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BARCELLONA POZZO DI GOTTO E IL SUO TERRITORIO
Storia, arte, cultura, tradizioni, personaggi
Sin dal
Medioevo, nella pianura attraversata dal torrente Longano,
esistevano dei villaggi che sfruttavano le ricche risorse
agricole offerte dal territorio: agrumi, viti, ulivi, ortaggi ed
un intenso allevamento del bestiame. Con l'aumento della
popolazione gradualmente questi villaggi si sono ingranditi
dando vita a due centri più grossi: Pozzo di Gotto e Barcellona.
Pozzo di
Gotto, che prende il nome da un pozzo fatto costruire per
ragioni agricole dalla famiglia messinese Gotho intorno al 1463,
apparteneva al Comune di Milazzo.
Barcellona, le cui origini risalgono al 1522 circa, quando
risultava una semplice contrada, apparteneva invece a
Castroreale. Secondo lo storico Sebastiano Mazzei (Storia di
Barcellona Pozzo di Gotto, 1910, p. 9-10) le più antiche notizie
su Barcellona risalgono invece al 1343, quando, come riferisce
il Mugnos (I ragguagli historici del Vespro Siciliano, 1645, p.
169, ristampa anastatica ed. Lussografica) Ludovico D'Aragona,
re di Sicilia, chiedeva soccorso ai grandi del Regno, fra i
quali Riccardo de Mariscalco, di Castro Reale, e Benedetto
Casale, del Casal di Barchino. Barchino era l'antico nome di
Barcellona di Spagna. Filippo Rossitto (La città di Barcellona
Pozzo di Gotto, 1911, pag. 125-126, edizione del 1986)
riprendendo la notizia, ed appoggiandosi ad altre fonti, si
mostra scettico, e scrive che il Barchino menzionato dal Mugnos
non è l'attuale Barcellona, ma un feudo nel territorio di
Buscemi. Non esclude però l'ipotesi che Barcellona potesse
essere un casale molto antico, come Gala, Nasari e altri. E'
possibile, aggiungiamo noi, che i Catalani, quando
conquistarono la Sicilia sotto Pietro II, re dal 1276 al 1285,
fondarono il casale di Barchino, poi abbandonato dagli abitanti
che si trasferirono a Castroreale per mettersi al riparo dalle
incursioni nella pianura dopo la guerra del Vespro.
Successivamente gli antichi abitanti di Barchino tornarono
nuovamente sulle rive del Longano, e l'antico nome si sarebbe
trasformato nel tempo in Barcellona. Fra l'altro diverse fonti
riportano la notizia che la chiesa di San Sebastiano esistesse
già nel 1300 (Carmelo Biondo, Chiese di Barcellona Pozzo di
Gotto, Grafiche Scuderi, Messina, 1986, p. 119), e se ciò è
vero, si trattava probabilmente della chiesa del casale di
Barchino. Nel 1835, con decreto reale entrato in esecuzione
l’anno dopo, Barcellona e Pozzo di Gotto già separatesi
rispettivamente da Castroreale e da Milazzo, costituirono il
nuovo Comune, con una popolazione di 20.246 abitanti. La città
conta adesso 41.258 abitanti residenti (censimento 2001).
Il
territorio di Barcellona Pozzo di Gotto possiede beni culturali
ed ambientali nei tanti villaggi sparsi sulle colline, ricche di
memorie greche, bizantine, arabe, normanne, medievali, e
presenze archeologiche di notevole interesse a Monte Sant'Onofrio
e a Monte Lando. Il centro abitato conserva ancora i vecchi
quartieri con antiche case e vecchie strade. I principali
palazzi del Settecento e dell'Ottocento, che avevano al piano
terra i laboratori artigiani, sorgono soprattutto lungo la
storica via Garibaldi. Nel quartiere di San Giovanni e di Sant'Antonino
c'erano, e ci sono ancora in parte, i fabbricanti delle botti
per il vino. Nel quartiere Quartalari si producevano manufatti
di terracotta e mattoni per l'edilizia. Il patrimonio artistico
è rappresentato principalmente dalle chiese. Tra queste San
Giovanni, dichiarata Monumento Nazionale, il Tempio di Santa
Venera, il cui nucleo più antico è del periodo bizantino, e la
nuova chiesa dei Basiliani, con il settecentesco prospetto in
pietra da taglio.
Il
dialetto parlato nel nostro comprensorio presenta relitti che
evidenziano l’influenza greca, araba, spagnola e francese, anche
se è predominante l’influenza latina.
Nel
territorio di Barcellona è diffuso un canto popolare reso noto
dall’etnomusicologo siciliano Alberto Favara, intitolato “ A
Barcillunisa”. Si tratta di “modi” cioè un sistema di canto
particolare consistente nell’allungare la conclusione della fase
musicale con abbellimenti ricchi di cromatismi. Tra questi canti
ricordiamo: “U suli si nni va”, una serenata con melodia
monodica, “Caru cugnatu la facisti lesta” (cantata ed incisa
dal tenore Giuseppe Di Stefano nel 1947) e la “Visilla”,
considerata il più alto esempio di “Barcellunisa” tragica,
assieme a “Lu Venerdì Santu Gluriusu” che veniva cantato dietro
la varetta dell’Addolorata di San Giovanni.
La città
ha dato i natali o ospitalità ad illustri personaggi della
cultura, quali: Eutichio Ajello, teologo; Gioacchino Bartolone,
giornalista; Carlo Broggi, architetto; Giuseppa Calcagno “Peppa
a cannunera”; eroina risorgimentale; Gaspare Camarda, pittore;
Nello Cassata, storico; Bartolo Cattafi, poeta; Giuseppe
Cavallaro, architetto; Sebastiano Crinò, geografo; Sebastiano
Genovese, idrobiologo; Antonino Isaia, teologo; Salvatore Isgrò,
Arcivescovo di Sassari; Nino Leotti, pittore; Vincenzo Leotti,
musicista; Sebastiano Mamì, scultore; Placido Mandanici,
musicista; Alessandro Manganaro, grecista; Sebastiano Mazzei,
storico; Nino Pino Balotta, scienziato; Filippo Rossitto,
storico municipale; Michele Stylo, regista; Turiddu Sindoni,
scultore; Giovanni Spagnolo, filantropo; Alberto Torre, uomo di
cultura; Luigi Valli, dantista.
La
lettura del territorio è stata attuata attraverso i nuclei
fondativi della città costituiti dai casali, dai quartieri e
dalle frazioni, suddividendo l’intero comune in tre aree:
1)
Territorio urbano di Barcellona, comprendente: Barcellona
centro, San Giovanni, Quartalari, Immacolata, Nasari, San
Francesco di Paola, Militi, Aia Scarpaci, Fondaconuovo, Sant’Antonino,
Sant’Antonio;
2)
Territorio urbano di Pozzo di Gotto, comprendente: Pozzo di
Gotto, Pizzo Castello, Panteini, Petraro, Marsalini, Sant’Andrea,
Bartolella, Zigari, Santa Venera;
3)
Territorio extraurbano, costituito dalle frazioni: Cantoni,
Spinesante, Calderà, Acquacalda, Oreto, Femminamorta, Centineo,
Portosalvo, Acquaficara, Gurafi, Maloto, Gala, San Paolo,
Cannistrà, Migliardo.
Panorama della città da Monte Sant’Onofrio
Personaggi barcellonesi
Territorio urbano di Barcellona
Barcellona centro
Nel quartiere di Barcellona centro, che
ha dato il nome alla città insieme all’altro quartiere di Pozzo
di Gotto, si concentrano le attività commerciali e gran parte
degli edifici rappresentativi della città. Nacque intorno alla
metà del 1500 e verso la fine del secolo si cominciò ad
edificare il Duomo di San Sebastiano, a tre navate scandite da
colonne. Venne completato nel 1606, per essere poi demolito
negli anni trenta dello scorso secolo e sostituito con un nuovo
Duomo, oggi Basilica Minore. La sua distruzione, che ha
comportato una grave perdita per il centro storico della città,
venne motivata, ufficialmente, dalle cattive condizioni statiche
in cui versava, ma in realtà ostacolava il prolungamento della
via Roma, l'asse viario più rappresentativo, cadendo proprio nel
bel mezzo della strada, nel vero cuore antico cittadino, visto
che alle sue spalle stavano il settecentesco Monte di Pietà e
l'ottocentesco Teatro Mandanici. L'antico Duomo possedeva delle
opere poi trasferite nella nuova chiesa, come gli altari in
marmo, i quadri, gli arredi sacri.
Il Monte di Pietà venne costruito nel
1799 per interessamento del filantropo barcellonese Giovanni
Spagnolo, che diede tale disposizione nel proprio testamento. La
sua storia è in parte legata a quella del Teatro Mandanici,
costruito sul terreno adiacente. Il 31 maggio 1967 il Teatro
venne colpito da un incendio e dopo qualche tempo i resti
vennero demoliti, e la stessa sorte subì una parte del Monte di
Pietà, che non era stato neanche toccato dal rogo, e il cui
primo piano da molti anni risultava abbandonato, essendo venuta
meno la sua funzione, mentre al piano terra erano situate varie
attività commerciali. I locali vennero ristrutturati per essere
adibiti a spazi espositivi e inaugurati, ancora a "cantiere
aperto", allo scoccare della mezzanotte del 6 agosto 1986. Per
l'apertura venne allestita una Mostra didattica di arte
contemporanea. L’ex Monte di Pietà, dove ha sede anche la Pro
Loco, vede oggi la presenza, ormai continua, di mostre ed
eventi culturali, divenendo in tal modo un fulcro e un punto di
riferimento degli appassionati d'arte.
Altro luogo di cultura è la biblioteca
comunale ospitata dal 1975 nell'edificio progettato nel 1913
dall' ing. Luigi Zancla, in via Regina Margherita. Contiene
circa 30.000 volumi, incunaboli e cinquecentine, e un archivio
stampa organizzato per soggetti.
Lungo la via Umberto I esisteva la
chiesa di S. Filippo Neri, costruita intorno al XVII secolo e
chiusa al culto alla fine dell'Ottocento. Venne demolita nel
1963, dopo essere stata utilizzata come deposito delle carrozze
che giornalmente stazionavano lungo la strada. Il prospetto,
come si evince da rare fotografie, era caratterizzato da un
timpano triangolare dal sapore neoclassico, sostenuto da lesene
con capitelli compositi.
Sulla via Operai, all'angolo con la via
Roma, nel 1909 il barone Foti fa progettare all’ingegnere G.
Ravidà un villino in stile Liberty, attualmente disabitato e
ridotto in cattive condizioni, pur essendo sottoposto a vincolo
dalla Soprintendenza.
Il nuovo Duomo di San Sebastiano, dal
1992 Basilica Minore, ha polarizzato lo sviluppo del centro
cittadino. Attorno a questo imponente edificio, costruito nel
1936 su progetto dell'ingegnere Francesco Barbaro e concepito in
stile neoclassico, si apre la piazza principale di Barcellona,
attraversata dalla via Roma. A San Sebastiano si conservano le
opere provenienti dal vecchio Duomo. Tra i quadri ricordiamo la
grande tela del 1879 raffigurante il martirio di San Sebastiano,
di Giacomo Conti, un'opera di Gaspare Camarda raffigurante la
Vergine col Bambino e San Francesco, firmato e datato 1606, e un
dipinto su legno, raffigurante San Giuseppe, eseguito da Santa
Rugolo nel 1942. Ed ancora, una tavola di Cesare Da Napoli
(Santi Rocco, Paolino e Caterina) recentemente restaurato, e San
Cristoforo di autore ignoto. Un'altra opera di Cesare Da
Napoli, la Vergine delle Grazie col bambino e due Santi, del
1585, proveniente dalla chiesa dei Basiliani, è conservata dalla
fine dell'ottocento nel Palazzo Comunale.
La Basilica, oltre alle opere d'arte
citate, si è arricchita di opere di pittura e scultura
realizzate negli ultimi anni. Nel 1984 Filippo Minolfi dipinge
un Cristo Pantocratore nell'abside e i quattro evangelisti nei
medaglioni sotto la cupola, nel 1986 vengono collocate quattro
statue, realizzate dallo scultore Tito Amodei, nel prospetto
principale, e infine nel 1994 il pittore Gino Colapietro esegue
"La pesca miracolosa" nel transetto sinistro.
La presenza di palazzi a sei piani,
innalzati negli anni del boom edilizio attorno alla piazza ne ha
soffocato lo spazio, che risulta oggi molto compresso.
Il venti gennaio la piazza, abituale
luogo d’incontro dei cittadini, diviene il centro della festa
del Santo Patrono, con tutto il corredo tipico delle feste
patronali, e la caratteristica di un dolce particolare, la “giaurrina”,
ottenuta dalla lavorazione al “chiodo” di zucchero e miele
riscaldati, sotto lo sguardo curioso del pubblico.
Il Cinema Corallo, in via Garibaldi, è
stato progettato da Filippo Rovigo (1909-1984), importante
architetto razionalista nato a Montalbano Elicona, che ha
operato prima a Roma, e dal dopoguerra fino alla morte a
Messina. Nell’edificio, realizzato nel 1962, c’è un ampio uso
del cemento faccia a vista, sia all'esterno che all'interno,
dove due scale simmetriche conducono alla tribuna.
Nella piazza antistante l'ex stazione
ferroviaria, in corso di riqualificazione, è stata collocata nel
1998 un'opera ideata dall’artista barcellonese Emilio Isgrò, il
"Seme d'arancia". Una scultura raffigurante un seme d'arancia
ingrandito eseguito in resina, posto al centro della piazza
trasformata in un giardino mediterraneo con tanti alberi, a
simboleggiare la memoria storica della città, grande
produttrice di agrumi negli anni passati.
San
Giovanni
La zona di San Giovanni prende il nome
dalla chiesa omonima, fondata nel 1635, ampliata nel 1754, ed
infine consacrata nel 1821. Questa si caratterizza per il
prospetto principale su cui dominano le torri campanarie di tipo
arabo-normanno, culminanti in due coperture a bulbo, mentre sui
due prospetti laterali insistono dei contrafforti dal gusto
barocco che segnano gli ingressi secondari. Sopra il prospetto
principale in una nicchia è posta la statua di San Giovanni,
opera di Melchiorre Greco del 1754. L'abside è affrescata con il
"Convito di Erode", di Gaetano Bonsignore, così come la volta,
dipinta con scene evangeliche dal pittore barcellonese. Altre
tele, in prevalenza del XVIII secolo, assieme al pulpito e ad
altri arredi sacri, arricchiscono il pregevole interno di San
Giovanni, dichiarata monumento nazionale nel 1969. Negli ultimi
anni è stata sottoposta a vari restauri: nel 1980 gli intonaci
esterni ed il tetto, nel 1986 il rifacimento del pavimento.
Infiltrazioni d'acqua comportanti un pericolo di crollo del
tetto ne hanno determinato la chiusura al culto nel novembre
'93. Gli affreschi interni sono fortemente minacciati ed in
pessime condizioni. Nel 1996 è iniziato un nuovo intervento di
restauro che ha interessato gli intonaci esterni ed il tetto,
completato nel 2000 con riapertura al culto. All'esterno sono
collocate le statue di S. Giovanni e dell'Addolorata di
Melchiorre Greco del 1754. La festa del santo si svolge il 24
giugno.
Il Venerdì Santo la chiesa è il punto
di raccolta e di partenza della processione delle “Varette” di
Barcellona, gruppi statuari in legno o in cartapesta che
rappresentano le stazioni della “Via Crucis”. La processione
sembra risalga al 1850 circa, ma negli anni ottanta uno studioso
locale, il Prof. Saya Barresi ha retrodatato al 1754 il nucleo
iniziale della tradizione. In quel periodo si portavano in
processione il Cristo in Croce della chiesa del Crocifisso e
l’Addolorata. Circa cinquanta anni dopo, la manifestazione si
sviluppò in modo continuo, tanto che nel 1801 l’Abate Domenico
Buda di San Giovanni incaricò uno scultore locale di realizzare
nuove statue (A. Saya Barresi, Un caso di “pietas” collettiva,
Quaderni de “Lo Studente”, Palermo, 1985).
Le varette sono accompagnate da un caratteristico canto, la
Vexilla, il cui testo si rifà all’Inno alla Croce di Venanzio
Fortunato.
La piazza del quartiere veniva definita
popolarmente “U chianu ‘i ll’erba”, la Piazza delle erbe. Fino
ad alcune decine di anni orsono questa piazza era luogo di
confluenza dei contadini che vendevano l’erba per il bestiame.
Qui esisteva una fontana oggi scomparsa, della quale rimane il
ricordo negli anziani ed in una vecchia cartolina in bianco e
nero.
L’economia è rappresentata oltre che
dal commercio, dai laboratori di ebanisteria e dalla
fabbricazione delle botti.
L’interno della chiesa di San Giovanni
Quartalari
Il nome del quartiere è legato
all’attività, ormai scomparsa, della produzione di manufatti in
terracotta (le “quartare”), favorita dalla presenza nelle vicine
colline di terreni argillosi la cui composizione risulta
perfettamente idonea allo scopo. Lungo la via Cairoli, asse
viario portante della zona, si aprivano molte botteghe artigiane
dove si realizzavano e si vendevano vasi, brocche, giare ecc…
Esisteva anche una avviata fabbrica di
laterizi nella zona retrostante l’ex Tiro a segno, una struttura
dove ci si allenava al tiro con armi da fuoco, che è stata
trasformata negli ultimi anni nell’attivo centro sociale
giovanile “Cairoli”.
Nel quartiere è presente la chiesa del
Santissimo Crocifisso, fondata nel 1663 da Don Tommaso Cocuzza
di Castroreale, come risulta dal testamento del 18 dicembre del
1663. Durante la seconda metà dell'ottocento (1860) risulta
sconsacrata e quasi abbandonata, tanto che la Confraternita del
Crocifisso (nata il 2 giugno del 1705) per farla rinascere
decise nel 1884 di essere meno selettiva nella scelta dei confrati. Il 7 dicembre 1897, dopo la riapertura al culto, passò
alla famiglia Saccano-Spagnolio di Centineo, discendenti del
Cocuzza, che nel 1905 la donarono alla Curia di Messina, che in
tal modo da chiesa padronale divenne Ente Pubblico. In pianta si
presenta a navata unica, con un'abside stretta e profonda.
Nell’altare di sinistra è custodita la statua lignea di Santa
Rita eseguita nel 1948 dallo scultore barcellonese Salvatore
Crinò assieme al figlio Sebastiano. Il prospetto principale
presenta due campanili a pianta ottagonale, che in origine erano
sormontati da due cupolette di ascendenza prettamente araba. Nel
1948 sono state rimosse e sostituite con due coperture coniche
che ne hanno modificato l'aspetto originario.
La notte di Natale si svolge una
caratteristica processione che partendo dalla chiesa del
Crocifisso raggiunge la chiesa di Centineo dove si celebra la
Messa di mezzanotte. Il giorno dell’Epifania, un’altra
processione con personaggi in costume parte dalla stessa chiesa
e si snoda lungo le vie del quartiere.
La sede del centro sociale giovanile “Cairoli”
Immacolata
Nel ‘500-‘600 si sviluppa il quartiere
dell’Immacolata, a seguito dello spostamento di abitanti da
Acquaficara verso la pianura per poter sfruttare i fertili
terreni per usi agricoli. Presenta ancora in parte l’aspetto
caratteristico di una volta, con le case a schiera a due piani.
