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Francesca Romeo

 

 

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Francesca Romeo è nata a Barcellona PG, dove vive. Si è laureata in Filosofia con una tesi sullo sbarco in Sicilia del 1943. Scrive amatorialmente per diversi quotidiani. Riconoscimenti per le sue opere poetiche sono giunti, oltre che dalla stessa Barcellona PG, anche dalla vicina Milazzo, Messina e  Milano.  Ama leggere romanzi storici, testi teologici e filosofia orientale. Attualmente ha un poemetto e alcuni saggi storici in fase di stesura.

 

 

 

La conquista dello spazio vitale

 

     1 settembre 1939, le Panzerdivision tedesche entrano in territorio polacco, scoccando l’inizio della seconda guerra mondiale. Le scarse forze del paese resistettero per sole tre settimane, ma, di fatto, già il 18 settembre, la guerra tedesco-polacca era terminata. Fu già nel mese di marzo dello stesso anno che i tedeschi avanzarono pretese sul territorio di Danzica e sui Corridoi, pretese che furono ovviamente respinte dai polacchi. Fu dunque subito chiaro che il territorio di Danzica sarebbe diventato pomo di discordia, ma nonostante ciò, nessun negoziato fu formulato né si tentò di trovare soluzioni o smorzare la tensione, così mentre tra Germania e Polonia la situazione si acuiva, Italia, Gran Bretagna e Francia evitavano di sollevare la questione, poiché non ritenevano Danzica di un’importanza tale da scatenare una guerra. Credevano spettasse alla Germania, ma sapevano che la Polonia non avrebbe ceduto facilmente. L’Italia era politicamente unita dal Patto d’Acciaio alla Germania, mentre Gran Bretagna e Francia appoggiavano la Polonia. Tuttavia nessuno voleva battersi per questo territorio, così preferirono ignorare quanto stava accadendo, sperando che la questione si risolvesse da se. Così non fu. Il mese di agosto vide più agguerrite le richieste tedesche, i polacchi rispondevano senza lasciarsi intimidire. Il dodici di agosto a Berchtesgaden, Hitler palesò le sue intenzioni di attaccare la Polonia, prevedendone la fine delle operazioni al 15 ottobre. Fu alle 12.40 del 31 agosto che Hitler decise di sferrare l’attacco. Alle 16.00 fu data conferma degli ordini di guerra. Alle 4.45 del mattino seguente iniziò l’attacco. Alle 6.00 gli arei tedeschi bombardavano Varsavia.

     Gran Bretagna e Francia, dal canto loro, sebbene la loro alleata fosse attaccata senza motivo, si limitarono a inviare a Hitler una rimostranza: se non avesse desistito, sarebbero dovuti entrare in guerra. Solo in un secondo momento i britannici decisero di inviare un ultimatum che fu consegnato alle ore 9.00 del 3 settembre. Quando la Francia seppe della decisione inglese, lanciò il suo ultimatum che fu consegnato a mezzogiorno.

     La conquista della Polonia rispondeva ai piani di espansione territoriale espressi da Hitler nel suo Mein Kampf, e riguardavano le teorie sulla necessità di ampliare lo spazio vitale, nonché la lotta al giudaismo. Tuttavia la Germania, quanto i governi stranieri, preferirono credere alle sue dichiarazioni ufficiali, cadendo nel grande bluff. Hitler si mosse di giorno in giorno attuando un’astuta diplomazia in funzione dell’attuazione del Terzo Reich, destinato, secondo le sue previsioni, a durare un millennio. Iniziò ricostituendo le forze armate tedesche, rimilitarizzando la Renania, riesaminando i confini orientali e annettendo l’Austria (anschluss). Tuttavia, fu solo con l’evolversi della guerra che si capì quanto le teorie del Mein Kampf stessero diventando realtà. All’ossessione per la razza si univa quella per la conquista dello spazio vitale, il Lebensraum, necessario alla nazione tedesca per fornire manodopera e materie prime a sostegno della razza ariana, che avrebbe dominato sul resto del mondo. Hitler riprese la marcia verso est, mirando al grano dell’Ucraina, al carbone del Don, al petrolio del Caucaso. In questa folle visione solo gli Inglesi, sebbene temporaneamente, avrebbero potuto avere un ruolo di parità con la Germania. Hitler agognava i grandi spazi della Russia, che gli avrebbero garantito dominio su Europa e Asia.

     “E’ legittimo, davanti a Dio e ai posteri, mettere in giuoco il sangue… il territorio sul quale un giorno i contadini tedeschi potranno generare forti figli giustificherà il sangue versato dai figli dei contadini d’oggi”, disse Hitler in una  sua dichiarazione, mentre nei suoi discorsi sulla politica estera, egli continuava a parlare di pace. Così, sfruttando il carisma che lo contraddistingueva, fece passare quasi inosservati l’annunzio dell’esistenza di un’aviazione tedesca nel 1935, l’obbligo del servizio militare e la rioccupazione della Renania nel 1936. Gli obiettivi prefissi da Hitler apparivano quasi “ragionevoli”, inducendo le altre nazioni a credere alla possibilità di facili risoluzioni. Il grande bluff fu così ordito con straordinaria maestria.

     Hitler bramava rendere autosufficiente la Germania, nonché provvedere all’avvenire del suo popolo, tenendo conto delle esigenze future.

     “Solo un sufficiente spazio su questa terra assicura a un popolo una libera esistenza.”, territorio dunque come sostentamento, come punto d’appoggio della politica di potenza. Il concetto di Spazio Vitale prendeva così sempre più corpo, fino a trasformarsi in realtà. Ammaliato dal mitico Drang nach Osten, spinta verso est, Hitler si spinse sino a invadere la Russia nel giugno 1941.

      “Noi cominciamo là, dove si terminò sei secoli fa (…) volgiamo lo sguardo alla terra situata all’est (…) trapassiamo alla politica territoriale dell’avvenire (…) Non tollerate mai che sorgano in Europa due potenze continentali (…) Non dimenticate mai che il più sacro di tutti i diritti è il diritto alla terra che un uomo vuol coltivare da sé, e che il sacrificio più sacro è il sangue che si versa per l’acquisto e la difesa della terra.”, A. Hitler, Mein Kampf.

    

 

 

 

HIROSHIMA: ORA ZERO!

 

      Ore  8,15 del 6 agosto 1945. Tre bombardieri americani gettarono la loro funerea ombra sopra l’ignara città di Hiroshima. Dopo un’altra notte insonne, i civili si preparavano ad affrontare una lunga giornata di una guerra in apparenza interminabile. Altri due allarmi aerei avevano scosso i nervi già tesi il giorno prima, ma nessun bombardamento era avvenuto, “forse andranno via come ieri…”, pensò sicuramente qualcuno prima che tutto diventasse improvvisamente nero.

       Il giorno divenne notte dopo una strana luce irradiatasi da un’apocalittica nube fungiforme. Il panico dilagò terrificante tra quelle tenebre infernali. Resi ciechi dal buio udivano solo inquietanti sibili di una tempesta e  urla di paura. In un secondo momento capirono che quelle urla agghiaccianti fuoriuscivano dal loro corpo. Poco per volta le tenebre iniziarono a diradarsi, lasciando intravedere nubi roteanti di polvere e lingue di fuoco dagli edifici in fiamme. I sopravvissuti si aggiravano senza una meta precisa, il viso deformato e carbonizzato, i capelli bruciati e distrutti sino alla radice, la pelle a brandelli orribilmente ustionata e satura di bolle. Erano tutti nudi e chiedevano disperatamente “acqua!”. Qualcuno vomitava: segno che era spacciato! Un’innaturale tromba d’aria risucchiò violentemente uomini e cose al suo passaggio per scagliarli subito dopo in terra come feroci saette. Un vento caldo soffiò il suo alito malefico senza risparmiare nulla e nessuno. Poi arrivò la pioggia. Il cielo pareva essere al crepuscolo, così coperto di polvere grigia. Ombre di uomini marchiarono la terra al centro dell’esplosione. Tutto, infatti, in quel punto si sciolse all’istante, lasciando solo l’alone di chi si trovava in quel luogo.

      Cadaveri ustionati e gonfi giacevano nudi accanto agli agonizzanti e ai vivi. Era quasi impossibile riconoscere gli uomini dalle donne, tanto si erano deformati nel corpo! Il tempo scorreva irrealmente dilatato, e il sopraggiungere della notte catapultò gli “ancora vivi” in un inferno dai contorni indefiniti. Solo i bagliori delle fiamme che continuavano a divorare ciò che restava degli edifici, lambivano il cielo nero di un mortifero chiarore color sangue. Una sirena iniziò a dilaniare quella strana notte, rendendo tutto ancora più inquietante. Cos’era accaduto? Che bomba era mai questa che distruggeva ogni cosa senza lasciare al suo passaggio crateri e buche?  Che liquefaceva tutto al soffio di quel maledetto vento caldo sprigionato dalle sue viscere infernali?

      L’alba del giorno dopo rivelò scenari di un’apocalisse disumana che continuava a consumarsi tra mormorii di preghiere e lamenti dei moribondi. A breve distanza i sopravvissuti morivano uno dopo l’altro, come mosche. Prima del sopraggiungere della morte, le loro membra iniziavano ad agitarsi convulsamente in un modo mai visto, tra urla inudibili di un dolore mai provato.

      Il cielo di piombo pareva volesse precipitare sopra la carcassa di quella che fino al giorno prima era stata una città pullulante di vita. Un grigio deserto vuoto, raso di ogni cosa, irriconoscibile, era adesso Hiroshima. L’umanità era stata cancellata nel breve volgere di un battito di ciglio.

      Nei giorni seguenti la situazione non migliorò. Gli ancora vivi continuavano a indebolirsi e a morire lentamente.  Anche chi in apparenza stava bene, iniziava a deperire, perdere capelli, sanguinare dal naso, a star male in un vorticoso precipitare verso la morte, in una lunga straziante agonia.

      Hiroshima fu l’atto conclusivo e più terrificante di una guerra fin troppo satura di orrori. Il resoconto riportò tabula rasa entro un raggio di 2 km dal centro dell’esplosione, 80.000 morti, 38.000 feriti, 13.000 dispersi in un solo attimo! Il numero dei morti crebbe nei giorni, nei mesi e persino negli anni! Terribili le infermità da radiazioni atomiche che hanno straziato la vita dei sopravvissuti sino ai nostri giorni.

      Una seconda bomba fu sganciata pochi giorni dopo, il 9 di agosto, nella città di Nagasaki. Il 14 agosto il Giappone capitolò.

      Ancora oggi, innanzi a tale inumanità, ci si chiede se fosse veramente necessario impiegare un ordigno atomico per costringere i Giapponesi alla resa, o se invece fu solo un sadico test per sincerarne gli effetti. Già nella primavera del 1945, le Isole Marianne, le Filippine, Formosa e Okinawa erano state riconquistate dagli Americani, per cui il conflitto poteva ben ritenersi concluso. Il 9 marzo 1945 in un solo attacco aereo notturno furono sganciate oltre 1.600 tonnellate di bombe nella sola città di Tokio, provocando la morte di 185.000 persone. A fine maggio in Giappone i senza tetto superavano i 9 milioni. Perché, dunque, sganciare un ordigno apocalittico? E perché farne esplodere un secondo, nonostante tutto?

      Lo storico B. Lidell Hart avanza due ipotesi: forse gli USA volevano escludere l’URSS dalla spartizione del Giappone, oppure perché, secondo quanto dichiarato dagli addetti alla costruzione della bomba, “era l’unico modo per giustificare i due miliardi di dollari spesi nel progetto”? Oppure si voleva semplicemente dare un assaggio ai Russi, alleati e nemici, nonché al mondo intero, della loro capacità di scatenare l’apocalisse premendo un innocuo pulsante?

      “I Giapponesi iniziarono la guerra dell’aria a Pearl Harbor. Essi sono stati ripagati molteplicemente. (…) se essi non accettano le nostre condizioni, possono attendersi una pioggia di rovine dall’aria tale che una simile non si è mai vista sulla terra.”, sentenziò trionfalmente il presidente Truman annunciando personalmente l’avvenuto lancio della bomba atomica su Hiroshima.

      L’alba del giorno dopo gettò una gelida luce sulle coscienze attonite del mondo intero. Le urla strazianti degli agonizzanti furono il primo vagito di una nuova era, quella in cui l’umanità sarebbe stata capace di autodistruggersi!     

 

 

 

 

 

   “Tirando il ramo di un albero

 

     Tirando il ramo di un albero è il significato letterale di Rolihlahla, nome scelto da Henry Magdla Mandela per il proprio figlio, venuto alla luce il 18 luglio del 1918 nel piccolo villaggio di Mvezo.  Nelson, invece, è il nome attribuitogli dalla scuola missionaria locale che frequentava. Politico, primo Presidente nero del Sudafrica e Premio Nobel, Mandela è stato davvero quella mano forte e decisa capace di piegare l’albero dei pregiudizi razziali e tirare a sé il ramo della giustizia.

     Dotato di forza d’animo e combattività, fu tra i più fervidi e zelanti sostenitori dell’anti apartheid, per la quale scontò ben ventisette anni di carcere. Il suo spirito libero lo portò ancora giovane a fuggire da un matrimonio imposto e far parte dell’ANC (African National Congress) che rivendicava i diritti politici, sociali e civili negati alla cittadinanza nera. Coscienza politica e attività camminarono e crebbero in lui di pari passo. Alla teoria fece sempre seguire l’azione, impegnandosi con tenacia per sostenere la sua gente vessata da anni di ingiustizie e sopraffazioni.  Insieme al collega avvocato Oliver Tambo, fondò uno studio legale per assistere, a bassissimi costi, la gente di colore che non poteva sostenere spese esose. Nel 1952 l’ANC lanciò la campagna Contro le Leggi Ingiuste (Defiance), consistente in una disobbedienza civile di massa. Per avervi preso parte, Mandela fu condannato a periodi di restrizione: non poté partecipare a raduni né allontanarsi da Johannesburg. Gli anni Cinquanta furono fondamentali nella lotta, partecipò persino alla divulgazione della Carta della libertà, adottata dal Congresso del Popolo del 1955. In tal modo attirò su di sé feroci atti repressivi: fu imprigionato, bandito, arrestato.Having been banned again for two years in 1953, neither Mr Mandela nor Sisulu were able to attend but “we found a place at the edge of the crowd where we could observe without mixing in or being seen”.

     Nel dicembre 1956 fu coinvolto in una battaglia di massa ed incarcerato insieme ad altre 150 persone. Seguì un duro processo, al termine del quale furono tutti scagionati. I suoi discorsi erano un fiume in piena in cui sfidava apertamente il regime di apartheid e auspicava una nuova Costituzione eretta su principi democratici. Fu nel 1961 che comprese l’insufficienza della vecchia tattica politica, basata su costituzionalismo e gentili petizioni. Concluse che la violenza fosse ormai inevitabile per raggiungere l’emancipazione. Tutti i canali di pacifica manifestazione di protesta erano stati preclusi. Nacque così l’ Umkhonto we Sizwe (MK), un nucleo armato con Mandela comandante in capo. “Il governo non ci aveva lasciato scelta!”, spiegò durante il processo.  Organizzò sabotaggi contro il governo e guerriglie, disponendo persino addestramenti para-militari. Azioni che scontò con la reclusione. Fu il  prigioniero n. 466/64, arrestato, il 5 agosto con l'accusa di uscita illegale dal paese e incitamento allo sciopero. Provvide da se alla propria difesa personale.  Questa la sua dichiarazione in tribunale:

     “Ho combattuto contro la dominazione bianca, e ho combattuto contro la dominazione nera. I have cherished the ideal of a democratic and free society in which all persons live together in harmony and with equal opportunities. Ho accarezzato l'ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone che vivono insieme in armonia e con pari opportunità. It is an ideal which I hope to live for and to achieve. E 'un ideale che spero di vivere e di realizzare. But if needs be, it is an ideal for which I am prepared to die.” Ma se deve essere, è un ideale per cui sono disposto a morire.”

     La lunga prigionia non disperse il seme della libertà che Mandela aveva ormai piantato nei suoi sostenitori, e il grido “Nelson Mandela Libero!” divenne sinonimo di libertà dalle sopraffazioni in tutto il mondo. Dal carcere Mandela riuscì egualmente a far uscire un manifesto per l’ANC, pubblicato il 10 luglio 1980, che incitava all’azione per annientare l’apartheid. Gli anni in carcere forgiarono la tempra del futuro presidente democratico, in un reciproco arricchimento tra lui, i compagni di sventura e le guardie.

     Il presidente sudafricano F.W. de Klerk ne ordinò la scarcerazione nel febbraio 1990. Qualche anno dopo, insieme al presidente, ricevette il Premio Nobel per la pace, era il 1994, premio che Mandela accettò in nome di quanti hanno sofferto e si sono sacrificati per la pace.

     Oltre al Nobel, sono molti i riconoscimenti tributatigli: premio Lenin per la pace 1962; premio Sakharov per la libertà di pensiero 1988; l’onorificenza Order of St. John dalla Regina Elisabtta II e la Presidential Medal of Freedom da G.W. Bush; il Bharat Ratna, il più alto riconoscimento civile indiano nel 1990 (solo lui e Madre Teresa di Calcutta hanno ricevuto questo titolo).

     Dal 1994 al 1999 è stato Primo Presidente Nero del Sudafrica. Nel suo discorso inaugurale dedicò la sua vittoria a tutti gli eroi e le eroine di questo paese e del mondo che hanno sacrificato la loro vita affinché potessero essere liberi. “Dobbiamo quindi agire insieme come un popolo unito, per la costruzione della nazione, per la nascita di un nuovo mondo”, democratico e senza discriminazioni di razza e sesso. Cercò sempre la libertà equiparata alla giustizia unitamente alla riconciliazione nazionale e internazionale. Tuttavia non mancarono critiche dovute alla sua amicizia con Gheddafi e Castro. Nel 2004 si è ufficialmente ritirato dalla vita pubblica, non risparmiando acclamate e improvvisate apparizioni come accadde nel luglio 2004 durante la XV conferenza internazionale dell’Aids tenutasi a Bangkok, e a Londra, nel 2008, durante il concerto per i suoi novant’anni in ricordo del suo impegno politico, della lotta contro la discriminazione razziale e dell’impegno contro l’Aids. Ultimamente è apparso sugli schermi di tutto il mondo a causa della prematura morte della giovane nipote, avvenuta tragicamente alla vigilia dell’inaugurazione dei Campionati Mondiali di calcio. Mandela è sopraggiunto sedendosi tra le panche della chiesa durante la cerimonia funebre. Il volto visibilmente provato mancava della luce del suo forte sorriso pieno di speranza.

     Una leggenda narra che il nome scelto per la nuova vita che apre i suoi occhi al mondo sia cagione del suo destino: il piccolo Rolihlahla, ha fatto del suo forte nome il centro della sua vita. « Non c'è nessuna strada facile per la libertà. », e questo Mandela lo ha sperimentato nelle sue carni in ventisette lunghi anni di carcere. Il suo albero non si è spezzato, ma ha tirato a se altri rami, ed insieme, uno dopo l’altro, hanno formato un albero dalle lussureggianti fronde, alla cui ombra trovano ristoro gli assetati di giustizia, libertà, pace.

 

 

 

 

Per Antonium ad Jesum

    Pronunziando in un ultimo respiro «Vedo il mio Signore» frate Antonio  restituì l’anima a Dio, concludendo santamente la sua breve sosta su questa terra. In quello stesso istante, narrano le cronache dell’epoca, frotte di ragazzini corsero per le vie patavine urlando a gran voce: Il Santo è morto!

    Era il 13 giugno del 1231.   L’8 aprile 1263 le spoglie mortali del Santo vennero dissepolte per essere traslate nella nuova basilica. Qui aprendo la povera bara di legno, San Bonaventura  ne rinvenne la lingua rosea come se fosse intatta e ancora viva, segno indubbio dei suoi meriti presso Dio. Antonio, infatti, dedicò la sua vita alla predicazione della Parola, i suoi sermoni sono pietre preziose della spiritualità. Nella Vita Prima di Celano, vergata quando Antonio era ancora in vita, si legge “Dio gli diede l’intelligenza delle Sacre Scritture e il dono di predicatore di Cristo al mondo intero con parole più dolci del miele.

    Antonio è considerato il Santo dei Santi. A lui, da ben otto secoli, milioni di fedeli sparsi in tutto il mondo, si rivolgono come a un amico fraterno per confidare i loro affanni e consegnare il loro cuore a Dio. Per Antonium ad Jesum, sono le parole pronunciate da Papa Pio XI nel 1930, e attraverso le quali i devoti lo riconoscono come luce e guida per il popolo cristiano. Le parole tratte dai Sermoni del giovane Santo di Padova, (…) celebriamo le loro feste per avere della loro vita una norma per la nostra”, ci rammentano l’importanza della memoria: misurare la nostra vita con il “piombino” della vita dei Santi teso sulla nostra. “E’ ridicolo – prosegue Sant’Antonio – volerli onorare con i cibi (grandi pranzi), quando sappiamo che essi hanno conquistato il cielo con digiuni.” Un invito dunque alla ricerca dell’essenza del messaggio evangelico: quando il giovane ricco chiese cosa dovesse fare, oltre a rispettare la legge, per essere perfetto, il Cristo rispose “Vendi tutti i tuoi beni e poi seguimi.” Non attraverso le ricchezze, né attraverso la superbia, corre la via stretta che conduce a Dio.

    Antonio, al secolo Fernando di Buglione, come Francesco, non ebbe timore nell’abbracciare Madonna Povertà. Il primo incontro con i francescani avvenne nel 1219, quando presso il convento di Coimbra, transitarono i frati diretti all’evangelizzazione del Marocco. Lì i frati subirono il martirio, le loro spoglie decapitate furono ricondotte a Coimbra alcuni mesi dopo. Fernando, già colpito dalla loro predicazione, rimase fortemente impressionato e decise di entrare nell’ordine, mutando il suo nome in Antonio, a commemorare il monaco orientale cui era dedicato il romitorio di Olivais di Coimbra dove vivevano i primi francescani portoghesi.

    Molti i miracoli attribuiti all’intercessione del Santo. Molte le speranze affidategli, molti gli ex voto testimonianti la grazia ricevuta. Barcellona Pozzo di Gotto ha sempre manifestato una particolare devozione al Santo dei Miracoli. Presente in quasi tutte le chiese della città è un simulacro del Santo; in molti nella città portano il suo nome. In questi giorni il Santuario dedicato al Santo di Padova è meta di un incessante pellegrinaggio. Da tutta la città affluiscono fedeli sin dalle prime luci dell’alba per recitare la Tredicina in Suo onore, quest’anno predicata dal Rev. P. Giacinto De Gianni, o.f.m. della Provincia Sannito-Irpina. Gremito di fiori con gli immancabili gigli bianchi, il simulacro del Santo pare quasi sorridere effondendo speranza nel cuore dei fedeli. Ai suoi piedi, come sempre, una teca vitrea trabocca degli intimi bisogni che i devoti hanno affidato al Dispensatore di Grazie.   Le note dell’organo vibrano echeggiando fra tremule fiammelle dorate e affreschi odorosi del respiro dei secoli. Un coro si leva al cielo come unica voce scandendo i versi rimati della Miracolosa Tredicina. Un viaggio che strofa dopo strofa ripercorre le virtù e le gesta del Santo: modello luminoso/ di virtù sublimi e sante;(…) dolce Santo che spregiasti/ di quaggiù le pompe e l’oro; (…) Tu facesti al vizio guerra; (…) vero apostolo del Signore; (…) tu del mare i furori e le tempeste/ plachi e sereni; (…) converti i tristi e rei/ alla bella via del cielo... e ancora il miracolo del riattaccare le membra recise o sparse al corpo, l’apparizione del Bambin Gesù che tenne stretto in braccio, il ritrovare gli oggetti persi o nascosti, la predicazione ai pesci usciti fuor dall’acque per ascoltarlo, il risanare i malati, e l’ora estrema del trapasso in cui alla sua vista morente si dischiuse il volto della Vergine e del Redentore. E ancora le invocazioni affinché il Santo interceda e soccorra le nostre anime, preservandole dal peccato e dagli imprevisti di questa vita terrena.

    Il variegato carnet di appuntamenti al Santuario si concluderà nella giornata di domenica 13 giugno. Il Solenne Pontificale delle ore 11.00 verrà celebrato da Mons. Calogero La Piana alla presenza delle autorità religiose, civili e militari. Alle 17.00 la Calata dell’Angelo darà inizio al lungo pellegrinaggio per  le vie del quartiere del Santo, accolto da un festoso tripudio di coloratissimi stendardi, candide lenzuola finemente ricamate, sfavillanti luci che rivestono i balconi delle case da cui si riversa sul Santo una delicata pioggia di  petali di rose e fosforescenti scintille. Folle di fedeli seguono la dorata Vara traboccante di gigli. Molti sono scalzi, altri indossano il saio francescano. Un mistico altalenare di   inni e di preghiere si rincorre e si mescola all’esplosivo scrosciare degli applausi seguenti all’atteso grido di “Evviva Sant’Antonino!” Un cammino di fede che dura ben cinque ore prima di rientrare nel cortile del convento per la Santa Messa conclusiva delle ore 22.00 e la Solenne Benedizione con la Reliquia.

    Andrè Vauchez così ci presenta Sant’Antonio “ (…) frate dotto, colto, che passa dai canonici regolari ai frati minori in uno spirito apostolico e con il desiderio del martirio, ma che si distingue soprattutto per la sua attività di predicatore e per il suo zelo per la salvezza delle anime.” In breve la vita di Antonio fu una profonda esperienza mistica di Dio, un mistico sui generis che mai si rinchiuse nella quiete della solitudine. Egli fu il praedicator del Verbo, uomo tra quegli stessi uomini che anelava ricondurre a Dio attraverso la coerenza della fede. Esortava alla penitenza e al pentimento, non risparmiando dalle sue prediche neppure il clero. Oggi, ottocento anni dopo la sua morte, Antonio continua a pescare anime nella rete della salvezza cristiana, compiendo il Miracolo più grande, quello della conversione.

 

 

 

 

 

RICORDI QUEL PRIMO MAGGIO…

 

     Celebrato in quasi tutto il mondo, il 1 Maggio nasce come voce dei lavoratori rivendicanti i propri diritti. Nel 1833 Robert Owen indicò in questo giorno l’inizio del “millennio”. Qualche anno dopo, nel 1855 nella lontana Australia, al grido “Otto ore di lavoro, otto ore di svago, otto ore per dormire” emersero quelle rivendicazioni generali che faranno del 1 Maggio il giorno d’incontro di tutti i lavoratori in difesa della propria autonomia e indipendenza. Circa dieci anni dopo, durante la Prima Internazionale riunita a Ginevra nel 1866, fu proposto l’orario lavorativo limite di otto ore. A imprimere una svolta alla lotta furono le associazioni sindacali statunitensi che, il 1 Maggio 1867, organizzarono nella città di Chicago una grande manifestazione cui presenziarono oltre 10.000 lavoratori. Nel 1884 la Federation of Organized Trades and Labour Unions decise per il 1 Maggio 1886 uno sciopero generale contro la giornata lavorativa di oltre otto ore. Quel giorno, ben dodicimila fabbriche statunitensi, si bloccarono in una pacifica dimostrazione. Seguirono scioperi che ebbero l’effetto di acuire la già tesa situazione e che indussero la polizia a far fuoco contro gli operai, radunati innanzi a una fabbrica, uccidendone quattro. Nella manifestazione di rivolta del giorno seguente, mentre le forze dell’ordine si avvicinavano, gli fu lanciata contro una bomba. La polizia rispose sparando. Si ebbero ben otto morti e decine di feriti. La repressione contro le organizzazioni sindacali fu dura. Molte sedi vennero distrutte e i capi arrestati. L’azione si concluse con otto condanne a morte. Il ricordo dei martiri di Chicago divenne simbolo della lotta operaia nella giornata del 1 Maggio. Tre anni dopo, nella Parigi del 1889, la Seconda Internazionale stabilì che: "Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita (1 Maggio), in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi".  E ancora a Napoli, l’anno seguente, un volantino ricordava ai lavoratori di far festa, poiché in tutto il mondo, gli operai si fermeranno per  ricordare ai loro padroni che i proletari sono all’unanimità concordi per migliorare le loro sorti e difendere i loro diritti. Labriola commentò che la manifestazione del 1 Maggio superò qualsiasi attesa; Engels che il proletariato d’Europa e d’America  si muoveva ormai come un solo esercito. Con l’affermazione della Seconda Internazionale che d’ora innanzi il 1 Maggio sarà la festa di tutti i lavoratori riuniti, iniziò ufficialmente la tradizione di questa ricorrenza, celebrata oggi quasi in tutto il mondo. In Italia, durante il ventennio fascista, la festa fu abolita e sostituita con il 21 aprile, giorno del Natalis Romae.  Tuttavia subito dopo la liberazione, partigiani e lavoratori si radunarono nelle piazze a festeggiare. Era il 1 Maggio 1945. Bisognerà però attendere gli anni Settanta per rivedere i lavoratori riuniti in occasione di questa festa. Oggi la Festa dei Lavoratori è celebrata con parate, sfilate e raduni cui accorrono centinaia di persone.

         Si lega a questa festa una tragica ricorrenza: la strage di Portella della Ginestra attribuita al bandito Salvatore Giuliano.

         Nato nel 1922 a Castelvetrano (TP), Salvatore Giuliano divenne tristemente famoso negli anni seguenti il secondo conflitto mondiale quando, in conseguenza di un occasionale fatto di sangue, fu costretto a darsi alla macchia. Era il 1943, anno dello sbarco in Sicilia da parte delle truppe Anglo-americane. Giuliano, che stava  trasportando sacchi di frumento, fu fermato a un posto di blocco. I militari, dopo avergli requisito cavallo e frumento, mentre questi si allontanava, gli spararono,  colpendolo al fianco. Uno dei militari gli si avvicinò per infliggergli il colpo di grazia ma Giuliano, riuscì a salvarsi uccidendo però il giovane carabiniere. Iniziò così la leggenda del bandito Salvatore Giuliano. I suoi intrallazzi con il MIS,  movimento separatista, indussero Giuliano a organizzare un vero e proprio esercito, l’EVIS, o Esercito Volontario di Indipendenza Siciliana, cui aderirono vari banditi e mafiosi di grosso calibro. Dal 1945 al 1946 l’EVIS cooperò con l’intelligence americana contro l’esercito italiano. Il successivo accordo tra il governo italiano e il Mis per la concessione dell’autonomia alla Sicilia, indusse gli americani ad abbandonare l’Evis, mentre il Mis decise di legalizzarsi partecipando alle elezioni per il parlamento nazionale, dopo però aver ottenuto una parvenza di autonomia con il  riconoscimento dello Statuto Speciale Siciliano conferito da Re Umberto II alla Sicilia nel 1945 e che divenne parte integrante della Costituzione Italiana (legge costituzionale n° 2 del 26/02/1948). Giuliano non accettò l’accordo  e continuò la lotta con la sua banda. Da allora le sue imprese divennero criminalità e "brigantaggio". Uccise molti membri delle forze dell'ordine in agguati e imboscate. Sequestrando ricchi proprietari terrieri, che rilasciava solo a seguito del pagamento di un ingente riscatto, riuscì a procurarsi cospicue somme di denaro. Tuttavia a determinare la sua caduta fu la strage di Portella della Ginestre. Si dice che la strage fosse stata programmata già l’anno precedente, nel caso in cui le sinistre avessero avuto la maggioranza, e per questo furono armati degli uomini con sei mitra Beretta calibro 9.

         Era il 1 maggio 1947 quando a Portella della Ginestra, località montana in provincia di Palermo, il cui nome trae origine dai fiori selvatici che vi sbocciano in abbondanza, si riunirono oltre duemila lavoratori e contadini, con le loro famiglie, provenienti da Piana degli Albanesi per manifestare contro il latifondismo e festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo che, nelle recenti elezioni, aveva conquistato ben 29 rappresentanti contro i 21 della DC. Sulla folla intenta ad ascoltare il discorso del segretario socialista della zona esplosero improvvisamente, dalle alture circostanti, raffiche di mitra. Undici persone morirono sul colpo, oltre 35 i feriti, alcuni dei quali perirono in seguito per le ferite riportate. La reazione dello Stato fu dura. Giuliano divenne un personaggio scomodo anche per coloro che lo avevano utilizzato e protetto. Si contrattò con la mafia per avere la sua testa. Braccato dalle forze dell’ordine, abbandonato dai suoi amici, fu tradito anche dal fedele compagno Gaspare Pisciotta, che lo attirò in una casa con la scusa di procurargli un lasciapassare per gli Stati Uniti. Giuliano vi trovò invece la morte. Era il 1950.

         Sulla morte di Giuliano esistono almeno cinque differenti versioni e il SEGRETO DI STATO FINO AL 2016. La versione più attendibile sostiene che, a uccidere Giuliano, furono uomini dell'intelligence USA aiutati dalle autorità italiane, per mettere fine alla lotta separatista in Sicilia, eliminandone appunto il maggiore esponente. Lo stesso Pisciotta fu a sua volta fatto fuori nel carcere dell’Ucciardone a Palermo, onde chiudergli la bocca. Pisciotta aveva, infatti, minacciato di rivelare i nomi dei mandanti. Sulla morte di Giuliano pubblicamente si parlò di uno scontro a fuoco in cui il bandito ebbe la peggio, ma ben presto l’opinione pubblica seppe la verità. Va comunque detto che le successive perizie balistiche e necroscopiche dimostrarono che le vittime furono colpite con proiettili di calibro 9, mentre Salvatore Giuliano e i suoi uomini avevano armi di calibro 6,5.

         Sul luogo della strage oggi sorge una lapide a commemorare le vittime innocenti di un quadro fino a oggi poco chiaro. Questi i nomi delle undici vite stroncate:

  1.  Margherita Clesceri

  2.  Giorgio Cusenza

  3.  Giovanni Megna, 18 anni

  4.  Giovanni Grifò, 12 anni

  5.  Vincenza La Fata, 8 anni

  6.  Giuseppe Di Maggio, 7 anni

  7.  Filippo Di Salvo

  8.  Francesco Vicari

  9.  Castrenze Intravaia, 18 anni

  10.  Serafino Lascari, 15 anni

  11.  Vito Allotta, 19 anni.

 

 

 

PER TRENTA DENARI

 

PER UN PUGNO DI  DENARI: STORIA  DI  GIUDA  E  ANALISI  DEL  TRADIMENTO

 

        La figura più controversa del Nuovo Testamento, Giuda, l’apostolo traditore. In ebraico יהודה (Yehûdâh) cioè “lodato” o “Giudeo”. Secondo la traduzione che lo vede personificazione dell’antisemitismo, Giuda deriverebbe da Judeos, cioè Giudeo (le parole Giuda, Giudea, Giudei in greco suonano Ιουδας, Ιουδαια, Ιουδαιοι; in latino Judas,  Judaea, Judaei; nell’odierno tedesco Judas, Judäa, Jud; in spagnolo Juda, Judea, Judío; e in francese Judas, Judée, Juif).

