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Francesca Romeo
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Francesca Romeo
Francesca Romeo è nata a
Barcellona PG, dove vive. Si è laureata in Filosofia con una
tesi sullo sbarco in Sicilia del 1943. Scrive amatorialmente per
diversi quotidiani. Riconoscimenti per le sue opere poetiche
sono giunti, oltre che dalla stessa Barcellona PG, anche dalla
vicina Milazzo, Messina e Milano. Ama leggere romanzi storici,
testi teologici e filosofia orientale. Attualmente ha un
poemetto e alcuni saggi storici in fase di stesura.

La conquista dello spazio vitale
1 settembre 1939, le Panzerdivision
tedesche entrano in territorio polacco,
scoccando l’inizio della seconda guerra
mondiale. Le scarse forze del paese resistettero
per sole tre settimane, ma, di fatto, già il 18
settembre, la guerra tedesco-polacca era
terminata. Fu già nel mese di marzo dello stesso
anno che i tedeschi avanzarono pretese sul
territorio di Danzica e sui Corridoi, pretese
che furono ovviamente respinte dai polacchi. Fu
dunque subito chiaro che il territorio di
Danzica sarebbe diventato pomo di discordia, ma
nonostante ciò, nessun negoziato fu formulato né
si tentò di trovare soluzioni o smorzare la
tensione, così mentre tra Germania e Polonia la
situazione si acuiva, Italia, Gran Bretagna e
Francia evitavano di sollevare la questione,
poiché non ritenevano Danzica di un’importanza
tale da scatenare una guerra. Credevano
spettasse alla Germania, ma sapevano che la
Polonia non avrebbe ceduto facilmente. L’Italia
era politicamente unita dal Patto d’Acciaio
alla Germania, mentre Gran Bretagna e Francia
appoggiavano la Polonia. Tuttavia nessuno voleva
battersi per questo territorio, così preferirono
ignorare quanto stava accadendo, sperando che la
questione si risolvesse da se. Così non fu. Il
mese di agosto vide più agguerrite le richieste
tedesche, i polacchi rispondevano senza
lasciarsi intimidire. Il dodici di agosto a
Berchtesgaden, Hitler palesò le sue intenzioni
di attaccare la Polonia, prevedendone la fine
delle operazioni al 15 ottobre. Fu alle 12.40
del 31 agosto che Hitler decise di sferrare
l’attacco. Alle 16.00 fu data conferma degli
ordini di guerra. Alle 4.45 del mattino seguente
iniziò l’attacco. Alle 6.00 gli arei tedeschi
bombardavano Varsavia.
Gran Bretagna e Francia, dal canto loro,
sebbene la loro alleata fosse attaccata senza
motivo, si limitarono a inviare a Hitler una
rimostranza: se non avesse desistito,
sarebbero dovuti entrare in guerra. Solo in un
secondo momento i britannici decisero di inviare
un ultimatum che fu consegnato alle ore 9.00 del
3 settembre. Quando la Francia seppe della
decisione inglese, lanciò il suo ultimatum che
fu consegnato a mezzogiorno.
La conquista della Polonia rispondeva ai
piani di espansione territoriale espressi da
Hitler nel suo Mein Kampf, e riguardavano
le teorie sulla necessità di ampliare lo spazio
vitale, nonché la lotta al giudaismo. Tuttavia
la Germania, quanto i governi stranieri,
preferirono credere alle sue dichiarazioni
ufficiali, cadendo nel grande bluff.
Hitler si mosse di giorno in giorno attuando
un’astuta diplomazia in funzione dell’attuazione
del Terzo Reich, destinato, secondo le
sue previsioni, a durare un millennio. Iniziò
ricostituendo le forze armate tedesche,
rimilitarizzando la Renania, riesaminando i
confini orientali e annettendo l’Austria
(anschluss). Tuttavia, fu solo con l’evolversi
della guerra che si capì quanto le teorie del
Mein Kampf stessero diventando realtà.
All’ossessione per la razza si univa quella per
la conquista dello spazio vitale, il
Lebensraum, necessario alla nazione tedesca
per fornire manodopera e materie prime a
sostegno della razza ariana, che avrebbe
dominato sul resto del mondo. Hitler riprese la
marcia verso est, mirando al grano
dell’Ucraina, al carbone del Don, al petrolio
del Caucaso. In questa folle visione solo gli
Inglesi, sebbene temporaneamente, avrebbero
potuto avere un ruolo di parità con la Germania.
Hitler agognava i grandi spazi della Russia, che
gli avrebbero garantito dominio su Europa e
Asia.
“E’ legittimo, davanti a Dio e ai
posteri, mettere in giuoco il sangue… il
territorio sul quale un giorno i contadini
tedeschi potranno generare forti figli
giustificherà il sangue versato dai figli dei
contadini d’oggi”, disse Hitler in una sua
dichiarazione, mentre nei suoi discorsi sulla
politica estera, egli continuava a parlare di
pace. Così, sfruttando il carisma che lo
contraddistingueva, fece passare quasi
inosservati l’annunzio dell’esistenza di
un’aviazione tedesca nel 1935, l’obbligo del
servizio militare e la rioccupazione della
Renania nel 1936. Gli obiettivi prefissi da
Hitler apparivano quasi “ragionevoli”, inducendo
le altre nazioni a credere alla possibilità di
facili risoluzioni. Il grande bluff fu così
ordito con straordinaria maestria.
Hitler bramava rendere autosufficiente la
Germania, nonché provvedere all’avvenire del suo
popolo, tenendo conto delle esigenze future.
“Solo un sufficiente spazio su questa
terra assicura a un popolo una libera esistenza.”,
territorio dunque come sostentamento, come punto
d’appoggio della politica di potenza. Il
concetto di Spazio Vitale prendeva così
sempre più corpo, fino a trasformarsi in realtà.
Ammaliato dal mitico Drang nach Osten,
spinta verso est, Hitler si spinse sino a
invadere la Russia nel giugno 1941.
“Noi cominciamo là, dove si terminò sei
secoli fa (…) volgiamo lo sguardo alla terra
situata all’est (…) trapassiamo alla politica
territoriale dell’avvenire (…) Non tollerate mai
che sorgano in Europa due potenze continentali
(…) Non dimenticate mai che il più sacro di
tutti i diritti è il diritto alla terra che un
uomo vuol coltivare da sé, e che il sacrificio
più sacro è il sangue che si versa per
l’acquisto e la difesa della terra.”, A.
Hitler, Mein Kampf.
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HIROSHIMA: ORA
ZERO!
Ore 8,15 del 6
agosto 1945. Tre bombardieri americani gettarono
la loro funerea ombra sopra l’ignara città di
Hiroshima. Dopo un’altra notte insonne, i civili
si preparavano ad affrontare una lunga giornata
di una guerra in apparenza interminabile. Altri
due allarmi aerei avevano scosso i nervi già
tesi il giorno prima, ma nessun bombardamento
era avvenuto, “forse andranno via come ieri…”,
pensò sicuramente qualcuno prima che tutto
diventasse improvvisamente nero.
Il giorno divenne
notte dopo una strana luce irradiatasi da
un’apocalittica nube fungiforme. Il panico
dilagò terrificante tra quelle tenebre
infernali. Resi ciechi dal buio udivano solo
inquietanti sibili di una tempesta e urla di
paura. In un secondo momento capirono che quelle
urla agghiaccianti fuoriuscivano dal loro corpo.
Poco per volta le tenebre iniziarono a
diradarsi, lasciando intravedere nubi roteanti
di polvere e lingue di fuoco dagli edifici in
fiamme. I sopravvissuti si aggiravano senza una
meta precisa, il viso deformato e carbonizzato,
i capelli bruciati e distrutti sino alla radice,
la pelle a brandelli orribilmente ustionata e
satura di bolle. Erano tutti nudi e chiedevano
disperatamente “acqua!”. Qualcuno
vomitava: segno che era spacciato! Un’innaturale
tromba d’aria risucchiò violentemente uomini e
cose al suo passaggio per scagliarli subito dopo
in terra come feroci saette. Un vento caldo
soffiò il suo alito malefico senza risparmiare
nulla e nessuno. Poi arrivò la pioggia. Il cielo
pareva essere al crepuscolo, così coperto di
polvere grigia. Ombre di uomini marchiarono la
terra al centro dell’esplosione. Tutto, infatti,
in quel punto si sciolse all’istante, lasciando
solo l’alone di chi si trovava in quel luogo.
Cadaveri ustionati e
gonfi giacevano nudi accanto agli agonizzanti e
ai vivi. Era quasi impossibile riconoscere gli
uomini dalle donne, tanto si erano deformati nel
corpo! Il tempo scorreva irrealmente dilatato, e
il sopraggiungere della notte catapultò gli “ancora
vivi” in un inferno dai contorni indefiniti.