Esiste tuttora qualche ovile, tipica struttura agropastorale di
questa zona. La chiesa dell’Immacolata, restaurata nei prospetti
nel 2001, venne costruita nel 1702 dalla Confraternita Maria
SS. Immacolata. Non è da escludere la preesistenza di una chiesa
più piccola, essendo difficile pensare che per più di un secolo
il quartiere ne fosse sprovvisto.
E’ a navata unica, con una volta a
botte molto ribassata e copertura a tetto con due falde.
All’interno si trova una statua in legno della Madonna
Immacolata del XVIII secolo, sei dipinti su tela del XVII secolo
e un altare ligneo con un retrostante coro in legno proveniente
dalla vicina chiesa dei Basiliani. Si custodiscono inoltre due
varette del Venerdì Santo: l’Ecce Homo e la Deposizione. Questa
è una delle più belle varette di Barcellona e si ispira ad una
tavola del manierista Rosso Fiorentino del 1521.
La nuova chiesa dei Basiliani,
costruita sulla collina che sovrasta il quartiere Immacolata,
possiede un prospetto classificabile tra i migliori esistenti in
città, dovuto a Giuseppe Chindemi, il quale ha impresso la sua
firma sull'intonaco fresco dietro un campanile, assieme all'anno
di esecuzione: il 1791. Il prospetto era arricchito da un
prezioso tondo in marmo del XVI secolo attribuito al Gagini,
proveniente dal vecchio monastero di Gala, e sottratto
furtivamente da ignoti nell'estate del 1991. All'interno vi è,
murato in una nicchia, un coperchio di sarcofago in marmo,
appartenente a qualche illustre personaggio del XV secolo,
erroneamente riferito da Filippo Rossitto a Simone il Normanno,
figlio di Ruggero. Si trovano inoltre degli affreschi
illustranti la vita di San Basilio e la statua della Madonna di
Tindari (analoga a quella custodita nel Santuario omonimo),
modellata dal barcellonese Matteo Trovato nel 1925. I basiliani
ci hanno lasciato pure un dipinto su tavola del periodo tardo
bizantino, conservato nella Basilica di San Sebastiano, forse
raffigurante San Basilio. In realtà è più probabile che si
tratti di San Nicola da Bari, in quanto i tratti somatici e la
forma della barba rimandano a tale Santo, antico patrono della
città prima di essere sostituito da San Sebastiano. L'attiguo
convento è una grande costruzione a corte, già adibito a sede
del Liceo Valli, della Pretura, e di varie scuole.
Intorno al 1925 gli abitanti
dell’Immacolata hanno instaurato la festa della Madonna Nera,
chiaro riferimento alla madonna di Tindari, che si svolge ogni
anno l’otto settembre.
Agli estremi margini nord del quartiere
c’è un vecchio palazzo, l’ex Pretura, di una certa qualità
architettonica. Quasi di fronte esisteva la chiesa di San
Paolino, nata dalla scissione della confraternita di San
Giovanni, demolita verso la fine gli anni ’60 dello scorso
secolo.
Col termine “U chianu passu” s’intende
popolarmente la piazza sita all’incrocio tra la via Immacolata e
la via Garibaldi. Qui esisteva un caratteristico chioschetto in
stile vagamente liberty, adibito alla vendita di orologi, oggi
scomparso.
Nella via Scinà e nel vico di San
Paolino negli anni 1986 e 1987 sono stati realizzati dei murales
da parte di vari artisti sulle pareti delle abitazioni, dietro
interessamento dell’associazione Corda Fratres.
Nella collina sovrastante il quartiere
sorge l’Arena Montecroci, sede dal 1988 di spettacoli teatrali
e musicali.
La chiesa dell’Immacolata
Nasari
E’ tra i quartieri più antichi di
Barcellona, in quanto esistente già nel 1270. Anticamente il
feudo di Nasari si estendeva verso sud e confinava con quello di
Gurafi. La chiesa di Santa Maria di Nasari, dedicata a San Rocco
risulta esistente già nel 1300. Conserva varie tele del XVII
secolo e una delle più belle sculture esistenti nella nostra
città, la statua di Santa Caterina d'Alessandria, opera
sicuramente di Vincenzo Gagini, come è stato appurato nel
fascicolo n. 5 del settembre – ottobre 1993 di "Kalos" dedicato
a Milazzo. Realizzata intorno al 1560, risponde infatti allo
stile del suo ultimo periodo e il modello di riferimento è una
statua del padre Antonello eseguita per la chiesa di San
Domenico di Palermo. Secondo una leggenda locale, era destinata
ad una chiesa di Castroreale, ma i buoi che trainavano il carro
con la statua giunti di fronte alla chiesa si fermarono e non
vollero più proseguire, e nonostante gli sforzi dei presenti non
fu più possibile farli andare avanti. Si decise così di portare
la statua all'interno di San Rocco e porla in un altare a
sinistra della navata.
A mezz’agosto si svolge la
caratteristica processione di San Rocco portato in parte a
spalla negli stretti e caratteristici vicoli delle parti più
antiche dell’abitato. Infatti il quartiere è attualmente in
espansione ed il vecchio nucleo di antiche case è stato
circondato dalle nuove costruzioni. Spicca ancora il
caratteristico mulino che fa parte delle antiche attrezzature
agricole e produttive presenti nel nostro territorio.
Tra le attività economiche tradizionali
ricordiamo l’allevamento di ovini e caprini, con la conseguente
attività di concia delle pelli che si svolgeva in prossimità
della fontana tuttora esistente.
Nella sede dell’attuale mercato
ortofrutticolo si svolgeva la fiera del bestiame, negli anni
sessanta trasformata nella fiera dell’agricoltura e della
zootecnia.
Il mulino di Nasari
San
Francesco di Paola
La zona prende il nome dal Santo
calabrese che lo storico Filippo Rossitto inserisce al primo
posto dell’elenco degli uomini insigni pozzogottesi. Il
milazzese Monsignor Perdichizzi in un suo manoscritto, citato
proprio dal Rossitto (op. cit., p. 121), scrive: ”Sullo scorcio
del 1464, San Francesco di Paola partitosi dal suo paese venne a
visitare i suoi parenti che in Pozzo di Goto abitavano. Il suo
arrivo in Milazzo fu nel 1464 già spirante, ma la fondazione del
monastero non fu che nel 1465 allora cominciato. In questo tempo
che tramezzò del suo arrivo alla suddetta fondazione è
tradizione fra quella gente ch’egli portato si fosse più volte
in un luogo ivi vicino, che Pozzo di Goto tien nome, dove i suoi
congiunti della famiglia Alessio trovavansi.”
Il Perdichizzi parla dei congiunti
della famiglia Alessio, e infatti il cognome del Santo era
proprio D’Alessio.
La chiesa risultava esistente già nel
1636, venne danneggiata durante una incursione aerea alleata nel
1943, e rimessa in sesto in tempi abbastanza brevi. Nel 1948
venne iniziata la costruzione della nuova chiesa che venne
aperta al culto nel 1954. La vecchia chiesa, ancor oggi
esistente, è utilizzata come magazzino.
Nel quartiere, costituito da antica e
recente edilizia, spicca l’ottocentesco palazzo del barone
Longo, in seguito appartenuto al marchese Ugo di Sant’Onofrio.
Faceva parte di un grosso insediamento agricolo, poi smembrato
dall’apertura della strada statale 113.
L’economia del quartiere si regge
sulla coltivazione e trasformazione degli agrumi. Altra
attività economica è rappresentata dai laboratori di ebanisteria
e dalla fabbricazione delle botti, e inoltre sono presenti
parecchi esercizi commerciali ed officine meccaniche.
Altare con la statua di San Francesco di Paola
Militi
Anticamente nel quartiere era molto
florida l’attività legata alla produzione e lavorazione degli
agrumi, mentre oggi la zona è divenuta prevalentemente
residenziale, e all’edilizia vecchia si sono aggiunte nuove
costruzioni.
Storicamente oltre ai vari edifici
rurali disseminati nell’agro, esistevano delle ville padronali,
come la Villa Colonna, ormai trasformata. Inoltre nella parte
più a Sud del quartiere esiste ancora parte della “Villa Picardi”
appartenente all’omonima notabile famiglia imparentata con
l’architetto Carlo Broggi e con il dantista Luigi Valli.
Nel quartiere nel 1995 è stata aperta
al culto la chiesa della Madonna di Fatima di gusto prettamente
moderno, fruita anche dai fedeli dei limitrofi quartieri.
L’ingresso di Villa Colonna a Militi
Aia
Scarpaci
Prende il nome dalla presenza
originaria di un agglomerato di case poste attorno ad una
confluenza di strade, una sorta di “aia” dove probabilmente
risiedevano delle famiglie di nome Scarpaci. Oggi nel piccolo
agglomerato sono presenti cooperative edilizie e residenze di
iniziativa pubblica. Inoltre sorge un palazzetto dello sport, il
primo costruito a Barcellona, utilizzato anche per
manifestazioni socio culturali. Nella zona ha sede l’Ospedale
Psichiatrico Giudiziario, una grande struttura iniziata a
costruire nel 1908 e inaugurata nel 1925. Nell’adiacente
contrada Battifoglia è stata costruita la nuova stazione
ferroviaria che assieme a nuove residenze pubbliche sta
urbanizzando la zona originariamente agricola.
Il palazzetto dello sport di Aia Scarpaci
Fondaconuovo
Fondaconuovo era attraversato dalla
strada statale prima che questa venisse rettificata con il
tracciato che inizia da San Giovanni e percorre il quartiere
Sant’Antonino. Il nome è da attribuire probabilmente
all’esistenza di un nuovo fondaco, cioè un ricovero per
viaggiatori ed animali posto lungo quella strada statale.
Nel quartiere è presente un’antica
torre, denominata Torre Longa, che aveva funzioni difensive.
La zona si caratterizza per un grosso
insediamento di edilizia economica e popolare. Inoltre è
presente una scuola elementare e materna, un campo di calcio,
una storica azienda casearia e una fabbrica artigianale di
botti. Vi è anche una prosperosa attività di commercio di
materiali per l’edilizia.
