni più odiose che la mente umana possa concepire, anche se compiuti per una “nobile” causa: liberare un paese da un nemico, da un oppressore. Il bombardamento comporta perdite di vite umane, feriti, distruzioni di città laboriosamente e faticosamente costruite nei secoli, perdita di opere d’arte… La condanna di queste azioni non è mai abbastanza forte. Il 12 agosto, anniversario del bombardamento di Barcellona avvenuto nel 1943 sul finire della seconda guerra mondiale, una corona d’alloro è stata deposta, a cura dell’amministrazione comunale, davanti alla lapide che ricorda le 74 vittime dei bombardamenti. Presenti alla cerimonia il vice sindaco Antonietta Amoroso, padre Tindaro Iannelli, il presidente del consiglio comunale Francesco Crinò, gli assessori Scolaro, Lizio, Genovese, autorità civili, militari e semplici cittadini, tra cui parenti delle vittime e persone allora rimaste ferite. La città di Barcellona, oltre ai 74 civili morti durante i bombardamenti, e numerosi feriti, pagò un tributo di sangue attraverso circa 130 militari morti nelle due guerre mondiali. Gli “alleati”, quel 12 agosto, secondo informazioni errate, cercavano i tedeschi (che non c’erano) ma spararono deliberatamente sui civili innocenti e disarmati, accanendosi soprattutto sul centro di Barcellona. Colpirono anche l’ufficio postale, nei cui pressi cadde il dottor Gaetano Bavastrelli, compiendo quella che viene ricordata da Carmelo Bilardo, nel libro “Amo, la mia città” edito dalla Corda Fratres nel 1993, come “una strage inutile”. Le case distrutte, riferisce Nello Cassata nella storia di Barcellona (vol. III, p. 17, 1982) furono 154, le danneggiate 287, circa duemila sinistrati senza tetto. I nomi di tutti i caduti, civili e militari, sono incisi nelle lapidi poste accanto al monumento ai caduti. In tempi recenti gli storici hanno iniziato ad occuparsi dell’enorme violenza perpetrata dalle incursioni angloamericane, come il toscano Leonardo Paggi, che nel libro “Il popolo dei morti” (Il Mulino, 2009) si  sofferma sul dramma dei civili bombardati, ricordando come i colpiti sono rimasti privi di memoria pubblica, e sostanzialmente espunti dalla tradizione repubblicana in quanto le loro sofferenze erano state causate dalla brutalità dei liberatori.

L’associazione Genius Loci da giorno 12 ha messo in distribuzione il pieghevole “Il pozzo e l’aquila”, dove viene proposto un itinerario turistico-culturale riguardante tutta la via Garibaldi e le altre strade all’interno del centro urbano di Barcellona. Attraverso dei numeri di telefono pubblicati nel pieghevole, gruppi di studenti, cittadini e turisti possono chiedere l’intervento degli esperti dell’associazione per effettuare visite guidate della città.  Il  progetto propone un  itinerario principale lungo il corso Garibaldi, il “corso” della storia, in quanto strada che storicamente ha messo in comunicazione Barcellona e Pozzo di Gotto, raccordando i nuclei abitativi preesistenti alla fondazione della città disposti nella pianura. Ai suoi lati si sono attestati gli edifici storici più importanti della città: il vecchio Duomo di S. Sebastiano (demolito nel 1936), il Monte di Pietà, il Palazzo Comunale, il Duomo di S. Maria Assunta, ed i principali palazzi del Sette-Ottocento. L’itinerario proposto dalla Genius Loci mette in relazione  17 beni culturali. Dal corso Garibaldi si dipartono trasversalmente le altre strade secondo la direttrice mare-monti: via Immacolata, via Umberto I, via Risorgimento. Questo è il secondo percorso, chiamato “Oltre il “corso”, dove sono presenti gli altri trenta beni culturali. Il significato del Pozzo e l’Aquila rimanda allo stemma municipale, dove uno scomparto è occupato dall’aquila svolazzante sul pozzo. Ciò è da collegare alle origini di Pozzo di Gotto, la parte più antica della città, laddove si fa riferimento al “rito di fondazione” della città attraverso il pozzo impiantato da Nicolò Goto intorno al 1463. Ma può anche ritrovarsi un simbolismo incrociato: l’aquila è presente nello stemma di Castroreale, nel cui territorio nacque Barcellona; il pozzo rimanda altresì all’acqua, quella del Longano, simbolo di Barcellona attraverso la figura della barbuta divinità fluviale. “Il pozzo e l’aquila” si avvale del patrocinio del Comune, del sostegno dell’Oratorio Salesiano e la collaborazione di Basket Barcellona. (E-mail: ass.genius.loci@alice.it; Blog: www.geniuslocibarcellona.splinder.com; Facebook: Associazione “Genius Loci”).

Giuliana Fugazzotto, pianista ed etnomusicologa barcellonese, docente di Informatica musicale al Dams di Bologna, specializzata in informatica applicata all’etnomusicologia (tra i tanti lavori ha compiuto anni addietro una analisi computerizzata della “Visilla”), possiede una raccolta di circa cinquemila dischi a 78 giri realizzati dagli immigrati italiani negli Stati Uniti tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento. Il nucleo iniziale lo deve al padre Antonio (nato a New York nel 1921 e scomparso a Barcellona nel 2006), che li portò dall’America  tornando nella nostra città, dove fu ingegnere capo del Comune. Una selezione di queste incisioni, opportunamente restaurate e digitalizzate, sono adesso inserite in un CD allegato al libro che la Fugazzotto ha pubblicato per conto della “Nota-Edt” (casa editrice fondata da Roberto Leydi e Pietro Sassu), dal titolo “Sta terra nun fa pi mia. I dischi a 78 giri e la vita in America degli emigranti italiani nel primo novecento”. Il libro, già presentato il 27 luglio a Loano (Savona), è stato presentato sabato 21 dall’autrice e dall’etnomusicologo Mario Sarica al Centro per la Pace dell’Arci a Portosalvo di Barcellona, in collaborazione con la libreria Gutenberg. Nel corso della serata sono intervenuti anche il professore Antonino Famà, docente di letteratura in Canada, lo scrittore Giuseppe Alibrandi ed il notaio Felice Spinella. (Libreria Gutenberg, e-mail: gutenberg@email.it).

Dal 26 al 28 al Parco Jalari s’è svolto il consueto festival cinematografico dedicato ai cortometraggi “Jalari in corto”, organizzato da Nino Pietrini. La giuria, presieduta da Melo Freni, ha assegnato il primo premio ad “Habibi” di David Del Degan; il premio per la migliore regia è andato a Mario Piredda per “Io sono qui”. Per la migliore interpretazione è stato premiato Mimmo Mancini per “Usù”; per la migliore fotografia il premio è stato assegnato ex aequo a “Home” di Francesco Filippi e “Le notti bianche” di Cristian Patanè. Infine, il premio per il corto straniero è andato a “House of rouses” del polacco Kuba Czekaj.

 I libri antichi provenienti dal distrutto convento dei Cappuccini di Barcellona, oggi custoditi nella locale Biblioteca Comunale, sono stati oggetto di un saggio di Maria Rosa Naselli pubblicato all’interno  del volume “Scritture e libri della Sicilia cappuccina, curato da Giuseppe Lipari, per conto dell’Università di Messina, pubblicato nel 2009. Nel libro vengono presentati per la prima volta i regesti delle pergamene conservate nella Biblioteca Provinciale di Messina, assieme ad una raffinata indagine sul paratesto delle edizioni cappuccine.  Il contributo della Naselli, dal titolo “La ‘Libraria’ dei Cappuccini di Pozzo di Gotto”, prende in esame la vicenda del convento, a partire dalla fondazione nel 1623 fino alla soppressione avvenuta nel 1866. La “Libraria” risulta esistente sin dal 1664, e dopo la dispersione a seguito della soppressione del convento, presenta un insieme di 292 opere superstiti, per un totale di 380 volumi, comprendenti un incunabolo, 14 cinquecentine, 95 seicentine, 176 edizioni del XVIII secolo e 6 volumi stampati tra il 1801 e il 1824.

E’ uscito il numero 26 di Luglio del quadrimestrale Milazzo Nostra, pubblicato a Milazzo. La rivista, diretta da Bartolo Cannistrà, si occupa di storia, arte, tradizioni e natura della città del capo. In questo numero articoli sulla battaglia garibaldina di Milazzo, i grandi cantieri del ‘700, due vedute di Milazzo di Letterio Subba, la ristampa di un articolo di Domenico Ryolo sulla preistoria e protostoria di Milazzo. (E-mail: milazzonostra@tiscali.it).

E’ stato pubblicato il secondo numero di Terzo Millennio, rivista di cultura a diffusione nazionale fondata e diretta da Carmelo Aliberti, con redazione a Bafia di Castroreale. In questo numero articoli di Giorgio Barberi Squarotti, Elena Aliberti, Giuseppe Rando, Nicolas Violle, Carmelo Aliberti, Giuseppe Marchetti, Jean-Igor Ghidina, Gino Trapani, Bruno Sartori, Patrizia Zangla, Andrea Zanghì, Paolo Ruffilli, Antonino Famà, Lucio Zinna, Filippo Russo, Paola Colace Radici, Giuseppe Stella, Mirella Genovese. (E-mail: terzomillennio2009@tiscali.it).

L’ultimo numero della “Rivista di Studi Italiani” (versione anche on-line www.rivistadistudiitaliani.it), a diffusione nazionale,  è dedicato a “Futurismo come attualità e divenire”. In essa sono presenti  una serie di articoli dedicati a vari aspetti del movimento artistico, tra cui figura l’interessante testo di Andrea Italiano intitolato: “Futuristi nell’anima. Persistenze di un’avanguardia nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto e dintorni”.

Nei Documenti di questo mese presento un mio articolo sull’antica città di Longane  apparso nel 1984 sul Giornale dei Misteri. Sulla localizzazione di Longane consiglio la lettura dell’ottimo ed equilibrato studio dell’archeologa messinese Rosalia Pumo pubblicato su Paleokastro nel numero di Aprile 2003, e da me recensito su Comunità di Luglio-Agosto 2003.

 

Documenti

(L’articolo che segue è stato pubblicato sul numero di dicembre 1984 de “Il Giornale dei Misteri”)

 

 

Il mistero dell’antica Longane

di Marcello Crinò

 

            C’è un’antica città, nella Sicilia orientale, risalente alla prima età del bronzo, e quindi precedente alla colonizzazione greca, che ha rappresentato per anni un autentico mistero per gli archeologi, tanto che qualcuno l’ha definita «evanescente». Infatti fino al secolo scorso non se ne sospettava minimamente l’esistenza, finchè non vennero scoperti (in circostanze poco note) un caduceo bronzeo, ora conservato al British Museum di Londra, simbolo presente nella cultura fenicio-punica, su cui c’è incisa l’iscrizione «sono l’araldo pubblico longanese», e alcune monete d’argento coniate da Longane, del V sec. a.C., che dimostrano l’importanza raggiunta dalla città in quel secolo, con lo sviluppo della siderurgia. Le immagini raffigurate nelle monete (testa di Heracles e dio fluviale) confermano l’importanza in cui veniva tenuto dai Longanesi il culto di Eracle, il semidio protettore della siderurgia.

            L’esistenza di Longane non era nota prima di queste scoperte perchè gli antichi storici non ne parlano. Da ciò si evince che la sua scomparsa si avvenuta in tempi remoti (forse intorno al V sec. a.C.) che gli antichi storici non hanno fatto in tempo a ricordare, anche se sembra che in alcuni passi di Erodoto si parli di questa «città dei Siculi» che Scite voleva espugnare. Gli storici parlano invece del fiume Longano «presso Mile» sulle cui rive Gerone II di Siracusa sconfisse i Mamertini nel 269 a.C. nella cosiddetta «Battaglia del Longano». E’ ovvio che città e fiume dovevano essere strettamente connessi. Ma la localizzazione di tale «fiume Longano» non trova tuttora concordi gli studiosi. Taluni ritengono trattarsi dell’odierno Longano che attraversa Barcellona, mentre altri ritengono che sia l’attuale Patrì, più ad ovest.

            Negli anni ’50 alcuni scavi archeologici, effettuati su Monte Ciappa, nel territorio di Rodì-Milici (ad ovest di Barcellona) dal sovrintendente alle Antichità della Sicilia Orientale, prof. Bernabò Brea, ora direttore del Museo archeologico di Lipari, e dall’ing. Domenico Ryolo, ispettore onorario per l’Arte e l’Antichità della provincia di Messina, misero in luce alcuni resti, fatti risalire alla prima età del bronzo, con sviluppi in epoca greca, di una poderosa cinta di fortificazione. I due studiosi identificarono tali resti con quelli dell’antica Longane, localizzando in tal modo il vicino torrente Patrì con l’antico Longano su cui si svolse la battaglia. Sembrava quindi che il mistero del sito di Longane fosse stato risolto. Ma nel 1974, l’architetto barcellonese Pietro Genovese, dopo aver percorso in lungo e in largo tutte le colline della zona, scoprendo vari insediamenti preistorici e protostorici, il 24 maggio di quell’anno scopre, sulla sommità di Monte S. Onofrio (300 m. s.l.m.) a Sud di Barcellona, un grosso centro fortificato Sicano-greco, che ha poi identificato con l’antica Longane, e quindi il fiume Longano menzionato a proposito della battaglia non è altro che l’attuale Longano, che ha dunque conservato il nome dai tempi passati.

            Il 13 luglio di quest’anno, patrocinata dall’Amministrazione Comunale di Barcellona, l’arch. Genovese ha tenuto una conferenza in cui ha illustrato le sue scoperte, destinate a destare scompiglio in campo archeologico. Il prof. Bernabò Brea, pur ritenendo di notevole interesse le scoperte del Genovese (ha prestato la sua consulenza per la datazione dei reperti) non è ancora certo di queste identificazioni, nonostante che la Sovrintendenza abbia compiuto nel ’76 alcuni interventi di ricerca.

            Punto di partenza è stato uno studio condotto dal Genovese sulla battaglia dell’Artemisio, del 36 a.C. tra Ottaviano e Pompeo, descritta da Appiano. Da tale studio è riuscito ad individuare l’Artemision («un castello assai piccolo», come scriveva Appiano), nella fortezza di Monte S. Onofrio, realizzata dai messanesi tra il V e il IV sec. a.C. nel corso delle guerre contro i Siracusani. Qui sono stati trovati reperti della prima età del bronzo, reperti ausonii, siculi, ceramica del V sec. e reperti ellenistici e romani. La costruzione è stata fatta utilizzando tutto il materiale di demolizione delle case della preesistente cittadina Sicula di Longane.

            Il nome di Artemision è derivato al sito dalla realizzazione in loco, dopo la battaglia del Longano, di un tempietto in onore della dea Artemide da parte dei Siracusani e degli alleati tindaritani sui resti della torre meridionale. Prima il nome del sito, secondo l’arch. Genovese era «Longane».

            Sul muro di cinta meridionale dello stesso castello raso al suolo, il nostro architetto ha trovato uno statere d’argento emesso dalla città di Anaktorion, dell’Acarnaia (Grecia) della fine del IV-III sec. a.C., che attesta che all’epoca in cui fu portato in loco il castello era già distrutto.

