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Ipertensione, scoperta la 'chiave' della malattia
Scienziati
dell'universita' di Sydney, dopo decenni di
ricerche, hanno risolto un mistero cruciale
nell'ipertensione, fattore di rischio elevato di
attacchi cardiaci e ictus di cui soffre un quarto
degli adulti nel mondo occidentale. I ricercatori,
guidati dal docente di scienze mediche molecolari
dell'ateneo, Brian Morris, hanno scoperto il ruolo
rimasto finora misterioso dell'enzima renina, che fa
scattare il disturbo. Hanno identificato l'azione di
due micro-RNA, un materiale genetico finora
sconosciuto, che ha un effetto destabilizzante nella
produzione di renina. La ricerca, pubblicata dalla
rivista Hypertension, mostra che nei reni
ipertensivi il gene della renina e' sei volte piu'
attivo, mentre i micro-RNA lo sono sei volte di
meno. Mentre era gia' noto che la renina svolge un
ruolo significativo nella pressione alta, non era
finora chiaro come questo avvenisse. La ricerca e'
la prima del suo genere ad usare reni umani, donati
da 42 pazienti malati di cancro a cui erano stati
asportati per ragioni mediche. Finora nessuno aveva
potuto studiare reni umani di pazienti ipertensivi,
mentre l'equipe di Morris ha potuto usare l'ultima
tecnologia genomica per sondare i reni e scoprire la
dinamica dell'espressione dell'intero genoma
nell'ipertensione umana. La scoperta apre cosi' la
strada alla formulazione di farmaci mirati in grado
di rivoluzionare il trattamento della condizione,
bloccando alla fonte l'espressione della renina.
Scoperto il
gene della miopia
Si cela nel
Dna il segreto della miopia. Ricercatori israeliani
della Ben-Gurion University del Negev, diretti da
Ohad Birk, hanno infatti identificato un gene i cui
difetti causano la miopia. Al centro dello studio il
disturbo più comune dell'occhio umano, che per lo
più ha caratteristiche ereditarie. La miopia,
secondo gli studiosi, comporta anche una maggiore
incidenza di patologie oculari secondarie, come
distacco di retina, degenerazione maculare o
l'esordio precoce di glaucoma e cataratta.
Nonostante decenni di intensa ricerca, i geni
specifici all'origine della miopia erano rimasti
finora nell'ombra. Esaminando una particolare
popolazione, una tribù beduina che vive nel Sud di
Israele ed è portatrice di un'insorgenza precoce
della miopia, il team è riuscito - in collaborazione
con colleghi finlandesi - a scovare il gene
responsabile. Utilizzando un modello che sfrutta
cellule di insetto, poi, gli scienziati hanno
dimostrato che la mutazione sotto accusa è dannosa
per l'attività enzimatica del gene. Studi futuri
cercheranno di stabilire se il gene appena scoperto,
o altri 'tasselli' del Dna correlati, abbiano un
ruolo significativo nel causare il difetto anche nel
resto della popolazione.
Curare il
diabete, forse ci siamo
Questa
scoperta ha dell’incredibile, forse è stata
imboccata la giusta via verso il trattamento e la
cura del diabete; ci riferiamo ad uno studio
condotto da un professore della Washington State
University, Shin-ichiro Imai, il quale è riuscito a
ristabilire il normale controllo della glicemia, in
topi diabetici. Lo studio si basa sulla
somministrazione di una sostanza la “Nicotinammide
Mononucleotide” NMN, una molecola naturale prodotta
dal nostro organismo, che gioca un ruolo
fondamentale nel metabolismo cellulare, e quindi
nella produzione di energia da parte delle cellule.
L’NMN, è stato visto, diminuisce a seguito dell’età
e di una dieta ricca in grassi; questo a sua volta
porta ad una riduzione dei livelli di “Nicotinammide
Adenina Dinucleotide” NAD, che successivamente può
portare a condizioni anomali come il diabete. La
somministrazione di NMN, normalizza nei topi maschio
diabetici, i livelli di NAD, portando ad una
migliore tolleranza al glucosio, mentre nei topi
femmina la tolleranza al glucosio è ritornata ai
livelli normali, avendo inoltre una normalizzazione
dei livelli di colesterolo, trigliceridi e acidi
grassi liberi. Da queste analisi, il risultato è davvero incoraggiante, l’NMN viene
prodotto dall’uomo in modo analogo al topo, e a
breve il team di ricerca spera di avviare la
sperimentazione umana, nella speranza che questi
risultati vengano confermati.
Frutta e
verdura antietà
Il cibo
spazzatura azzera già a 40 anni d'età il potenziale
di longevità delle cellule, al contrario la dieta
mediterranea lo mantiene al 40% in soggetti di pari
età. Riducendo poi del 30% le calorie ingerite
giornalmente si può migliorare questo risultato e
vivere più sani e più a lungo. A dimostrare questi
dati è il lavoro del team coordinato dal diabetologo
Camillo Ricordi a Miami e gli studi di Luigi
Fontana, direttore del reparto nutrizione e
invecchiamento dell'Istituto superiore di sanità e
ricercatore all'università americana di St. Louis.