Il bottaio di Fondaconuovo al lavoro
Sant’Antonino
Il quartiere si caratterizza per la
presenza del convento dei frati minori di Sant’Antonio da
Padova. Secondo lo storico Sebastiano Mazzei (op. cit., p. 19),
il convento sarebbe stato edificato alla fine del 1400, mentre
tutte le altre fonti lo fanno risalire al 1622. Questa data,
molto probabilmente, riguarda l’assetto attuale dell’intero
complesso monastico e non è da escludere la presenza di una
chiesetta di epoca anteriore. Una tradizione popolare tramandata
oralmente nel tempo fa risalire la sua costruzione addirittura
al 1100, ad opera di Sant’Antonio da Padova che, durante la
traversata in mare per recarsi in Terra Santa, aveva fatto
naufragio nei pressi di Milazzo.
Il convento si caratterizza per il suo
aggregarsi attorno ad un chiostro quadrato con portico scandito
da colonne in pietra, interessato nel 2007-08 da un intervento
di restauro che ha fatto ritrovare gli antichi pavimenti del
chiostro, resti di precedenti strutture murarie nel convento e
tracce di affreschi. All’interno si trovano numerose opere
d’arte quali il Crocifisso ligneo quattrocentesco, affreschi del
1733, il quadro della Madonna dell'Itria di Filippo Jannelli del
1656, San Diego ad olio su tela del XVII sec. di Pietro Cannata,
La Porziuncola ad olio su tela del XVII-XVIII sec.
Nel XIX secolo avviene la confisca del
convento da parte dello Stato per installare una manifattura di
tabacchi, in quanto questa coltivazione era molto fiorente nella
pianura barcellonese, e vi rimane fino al 1932, quando il
convento viene nuovamente restituito alla Chiesa. La festa del
Santo si svolge l’ultima domenica di agosto, ed in questa
occasione nel passato veniva eretto l’albero della cuccagna.
In relazione alle colture prevalenti,
Sant’Antonino è caratterizzato nel tempo, dal punto di vista
commerciale, come centro agrumicolo con piccole manifatture a
conduzione familiare, dedite a cavare gli agrumi per estrarre lo
spirito dalle bucce. Inoltre oggi, come nel passato, si produce
la frutta candita che viene esportata all’estero in grandi
quantità.
L’economia del quartiere era basata
anche sulle fabbriche di botti che utilizzavano come materia
prima il legno di castagno il quale, tagliato in doghe, veniva
messo a spurgare per alcuni giorni in acqua corrente perché
perdesse il tannino, una sostanza di colore scuro che avrebbe
potuto conferire un sapore amarostico al vino e alterarne il
colore. Dopo questa prima fase, il legno riscaldato al fuoco
veniva curvato per adeguarsi alle varie forme che doveva
assumere nella costruzione di botti, tini e barili che venivano
commercializzati a livello regionale.
Un altro aspetto dell’economia era
rappresentato dalla pastorizia con la presenza di greggi di
pecore.
Il chiostro restaurato del convento di Sant’Antonio da Padova
Sant’Antonio Abate
Su
una collina che si erge accanto alla Statale 113,
all'ingresso lato ovest della città, sorge la chiesa
di Sant'Antonio Abate, nel quartiere omonimo nato
intorno alla fine del XVI secolo, che era un punto
di transito obbligato perché situato lungo la
vecchia strada di collegamento dei centri posti
lungo la direttrice Messina-Palermo. Il percorso
attuale della Statale risale alla fine del secolo
scorso e, seppur riprendendo in parte l'antico
tracciato, è stato rettificato in più tratti. Uno di
questi tratti si trova di fronte alla chiesa di
Sant'Antonio, dove è stata tagliata la collina su
cui sorge il sacro edificio, determinando quindi una
nuova configurazione del sito. Sono così nate delle
caratteristiche scalinate di accesso che partendo
dalla strada statale s’inerpicano fino alla chiesa,
raggiungibile pure da una stradella veicolare molto
ripida, costruita pochi decenni fa.
La
data del 1637 posta su una piccola acquasantiera
sita nella chiesa fa presupporre che la costruzione
risalga proprio a quel periodo, anche perché il
Maurolico, nella sua opera sulla Storia di Sicilia
del 1562, non parla del casale e della chiesa,
segnalando in questo posto soltanto l'esistenza di
una locanda. Questa, essendo punto di riferimento
per coloro che si trovavano a transitare, divenne
luogo di aggregazione per la formazione del casale,
la cui data di nascita ufficiale è il 1731. Nella
Storia di Sicilia di A. F. Ferrara, pubblicata nel
1834, si legge che la chiesa fino al 1731 è rimasta
soggetta al rito greco di S. Maria di Centineo, ed
entrambe erano poste sotto la giurisdizione della
chiesa madre di Castroreale. A navata unica, col
campanile arretrato rispetto al prospetto principale
e la canonica situata dietro il campanile, la chiesa
è caratterizzata nella facciata da un finto protiro
con due colonne e capitelli corinzi e da un rosone.
Due lesene sormontate da fregi angolari la
delimitano lateralmente ed il coronamento è risolto
con gli archetti leggermente aggettanti. Tutti
questi elementi sono realizzati in pietra gialla di
Siracusa. L'interno è arricchito da una serie di
altari laterali, restaurati parzialmente nel 1955, e
dall'altare principale, risultato da un adattamento
di quello antico, fornito di un paliotto in marmo
policromo intarsiato. Originariamente la chiesa era
più piccola dell'attuale, avendo subito
l'allungamento della navata nel 1906, lasciando in
tal modo arretrato il campanile. Questo in
precedenza era allineato con il prospetto
principale, del quale è stata ritrovata la
fondazione durante i lavori di rifacimento del
pavimento avvenuti negli anni trenta. In
quell'occasione venne rinvenuta anche la cripta che
oggi risulta inaccessibile essendo stata interrata.
Agli anni sessanta risale l'intervento di
sistemazione del tetto, attuato con delle "capriate"
in cemento armato che hanno compromesso la coerenza
stilistica dell'edificio distruggendo l'originario
tetto in legno. L'ultimo intervento è stato quello
degli anni ottanta, consistente nella costruzione
della canonica addossata alla chiesa.
La
festa del Santo che dà il nome al quartiere si
svolge il 17 gennaio.
Al
1639 risale la fontana, non più esistente, collocata
a circa 40 metri da quella attuale. Era fornita di
un abbeveratoio a pianta rettangolare e vi era posta
una lapide in marmo, incisa sui due lati con testi
in latino: la prima iscrizione è del 1639, la
seconda del 1754.
La
Villa Flavia, posta dietro la chiesa, apparteneva al
generale Cambria, e nel giardino era situata la
statua di divinità fluviale ora posta di fronte al
Municipio.
Nell’estremo margine Nord-Ovest del quartiere sorge
il "Torrione Saraceno". Definito erroneamente
torrione, si tratta di una bassa costruzione cubica
sormontata da una cupola ribassata rivestita in
cocciopesto. Probabilmente si tratta di un edificio
a carattere sacro risalente all’XI secolo circa.
Attorno ad esso sono sorte nei secoli successivi
delle costruzioni a carattere rurale.
Fino alla metà degli anni sessanta, era molto
diffusa la lavorazione degli agrumi da cui si
estraeva "u spiritu".
Tra i mestieri più diffusi nel passato, oltre al
carrettiere ricordiamo il lavoro dei contadini nei
campi di ortaggi e di tabacco.
Nel periodo del boom economico venne costruita una
centrale del latte, che funzionò per qualche
decennio, per poi rimanere inutilizzata e in
abbandono.
Attualmente è presente in modo massiccio
l’allevamento del bestiame la cui attività si
tramanda di generazione in generazione.
Tra i personaggi del quartiere ricordiamo Mons.
Salvatore Isgrò, nato il 21/10/1930, divenuto
Arcivescovo di Sassari nel 1985 e morto il 2/5/2004,
ed il generale Angelo Cambria (1867-1932), che nella
guerra del 15-18 si guadagnò molte medaglie al
valore sul campo di battaglia. Del quartiere è
originario inoltre il noto cantastorie Fortunato
Sindoni, autore di molti testi trasmessi anche su
emittenti radiotelevisive nazionali ed estere.
Il
"Torrione Saraceno"
Territorio urbano di
Pozzo di Gotto
Pozzo di Gotto
Si sviluppa per la parte più antica
lungo il Corso Garibaldi, però la parte moderna lungo la via
Papa Giovanni XXIII. La sua origine si fa risalire intorno al
1400, e la chiesa di San Vito risulta fondata nel 1472. E
questa data segna anche l'inizio dell'edificazione delle chiese
urbane dei due nuclei di Pozzo di Gotto e Barcellona. Nella
forma attuale San Vito si presenta nell’ampliamento
sei-settecentesco, a tre navate scandite da colonne in pietra
provviste di entasi, sormontate da capitelli scolpiti e con il
prospetto principale arricchito da una torre campanaria,
demolita negli anni '40 per allargare la strada. In seguito a
questo scempio la chiesa ha subito un lento degrado, è stata
prima sconsacrata, poi restaurata, nel 1982/83 a seguito
dell'acquisizione dal parte del Comune per adibirla ad
auditorium. Nonostante il restauro, nel maggio '93 è crollato il
tetto e si è reso necessario un ulteriore intervento. La storia
di San Vito è in parte legata ad una leggenda, rammentata anche
dal Pitrè, la quale narra che nel XVI secolo, trovandosi a
transitare un carro trainato da buoi che trasportava una statua
di San Vito (attribuita al Gagini o alla sua scuola), gli
animali, giunti di fronte alla chiesa, puntarono i piedi e non
vollero più proseguire. I presenti pensarono che San Vito
volesse essere collocato in quella chiesa, cosa che fecero
subito, e la intitolarono al Santo. Gli altari interni sono
decorati con motivi barocchi, ed alcuni affrescati con opere dei
Vescosi, una famiglia di pittori pozzogottesi operanti tra
settecento e ottocento. Sopra l'altare principale è posta una
Madonna con il Bambino, che a seguito del crollo del tetto è
stata rimossa e custodita temporaneamente nella Biblioteca
Comunale. Nel corso nel 1997 è stata restaurata da Angelo
Cristaudo.