            Il centro archeologico di Monte Ciappa, dove negli anni ’50 era stata localizzata Longane, è da ritenersi invece Mylae, il cui nome si è poi corrotto nel medioevo in Milici, attuale nome del luogo.

            L’antica Milazzo era invece da identificare con Nauloca (fino ad ora dalla localizzazione incerta), nell’attuale zona portuale di Milazzo, dove fino al ‘600 esisteva il porto realizzato dai greci su un laghetto costiero collegato al mare per il tramite di un canale. Le alluvioni torrentizie hanno poi insabbiato tale porto.

            Il nome Milazzo invece sarebbe d’origine bizantina, evolutosi da Mulaxos a Mulassu, a Milazzo.

            Un’ulteriore conferma a queste nuove localizzazioni viene da un’altra scoperta dell’arch. Genovese, e cioè che il torrente Patrì è l’antico Melan.

            Plinio scrive che presso Mylae si situano delle sorgenti che inaridiscono d’inverno e sgorgano d’estate formando un fiumiciattolo. Tali sorgenti sono state localizzate            ai piedi delle rocche di Marro nell’alveo del Patrì, quindi non lontano da Mylae la cui fortezza si situava, come abbiamo visto, su Monte Ciappa. Secondo Ovidio nell’ambito del Melan esistevano «pascula leta bovum». Quindi il fiume dell’antica Longane, detto Longano, altro non può essere che il torrente di Barcellona, che peraltro anticamente, non essendo arginato, scorreva liberamente nella pianura dove ora sorge la città, ed il suo alveo era molto più largo rispetto ad oggi.

 

BIBLIOGRAFIA

- Luigi Bernabò Brea, La Sicilia prima dei greci, Il Saggiatore, rist. del 1982 (I ed. 1958).

- Pietro Genovese, Testimonianze archeologiche e paletnologiche nel bacino del Longano, in «Sicilia Archeologica», anno X n. 33 apr. 1977, ed. Ente Provinciale Turismo di Trapani.

- Adolfo Holm, Storia della Sicilia nell'antichità, rist. dell’ed. Forni di Bologna, 1965 (I ed. 1896-1901).

- Domenico Ryolo di Maria, Longane città Sicana, e Luigi Bernabò Brea, Città di Longane, in «Longane», ed. Bibl. Comunale Popolare «Longane» di Rodì Milici, 1967.

 

 

 

Il ritorno di Garibaldi

           

Alla Città di Barcellona, Se gratitudine dell’Italia intera meritano i prodi che per essa spargono il sangue e disseminano le loro membra sui campi di battaglia, anche le popolazioni generose che s’impegnano con amore alla cura dei nostri feriti meritano larga parte di quella gratitudine.

La città di Barcellona primeggia tra le care città della Sicilia che con amore incomparabile raccolsero sui campi della strage i nostri feriti e li consegnarono alle loro case alle cure gentili e delicate delle loro donne.

Grazie sieno rese in nome della patria italiana alla patriottica Barcellona. I mutilati del nostro esercito, redenti nei loro focolari, conteranno con riconoscenza ai loro parenti le cure ricevute da quella generosa popolazione. Messina, 6 agosto 1860. Giuseppe Garibaldi.

(da: A. De Trovato e S. Raccuglia, Barcellona Pozzo di Gotto, Tip. G. Destefano, Ragusa, 1898, pag. 17. La lettera di Garibaldi ai barcellonesi è stata pubblicata anche dagli altri storici locali: Di Benedetto, Mazzei, Rossitto e Cassata).

 

Nei primi giorni del mese di luglio 2010 si è diffusa in città, anche attraverso i social network, la notizia della scomparsa della croce greca in ferro posta sul prospetto della chiesa dei Basiliani. La notizia viene ripresa dalla Gazzetta del Sud di domenica 4, con un articolo del corrispondente  Saverio Vasta. Continua così il depauperamento dei beni culturali della città e di uno dei suoi monumenti più importanti. Il saccheggio dei Basiliani ebbe inizi intorno agli anni cinquanta del secolo scorso (nel periodo in cui la chiesa venne chiusa a seguito del crollo del tetto), quando vennero sottratti da ignoti tutti i beni artistici custoditi all’interno, compreso l’unico ritratto di Eutichio Ajello (1711-1793), ed è proseguito nell’estate del 1991 quando venne rubato il pregevole tondo in marmo del Gagini posto sul prospetto. Adesso la scomparsa della croce, che non aveva valore economico, essendo una semplice croce in ferro, ma valore storico e religioso, in quanto era l’unica croce greca posta su una chiesa di Barcellona, che rimandava al culto greco, quindi alle origini della religione nel nostro territorio. Il restauro previsto della chiesa e dell’annesso ex monastero permetterà il ripristino della croce, di cui esiste la documentazione fotografica.

Domenica 4, nella Sala del Convento del Santuario di S. Antonio da Padova, con ingresso dal bellissimo chiostro restaurato, dove di recente sono emersi i resti di alcuni affreschi, a cura dell’associazione “Ars Vivendi” è stato presentato il libro di poesia e narrativa di Anna La Rosa “Come foglie”. A condurre la serata è stato Carmelo Coppolino Billè, che ha coordinato gli interventi dei relatori e le letture dei testi. Anna La Rosa, poetessa, scrittrice e pittrice, fa parte del gruppo FilicusArte, da poco costituito tra artisti e letterati di Barcellona e Milazzo. Vito Natoli si è soffermato sugli aspetti della memoria, del mito, dello spirituale presenti nell’opera della poetessa. Giuseppe Anania ha analizzato la struttura del testo articolata in cinque sezioni, dove si parla della madre, della memoria, del rincrescimento nei confronti di quanto di negativo avviene nella società contemporanea, con l’auspicio verso un cambiamento positivo. Infatti l’autrice ha spiegato che il suo lavoro è un inno alla speranza. Giuseppe Fontanelli, in un breve intervento fuori programma, ha sottolineato la capacità della scrittrice di cogliere in maniera incisiva le fasi della vita, il sogno, le condizioni dolorose. Sono intervenuti inoltre Valentina Piccolo, autrice del dipinto pubblicato in copertina, e il frate francescano Padre Paolino. Hanno letto i testi: Melania Amato, Riccardo Quattrocchi, Tindaro Natoli.

Domenica 4 è scomparso a Roma l’architetto Carlo Aymonino, nipote di Marcello Piacentini. Nella nostra città si trova una sua opera, un disegno su mattonella in ceramica realizzata  espressamente per il Museo delle mattonelle Epicentro di Gala, fondato da Nino Abbate.

Verso la metà del mese sono finalmente cominciati i lavori di restauro del villino liberty di via Roma. L’impresa che si è aggiudicato l’appalto ha iniziato le operazioni propedeutiche al restauro vero e proprio: recinzione dell’area, ponteggi, pulitura del giardino. Nei primi mesi del prossimo anno il villino dovrebbe essere restituito alla fruizione di tutti i cittadini, dopo decenni di abbandono, di disinteresse e di incuria, nonostante il vincolo della Soprintendenza. Venne solo rifatto il tetto, come estrema misura di salvaguardia, dopo che si erano quasi del tutto perduti i dipinti sulle volte e le carte da parati con disegni floreali. L’edificio, in pieno centro urbano, venne progettato dall’ingegnere G. Ravidà nel 1909 per il barone Foti. Per le sue qualità architettoniche e per le decorazioni, il villino è ben presente nel volume  "Sicilia Liberty" (Flaccovio editore), un libro che si avvale della prefazione di Paolo Portoghesi. Gli autori, Eugenio Rizzo e M. Cristina Sirchia, rammentano come "la peculiarità di questo villino risiede nella decorazione in ferro che si dispiega in tralci fioriti e assume i volumi di una scultura in alcuni elementi portanti". L'edificio è improntato ad una notevole simmetria, evidenziata dagli alti pilastri centrali sui due prospetti principali. Le decorazioni in ferro sono dovute ad un abile artigiano locale, noto come "Giovanni u Palummu". 

Altri lavori in corso a Barcellona riguardano la trasformazione dell’ex pescheria di via Longo in centro di aggregazione giovanile, così come i locali dell’ex centrale del latte di Sant’Antonio.

La presenza di Garibaldi da Barcellona il 19 luglio del 1860 per recarsi a Milazzo per la battaglia del giorno dopo, è stata ricordata domenica 18 con la performance teatrale surreale “Passaggio di Garibaldi la vigilia della battaglia di Milazzo”, organizzata dalla Pro Loco e scritta da Gino Trapani con la regia di Antonio Rizzo. La manifestazione si è snodata dal “Chianu passu”, Piazza Francesco Crispi (ma ormai sparita dalla toponomastica), dove c’è una lapide che ricorda proprio il passaggio dell’eroe, fino alla piazza San Sebastiano, sul palco allestito di fronte allo storico Palazzo Fazio.  Preceduto da un carretto trainato da un cavallo, Garibaldi (Gino Trapani) è giunto al “chianu passu” a bordo di un’auto scoperta, rammentando la lettera inviata ai Barcellonesi da Messina il 5 agosto 1860, e proseguendo lungo la via Garibaldi, ha rievocato, tra passato e presente, le vicende legate al nostro territorio. A Piazza San Sebastiano si è svolto il grosso dell’evento. Presentato dal “cerimoniere” (Giuseppe Pollicina), ha dato spazio a Filippo Rossitto (Antonio Rizzo, troppo sopra le righe, è stato un Rossitto molto lontano dalla realtà), che ha dialogato animatamente con Peppe La Maestra (Giovanni Corica), singolare personaggio cittadino degli anni cinquanta, mettendo in luce anche gli aspetti discutibili di Garibaldi. Sono intervenuti Luigi Sottile (Andrea Italiano), comandante della “Guardia Nazionale”, Peppa Cannunera (Ina Mazza), il sesto battaglione Garibaldi e il Gruppo Folk Longano, che ha animato la “piece” teatrale con musiche e danze. Il testo di Trapani ha evidenziato anche collegamenti con l’attualità, ha sviluppato  le componenti ambigue di Garibaldi, e sono stati fatti riferimenti all’attualità, come la mostra su Garibaldi del barcellonese Emilio Isgrò a Marsala, ed al libro “L’altro Garibaldi”, pubblicato diversi anni fa, che ha messo in luce gli aspetti negativi del personaggio.

Il 26 luglio il calendario, oltre Sant’Anna e San Gioacchino, i genitori della Madonna secondo i Vangeli apocrifi (protovangelo di Giacomo e Vangelo dello pseudo-Matteo), ricorda anche Santa Venera, il cui culto nel barcellonese è molto diffuso, ed è documentato da epoche antiche (XII secolo). Nella nostra città è stata festeggiata nell’unica chiesa a lei dedicata, nel quartiere di S. Venera del Piano, con celebrazioni religiose. La leggenda locale sostiene che Santa Venera sarebbe nata nella frazione di Gala nel X secolo e martirizzata dai fratelli di religione pagana che non ne avevano condiviso la scelta mistica. Gli studiosi su Santa Venera hanno una duplice posizione: alcuni sostengono trattarsi della continuazione del culto di Santa Paraskevì, diffuso in tutto l'oriente.  Paraskevì significa Venerdì, Haghia Paraskevì sta per "sacra preparazione del Venerdì Santo"; per altri invece quello di Santa Venera non è che la continuazione cristiana del culto pagano della dea Venere-Afrodite.  Octavio Gaietano forse fu il primo, assieme al Fazello qualche secolo prima, a dare credito e risalto alla nascita di S. Venera a Gala, raccogliendo nel XVII secolo a Castroreale la leggenda della ragazza di nome Venera nativa del luogo che sarebbe sta uccisa nel secolo X dagli stessi fratelli che volevano darle marito nonostante la sua riluttanza essendosi consacrata a Dio. Rocco Pirri, nella sua Sicilia Sacra, senza prendere posizione sul luogo di nascita, evidenzia come nel diploma di Adelasia del 1105 si citi proprio la "Spelonca di Santa Venera" nelle vicinanze del Monastero di S. Maria di Gala presso Castroreale. Il diploma del 1105 è il documento più antico che si conosca che parli di questa grotta di S. Venera, assieme a quello del 1100 che cita una grotta presso Siracusa.

Infine recuperiamo una notizia relativa al mese di giugno. A Santo Stefano di Camastra, il 23 giugno, nell’ambito di una tavola rotonda su Santo Stefano e i centri di produzione ceramica del versante tirrenico messinese, è stata aperta una mostra (a Palazzo Trabia Sergio) curata dalla Soprintendenza di Messina, riguardante le ceramiche di Barcellona P.G.: “Tipologie ceramiche alle origini della produzione stefanese: Barcellona e Pozzo di Gotto”, visitabile fino al 30 agosto. Nella mostra sono esposte le “quartare” settecentesche ritrovate durante il restauro del convento di S. Antonio di Barcellona. Nell’incontro è stata resa ufficiale una circostanza che da qualche tempo circolava nella nostra città: le ceramiche di Santo Stefano di Camastra hanno un’origine barcellonese. Infatti, da un atto notarile del 1711, si apprende che il “magister” barcellonese Domenico Lo Presti venne incaricato di realizzare cento grandi giare a Santo Stefano. Per evitare i danni dovuti al trasporto, decise di impiantare una fabbrica in loco, dove in seguito, data la presenza di argilla in zona, l’attività si sviluppò notevolmente, mentre a Barcellona la tradizione, una volta fiorente nella zona chiamata appunto dei “quartalari”, ed a Pozzo di Gotto, si è ormai perduta.

 

Documenti

(L’articolo che segue è stato pubblicato sul settimanale “il soldo” del 7 maggio 1983).

 

 

Convegno a Barcellona

Le parole del mondo magico

di Marcello Crinò

 

            «Magia e civiltà contemporanea» è stato il tema discusso sabato 30 aprile presso la sede della Corda Fratres di Barcellona. Relatore il prof. Aurelio Rigoli, direttore dell’Istituto  di scienze antropologiche della facoltà di Magistero dell’Università di Palermo.

            Rigoli, nato nel ’33 a Palermo, si è formato alla scuola di Giuseppe Cocchiara, a sua volta allievo di Giuseppe Pitrè.

Lo scorso anno è stato l’artefice della prima mappa dei beni etno-antropologici siciliani, realizzata grazie alla collaborazione dell’Università di Palermo.

Nella conferenza barcellonese Rigoli ha trattato in primo luogo del significato di magia. «Cos’è la magia?» si è chiesto. E’ un termine equivoco che ha alle spalle una trama estremamente complessa, con tutte le relative specificazioni. Alta magia, cabala, ermetismo ecc. La magia, nelle civiltà extraeuropee, è stata la prima forma del pensiero umano. Per suo tramite è possibile dominare la natura. Gli studiosi, analizzando le operazioni magiche del mondo primitivo, notando che esse possedevano una loro specifica logica, hanno formulato due leggi: 1) Il simile produce il simile (con un oggetto riproducente un qualcosa, è possibile intervenire su di esso. Se l’immagine di un uomo viene trafitta mortalmente, l’uomo raffigurato morirà...); 2) La parte è in funzione del tutto (in questo caso è possibile operare con un oggetto che è stato a contatto con una persona, o meglio, possedere una parte di un oggetto su cui si voglia intervenire significa avere un certo potere su di esso e sulle parti vicine all’oggetto).