Una dieta alimentare errata influenza le risposte
infiammatorie dell'organismo, a livello cellulare
provoca l'accorciamento dei telomeri perché impiega
un maggiore utilizzo dei processi riparativi. Al
contrario la dieta mediterranea sarebbe
anti-infiammatoria e di conseguenza
anti-invecchiamento.
Prevenire
l’ictus? Con l’olio d’oliva si può…
Elemento
principe della nostra dieta mediterranea, l’olio
extravergine d’oliva è già considerato da anni un
elemento fondamentale per la cura e la prevenzione
di diverse patologie. Ricco di composti fenolici (
antiossidanti con il ruolo di partecipare alla
prevenzione del rilascio dei radicali liberi) come
l’oleuropeina e l’acido caffeico, questo alimento
avrebbe effetti potenzialmente protettivi nelle
malattie cardiovascolari. Questo è quello che è emerso da un recente studio
effettuato dai ricercatori dell’università di
Bordeaux che hanno seguito 7.625 soggetti di età
compresa tra i 65 anni senza alcuna storia di ictus.
I partecipanti sono stati classificati in tre gruppi
in base al consumo di olio d’oliva: “nessun uso”,
“uso moderato” (olio d’oliva utilizzato o in cucina
o come condimento) ed “uso intensivo” (olio d’oliva
utilizzato sia per cucinare che come condimento).
Durante la ricerca sono stati anche misurati i
livelli di acido oleico ( il costituente più
abbondante nella maggioranza degli oli vegetali )
nel plasma sanguigno mostrando una stretta
correlazione tra livelli più elevati di questa
molecola ed una riduzione dell’ incidenza della
patologia. Concluso lo studio, i ricercatori hanno
riferito che le persone appartenenti al gruppo che
usava regolarmente l’olio d’oliva avevano una
riduzione del 73% del rischio di ictus rispetto ai
soggetti che non lo includevano nella loro dieta.
Ricordando le altre proprietà già conosciute
dell’olio (nutritive, antitumorali e
antinvecchiamento) ci rendiamo subito conto di come
questo alimento così genuino ed indispensabile per
mantenere il corpo in piena forma ed efficienza a
qualsiasi età, non debba mai mancare sulle nostre
tavole. Il noto filosofo Ludwig Feuerbach scriveva:
“noi siamo ciò che mangiamo”.
“Muoversi”
in modo sano: come ridurre i danni muscolari
Per voi che
vi sottoponete ad un intenso esercizio fisico ecco
una valida soluzione per ridurre i danni muscolari.
Il coenzima Q10 (CoQ10) è una molecola organica
chiamata anche “ubichinone” per la sua distribuzione
ubiquitaria in tutto il nostro organismo. Coinvolto
nelle fasi aerobiche e nella produzione di energia,
il CoQ10 ha delle proprietà simili a quelle delle
vitamine ma essendo sintetizzato naturalmente dal
nostro corpo (la sua sintesi raggiunge i massimi livelli all’età di 20 anni e
comincia a diminuire dopo i 40) non è classificata
come tale. Uno studio pubblicato sulla rivista
European Journal of Nutrition ha dimostrato che
l’assunzione giornaliera di integratori di CoQ10
potrebbe contrastare l’aumento dello stress
ossidativo (condizione patologica causata dalla
rottura dell’equilibrio fisiologico tra la
produzione e l’eliminazione di specie chimiche
ossidanti, quali i radicali liberi) riducendone
dunque i conseguenti danni muscolari. Lo studio è
stato effettuato su due gruppi di corridori, formati
da 10 persone ciascuno: un gruppo ha ricevuto una
capsula da 30 mg di CoQ10 due giorni prima della
prova, tre capsule da 30 mg di CoQ10 il giorno prima
e una capsula un’ora prima del test; l’altro gruppo
invece ha ricevuto placebo con la stessa modalità di
somministrazione. Il test consisteva nell’effettuare
una corsa di 50 km attraverso la strada più alta
d’Europa in Sierra Nevada. Il gruppo trattato con
placebo ha mostrato un aumento del 100% dei livelli
di 8-OHDG (indicatore del danno al DNA causato da
stress ossidativo) rispetto ad un incremento del
solo 37,5% in corridori trattati con gli integratori
di CoQ10. Altro dato interessante che è emerso da
questo studio è che i ricercatori hanno notato una
diminuzione dei livelli di creatinina (una molecola
prodotta dalla creatina, che viene utilizzata come
indicatore dell’attività renale e il cui alto
livello ne indica una possibile disfunzione) nelle
urine nel gruppo trattato con CoQ10 rispetto al
gruppo con placebo. