La Voce del Longano

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Francesca Romeo

 

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Francesca Romeo è nata a Barcellona PG, dove vive. Si è laureata in Filosofia con una tesi sullo sbarco in Sicilia del 1943. Scrive amatorialmente per diversi quotidiani. Riconoscimenti per le sue opere poetiche sono giunti, oltre che dalla stessa Barcellona PG, anche dalla vicina Milazzo, Messina e  Milano.  Ama leggere romanzi storici, testi teologici e filosofia orientale. Attualmente ha un poemetto e alcuni saggi storici in fase di stesura.

 

 

ALLA RICERCA DEL “VALLI” DIMENTICATO

 

     Sulla figura di Luigi Valli, ideologo dai molteplici interessi vissuto a cavallo tra otto e novecento, dopo la caduta del fascismo calò quel torpore obliante che lo rese sconosciuto ai più. Solo i pochi cultori dell’esoterismo, le voci avverse al suo pensiero politico e alcuni studiosi ad ampio raggio si sono interessati a questo personaggio ritenuto “scomodo” per le sue conclamate idee nazionaliste.

     Nacque a Roma nel 1878 e si distinse per il suo acume e la sua instancabile attività. Fu docente di Filosofia all’università di Roma, critico letterario, conferenziere, politico, poeta, studioso. Nota è la sua amicizia con il poeta Giovanni Pascoli, da cui riprese le tesi sull’interpretazione allegorica della Divina Commedia. Valli sosteneva che l’opera di Dante contenesse un dedalo di significati simbolici, comprensibili solo dalla ristretta élite d’iniziati cui si rivolge. Lo scrittore parla di un “linguaggio segreto e oscuro” comune a tutti i poeti stilnovisti. La sua, come Valli sottolinea, è un’interpretazione «prossima a un metodo matematico» dei poemi e degli scritti oscurissimi dei nostri maggiori «uomini di lettere» medioevali: da Dante a Guinizelli a Cavalcanti, fino a Boccaccio e Petrarca, ecc… L’opera intitolata “Il linguaggio segreto di Dante e dei fedeli dell’amore”(1928) si apre con una dedica ai tre grandi poeti, Ugo Foscolo, Gabriele Rossetti e Giovanni Pascoli, che infransero per primi i “suggelli della misteriosa opera di Dante”. Furono, infatti, le loro rivelazioni a indurlo a portare a maturazione un lungo percorso di coraggiosi studi. Secondo l’interpretazione del Valli sarebbe esistita una setta detta dei “fedeli dell’amore”, i quali avrebbero cantato le loro lodi a una misteriosa figura di donna, Beatrice nella Divina Commedia, che personificherebbe la Sapienza, così come avviene nel Cantico dei Cantici, idea questa che riprese da Francesco Perez. Le sue tesi non mancarono di suscitare, ieri come oggi, opposti pareri. Il merito tuttavia fu quello di aver posto l’accento sulla necessità di una comprensione unitaria del poema dantesco. A questa sua opera ne seguirono altre sullo stesso filone, tra cui ricordiamo “Il segreto della Croce e dell’Aquila nella Divina Commedia” (1922).

     La figura di Valli è ben più complessa di quanto possa apparire a un’occhiata superficiale. Non si riduce, infatti, all’interpretazione esoterica del poema dantesco, ma s’introduce a piene mani nella sfera politica. Valli fu tra i fondatori del nazionalismo, di cui fu teorico e propagandista, tanto da essere annoverato all’interno del “Dizionario di Politica” del Partito Nazionale Fascista sotto la voce “Nazionalismo”. Esaltò quelle teorie che saranno l’humus dell’ideologia fascista: la guerra, gli ideali, la selezione della razza, l’orgoglio patriottico, l’imperialismo. Benedetto Migliore, che ne stilò nel 1932 una prima biografia, lo definì “fervente attivista, autorevole gregario fascista”. Lungimirante nelle sue considerazioni politiche, nel 1926 citando “i tre popoli senza terra: Germania, Italia, Giappone”, presagì il futuro Asse Roma-Berlino. Innumerevoli sono, inoltre, le conferenze da lui tenute in Italia e all’estero sul Nazionalismo, spinto dall’esigenza di “indottrinare le masse”. Fu, infatti, in conformità a questo bisogno e in coerenza con la riforma Gentile favorente gli studi classici, che Valli si batté per l’istituzione del Liceo nella città di Barcellona Pozzo  di Gotto, dove si era ritrovato a seguito del suo matrimonio con Angelica Picardi, figlia del senatore Silvestro Picardi e della marchesa messinese Giovanna De Gregorio che nella città possedevano una villa. Alla famiglia del Valli, inoltre, Barcellona deve anche l’apertura della Biblioteca pubblica sita all’interno della villa Picardi, nonché l’ambulatorio e l’assistenza farmacologica per i bambini bisognosi. Valli si spense a Terni nel 1931, colpito da infarto mentre teneva una conferenza sul “Segreto della Croce e dell’Aquila nella Divina Commedia”, all’ Istituto Fascista di Cultura.