Le  parole del mondo magico, dice Rigoli, sono pietre. Per questo c’è la necessità del «narrato», che si ritiene abbia il suo effetto. Se qualcosa è già accaduta, accadrà di nuovo.

La magia è il tentativo dell’uomo senza scolarizzazione di spiegarsi certi fatti. Essa è quindi strettamente connessa a specificità ambientali (condizioni di sottosviluppo ed arretratezza economica). Correggendo queste situazioni iniziali, la magia scompare. Ma a questo punto Rigoli si chiede se è proprio vero. Questo perchè si è avuto in tempi relativamente recenti un totale passaggio e consumo di talune forme magiche in ambiente borghese. La magia è quindi, secondo Rigoli, un problema che l’uomo si porterà sempre dietro. Possiamo razionalizzare la magia, ma non l’uomo.

E’ seguito un intervento della prof.ssa Annamaria Savarese, che ha presentato e commentato tre documentari, realizzati dal regista prof. Luigi Di Gianni.

Il primo, sulla possessione, è stato «girato» a Serradarce, nel Salernitano, nel ’71, e riguarda il caso di Giuseppina Gonnella, che ogni giorno, e da molti anni, cade in «trance» e nel suo corpo si manifesta il nipote Giuseppe, morto in un incidente nel ’68. Questa donna è ormai al centro di un culto sincretico, in cui religione e magia si intrecciano strettamente, tanto che è stato edificato un tempio analogo ad una chiesa cristiana.

«Il male di San Donato», che riguarda invece i malati di mente e gli epilettici, è stato realizzato nel Salento, dove ogni anno, il 6 e 7 agosto, arrivano molte persone che cercano di guarire tramite riti magici.

Infine, «La potenza degli spiriti» era incentrato su Giuseppe Cipriani, 77 anni, che in Irpinia «toglie», attraverso pratiche magiche, gli spiriti a colori che ne sono posseduti.

 

 

 

 

 

Corso Garibaldi

 

Il 5 giugno 2010, all’ex Monte di Pietà, l’associazione Genius Loci ha presentato alla città l’articolato progetto per la conoscenza, tutela e valorizzazione dei beni culturali di Barcellona. Bernardo Dell’Aglio, presidente dell’associazione, ha riassunto tutte le sfaccettature dell’iniziativa intitolata “Il Pozzo e l’Aquila”, che in pratica si sviluppa attraverso degli itinerari turistico culturali all’interno del centro urbano, visualizzati in un pieghevole in corso di stampa, e vorrebbe operare in sinergia con le altre strutture esistenti come i musei, proponendo pure al Sindaco Candeloro Nania, presente in sala,  una visita guidata lungo il corso Garibaldi con gli amministratori, per una visione diretta del percorso. Si è soffermato sull’idea della realizzazione del Museo di Storia Urbana  e del lavoro compiuto finora con le scuole. Argomento approfondito dalla relazione di Rosita Dell’Aglio, che ha evidenziato il rapporto tra scuola e beni culturali, ricordando che la scuola, nell’educare i ragazzi li deve sensibilizzare alla conoscenza ed alla tutela dei beni culturali. Una maggiore consapevolezza dei giovani dovrebbe evitare, o ridurre, gli atti di vandalismo. Per una giusta fruizione del nostro patrimonio artistico e storico è necessaria una nuova realtà a Barcellona, quella del Museo Urbano, che la Genius Loci è in  grado di allestire. Ha parlato in dettaglio delle esperienze compiute dall’associazione con alcune scuole di Barcellona (Bastiano Genovese e Nino Pino Balotta salita Carmine) e della giornata Unesco Dess. L’autore di queste note  ha spiegato il significato del “Pozzo e l’Aquila”, riconducendolo ad uno scomparto dello stemma municipale, spiegando poi la struttura dei due itinerari «Il “corso” della storia» (via Garibaldi), e «oltre il “corso”» (le altre strade principali secondo la direzione mare-monti). Infine ha illustrato la struttura del Museo di Storia Urbana, articolato in sei sezioni principali che scandiscono le tappe della storia del territorio, e sei di approfondimento. Andrea Italiano ha relazionato sulle iniziative proposte dall’associazione per celebrare l’Unità d’Italia, cominciando dal 19 luglio, giorno in cui Garibaldi attraversò la città alla vigilia della battaglia di Milazzo e un convegno sui 150 anni dell’Unità d’Italia. Ha poi illustrato le altre iniziative collegate, come la mostra sulle opere d’arte del tardo-manierismo a Barcellona, le fabbriche di terrecotte, l’edilizia civile lungo la via Garibaldi, per concludere con un convegno sulla chiesa di San Giovanni, lo scrigno dell’arte barcellonese. Nella sala sono state esposte le schede esplicative dei beni culturali situati lungo la via Garibaldi ed alcune prove di impaginazione di documenti per il Museo.

L’associazione, negli ultimi due mesi, ha realizzato due visite guidate della città: il 14 maggio 150 studenti delle scuole elementari di Tropea hanno visitato il centro della città; lo stesso è avvenuto il 19 giugno con 100 adulti provenienti da Reggio Calabria. A seguito di queste esperienze, gli esperti della Genius Loci hanno potuto verificare “sul campo”  i problemi e studiato un itinerario del centro urbano specifico per i turisti, in modo da poter essere effettuato a piedi in tempi ragionevoli.

Ancora il 5, in simultanea, nella Sala Vetri dell’Oasi e negli spazi aperti, l’Accademia d’Arte Futura (collettivo artistico sperimentale di ricerca), presieduta da Marika Famà, ha presentato, con musica e performance, una delle sette tappe della mostra di arti visive “Arte & mistero” inaugurata a Terme Vigliatore il 17 aprile scorso con il “Primo convegno nazionale di ricerche artistiche e parapsicologiche”.  La manifestazione “nasce con l’intento di coniugare la ricerca performativa con la ricerca parapsicologica, perchè in fondo il mistero e l’arte sono legati indissolubilmente e la creazione artistica costituisce sempre un affascinante ed insoluto enigma”. La mostra, rimasta aperta fino al 13, si è articolata nella sezione pittura “Ludus Trionphorum”, incentrata su opere d’arte espressamente realizzate sul tema dei Tarocchi (Christian Milone, Salvatore Celi, Marilena De Stefano, Elena Vilardo, Giacomo Oneto, Sebastiano Caracozzo, Marialuisa Sabato, Alessio Fratini, Nino Gentile, Fabio Weik, Horus Ra, Calogero Corrao, Giuseppe Bucolo, Dario Bottaro, Rosita Bavetta, Carmelo Cacciola, Tania Triolo, Clara Maffei, Ioana Irina Visan, Enrico Delfini, Dora Mirabile, Mariarita Chichi), un “Omaggio al Tarocco Siciliano Arcano Siculo” (Salvatore Pettineo, Giuseppe Bartocci), una mostra fotografica sui “Tarocchi del Simbolismo Reale” (Gianfranco Coppolino, Luisa Siddi), una mostra di arti multimediali dal titolo “Il quotidiano dei destini incrociati” (Andrea Trimarchi), ed una mostra di “Pittura Medianica” (Edna Magenga).

Domenica 6, in occasione della festa del Corpus Domini, a Barcellona è stata ripresa la tradizione degli altari lungo le strade. Fino agli anni sessanta in ogni zona della città nell’arco della settimana precedente il giorno del Corpus Domini venivano allestiti degli altari arricchiti con fiori, piante e drappeggi. La tradizione è via via scomparsa per riapparire circa tre anni fa, in tono molto minore, con un solo altare, realizzato dall’architetto Luigi Lo Giudice, cultore di antropologia e tradizioni popolari. Secondo il pittore Iris Isgrò (Tradizioni e costumi di Barcellona Pozzo di Gotto, 1997) la tradizione degli altari interessava le otto sere antecedenti il Corpus Domini, ed è stata soppressa nel 1965. Quest’anno lungo la via Garibaldi di altari ne sono stati realizzati due, uno ad opera proprio di Lo Giudice, di fronte al palazzo Todaro-Pirandello in via Garibaldi, l’altro poco avanti, in prossimità della Posta di Pozzo di Gotto, dal signor Barchitta, appartenente ad una confraternita pozzogottese. L’altare dell’architetto, che ha sfruttato lo spazio tra le doppie colonne dell’ingresso del palazzo ottocentesco,  era arricchito da una stampa di Cristo dell’Ottocento e da un ostensorio in mollica di pane proveniente da Salemi, dove esiste la tradizione dei “pani”. Invece di fronte al negozio di un fioraio, nella stessa via ma a Barcellona, il titolare ha realizzato un tappeto di petali di fiori, anche questo facente parte della tradizione ed ancora in uso nella zona di Sant’Antonino. In tarda serata  la via Garibaldi è stata attraversata dalla processione del Corpus Domini (nella foto), partita dalla Basilica di San Sebastiano per raggiungere il Duomo di Santa Maria Assunta, incontrando quindi i due altari sul suo percorso.

Sabato 12, nella sala delle conferenze della vecchia stazione si è parlato del Libro, questo sconosciuto, nel corso di un incontro organizzato dalla Corda Fratres, Museo Cassata, Lions Club e Comune di Barcellona. A relazionare sull’argomento, dopo i saluti di Giuseppe Soraci, presidente della Corda Fratres, e di Francesco Calderone, presidente dei Lions, è stato il magistrato Franco  Cassata, Procuratore generale della Corte di Appello di Messina, qui in veste di fine intellettuale cultore di libri. La sua relazione ha toccato le varie sfaccettature in cui si articola la vasta problematica legata al libro. Intanto il ruolo fondamentale svolto dalla scrittura per lo sviluppo della civiltà. Poi ha ribadito il concetto che chi non legge è certamente un individuo asociale, infatti non vive l’esperienza dei suoi simili. Ampio spazio l’ha dedicato al concetto di falso legato ai libri, con particolare riferimento ad uno dei falsi per eccellenza del XX secolo: i famosi Protocolli dei Savi di Sion, [ampiamente raccontati nel Pendolo di Foucault di Eco], cioè il “falso” progetto degli ebrei di conquistare il mondo con la violenza, laddove i Protocolli hanno avuto il ruolo di modificare il corso della storia, scatenando la persecuzione degli ebrei. Infine si è soffermato sulla scrittura come denuncia, ma stavolta in senso lato, parlando della Cappella Sistina di Michelangelo, che è di fatto  un libro aperto di contestazione, di eresia, un “momento contestativo eversivo”, distante dalla volontà del committente, Giulio II, quasi analfabeta, guerriero, ecc. Nella Sistina  comunque ci sono anche i libri, precisamente nelle mani delle Sibille e dei Profeti. Una bella relazione che ha appassionato e coinvolto il pubblico presente.

Venerdì 18, nei giardini dell’Oasi si è discusso dei problemi dell’I.P.A.B., un patrimonio della città,  nel corso di un’assemblea pubblica indetta da un gruppo di comunità religiose e associazioni socio-culturali. La serata, con grande partecipazione di pubblico, moderata da don Salvino Raia, direttore dei Salesiani, ha visto interventi volti a far conoscere alla città la vicenda di questa Istituzione di Pubblica Assistenza e Beneficenza, che oggi si trova in difficoltà nonostante la gran quantità di beni donati a suo tempo da varie famiglie di benefattori locali (Bonomo, Munafò, Nicolaci, Perdichizzi e Picardi), che hanno permesso, a partire dal 1927, di far svolgere la propria missione alle suore di via Regina Margherita. La nomina del nuovo consiglio di amministrazione, resa nota proprio il giorno dopo, fa ben sperare in una svolta positiva dell’intera vicenda. Nel nuovo consiglio sono state nominate persone di alto profilo morale: l’avvocato Guglielmo D’Anna, il notaio Felice Spinella, don Salvino Raia, il vice prefetto di Messina Lucia Iannuzzi, e Gianni Silva capo gabinetto dell’assessore regionale alle politiche sociali. La città di Barcellona vanta una lunga tradizione di benefattori che hanno contribuito all’istituzione di alcune strutture fondamentali, a partire dal Settecento, quando Giovanni Spagnolo, col testamento del 1793, dispose la realizzazione del Monte di Pietà. Nell’Ottocento spicca la figura dell’industriale Giuseppe Cutroni-Zodda (1819-1896), il quale a sue spese fece costruire a Pozzo di Gotto il primo nucleo dell’ospedale che porta il suo nome. Prima di allora in città non esistevano ospedali, tanto è vero che i feriti della battaglia di Milazzo del 1860 vennero curati nelle chiese e nei conventi. Il Cutroni inoltre fece riedificare la chiesa di Santa Maria Assunta, nel 1859, danneggiata dal terremoto, e ingrandire la chiesa di Gesù e Maria nel 1890. Nel Novecento bisogna ricordare i coniugi Salvatore Cattafi e Virginia Maria Teresa De Luca, che nel 1923, donando un loro edificio e parte del loro patrimonio, permisero l’istituzione dell’Oratorio Salesiano.

Lunedì 21, in occasione della Festa Europea della Musica, organizzata dal Comune di Messina assieme ad altri enti, nell’ambito dei concerti dei giovani musicisti, al Vittorio Emanuele si sono esibiti quattro alunni dell’Istituto comprensivo ad indirizzo musicale “Bastiano Genovese” di Barcellona, della classe di pianoforte di Katia Pesti. Carmelo Mazzeo, Enrico La Tella e Luciano Scarpaci, assieme alla fisarmonica di Giulia Alesci, hanno proposto un concerto con musiche di Mozart ed Astor Piazzolla. Il comprensivo Bastiano Genovese, diretto da Salvatore Abbate, è una scuola che si caratterizza per le molteplici iniziative intraprese e per gli ottimi risultati conseguiti alle manifestazioni alle quali partecipa.

Il mensile messinese “mag” del mese di giugno ha pubblicato un articolo, a firma di Maria Pia Albanese, dedicato alla collezione faunistica di un personaggio barcellonese poco noto. Si tratta del Grande Ufficiale Francesco Cambria, fratello del più noto Generale Angelo Cambria (1867-1932). Francesco Cambria, di cui la rivista non riporta la data di nascita, possedeva una collezione faunistica che alla sua morte, nel 1931, fu donata dal fratello Angelo all’Università di Messina. Venne inizialmente collocata in un locale al piano cantinato del complesso universitario. Nel 1956 venne trasferita in via dei Verdi, prendendo il nome di Museo Zoologico “F. Cambria”. Nel 1986 la collezione fu collocata nei locali del Dipartimento di Biologia Animale a Papardo. Successivamente, nel 2003-2005 i reperti rimasti vennero restaurati e collocati nel Museo Storico-Scientifico della facoltà di Scienze MM.FF.NN. dove è possibile osservare i reperti attraverso una visita guidata.

Da notizie da me raccolte per integrare questa scoperta (in parte tratte dal mensile la città di giugno 2002, articolo di Tindaro Bucca), la collezione faunistica in origine era probabilmente collocata nel grande salone di palazzo Caliri di via Garibaldi, costruito nel 1852 circa dal Cavaliere Mariano Cambria (sposato con Flavia Nicolaci), padre di Angelo e Francesco. Alla morte dei due Cambria, negli anni trenta, il palazzo venne venduto a Mariano Genovese e al gioiellere Benenati. Alla morte di Genovese passò alla figlia, moglie del dottore Caliri, padre dei Caliri attuali proprietari.

Emilio Isgrò. Disobbedisco. Sbarco a Marsala e altre Sicilie” è il titolo del bel catalogo, appena pubblicato da Silvana Editoriale, incentrato sull’ultima mostra dell’artista barcellonese Emilio Isgrò, organizzata a Marsala per l’anniversario garibaldino. Il volume è aperto da un saggio critico di Sergio Troisi: “Le Sicilie di Isgrò”, dove è ripercorsa tutta l’attività dell’artista legata alla Sicilia, da Gibella del martirio, all’Orestea di Gibellina, al Seme d’arancia barcellonese. Seguono testi editi ed inediti di Isgrò, foto di opere, biografia, bibliografia ed elenco delle recensioni. Emilio Isgrò a settembre sarà presente ad Instanbul, Capitale europea della Cultura, con una grande mostra antologica.  

Documenti

(L’articolo che segue è stato pubblicato sul mensile barcellonese “la molla” del settembre 1986).

 

 

Inaugurato a mezzanotte il museo didattico d’arte contemporanea

Un vecchio palazzo per l’arte di oggi

di Marcello Crinò

 

            In mattinata si stava ancora installando l’orologio nella torretta, ma la sera del 6 agosto, a mezzanotte in punto, tutto era pronto per l’apertura del Museo Didattico di Arte contemporanea, allestito nel Palazzo del Monte di Pietà, un vecchio edificio del ‘700 restaurato nel quadro di risistemazione di tutto lo spazio occupato dagli ex “portici” di Piazza San Sebastiano.

            Reduce dalla “prima” di Didone al Teatro Mandanici, una folla consistente ha così potuto ripercorrere gli spazi interni del “Monte” ed ammirare le opere esposte.

            Dopo una ventina d’anni sono dunque rinati due spazi importanti per la città. Il Teatro Mandanici che prima sorgeva proprio accanto al Monte di Pietà, e quest’ultimo, e quindi non a caso le inaugurazioni sono avvenute lo stesso giorno.

            Nel Museo Didattico, realizzato grazie alla donazione di opere da parte di Fausta Squadriti, commissario della Biennale di Venezia, sono raccolti “multipli” di artisti del nostro secolo, che partono sia dalle esperienze delle avanguardie artistiche ormai largamente storicizzate come Vasarely, Bill, Man Ray (è di quest’ultimo l’unica scultura del museo), fino ai più recenti: Rotella, Scanavino, Schifano, Isgrò...

“Dall’uno alla serie” è il titolo allusivo della rassegna, allusivo per sottolineare che si tratta di “multipli”, opere cioè riprodotte con tecniche artistiche, principalmente la serigrafia, in un certo numero di copie e regolarmente firmate e numerate dall’autore.

Qualcuno del pubblico, nel visitare la mostra è rimasto perplesso nel vedere che non si trattava, a parer suo, di “originali”, ma oggi è ormai assodato che la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte è un’operazione artistica perfettamente lecita: l’opera d’arte “riprodotta” non comporta una perdita di qualità, bensì una desacralizzazione che favorisce così una diffusione ed una fruizione “laica” da parte della massa.

Parte di questi spazi del Monte di Pietà adibiti a Museo è auspicabile che vengano anche utilizzati come luogo di esposizione temporaneo di mostre, in considerazione del fatto che il museo oggi non è un luogo statico di esposizione, ma dinamico nella misura in cui propone una varietà di esperienze e di attività tendenti ad informare ed elevare il gusto artistico del fruitore.

 

 

 

 

Codici linguistici

 

Il successo contro i Mamertini non fu immediato, ma un pò alla volta Ierone riuscì a sottrarre loro il controllo della valle del Simeto, nonchè di Alesa, Tindari e Abaceno sulla (e rispettivamente, presso la) costa settentrionale della Sicilia, ricacciandoli a Messina, da dove si erano evidentemente alquanto allargati. Notevole fu il successo conseguito da Ierone sui Mamertini al fiume Longano, presso Milazzo (269 ? 265/4 a.C.): dopo questa vittoria egli assunse il titolo di basileus e, nel bene come nel male, il lunghissimo regno di Ierone II (morto nel 215) segnò in profondità la storia della Sicilia greca.

(Domenico Musti, Storia Greca, Laterza, 1989, pp. 785-786).

 

 

Giovedi 6 maggio 2010 è scomparso il pittore barcellonese Tanino Manca. L’avevo incontrato l’ultima volta in occasione della sua mostra personale all’ex Monte di Pietà, nel mese di dicembre dello scorso anno. Di professione informatore scientifico, Manca si dedicava da sempre alla pittura, in particolare  preferiva lavorare con l’acquerello, tecnica che gli permetteva una stesura veloce e conferiva fluidità alle immagini. Aveva lavorato anche con l’olio, ottenendo esiti notevoli. I suoi soggetti preferiti erano soprattutto figure e paesaggi africani, che ben conosceva dal vivo, visto che si recava spesso nel continente nero. Nell’ultima mostra aveva esposto pure delle piccole sculture modellate in argilla, che trattava  in maniera veloce, come se stesse lavorando con gli acquerelli.

Sabato 8, al Palacultura Bartolo Cattafi, sono state presentate quattro monografie storiche sulla Sicilia di Pippo Labisi (nella foto), cittadino barcellonese ma catanese di nascita. Personaggio multiforme, insegnante in pensione, scrittore, poeta, dialettologo, organizzatore culturale, Labisi nel corso della sua vita ha scritto parecchi volumi su vari aspetti della Sicilia. Tra questi ricordo con piacere un testo su Noto e la sua gente, incentrato sulla ricostruzione di Noto dopo il terremoto del 1693, dove tra gli artefici figurano pure alcuni architetti antenati del nostro personaggio. Dopo l’introduzione di Pippo Galipò, che ha fatto da moderatore degli interventi ed ha tracciato un profilo di Labisi, sono intervenuti i professori Salvatore Di Fazio, collaboratore culturale della Gazzetta del Sud, e la figlia Lucia. I libri presi in esame sono:”L’imperatore Federico II e la scuola poetica siciliana”, Lessico e cultura popolare agro-zoonimica”, La sicilia dai Greco Sicelioti ai Normanni”, e “Anno 265 a.C., l’inizio della decadenza della civiltà Greco-Siceliota”. I testi di Labisi, hanno rammentato i relatori, vogliono evidenziare eventi, fatti, che per la loro incidenza è bene che siano conosciuti da tutti. Infatti lo scopo di Labisi non è tanto di portare novità, nuove scoperte, bensì di divulgare la cultura anche al di fuori dei canali accademici e prendere come lezione quanto gli antichi ci hanno lasciato. Nell’intervento di Salvatore Di Fazio ampio rilievo è stato dato alla Battaglia del Longano, avvenuta nel 265 a.C. [per altri nel 269 a.C.] sulle sponde, riferiscono Polibio e Diodoro Siculo, del fiume Longano, certamente l’attuale Longano che attraversa Barcellona, ma nella seconda metà del secolo scorso al centro di una vivace disputa tra studiosi, in quanto alcuni lo avevano arbitrariamente identificato col torrente Patrì. Ma al di la della disputa territoriale, la battaglia del Longano ebbe un ruolo importante per la storia antica, in quanto con essa iniziò la lotta tra Roma e Cartagine e le guerre puniche. Sono stati affrontati pure i temi relativi ai codici linguistici della cultura popolare, del dialetto gallo-italico diffuso in vaste aree della Sicilia, e di cui Labisi è un attento studioso. Nel corso della serata, alla quale hanno partecipato parecchi esponenti della cultura della zona, un gruppo di amici di Labisi, facenti capo al Movimento per la Divulgazione Culturale, fondato da Pippo Messina, gli ha voluto donare una targa ricordo. Parallelamente si è svolta una mostra di pittura di opere dell’avvocato Biagio Catania, pittore figurativo dai colori delicati. Tra le opere un ritratto di Pippo Labisi. In conclusione Pippo Labisi ha voluto ricordare che in una momento storico in cui fioriscono conflitti etnici ed ideologici, è bene rileggere la storia della Sicilia per comprendere meglio le questioni controverse. E’ altresì importante salvaguardare il patrimonio culturale del fiero popolo siciliano.

Il 13, nel Convento del Carmine di Marsala, l’artista barcellonese Emilio Isgrò ha presentato una mostra-installazione dedicata allo sbarco dei Mille avvenuto proprio in quella città. “Emilio Isgrò. Disobbedisco. Sbarco a Marsala e altre Sicilie” è il titolo della mostra che non vuole essere, ha dichiarato l’artista, una dichiarazione contro il Risorgimento, ma un netto rifiuto verso coloro che tradirono lo spirito del momento. Isgrò, nella mostra curata da Sergio Troisi, ha raccolto in un discorso omogeneo tutte le sue opere dedicate alla Sicilia. La Gazzetta del Sud gli ha dedicato un ampio servizio nella pagina della cultura del 9 maggio, ricordandone la nascita a Barcellona Pozzo di Gotto, il trasferimento a Milano nel 1956, e definendolo “uno dei più importanti artisti italiani viventi”. Nei giorni successivi altre testate si sono occupate della mostra: il Giornale di Sicilia con un servizio di Giovanna Cirino, Rai Sicilia, la Repubblica.

Con il concerto dei vincitori, selezionati nel corso di esecuzioni durate una settimana, si è conclusa sabato 15, all’ex Monte di Pietà, la dodicesima edizione del Concorso Musicale Nazionale Città di Barcellona, organizzato dall’associazione Musicale Placido Mandanici nelle persone dei musicisti Antero Arena, Maria Assunta Munafò e Teresa Salvato, col patrocinio del Comune e la collaborazione dei Conservatori. A partecipare alle varie sezioni in cui si articola il premio sono stati in duecento, provenienti da tutt’Italia. I vincitori hanno eseguito in maniera egregia i brani musicali, compresi alcuni pezzi abbastanza difficili di musica moderna e contemporanea. Prima di dare i nomi di tutti i vincitori, mi piace segnalare alcune esecuzioni di brani che mi hanno favorevolmente colpito. Intanto il bravissimo Marcello Enna, per l’esecuzione del Trillo del diavolo di Tartini, poi Mirea Zuccaro, che ha eseguito al pianoforte un difficile brano del compositore albanese Feim Ibrahimi (1935-1997). Ancora un altro brano per pianoforte, del “folle-geniale” Rachmaninov, Etudes Tableaux op. 39 n. 1 e 8, eseguito a memoria da Diana Buscemi. Un brano di Enrique Crespo, autore contemporaneo di musiche per trombone, eseguito con estrema bravura da Tiziano Magnano. Le ormai note gemelle Palazzolo, due giovanissime arpiste, che hanno presentato una delicata “Siciliana” di Ottorino Respighi. Assistere ad esecuzioni dal vivo per arpa è difficile, due gemelle che le suonano assieme credo sia rarissimo. Arriviamo al pianoforte e violoncello, col duo Bonanno-Zanghì, due ragazze bravissime, che hanno eseguito a memoria il difficilissimo e bellissimo, nonchè straordinario, secondo tempo delle Sonata op. 40 di Dimitri Shostakovic, uno dei più grandi compositori del novecento. Ed ancora il duo Pennisi-Lentini, sempre pianoforte e violoncello, con un ottimo brano di Brahms, dalla Sonata op. 38, in una esecuzione a mio avviso resa molto moderna. Infine la Carmelo Coglitore Dangerous Open Orchestra, una formazione diretta da Carmelo Coglitore, autore del brano oscillante tra la contemporanea e l’etno-jazz, con vari sax, violoncello, contrabbasso e percussioni. Bravissimi! I vincitori: Ilenia Musso, Iole Rodolico, Marcello Enna, Massimo Piazza, Mirea Zuccaro, Marco Mazzamuto, Salvatore Pino, Lucio Brancati, Alex Guglielmo, Roberta Trentuno, Diana Buscemi, Francesco Mazzei, Andrea Fallico, Tiziano Magnano, Duo Giuffrida-Ciancio, Duo Gemelle Palazzolo, Simona Bonanno, Duo Bonanno-Zanghì, Duo Pennisi-Lentini, Quartetto Omnia Sax, Carmelo Coglitore Dangerous Open Orchestra. Per la sezione composizione sono stati premiati: Giovanni Salvatore Puliafito, autore della  composizione “Dalla resurrezione nasce la missione”, e Antonio Paolo Grioli, con la composizione “Scontro tra titani”.

Sabato 22, all’ex Monte di Pietà, presentazione della raccolta di poesie “Forza d’Ali”, di Giusy Contrafatto, organizzata dall’associazione culturale “Dante Alighieri”. Interventi di Franco Speciale (presidente dell’associazione), Antonietta Amoroso (assessore comunale alla Pubblica Istruzione), Lina La Mattina, Stefania Patanè, Vitale Verri, Enza Pampallona e dell’autrice. Nel corso degli interventi e dalla lettura delle poesie emerge la figura della poetessa Giusy Contrafatto come di una donna controcorrente, in guerra contro i pregiudizi. Per la psicologa Enza Pampallona la poetessa rappresenta l’archetipo della donna selvaggia tratteggiato da Jung, e stabilisce un paragone tra i lupi e le donne. Entrambi hanno delle analogie: sono intuitivi, si occupano dei piccoli, della famiglia. Le due specie sono state perseguitate ingiustamente e considerate senza valori.  Per Vitale Verri, Giusy Contrafatto rappresenta la vera immagine della donna siciliana che affronta tutto con coraggio, che soffre e si batte ad armi pari. Combatte l’ipocrisia, le sue poesie sono contro la grettezza, mette l’amore al centro della sua opera. Discendente del patriota palermitano Rosolino Pilo (1820-1860), la poetessa, come l’antenato, è una combattente che non scende a compromessi. Infine Franco Speciale, partendo da una citazione di Victor Hugo, ha rammentato che la poesia non appartiene al poeta. Il poeta sa solo in parte ciò che la poesia vuol dire (il concetto dell’opera aperta e del ruolo dell’inconscio nella creazione dell’opera d’arte). La lettura dei versi è stata accompagnata da musiche eseguite al pianoforte da Antonietta Nicastro, tra le quali un noto brano, quasi iterativo, di Erik Satie (Gnonessienne) ed uno tratto dalla colonna sonora di Shine. Buffet finale con degustazione di vini siciliani.