Solo i bagliori delle fiamme che continuavano a
divorare ciò che restava degli edifici,
lambivano il cielo nero di un mortifero chiarore
color sangue. Una sirena iniziò a dilaniare
quella strana notte, rendendo tutto ancora più
inquietante. Cos’era accaduto? Che bomba era mai
questa che distruggeva ogni cosa senza lasciare
al suo passaggio crateri e buche? Che
liquefaceva tutto al soffio di quel maledetto
vento caldo sprigionato dalle sue viscere
infernali?
L’alba del giorno
dopo rivelò scenari di un’apocalisse disumana
che continuava a consumarsi tra mormorii di
preghiere e lamenti dei moribondi. A breve
distanza i sopravvissuti morivano uno dopo
l’altro, come mosche. Prima del sopraggiungere
della morte, le loro membra iniziavano ad
agitarsi convulsamente in un modo mai visto, tra
urla inudibili di un dolore mai provato.
Il cielo di piombo
pareva volesse precipitare sopra la carcassa di
quella che fino al giorno prima era stata una
città pullulante di vita. Un grigio deserto
vuoto, raso di ogni cosa, irriconoscibile, era
adesso Hiroshima. L’umanità era stata cancellata
nel breve volgere di un battito di ciglio.
Nei giorni seguenti
la situazione non migliorò. Gli ancora vivi
continuavano a indebolirsi e a morire
lentamente. Anche chi in apparenza stava bene,
iniziava a deperire, perdere capelli, sanguinare
dal naso, a star male in un vorticoso
precipitare verso la morte, in una lunga
straziante agonia.
Hiroshima fu l’atto
conclusivo e più terrificante di una guerra fin
troppo satura di orrori. Il resoconto riportò
tabula rasa entro un raggio di 2 km dal centro
dell’esplosione, 80.000 morti, 38.000 feriti,
13.000 dispersi in un solo attimo! Il numero dei
morti crebbe nei giorni, nei mesi e persino
negli anni! Terribili le infermità da radiazioni
atomiche che hanno straziato la vita dei
sopravvissuti sino ai nostri giorni.
Una seconda bomba fu
sganciata pochi giorni dopo, il 9 di agosto,
nella città di Nagasaki. Il 14 agosto il
Giappone capitolò.
Ancora oggi, innanzi
a tale inumanità, ci si chiede se fosse
veramente necessario impiegare un ordigno
atomico per costringere i Giapponesi alla resa,
o se invece fu solo un sadico test per
sincerarne gli effetti. Già nella primavera del
1945, le Isole Marianne, le Filippine, Formosa e
Okinawa erano state riconquistate dagli
Americani, per cui il conflitto poteva ben
ritenersi concluso. Il 9 marzo 1945 in un solo
attacco aereo notturno furono sganciate oltre
1.600 tonnellate di bombe nella sola città di
Tokio, provocando la morte di 185.000 persone. A
fine maggio in Giappone i senza tetto superavano
i 9 milioni. Perché, dunque, sganciare un
ordigno apocalittico? E perché farne esplodere
un secondo, nonostante tutto?
Lo storico B. Lidell
Hart avanza due ipotesi: forse gli USA volevano
escludere l’URSS dalla spartizione del Giappone,
oppure perché, secondo quanto dichiarato dagli
addetti alla costruzione della bomba, “era
l’unico modo per giustificare i due miliardi di
dollari spesi nel progetto”? Oppure si
voleva semplicemente dare un assaggio ai Russi,
alleati e nemici, nonché al mondo intero, della
loro capacità di scatenare l’apocalisse premendo
un innocuo pulsante?
“I Giapponesi
iniziarono la guerra dell’aria a Pearl Harbor.
Essi sono stati ripagati molteplicemente. (…) se
essi non accettano le nostre condizioni, possono
attendersi una pioggia di rovine dall’aria tale
che una simile non si è mai vista sulla terra.”,
sentenziò trionfalmente il presidente Truman
annunciando personalmente l’avvenuto lancio
della bomba atomica su Hiroshima.
L’alba del giorno
dopo gettò una gelida luce sulle coscienze
attonite del mondo intero. Le urla strazianti
degli agonizzanti furono il primo vagito di una
nuova era, quella in cui l’umanità sarebbe stata
capace di autodistruggersi!
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“Tirando il
ramo di un albero”
Tirando il ramo di
un albero è il significato letterale di
Rolihlahla, nome scelto da Henry Magdla
Mandela per il proprio figlio, venuto alla luce
il 18 luglio del 1918 nel piccolo villaggio di
Mvezo. Nelson, invece, è il nome attribuitogli
dalla scuola missionaria locale che frequentava.
Politico, primo Presidente nero del Sudafrica e
Premio Nobel, Mandela è stato davvero quella
mano forte e decisa capace di piegare l’albero
dei pregiudizi razziali e tirare a sé il ramo
della giustizia.
Dotato di forza
d’animo e combattività, fu tra i più fervidi e
zelanti sostenitori dell’anti apartheid, per la
quale scontò ben ventisette anni di carcere. Il
suo spirito libero lo portò ancora giovane a
fuggire da un matrimonio imposto e far parte
dell’ANC (African
National Congress)
che rivendicava i diritti politici, sociali e
civili negati alla cittadinanza nera. Coscienza
politica e attività camminarono e crebbero in
lui di pari passo. Alla teoria fece sempre
seguire l’azione, impegnandosi con tenacia per
sostenere la sua gente vessata da anni di
ingiustizie e sopraffazioni. Insieme al collega
avvocato Oliver Tambo, fondò uno studio legale
per assistere, a bassissimi costi, la gente di
colore che non poteva sostenere spese esose. Nel
1952 l’ANC lanciò la campagna Contro le Leggi
Ingiuste (Defiance), consistente in
una disobbedienza civile di massa. Per avervi
preso parte, Mandela fu condannato a periodi di
restrizione: non poté partecipare a raduni né
allontanarsi da Johannesburg. Gli anni Cinquanta
furono fondamentali nella lotta, partecipò
persino alla divulgazione della Carta della
libertà, adottata dal Congresso del Popolo del
1955. In tal modo attirò su di sé feroci atti
repressivi: fu imprigionato, bandito, arrestato.Having
been banned again for two years in 1953, neither
Mr Mandela nor Sisulu were able to attend but
“we found a place at the edge of the crowd where
we could observe without mixing in or being seen”.
Nel dicembre 1956 fu
coinvolto in una battaglia di massa ed
incarcerato insieme ad altre 150 persone. Seguì
un duro processo, al termine del quale furono
tutti scagionati. I suoi discorsi erano un fiume
in piena in cui sfidava apertamente il regime di
apartheid e auspicava una nuova Costituzione
eretta su principi democratici. Fu nel 1961 che
comprese l’insufficienza della vecchia tattica
politica, basata su costituzionalismo e gentili
petizioni. Concluse che la violenza fosse ormai
inevitabile per raggiungere l’emancipazione.
Tutti i canali di pacifica manifestazione di
protesta erano stati preclusi. Nacque così l’
Umkhonto we Sizwe (MK), un nucleo
armato con Mandela comandante in capo. “Il
governo non ci aveva lasciato scelta!”,
spiegò durante il processo. Organizzò sabotaggi
contro il governo e guerriglie, disponendo
persino addestramenti para-militari. Azioni che
scontò con la reclusione. Fu il prigioniero n.
466/64, arrestato, il 5 agosto con l'accusa di
uscita illegale dal paese e incitamento allo
sciopero. Provvide da se alla propria difesa
personale. Questa la sua dichiarazione in
tribunale:
“Ho combattuto
contro la dominazione bianca, e ho combattuto
contro la dominazione nera.
I have cherished
the ideal of a democratic and free society in
which all persons live together in harmony and
with equal opportunities. Ho accarezzato
l'ideale di una società democratica e libera in
cui tutte le persone che vivono insieme in
armonia e con pari opportunità.
It is an ideal
which I hope to live for and to achieve.
E 'un ideale che spero di vivere e di
realizzare. But
if needs be, it is an ideal for which I am
prepared to die.” Ma se deve essere, è un
ideale per cui sono disposto a morire.”
La lunga prigionia
non disperse il seme della libertà che Mandela
aveva ormai piantato nei suoi sostenitori, e il
grido “Nelson Mandela Libero!” divenne
sinonimo di libertà dalle sopraffazioni in tutto
il mondo. Dal carcere Mandela riuscì egualmente
a far uscire un manifesto per l’ANC, pubblicato
il 10 luglio 1980, che incitava all’azione per
annientare l’apartheid. Gli anni in carcere
forgiarono la tempra del futuro presidente
democratico, in un reciproco arricchimento tra
lui, i compagni di sventura e le guardie.
Il presidente
sudafricano F.W. de Klerk ne ordinò la
scarcerazione nel febbraio 1990. Qualche anno
dopo, insieme al presidente, ricevette il Premio
Nobel per la pace, era il 1994, premio che
Mandela accettò in nome di quanti hanno sofferto
e si sono sacrificati per la pace.
Oltre al Nobel, sono
molti i riconoscimenti tributatigli: premio
Lenin per la pace 1962; premio Sakharov per la
libertà di pensiero 1988; l’onorificenza Order
of St. John dalla Regina Elisabtta II e la
Presidential Medal of Freedom da G.W. Bush; il
Bharat Ratna, il più alto riconoscimento civile
indiano nel 1990 (solo lui e Madre Teresa di
Calcutta hanno ricevuto questo titolo).
Dal 1994 al 1999 è
stato Primo Presidente Nero del Sudafrica. Nel
suo discorso inaugurale dedicò la sua vittoria a
tutti gli eroi e le eroine di questo paese e del
mondo che hanno sacrificato la loro vita
affinché potessero essere liberi. “Dobbiamo
quindi agire insieme come un popolo unito, per
la costruzione della nazione, per la nascita di
un nuovo mondo”, democratico e senza
discriminazioni di razza e sesso. Cercò sempre
la libertà equiparata alla giustizia unitamente
alla riconciliazione nazionale e internazionale.
Tuttavia non mancarono critiche dovute alla sua
amicizia con Gheddafi e Castro. Nel 2004 si è
ufficialmente ritirato dalla vita pubblica, non
risparmiando acclamate e improvvisate
apparizioni come accadde nel luglio 2004 durante
la XV conferenza internazionale dell’Aids
tenutasi a Bangkok, e a Londra, nel 2008,
durante il concerto per i suoi novant’anni in
ricordo del suo impegno politico, della lotta
contro la discriminazione razziale e
dell’impegno contro l’Aids. Ultimamente è
apparso sugli schermi di tutto il mondo a causa
della prematura morte della giovane nipote,
avvenuta tragicamente alla vigilia
dell’inaugurazione dei Campionati Mondiali di
calcio. Mandela è sopraggiunto sedendosi tra le
panche della chiesa durante la cerimonia
funebre. Il volto visibilmente provato mancava
della luce del suo forte sorriso pieno di
speranza.
Una leggenda narra
che il nome scelto per la nuova vita che apre i
suoi occhi al mondo sia cagione del suo destino:
il piccolo Rolihlahla, ha fatto del suo
forte nome il centro della sua vita. « Non c'è
nessuna strada facile per la libertà. », e
questo Mandela lo ha sperimentato nelle sue
carni in ventisette lunghi anni di carcere. Il
suo albero non si è spezzato, ma ha tirato a se
altri rami, ed insieme, uno dopo l’altro, hanno
formato un albero dalle lussureggianti fronde,
alla cui ombra trovano ristoro gli assetati di
giustizia, libertà, pace.
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Per
Antonium ad Jesum
Pronunziando in un
ultimo respiro «Vedo il mio Signore»
frate Antonio
restituì l’anima a
Dio, concludendo santamente la sua breve sosta
su questa terra. In quello stesso istante,
narrano le cronache dell’epoca, frotte di
ragazzini corsero per le vie patavine urlando a
gran voce: Il Santo è morto!
Era il 13 giugno del
1231. L’8 aprile 1263 le spoglie mortali del
Santo vennero dissepolte per essere traslate
nella nuova basilica. Qui aprendo la povera bara
di legno, San Bonaventura ne rinvenne la lingua
rosea come se fosse intatta e ancora viva,
segno indubbio dei suoi meriti presso Dio.
Antonio, infatti, dedicò la sua vita alla
predicazione della Parola, i suoi sermoni sono
pietre preziose della spiritualità. Nella
Vita Prima di Celano, vergata quando Antonio
era ancora in vita, si legge “Dio gli diede
l’intelligenza delle Sacre Scritture e il dono
di predicatore di Cristo al mondo intero con
parole più dolci del miele.”
Antonio è considerato
il Santo dei Santi. A lui, da ben otto secoli,
milioni di fedeli sparsi in tutto il mondo, si
rivolgono come a un amico fraterno per confidare
i loro affanni e consegnare il loro cuore a Dio.
Per Antonium ad Jesum, sono le parole
pronunciate da Papa Pio XI nel 1930, e
attraverso le quali i devoti lo riconoscono come
luce e guida per il popolo cristiano. Le parole
tratte dai Sermoni del giovane Santo di
Padova, “ (…) celebriamo le loro feste
per avere della loro vita una norma per la
nostra”, ci rammentano l’importanza della
memoria: misurare la nostra vita con il “piombino”
della vita dei Santi teso sulla nostra. “E’
ridicolo – prosegue Sant’Antonio –
volerli onorare con i cibi (grandi pranzi),
quando sappiamo che essi hanno conquistato il
cielo con digiuni.” Un invito dunque alla
ricerca dell’essenza del messaggio evangelico:
quando il giovane ricco chiese cosa dovesse
fare, oltre a rispettare la legge, per essere
perfetto, il Cristo rispose “Vendi tutti i
tuoi beni e poi seguimi.” Non attraverso le
ricchezze, né attraverso la superbia, corre la
via stretta che conduce a Dio.
Antonio, al secolo
Fernando di Buglione, come Francesco, non
ebbe timore nell’abbracciare Madonna Povertà.
Il primo incontro con i francescani avvenne nel
1219, quando presso il convento di Coimbra,
transitarono i frati diretti
all’evangelizzazione del Marocco. Lì i frati
subirono il martirio, le loro spoglie decapitate
furono ricondotte a Coimbra alcuni mesi dopo.
Fernando, già colpito dalla loro predicazione,
rimase fortemente impressionato e decise di
entrare nell’ordine, mutando il suo nome in
Antonio, a commemorare il monaco orientale cui
era dedicato il romitorio di Olivais di
Coimbra dove vivevano i primi francescani
portoghesi.
Molti i miracoli
attribuiti all’intercessione del Santo. Molte le
speranze affidategli, molti gli ex voto
testimonianti la grazia ricevuta. Barcellona
Pozzo di Gotto ha sempre manifestato una
particolare devozione al Santo dei Miracoli.
Presente in quasi tutte le chiese della città è
un simulacro del Santo; in molti nella città
portano il suo nome. In questi giorni il
Santuario dedicato al Santo di Padova è meta di
un incessante pellegrinaggio. Da tutta la città
affluiscono fedeli sin dalle prime luci
dell’alba per recitare la Tredicina in
Suo onore, quest’anno predicata dal Rev. P.
Giacinto De Gianni, o.f.m. della Provincia
Sannito-Irpina. Gremito di fiori con gli
immancabili gigli bianchi, il simulacro del
Santo pare quasi sorridere effondendo speranza
nel cuore dei fedeli. Ai suoi piedi, come
sempre, una teca vitrea trabocca degli intimi
bisogni che i devoti hanno affidato al
Dispensatore di Grazie. Le note
dell’organo vibrano echeggiando fra tremule
fiammelle dorate e affreschi odorosi del respiro
dei secoli.
Un coro si leva al
cielo come unica voce scandendo i versi rimati
della Miracolosa Tredicina. Un viaggio
che strofa dopo strofa ripercorre le virtù e le
gesta del Santo: modello luminoso/ di virtù
sublimi e sante;(…) dolce Santo che
spregiasti/ di quaggiù le pompe e l’oro; (…)
Tu facesti al vizio guerra; (…) vero
apostolo del Signore; (…) tu del mare i
furori e le tempeste/ plachi e sereni; (…)
converti i tristi e rei/ alla bella via del
cielo... e ancora il miracolo del
riattaccare le membra recise o sparse al
corpo, l’apparizione del Bambin Gesù che
tenne stretto in braccio, il ritrovare gli
oggetti persi o nascosti, la predicazione ai
pesci usciti fuor dall’acque per
ascoltarlo, il risanare i malati, e l’ora
estrema del trapasso in cui alla sua vista
morente si dischiuse il volto della Vergine e
del Redentore. E ancora le invocazioni affinché
il Santo interceda e soccorra le nostre anime,
preservandole dal peccato e dagli imprevisti di
questa vita terrena.
Il variegato carnet di
appuntamenti al Santuario si concluderà nella
giornata di domenica 13 giugno. Il Solenne
Pontificale delle ore 11.00 verrà celebrato da
Mons. Calogero La Piana alla presenza
delle autorità religiose, civili e militari.
Alle 17.00 la Calata dell’Angelo darà
inizio al lungo pellegrinaggio per le vie del
quartiere del Santo, accolto da un festoso
tripudio di coloratissimi stendardi, candide
lenzuola finemente ricamate, sfavillanti luci
che rivestono i balconi delle case da cui si
riversa sul Santo una delicata pioggia di
petali di rose e fosforescenti scintille. Folle
di fedeli seguono la dorata Vara traboccante di
gigli. Molti sono scalzi, altri indossano il
saio francescano. Un mistico altalenare di
inni e di preghiere si rincorre e si mescola
all’esplosivo scrosciare degli applausi seguenti
all’atteso grido di “Evviva Sant’Antonino!”