     In questi giorni la figura poliedrica, contraddittoria e intellettualmente molto prolifica di Valli, è stata ritrovata grazie dal saggio della dott.sa Maria Rosa Naselli, “Luigi Valli. Il primo Novecento attraverso gli affetti, le azioni, gli scritti di un intellettuale”. La Naselli, studiosa e ricercatrice di personaggi storici locali, offre un’accurata biografia di questa figura poco nota, analizzandone il  pensiero ibrido tra filosofia, poesia, politica. “È un autore da tenere in grande considerazione – commenta la Naselli – perché è un intellettuale a tutto tondo che molto s’interessò alla città di Barcellona P.G. e al benessere dei suoi concittadini”. Nel libro si conduce un’accurata analisi biografica del Valli, filtrata attraverso le reti dei suoi affetti familiari. Pochi sono gli accenni alla sua attività politica, in quanto lo scopo dell’opera è di mettere in luce quegli aspetti “volutamente dimenticati” di un personaggio dalle mille attività, del quale è oltremodo riduttivo limitarlo all’esclusivo  ruolo di dantista o politico filofascista. Delicati sono i tratti storici che fanno da sfondo all’opera, in cui l’autrice dipinge uno scorcio esauriente, ma mai pesante, del primo trentennio del novecento italiano. Un’opera, quella della Naselli, che mancava e che ben s’inserisce nel panorama culturale di una figura come il Valli, spesso denigrata e compresa solo a metà. Finalmente a ottant’anni dalla sua morte, è stata fatta luce su questo personaggio sì contraddittorio e controverso, ma sostanzialmente umano nel suo porsi al servizio della sofferenza.

“(…) questi miei scritti di materia politica e sociale, che accompagnarono con una certa chiarezza la trasformazione spirituale del popolo nostro, possano essere raccolti non soltanto come mio personale ricordo, ma come documento e chiarimento di quel nostro rinnovarsi.”- Luigi Valli, Scritti e discorsi della grande Vigilia.

 

 

 

I FANTASMI DI AUSCHWITZ
 

          “Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche...”- Primo Levi, Se questo è un uomo.

          È come se Dio in questo luogo avesse trattenuto il respiro per un attimo senza fine. Avverti l’angoscia di un silenzio strisciante e minaccioso. Cupo come nero fumo di comignoli. È un silenzio asfissiante come gas letale. Mostruoso come solo l’uomo senza Dio sa esserlo. Lo avverti pizzicarti la pelle, urlarti nelle orecchie, perforarti l’anima e lasciarti in bocca un impasto di marcio e di bile. È il silenzio dell’indegnità! Ti guardi intorno, ma i tuoi sensi non sono più gli stessi. Vedi recinzioni, filo spinato, baracche semidistrutte, edifici smantellati.

          Un soffio di vento arranca gelido graffiando i resti di quel non-luogo, dove la morte regna ancora sovrana. Quasi avverti un singhiozzo, un’eco strappato a un tempo lontano. Qualcosa ti sfiora. Un brivido percorre la schiena. Ti volti. Nulla. Solo un’ombra fuggente all’angolo estremo del tuo occhio: un pigiama a righe che si dissolve nell’attimo in cui quasi lo guardi. Il cielo sopra di te è plumbeo e pesante. Non c’è sole. Non brilla il sole sopra quest’angolo d’inferno. La terra rimane fredda anche nei giorni più caldi. Le nuvole si contraggono spasmodiche frustate da quelle lingue nere che vedi esalare dai comignoli spenti. Ti sfreghi le palpebre. Non può essere. Riapri gli occhi. Le nuvole e i camini neri spenti, ma nelle tue narici sale l’agrodolce puzzo della carne bruciata. Dentro un edificio vedi valige, tante valige una sopra l’altra. Ti soffermi a guardarne una. È beige. Ammaccata. Il manico penzola inerme, senza vita. Un tempo una mano stringeva quel manico come per aggrapparsi a una speranza di vita. Una valigia preparata in fretta. Else vi aveva riposto qualche abito, alcuni gioielli, una foto, un libro, un caro ricordo. Erano in tre. Fuggiti nella notte complice, con la sua oscurità. Il cuore pulsava forte nelle vene e nelle tempie. Perdeva un battito. Pulsava più forte. Erano in tre a percorrere pochi passi. Dieci minuti: il confine tra la vita e la morte. Qualcosa andò storto. Quella valigia finì in mezzo alle altre. Svuotata della sua anima, fu solo una valigia, tra le tante valige, in fin di vita. Guardi il campo distendersi avanti a te. L’erba ondeggia scossa dall’aria affilata. Ondeggia. Ondeggia. I fili d’erba crescono tramutandosi in una marea di deportati ondeggiante al freddo dopo ore e ore di attesa in piedi. Se cadi, ti sparano. Se protesti, ti sparano. Se non resisti, ti sparano. Un urlo ti lacera l’anima. Ma le tue labbra sono mute. E i fili ondeggiano. E con loro uomini e donne ondeggiano muti come le tue labbra. Un calpestio ti distoglie dissolvendo quella marea di relitti umani che pensi solo di aver immaginato… ma sul terriccio l’impronta di un piede scalzo è subito cancellata dal vento.