Domenica 23 la città è stata protagonista della prima edizione del trofeo podistico “BarGo!”, organizzato dall’”Associazione Koralis” in favore degli alluvionati di Giampilieri. In serata la bella conclusione con la musica. Sul palco allestito di fronte al Monumento ai Caduti si sono esibiti vari gruppi musicali, spazianti dal jazz alla musica leggera fino alla musica etnica-popolare del gruppo “Terre”. Quest’ultima formazione è composta Mario Incudine (voce e chitarra), Franco Barbarino (corde), Antonio Vasta (fisarmonica, zampogna), Antonio Putzu (fiati), Pino Ricosta (basso), Riccardo Laganà (percussioni), Emanuele Rinella (batteria). Mario Incudine, il leader del gruppo, ha coinvolto il pubblico con la musica etnica di ricerca, che supera il concetto di musica popolare, spaziando e rielaborando ritmi con l’uso di strumenti della tradizione. Di “Terre” fanno parte due nostri concittadini: Antonio Vasta e Antonio Putzu (nonostante il cognome sardo). Un plauso a tutti gli strumentisti, con un particolare riferimento al virtuoso ed estroso Franco Barbarino, in grado di eseguire e rielaborare brani anche di musica classica con le sue varie chitarre.

La Battaglia del Longano è riapparsa a fine mese con il progetto “Alla ricerca dei due mari: dal Tirreno allo Ionio” promosso dal Liceo Scientifico Statale “Enrico Medi” di Barcellona, presieduto da Domenica Pipitò. Lunedì 31 si è infatti concluso il progetto incentrato sull’anniversario della Battaglia del Longano (269 a.C.- 2009 d.C.), ideato e coordinato dal prof. Alberto Genovese, a cui hanno partecipato quarantadue alunni delle classi 1C e 2D. In precedenza gli allievi avevano compiuto un attento studio  sulla battaglia e sul suo esito, ed una visita sui luoghi del combattimento (frazione Mortellito, fiume Longano). Nella ricorrenza della battaglia hanno ripercorso un itinerario nel territorio locale tra passato e presente, facendo rivivere i luoghi dello scontro fra Siracusani e Mamertini, e attraverso il trekking scolastico  hanno potuto apprezzare l'arte dei “quattro passi” con un contatto più intenso con la Natura e con le valli dimenticate dell'hinterland, riscoprendo paesi e sentieri antichi. Lunedì gli alunni, con i docenti, si sono radunati Castroreale e, rifacendo il percorso degli antichi Siracusani, hanno raggiunto a piedi la zona di contrada Margi, dove nella tarda mattinata è avvenuto un incontro simbolico, con una rappresentanza della Forestale, fra i sindaci di Barcellona, rappresentato dall’assessore Domenico Scolaro, di Castroreale, Salvatore Leto, e di Mandanici, Armando Carpo, per ricreare un ponte ideale fra i due mari siciliani. Il trekking scolastico del Liceo Scientifico di Barcellona, che ha avuto il supporto logistico dell'Ispettorato Dipartimentale delle Foreste e dell'Azienda Foreste Demaniali con i Distaccamenti di Barcellona e Savoca, oltre al lato storico, ha voluto dare risalto al patrimonio locale, facendo riscoprire il vecchio tracciato di epoca greca tra il Tirreno e lo Ionio, già oggetto di studio degli onorevoli Franchetti e Sonnino nell'inchiesta sulla condizione della Sicilia del 1876, e purtroppo ancora oggi strada sterrata. Il ripristino ed il completamento della stessa potrebbe rappresentare un'occasione per una specifica opera di salvaguardia-valorizzazione ambientale e di promozione-sviluppo turistico per l'intera area della provincia messinese.

 

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(L’articolo che segue è stato pubblicato sul mensile barcellonese “la molla” del settembre 1986, e fa parte di una serie di articoli di diversi autori, dedicati all’inaugurazione a “cantiere aperto” del Teatro Mandanici, avvenuta nel mese di agosto del 1986, con lo spettacolo “Didone Adonais Domine” scritto da Emilio Isgrò).

 

 

DIDONE/2

L’uso dello spazio scenico

di Marcello Crinò

 

            E’ opportuno rilevare i modi di utilizzo dello spazio scenico del nascente Teatro Mandanici. Laddove il progettista, l’arch. Giovanni Leone ha previsto un vuoto cilindrico dove situare il palcoscenico, Perlini e Aglioti l’hanno fatto diventare una vasca piena d’acqua, che ci rimanda al “pozzo” di Gotto, elemento legato indissolubilmente alla fondazione della città. Lo spazio scenico non a caso è stato sormontato da una grande aquila che si staglia sul fondo, che compare e sparisce, la stessa aquila presente nello stemma municipale.

            E sulla vasca riempita d’acqua si situano le strutture sceniche polifunzionali, quello che nel teatro tradizionale è il palcoscenico dove si svolge l’azione, ed ancora attorno alla vasca una corona circolare, un anello, altra parte di palcoscenico, metà in  cemento e metà a tavole, da dove attraverso un “taglio” rettangolare sbuca Didone.

            Una scenografia quindi di concezione estremamente moderna, come d’altronde c’era da aspettarsi da Antonello Aglioti (scenografo) e Memè Perlini (regista) dati i loro precedenti lavori teatrali-cinematografici. Hanno dunque saputo usare sapientemente questo Teatro-cantiere che è stato sottolineato, è abbastanza singolare nel panorama regionale. Solo la città di Sciacca può vantare un teatro, ancora in costruzione, opera di Giuseppe Samonà, di concezione moderna anche se completamente diverso dal Mandanici.

            Com’è stato evidenziato anche nel seminario sulla drammaturgia degli spazi aperti, il nuovo Mandanici è una sorta di teatro greco coperto, ma non necessariamente chiuso, tant’è vero che  attraverso la parete di fondo attualmente aperta, spuntano gli alberi della Villa che fanno da scena, da fondale naturale all’azione teatrale, e che si mischiano alle luci della città e delle automobili che la percorrono.

            Quindi un teatro strutturalmente diverso nella concezione, che ha giustamente “sopportato” il testo di Isgrò, stimolandone la messinscena e l’uso spaziale dello stesso. Basti pensare al luogo in cui stavano “i visillanti”, quasi in disparte, ma frontalmente all’attore che declamava i nomi dei barcellonesi, o il fondale semovente, una sorta di sipario portato sul fondo, o la possibilità per gli attori di stare in mezzo al pubblico, e sedere alla fine sulle gradinate assieme ad esso, idea non nuova ma sempre affascinante, questo confondersi del pubblico con gli attori, quasi una identificazione tra il teatro e la realtà, e che ha sviluppato le premesse per la ristrutturazione del Teatro Fossati di Milano.

            L’elemento di novità, “l’evento” anche curioso se vogliamo, uno spettacolo cioè che si svolge in un teatro non ancora finito, ha preso in contropiede tutti coloro che si aspettavano una inaugurazione tradizionale, magari con un “bel” testo già “canonizzato” ed ha fatto sì che la città rimanesse coinvolta al di là di ogni aspettativa, e la risposta del pubblico, ampiamente positiva ci fa presagire un buon futuro per le sorti teatrali di Barcellona  Pozzo di Gotto.

 

 

 

Sacro, profano, barocco, liberty

 

Il 2 aprile 2010 la città, com’è tradizione da alcuni secoli, è stata attraversata dalle due processioni del Venerdì Santo (per le notizie storiche rimando i lettori agli Eventi del mese di aprile 2008, col titolo: Dramma sacro). L’una è partita dal Duomo di S. Maria Assunta di Pozzo di Gotto, l’altra dalla chiesa di San Giovanni, per incontrarsi in serata sulla copertura del torrente Longano, che segnava anticamente il confine tra i due centri unificatisi nel 1836. Nonostante  l’unione dei due centri, la città ha mantenuto due distinte e simili processioni, che ne fanno probabilmente un caso unico. Quest’anno, per meglio coordinare le manifestazioni legate alla Settimana Santa e per valorizzare il territorio, l’Amministrazione comunale ha promosso l’istituzione della “deputazione permanente”,  dove sono presenti i responsabili delle Confraternite, i cantori di “visilla”, i “patrocinatori” delle varette, padre Tindaro Jannelli vicario foraneo e il presidente della Pro Loco Gino Trapani. Il risultato di questo coordinamento s’è visto sul ponte Longano. Le due processioni si sono fermate, le vare, che in prevalenza si rifanno al gusto manierista e barocco, sono state ruotate di novanta gradi in modo da fronteggiarsi e confrontarsi,  e tra due ali di folla si sono intrecciati i canti dei “visillanti” e la musica leggera delle vicine bancarelle. Le due comunità hanno avuto un momento di vero incontro sul luogo che anticamente segnava il confine tra i due centri ed ha fatto si che nascessero e si sviluppassero le due processioni.

Giorno 4, Domenica delle Palme, nella Piazza delle Ancore, il Gruppo Giovanile Parrocchiale di Calderà, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, ha messo in scena “Storia di tre giorni” (nella foto), dramma sacro che ripercorre la passione di Gesù Cristo. Lo spettacolo, che si rinnova ogni anno, a partire dal 2003, con l’interruzione dello scorso anno perchè c’erano i lavori si sistemazione della piazza, doveva svolgersi la Domenica delle Palme, ma il forte vento ha costretto gli organizzatori a spostarlo di una settimana. Scritto da Andrea Italiano, ed interpretato da attori locali, il dramma sacro quest’anno ha sfruttato la nuova sistemazione della piazza di Calderà, dove sono state allestite le scenografie e gli apparati tecnici. Il folto pubblico ha mostrato di apprezzare lo spettacolo, a tal punto da addossarsi fin sotto le scenografie, ed anche dietro il palco, creando non pochi problemi ai “soldati romani”, che hanno dovuto effettivamente fare servizio di ordine pubblico.

Venerdi 9, in vista del prossimo restauro del villino liberty di via Roma, la Pro Loco “Alessandro Manganaro” e l’Università della Terza Età, col patrocinio del Comune, hanno organizzato un convegno sul tema “Il Liberty a Barcellona Pozzo di Gotto tra innovazione e tradizione”. A relazionare si sono alternati il professore Gino Trapani e gli architetti Mimmarosa Barresi, Daniela Celi e Pippo Perdichizzi, i quali hanno affrontato l’argomento con  tagli diversi: la cultura dell’armonia e il rispetto delle regole,  l’architettura  della città tra ‘800 e ‘900, il cimitero comunale, le risorse del territorio, arte e programmazione. Parallelamente è stata aperta una mostra fotografica sul Liberty a Barcellona, rimasta aperta fino al giorno 18.

Quello dei poeti è un mondo estremamente variegato, dove convivono vari modi di esprimere i propri pensieri. Pensavamo questi seguendo la sera dell’11 la premiazione del XII incontro di poeti “On. Nino Pino Balotta”, organizzato dall’Accademia Artistica Musicale, presieduta da Felice Mancuso. Tra i poeti che si sono alternati sul palco dell’ex Monte di Pietà abbiamo visto un poeta contadino, una poetessa misticheggiante, poesie in rima rigorosa, buone poesie... Il premio per la poesia dialettale è stato assegnato a Giuseppe Motta, mentre per la poesia in lingua a Maria Morganti Privitera. Gli altri premi e menzioni sono stati assegnati a Rosario D’Antoni, Rocco Amato, Soccorso Parisi, Maria Chiaramonte, Rosa Ferraro, Mek Zodda, Titti Crisafulli, Maria Antonino Parisi, Antonino Isgrò, Anna La Rosa, Francesco Gitto, Domenica Luisa Tomarchio, Giuseppe Giunta, Carmelo Maimone, Concetta La Torre, Teresa Ferraro Vadalà, Carmelo Buccheri, Liborio Erba, Adalberta Sinigallia, Daniela Barresi, Fiorina Gazzarra Bisazza, Girolamo Squadrito, Salvo Rotuletti e Riccardo Quattrocchi. La serata è stata condotta da Felice Mancuso, coadiuvato da Graziella Garofalo e Domenica Recupero.

Sabato 10, all’ex Monte di Pietà, si è svolta l’assemblea dei soci dell’associazione Genius Loci nel corso della quale è stato eletto il nuovo direttivo. E’ stato confermato quello uscente ed ampliato con tre nuovi componenti. Presidente è stato designato Bernardo Dell’Aglio, affiancato da Daniela Motta (vicepresidente), Andrea Italiano (segretario), Marcello Crinò (coordinatore), Franco Caliri, Rosita Dell’Aglio, Roberto Iraci, Luigi Lo Giudice, Alfonso Gelo, Giuseppe Messina e Salvatore Abbate. L’obiettivo della Genius Loci è quello di valorizzare e far conoscere il patrimonio storico, artistico e culturale della città e dei personaggi che hanno contribuito, e continuano a contribuire, alla sua crescita.

Venerdi 23 è stata celebrata la giornata mondiale del libro e del diritto d’autore. Per l’occasione la Biblioteca giovani Oasi, diretta da Antonella Saia, con la collaborazione del Comune, ha organizzato, per il quinto anno consecutivo, Spazi Lib(e)ri, una serie di eventi nell’arco di quattro giorni, da giovedi 22 a domenica 25, che hanno spaziato da incontri per i lettori più piccoli, le “Storie piccine”, letture ad alta voce per la primissima infanzia con lettrici volontarie e il cantastorie Mario Giuliano,  all’incontro “Nati per leggere: un modello di crescita per la società di domani”, fino al coinvolgente concerto dell’orchestra Oikoumene la sera del 24 nel Teatro dei Salesiani. Quest’orchestra messinese, composta da giovani con disagio psichico e/o mentale, diretta da Massimo Diamante, ha proposto la "Vera storia di un Libro e dell'Orchestra che lo svegliò", con brani classici (di Grieg, Musorgskij e Gershiwin) arrangiati in maniera oscillante, a nostro parere, tra l'espressionista e il dissonante, e voce recitante, un po’ alla “Pierino e il lupo” di Prokofiev  Si tratta di un’esperienza unica in campo nazionale, che segue percorsi di Musicoterapia Orchestrale secondo il metodo ideato dalla Cooperativa Esagramma di Milano. Infine, ancora musica per la chiusura delle iniziative, con “Tutto Beatles”, a cura di Eugenia Bavastrelli e Peppe Alesci nella sede della Biblioteca Oasi, all’ex Monte di Pietà.

Anche il circolo ARCI, assieme alla libreria Gutenberg, sabato 24 ha ricordato la giornata del libro con un incontro al Centro per la pace dell’Arci a Portosalvo: “Più libri, più liberi!”.  Autori e lettori insieme per dimostrare l’amore per il libro, che vogliono vederlo nelle mani di tutti, per ricordare che il libro non ha perso la battaglia contro il mondo dell’immagine e che può essere uno strumento di crescita culturale. 

Negli stessi giorni  si è svolta la Settimana della cultura (dal 16 al 25) organizzata dalla Regione Sicilia. La città di Barcellona non è stata coinvolta più di tanto. Venerdi 23 è stata riproposta al Liceo Valli la conferenza sul Liberty a Barcellona già tenuta all’UTE, mentre il Museo Cassata è stato inserito tra i musei visitabili gratuitamente. Forse è poco, per la seconda città della provincia!

Grazie alle nuove tecnologie è possibile oggi recuperare e divulgare dei documenti quasi perduti, di difficile reperimento. Nella fattispecie il musicista Masino Aricò ha rintracciato su Youtube, e l’ha fatta circolare attraverso Facebook, un’incisione del tenore catanese Giuseppe di Stefano riguardante “A la Barcillunisa”, un tipo di canto popolare così chiamato dagli etnomusicologi perchè diffuso proprio nella zona di Barcellona. Venne raccolto e pubblicato per la prima volta nell’ottocento dall’etnomusicologo Alberto Favara, e probabilmente Di Stefano attinse a questa pubblicazione per incidere il canto negli anni quaranta del secolo scorso.