Un cammino di fede che dura ben cinque ore prima
di rientrare nel cortile del convento per la
Santa Messa conclusiva delle ore 22.00 e la
Solenne Benedizione con la Reliquia.
Andrè Vauchez così ci
presenta Sant’Antonio “ (…) frate dotto,
colto, che passa dai canonici regolari ai frati
minori in uno spirito apostolico e con il
desiderio del martirio, ma che si distingue
soprattutto per la sua attività di predicatore e
per il suo zelo per la salvezza delle anime.”
In breve la vita di Antonio fu una profonda
esperienza mistica di Dio, un mistico sui
generis che mai si rinchiuse nella quiete della
solitudine. Egli fu il praedicator del
Verbo, uomo tra quegli stessi uomini che anelava
ricondurre a Dio attraverso la coerenza della
fede. Esortava alla penitenza e al pentimento,
non risparmiando dalle sue prediche neppure il
clero. Oggi, ottocento anni dopo la sua morte,
Antonio continua a pescare anime nella rete
della salvezza cristiana, compiendo il Miracolo
più grande, quello della conversione.
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RICORDI QUEL PRIMO MAGGIO…
Celebrato in quasi tutto il mondo, il 1
Maggio nasce come voce dei lavoratori
rivendicanti i propri diritti. Nel 1833
Robert Owen indicò in questo giorno l’inizio
del “millennio”. Qualche anno dopo, nel 1855
nella lontana Australia, al grido “Otto ore
di lavoro, otto ore di svago, otto ore per
dormire” emersero quelle rivendicazioni
generali che faranno del 1 Maggio il giorno
d’incontro di tutti i lavoratori in difesa della
propria autonomia e indipendenza. Circa dieci
anni dopo, durante la Prima Internazionale
riunita a Ginevra nel 1866, fu proposto l’orario
lavorativo limite di otto ore. A imprimere una
svolta alla lotta furono le associazioni
sindacali statunitensi che, il 1 Maggio 1867,
organizzarono nella città di Chicago una grande
manifestazione cui presenziarono oltre 10.000
lavoratori. Nel 1884 la Federation of
Organized Trades and Labour Unions decise
per il 1 Maggio 1886 uno sciopero generale
contro la giornata lavorativa di oltre otto ore.
Quel giorno, ben dodicimila fabbriche
statunitensi, si bloccarono in una pacifica
dimostrazione. Seguirono scioperi che ebbero
l’effetto di acuire la già tesa situazione e che
indussero la polizia a far fuoco contro gli
operai, radunati innanzi a una fabbrica,
uccidendone quattro. Nella manifestazione di
rivolta del giorno seguente, mentre le forze
dell’ordine si avvicinavano, gli fu lanciata
contro una bomba. La polizia rispose sparando.
Si ebbero ben otto morti e decine di feriti. La
repressione contro le organizzazioni sindacali
fu dura. Molte sedi vennero distrutte e i capi
arrestati. L’azione si concluse con otto
condanne a morte. Il ricordo dei martiri di
Chicago divenne simbolo della lotta operaia
nella giornata del 1 Maggio. Tre anni dopo,
nella Parigi del 1889, la Seconda
Internazionale stabilì che: "Una grande
manifestazione sarà organizzata per una data
stabilita (1 Maggio), in modo che
simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le
città, nello stesso giorno, i lavoratori
chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre
per legge la giornata lavorativa a otto ore e di
mandare ad effetto le altre risoluzioni del
Congresso di Parigi". E ancora a Napoli,
l’anno seguente, un volantino ricordava ai
lavoratori di far festa, poiché in tutto il
mondo, gli operai si fermeranno per ricordare
ai loro padroni che i proletari sono
all’unanimità concordi per migliorare le loro
sorti e difendere i loro diritti. Labriola
commentò che la manifestazione del 1 Maggio
superò qualsiasi attesa; Engels che il
proletariato d’Europa e d’America si muoveva
ormai come un solo esercito. Con l’affermazione
della Seconda Internazionale che d’ora
innanzi il 1 Maggio sarà la festa di tutti i
lavoratori riuniti, iniziò ufficialmente la
tradizione di questa ricorrenza, celebrata oggi
quasi in tutto il mondo. In Italia, durante il
ventennio fascista, la festa fu abolita e
sostituita con il 21 aprile, giorno del
Natalis Romae. Tuttavia subito dopo la
liberazione, partigiani e lavoratori si
radunarono nelle piazze a festeggiare. Era il 1
Maggio 1945. Bisognerà però attendere gli anni
Settanta per rivedere i lavoratori riuniti in
occasione di questa festa. Oggi la Festa dei
Lavoratori è celebrata con parate, sfilate e
raduni cui accorrono centinaia di persone.
Si lega a questa festa una tragica
ricorrenza: la strage di Portella della
Ginestra attribuita al bandito Salvatore
Giuliano.
-
Margherita Clesceri
-
Giorgio Cusenza
-
Giovanni Megna, 18 anni
-
Giovanni Grifò, 12 anni
-
Vincenza La Fata, 8 anni
-
Giuseppe Di Maggio, 7 anni
-
Filippo Di Salvo
-
Francesco Vicari
-
Castrenze Intravaia, 18 anni
-
Serafino Lascari, 15 anni
-
Vito Allotta, 19 anni.
-
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PER TRENTA DENARI
PER UN
PUGNO DI DENARI: STORIA DI GIUDA E ANALISI
DEL TRADIMENTO
La figura più
controversa del Nuovo Testamento, Giuda,
l’apostolo traditore. In ebraico יהודה (Yehûdâh)
cioè “lodato” o “Giudeo”. Secondo la traduzione
che lo vede personificazione dell’antisemitismo,
Giuda deriverebbe da Judeos, cioè
Giudeo (le parole Giuda, Giudea, Giudei in greco
suonano Ιουδας, Ιουδαια, Ιουδαιοι; in latino
Judas, Judaea, Judaei; nell’odierno tedesco
Judas, Judäa, Jud; in spagnolo Juda, Judea,
Judío; e in francese Judas, Judée, Juif).
Iscariota, in
greco Ισκαριωτης, non presenta un chiaro
significato. Si ipotizza derivi da Ish Kariot
(in ebraico איש־קריות, Κ–Qrîyôth)ossia
Uomo di Kariot, in riferimento al luogo
di origine: il villaggio di Keriot – Chezron in
Giudea e menzionato unicamente nel libro di
Giosuè (15, 25). Qualcuno lo traduce Giuda il
Gericota, cioè proveniente da Gerico. Altre
versioni fanno derivare Iscariota dall’ebraico
Ekariot con il significato di sicario,
estrapolandolo dagli scritti dello storico
romano Giuseppe Flavio:
“In
Gerusalemme nacque una nuova forma di
banditismo, quella dei così detti sicari
(Ekariots), che commettevano assassini in pieno
giorno nel mezzo della città.”
Giuda è così
indicato, insieme all’apostolo Simone e
Giovanni, come appartenente alla setta degli
Zeloti.
Altri studiosi,
invece, propongono l’aramaico sheqarya' o
shiqrai che sta’ per falso oppure,
se derivante da sakar (radice ebraica
skr = consegnare) alluderebbe a colui che
consegna.
I Vangeli
forniscono poche informazioni su Giuda, Marco ne
parla in 169 parole, Matteo in 309, Luca in 233
e Giovanni in 289, e di questi solo Luca lo
indica come prodotis cioè traditore,
mentre Cristo lo chiamò con il suo nome
unicamente nel Getsemani: “Giuda,con un bacio
tradisci il Figlio dell’Uomo?”
L’apocrifa
Dichiarazione di Giuseppe d’Arimatea, ne fa
un infiltrato, una spia mandata dai sinedriti
per farsi discepolo e raccogliere accuse.
Secondo alcuni frammenti copti del V-VII secolo,
raccolti da Luigi Moldavi, Giuda si macchiò di
colpe nefaste e abominevoli per compiacere la
sua sposa, donna malvagia e insaziabile, che lo
condusse alla rovina.
La Bibbia lo dice
figlio di Simone, e che ad entrambi, padre e
figlio, era dato l’appellativo di Iscariota.
Una versione, vuole che suo padre fosse il
fratello del sommo sacerdote Caifa, tesi, però,
questa che non è avvalorata da nessuna fonte
autorevole.