          Fai attenzione a non toccare nulla mentre tu, ben vestito e sazio, attraversi lo stanzone pieno di docce che scivolano dall’alto come spire di serpenti. Un fremito di paura ti scuote. Un getto di urla strazianti esce da quei buchi percuotendo le pareti ora bianche. Corpi su corpi si agitano convulsi cercando, almeno, un alito d’aria. Si arrampicano uno sull’altro. Si schiacciano. I più deboli restano sotto. Si deformano i loro volti. Si gonfiano. Diventano verdi. Esplodono. S’incollano pelle su pelle. Sono nudi. Un ammasso di molli carni nude e deturpate. Aggrovigliate in un’inestricabile matassa. Gli addetti al sonderkommando devono usare uncini acuminati per tirare fuori quel che resta dei sommersi e gettarli nei crematoi o nei forni a cielo aperto, prima però devono divaricargli le mascelle serrate, le bocche storpiate e strappare via i denti. Devono fare in fretta. Svuotare la doccia e ripulirla. Rinfrescare le pareti lorde di morte, vomito ed escrementi e tingerle di un intatto bianco immacolato. I nuovi morituri non dovranno capire… ti senti male. Qualcosa ti stringe le viscere e ti senti quasi mancare. Tu percorri quella bolgia dannata, ben vestito e sazio. Forse sei lì solo per curiosità. Sei lì per tua volontà. In visita. Come fosse un museo d’arte moderna, un monumento, una galleria di quadri famosi.

          “(…) nell’estrarre i cadaveri da una camera a gas, improvvisamente uno del Sonderkommando si arrestò, rimase per un istante come fulminato, quindi riprese il lavoro con gli altri. Chiesi al kapò cosa fosse successo: disse che l’ebreo aveva scoperto tra gli altri il cadavere della moglie. Continuai ancora ad osservarlo per un certo tempo, ma non riuscii a scorgere in lui nessun atteggiamento particolare. Continuava a trascinare i suoi cadaveri,  come aveva fatto fino ad allora. Quando, dopo un poco, ritornai al comando, lo vidi seduto a mangiare in mezzo agli altri, come se nulla fosse accaduto. Possedeva una capacità sovraumana di celare le proprie emozioni, o era diventato talmente insensibile da non saper più reagire?” –  da Rudolf  Höss, Comandante ad Auschwitz.

 

          Nella sauna migliaia di occhi ti guardano dalle foto ora appese alle pareti. Giovani, vecchi, uomini, donne, bambini. Sono quel che resta di ciò che furono prima di varcare il confine dell’inferno. Oltre 20.000 immagini, frammenti di vita ritrovati nei depositi degli effetti dei deportati. Molti non hanno nome. Hanno solo un sorriso, uno sguardo, una speranza che trapassa il tempo e si presenta innanzi ai tuoi occhi. Li guardi. Vorresti chiedergli perdono per quel che altri hanno fatto. Cerchi di spiegarti come tutto questo sia stato possibile. Interroghi gli angoli più reconditi della tua coscienza. Non trovi nessuna risposta. Tutto tace. Avvolto dal silenzio. Ti guardi intorno e ti chiedi con Primo Levi “Se questo è un uomo”… il disumanizzato o il disumanizzante? Chi non è uomo e chi lo è ancora, seppur privato di ciò che noi oggi buttiamo via come ci fosse dovuto. Non sei più lo stesso quando lasci dietro di te i cancelli di Auschwitz. “ARBEIT MACHT FREI"...Il lavoro rende liberi… è ciò che leggi in lettere di ferro sopra l’ingresso del campo! Una frase che ti s’incide e risuona dentro come colpi di martello. Cos’è la libertà? Quella libertà ironicamente promessa dall’insegna di quella bottega degli orrori? La libertà di un popolo di sterminarne un altro? Quali le colpe commesse? Tutto tace… solo l’eco di queste domande che ondeggia in quell’aria immobile da oltre sessant’anni.

          “Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere quest'offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati in fondo. Più già di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.”- Primo Levi, Se questo è un uomo.

 

 

 

 

LA FURIA DEL LONGANO

 

     Cumuli di polvere lievitano nell’aria giallognola. I suoi guizzi vorticosi lambiscono ogni cosa di ruvida impalpabilità. Ne avverti i corpuscoli orbitare intorno a te affannare il respiro, bruciare le narici, seccare la gola, lacrimare gli occhi. Senti ovunque la sua presenza nei tuoi capelli, nei tuoi vestiti, sulla tua pelle. Ti lavi. Bevi. Ti lavi. Bevi ancora… inutile! Tutto inutile! Quella maledetta polvere non vuole andare via! Lo capisci da quell’amaro che ti rimane all’angolo della bocca, da quel persistente bruciarti dentro proprio là, in quelle viscere senzienti e sacre, un tempo, agli aruspici del Latium Vetus. E ti accorgi che ieri come oggi, quando “senti” che qualcosa accadrà, ti porti una mano allo stomaco, quasi a trarne divinazione.

     E’ diversa oggi Barcellona. Quasi non la riconosci più. Cammini per le strade guardandoti intorno, gli occhi piroettano ovunque e si fermano qua e la senza sosta… non ho mai guardato così attentamente Barcellona. Buche, fango, montagne di detriti, auto accatastate sopra altre auto, case e negozi distrutti… e ancora altro fango, altre auto, altre case, altri negozi distrutti! Senti l’eco di una sirena, i rombi delle ruspe, lo stridere della pala sulla terra. Passa qualche elicottero. Così basso che sembra sfiorare i tetti. Sembra uno scenario post-guerra. Vedi militari fare su e giù per le strade dissestate e ragazzi, fino a ieri dediti solo alle superflue velleità della nostra era dell’apparire, con le guance schizzate di fango, le mani ruvide di calli, le braccia dolenti per il tanto spalare. Incontri i tuoi concittadini, e quasi non li riconosci: i volti trasformati dall’orrore subito. Se li fissi un istante negli occhi, vedi il fiume e la sua marea di dolore.

     I “se” e i “ma” si rincorrono e si intrecciano ai “dubbi” ai “forse” al “si poteva evitare”, tessendo il dilemma di una trama del “senno del poi”! Lo sapevamo, è vero! Lo sapevamo tutti! Ne parlavamo noi, dopo i fatti i Genova, e ne parlavano i nostri padri, e prima di loro i nostri nonni. Eppure nessuno ha mai fatto nulla o ha fatto poco. Quel poco che non bastava. “Un giorno il Longano si tira via Barcellona!!!” un modo di dire che nascondeva una triste verità. E quel giorno è arrivato! Inaspettato? Inatteso? Quel giorno è arrivato! E il Longano ha davvero trascinato con sé mezza Barcellona! Un violento incessante temporale ha risvegliato quel torrente addormentato… forse da troppo. Quella riga divisoria tra Barcellona e Pozzo di Gotto, poco più che un letto  di sabbia, sterpaglie e spazzatura, secco quasi per tutto il corso dell’anno, tutt’al più percorso da un rivolo irrisorio e pigro, quasi a ribellarsi alle umiliazione subite, ha mostrato vigore e distruzione di fiume. Forse memore degli antichi fasti in cui, sulle sue sponde, Gerone di Siracusa batté i Mamertini nel 265 a.C.

     Sin dalle prime ore del mattino, una pioggia incessante ha continuato a martellare Barcellona e le zone vicine. La notte, così avvolta da un cordone di nubi nere e grasse di pioggia, stentava a partorire il giorno. Solo volgendo lo sguardo verso il mare si apriva all’orizzonte una piccola breccia, il nero scolorire e il giorno vagire tra tuoni e fulmini sempre più vicini. Già alle 10.00 le strade erano fiumane grigio-giallastre percorse da piccoli mulinelli e vortici, una Scilla e Cariddi in miniatura contendersi esigui bottini ai margini del marciapiede.

     Se volgevi lo sguardo a monte, non vedevi più nulla. Le montagne, i colli, i paesini spariti, inghiotti dalla massa amorfa di quello strano cielo così basso quasi da precipitarti addosso. E così è stato. Quasi spaccandosi in un sol colpo, quel cielo si è riversato tutto sulla vicina Castroreale, dove il San Giacomo e il Crizzina, le strade e le viuzze, hanno vomitato se stesse nello stretto budello del Longano, scuoiando la montagna di alberi e terra. La forza delle rapide ha trascinato tutto fino a valle, otturando i passaggi sotto i ponti… e il Longano è esploso! Violento! Arrabbiato! Furente come mai lo abbia visto qualcuno! Le sue onde salivano e scendevano rapide e terribili, dune d’acqua impressionanti che più trasbordavano oltre gli argini, più sembravano gonfiarsi. Sordi boati, rigurgiti d’acqua, schiocchi di fulmini e tuoni si mischiavano e confondevano nel tempo di un respiro. Il cielo nero. Le strade nere. Il fiume nero. Era giorno, eppure era notte. La furia spietata del vecchio Longano fagocitava ogni cosa al suo passaggio: auto, case, segnali stradali… valanghe di fango bloccavano le porte, rompevano vetri, salivano su per le scale, scendevano giù negli scantinati. Nulla poteva sfuggirgli. Giunto laddove sorge il nuovo tratto di copertura, il Longano si sentiva ingannato da quel ponte più alto da scalare… e allora l’aggirava tornando indietro più furente di prima, inondando le strade adiacenti, aprendosi un varco per giungere al mare. E si, perché tutti i fiumi hanno bisogno del mare, lo cercano, lo desiderano e quando incontrano un ostacolo, lo abbattono, trovando la loro via verso la libertà, verso il mare. Così il ponte alla foce del torrente, non ha retto a tanta impetuosità, e si è piegato in due, nel suo centro, inchinandosi alla forza violenta della natura.

     L’alba del giorno dopo rivela uno scenario apocalittico. Pozze d’acqua stagnante si alternano a colline di fango. Uno strano silenzio striscia tra le macerie di Barcellona. Nell’angosciante dolore del respiro trattenuto, tutto lo straziante dolore di ciò che si è perduto. Anni di lavoro per costruire una casa, per portare avanti un’attività che a stento arranca tra i gorghi della crisi. Nessuno fa stime. Non può. Non ci riesce, non ancora. Il dolore brucia.

     Al primo silenzio dei media nazionali, la notizia del disastro fa il giro del mondo. Dai filmati sui telefoni si documenta, passo dopo passo, la drammaticità dell’evento. Già intorno alla metà del 1700 il Longano straripò invadendo, con violenza, solo poche zone, in cui l’acqua arrivò  a sfiorare i balconi dei primi piani delle abitazioni. All’inizio del 1900 una nuova piena seminò panico tra i cittadini, ma gli argini tennero, e fu solo paura e nulla più. Ma il 22 novembre 2011, il Longano ha superato ogni immaginazione, trasformando la realtà in un drammatico incubo.

     È un miracolo che non vi siano stati morti a Barcellona Pozzo di Gotto. È un miracolo che quel ponte sbriciolato, su cui transitano  molteplici auto, fosse vuoto nell’attimo fatale. È un miracolo, in fondo, che il nostro vecchio Longano abbia deciso di sfogare la sua rabbia in un momento in cui solo in pochi erano fuori casa. Pochi minuti prima o dopo, e sarebbe stata una strage! Alla fatalità del momento si aggiunge anche il tempismo del Sindaco Candeloro Nania che, a seguito dell’allarme lanciato dal geologo Roberto Iraci, ha tempestivamente provveduto allo sgombero delle scuole. Già prima delle 09.30 i ragazzi erano tutti a casa. Una corolla di scuole sorge, infatti, accanto alle sponde e nei dintorni del Longano. Se il fiume li avesse trovati sul suo cammino… oggi non basterebbero lacrime a piangerne il dolore!

     Oggi Barcellona è un rimescolio di vita affannata tra cumuli di polvere e fango. C’è ancora tanto da fare, ma la volontà non manca. Barcellona riscopre l’amore dei suoi figli nella tragedia! In tanti accorrono senza sosta a spalare fango su fango, per ridare dignità a una città in ginocchio. Fa male vederla così, mutilata nel suo cuore pulsante. L’orgoglio di figli rinasce. Sentiamo di amarla più di quanto credevamo. La città ci appartiene, adesso la sentiamo più nostra! Il sudore dei barcellonesi impregna la terra piantando radici più solide. Adesso viviamo per far vivere la nostra città. Qualcuno, commentando una foto del disastro, ha scritto: quel che resta di Barcellona. Ma quel che resta di Barcellona non è fango e distruzione! Quel che resta di Barcellona è il cuore grande dei tanti volontari che hanno lavorato e che lavorano incessantemente fino a sera inoltrata, spalando fango su fango, scavando anche con le mani nude… per non arrendersi, per amore, per rispondere all’urlo di aiuto della propria città: VOGLIO RINASCERE!

 

 

 

“C’era una volta la festa di Ognissanti e c’era una volta la Commemorazione dei Defunti.”

 

     La copertura del torrente Longano, antica linea di confine tra le due un tempo separate città di Barcellona e Pozzo di Gotto, si è tramutata in questi giorni in un giardino ricolmo di colori e fiori d’ogni specie, sopra cui spicca, nella loro mesta bellezza, il crisantemo che, nel nostro Paese, proprio per la sua coincidente fioritura con la Commemorazione dei Defunti, è  divenuto l’omaggio simbolo con cui ornare le tombe di quanti hanno abbandonato questa vita. In realtà il nome “crisantemo” ha origini greche (chrysos= oro; anthos= fiore) e letteralmente significa “fiore d’oro”. In altre culture, infatti, come ad esempio nei Paesi del Sol Levante, è considerato benaugurante farne dono alle giovani spose. Inoltre è anche “fiore nazionale” del Giappone, simbolo di vita e felicità, tanto che ogni anno l’Imperatore ne celebra personalmente la bellezza. Il genere “Hironishi”, semplice ed elegantissimo con i suoi 16 petali, ha ispirato lo stemma della famiglia imperiale giapponese.

     Alla fine di questo singolare torrente floreale, è quel breve ma ripido pendio incorniciato di cipressi, il Viale delle Rimembranze, che porta all’Antico Camposanto di Barcellona Pozzo di Gotto. Il “cupressus”, nel suo antico nome, è una robusta conifera sempreverde, dai frutti tondeggianti. Da Carducci a Pascoli è sempre stato considerato “compagno dei defunti” e “conforto dei dolenti”. Scientificamente se ne deduce motivo a causa dei continui smottamenti del terreno e scavi per far posto alle bare. Il Cipresso avrebbe, infatti, un’alta adattabilità ai vari strati di terreno nonché capacità remineralizzanti. La leggenda invece ci narra del bel Cuparisso divenuto amico inseparabile di uno splendido cervo. Una notte, senza volerlo, scagliando una feccia, lo uccise. Il dolore fu così grande che Cuparisso invocò gli dei affinché potesse in eterno nutrirsi del conforto del pianto, così fu trasformato nel Cipresso che con i suoi rami frondosi, rifugio di tanti piccoli uccelli, è fedele compagno  dei defunti (Metamorfosi, Ovidio).  A realizzare il Cimitero barcellonese  fu l’architetto Giuseppe Cavallaro che, a seguito del divieto borbonico di sepoltura nelle chiese, lo realizzò sulla sommità della collina di Sant’Anna, da cui l’ultimo raggio del sole tramontante riscalda il silenzio di quelle fredde tombe. L’inaugurazione fu celebrata in una calda giornata estiva, il 27 luglio 1877. Il progressivo evolversi del tempo ha mutato l’originale progetto, soprattutto per esigenze di spazio. Vari ampliamenti si sono, infatti, resi necessari per consentire adeguate sepolture. Ultimo fra questi il Palazzetto, intelligente costruzione che si eleva in tre piani e raccoglie al suo interno molte cappelle. Accanto ai sepolcri gentilizi si sono aggiunti negli anni seguenti la seconda guerra mondiale, tombe e monumenti marmorei.