        Iscariota, in greco Ισκαριωτης, non presenta un chiaro significato. Si ipotizza derivi da Ish Kariot (in ebraico איש־קריות, Κ–Qrîyôth)ossia Uomo di Kariot, in riferimento al luogo di origine: il villaggio di Keriot – Chezron in Giudea  e menzionato unicamente nel libro di Giosuè (15, 25). Qualcuno lo traduce Giuda il Gericota, cioè proveniente da Gerico. Altre versioni fanno derivare Iscariota dall’ebraico  Ekariot con il significato di sicario, estrapolandolo dagli scritti dello storico romano Giuseppe Flavio:

        “In Gerusalemme nacque una nuova forma di banditismo, quella dei così detti sicari (Ekariots), che commettevano assassini in pieno giorno nel mezzo della città.

        Giuda è così indicato, insieme all’apostolo Simone e Giovanni, come appartenente alla setta degli Zeloti.

        Altri studiosi, invece, propongono l’aramaico sheqarya' o shiqrai che sta’ per falso oppure, se derivante da sakar (radice ebraica skr = consegnare) alluderebbe a colui che consegna.

        I Vangeli forniscono poche informazioni su Giuda, Marco ne parla in 169 parole, Matteo in 309, Luca in 233 e Giovanni in 289, e di questi solo Luca lo indica come prodotis cioè traditore, mentre Cristo lo chiamò con il suo nome unicamente nel Getsemani: “Giuda,con un bacio tradisci il Figlio dell’Uomo?”

        L’apocrifa Dichiarazione di Giuseppe d’Arimatea, ne fa un infiltrato, una spia mandata dai sinedriti per farsi discepolo e raccogliere accuse. Secondo alcuni frammenti copti del V-VII secolo, raccolti da Luigi Moldavi, Giuda si macchiò di colpe nefaste e abominevoli per compiacere la sua sposa, donna malvagia e insaziabile, che lo condusse alla rovina.

        La Bibbia lo dice figlio di Simone, e che ad entrambi, padre e figlio,  era dato l’appellativo di Iscariota. Una versione, vuole che suo padre fosse il fratello del sommo sacerdote Caifa, tesi, però, questa che non è avvalorata da nessuna fonte autorevole.

        La sua vicenda si riassume in sette punti essenziali:

1) è chiamato a diventare apostolo; 2) è incaricato di tenere le finanze del gruppo; 3) tradisce Gesù, sembra, per denaro; 4) presenzia all’ultima cena ma non all’Eucarestia; 5) guida i soldati all’arresto di Gesù; 6) lo tradisce con un bacio; 7) dopo la condanna di Cristo si suicida.

        Nel Vangelo Arabo dell’Infanzia, apocrifo del IV secolo d.C., si narra che Gesù e Giuda si conobbero durante l’infanzia. Qui Giuda è descritto come un ossesso e malvagio, che tentò, senza riuscirci, di mordere Gesù. La psicostoria, invece, ne fa il ritratto di un uomo infelice, travolto dalle passioni e ferito dal complesso di inferiorità. Da una tradizione legata alla leggenda, si evince che fu seguace del Battista, dal quale si allontanò prima della carcerazione. La Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine (1229-1298), offre una versione edipica: Giuda uccise il proprio padre e sposò la madre.

         

        Giuda non fu solo e sempre il traditore, anzi, sappiamo che godette del favore di Gesù. Gli scritti neotestamentari ci dicono che fu scelto al pari degli altri discepoli (“non vi ho forse scelti io, voi Dodici?” dice Gesù in Gv 6,70) e che a lui fu affidato il delicato compito di tenere le finanze comuni dei Dodici. Compito che non fu neppure affidato a Matteo, ex pubblicano, e  pertanto esperto di denari e numeri. Da ciò si evince non solo che si fidavano di lui ma anche che Giuda fosse abbastanza istruito. E’ questo un ulteriore segno di distinzione: oltre ad essere l’unico Giudeo (gli altri discepoli erano originari della Galilea), Giuda era anche un uomo di cultura, a differenza degli altri che erano semplici pescatori. Nel suo sceneggiato  Gesù di Nazareth (1979), il regista Franco Zeffirelli infatti lo presenta conoscitore di latino e greco. Tuttavia, nonostante il suo livello di istruzione e la benevolenza di cui inizialmente godeva, Giuda divenne “colui che poi lo tradì” (Mt 10, 4; Lc 6, 16).

 

        Quale mistero si nasconde dietro questa controversa figura intorno alla quale si è molto disquisito nei secoli? Dibattiti religiosi e teologici speculano sul suo gesto. Studiosi di tutti i tempi cercano spiegazioni, psicanalizzano il suo animo alla ricerca di un perché.

        Fin dall’antichità vi furono delle sette che tentarono di riabilitare la figura dell’apostolo traditore. Intorno al terzo secolo dopo Cristo, i cainiti, ramo intrinseco allo gnosticismo esaltante le figure negative presenti nella Bibbia (cainiti da Caino), lo consideravano l’apostolo privilegiato: unico detentore della vera sapienza rivelatagli direttamente da Gesù. Questo è quanto si legge nell’apocrifo Peuaggelion Nioudas o Vangelo di Giuda, riportato alla luce durante gli scavi egiziani del 1978, ma reso noto solo nel 2004. Con il suo gesto, per il quale è scritto “sarebbe stato meglio se non fosse mai nato”, Giuda contribuì, a liberare Gesù del suo corpo carnale e gli consentì il ritorno alla sua celeste dimora. Tuttavia l’esiguo testo scritto in copto (antico dialetto in uso nei primi secoli dopo Cristo in Egitto) su papiro presenta non poche discrepanze. Innanzitutto il Dio Creatore, non è l’unico Dio. Esistono divinità superiori alle quali spetta l’unica adorazione e dalla quale discendono sia Gesù quanto Giuda; il mondo così come lo conosciamo è opera dell’attività generatrice di Sophia, La Saggezza che, come nelle migliori cosmogonie greche, auto-genera; l’umanità si scinde così tra immortali (coloro che come Giuda hanno in sé la scintilla della conoscenza) e mortali (che non possiedono tale scintilla) destinati a servire i primi e a soccombere nell’oblio eterno. Quest’apocrifo che altro non è se non un ibrido tra cristianesimo, ebraismo, gnosticismo e platonismo, ha tuttavia suscitato molto rumore per nulla. Già Sant’Ireneo vescovo di Lione nel 180 d.C. lo inserì nella lista nera del suo trattato Contro le Eresie. L’immagine che ci viene presentata di Gesù è alquanto alterata: Gesù ride delle debolezze umane, ride degli apostoli intenti a ringraziare Dio durante un pasto eucaristico, ride di chi lo considera figlio del Dio Creatore! Gesù non morrà sulla Croce per la nostra salvezza, ma fuggirà da questo mondo dopo aver portato la vera conoscenza alla ristretta élite di cui Giuda il traditore e Caino il fratricida fanno parte!

 

        Tra le molte questioni filosofiche sollevate, c’è chi come Jorge Louis Borges nel suo Tre Versioni di Giuda, pone l’accento sull’azione di Giuda e la sua punizione eterna:

1)       se Gesù prevede il tradimento, allora Giuda non gode del libero arbitrio riservato agli uomini, dunque il suo agire non può essere evitato.” Bisogna tuttavia fare attenzione. Gesù, infatti, non prevede il tradimento, ma sa che verrà tradito. Questa rivelazione gli giunge direttamente dal Padre Celeste Onnisciente. Essendo infatti Dio al di fuori del tempo, passato – presente – futuro coincidono in Lui nel medesimo attimo, per cui Egli ha visto quale sarebbe stato il comportamento di Giuda, nulla togliendo che lo stesso avrebbe potuto, fino all’ultimo, non compierlo. A tal proposito  va ricordato l’episodio veterotestamentario del sacrificio di Isacco: Dio comandò ad Abramo di portare il suo unico figlio Isacco sul monte e sacrificarlo a Lui. Sebbene con immenso dolore, Abramo obbedì al suo Creatore. Poco prima che compisse il gesto estremo, Dio lo fermò e gli disse: Ora so che mi sei fedele! (Ge 22, 1-18). Inoltre, perché Gesù gli avrebbe promesso uno dei dodici troni se questi era già predestinato a tradirlo? (Mt 19, 28)