La sua vicenda si
riassume in sette punti essenziali:
1) è chiamato a diventare
apostolo; 2) è incaricato di tenere le finanze
del gruppo; 3) tradisce Gesù, sembra, per
denaro; 4) presenzia all’ultima cena ma non
all’Eucarestia; 5) guida i soldati all’arresto
di Gesù; 6) lo tradisce con un bacio; 7) dopo la
condanna di Cristo si suicida.
Nel Vangelo
Arabo dell’Infanzia, apocrifo del IV secolo
d.C., si narra che Gesù e Giuda si conobbero
durante l’infanzia. Qui Giuda è descritto come
un ossesso e malvagio, che tentò, senza
riuscirci, di mordere Gesù. La psicostoria,
invece, ne fa il ritratto di un uomo infelice,
travolto dalle passioni e ferito dal complesso
di inferiorità. Da una tradizione legata alla
leggenda, si evince che fu seguace del Battista,
dal quale si allontanò prima della carcerazione.
La Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine
(1229-1298), offre una versione edipica: Giuda
uccise il proprio padre e sposò la madre.
Giuda non fu solo
e sempre il traditore, anzi, sappiamo che
godette del favore di Gesù. Gli scritti
neotestamentari ci dicono che fu scelto al pari
degli altri discepoli (“non vi ho forse
scelti io, voi Dodici?” dice Gesù in Gv
6,70) e che a lui fu affidato il delicato
compito di tenere le finanze comuni dei Dodici.
Compito che non fu neppure affidato a Matteo, ex
pubblicano, e pertanto esperto di denari e
numeri. Da ciò si evince non solo che si
fidavano di lui ma anche che Giuda fosse
abbastanza istruito. E’ questo un ulteriore
segno di distinzione: oltre ad essere l’unico
Giudeo (gli altri discepoli erano originari
della Galilea), Giuda era anche un uomo di
cultura, a differenza degli altri che erano
semplici pescatori. Nel suo sceneggiato Gesù
di Nazareth (1979), il regista Franco
Zeffirelli infatti lo presenta conoscitore di
latino e greco. Tuttavia, nonostante il suo
livello di istruzione e la benevolenza di cui
inizialmente godeva, Giuda divenne “colui che
poi lo tradì” (Mt 10, 4; Lc 6, 16).
Quale mistero si
nasconde dietro questa controversa figura
intorno alla quale si è molto disquisito nei
secoli? Dibattiti religiosi e teologici
speculano sul suo gesto. Studiosi di tutti i
tempi cercano spiegazioni, psicanalizzano il suo
animo alla ricerca di un perché.
Fin dall’antichità
vi furono delle sette che tentarono di
riabilitare la figura dell’apostolo traditore.
Intorno al terzo secolo dopo Cristo, i
cainiti, ramo intrinseco allo gnosticismo
esaltante le figure negative presenti nella
Bibbia (cainiti da Caino), lo
consideravano l’apostolo privilegiato: unico
detentore della vera sapienza rivelatagli
direttamente da Gesù. Questo è quanto si legge
nell’apocrifo Peuaggelion Nioudas o
Vangelo di Giuda, riportato alla luce durante
gli scavi egiziani del 1978, ma reso noto solo
nel 2004. Con il suo gesto, per il quale è
scritto “sarebbe stato meglio se non fosse
mai nato”, Giuda contribuì, a liberare Gesù
del suo corpo carnale e gli consentì il ritorno
alla sua celeste dimora. Tuttavia l’esiguo testo
scritto in copto (antico dialetto in uso nei
primi secoli dopo Cristo in Egitto) su papiro
presenta non poche discrepanze. Innanzitutto il
Dio Creatore, non è l’unico Dio. Esistono
divinità superiori alle quali spetta l’unica
adorazione e dalla quale discendono sia Gesù
quanto Giuda; il mondo così come lo conosciamo è
opera dell’attività generatrice di Sophia, La
Saggezza che, come nelle migliori cosmogonie
greche, auto-genera; l’umanità si scinde così
tra immortali (coloro che come Giuda hanno in sé
la scintilla della conoscenza) e mortali (che
non possiedono tale scintilla) destinati a
servire i primi e a soccombere nell’oblio
eterno. Quest’apocrifo che altro non è se non un
ibrido tra cristianesimo, ebraismo, gnosticismo
e platonismo, ha tuttavia suscitato molto rumore
per nulla. Già Sant’Ireneo vescovo di Lione nel
180 d.C. lo inserì nella lista nera del suo
trattato Contro le Eresie. L’immagine che
ci viene presentata di Gesù è alquanto alterata:
Gesù ride delle debolezze umane, ride degli
apostoli intenti a ringraziare Dio durante un
pasto eucaristico, ride di chi lo considera
figlio del Dio Creatore! Gesù non morrà sulla
Croce per la nostra salvezza, ma fuggirà da
questo mondo dopo aver portato la vera
conoscenza alla ristretta élite di cui Giuda il
traditore e Caino il fratricida fanno parte!
Tra le molte
questioni filosofiche sollevate, c’è chi come
Jorge Louis Borges nel suo Tre Versioni di
Giuda, pone l’accento sull’azione di Giuda e
la sua punizione eterna:
1)
“se Gesù prevede il tradimento, allora
Giuda non gode del libero arbitrio riservato
agli uomini, dunque il suo agire non può essere
evitato.” Bisogna tuttavia fare attenzione.
Gesù, infatti, non prevede il tradimento,
ma sa che verrà tradito. Questa
rivelazione gli giunge direttamente dal Padre
Celeste Onnisciente. Essendo infatti Dio al di
fuori del tempo, passato – presente – futuro
coincidono in Lui nel medesimo attimo, per cui
Egli ha visto quale sarebbe stato il
comportamento di Giuda, nulla togliendo che
lo stesso avrebbe potuto, fino all’ultimo, non
compierlo. A tal proposito va ricordato
l’episodio veterotestamentario del sacrificio di
Isacco: Dio comandò ad Abramo di portare il suo
unico figlio Isacco sul monte e sacrificarlo a
Lui. Sebbene con immenso dolore, Abramo obbedì
al suo Creatore. Poco prima che compisse il
gesto estremo, Dio lo fermò e gli disse: Ora
so che mi sei fedele! (Ge 22, 1-18).
Inoltre, perché Gesù gli avrebbe promesso uno
dei dodici troni se questi era già predestinato
a tradirlo? (Mt 19, 28)
2)
“se Giuda è condannato agli Inferi per
aver tradito, e il suo gesto era essenziale
affinché si compisse la salvezza del mondo,
allora Giuda è stato punito per la salvezza
umana, in più, se Gesù ha sofferto solo la
Croce, ascendendo poi al cielo, e Giuda subisce
la punizione eterna, allora la sofferenza di
Giuda è maggiore e maggiore è la sua incidenza
nel piano salvifico.” Come tutti sappiamo, a
seguito di un solo uomo, Adamo, “il peccato
entrò nel mondo e la morte per mezzo del peccato”
(Ro 5, 12-14). Dio dovette porre rimedio e
aprire nuovamente la strada verso la vita alle
sue creature. Fu necessario che un secondo Adamo
rimettesse le cose a posto, così Dio inviò sulla
terra il Primo Generato, Colui attraverso cui
tutte le cose sono state create, il suo
unigenito Figlio Gesù Cristo. Molte sono le
Scritture Veterotestamentarie in cui si
profetizza la discesa del Messia e la fine
ignobile che gli uomini gli avrebbero riservato
(Isaia; Daniele;ecc… ) Come Adamo fu messo alla
prova. Gesù tuttavia non ebbe il cuore gonfio di
superbia, e portò a compimento l’opera del
Padre, rimanendo ubbidiente ai precetti e
umiliandosi sino alla morte in Croce (morte che
sappiamo i Romani infliggevano ai peggiori
malfattori). Il gesto di Giuda, pur avendo
portato al sacrificio estremo di Gesù, fu
compiuto non già per la salvezza dell’uomo,
bensì perché il cuore di Giuda si corruppe,
infatti, durante l’Ultima Cena, Cristo disse: “Non
tutti siete puri.”(Gv 13, 2-11). Ora se così
non fosse stato, Cristo che pure tra gli spasmi
della Croce perdonò “perché non sanno quel
che fanno”, avrebbe sicuramente esteso tale
perdono, in virtù del suo immenso amore, anche
su Giuda. Pertanto Giuda non fu condannato per
la salvezza dell’uomo, ma per aver consegnato
il Figlio di Dio. La punizione che si auto
inflisse non migliorò certo la sua situazione,
in quanto il suicidio è espressamente vietato
dalle leggi bibliche. Inoltre Dio, nel momento
stesso in cui Adamo macchiò le creature, vide
il rimedio salvifico, ed in questo scoprì che,
nonostante attendessero la venuta del Messia,
gli uomini non l’avrebbero riconosciuto e
l’avrebbero ucciso. Dio pertanto vide,
non predestinò! Il libero arbitrio umano
avrebbe potuto propendere verso altre scelte.