     In questi giorni un viatico incessante di gente si avvicenda e affanna tra i viottoli infiorati e brillanti di luci. Un brulichio di vita scuote la silenziosa solitudine dei giorni normali. Ciascuno si adopera a suo modo per abbellire la tomba dei propri cari. Un disperato conforto, un omaggio estremo per ricordare chi non è più presente, ma è sempre vivo nei cuori. Inoltrandosi tra quei marmi nuovi e antichi, leggi gli epitaffi e i nomi, avvolti tra due date indelebili. Alcune foto sono quasi sbiadite dal tempo. Alcune lettere mancano, cadute forse, e purtroppo mai sostituite. In altre arrugginiscono vasi contenenti resti di ciò che una volta fu un fiore splendente. Quanta amarezza, quanta solitudine trasuda da quei marmi ingialliti abbandonati a se stessi in cui ogni crepa è un pianto di dolore! Sguardi muti trapassano varchi atemporali con il loro bagaglio di sogni e di speranze. Volti che ti sorridono e ti ricordano che anche loro, un tempo, lasciavano la loro ombra muovendosi tra queste stesse tombe. Una fitta trapassa il cuore nel vedere piccoli Angeli scesi su questa terra per pochi minuti: il tempo di un respiro e sono subito volati via. Caduca impermanenza della vita  che consuma tutti i suoi anni nel lieve fragore di un battito di ciglio! Istanti preziosi che si sciolgono senza darci il tempo di raccoglierli in un pugno! Intorno a noi resta solo il vuoto e il ricordo: siamo ciò che di noi resterà negli altri!

     Fuori dal cortile cimiteriale la vita scorre lenta tra futili vacuità  esorcizzanti il mistero insondabile della morte. Dalle vetrine dei negozi spiccano zucche dai denti aguzzi e pipistrelli, ragnatele geometriche e fosforescenti scheletri dalle orbite arancioni. I bambini si travestono di fantasmi e mostri, e si aggirano per le strade senza saper bene cosa fare. In fondo per loro è solo un assaggio del venturo carnevale. Halloween, antico capodanno pagano, lentamente, ma con prepotenza, sta entrando nelle nostre usanze. Colpa della televisione, forse, o semplicemente un voler ex novo tradizioni diverse e più consone al divertimento che alla commemorazione. Segno sicuramente di una società che sta cambiando e che si sta formando rinascendo da se stessa, tagliando i cordoni con il nostro passato.  Certo i genitori, con il loro tacito assenso, incoraggiano questa pratica accantonando per primi le nostre radici. Una società senza radici è una società orfana, ma qui è ancora peggio! È una società in vendita che si dà in adozione. Nessuno narra più ai bambini che nella notte tra l’1 e il 2 novembre i defunti verranno a portar loro piccoli doni e i dolci tipici come Scardellini o Crozzi i mottu (ossa di morto) e U Cannistru ripieno di frutta martorana. Solo bar e pasticcerie sfoggiano queste antiche leccornie, un breve tuffo in un passato che di giorno dopo giorno va scemando i suoi colori nell’oblio incipiente. È però sufficiente spostare lo sguardo un po’ più in là, e accanto ai dolci ecco spuntare piccole zucche sorridenti…

     C’era una volta la festa di Ognissanti e c’era una volta la Commemorazione dei Defunti. C’erano bimbi in attesa del dono, e c’erano mamme raccontare loro le nostre radici. C’era un giorno di festa e di ricordo, tessuto di emozioni e affetti familiari e c’erano tombe in cui sbocciavano sempre fiori.

     Cala il sole la sera del 2 novembre. La gente fluisce lentamente e sciama lontano dall’ingresso segnandosi la fronte in ultimo saluto. Il custode chiude rapido i cancelli. Una brezza di vento trascina una foglia caduta in una macabra danza. Volteggia sopra le tombe carezzandole, si posa su una e in un soffio riprende il suo ballo. Tra i viottoli vuoti ancora infiorati, saluta i defunti, riporta il silenzio. Le luci si spengono, cala il sipario… scende la notte, fredda e solitaria. Poveri morti soli, nei muti camposanti…

 

 

 

QUELLI DELLA “ROMANTICA  5 B”

 

     “Quando le ore si fasciano di discorsi, non possiamo più misurarle, anzi neppur vederle: svaniscono, e d'un tratto il tempo veloce e così giocato ci ricompare davanti a gran distanza dal punto in cui l'avevamo lasciato. Mentre, se siamo soli, la preoccupazione, riportandoci innanzi quel momento ancora lontano e continuamente aspettato con la frequenza e l'uniformità d'un tic-tac, suddivide, anzi moltiplica le ore per tutti quei minuti che, fra amici, non avremmo contati.” Marcel Proust

     Non sappiamo cosa si nasconda dietro i granelli  dorati rinchiusi nell’imperturbabile clessidra del tempo. Possiamo solo avvertirli gocciolare uno dopo l’altro, ognuno al suo momento. Vediamo il loro passaggio inesorabile sui nostri anni: un battito di ciglio e la somma del nostro ieri aumenta.