2)       se Giuda è condannato agli Inferi per aver tradito, e il suo gesto era essenziale affinché si compisse la salvezza del mondo, allora Giuda è stato punito per la salvezza umana, in più, se Gesù ha sofferto solo la Croce, ascendendo poi al cielo, e Giuda subisce la punizione eterna, allora la sofferenza di Giuda è maggiore e maggiore è la sua incidenza nel piano salvifico.” Come tutti sappiamo, a seguito di un solo uomo, Adamo, “il peccato entrò nel mondo e la morte per mezzo del peccato” (Ro 5, 12-14). Dio dovette porre rimedio e aprire nuovamente la strada verso la vita alle sue creature. Fu necessario che un secondo Adamo rimettesse le cose a posto, così Dio inviò sulla terra il Primo Generato, Colui attraverso cui tutte le cose sono state create, il suo unigenito Figlio Gesù Cristo. Molte sono le Scritture Veterotestamentarie in cui si profetizza la discesa del Messia e la fine ignobile che gli uomini gli avrebbero riservato (Isaia; Daniele;ecc… ) Come Adamo fu messo alla prova. Gesù tuttavia non ebbe il cuore gonfio di superbia, e portò a compimento l’opera del Padre, rimanendo ubbidiente ai precetti e umiliandosi sino alla morte in Croce (morte che sappiamo i Romani infliggevano ai peggiori malfattori). Il gesto di Giuda, pur avendo portato al sacrificio estremo di Gesù, fu compiuto non già per la salvezza dell’uomo, bensì perché il cuore di Giuda si corruppe, infatti, durante l’Ultima Cena, Cristo disse: “Non tutti siete puri.”(Gv 13, 2-11). Ora se così non fosse stato, Cristo che pure tra gli spasmi della Croce perdonò “perché non sanno quel che fanno”, avrebbe sicuramente esteso tale perdono, in virtù del suo immenso amore, anche su Giuda. Pertanto Giuda non fu condannato per la salvezza dell’uomo, ma per aver consegnato il Figlio di Dio. La punizione che si auto inflisse non migliorò certo la sua situazione, in quanto il suicidio è espressamente vietato dalle leggi bibliche. Inoltre Dio, nel momento stesso in cui Adamo macchiò le creature, vide il rimedio salvifico, ed in questo scoprì che, nonostante attendessero la venuta del Messia, gli uomini non l’avrebbero riconosciuto e l’avrebbero ucciso. Dio pertanto vide, non predestinò! Il libero arbitrio umano avrebbe potuto propendere verso altre scelte. Non si tratta dunque di un sacramento del tradimento, così come alcuni gnostici intendono. Nessun fine escatologico né un voler affrettare la fine dei tempi, come suggerito da Schalom Ben-Chorin.

       

        La Bibbia non ci fornisce spiegazioni circa il motivo che spinse Giuda a tradire, tuttavia alcuni versetti neotestamentari gettano una piccola luce. I Vangeli ci narrano un episodio avvenuto 5 giorni prima la crocifissione, durante la cena di Betania, cioè l’unzione con l’olio profumato che Maria, sorella di Lazzaro, versò sul Cristo. A questo gesto, Giuda reagì in malo modo. Protestò contro questo spreco di danaro: l’olio poteva essere venduto e il ricavato donato ai poveri. Sappiamo che Giuda deteneva le finanze, forse protestò perché in tal modo non gli sarebbe venuto alcun guadagno. Si ipotizza a tal punto che tradì per avidità, tuttavia, i 30 denari pattuiti non avevano poi un gran valore. Non si trattava infatti di denari, bensì di monete d’argento di più modesto valore, quali i sicli o stateri, utili al massimo all’acquisto di uno schiavo anziano o poco efficiente. Sicuramente si trattava di sicli d’argento di Tiro, uniche monete accettate dal Tempio poiché non recavano immagini né di uomini né di animali. Sarebbe stato più conveniente per Giuda fuggire con il contenuto della cassa, che come sappiamo era liberamente nelle sue mani. Forse i 30 denari erano solo il modesto anticipo di una somma cospicua, ma questo non potremmo mai saperlo.  Con questa protesta ha inizio l’azione di Giuda.

        Ma allora cosa spinse al tradimento? Si potrebbe ipotizzare l’amore deluso. Da buon ebreo Giuda conosceva le Scritture e, come tanti del suo tempo, attendeva il Messia liberatore. I Giudei non avevano dimenticato la profanazione del Tempio di Pompeo, che osò entrare a cavallo nel Sancta Sanctorum. Gesù non incarnò l’utopica e agognata figura del condottiero schiacciante l’esercito romano. Gesù predicava l’amore, parlava di “porgere l’altra guancia” di “pagare le tasse a Cesare”. La delusione dovette essere grande! Da qui il bisogno impellente di agire. Giuda si sentiva in dovere di scuotere il suo Signore affinché si rivelasse quale Re dei Giudei! Uno scandalo necessario alla salvezza! Se come detto sopra, Giuda era uno degli zeloti, allora la disillusione fu doppia. Zelota significa infatti pieno di zelo per la legge. Per gli zeloti la sottomissione a Roma equivaleva a disconoscere la legge di Dio, in Deutoronomio si  legge: “Non potrai mettere sopra di te uno straniero”. Forse Giuda credeva di trovare in Gesù la rivalsa a tanta oppressione. Il problema nacque quando si accorse ch Gesù non era uno di loro. Il tradimento nacque allora da zelante patriottismo. Ad ogni modo un generale malcontento iniziò a spossarlo provocandogli notevole disagio interiore, al punto tale da spingerlo al tradimento. Sicuramente credeva di aver scoperto un’altra via a quella proposta dal Maestro. Così senza dubbi e convinto di fare la cosa giusta, Giuda si recò dai capi sacerdoti. L’incontro avvenne sicuramente tra la cena di Betania e la cena Pasquale.  I membri del Sinedrio si accordarono con Giuda e gli offrirono, per il favore, 30 pezzi d’argento. Una somma davvero irrisoria attraverso la quale i sacerdoti espressero il loro disprezzo verso Gesù, dimostrando che non valeva nulla. Giuda prese il sacco con le monete e andò via, sperando che finalmente Gesù si accordasse con Caifa e i Farisei. Tuttavia l’azione di Giuda può apparire inutile, infatti non era un segreto che i sacerdoti volessero catturare Gesù, né era necessario che Giuda scegliesse il momento più adatto, sicuramente gli informatori del Tempio sapevano già quand’era utile agire, e, infine, il bacio identificatore era un surplus, in quanto Gesù predicava ogni giorno innanzi al Tempio e tutti lo conoscevano. Ma allora perché si servirono di lui e persino lo pagarono? Forse Giuda fornì al sinedrio qualche preziosa indicazione che ignoravano, difatti è scritto che si rallegrarono. Forse Giuda rivelò loro che Gesù era il Figlio di Dio. Va comunque sottolineato che Levitico 19, 16-18 considera immorale e illegale servirsi di spie per accusare e catturare qualcuno. Pertanto sia Giuda che i capi del sinedrio infransero la legge.

 

        La sera in cui i Dodici si riunirono, secondo la legge mosaica, per celebrare la Pasqua, dopo la lavanda dei piedi, Gesù disse che non tutti, tra i presenti erano puri e che uno di loro l’avrebbe tradito. Giuda chiese: “Sono forse io, Rabbi?” -  e Cristo rispose: “Tu stesso lo dici.” – aggiungendo di sbrigarsi a compiere ciò che doveva fare.

        Giuda si levò dunque dalla tavola e uscì nella notte. A quel punto, rimasto solo con gli Undici, Gesù celebrò la Nuova Alleanza, offrendo pane e vino a simbolo del suo corpo e del suo sangue, versato per la redenzione dei peccati. Ma perché gli apostoli non si chiesero dove andasse Giuda? Se, come ipotizzato, Giovanni sedeva alla destra di Gesù e Giuda alla sua sinistra, allora Giovanni fu testimone del dialogo avvenuto tra i due. Inoltre, poiché il tradimento e l’arresto erano stati annunciati, gli eventi seguenti non dovettero essere inattesi. Solo di Pietro ci è detto che si mostrò accorato, gli altri pare abbiano accolto la notizia quasi con indifferenza. Forse soltanto Giovanni comprese realmente ciò che stava per accadere. Gli altri non compresero la gravità o semplicemente pensarono non fosse così imminente. Fu nel Getsemani, qualche ora dopo, che Giuda riapparve insieme alle guardie armate con bastoni e spade. Il Getsemani, cioè frantoio dell’olio, era un podere sito al di là del torrente Cedron. Gli spostamenti di Giuda pertanto furono i seguenti: dal cenacolo alla casa del gran sacerdote, quindi di nuovo vicino al cenacolo e poi verso il Getsemani. Qui, temendo che nell’oscurità non riconoscessero Gesù fu stabilito che Giuda gli si avvicinasse e lo salutasse con un bacio. “Shalom aleka Rabbi u-mori”(la pace sia con te mio Rabbi e Maestro) e Cristo rispose: “Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’Uomo?”, detto questo i soldati si scagliarono su di lui arrestandolo, mentre gli apostoli fuggirono. Marco scrive che Giuda disse di portarlo via con cautela, forse temeva un ulteriore reazione degli altri discepoli o forse vide Gesù già sofferente per le percosse subite e intendeva evitargli altre pene?