Non si tratta dunque di un sacramento del
tradimento, così come alcuni gnostici
intendono. Nessun fine escatologico né un voler
affrettare la fine dei tempi, come suggerito da
Schalom Ben-Chorin.
La Bibbia non ci
fornisce spiegazioni circa il motivo che spinse
Giuda a tradire, tuttavia alcuni versetti
neotestamentari gettano una piccola luce. I
Vangeli ci narrano un episodio avvenuto 5 giorni
prima la crocifissione, durante la cena di
Betania, cioè l’unzione con l’olio profumato che
Maria, sorella di Lazzaro, versò sul Cristo. A
questo gesto, Giuda reagì in malo modo. Protestò
contro questo spreco di danaro: l’olio poteva
essere venduto e il ricavato donato ai poveri.
Sappiamo che Giuda deteneva le finanze, forse
protestò perché in tal modo non gli sarebbe
venuto alcun guadagno. Si ipotizza a tal punto
che tradì per avidità, tuttavia, i 30 denari
pattuiti non avevano poi un gran valore. Non si
trattava infatti di denari, bensì di
monete d’argento di più modesto valore, quali i
sicli o stateri, utili al massimo
all’acquisto di uno schiavo anziano o poco
efficiente. Sicuramente si trattava di sicli
d’argento di Tiro, uniche monete accettate
dal Tempio poiché non recavano immagini né di
uomini né di animali. Sarebbe stato più
conveniente per Giuda fuggire con il contenuto
della cassa, che come sappiamo era liberamente
nelle sue mani. Forse i 30 denari erano solo il
modesto anticipo di una somma cospicua, ma
questo non potremmo mai saperlo. Con questa
protesta ha inizio l’azione di Giuda.
Ma allora cosa
spinse al tradimento? Si potrebbe ipotizzare
l’amore deluso. Da buon ebreo Giuda
conosceva le Scritture e, come tanti del suo
tempo, attendeva il Messia liberatore. I Giudei
non avevano dimenticato la profanazione del
Tempio di Pompeo, che osò entrare a cavallo nel
Sancta Sanctorum. Gesù non incarnò l’utopica e
agognata figura del condottiero schiacciante
l’esercito romano. Gesù predicava l’amore,
parlava di “porgere l’altra guancia” di “pagare
le tasse a Cesare”. La delusione dovette
essere grande! Da qui il bisogno impellente di
agire. Giuda si sentiva in dovere di scuotere il
suo Signore affinché si rivelasse quale Re dei
Giudei! Uno scandalo necessario alla salvezza!
Se come detto sopra, Giuda era uno degli zeloti,
allora la disillusione fu doppia. Zelota
significa infatti pieno di zelo per la legge.
Per gli zeloti la sottomissione a Roma
equivaleva a disconoscere la legge di Dio, in
Deutoronomio si legge: “Non potrai mettere
sopra di te uno straniero”. Forse Giuda
credeva di trovare in Gesù la rivalsa a tanta
oppressione. Il problema nacque quando si
accorse ch Gesù non era uno di loro. Il
tradimento nacque allora da zelante
patriottismo. Ad ogni modo un generale
malcontento iniziò a spossarlo provocandogli
notevole disagio interiore, al punto tale da
spingerlo al tradimento. Sicuramente credeva di
aver scoperto un’altra via a quella proposta dal
Maestro. Così senza dubbi e convinto di fare
la cosa giusta, Giuda si recò dai capi
sacerdoti. L’incontro avvenne sicuramente tra la
cena di Betania e la cena Pasquale. I membri
del Sinedrio si accordarono con Giuda e gli
offrirono, per il favore, 30 pezzi d’argento.
Una somma davvero irrisoria attraverso la quale
i sacerdoti espressero il loro disprezzo verso
Gesù, dimostrando che non valeva nulla.
Giuda prese il sacco con le monete e andò via,
sperando che finalmente Gesù si accordasse con
Caifa e i Farisei. Tuttavia l’azione di Giuda
può apparire inutile, infatti non era un segreto
che i sacerdoti volessero catturare Gesù, né era
necessario che Giuda scegliesse il momento più
adatto, sicuramente gli informatori del Tempio
sapevano già quand’era utile agire, e, infine,
il bacio identificatore era un surplus, in
quanto Gesù predicava ogni giorno innanzi al
Tempio e tutti lo conoscevano. Ma allora perché
si servirono di lui e persino lo pagarono? Forse
Giuda fornì al sinedrio qualche preziosa
indicazione che ignoravano, difatti è scritto
che si rallegrarono. Forse Giuda rivelò
loro che Gesù era il Figlio di Dio. Va comunque
sottolineato che Levitico 19, 16-18 considera
immorale e illegale servirsi di spie per
accusare e catturare qualcuno. Pertanto sia
Giuda che i capi del sinedrio infransero la
legge.
La sera in cui i
Dodici si riunirono, secondo la legge mosaica,
per celebrare la Pasqua, dopo la lavanda dei
piedi, Gesù disse che non tutti, tra i presenti
erano puri e che uno di loro l’avrebbe tradito.
Giuda chiese: “Sono forse io, Rabbi?” -
e Cristo rispose: “Tu stesso lo dici.” –
aggiungendo di sbrigarsi a compiere ciò che
doveva fare.
Giuda si levò
dunque dalla tavola e uscì nella notte. A quel
punto, rimasto solo con gli Undici, Gesù celebrò
la Nuova Alleanza, offrendo pane e vino a
simbolo del suo corpo e del suo sangue,
versato per la redenzione dei peccati. Ma perché
gli apostoli non si chiesero dove andasse Giuda?
Se, come ipotizzato, Giovanni sedeva alla destra
di Gesù e Giuda alla sua sinistra, allora
Giovanni fu testimone del dialogo avvenuto tra i
due. Inoltre, poiché il tradimento e l’arresto
erano stati annunciati, gli eventi seguenti non
dovettero essere inattesi. Solo di Pietro ci è
detto che si mostrò accorato, gli altri pare
abbiano accolto la notizia quasi con
indifferenza. Forse soltanto Giovanni comprese
realmente ciò che stava per accadere. Gli altri
non compresero la gravità o semplicemente
pensarono non fosse così imminente. Fu nel
Getsemani, qualche ora dopo, che Giuda riapparve
insieme alle guardie armate con bastoni e spade.
Il Getsemani, cioè frantoio dell’olio,
era un podere sito al di là del torrente
Cedron. Gli spostamenti di Giuda pertanto
furono i seguenti: dal cenacolo alla casa del
gran sacerdote, quindi di nuovo vicino al
cenacolo e poi verso il Getsemani. Qui, temendo
che nell’oscurità non riconoscessero Gesù fu
stabilito che Giuda gli si avvicinasse e lo
salutasse con un bacio. “Shalom aleka Rabbi
u-mori”(la pace sia con te mio Rabbi e
Maestro) e Cristo rispose: “Giuda, con un
bacio tradisci il Figlio dell’Uomo?”, detto
questo i soldati si scagliarono su di lui
arrestandolo, mentre gli apostoli fuggirono.
Marco scrive che Giuda disse di portarlo via
con cautela, forse temeva un ulteriore
reazione degli altri discepoli o forse vide Gesù
già sofferente per le percosse subite e
intendeva evitargli altre pene?
Giuda, scosso da
quanto avvenuto, preda della paura e ora
consapevole di aver consegnato il Messia, non
per un dibattito ma per essere processato in
quanto bestemmiatore, si allontanò dalla scena.
Dopo ore di tribolazione, pentito e cercando di
rimediare e, mentre Gesù si trovava da Pilato,
tentò di restituire ai sacerdoti i 30 pezzi
d’argento “ho peccato perché ho tradito
sangue innocente”(Mt 27,4). Non trovando
comprensione, Giuda scagliò contro di loro le
monete e se andò. Il film The Passion di
Mel Gibson, secondo le visioni di Santa Anna
Katharina Emmerick, Giuda vagò ritrovandosi in
un luogo pieno di sudiciume, qui udì dentro di
sé voci che gli dicevano “Lo stanno
conducendo a morte perché tu l’hai venduto!
Miserabile, come potrai sopravvivere?”.
Quindi si impiccò ad un alberò e morì. Dopo
quell’azione Giuda era rimasto solo, abbandonato
dagli amici che aveva tradito e dai nuovi amici
per i quali aveva tradito e, sulla sua coscienza
la morte, che sicuramente non aveva voluto, del
Figlio di Dio!
C’è persino chi
ipotizza che Giuda sia stato assassinato: in
molti potevano volere la sua morte, ad iniziare
dai sinedriti con cui aveva complottato, per
nascondere l’infrazione della legge. Si tratta
comunque di ipotesi non avvalorate, in quanto
tutti i validi documenti a disposizione
concordano con la tesi del suicidio.