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(L’articolo che segue è stato pubblicato sul mensile barcellonese “la molla” del maggio 1986).

 

 

La pubblicazione postuma delle ricerche di Carmelo Biondo

Quelle chiese antiche e sconosciute

Presentazione di Alessandro Manganaro

di Marcello Crinò

            Sono state pubblicate postume le ricerche di padre Carmelo Biondo sulle chiese di Barcellona (Carmelo Biondo, Chiese di Barcellona Pozzo di Gotto, Grafiche Scuderi, Messina, 1986, pp. 198, lire 18.000).

            Si tratta di materiale in parte già edito sul Bollettino Ecclesiastico Messinese, che ha avuto una diffusione limitata, quasi per “addetti ai lavori”, mentre un’altra parte è completamente inedita ed era ancora in fase di elaborazione quando nel 1979 è avvenuta improvvisa la scomparsa di padre Biondo, che ha reso impossibile il completamento del lavoro e quindi la storia di alcune chiese è rimasta incompleta. L’opera, che è stata pubblicata per volontà del fratello prof. Nino Biondo, ha avuto come coordinatore il prof. Gino Trapani, che ne ha scritto anche la prefazione.

            Questo lavoro viene ad integrare molte cose che mancano nelle opere di altri studiosi locali, e colma quindi una grossa lacuna sulla storia di Barcellona, che presenta ancor’oggi molti punti oscuri, e che non può prescindere dalla storia delle sue chiese, visto che i vari nuclei che hanno poi dato vita alla città si sono sviluppati attorno ai luoghi di culto.

            E’ questa una storia affascinante, che va indietro nel tempo, fino al VII secolo, epoca di fondazione della chiesa di Centineo, di S. Maria dell’Itria e della prima chiesetta del monastero dei Basiliani di Gala.

            Una storia per certi versi completamente nuova, visto che si basa su documenti d’archivio delle varie parrocchie consultati da padre Biondo e che getta nuova luce su tanti aspetti poco noti del nostro passato.

            Veniamo così a conoscenza di fatti sorprendenti, come per esempio, la presenza della Chiesa degli Agonizzanti esistente dietro il vecchio Duomo di S. Sebastiano [in realtà era posta lateralmente, n.d.r.], e che poi è stata messa in comunicazione ed inglobata da quest’ultimo, o della chiesa di S. Agata, di cui non si conosce neppure il luogo dove sorgeva.

            La presentazione pubblica del libro l’ha fatta il prof. Alessandro Manganaro, nella sala della Biblioteca Comunale, alla presenza dell’avv. Enzo Amato, assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Barcellona, che ha patrocinato la manifestazione, e di Gino Trapani, coordinatore del materiale pubblicato.

            Per Manganaro l’opera è una vera miniera di informazioni e di notizie, ma che purtroppo manca di organicità e soprattutto è un pò carente la parte critica. Però già così è utilissima per effettuare ulteriori studi e ricerche, anche se molti dati sono discordanti tra loro e il lettore dove fare un lavoro critico di lettura di essi. E si è soffermato su alcuni problemi che il libro involontariamente solleva, come la questione del progettista del nuovo Duomo, se si tratta cioè dell’ing. Barbaro o dell’arch. Broggi, o l’origine locale di S. Venera.

            Manganaro si è soffermato anche sulle distruzioni delle chiese e del patrimonio artistico avvenute nel corso del tempo. Perchè la storia delle chiese della nostra città è fatta anche di distruzioni più o meno selvagge, perpetrate ai danni delle chiese, soprattutto delle più antiche, ed al patrimonio in esse contenuto, di cui nel libro vengono forniti due elenchi: il primo delle opere ancor oggi esistenti (una novantina), ed un altro di quelle scomparse (29 voci).

            Ma una buona notizia per la tutela degli antichi monumenti locali l’ha comunicata l’assessore Amato: l’amministrazione Comunale ha chiesto alla Sovrintendenza il vincolo per la salvaguardia del tempio di S. Venera e per il monastero Basiliano di Gala.

 

 

 

Comunicare senza aggredire

 

Il 5 marzo 2010 all’ex Monte di Pietà, ormai divenuto il luogo principale degli eventi culturali cittadini, la FI.DA.PA., l’Università della Terza Età e l’Associazione Orchestra da Camera di Messina hanno offerto al pubblico barcellonese un concerto del Duo Bertolini-De Vinco. Due musicisti avellinesi dal valido curriculum che spazia, per Raffaele Bertolini, da registrazioni per la Radio Vaticana e Radiotre Rai, fino all’incisione di musiche di Mozart che prevedevano il clarinetto, e per Antonella De Vinco dal perfezionamento con Franco Medori e Boris Petrushansky, con vasta attività concertistica in Italia e all’estero. Nel corso del programma hanno eseguito musiche di Rossini, Milhaud, Marco Reghezza, Alberto Cesaraccio, Benny Goodmann, Astor Piazzolla e Morricone, portando un guizzo di modernità e di qualità di cui spesso si sente la mancanza.

E’ stata ancora la FI.DA.PA, domenica 7, all’ex Capannone della Stazione, ad organizzare l’incontro con Benedetta Craveri (nella foto), in occasione della festa della donna. La Craveri, nipote di Benedetto Croce, figlia di Elena Croce, sposata con Masolino D’Amico (critico teatrale e anglista) scrive su Repubblica e sul New York Reviev of Books, collaboratrice negli anni passati di Spaziotre, prestigiosa rubrica culturale di Radiotre Rai, dove le conversazioni dei conduttori su argomenti culturali venivano alternate con brani di musica classica. “E’ stata una bella esperienza – ci ha confermato prima dell’inizio dell’incontro – con direttore Enzo Forcella. Gli altri conduttori del programma erano Corrado Bologna, Pierluigi Battista, Antonio Gnoli... ed tanti altri, una fucina dalla quale uscì una generazione di validi giornalisti e personalità della cultura”. E, aggiungiamo noi, una generazione di ascoltatori formatisi culturalmente e musicalmente attraverso le onde di Radiotre. Pina Freni, presidente della FI.DA.PA., nell’introdurre la serata ha evidenziato come l’incontro con Benedetta Craveri sia un vero e proprio evento per la città, così come lo ha sottolineato la vicesindaco Antonietta Amoroso. Maria Ciancitto, presidente del distretto della FI.DA.PA. ha portato il proprio saluto, mentre un profilo della scrittrice è stato tracciato da Pina Rando, ricordando le sue origini familiari, la laurea in Lettere con Giovanni Macchia e l’attività accademica: docente di letteratura francese al Suor Orsola Benincasa di Napoli, autrice di saggi su scrittrici francesi, come La civiltà della conversazione e la riedizione del romanzo di M.me de Duras Ourika.  Tutti libri pubblicati da Adelphi. Il dibattito è stato animato da riflessioni e domande di Pina Coppolino, Zina D’Amico, Mirella Genovese, Nella Mirabile e Maria Fabbiani, e da studentesse del Commerciale e del Classico. “Tutti i miei libri – ha detto la Craveri – hanno per protagoniste le donne e la civiltà letteraria del sei-settecento francese. Un periodo in cui per la prima volta si riflette sulla comunicazione, su come vivere insieme e comunicare senza aggredire chi la pensa in modo diverso. Questo sta alla base della civiltà di oggi”. Il libro su cui si è incentrato il dibattito, Ourika, è stato scritto da un’autrice francese vissuta tra settecento e ottocento, e narra la vicenda di una bambina di due anni di colore ed orfana sradicata dalla sua terra natale, il Senegal, e portata in Francia, dove vive una dolorosa condizione in quanto diversa per il colore della sua pelle. Nel corso della serata è stato assegnato il Premio “Donna Fidapa” oltre che a Benedetta Craveri, a Suor Francesca Bertino, Nica Calabrò e Antonella Porcino, donne che operano nel campo della solidarietà e dell’imprenditoria e che hanno espresso appieno lo spirito che anima la Fidapa.

Il 22 marzo abbiamo riascoltato con piacere la voce della Craveri a Radiotre, ospite del programma di libri Fahreneit, dove ha parlato proprio di Ourika e de La civiltà della conversazione.

Domenica 21, presso l’Oratorio Salesiano, è stato presentato il libro “L’opera Salesiana a Barcellona” (La Grafica Editoriale – Edizioni Di Nicolò, Messina) dove l’autore, Don Santo Russo, originario di Montalbano Elicona, economo e Rettore della chiesa dell’oratorio nel 2007-2008, ha raccolto, in una sorta di “indice essenziale”, come lo definisce lui stesso, tutta la vicenda dell’istituzione Salesiana a Barcellona sin dalle origini, che risalgono al 1923. In apertura riporta le notizie sugli artefici della venuta dei religiosi fondati da Don Bosco, e cioè l’arciprete Nunziato Bonsignore, Don Michele Rua, primo successore di Don Bosco a cui si rivolse Bonsignore per l’istituzione dei Salesiani in città, i coniugi Salvatore Cattafi e Virginia Maria Teresa De Luca, che  donarono il primo edificio e parte del loro patrimonio, Don Filippo Rinaldi, terzo successore di Don Bosco che decretò l’apertura della Casa Salesiana, intitolandola a S. Michele Arcangelo, ed infine l’arcivescovo di Messina Angelo Paino e Don Giovanni Segala, Ispettore dei Salesiani in Sicilia. Il libro prosegue con la storia vera e propria dei Salesiani, con foto d’epoca dei momenti più significativi di questa importante istituzione, che nel corso di ottantasei anni ha formato tantissimi cittadini nel campo religioso, civile e sociale, togliendoli dalla strada, aggregandoli anche attraverso lo sport ed il teatro. Aiutandoli nel periodi difficili del dopoguerra, fornendo ai bambini più bisognosi un pasto caldo ed un punto di riferimento sicuro. Importante anche il ruolo svolto dall’Unione degli Exallievi, istituita nel 1935, in quanto i componenti forniscono un importante collaborazione con i Sacerdoti. Molti di loro, stimati professionisti, occupano posti di responsabilità nella vita civile. L’incontro di presentazione del libro, coordinato da Maria Rosa Naselli, ha visto interventi dell’attuale direttore Don Salvino Raia, di Felice Spinella e Franca Torre, presidenti dell’Unione Exallievi, del Sindaco Candeloro Nania, dell’autore del libro Santo Russo, dell’editore Costantino Di Nicolò, di Cettina Visconti consigliere F.S.P. e di Don Enzo Giammello, Delegato Ispettoriale. Infine hanno portato le proprie testimonianze ed i loro ricordi tutti i direttori ancora viventi che si sono succeduti a Barcellona: Rodolfo Di Mauro, Rosario Callari, Giovanni Costa, Salvatore Di Benedetto e Angelo Calabrò, l’unico di origine barcellonese, formatosi proprio in questo oratorio. Nel foyer del teatro è stata allestita inoltre una mostra fotografica illustrante la storia dell’oratorio, che va ad integrare le immagini del libro.

Sabato 27, nella sala dell’Università della Terza Età, il professore Nino Bilardo ha tenuto una conferenza su “Aspetti del Manierismo Meridionale. Michelangelo Naccherino tra Calabria e Sicilia”. Il Naccherino fu uno scultore fiorentino allievo del Giambologna, nato nel 1550 e morto a Napoli nel 1622, città dove operò per cinquanta anni. In Sicilia troviamo tre opere certe: due sculture nella fontana di piazza Pretoria di Palermo: il Papireto e la Naiade, e forse altre non firmate nella stessa fontana, e la Madonna col Bambino nella chiesa di S. Agata di Castroreale. Quest’ultima, come provano i documenti ritrovati negli anni settanta del secolo scorso, dimostrano che l’opera venne acquistata a Napoli dalla Confraternita di S. Agata, ma probabilmente era inizialmente destinata alla Spagna, nella fattispecie commissionata da Filippo II. In Calabria sono tre i lavori del Naccherino: una Maddalena a Morano Calabro, un San Francesco a Tropea, assieme ad altre due statue forse di un collaboratore, ed un’Immacolata a Stilo. Le opere di Naccherino sono intrise di una forte componente pietistica. Bilardo ha fatto notare come lo scultore fosse abbastanza “bigotto”, e questo ha gettato una “macchia” sulla sua vita. Infatti, quando si trovava a Napoli, accusò, seppur involontariamente, il suo antico maestro di essere poco religioso, di non andare a Messa, di mangiare la carne nei periodi vietati dalla Chiesa... Questo fece si che l’Inquisizione si occupasse del Giambologna, che evidentemente non venne colpito, in quanto continuò tranquillamente la sua attività fino alla morte.

La professoressa Tanina Caliri, per conto dell’U.T.E. ha ricordato il ruolo svolto da Bilardo per la storia e l’arte di Castroreale, attraverso le numerose pubblicazioni  ed il ruolo di animatore del locale Museo Civico.

Gli ultimi anni hanno visto nel nostro territorio la riscoperta del monachesimo greco, che vantava una tradizione millenaria venuta meno a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. In questo quadro si inserisce lo studio di Padre Alessio Mandanikiotis, archimandrita greco di Messina, che vive nell’eremo di S. Lucia del Mela. Il quale ha scritto “I Santi Italo-Greci dell’Italia Meridionale, Epopea spirituale dell’oriente Cristiano” con in appendice il “Profilo storico del monachesimo Italo Greco”, pubblicato nel 2004 (e riedito nel 2008), da Nicola Calabria, editore di Patti. L’autore, nel tracciare una serie di profili agiografici dei santi Italo-Greci dell’Italia meridionale, suddivide la vicenda del monachesimo greco in tre periodi. Il primo riguarda la presenza dei Bizantini in Italia, con la diffusione del monachesimo orientale. Tra i santi di questo periodo figura anche Leone II, papa dal 682 al 683, nato nella “Sicilia orientale (forse a Rodì Milici), già maestro del coro della cappella papale e abile cantore lui stesso.” In effetti una consolidata tradizione lo vuole originario di Milici, anche se altri luoghi della Sicilia ne rivendicano i natali. Il secondo periodo comprende la dominazione araba. Lo sviluppo della civiltà bizantina e della vita cristiana subisce in Sicilia un improvviso arresto a seguito della conquista musulmana, completata nel 965 con la caduta di Rometta. Il fatto, all’epoca clamoroso, riferisce padre Alessio, venne annotato da S. Nilo di Rossano, eremita in Calabria, in calce ad un codice autografo, oggi conservato nel monastero di Grottaferrata, vicino Roma, unico monastero greco d’Italia. In questo periodo viene ricordata anche S. Venera di Gala: “La locale tradizione orale ininterrotta ci ha tramandato il ricordo di questa giovane Santa siciliana vissuta durante il dominio islamico, presso l’attuale comune di Terme Vigliatore (ME) sulla costa tirrenica...”. Terzo periodo: i Normanni nel sud. Il loro arrivo a danno dell’Impero bizantino favorisce la ricostruzione di monasteri greci e la nascita di quelli latini, rinasce la vita civile, politica, culturale del Sud. Il monachesimo greco raggiunge il suo momento di espansione più alto, e la chiesa di Roma lo volle riorganizzare fondando nel 1579 l’Ordine dei Monaci Basiliani d’Italia, lasciando poco della tradizione bizantina, e favorendo l’estinzione del monachesimo greco, che ebbe il colpo di grazia con le soppressioni del 1866 e 1873. In Italia rimase solo Grottaferrata, dichiarato Monumento Nazionale. Nell’appendice dedicata al profilo storico del monachesimo italo-greco viene fornita, seppur sinteticamente, la vicenda durata tredici secoli di storia del monachesimo greco nell’Italia meridionale, fino alla situazione attuale, che vede gli antichi monasteri distrutti, come il SS. Salvatore di Messina, o allo stato di rovine. Con la loro scomparsa si è estinta una delle più interessanti testimonianze culturali e religiose della civiltà europea e della storia d’Italia, patrimonio della cristianità indivisa. “La conoscenza o riscoperta di questo patrimonio di fede – scrive a conclusione Padre Alessio – oggi è un debito di riconoscenza storica, mezzo privilegiato per meglio conoscere i nostri fratelli cristiani delle Chiese Orientali, attualissimo invito al vero, autentico ecumenismo cristiano che intende vivere, proporre e diffondere in vangelo di Cristo nella nostra difficile epoca a tutti gli uomini di buona volontà”.