        Giuda, scosso da quanto avvenuto, preda della paura e ora consapevole di aver consegnato il Messia, non per un dibattito ma per essere processato in quanto bestemmiatore, si allontanò dalla scena. Dopo ore di tribolazione, pentito e cercando di rimediare e, mentre Gesù si trovava da Pilato, tentò di restituire ai sacerdoti i 30 pezzi d’argento “ho peccato perché ho tradito sangue innocente”(Mt 27,4). Non trovando comprensione, Giuda scagliò contro di loro le monete e se andò. Il film The Passion di Mel Gibson, secondo le visioni di Santa  Anna Katharina Emmerick, Giuda vagò ritrovandosi in un luogo pieno di sudiciume, qui udì dentro di sé voci che gli dicevano “Lo stanno conducendo a morte perché tu l’hai venduto! Miserabile, come potrai sopravvivere?”. Quindi si impiccò ad un alberò e morì. Dopo quell’azione Giuda era rimasto solo, abbandonato dagli amici che aveva tradito e dai nuovi amici per i quali aveva tradito e, sulla sua coscienza la morte, che sicuramente non aveva voluto, del Figlio di Dio!

        C’è persino chi ipotizza che Giuda sia stato assassinato: in molti potevano volere la sua morte, ad iniziare dai sinedriti con cui aveva complottato, per nascondere l’infrazione della legge. Si tratta comunque di ipotesi non avvalorate, in quanto tutti i validi documenti a disposizione concordano con la tesi del suicidio.

 

        Esistono due versioni sulla morte di Giuda. Secondo Matteo, gettate le monete sul tempio, andò ad impiccarsi, mentre Atti ci dice che con i soldi dell’iniquità acquistò un campo dove, a seguito di una caduta gli si squarciò il ventre e le sue viscere si sparsero intorno. Tuttavia questi due episodi appaiono solo all’apparenza discordanti, in quanto trattasi di una differente sequenza temporale. Giuda si impiccò come scritto in Matteo, in seguito il ramo si spezzò provocandone la caduta e lo spargimento delle viscere. Sappiamo infatti che Giuda spirò prima del Cristo, la cui morte fu seguita da un terremoto così violento da squarciare il Tempio. Di conseguenza il ramo cui era appeso Giuda dovette spezzarsi e farlo precipitare sulla roccia.

        Un frammento apocrifo di Papia di Gerapoli, narra una sequenza da film horror. Giuda, liberato dal capestro prima di soffocare, visse ancora. Il suo corpo iniziò a gonfiarsi a dismisura al punto che, “per dove sarebbe facilmente passato un carro, non avrebbe potuto passare lui”. Dalle sue membra deformate fuoriuscivano a dismisura “marcia e vermi …insieme agli escrementi”, infine, dopo molti tormenti Giuda morì nel suo podere, che intriso dal puzzo fluito dalle sue carni putride, è rimasto disabitato e “anche oggi nessuno può traversare quel luogo senza turarsi il naso con le mani. Tanto fu lo scolo che dalle sue carni penetrò nella terra”. Negli Apocrifi raccolti da Moraldi, in alcuni frammenti egizi è descritto l’incontro tra Gesù e Giuda nell’oltretomba. Qui Gesù chiede al traditore i motivi del suo gesto e quale vantaggio ne abbia tratto. “Guai a te, Giuda!” lo ammonisce Gesù. Il nome di  Giuda è stato cancellato dall’albero della vita, la sua stella squarciata, il suo penaghis distrutto. Giuda è stato ghermito dalle tenebre, non avrà più pace, poiché è solo eredità del verme. Nel Viaggio di San Brandano, il Santo incontra su di un isola sinistra Giuda incatenato con Pilato, Erode, Anna e Caifa, e con loro costantemente torturato con terribili supplizi diversi per ogni giorno della settimana. Solo la domenica, giorno del Signore, gli è concesso riposo. Dante, come sappiamo, lo pone nel girone del Cocito, quello dei traditori che da lui è detto Giudecca, dove è maciullato giorno e notte insieme a Bruto e Crasso, che però, a differenza di Giuda, sono ingoiati per le gambe ed hanno la testa fuori.

 

        I 30 pezzi che Giuda restituì non furono rimessi dai sacerdoti nel tesoro del tempio, in quanto “salario dell’iniquità” ma servirono per l’acquisto del campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri, che da allora fu detto “Campo di sangue”(akeldamà). Fu così adempiuta la profezia di Geremia: “E presero trenta denari d’argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, e li diedero per il campo del vasaio.

       

        Il posto di Giuda fu poi occupato da Mattia, la cui scelta fu dovuta alla sorte. Secondo Atti, anche Giuseppe chiamato Barsabba e soprannominato il Giusto era stato proposto. Pare comunque che Mattia facesse parte del gruppo più esteso che seguiva i Dodici sin dall’inizio dell’attività pubblica di Cristo.

 

        Quali che furono le reali motivazioni che spinsero Giuda a tal gesto folle, non ci è dato saperlo. Possiamo solo ipotizzare, cercare di pensare come avrebbe potuto pensare lui, uno dei Dodici. Del suo gesto sappiamo che si pentì al punto tale da non ritenersi degno di vivere, dunque, forse, non agì in mala fede e il suo cuore si corruppe e non fu ritenuto puro perché tramò e ordì un incontro per spingere il Signore a rivelarsi, similmente alle tentazioni diaboliche subite da Cristo nel deserto. Con il suo gesto, dunque, Giuda tentò il suo Signore, mentre le Scritture dicono espressamente “Non tentare il Signore Dio Tuo”! Sarebbe stato meglio per lui se, pentito, avesse chiesto perdono, come in quella stessa notte fece Pietro, dopo averlo rinnegato tre volte. Ma forse, fu proprio egli stesso e non ritenersi degno di perdono alcuno. Giuda sapeva bene che il suicidio escludeva ogni possibilità di salvezza. Di lui disse Gesù “Sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato”. Quale che sia stata ed è la sua sorte, è un mistero che avvolge unicamente Dio e la sua infinita misericordia.

 

 

 

 

Otto marzo, quando nascere donna è una condanna: la dignità stuprata

 

     La lunga marcia verso il riconoscimento dei diritti umani delle donne è, purtroppo, lungi dal podio della vittoria. I principi, sanciti dalla Declaration des droits des femmes (presentata all’Assemblea costituente in una Francia ancora intrisa dal fuoco Rivoluzionario da un’impavida Olympes de Gouges, che pagò con la vita, il suo ardire essere come un uomo) vengono, purtroppo, ancor oggi calpestati con il beneplacito dell’opinione globale che, sebbene s’indigni al trapelare di notizie sugli orrori delle mutilazioni genitali (si stima che ogni anno circa due milioni di donne subiranno una qualche forma di mutilazione) praticate ancora in ben 28 paesi africani e in alcuni paesi asiatici; su stupri di massa in luoghi in cui le donne sono ancora trattate alla stregua di bottino di guerra; sulle donne sfigurate dall’acido o sulle neonate abbandonate e malnutrite solo perché nascere donna è ancora considerata una piaga, nulla o poca fa affinché si ponga la parola fine a tali torture. E proprio per non dimenticare, e commemorare questo giorno lontano dalle frivolezze che hanno fatto scadere quella che dovrebbe essere la giornata della donna in un festino crudamente commerciale, che voglio ricordare il triste caso delle Maquiladoras, portato sugli schermi nel 2007 da un film con Jennifer Lopez e Antonio Banderas, Bordertown.

     Con il termine Maquiladora si intendono quegli stabilimenti industriali di trasformazione o assemblaggio di elettrodomestici e televisori, gestiti da soggetti stranieri e finalizzati all’esportazione. Le Maquiladora sorgono al confine tra Stati Uniti e Messico e la forza-lavoro è largamente costituita da donne messicane prevalentemente giovani. Fu a partire dal 1993 che in una di queste città, Ciudad Juarez (Chihuahua, frontiera con El Paso, Texas), iniziarono a sparire, in numero crescente, delle operaie del turno di notte. I corpi, rinvenuti in periferiche discariche, di queste sventurate mostravano chiari segni di violenza sessuale, crude torture  e mutilazioni prima di essere strangolate o accoltellate.  Alcune di esse erano ancora poco più che bambine. Le vittime presentano analogie fisiche, ragazze tra i 15 ei 20 anni, esili, carine dai capelli lunghi e provenienti da famiglie indigenti.

     Nonostante le denunce presentate da organizzazioni femministe e dei diritti umani, nessun colpevole è ancora stato individuato. Si parla di 200 - 450 vittime e oltre 600 sparizioni…ma la vera stima dei corpi svaniti nel nulla rimarrà sicuramente un mistero. I cadaveri, purtroppo, vengono ritrovati solo se i carnefici decidono così. Fino al 2001 i corpi, a volte irriconoscibili, venivano quasi tutti rintracciati. In seguito al moltiplicarsi delle indagini sembrano ingoiati dal nulla. Leggende superstiziose accusano diaboliche entità, ma calce viva e acidi ne corrodono carne e ossa senza lasciarne alcuna traccia. Molte vengono disseppellite dalle mani ridotte a un lazzaretto delle madri che scavano senza sosta nella pungente sabbia del deserto. Ricordiamo una ragazzina appena diciassettenne, Lilia Garcia Andrade, rapita vicino la maquiladora e violentata ripetutamente tra incubi e supplizi. Il corpo martoriato fu ritrovato cinque giorni dopo al centro di uno degli incroci più trafficati della città. Sugli atroci avvenimenti è stato minimizzato imputando la colpa alle vittime: “passeggiavano in luoghi bui e indossavano minigonne”!!!La retribuzione salariale non permette a queste donne di vivere all’interno della città, ma in bidonvilles ai margini della periferia. Autobus di linea e lunghissimi tratti a piedi che si snodano in pericolose zone oscure e isolate l’unico modo per rincasare.