Nel 1571 i pozzogottesi ottengono di
mantenere il diritto, che avevano da tempo immemorabile, di
eleggere il cappellano della chiesa di San Vito senza dipendere
dall’arciprete di Milazzo.
Accanto a questa chiesa fino ai primi
anni ‘60 si svolgeva una fiera di bestiame in occasione della
festa del Santo che si tiene il 14 giugno.
A Pozzo di Gotto esiste l’altra
arcipretura della città, con sede nella chiesa di Santa Maria
Assunta, strutturalmente e stilisticamente simile alla Basilica
di San Sebastiano, e le cui cupole alte ed imponenti
rappresentano dei segni forti dell'immagine urbana. Come fosse
in origine non ci è dato conoscere, perché, fondata nel 1620 (o
nel 1642) e ancora in costruzione nel 1646, venne distrutta da
un sisma nel 1783, riedificata nella forma attuale sulla stessa
area nel 1859 e completata nel 1863. Ma il terremoto del 1908
provocò nuovamente dei danni gravi, tanto da doverla ricostruire
quasi per intero e completarla nel 1938. All'interno è
conservata la statua in marmo di San Vito del XVI secolo,
proveniente dall'ex chiesa omonima, San Leonardo dipinto su
tavola del XVI sec., la Sacra Famiglia ad olio su tela di
Domenico Guargena del 1666, L’Assunzione ad olio su tela del
sec. XVII-XVIII. Dopo la ricostruzione la chiesa è stata
arricchita da una serie di dipinti di artisti messinesi
dell’ottocento: Salvatore Ferro (Incoronazione della Vergine,
Anime Purganti, San Vito giovane), Michele Panebianco (San
Liberante e Sacro Cuore), Placido Lucà Trombetta (Madonna del
Rosario). Da questa chiesa inizia la processione delle Varette
del Venerdì Santo, la cui data d’inizio si fa risalire al 1825,
ma lo studioso locale Nino Saya Barresi tende a retrodatarne
l’epoca al 1621. Egli ritiene che questa processione sia nata in
seguito alla dominazione di Milazzo su Pozzo di Gotto.
Attraverso il Dramma Sacro si voleva evidenziare la condizione
dei cittadini nei confronti dei dominatori, secondo i principi
di una simbologia sacra e “pietistica”. Il riscatto civico dei
pozzogottesi aveva bisogno della partecipazione attiva del
popolo, che in fin dei conti sarebbe stato il beneficiato (A.
Saya Barresi, op. cit., p. 40).
Su una collina sorge la chiesa del
Carmine con annesso convento del 1579, il quale rappresenta il
primo insediamento monastico costruito nella nostra città dopo
il periodo basiliano. La grande chiesa a tre navate contiene al
suo interno vari dipinti del XVII sec. Il convento vero e
proprio è formato da un aggregato di costruzioni disposte
attorno ad un cortile. I monaci si dedicano ai lavori dell’orto,
alcuni lavorano in campagna assieme ai contadini della zona,
altri svolgono attività di volontariato nelle strutture socio
sanitarie. Inoltre nel convento ha sede la redazione della
rivista nazionale dei Carmelitani.
Nel quartiere inoltre è ubicato il
Palazzo Comunale, progettato dall’architetto Giuseppe Cavallaro,
divenuto architetto comunale nel 1861. Accanto sorge la chiesa
dei Santi Cosimo e Damiano che mantiene ancora l’originale
cantoria in legno, mentre il tetto a falde è stato sostituito da
un tetto piano. Alla chiesa era addossato un convento di
Clarisse fondato alla fine del settecento. Questo edificio è
stato ricostruito intorno al 1930 divenendo l’ampliamento del
Palazzo Comunale.
Lungo la via Garibaldi sorgono numerosi
palazzi padronali, principalmente dell’ottocento, alcuni
arricchiti da portali con stipiti in pietra scolpita.
Gli abitanti del quartiere storicamente
si dedicavano al commercio e all’artigianato, le cui botteghe
spesso trovavano posto nei piani terra dei palazzi. Secondo lo
storico Filippo Rossitto il pittore Gaspare Camarda (1570 – dopo
il 1629) era pozzogottese.
I “giudei” di Pozzo di Gotto
Pizzo Castello
Si tratta di uno dei nuclei più antichi
di Pozzo di Gotto e si sviluppa lungo la sponda occidentale del
Torrente Idria. Fino all’inizio del XX secolo esistevano nel suo
territorio industrie di trasformazione di prodotti agricoli. La
più importante e caratteristica era quella dei fratelli Cutroni,
una grossa distilleria di vinaccioli d’uva provenienti dalle
vendemmie locali, che produceva alcol e cremor di tartaro.
Spiccava l’alta torre di distillazione costruita in mattoni
nell’Ottocento e demolita negli anni ottanta del secolo scorso.
Uno dei fratelli Cutroni, Giuseppe, nel
1895 dispose la costruzione dell’ospedale cittadino, stanziando
la somma di 120.000 lire, ed affidando il progetto
dell’architetto messinese Pasquale Mallandrino. L’edificio,
denominato Cutroni-Zodda, dopo essere stato abbandonato a
seguito della costruzione del nuovo ospedale, è stato sottoposto
ad un intervento di restauro (in corso di completamento), e
verrà adibito ad attività sanitarie. Poco distante abbiamo la
seicentesca chiesa di Gesù e Maria, ingrandita nel 1890. Al suo
interno si conservano diverse opere d’arte e tra queste tre
dipinti del XVII secolo di Filippo Jannelli pittore di
Castroreale: la Madonna Odigitria, Sant’Aussenzio, San Biagio, e
un Gesù e Maria ad olio su tela del XVIII secolo.
La zona mantiene ancora in parte le
caratteristiche urbanistiche originarie e le tradizioni
popolari, come quella, suggestiva dei grandi falò accesi lungo
le sue strade nella notte di Natale.
L’ospedale Cutroni-Zodda dopo il restauro del 2008
Panteini
E’ uno dei primi nuclei abitativi
dell’ambito urbano le cui origini risalgono alla seconda metà
del 1500. Ubicato sulla sponda orientale del torrente Idria, di
fronte al quartiere di Pizzo Castello, è costituito da un
aggregato di case contadine nate in maniera spontanea ed oggi in
parte sostituite da nuova edilizia.
La chiesa della Madonna dell’Itria,
sorta nel 1622, è stata distrutta assieme all’aggregato convento
dei frati Filippini. Sorgeva lungo l'antica strada di
collegamento tra Milazzo e la via Consolare che proseguiva per
Palermo e sulla stessa area è stata edificata una nuova chiesa.
Essa all'esterno si presentava in forme molto semplici, mentre
all'interno gli altari erano decorati con motivi barocchi; il
soffitto era a cassettoni ed il pavimento in terracotta.
Sull'altare maggiore era posto il dipinto della Madonna
Odigitria, e da qui il nome Itria, poi corrotto in Idria.
Nel quartiere, con antica vocazione
agricola, oggi in parte abbandonata, era diffuso l’allevamento
dei cavalli, ed era caratteristica la loro corsa nel greto del
torrente per la festa di mezz’agosto.
Un’altra importante tradizione riguarda
i “Giudei” che accompagnano la processione di Pozzo di Gotto del
Venerdì Santo. Erano e sono in prevalenza originari di questo
quartiere, e si caratterizzano per i loro singolari elmi
adornati di piume di pavone, il cui significato, oggi
dimenticato, è da collegarsi al simbolismo della
incorruttibilità delle carni del pavone, simbolo paleocristiano
della Resurrezione.
Più a monte, a circa tre chilometri di
distanza, sorgono i resti dell’antica chiesa di Santa Maria di
Lando o dell’Itria. Questa chiesa faceva parte di un’antica
masseria fortificata nell’antico casale di Lando. Si può
ipotizzare la sua origine normanna con un ampliamento nel XVI –
XVII secolo circa. La chiesa era provvista di un’abside
semicircolare oggi scomparsa e di una cupoletta posta sul corpo
centrale, tuttora esistente ed adibito a magazzino.
Proseguendo ancora più a Sud, sulle
pendici meridionali di Barcellona, a 619 metri sul livello del
mare, si situa il Centro Archeologico di Pizzo Lando, scoperto
dall'architetto Pietro Genovese nel 1977, ma studiato nel corso
di una campagna di scavi svoltasi nel corso del 1995 e curata
dalla Soprintendenza di Messina. Per l'importante posizione
strategica venne abitato fin dalla tarda età del bronzo (X sec.
a.C.) come dimostra il rinvenimento di resti fittili
dell'Ausonio II (tazze carenate, fuseruole, frammenti di
ceramica e una fibula bronzea del VIII secolo). Sono stati
ritrovati inoltre i resti di un nucleo urbano di epoca pre-greca
e greca, databile tra il VI e il III secolo a. C., e una moneta
di età classica raffigurante da una parte la testa di Giove e
dall'altra un soldato greco.
Negli ultimi anni il quartiere ha
progressivamente perso la sua vocazione agricola, con
conseguente spopolamento, trovandosi oggi al margine
dell’attuale sviluppo della città. Nel quartiere è nato lo
storico municipale Filippo Rossitto e nel secolo scorso è
vissuto il pastore Vito Presti, fine intagliatore dilettante
autore di pregevoli bastoni scolpiti a punta di coltello, nato
nel 1914 e scomparso nel 1995.