Esistono due
versioni sulla morte di Giuda. Secondo Matteo,
gettate le monete sul tempio, andò ad
impiccarsi, mentre Atti ci dice che con i soldi
dell’iniquità acquistò un campo dove, a seguito
di una caduta gli si squarciò il ventre e le sue
viscere si sparsero intorno. Tuttavia questi due
episodi appaiono solo all’apparenza discordanti,
in quanto trattasi di una differente sequenza
temporale. Giuda si impiccò come scritto in
Matteo, in seguito il ramo si spezzò
provocandone la caduta e lo spargimento delle
viscere. Sappiamo infatti che Giuda spirò prima
del Cristo, la cui morte fu seguita da un
terremoto così violento da squarciare il Tempio.
Di conseguenza il ramo cui era appeso Giuda
dovette spezzarsi e farlo precipitare sulla
roccia.
Un frammento
apocrifo di Papia di Gerapoli, narra una
sequenza da film horror. Giuda, liberato dal
capestro prima di soffocare, visse ancora. Il
suo corpo iniziò a gonfiarsi a dismisura al
punto che, “per dove sarebbe facilmente
passato un carro, non avrebbe potuto passare lui”.
Dalle sue membra deformate fuoriuscivano a
dismisura “marcia e vermi …insieme agli
escrementi”, infine, dopo molti tormenti
Giuda morì nel suo podere, che intriso dal puzzo
fluito dalle sue carni putride, è rimasto
disabitato e “anche oggi nessuno può
traversare quel luogo senza turarsi il naso con
le mani. Tanto fu lo scolo che dalle sue carni
penetrò nella terra”. Negli Apocrifi
raccolti da Moraldi, in alcuni frammenti egizi è
descritto l’incontro tra Gesù e Giuda
nell’oltretomba. Qui Gesù chiede al traditore i
motivi del suo gesto e quale vantaggio ne abbia
tratto. “Guai a te, Giuda!” lo ammonisce
Gesù. Il nome di Giuda è stato cancellato
dall’albero della vita, la sua stella
squarciata, il suo penaghis distrutto.
Giuda è stato ghermito dalle tenebre, non avrà
più pace, poiché è solo eredità del verme. Nel
Viaggio di San Brandano, il Santo
incontra su di un isola sinistra Giuda
incatenato con Pilato, Erode, Anna e Caifa, e
con loro costantemente torturato con terribili
supplizi diversi per ogni giorno della
settimana. Solo la domenica, giorno del Signore,
gli è concesso riposo. Dante, come sappiamo, lo
pone nel girone del Cocito, quello dei traditori
che da lui è detto Giudecca, dove è
maciullato giorno e notte insieme a Bruto e
Crasso, che però, a differenza di Giuda, sono
ingoiati per le gambe ed hanno la testa fuori.
I 30 pezzi che
Giuda restituì non furono rimessi dai sacerdoti
nel tesoro del tempio, in quanto “salario
dell’iniquità” ma servirono per l’acquisto
del campo del vasaio per la sepoltura degli
stranieri, che da allora fu detto “Campo di
sangue”(akeldamà). Fu così adempiuta
la profezia di Geremia: “E presero trenta
denari d’argento, il prezzo del venduto, che i
figli di Israele avevano mercanteggiato, e li
diedero per il campo del vasaio.”
Il posto di Giuda
fu poi occupato da Mattia, la cui scelta fu
dovuta alla sorte. Secondo Atti, anche Giuseppe
chiamato Barsabba e soprannominato il Giusto era
stato proposto. Pare comunque che Mattia facesse
parte del gruppo più esteso che seguiva i Dodici
sin dall’inizio dell’attività pubblica di
Cristo.
Quali che furono
le reali motivazioni che spinsero Giuda a tal
gesto folle, non ci è dato saperlo. Possiamo
solo ipotizzare, cercare di pensare come avrebbe
potuto pensare lui, uno dei Dodici. Del suo
gesto sappiamo che si pentì al punto tale da non
ritenersi degno di vivere, dunque, forse, non
agì in mala fede e il suo cuore si corruppe e
non fu ritenuto puro perché tramò e ordì un
incontro per spingere il Signore a rivelarsi,
similmente alle tentazioni diaboliche subite da
Cristo nel deserto. Con il suo gesto, dunque,
Giuda tentò il suo Signore, mentre le Scritture
dicono espressamente “Non tentare il Signore
Dio Tuo”! Sarebbe stato meglio per lui se,
pentito, avesse chiesto perdono, come in quella
stessa notte fece Pietro, dopo averlo rinnegato
tre volte. Ma forse, fu proprio egli stesso e
non ritenersi degno di perdono alcuno. Giuda
sapeva bene che il suicidio escludeva ogni
possibilità di salvezza. Di lui disse Gesù “Sarebbe
stato meglio per quell’uomo se non fosse mai
nato”. Quale che sia stata ed è la sua
sorte, è un mistero che avvolge unicamente Dio e
la sua infinita misericordia.
|

Otto marzo,
quando nascere donna è una condanna: la dignità
stuprata
La lunga marcia verso
il riconoscimento dei diritti umani delle donne
è, purtroppo, lungi dal podio della vittoria. I
principi, sanciti dalla Declaration des
droits des femmes (presentata all’Assemblea
costituente in una Francia ancora intrisa dal
fuoco Rivoluzionario da un’impavida Olympes
de Gouges, che pagò con la vita, il suo
ardire essere come un uomo) vengono,
purtroppo, ancor oggi calpestati con il
beneplacito dell’opinione globale che, sebbene
s’indigni al trapelare di notizie sugli orrori
delle mutilazioni genitali (si stima che ogni
anno circa due milioni di donne subiranno una
qualche forma di mutilazione) praticate ancora
in ben 28 paesi africani e in alcuni paesi
asiatici; su stupri di massa in luoghi in cui le
donne sono ancora trattate alla stregua di
bottino di guerra; sulle donne sfigurate
dall’acido o sulle neonate abbandonate e
malnutrite solo perché nascere donna è ancora
considerata una piaga, nulla o poca fa
affinché si ponga la parola fine a tali torture.
E proprio per non dimenticare, e
commemorare questo giorno lontano dalle
frivolezze che hanno fatto scadere quella che
dovrebbe essere la giornata della donna
in un festino crudamente commerciale, che voglio
ricordare il triste caso delle Maquiladoras,
portato sugli schermi nel 2007 da un film con
Jennifer Lopez e Antonio Banderas, Bordertown.
Con il termine
Maquiladora si intendono quegli stabilimenti
industriali di trasformazione o assemblaggio di
elettrodomestici e televisori, gestiti da
soggetti stranieri e finalizzati
all’esportazione. Le Maquiladora sorgono al
confine tra Stati Uniti e Messico e la
forza-lavoro è largamente costituita da donne
messicane prevalentemente giovani. Fu a partire
dal 1993 che in una di queste città, Ciudad
Juarez (Chihuahua, frontiera con El Paso,
Texas), iniziarono a sparire, in numero
crescente, delle operaie del turno di notte. I
corpi, rinvenuti in periferiche discariche, di
queste sventurate mostravano chiari segni di
violenza sessuale, crude torture e mutilazioni
prima di essere strangolate o accoltellate.
Alcune di esse erano ancora poco più che
bambine. Le vittime presentano analogie fisiche,
ragazze tra i 15 ei 20 anni, esili, carine dai
capelli lunghi e provenienti da famiglie
indigenti.
Nonostante le denunce
presentate da organizzazioni femministe e dei
diritti umani, nessun colpevole è ancora stato
individuato. Si parla di 200 - 450 vittime e
oltre 600 sparizioni…ma la vera stima dei corpi
svaniti nel nulla rimarrà sicuramente un
mistero. I cadaveri, purtroppo, vengono
ritrovati solo se i carnefici decidono così.
Fino al 2001 i corpi, a volte irriconoscibili,
venivano quasi tutti rintracciati. In seguito al
moltiplicarsi delle indagini sembrano ingoiati
dal nulla. Leggende superstiziose accusano
diaboliche entità, ma calce viva e acidi ne
corrodono carne e ossa senza lasciarne alcuna
traccia. Molte vengono disseppellite dalle mani
ridotte a un lazzaretto delle madri che scavano
senza sosta nella pungente sabbia del deserto.
Ricordiamo una ragazzina appena diciassettenne,
Lilia Garcia Andrade, rapita vicino la
maquiladora e violentata ripetutamente tra
incubi e supplizi. Il corpo martoriato fu
ritrovato cinque giorni dopo al centro di uno
degli incroci più trafficati della città. Sugli
atroci avvenimenti è stato minimizzato imputando
la colpa alle vittime: “passeggiavano in luoghi
bui e indossavano minigonne”!!!La retribuzione
salariale non permette a queste donne di vivere
all’interno della città, ma in bidonvilles
ai margini della periferia. Autobus di linea e
lunghissimi tratti a piedi che si snodano in
pericolose zone oscure e isolate l’unico modo
per rincasare.