     A volte accade che qualcosa di più grande sospenda un solo minuscolo granello in un momento indeciso. Il Tempo piega i suoi bordi e le distanze si annullano, gli anni si dissolvono nell’attimo di un respiro trattenuto tra Ieri e Oggi. Passato e Presente si scontrano, s’intrecciano, si fondono trasbordando all’unisono in un impetuoso flusso che tutto sommerge come marea notturna. “Sembra che gli avvenimenti siano più vasti del momento in cui accadono”(M. Proust), e sorvolando il cheto divenire si fissino invertendo la freccia del Tempo, ed ecco che il lampo della cinepresa dei ricordi proietta al rallentatore affetti dimenticati o assopiti, spesso lasciati a ingiallire tra le pagine sbiadite di un vecchio diario di scuola.

     Emozionati, quasi esitanti come quando, poco più che bambini temporeggiavano intimiditi nel varcare per la prima volta la soglia dell’ITCG “E. FERMI” di Barcellona P.G., i ragazzini di ieri tentennano oggi sulla soglia della pizzeria, quasi in attesa dell’impietoso trillo della campanella per muovere il primo passo. Sono trascorsi trent’anni da quell’ultimo anno di scuola e l’emozione è sempre la stessa di allora. Si abbracciano ricordando le interrogazioni, le ore di lezione, la gita a Vienna, l’ansia degli Esami… riaffiorano fotogrammi di giorni trascorsi nella serena spensieratezza dell’adolescenza, cui unico problema era il compito di … matematica. Si parla di nuovo come allora nella confidenza di un’amicizia sincera, ritornano alla mente poesie che si credevano dimenticate e le “battute famose” dei compagni di scuola. Prendono posto attorno a quella tavola imbandita che sembra scindersi i tanti piccoli banchi di scuola. Sono poco gli assenti e, proprio come allora, qualcuno è in ritardo. E’ come se una pagina di diario si fosse riaperta cadendo per sbaglio da una mensola mentre si riordinava. Si scambiano sorrisi, si chiedono se i loro sogni si sono realizzati, si soffermano un istante a scrutarsi il volto e nei loro occhi è il riflesso del ragazzo d’allora.

     Un baluginio di commozione si scioglie in una lacrima soffusa al video omaggio di Enzo Romeo dedicato a Domenica Salvo e Lina Abbate, due care amiche prematuramente scomparse.

     Le ore corrono inesorabili, seppur dilatate e sospese in un battito fuori del tempo, avvicinando l’ora dei saluti. Su quella terrazza affacciata sui ricordi, è un tripudio di emozioni che si rincorrono e si accavallano. Prima del taglio della torta e del brindisi finale, Enzo Romeo consegna a ciascun compagno un “Diploma ai Trent’anni di Maturità” e una “Targa Ricordo”, realizzate con l’aiuto di Domenico Genovese. Alle compagnette, aggiungono un delicato cadeau floreale.

     I fuochi d’artificio in onore della Madonna sembrano tessere tra le stelle la gioia di quella serata ormai giunta al suo lieto fine. Un’eterna storia d’amore nel ricordo di chi non è più tra loro. Una storia d’amicizia sincera rinsaldata nel breve attimo di una pausa durata trent’anni.

“Un Abbraccio a tutti per essere venuti...

ma in particolare ad Enzo Romeo che si è impegnato
affinchè ci si riunisse tutti,
anche se solo per una sera...!
GRAZIE... Enzo!” - Scarinci Antonio.

 

QUELLI DELLA ROMANTICA 5 B:

Enzo Romeo, Nino Viola, Domenico Genovese, Antonino Boncaldo, Antonio Scarinci, Francesca Incandela, Maria Concetta La Torre, Maria Puliafito, Salvina Puliafito, Caterina Mirabile, Giuseppina Aliberti, Graziella Maio, Carmelinda Damiano, Concetta Coppolino, Maria Lo Presti, Salvina Barbera, Giuseppina Celi.

 

 

 

 

SPOSTARLO O NON SPOSTARLO… QUESTO IL PROBLEMA

 

     Che sia più nobile per lo Seme restar costipato nella sua sede o rilassarsi in altro loco? Questo l’amletico dubbio che da circa un mese ha trasformato il Seme d’Arancia in seme della discordia.