Resti dell’antica chiesa di Lando
Marsalini
Si caratterizza per una serie di
costruzioni antiche e moderne di una certa importanza per la
storia della città. Infatti esso è dominato dalla chiesa di San
Francesco d’Assisi, appartenente ai monaci Cappuccini, che
vivevano nell’annesso convento, progettato da frà Giacomo della
Rocca, "maestro di muro", nel 1623. I Cappuccini, in seguito
all’editto di soppressione degli ordini religiosi emanato dopo
il 1860, dovettero abbandonare il loro eremo, che dagli anni
venti agli anni cinquanta venne adibito a carcere. Venuta meno
questa funzione, iniziò il degrado dell'edificio, tanto che nel
1984 venne demolito, lasciando però la chiesa che in parte era
stata restaurata qualche anno prima. Nel 2004, durante degli
scavi, sono riemerse parti delle strutture del convento rimaste
interrate.
Nella chiesa si conservano diverse
opere d’arte tra le quali: un Ciborio in legno nell'altare
maggiore del XVII-XVIII sec., Madonna e S. Felice ad olio su
tela di Domenico Guargena del XVII sec. e la Porziuncola ad olio
su tela del XVII sec. attribuito a Jacopo Imperatrice.
Nella villa comunale sorge il nuovo
teatro Mandanici, il cui progetto è stato redatto
dall’Architetto Giovanni Leone. Iniziato nel 1981, è in corso di
completamento. L’inaugurazione è avventa a cantiere aperto nel
1986 con lo spettacolo teatrale "Didone Adonais Domine" di
Emilio Isgrò.
Accanto al teatro, sempre nella villa,
si trova il monumento a Sebastiano Genovese, idrobiologo
dell’Università di Messina, scomparso nel 1983. L'opera, ideata
da Filippo Minolfi, artista barcellonese, è stata inaugurata il
4 giugno 1988. Nel quartiere è nato il poeta Bartolo Cattafi,
sulla cui casa natale è stata posta una lapide commemorativa
curata dalla Pro Loco.
In prossimità del municipio sorge il
monumento ai caduti, realizzato nel 1970 sulla base di un
progetto dell’architetto Giuseppe Fanfoni, mentre la scultura in
bronzo è stata modellata da Giuseppe Mazzullo.
Nella toponomastica del quartiere
risalta la Piazza Gerone, il cui riferimento è da ascrivere
alla famosa battaglia del Longano citata da tutti gli storici,
avvenuta sulle sponde del torrente omonimo nel 269 a. C. tra
Gerone II tiranno di Siracusa e i Mamertini. Ne riportiamo il
passo tratto dallo storico greco – romano Polibio (ca. 202 – 120
a.C.):
(…) Poiché inoltre i mamertini, in seguito al successo
riportato, si comportavano con sconsiderata tracotanza, [Gerone]
allestì e addestrò energicamente le milizie cittadine, quindi,
organizzata una spedizione, si scontrò coi nemici nella pianura
Milea presso il fiume chiamato Longano.(…)
Un poco più a Sud sorge il Cimitero
comunale inaugurato nel 1877 e progettato dall’architetto
Giuseppe Cavallaro.
L’economia del quartiere
tradizionalmente si reggeva sull’attività di botteghe di
falegnameria, di carrettieri e di fornai.
Il monumento ai caduti
Sant’Andrea
Originariamente aveva una vocazione
prettamente rurale, tanto è vero che nel suo territorio sono
ancora presenti alcune delle vecchie strutture agricole,
costituite principalmente da masserie con edifici rurali, villa
padronale e talvolta una piccola chiesa privata. Alcuni di
questi insediamenti sono stati demoliti negli ultimi anni e
sostituiti con edifici residenziali.
Una di queste strutture risale al
periodo medievale e presenta anche i resti di una torre. Anche
l’antica chiesetta di Sant’Andrea è tuttora esistente, ma le
modeste dimensioni e l’accresciuta popolazione hanno reso
necessaria la costruzione di una nuova chiesa, progettata nel
1981, ma completata ed aperta al culto soltanto nel 2004.
Nel quartiere sono presenti alcune
importanti servizi cittadini, quali il Palacultura “Bartolo
Cattafi”, realizzato dalla Provincia regionale di Messina,
aperto al pubblico nel 2001 e sede di importanti manifestazioni
culturali, il mercato settimanale del sabato e il nuovo
mattatoio comunale con l’annesso Istituto Zooprofilattico.
Il Palacultura “Bartolo Cattafi”
Bartolella
Originariamente era un piccolo
agglomerato di case rurali, nate per lo sfruttamento della
campagna. La posizione, appena ai margini del centro urbano,
nel periodo del boom edilizio ha gradualmente perso la
primitiva vocazione per divenire una zona di espansione, con
edilizia prettamente residenziale, servita da esercizi
commerciali e qualche attività artigianale. Nel suo ambito si
trova il nuovo Ospedale Cutroni-Zodda e la sede del Liceo
Scientifico.
Il nuovo ospedale Cutroni-Zodda
Petraro
Nasce come quartiere residenziale
autosufficiente realizzato dall’Istituto Autonomo Case Popolari
nei primi anni ‘60. La sua architettura si rifà alle esperienze
dell’architettura neorealista del dopoguerra, come il Tiburtino
di Roma.
Si caratterizza per la presenza di vari
impianti sportivi, come lo Stadio Comunale, la Piscina Comunale,
un campetto di calcio e un teatro di 400 posti di cui esiste
l’edificio incompleto. E’ presente inoltre una chiesa di
costruzione moderna, intitolata alla Madonna dell’Itria.
Uno scorcio del Petraro
Zigari
E’ un antica borgata agricola dove era
diffusa la produzione di arance, limoni e mandarini. Il nome è
da ascrivere forse ad una corruzione del termine zagara, in
arabo “zahara”.
Il prolungamento della via Roma ha
“tagliato” l’antica strada d’accesso al nucleo originario di
Zigari. Lungo questa strada è sorto l’edificio dove ha sede il
Tribunale della città.
Panoramica di Zigari col Tribunale in primo piano e la città
nello sfondo
Santa Venera del
Piano
Il nome di questo nucleo è legato al culto della Santa. Una
leggenda, raccolta nel XV secolo dallo studioso Ottavio Gaetani,
sostiene l’origine locale di Santa Venera, nonostante molte
altre città se ne contendano i natali, in primo luogo Acireale.
A testimonianza di questo culto abbiamo il tempio dedicato a
Santa Venera, posto davanti ad una grotta naturale dove, secondo
una leggenda, sarebbe vissuta la Santa.
All’interno della grotta si trova un altare in pietra dove era
posto un ritratto della Santa su ardesia, con una scritta in
latino di cui riportiamo la traduzione in italiano fatta da
Padre Biondo (Chiese di Barcellona , Grafiche Scuderi, Messina,
1986, pag. 84):
Immagine di Santa Venera Vergine e Martire di Gala in
Castroreale, che si venera nella sua chiesa “De Venellis”,
volgarmente del bosco per non profanare col matrimonio la
verginità consacrata a Dio uccisa con la spada dai fratelli
pagani si elevò al doppio premio della verginità e del martirio
26 luglio 920.
Il tempio è una costruzione a pianta quadrata, sormontata da
un'alta cupola ottagonale impostata su nicchie angolari, secondo
un principio costruttivo bizantino che trae origine
nell'architettura armena del VII secolo. L'epoca di edificazione
è controversa. E' certo che la grotta, come luogo sacro dedicato
a Santa Venera, è citata in un diploma del XII secolo, ed
apparteneva al monastero basiliano di Gala. Secondo Filippo Rossitto (p. 396) il tempio venne costruito nel 1718 dalla
famiglia Gregorio, ma per altri si tratterebbe di una
ricostruzione realizzata sul modello di una cappella analoga più
antica. E’ probabile invece che si tratti di un edificio
originale di epoca normanna, e la data del 1718 si riferisce
alla costruzione del portale in pietra da taglio, arricchito
dalle statue di S. Venera e dei SS. Pietro e Paolo dello
scultore Paulu Greco.
All'interno, proprio all'imboccatura della grotta, si notano tre
archi in mattoni la cui struttura fa presupporre che si tratti
della parte superstite di una chiesetta bizantina poi
trasformata nella forma attuale. La scoperta di alcuni reperti
rinvenuti nel 1970 durante lavori di scavo all'interno del
tempio potrebbero avvalorare questa ipotesi. Sono venuti alla
luce frammenti di ceramica, resti di pavimenti in argilla e
un'acquasantiera del XII secolo. Ciò dimostra che il luogo è
stato certamente utilizzato e trasformato nei secoli. Nella
grotta inoltre si aprono anche alcuni cunicoli franati e
difficilmente esplorabili. Accanto alla grotta sono presenti
degli antichi edifici con torretta la cui costruzione si è
stratificata nei secoli. Forse per qualche periodo le
costruzioni sono state adibite a convento dai monaci basiliani.
Più a Sud, proprio nel quartiere, si trova la chiesa dedicata
alla Santa. Si tratta di una ricostruzione del 1927. La chiesa
antica, secondo padre Carmelo Biondo (op. cit. p. 80) “era di
stile greco a tre navate e la sua costruzione risaliva ad epoca,
che possiamo determinare, tra il sec. XV e XVI”. Il terremoto
del 1908 la distrusse quasi per intero tanto da richiedere una
nuova costruzione. Santi Emanuele Barberini (Barcellona Pozzo
di Gotto nella storia e nei monumenti, tipografia Greco, 1933,
Barcellona P.G., p. 39) , nella sua storia di Barcellona,
riferisce che la chiesa risaliva al secolo XIV o XV, ed era a
due navate. Al momento non siamo a conoscenza di altre notizie
riguardanti questa chiesa, che dalla descrizione risulta di un
certo interesse.
Poco distante, su un cocuzzolo posto accanto al torrente
Longano, sorge il Mortellito, costituito da un piccolo nucleo di
abitazioni. Prende il nome dalle mortelle, cioè il mirto, pianta
anticamente sacra alla Venere pagana e che qui cresceva in
abbondanza. Forse questo centro, che risale al 1600, si formò a
seguito dell’alluvione che sommerse il sottostante casale di San
Giacomo, di cui rimane soltanto la cupola della chiesa emergente
nell’alveo del Longano.