Cala un volontario
sipario sulla scena di questo orrore dai
contorni indefiniti…rimane il dolore delle
famiglie, la paura nei loro volti, la rabbia
dell’ingiustizia a vagare in mezzo alle tante
croci bianche rinchiuse in un sudario di
silenzio e filo spinato.
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“CARNEM LEVARE”.
DALLA DEA ISIDE ALLA
COMMEDIA DELL’ARTE: LE ORIGINI DEL CARNEVALE.
Le origini del
Carnevale si perdono nei meandri del tempo,
trovando embrionali radici risalenti ben oltre
4000 anni fa, nell’antica terra d’Egitto, in cui
si era soliti rendere omaggio alla dea Iside,
personificazione del cielo, sposa di Osiride
e madre di Horus. Iside nutriva il seme
della terra, perpetuava il genere umano,
custodiva i segreti della magia, guariva le
malattie e proteggeva sia i vivi che i morti.
Era una ricorrenza che s’inseriva nell’antico
ciclo delle festività naturali, in cui
attraverso sacri rituali si rendeva omaggio alla
dea onde propiziarsi i favori. Il culto di Iside
fu ereditato da tutto il Mediterraneo nel
periodo ellenistico. I Greci ne trassero però
due dee, Demetra e Afrodite. Qui
le tracce del Carnevale affondavano nelle
Dionisiache, che cadevano quasi alla fine di
Febbraio e celebravano Dioniso, dio della
fertilità e della vegetazione. Peculiarità di
questi riti era il passaggio dei falloforoi,
durante il quale il pubblico era solito
scambiarsi battute oscene. Presso i Celti
questo periodo di licenziosità era dedicato alla
dea Madre Terra Imbolc, e segnava il
risveglio della natura dal rigore dei geli
invernali. Essenziale era produrre più chiasso
possibile, onde rievocare il grande baccano
primordiale che richiamava alla vita
l’addormentata divinità solare, mentre il riso e
l’allegria avevano un preciso significato
rituale catartico. Tra gli antecedenti italici
più antichi, il posto d’onore spetta ai
Saturnali, celebrati a Roma in onore del dio
Saturno. Commemoravano la mitica età
dell’oro e la loro istituzione si perde nel
buio della leggenda. Licenziosità, sfrenato
divertimento, ribaltamento sociale erano la
parola d’ordine. Leggi e norme erano sospese,
così come le differenze sociali. Cessava ogni
attività pubblica e veniva concessa qualsiasi
libertà, se ne deduce pertanto che a
beneficiarne maggiormente fossero gli schiavi.
Il culto di Saturno, cui radice etimologica
risale al verbo serere, cioè seminare, e
solo in seguito identificato con il dio greco
Crono, si diffuse soprattutto nell’epoca
imperiale. Nel volgere dei secoli il mistico
significato che avvolgeva tali feste, si è
perduto, smarrendo la sacralità che le
contraddistingueva. Ciò che rimane intatto è
però il suo carattere di sfrenata allegria,
bagordi, frizzi, lazzi e licenziosità di cui
godere prima di entrare nell’atmosfera
penitenziale e di digiuno proprio del tempo
Quaresimale. Etimologicamente, infatti, il
termine carnevale discende dal latino Carnem
Levare equivalente a togliere la carne,
e indicante il primo giorno di digiuno
penitenziale. Anticamente i festeggiamenti
carnevaleschi duravano circa un mese, iniziando
il giorno seguente l’Epifania, 7 gennaio. Col
tempo però il periodo di festa si è gradualmente
ridotto sino all’attuale durata di una
settimana, tuttavia il carnevale Ambrosiano
protrae i suoi lazzi al primo sabato di
Quaresima. Narra la leggenda che Ambrogio,
vescovo di Milano, dovendo assentarsi dalla
città, promise ai suoi fedeli di fare ritorno in
tempo per la Quaresima. A causa di alcuni
impedimenti, Ambrogio non riuscì a ritornare il
giorno stabilito, così i suoi devoti fedeli
decisero di prolungare il carnevale sino al suo
rientro.
Tra i carnevali più
antichi d’Italia è quello della città di Fano,
registrato in un antico documento del 1347. In
Sicilia i documenti più antichi registrano riti
carnevaleschi nella città di Palermo nell’anno
1600. Caratterizzava il carnevale siciliano la
Danza degli schiavi e la
Balla-Virticchi: attraverso le vie
principali della città si sfilava, danzando, al
ritmo di Tamburi arabi. Mascheramenti
tipici erano: i Jardinara e i Varca
a Palermo; i Laddatori, i Briganti
e i Cavalluccio a Catania; vi erano anche
i Dutturi, i Baruni, gli Abbati,
la Vecchia di li fusa, i Nzunzieddi.
Il primato di maschera più antica, non solo
siciliana, ma d’Italia, va al messinese Peppe
Nappa. Letteralmente Giuseppe Toppa dei
calzoni, è una maschera ereditata dalla
Commedia dell’Arte. Incarna il servitore
beffardo e pigro, sempre sonnolento ma
improvvisamente scattante, agile e danzatore
acrobatico. Suo antenato fu Zanni
(Giovanni), servo stolto e scroccone nato con la
Commedia dell’Arte, sorta in Italia nel
XVI° secolo in reazione alla commedia erudita.
Ebbe vita rigogliosa sino al XVIII° secolo,
quando si estinse con la rivoluzione borghese
del teatro. Conosciuta all’estero con il nome di
Commedia all’Italiana, vanta il primato
di essere recitata da attori di professione,
da qui il nome Commedia dell’Arte, in cui
Arte intende proprio mestiere,
professione, dunque attori addestrati al
mestiere della recitazione. Tuttavia Arte
sottende anche a opera d’ingegno, quale
essa realmente fu. Comprendendo che a colpire il
pubblico era l’intrigo che si andava
sviluppando, agli attori non furono date parti
scritte, bensì canovacci, sulla base dei
quali, e lasciando ampio spazio
all’improvvisazione, gli attori imbastivano
l’intera commedia. Va comunque rilevato che
ciascun attore disponeva di un proprio
zibaldone contenente il proprio repertorio
di motti, lazzi, soliloqui, entrate… che
venivano tirati fuori al momento giusto. A ciò
si aggiungevano una straordinaria mimica
eloquente, giochi comici, acrobazie, danze e
canzoni.
Originariamente le
donne non facevano parte delle compagnie,
formate per lo più da 10-12 attori uomini.
Probabilmente essa deriva dal filone dei
comici medievali (buffoni, mimi,
saltimbanchi, giullari) da cui ripresero la
gestualità eloquente, e dalle antiche farse
laziali e campane, in cui alcune maschere
trovano somiglianza come in Maccus,
Bucco, Dossennus, nonché per l’abito
bianco di Pulcinella, simile a quello del
mimus albus. Trama della commedia erano
intrighi d’amore, servi che gabbano il padrone,
e similari situazioni intrise di un ricco
repertorio di lazzi, scherzi, trasformazioni,
scambi di persona, allusioni sconce. Tipica era,
infatti, la parlata popolare, pregna di tutte le
sue licenziosità. Ben presto gli attori furono
avvezzi all’uso di maschere, il che
comportò la caratterizzazione di un personaggio,
che era così interpretato da un unico attore.
Tra le più celebri
compagnie italiane ricordiamo: i Gelosi,
gli Uniti, gli Accesi, operanti
intorno a metà Seicento. Molte di queste
compagnie si stabilirono in Francia, dando vita,
per il pubblico francese, a maschere quali
Pierrot, Scaramouche, Polichinelle.
Durante la Rivoluzione Francese il successo
della Commedia dell’arte non scemò, vi fu
solo la proibizione di indossare maschere, onde
evitare possibili attentati e spionaggi. Oggi la
moderna commedia è solo una rimessa in scena di
questi antichi canovacci. Da segnalare l’opera
di Giovanni Poli, che recuperò e
riscrisse testi teatrali del Cinquecento, e
Dario Fo che studiò e seppe riadattare alle
odierne esigenze i contenuti dei canovacci.
Della brillante
Commedia dell’Arte oggi ci rimangono,
purtroppo, solo le maschere: Pantalone,
vecchio avaro e libidinoso; Arlecchino,
servo imbroglione e sempre affamato;
Brighella; le servette impersonate da
Corallina, Colombina; il napoletano
Pulcinella; ecc…
A rendere immortali
queste maschere fu la caratteristica di essere
dei tipi umani, con tutte le debolezze,
le antinomie, i vizi, le miserie di cui è satura
la quotidianità nella sua più semplice
accezione, unitamente ad un ricco e colorato
bagaglio di tradizioni folkloristiche.
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