    

L’opera realizzata in tufo, resina e scorie vulcaniche, alta circa 7 metri, vuole essere il simbolo di una Sicilia Lavoratrice, ricordo di periodo fiorente in cui la città del Longano esportava essenze e agrumi. Giunta a bordo di un Tir lungo ben 13 metri sulla cui fiancata si leggeva: “Questo Tir trasporta Il Seme d’Arancia”, fu inaugurata nel 1998 alla presenza di un Ministro della Repubblica e di circa 200 sindaci. Il Seme, retto da un basamento oblungo recante una frase simbolica e alcuni aranci amari, fu ubicato innanzi all’edificio dismesso della Vecchia Stazione Ferroviaria. “Il Seme d’arancia è l’ultima tappa, per il momento, di un percorso iniziato da Emilio Isgrò negli anni cinquanta, quando, prima di partire da Barcellona per approdare a Milano e Venezia, scrisse la poesia Produce arance, dedicandola alla sua città natale”, commentò l’architetto Marcello Crinò nel suo articolo pubblicato su La Città (aprile 1998). Fu lo stesso artista a sceglierne il sito poiché “… da quel luogo partivano un tempo i treni carichi d’arance e di essenze per il Nord, quando la nostra città produceva e inventava, e c’era per me, come per tutti gli altri barcellonesi, un valore affettivo aggiunto di rinascita e di sviluppo”. In due lettere indirizzate al Sindaco Candeloro Nania rese note ne I Quaderni dell’Ora in data 24 agosto 2011, Emilio Isgrò esprime il suo risentimento per non essere stato preventivamente avvisato dall’Amministrazione in merito allo spostamento del Seme, adducendo che tale azione urterebbe con il significato intrinseco dell’opera privandolo di quell’essenza che il luogo attuale gli avrebbe infuso.  Per farla breve nel nuovo sito esso non risulterebbe più visibile da tutto l’asse centrale della Via Roma e ciò lo penalizzerebbe. Il Sindaco rassicura che dalla nuova ubicazione il Seme non potrà che trarne giovamento, e che lo spostamento  è necessario a causa dei lavori di riqualificazione della Vecchia Stazione, divenuta Stazione Fantasma dal 30 novembre 1991 quando fu definitivamente chiusa. Da allora questa zona ha subito un inarrestabile degrado, perdendo altresì qualsivoglia significato per la cittadinanza, e riducendosi a strada di transito congestionato. Anche il Seme, posto al centro quasi a mo’ di rotatoria, ne soffrirebbe esposto così com’è alle emissioni dei gas di scarico nonché ad atti di vandalismo. “Lo spostamento del Seme è giusto perché nel sito attuale non dice più niente a nessuno, si trova in un non-luogo, amorfo, senza senso, di passaggio distratto.- commenta il critico d’arte Andrea Italiano - Spostarlo ‘coerentemente’ nel Parco vicino vorrebbe dire restituirlo alla fruizione pubblica, al dialogo con la cittadinanza”. Il luogo designato sorgerà a pochi metri di distanza all’interno del “giardino zen” donato dall’artista giapponese Hidetoshi Nagasawa. L’intento è di creare un museo a cielo aperto in cui poter ammirare immerse nel verde di delicate oasi, le sculture di Nagasawa e donare nuova vita al Seme. “Giganteggerà nella sua imponente mole finalmente restituita alla sua reale volumetria – continua Andrea Italiano - significherà ancora maggiormente (con l’essenzialità di una poesia cattafiana) il concetto da Lei espresso, darà a tutti la possibilità di guardarla per quello che davvero è, e non soltanto come uno spartitraffico da imbrattare senza ritegno”. Va inoltre ricordato che proprio in questo luogo sorgeva lo scalo merci delle ferrovie.

    

 Il presidente dell’Ass. Ferrovie Siciliane di Messina, Giovanni Russo, evidenzia come il Seme sia considerato parte integrante dell’agglomerato architettonico della Vecchia Stazione, dalla quale uno spostamento di pochi metri non potrà reciderne quel simbolico cordone ombelicale che li rende inscindibili l’uno dall’altro. Russo, all’interno del progetto associativo Archeologia Ferroviaria, ha incontrato nel settembre 2010 il sindaco  Candeloro Nania onde garantire la tutela di alcuni cimeli, tre panche di legno, la cui fattura risale con molta probabilità al periodo anteguerra, e abbandonate a se stesse all’interno della sala d’attesa dell’ex Stazione. “Le panche- commenta il presidente Russo- costituiscono un bene etno-antropologico di notevole importanza che va assolutamente preservato e riutilizzato per fini socio-culturali.”

    

Tornando alla querelle, già annosa e con vaghi sentori di stanchezza da parte della cittadinanza, sembra non volersi risolvere in breve. Il 22 agosto un gruppo di cittadini sfavorevoli allo spostamento si è radunato in un sit-in pacifico innanzi al Seme. L’evento è stato documentato dall’emittente televisiva Antenna Mediterraneo. Lettere aperte, commenti pro e contro si susseguono in rete indirizzate ora all’Amministrazione ora all’artista Isgrò,  unitamente  a qualche voce, come quella di Francesco Cilona, che esorta a piantarla con il Seme e interessarsi invece a problemi più seri.

    

Scrive Orazio Calamuneri in una recente riflessione: “Un seme ingrandito 9000 volte, oltre che geniale è anche piacevole perché ricorda un tratto di storia basata sull’agricoltura e su cui ruotavano punte del 60% della manodopera barcellonese. La cosa più importante dell’opera di Emilio Isgrò è ricordare tutto questo e in questo è riuscito. Per l’ubicazione metro più metro meno non significa un bel niente”, dunque, spostarlo o non spostarlo non sia problema né se ne faccia inquisizione, purché  del Seme non si perda il Nome.

 

 

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Ultimo Aggiornamento 01/02/2012

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