Essa è realizzata con pietre disposte a circolo su un tamburo
circolare, ed è rivestita con cocciopesto che la rende
impermeabile.
Santa Venera è un quartiere da sempre legato all’attività
agricola, e a testimonianza di ciò rimane la “Senia”, una
struttura composta da un pozzo e da un grande arco a mattoni,
utilizzata per prelevare e distribuire l’acqua nelle campagne.
E' stata vincolata dalla Soprintendenza del 1993, dopo essere
stata "scoperta" in mezzo agli agrumeti durante la costruzione
di alcuni edifici.
Su una collina poco distante, sorge la “Torre di Nasari”, così
chiamata perché anticamente ricadeva nel feudo di Nasari che si
estendeva fino a questa zona. Si tratta di una struttura di
avvistamento del XVI secolo edificata sopra il basamento del
XIII secolo.
A tutt’oggi il quartiere è in fase di grossa espansione
edilizia. Inoltre sono state edificate varie strutture
scolastiche ed il Palazzetto dello Sport, costruito nel 1996 ed
intitolato allo scomparso professore Nino Alberti, personaggio
di spicco nel mondo sportivo barcellonese.
Il Tempio di Santa
Venera
Pianta del centro urbano di Barcellona Pozzo di Gotto
Territorio
extraurbano
Cantoni
La frazione, sita nella zona marina di Barcellona, prende il
nome dalla torre costruita nel 1549 su ordine del viceré in
Sicilia Giovanni De Vega, sotto l’imperatore Carlo V. Serviva
per difendere le coste dalle incursioni dei pirati africani
guidati da Rais Drautte. La torre nel tempo è stata trasformata
in abitazione, ed intorno sono sorti altri corpi di fabbrica
adibiti a magazzini ed anche una cappelletta privata. Per un
certo periodo è appartenuta alla famiglia Picardi, originaria di
Roma, che possedeva anche una villa nella nostra città in via
Umberto I.
Attorno alla torre negli ultimi decenni è sorto il “Centro
Vacanze Cantoni” attrezzato con strutture ricettive per i
turisti.
Avendo nel retroterra la pianura, oggi in parte sottratta
dall’autostrada, gli abitanti oltre che alla pesca si dedicavano
in prevalenza all’agricoltura (agrumi ed ortaggi).
In questo territorio esistono strutture superstiti di “senie”
per la raccolta e la distribuzione dell’acqua per irrigare le
campagne.
Nella zona opera da diversi anni un centro sociale ippico
comunale, gestito dall’associazione ippica “Lhisan”.
Torre Cantoni
Spinesante
Contigua a Cantoni si sviluppa sulla litoranea verso est la
frazione di Spinesante, con molte residenze estive e qualche
struttura ricettiva come alberghi e ristoranti, a pochi metri
dal mare.
Nel suo territorio, lungo la via del mare, in prossimità
dell’autostrada sorge una torre comunemente chiamata Torre
Sottile, progettata dall’architetto Giuseppe Cavallaro
(1833-1888). In realtà la vera e antica Torre Sottile era
situata quasi a metà della via del Mare, nella zona chiamata
“l’albero di malaria”. Di questa oggi esistono solo i resti
della base, utilizzati per qualche tempo come vasca irrigua.
(Cfr. il mensile La Città di Barcellona P.G., febbraio 1999,
pag. 17). Probabilmente era da identificarsi con la Torre di
Calderà.
Anche in questo quartiere gli abitanti si dedicavano alla pesca
e all’agricoltura. Intorno al 1960 il pittore Nino Leotti vi
costruì una villa adibita ad abitazione e ad atelier di pittura
.
Torre Sottile
Calderà
Calderà, assieme a Cicerata, rappresenta la terza frazione
marina della città con residenze estive, ed è quella con il
nucleo abitativo più antico. In essa si concentra il grosso
della vita estiva della città con presenza di varie strutture
ricettive per i turisti, quali bar, ristoranti, pizzerie, giochi
e tornei sportivi, culminanti a mezz’agosto con la festa di San
Rocco. Questa si sviluppa in due distinte processioni: una
percorre le vie del quartiere, l’altra, molto suggestiva, si
svolge sul mare con una barca addobbata di fiori e bandierine, e
seguita da altre imbarcazioni. In questa occasione, nelle prime
ore del mattino, si svolge la famosa fiera del bestiame che ha
le sue più remote origini nel 1105, quando la contessa Adelasia
concesse una fiera franca di otto giorni. Dal 1747, epoca di
edificazione di San Rocco, divenne fiera mercato di tre giorni.
Adesso dura soltanto una mattinata. A tale scopo venne pure
costruito uno scalo dotato di pontile dove approdavano piccole
imbarcazioni, e un ufficio doganale.
Nella spiaggia di Calderà è ambientato “Il Pirata”, melodramma
di Vincenzo Bellini, su libretto di Felice Romani. Qui infatti
si svolge la vicenda del capo dei corsari Gualtiero che durante
una tempesta finisce sulla spiaggia di Caldora (così la chiama
il Romani), dove ritrova l’ex amata Imogene, divenuta nel
frattempo, suo malgrado, moglie del Duca Ernesto di Caldora. Non
risulta però che a Calderà sia esistito un castello. C’era
invece una torre di guardia edificata nella seconda metà del
1500 per proteggere le coste dalle incursioni saracene, proprio
quelle che ispirarono al Romani il libretto de “Il Pirata”.
La torre nel 1745 venne restaurata a spese del Municipio di
Pozzo di Gotto e vi fu apposta un’iscrizione con lo stemma in
marmo della città, ma dove si trovasse esattamente non è dato
sapere. Il Rossitto, che pur l’aveva identificata, non precisa
il luogo e scrive che dopo il 1745 fu colpita da un incendio e
dimezzata nell’altezza, tanto da confondersi con le case
circostanti.
La tonnara di Calderà esisteva già nel 1442, allorquando venne
concessa al nobile Giovanni Cacciola di Messina, secondo quanto
riferisce Francesco Carlo D'Amico nelle sue "Osservazioni sulla
pesca del tonno", edito nel 1816. Per moltissimi anni restò
inoperosa finché, verso la metà del 1700, poco dopo la
costruzione della vicina chiesa di San Rocco, venne rimessa in
funzione, ma con scarsi risultati. Nel nostro secolo, dopo
essere stata nuovamente usata per qualche tempo, fu trasformata
in stalla, ed in seguito, a partire dagli anni '80, demolita
gradualmente e sostituita con nuove costruzioni.
In occasione della Pasqua, da alcuni anni la comunità
parrocchiale mette in scena negli spazi antistanti la chiesa di
San Rocco una suggestiva Via Crucis vivente: “Storia di tre
giorni”.
Un momento della fiera del bestiame
Acquacalda
Si tratta di una frazione a vocazione prettamente agricola, nata
per lo sfruttamento della fertile pianura alluvionale di
Barcellona P.G.. In questa ottica nel XVI secolo venne costruita
una masseria fortificata e dopo un secolo venne annessa la
chiesetta privata dedicata alla Madonna delle Grazie la cui
festa veniva celebrata il 14 luglio. In questa occasione veniva
organizzata una piccola sagra di quartiere con la “spaghettata
pazza”, tuttora viva, mentre è stata recuperata stabilmente la
processione della Madonna, la cui effige è stata recentemente
restaurata.
E’ attivo un centro giovanile di quartiere che in varie
occasioni ha organizzato delle mostre fotografiche tendenti al
recupero della storia e delle tradizioni del
quartiere.
Insediamento rurale ad Acquacalda
Oreto
Nel 1888 arriva a Siracusa l’archeologo
Paolo Orsi, che inizia una proficua attività di scavo in tutta
la Sicilia, esplorando i più importanti centri archeologici
dell'isola, e scoprendo la prima necropoli sicula della
provincia di Messina, quella denominata di Pozzo di Gotto,
situata proprio in contrada Oreto, tra Monte Risica e Colle
Cavaliere, dandone comunicazione sul "Bullettino di Paletnologia
Italiana" del 1915. Questa necropoli, oggi pressoché distrutta,
presentava delle tombe a cella rettangolare e a forno, scavate
nel calcare roccioso, e risale, secondo l'Orsi, all'VIII secolo
a.C. Per la prima volta è stato constatato un caso di
cremazione, assolutamente nuovo nel rito funebre siculo. La
spiegazione, secondo lo studioso, può essere data dalla
circostanza che, cronologicamente, la necropoli di Pozzo di
Gotto è contemporanea all'apparizione delle prime colonie greche
in Sicilia che fecero conoscere l'uso della cremazione.
La chiesa dedicata a Santa Maria di
Loreto è stata ricostruita nel 1959 su quella preesistente del
XVII secolo. In precedenza, poco distante ne esisteva un’altra,
antecedente al 1500. Custodisce un olio su tela del XVII secolo
attribuito a Filippo Jannelli raffigurante la Vergine con San
Biagio e Santa Lucia, e la statua della Madonna di Loreto
realizzata da Giuseppe Rossitto nel 1854.
Nella vicina contrada Manno ha sede il
museo Nello Cassata, nato alla fine degli anni ottanta per
interessamento del magistrato Franco Cassata, che lo ha
intitolato al padre avvocato (1913–1997), autore della più
recente storia della città aggiornata al 1981. Nel museo sono
state ricostruite quaranta antiche botteghe artigiane, e circa
13.000 reperti della civiltà contadina ed artigiana catalogati e
vincolati dalla Sovrintendenza di Messina. Tra i reperti
ricordiamo: una grande macina per l’olio, un vecchio proiettore
cinematografico, un grande orologio realizzato dall’artigiano
locale Patanè, carri, carretti, una tipografia, una “senia”. Il
museo è gestito dall’Istituto europeo di Etnostoria “Oikos”, ed
è diretto da Nino Sottile Zumbo.