 

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(L’articolo che segue è stato pubblicato sul mensile barcellonese “la molla” del dicembre 1985).

 

Giovanni Spagnolo lo fondò alla fine del Settecento

IL MONTE DI PIETA’ RESTAURATO

di Marcello Crinò

 

            La storia del Monte di Pietà di Barcellona è legata per certi versi a quella dell’adiacente Teatro Mandanici. Quando questo fu costruito, nel 1845, il Monte di Pietà esisteva da una cinquantina d’anni, essendo stato fondato dal filantropo Giovanni Spagnolo verso il 1793.

La sera del 31 maggio 1967 il Teatro Mandanici va a fuoco, e i resti carbonizzati saranno demoliti alla fine degli anni ’60, con una scelta che tanti fiumi d’inchiostro ha fatto scorrere. Assieme ai resti del Mandanici sarà demolita anche la torretta dell’orologio e una parte del Monte di Pietà, che peraltro, se non erriamo, non era stato colpito dal fuoco.

La parte restante del Monte di Pietà per anni è stata lì, mezza diruta, semiabbandonata, con l’eccezione del piano terra dove erano installati vari negozi che esistevano da tempo più o meno immemorabile. Accanto, nel frattempo, venivano eretti i famigerati “portici”, bersaglio di tante critiche e di sarcasmo (anche per l’uso improprio che ne veniva fatto!) ed oggetto di un concorso di riadattamento (nell’80), mai andato in porto.

Ora finalmente il Monte di Pietà è stato restaurato, e possiamo dire che si tratta di un ottimo restauro.

E’ un bell’edificio, non di grande pregio, ma comunque appartenente ad una architettura sobria ed essenziale. Voci insistenti, prima del restauro, lo davano per spacciato, ma l’opera di sensibilizzazione che in varie forme era stata compiuta da varie associazioni socio-culturali (per esempio rammentiamo la mostra fotografica su Barcellona in piazza della Corda Fratres, o le immagini filmate viste nel documentario in video-tape del MO.DI.CU.) ha fatto sì che la tendenza “conservatrice” dei monumenti e dell’ambiente storico avesse la meglio.

La vicenda è peraltro analoga a quella dell’ex Chiesa di San Vito a Pozzo di Gotto: anch’essa rischiava di essere demolita, ma poi fortunatamente tutto si è risolto per il meglio, dando così alla città una struttura polifunzionale esteticamente qualificata.

Ed un bel giorno quello che adesso si può chiamare “ex” Monte di Pietà è stato “impacchettato”, come nelle famose operazioni artistiche di Christo, finchè a fine ottobre, tolta “l’impacchettatura”, è comparso l’edificio messo a nuovo. Sono state intonacate e dipinte con un giallo chiaro tutte le murature esterne realizzate a suo tempo in pietrame e mattoni; e messe in evidenza, lasciandole al naturale, le parti in pietra tagliata a blocchi, trattate come delle lesene.

Il timpano triangolare, che caratterizza fortemente la costruzione è stato restaurato totalmente e fedelmente.

Al piano terra sono sparite le botteghe, che con le vetrinette sporgenti occupavano mezzo marciapiede di via Garibaldi, e sono state ripristinate porte e finestre con relativo arco a tutto sesto.

Un angolo del centro storico cittadino dunque si sta riqualificando. Non ci rimane che attendere per vedere come sarà utilizzato questo edificio (si parla di centro sociale, di biblioteca...) e come sarà effettuata la sistemazione retrostante dell’ampliamento della piazza S. Sebastiano.

 

 

 

 

 

 Il territorio e la sua storia

 

La città ha belle strade, un bel palazzo comunale, un ospedale, un monte di prestanza tra i più ricchi dell’Isola, una banca popolare, un vasto mercato domenicale di bestiame ricinto da mura, un bellissimo camposanto assai ricco di monumenti e di cappelle mortuarie, ed un elegantissimo teatro, il secondo (dopo il massimo di Messina) di tutta la provincia.

(da: A. De Trovato e S. Raccuglia, Barcellona Pozzo di Gotto, Ragusa, 1898)

 

Per singolare coincidenza il mese di febbraio 2010 è stato caratterizzato da tre iniziative che hanno avuto come filo conduttore il territorio e la sua storia. Dal ruolo del futurismo nella nostra zona nella prima metà del XX secolo, alla presenza del monachesimo basiliano nell’arco di quasi un millennio, fino alle prime storie municipali barcellonesi scritte e pubblicate tra Otto e Novecento.

Venerdi 12 febbraio, al Palacultura “Bartolo Cattafi”, è stata inaugurata la mostra “Futurismo, Futuristi e Nino Pino Balotta”, organizzata dal Comitato Promotore per le celebrazioni del centenario della nascita di Nino Pino. L’esposizione (aperta fino al 15 marzo) ingloba la mostra allestita lo scorso anno dal Comune di Ficarra per ricordare il loro concittadino Giovanni Gerbino (nato nel 1895 e morto a Catania nel 1969), poeta e scrittore futurista trapiantato a Milano, la mostra già allestita nel marzo scorso a Barcellona dall’associazione Genius Loci assieme al prof. Giovanni Fugazzotto, e la mostra “in progress” su Nino Pino in corso al Palacultura. Nel corso della presentazione sono intervenuti Nino Costa, presidente del Comitato, il Sindaco Candeloro Nania, l’assessore alla cultura di Ficarra Nino Indaimo e la professoressa Pina Freni, presidente della FI.DA.PA La Sicilia ed il nostro territorio diedero il proprio apporto  al futurismo, tanto che nel maggio del 1921 venne pubblicato pure un Manifesto futurista siciliano. “L’antichissima Trinacria muta le sue tre gambe già veloci in tre alettoni più veloci al punto di accelerare la sua rotazione creativa.” Così Marinetti vedeva la Sicilia, regione per la quale nutrì molta simpatia, da considerarla quasi come uno dei due poli della sua ideologia: nel Nord l’esaltazione della metropoli e della velocità, nel Sud la forza primordiale del paesaggio. La vicenda del futurismo siciliano è stata ben analizzata da Claudia Salaris, nel saggio “Sicilia futurista”, pubblicato nel 1986 da Sellerio, le cui pagine ingrandite sono state esposte nella mostra. Nel libro viene evidenziato il  contributo dato dal nostro territorio al futurismo da persone come Guglielmo Jannelli, di Castroreale Terme (il cui villino, che vide la presenza di Marinetti, fu arredato da Balla e Depero), animatore assieme a Vann’Antò della rivista “La Balza futurista”, quindicinale con redazione a Messina (un numero è visibile nella mostra), e poi Ruggero Vasari, di Milazzo, emigrato in Germania, a Berlino, dove fondò la rivista “Der Futurismus” e fu in contatto con personaggi del calibro di Walter Gropius, H. Richter, El Lisstzkij e Malevic. “La Balza futurista” scrive la Salaris “è la più importante vetrina isolana del futurismo con articoli teorici  «sintesi teatrali», «parole in libertà»”. Altri futuristi locali furono Francesco Carrozza di S. Lucia del Mela, Mario Rappazzo e soprattutto Nino Pino, definito un futurista critico.

Il comune di Ficarra, oltre alla mostra, per ricordare il futurismo ha indetto nei mesi scorsi un premio per le scuole intitolato a Giovanni Gerbino. A vincere sono state tre alunne dell’Istituto Comprensivo “Bastiano Genovese” di Barcellona, classificatesi al primo posto per la sezione scuola secondaria di primo grado. Il concorso, indetto in collaborazione con il Comune di Rovereto e l’archivio “Nino Falcone” di Patti, chiedeva la realizzazione di un manifesto pubblicitario in occasione del centenario del futurismo. Domenica Benvegna, Giusy Bellinvia e Antonina Martina D’Amico sono le tre alunne vincitrici del premio, consistente in un viaggio-soggiorno nella città di Rovereto, dove si trova il primo ed unico Museo futurista d’Italia, che rappresenta una delle sedi del prestigioso M.A.R.T. (Museo d’arte moderna e contemporanea con 12000 opere d’arte). La premiazione si è svolta nei primi giorni del mese nel Palazzo Busacca di Ficarra.

         Sabato 13, all’ex Monte di Pietà sono stati presentati i risultati delle ricerche effettuate durante il corso “Presenza del Monachesimo Basiliano a Barcellona Pozzo di Gotto. Architetture, opere d’arte, culti, storia” organizzato dal Centro Territoriale Permanente n. 9 per l’istruzione e formazione degli adulti, con sede presso l’Istituto Tecnico Statale Commerciale, Geometri e Turismo “E. Fermi” di Barcellona P.G., diretto dal Preside Santo Longo. Il corso, dedicato alla conoscenza, alla tutela, alla conservazione, alla valorizzazione ed alla fruizione del patrimonio culturale di Barcellona Pozzo di Gotto, ha prodotto, come risultato finale, un audiovisivo corredato da un fascicolo, assieme ad una mostra costituita da quaranta pannelli, esposti nella Sala Vetri dell’Oasi fino a giorno 21. Alla presentazione, seguita dalla proiezione del video, sono intervenuti il prof. Alessandro Cocuzza, vicepreside dell’Istituto Tecnico, in rappresentanza del dirigente Santo Longo, la professoressa Antonietta Amoroso, docente dello stesso istituto nonchè Assessore Comunale alla Pubblica Istruzione, la professoressa Giovanna Betto, tutor del corso, ed il sottoscritto nella qualità di esperto esterno. Nel territorio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto si trovano tre edifici di culto legati al monachesimo basiliano che ha determinato una forte influenza sulla cultura locale. Per tale motivo si è scelto di operare un’approfondita ricerca su tali beni, prendendo in esame il Monastero Basiliano di Gala, del 1105, la nuova chiesa e annesso convento dei Basiliani nel quartiere Immacolata, del 1791, e il Tempio di Santa Venera, di epoca bizantina-normanna (nella foto in apertura, del 1983, l’agglomerato edilizio presso il Tempio di S. Venera). Le esigenze del territorio sono quelle di riavere pienamente fruibili gli ultimi due beni, mentre per il primo è necessario uno scavo archeologico e una sistemazione paesistica del sito, eliminando le situazioni di degrado, quali stalle, baracche, erbacce. Il progetto si è articolato in una prima fase in cui è stata effettuata una lezione introduttiva sull’argomento e una successiva visita guidata ai tre luoghi. In una seconda fase in cui è stata celebrata una messa in rito greco-ortodosso, grazie alla presenza nella zona di padre Alessio Mandanikiotis, monaco di rito greco nonchè Archimandrita di Messina. E’ seguita infine l’elaborazione dei dati raccolti per la realizzazione del volumetto, del video e della mostra. I contenuti dei tre elaborati sono sostanzialmente simili: ripercorrono, con tre mezzi di divulgazione diversi, la vicenda della presenza basiliana nella città di Barcellona dalle origini fino ai recenti studi storici, proponendo disegni, foto, libri, documenti vari.

            Sabato 27, all’ex Monte di Pietà, l’associazione Genius Loci e il Centro Culturale Walter Tobagi di Messina, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, hanno presentato il volume “Barcellona Pozzo di Gotto tra Otto e Novecento”, appena pubblicato dall’editore Experiences di Messina. Il libro comprende le ristampe di quattro storie municipali, pubblicate tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, scritte da Antonio De Trovato e Salvatore Raccuglia (1898), Antonino Di Benedetto (1906), Sebastiano Mazzei (1910) e Santi Emanuele Barberini (1933). Il sottoscritto autore di queste note, nella qualità di presidente della Genius Loci e di curatore del volume, ha aperto la serata, relazionando sui quattro autori delle opere ripubblicate, sui contenuti di ciascuna storia e sulla perdita della memoria della città, mentre Claudia Soraci ha letto l’inizio di ciascuna storia. Il sindaco Candeloro Nania, proprio collegandosi alla perdita della memoria, ha ricordato gli interventi di restauro in corso e le distruzioni degli anni passati di parecchi beni culturali di Barcellona, non ultimo il pozzo che diede il nome a Pozzo di Gotto. L’architetto Sergio Bertolami, titolare della casa editrice Experiences, ha parlato dell’operazione di  recupero della memoria storica attraverso i testi ripubblicati dalla casa editrice, e delle problematiche legate agli standard dei libri elettronici, cioè gli e-book. Gerri Gambino, responsabile della promozione turistica della Provincia di Messina, ha evidenziato come l’area del Longano, pur essendo densa di presenze culturali significative, si trovi in una condizione inferiore rispetto ad altri luoghi. Infine c’è stato l’intervento a sorpresa del dottor Filippo Barberini, nipote del Barberini autore della storia del 1933. Ha svelato il giallo legato alla seconda parte del libro del suo antenato. In effetti questa seconda parte non venne mai pubblicata (smentendo la “leggenda metropolitana” dell’incendio della tipografia che avrebbe comportato la distruzione delle copie appena stampate), ma è possibile che il manoscritto esista ancora tra le numerose carte della sua biblioteca. Ha tentato varie volte di cercarlo, ma il materiale è talmente vasto che ci vorrà del tempo per rintracciarlo. Si è comunque impegnato a compiere ulteriori ricerche. Numeroso e qualificato il pubblico che ha partecipato all’incontro, tra cui abbiamo notato Padre Alessio Mandanikiotis, archimandrita ortodosso di Messina, Daniele Macris, della Comunità Ellenica dello Stretto, Andrea Zanghì, studioso della storia del territorio di Rodì Milici, Cono Vizzini, studioso della storia antica e della topografia del nostro territorio, il prof. Pippo Labisi, studioso in particolare del Gallo-Italico di Novara di Sicilia,  Pippo Messina, artista, scrittore e cultore di storia locale, Gino Trapani, presidente della Pro Loco, Nino Abbate, fondatore del museo Epicentro.

            La stessa sera, ed alla stessa ora, nella sede dell’Arci è stata presentata l’ultima raccolta di poesie del giovane Domenico Mostaccio, già alla sua seconda pubblicazione. A presentare il libro, intitolato “Radici nel tempo” (Libroitaliano word) è stato il giornalista e poeta Saverio Vasta.