     Cala un volontario sipario sulla scena di questo orrore dai contorni indefiniti…rimane il dolore delle famiglie, la paura nei loro volti, la rabbia dell’ingiustizia a vagare in mezzo alle tante croci bianche rinchiuse in un sudario di silenzio e filo spinato.

 

 

 

 

“CARNEM  LEVARE”.

DALLA DEA ISIDE ALLA COMMEDIA DELL’ARTE: LE ORIGINI DEL CARNEVALE.

     Le origini del Carnevale si perdono nei meandri del tempo, trovando embrionali radici risalenti ben oltre 4000 anni fa, nell’antica terra d’Egitto, in cui si era soliti rendere omaggio alla dea Iside, personificazione del cielo, sposa di Osiride e madre di Horus.  Iside nutriva il seme della terra, perpetuava il genere umano, custodiva i segreti della magia, guariva le malattie e proteggeva sia i vivi che i morti. Era una ricorrenza che s’inseriva nell’antico ciclo delle festività naturali, in cui attraverso sacri rituali si rendeva omaggio alla dea onde propiziarsi i favori. Il culto di Iside fu ereditato da tutto il Mediterraneo nel periodo ellenistico. I Greci ne trassero però due dee, Demetra e Afrodite. Qui le tracce del Carnevale affondavano nelle Dionisiache, che cadevano quasi alla fine di Febbraio e celebravano Dioniso, dio della fertilità e della vegetazione. Peculiarità di questi riti era il passaggio dei falloforoi, durante il quale il pubblico era solito scambiarsi battute oscene.   Presso i Celti questo periodo di licenziosità era dedicato alla dea Madre Terra Imbolc, e segnava il risveglio della natura dal rigore dei geli invernali. Essenziale era produrre più chiasso possibile, onde rievocare il grande baccano primordiale che richiamava alla vita l’addormentata divinità solare, mentre il riso e l’allegria avevano un preciso significato rituale catartico. Tra gli antecedenti italici più antichi, il posto d’onore spetta ai Saturnali, celebrati a Roma in onore del dio Saturno. Commemoravano la mitica età dell’oro e la loro istituzione si perde nel buio della leggenda. Licenziosità, sfrenato divertimento, ribaltamento sociale erano la parola d’ordine. Leggi e norme erano sospese, così come le differenze sociali. Cessava ogni attività pubblica e veniva concessa qualsiasi libertà, se ne deduce pertanto che a beneficiarne maggiormente fossero gli schiavi. Il culto di Saturno, cui radice etimologica risale al verbo serere, cioè seminare, e solo in seguito identificato con il dio greco Crono, si diffuse soprattutto nell’epoca imperiale. Nel volgere dei secoli il mistico significato che avvolgeva tali feste, si è perduto, smarrendo la sacralità che le contraddistingueva. Ciò che rimane intatto è però il suo carattere di sfrenata allegria, bagordi, frizzi, lazzi e licenziosità di cui godere prima di entrare nell’atmosfera penitenziale e di digiuno proprio del tempo Quaresimale. Etimologicamente, infatti, il termine carnevale discende dal latino Carnem Levare equivalente a togliere la carne, e indicante il primo giorno di digiuno penitenziale. Anticamente i festeggiamenti carnevaleschi duravano circa un mese, iniziando il giorno seguente l’Epifania, 7 gennaio. Col tempo però il periodo di festa si è gradualmente ridotto sino all’attuale durata di una settimana, tuttavia il carnevale Ambrosiano protrae i suoi lazzi al primo sabato di Quaresima. Narra la leggenda che Ambrogio, vescovo di Milano, dovendo assentarsi dalla città, promise ai suoi fedeli di fare ritorno in tempo per la Quaresima. A causa di alcuni impedimenti, Ambrogio non riuscì a ritornare il giorno stabilito, così i suoi devoti fedeli decisero di prolungare il carnevale sino al suo rientro.

     Tra i carnevali più antichi d’Italia è quello della città di Fano, registrato in un antico documento del 1347. In Sicilia i documenti più antichi registrano riti carnevaleschi nella città di Palermo nell’anno 1600. Caratterizzava il carnevale siciliano la Danza degli schiavi e la Balla-Virticchi: attraverso le vie principali della città si sfilava, danzando, al ritmo di Tamburi arabi. Mascheramenti tipici erano: i Jardinara e i Varca a Palermo; i Laddatori, i Briganti e i Cavalluccio a Catania; vi erano anche i Dutturi, i Baruni, gli Abbati, la Vecchia di li fusa, i Nzunzieddi. Il primato di maschera più antica, non solo siciliana, ma d’Italia, va al messinese Peppe Nappa. Letteralmente Giuseppe Toppa dei calzoni, è una maschera ereditata dalla Commedia dell’Arte. Incarna il servitore beffardo e pigro, sempre sonnolento ma improvvisamente scattante, agile e danzatore acrobatico. Suo antenato fu Zanni (Giovanni), servo stolto e scroccone nato con la Commedia dell’Arte, sorta in Italia nel XVI° secolo in reazione alla commedia erudita. Ebbe vita rigogliosa sino al XVIII° secolo, quando si estinse con la rivoluzione borghese del teatro. Conosciuta all’estero con il nome di Commedia all’Italiana, vanta il primato di essere recitata da attori di professione, da qui il nome Commedia dell’Arte, in cui Arte intende proprio mestiere, professione, dunque attori addestrati al mestiere della recitazione. Tuttavia Arte sottende anche a opera d’ingegno, quale essa realmente fu. Comprendendo che a colpire il pubblico era l’intrigo che si andava sviluppando, agli attori non furono date parti scritte, bensì canovacci, sulla base dei quali, e lasciando ampio spazio all’improvvisazione, gli attori imbastivano l’intera commedia. Va comunque rilevato che ciascun attore disponeva di un proprio zibaldone contenente il proprio repertorio di motti, lazzi, soliloqui, entrate… che venivano tirati fuori al momento giusto.  A ciò si aggiungevano una straordinaria mimica eloquente, giochi comici, acrobazie, danze e canzoni.

     Originariamente le donne non facevano parte delle compagnie, formate per lo più da 10-12 attori uomini. Probabilmente essa deriva dal filone dei comici medievali (buffoni, mimi, saltimbanchi, giullari) da cui ripresero la gestualità eloquente, e dalle antiche farse laziali e campane, in cui alcune maschere trovano somiglianza come in Maccus, Bucco, Dossennus, nonché per l’abito bianco di Pulcinella, simile a quello del mimus albus. Trama della commedia erano intrighi d’amore, servi che gabbano il padrone, e similari situazioni intrise di un ricco repertorio di lazzi, scherzi, trasformazioni, scambi di persona, allusioni sconce. Tipica era, infatti, la parlata popolare, pregna di tutte le sue licenziosità. Ben presto gli attori furono avvezzi all’uso di maschere, il che comportò la caratterizzazione di un personaggio, che era così interpretato da un unico attore.

     Tra le più celebri compagnie italiane ricordiamo: i Gelosi, gli Uniti, gli Accesi, operanti intorno a metà Seicento. Molte di queste compagnie si stabilirono in Francia, dando vita, per il pubblico francese, a maschere quali Pierrot, Scaramouche, Polichinelle. Durante la Rivoluzione Francese il successo della Commedia dell’arte non scemò, vi fu solo la proibizione di indossare maschere, onde evitare possibili attentati e spionaggi. Oggi la moderna commedia è solo una rimessa in scena  di questi antichi canovacci. Da segnalare l’opera di Giovanni Poli, che recuperò e riscrisse testi teatrali del Cinquecento, e Dario Fo che studiò e seppe riadattare alle odierne esigenze i contenuti dei canovacci.

     Della brillante Commedia dell’Arte oggi ci rimangono, purtroppo, solo le maschere: Pantalone, vecchio avaro e libidinoso; Arlecchino, servo imbroglione e sempre affamato; Brighella; le servette impersonate da Corallina, Colombina; il napoletano Pulcinella; ecc…

     A rendere immortali queste maschere fu la caratteristica di essere dei tipi umani, con tutte le debolezze, le antinomie, i vizi, le miserie di cui è satura la quotidianità nella sua più semplice accezione, unitamente ad un ricco e colorato bagaglio di tradizioni folkloristiche.

 

 

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Ultimo Aggiornamento 02/09/2010

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