Antica macchina tipografica esposta al Museo Cassata
Femminamorta
Sembra che l’origine del nome abbia a che fare con il ritrovamento del
cadavere di una donna nel fondo di un
pozzo. La chiesa costruita nel XVIII secolo oggi non
esiste più.
La popolazione si dedica
prevalentemente alla produzione agricola. L’unica struttura
pubblica esistente è la scuola elementare.
Nelle vicinanze, sulla sommità di Monte
Lanzaria, sono state trovate consistenti tracce di un villaggio
dell’età del bronzo e una piccola necropoli costituita da tombe
a grotticella.
Casa rurale a Femminamorta. Nello sfondo Santa Lucia del Mela
Centineo
La frazione di Centineo ha origini
molto antiche in quanto già nel VII secolo esisteva
probabilmente l’antica chiesa della “Visitazione”, demolita e
ricostruita ex novo negli anni '50 del XX secolo. Un grosso
rifacimento venne attuato nel 1399, ed a quell'epoca apparteneva
l'abside, che oggi conosciamo attraverso una rarissima foto
scattata poco prima della sua demolizione. Era realizzata a
rifasci di blocchi di pietra nera alternati a blocchi di pietra
chiara, con in alto una finestrella ad arco a sesto acuto. Lo
storico Vito Amico ha scritto: "antichissimo edifizio di greco
stile di nere pietre". La chiesa originaria era a pianta
quadrata con tre absidi rivolte ad oriente; le due più piccole
erano incassate nella muratura.
Il nucleo inizialmente quadrato (VII
secolo-1399) venne ampliato verso ovest per "latinizzare"
l'edificio ed aumentarne la capienza, e questo avvenne nel 1606.
Accanto, sul lato nord, venne costruito un altro corpo,
probabilmente la sagrestia, e trovò posto, come riferisce padre
Carmelo Biondo, (Chiese di Barcellona Pozzo di Gotto, p. 44)
anche un piccolo cimitero secondo l'usanza delle chiese
paleocristiane – unico esempio di questo tipo in tutto il
territorio barcellonese.
Nel mese di novembre del 1989, durante
alcuni lavori di completamento della nuova chiesa, sono
affiorati casualmente i resti delle fondazioni dell'abside
della vecchia chiesa, assieme ad ossa umane di individui
sepolti nella cripta.
Nella nuova chiesa sono state
ricollocate le opere d'arte contenute in quella demolita. Tra
queste il dipinto raffigurante "La Visitazione", realizzato nel
XVI secolo . Un altro quadro raffigura la Madonna dell'Itria,
opera su tavola di Giandomenico Quagliata del 1601, e dello
stesso periodo è una tela di ignoto. Si conserva pure un dipinto
su tavola raffigurante San Francesco di Paola, e una Madonna
del Rosario del XVII secolo, anche questa su tavola.
Per le opere di scultura segnaliamo il
Tabernacolo della scuola del Gagini, un fonte battesimale in
granito datato 1764, un’acquasantiera in marmo del XVI secolo,
un San Cataldo proveniente dall’omonima chiesa scomparsa nel
1957, situata nel vicino villaggio di San Cataldo andato
distrutto alla fine del 1500.
Sono tre le feste religiose tipiche del
quartiere. La prima, nel mese di luglio riguarda la Visitazione
di Maria a S. Elisabetta ed è una festa cittadina con
processione e celebrazione eucaristica. La festa di San Cataldo,
il 10 maggio e la festa della Madonna delle Grazie, il 2 luglio,
si svolgono entrambe con la sola celebrazione eucaristica.
Anticamente Centineo dipendeva da
Protonotaro ed in seguito divenne un latifondo della famiglia
Muscianisi proveniente da Messina. Nel 1634 Don Paolo Muscianisi
lo fece infeudare per ottenere il titolo di barone ed elevare
il feudo in baronia. Questo il periodo più florido del
quartiere. Con la morte di Don Lorenzo Muscianisi, l’ultimo
della famiglia e senza eredi, Centineo cominciò a decadere.
Uno dei pochi edifici antichi di
rilievo è il palazzo Spagnolio ed alla stessa nobile famiglia
appartiene la cappella privata della Nunziatella, in stato di
abbandono.
L’economia di questo quartiere
collinare in espansione si basa principalmente
sull’agricoltura, sulla lavorazione e trasformazione degli
agrumi, sulla piccola zootecnia, su qualche attività di
ristorazione e diversi laboratori artigianali di ebanisteria e
di lavorazione del ferro.
La scuola materna e la parrocchia sono
gli unici punti di riferimento a cui è demandata l’importante
funzione di promozione sociale.
Panorama di Centineo con la chiesa della Visitazione
Portosalvo
La frazione anticamente si chiamava
Trebisonda e sorgeva in un sito più in basso di quello attuale,
in contrada Politi, a Sud Ovest della vecchia chiesa. In seguito
ad un’alluvione del torrente Patrì fu abbandonato dagli abitanti
e riedificato in un terreno concesso da Castroreale nel 1584,
presso la già esistente chiesa di Santa Maria di Portosalvo.
Questa fu poi riedificata nel 1664 sui resti di quella antica, e
ristrutturata dopo il terremoto del 1908. La porta d’ingresso è
costituita da un’imponente architrave realizzata in pietra di
Milici. L’antica chiesa fu sotto la giurisdizione del Gran
Priorato dei Cavalieri di Malta, assieme alle chiese di Rodì e
Milici sull’altra sponda del torrente Patrì.
Il tre maggio si svolge la solenne
processione della Santa Croce, in quanto secondo la tradizione a
Portosalvo è custodita una reliquia della Croce di Cristo.
Nel quartiere esiste anche una chiesa
rurale costruita negli anni sessanta del XX secolo e una grande
chiesa a pianta ottagonale edificata nel 1974.
Gli abitanti sono dediti principalmente
all’agricoltura ed all’allevamento di bovini, suini ed ovini.
Panorama di Portosalvo
Acquaficara
Rappresenta un caso particolarmente interessante di antico
casale del territorio barcellonese, non ancora sufficientemente
indagato. Il nome antico, Moasi, stava a significare in arabo
"casa nella roccia", perché le case sono sorte inglobando le
grotte che si aprono sul fianco di Monte Sant'Onofrio. In epoca
medievale ad Acquaficara-Moasi esisteva probabilmente un abitato
trogloditico, simile ad altri in Sicilia (Pantalica, Gardutah
presso Agrigento) secondo modelli importati nell'isola dai
Musulmani.
Sovrastante il casale di Acquaficara, sulla sommità di Monte
Sant'Onofrio, nel 1974 l'architetto Pietro Genovese ha scoperto
i resti di "un grosso villaggio fortificato da cui dominava le
prime colline e controllava la Piana da Tindari a Giammoro". La
Soprintendenza di Messina, nel corso di una campagna di scavi
attuata tra il 1975 e il ‘76, ha portato alla luce alcuni muri
realizzati in conci di tufo calcareo dello spessore variabile
dai due ai tre metri e dei resti di torri. Pietro Genovese
ritiene che i resti di Monte Sant'Onofrio siano da attribuire
all'antica città sicula di Longane, che ha dato il nome al fiume
omonimo che attraversa Barcellona Pozzo di Gotto. Sulle pendici
dello stesso monte si aprono centinaia di grotte che facevano
parte della necropoli. Tra queste l'architetto Genovese ha
segnalato, per le sue caratteristiche estetiche, la cosiddetta
"Tomba dei Principi di Longane" del IX-VIII secolo A. C. Fino al
secolo scorso l'esistenza di Longane era ignota a tutti, finché
non vennero scoperte in questo secolo, in circostanze poco note
e in un luogo non identificato, un caduceo bronzeo, ora
conservato al British Museum di Londra, simbolo presente nella
cultura fenicio-punica, su cui c'è incisa l'iscrizione: "sono
l'araldo pubblico longanese", e alcune monete d'argento coniate
da Longane, del V secolo a.C., che dimostrano l'importanza
raggiunta dalla città in quel secolo, con lo sviluppo della
siderurgia. Nelle monete sono raffigurate la testa di Heracles
ed un dio fluviale. Nello stesso sito, più a Sud, nei pressi
della Grotta Mandra, lungo la strada di collegamento tra
Barcellona e Castroreale, è stata identificata dall’Architetto
Pietro Genovese una tomba, presumibilmente di epoca bizantina -
normanna.
La massiccia torre campanaria del XVI secolo è l'elemento
superstite dell'antica chiesa dedicata alla Madonna del Piliere
che, dopo essere stata danneggiata dal terremoto del 1908, venne
demolita e ricostruita nella stesso sito, ma con ingresso sul
lato opposto a quello iniziale, negli anni '60. Non esistendo
più la chiesa originaria e non essendo noti documenti sulla sua
origine, ne sconosciamo l'epoca di costruzione. Si ritiene che
risalisse alla dominazione spagnola (XIV-XV secolo), poiché la
devozione alla Madonna del Piliere proviene proprio dalla
Spagna. All'interno si custodiva una grande tela, oggi
scomparsa, raffigurante una battaglia tra Cristiani e Saraceni.
E' rimasta invece la statua in marmo della Madonna del Piliere
della scuola del Gagini, del 1596, assieme a vari dipinti del
XVII e XVIII secolo.
Nel quartiere esiste anche la chiesetta di San Giuseppe, il cui
interno è di gusto barocco. Il culto di San Giuseppe in questo
quartiere è particolarmente sentito, infatti il 19 marzo tutto
il paese partecipa alla preparazione degli "Sfincioni" dolci
caratteristici di pasta fritta con ripieno di acciughe o
ricotta.
Per le sue caratteristiche storiche, paesistiche ed
urbanistiche, il quartiere ben si presta all’allestimento di un
presepe vivente, che per alcuni anni riscosse grandissimo
consenso di pubblico.

Panorama di Acquaficara
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