 

Documenti

 

Mostra sul Futurismo al Palacultura

 

Mostra sul Monachesimo Basiliano a  Barcellona, Sala Vetri dell’Oasi

 

 

 

Gennaio: Demiurghìa

 

...Confortante parola, la parola demiurghìa. Designa le creazioni dell'uomo, o anche di un dio che si fa uomo per creare quaggiù, lasciando sottinteso che creazioni più alte le fanno gli dei. Ma gli dei chi li crea? ...

(Alberto Savinio, Corriere della sera, gennaio 1952)

 

            Il 2010 è stato aperto da un incontro culturale dedicato all’arte sacra, martedì 5, nella sala del St. Honorè, un noto bar di Barcellona. E’ stato l’ultimo di tre incontri, intitolati “Natale al St. Honorè”, legati all’iconografia natalizia (gli altri due, dedicati all’Annunciazione e all’Adorazione dei Pastori, si erano svolti l’11 e il 22 dicembre 2009) organizzati da un gruppo di studiosi locali che si occupano d’arte e di libri. La serata, introdotta da Fabio Fleres, studente prossimo alla laurea in archeologia, ha visto relatori la dottoressa in lettere classiche Maria Rosa Naselli, la dottoressa in editoria e produzione culturale Petronilla Bonavita e la critica e storica dell’arte Mariafrancesca Scilipoti. La Naselli, specialista in libri antichi, ha compiuto un excursus sulla storia dei manoscritti e delle miniature. La Bonavita ha approfondito il “Messale Borgia”, un pregevole manoscritto del 1492, di cui in sala era esposta una copia in facsimile, mentre la Scilipoti, anche con l’ausilio di immagini, ha affrontato nello specifico il tema dell’incontro, cioè La Presentazione di Gesù al Tempio. L’analisi di questo rituale ebraico è partita dall’esame del resoconto  tratto dal vangelo di Luca e da qualche apocrifo, proseguendo con la storia della fissazione della data e compiendo un esame delle opere d’arte che nel tempo hanno illustrato il momento conclusivo del periodo natalizio. Tra le immagini presentate, oltre a quelle note e notissime della storia dell’arte, anche due opere locali, le due “Presentazione al Tempio” custodite nella chiese dell’Immacolata e di San Giovanni Battista.

            Con il Concerto del Coro Polifonico Ouverture e l’Orchestra da Camera Valdemone si è chiuso il ciclo di concerti natalizi di Barcellona, iniziati il 19 dicembre scorso, e patrocinati dall’Amministrazione Comunale. Le due formazioni musicali si sono esibite il 6 nel Duomo di Santa Maria Assunta, proponendo uno spettacolo di assoluta qualità, sia per l’esecuzione che per l’ottima scelta dei brani di carattere sacro. L’Ouverture, fondato l’otto dicembre del 1994, ha così festeggiato il quindicesimo anno di attività, purtroppo senza il suo fondatore e direttore, il maestro Giovanni Mirabile, trattenuto a Roma per un concerto all’Accademia Chigiana (complimenti!). E’ stato sostituito (validamente) dal maestro Giuseppe Mignemi (compositore e direttore d’orchestra dal curriculum vastissimo; ha studiato fra l’altro, con Franco Donatoni), coadiuvato, per la direzione del coro, dalle due vicedirettrici abituali, Dominga Raimondo e Manuela Puliafito. Il concerto ha proposto in apertura “Veniet Dominus”, proprio di Giuseppe Mignemi, per orchestra. Il secondo brano, “Puer Natus”, di sapore medievale, dello stesso autore, è stato eseguito dal coro in maniera suggestiva, con i coristi disposti sotto le arcate della navata centrale. Hanno poi preso posto sotto la cupola assieme agli strumentisti dell’orchestra Valdemone, una formazione di archi ed organo, costituita da poco grazie all’impegno del maestro primo violino Cesare Frisina (gli altri componenti: Francesco Tusa, Alessandro Crisafulli, Andrea Accordino, Carlo Magistri, M. Fausta Rizzo, Marco Scicli, Rosanna Pianotti, Sonia Basile, Mirko Raffone, Alba Sofia, Annalisa Monticelli). Il programma è proseguito con brani di Giovanni Mirabile (Ave Maria), di Leontovich, Pachelbel, Haendel, Purcell, per finire con il Magnificat di Vivaldi (voci soliste: Alberto Munafò, Alessandra Genovese e Chiara Lucchesi) e l’alleluia di Haendel.

            Sabato 16, all’ex Monte di Pietà, è stata presentata l’ultima raccolta poetica di Isidoro Aiello, dal titolo “Clessidre”, pubblicata dalle edizioni “Il Gabbiano” di Messina. La presentazione (foto in apertura), organizzata dal Gruppo di Volontariato Vincenziano, rappresentato dalla presidente Tina Coppolino, ha visto la presenza di Maria Francillo Nicosia, titolare della casa editrice, di Alessandro Cocuzza e di Nino Sottile Zumbo. La clessidra, ha spiegato la Francillo Nicosia, rappresenta il senso del tempo che va avanti, e passa, nel caso di Aiello, anche attraverso la figura di Bartolo Cattafi, che ha “contagiato” il nostro poeta all’età di quindici anni. Alessandro Cocuzza, partendo da una citazione di Alberto Savinio sulla creatività, ha evidenziato come i poeti siano in grado di vedere in profondità, ed Aiello è un poeta colto, dalle svariate letture. Le sue poesie, brevi, ma non ermetiche, comportano una genesi lunga, un lungo lavoro di rifinitura per togliere tutto quanto non è necessario. Nino Sottile Zumbo si è soffermato sulla forma grafica del libro, elegante e composita. Aiello, per Sottile, possiede il segreto della leggerezza come lo sciamano in grado di sollevarsi da terra. Rielabora i testi citando dai classici, come Senofonte, il Cantico dei cantici, e si ispira a Cattafi. Il libro si configura come un epistolario variegato e cangiante, la clessidra rappresenta la coscienza vigile e matura, soprattutto sul piano esistenziale.  Le relazioni sono state intercalate dalla lettura delle poesie effettuate da giovani poeti e da alcuni brani musicali, di Miguel Llobet, Agustin Barrios e Villa-Lobos, eseguiti alla chitarra da Franco Cutropia.

            Dal 16 al 31, gli artisti del Movimento d’Arte “Agave Blu”, fondato dal pittore barcellonese Sebastiano Giunta, hanno esposto le proprie opere nell’Atrio di palazzo D’Amico di Milazzo. Il movimento, che pone l’accento sul problema della desertificazione materiale e spirituale del pianeta, vuole auspicare una concezione di vita che si oppone a questa desertificazione. La presentazione è stata curata da Lina Abbate, nel corso dell’inaugurazione che ha visto vari interventi coordinati da Carmelo Coppolino Billè. Hanno esposto: Giuseppe Bucolo, Giuseppe Fazio, Giusy Giorgianni, Santi Gitto, Sebastiano Giunta, Lidia Muscolino, Anna Parisi, Franco Pino e Francesco Sozzi

            Con la conferenza di Patrizia Zangla, sabato 23, sono iniziate a Barcellona le manifestazioni per il giorno della memoria, che ricade il 27, data in cui nel 1945 vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz. Organizzata dall’Università della Terza Età, col patrocinio del Comune, la conferenza di Patrizia Zangla, docente di storia al Liceo Classico Luigi Valli sì è svolta nella sala dell’U.T.E. presso l’ex Monte di Pietà, ed ha avuto per argomento “Le insidie del negazionismo storico”. E’ seguito un intervento programmato del professore e scrittore Carmelo Aliberti, fondatore della rivista letteraria “Terzo Millennio”, giunta al secondo numero.

            Sono proseguite il 27 con la serata della FI.DA.PA. incentrata su “Le donne e la Shoah”. All’ex Monte di Pietà hanno conversato sull’argomento Lidia Barresi e Nunzietta Bertolone, mentre Pina Leonti ha introdotto la proiezione del film Kapò.

            L’Amministrazione Comunale ha ricordato il giorno della memoria con un manifesto riportante una frase di Primo Levi: ”Per questi reduci, ricordare è un dovere: essi non vogliono dimenticare, e soprattutto non vogliono che il mondo dimentichi, perchè hanno capito che la loro esperienza non è stata priva di senso e che i Lager non sono stati un incidente, un imprevisto della storia.”

Domenica 31, all’ex Monte di Pietà è stato presentato il “Consorzio agroalimentare Sicilia-Nebrodi Peloritani”, nel corso del convegno Valorizzazione del territorio e percorsi di qualità. Sono intervenuti Giuseppe Ravidà, Presidente del Consorzio, il Sindaco Candeloro Nania, il prof. Vincenzo Chiofalo, Preside della Facoltà di veterinaria dell’Università di Messina, il prof. Maurizio Lanfranchi, docente presso la Facoltà di economia dell’Università di Messina, e l’avvocato Maria Rosaria Cusumano, Assessore alle Politiche Agricole e Marketing Territoriale. Il Consorizio è nato per mettere assieme una serie di realtà esistenti nella vastissima area a vocazione produttiva della provincia di Messina. Produzioni di qualità e fonte di ricchezza se ci si pone in maniera opportuna, con le certificazioni di qualità e tracciabilità del prodotto. In tal modo il consumatore viene adeguatamente informato e messo in condizione di scegliere bene.

            Ruggero Vasari, nato a San Filippo del Mela nel 1898 e morto nel ’68 a Milazzo, fu uno dei maggiori scrittori futuristi, seppur non molto noto. Visse negli ambienti d’avanguardia di Monaco e di Berlino, dove fondò la rivista “Der Futurismus” e una galleria d’arte. E’ autore di un testo teatrale che adesso è stato ristampato dalle edizioni Duepunti: “L’angoscia delle macchine e altre sintesi futuriste”. Tradotto a suo tempo in varie lingue (russo, tedesco, giapponese e francese), venne messo in scena per la prima volta a Parigi nel 1926, con commento musicale di Silvio Mix, uno dei pochi “veri“ musicisti futuristi (autore del profilo sintetico musicale di Marinetti). “L’angoscia delle macchine”, nel suo oscillare tra fantascienza ed espressionismo astratto, rappresentò lo spunto per il celebre film “Metropolis” di Fritz Lang.

            Lo scrittore barcellonese Saverio Castanotto, autore di testi teatrali e letterari, ha pubblicato il suo ultimo romanzo, “La ragazza che parlava alle cose”, Publisud editore. Il romanzo, incentrato sul sottile margine tra la vita e la morte, sulle problematiche dell’accanimento terapeutico e l’eutanasia, prende spunto dalla nota vicenda di Eluana Englaro (morta dopo diciassette anni di stato vegetativo), con l’invenzione letteraria della figura di Simonetta, in coma vegetativo da dieci anni a seguito di un incidente.

            L’associazione Genius Loci ha iniziato a pubblicare sul proprio blog (www.geniuslocibarcellona.splinder.com) i beni culturali di Barcellona. Ogni domenica l’associazione inserisce le foto e la localizzazione su mappa di luoghi ed edifici che hanno contribuito alla storia della città, dall’antichità ad oggi.

 

Documenti

 (L’articolo che segue è già apparso sul mensile Comunità, settembre-ottobre 2006 e su la molla in rete, gennaio-febbraio 2009)

 

Mistero Egizio

Ritrovata a Messina l'unica descrizione al mondo della mitica Fenice

di Marcello Crinò

 

 

La prima apparizione della Fenice sembra che sia avvenuta in Cina. Poi la troviamo tra gli Ebrei: lo Ziz o Hol; tra gli Arabi: il Simurgh-anka, e fra gli Indù: il Garuda, che trasporta dei e sovrani, solleva elefanti e ruba il balsamo dell'immortalità. Gli Egizi lo chiamavano Benben, ma di esso non esistevano tracce concrete fino a qualche anno fa, quando il professore messinese Alessandro Fumia, archeologo ed egittologo dilettante (si fa per dire!) ha scoperto che le due stele egizie del Museo Regionale della città dello stretto riportano, in ieratico, l'avvistamento della Fenice, avvenuto, secondo i suoi calcoli, il 29 settembre del 3500 a. C. nella città egiziana di On. Ne ha dato notizia attraverso una pubblicazione ed una conferenza a Messina, suscitando grande interesse tra gli studiosi e sulla stampa locale.

La sua ricerca comprende anche un'importante scoperta riguardante la scrittura del popolo del Nilo: lo ieratico, una sorta di scrittura sintetica, stenografata, che a differenza dei geroglifici, veniva utilizzata solo su materiali come papiro, pelli, ceramica, dipinti su legno ecc., ma mai su pietra. Quello di Messina è l'unico caso finora conosciuto di ieratico su pietra, e quindi assume grande significato per la conoscenza della scrittura egizia. Probabilmente la scelta è stata determinata dalla necessità di sintetizzare in uno spazio limitato il testo, accompagnato anche da figure.  Le due stele, alte tre metri, provenienti dalla Cattedrale di Messina dov'erano situate fino al 1902 inglobate da un rivestimento a mattoni, in origine erano collocate, secondo il Fumia, nel tempio siculo-greco di Poseidone presso Capo Peloro, ed in Egitto si trovavano nel tempio di Atum nella città di Eliopoli. Non è ben chiaro come siano arrivate in quel luogo dall'Egitto; probabilmente sono state portate via nave dagli Shekelesh, i progenitori dei Siculi, ma non se ne conosce il motivo.

La prima stele è stata datata 1186-1069 a.C., la seconda presenta immagini tipiche del periodo predinastico (4000-3100 a.C.). Nel testo tradotto si ripete in maniera ossessiva la memoria di una scia di fuoco che risorgerà dal cielo notturno. Le caratteristiche iconografiche ricalcano la teogonia della cerchia divina dei nove dei, che stavano alla base del culto della città di On.  Il ricordo dell'apparizione della scia di fuoco, afferma Fumia, rimanda al mitico uccello della Fenice, l'uccello di fuoco che, abbiamo visto, gli egizi chiamavano Benben. Non esistendo però tracce concrete, è considerato il più grande dei misteri egiziani.  Nelle pietre di Messina si evidenzia questa memoria, e la si descrive, fissando il momento della sua apparizione attraverso il calendario lunare, che ne ha permesso la datazione precisa per quanto riguarda giorno e mese, e per forza di cose, approssimativa per l'anno, e il luogo dell'avvistamento. Di questa scia di fuoco non esistono rappresentazioni, tranne l'ideogramma che la descrive nelle pietre di Messina. Tale ideogramma è costituito un cerchio con due piccole appendici ai lati in basso. In realtà, anche se la traduzione rimanda ad una scia, ad un rivo, sembra che si sia trattato di un meteorite, di una cometa o di un globo di fuoco con una scia luminosa, come peraltro evidenzia l'ideogramma.

 

- Alessandro Fumia, Quaderno di ricerca sulle Pietre Egizie del Museo di Messina, Andrea Lippolis Editore, Messina, 2006, pp. 52, Euro 7,00, ISBN 88-86897-13-8

 

 

 

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Ultimo Aggiornamento 01/09/2010

Barcellona Pozzo di Gotto

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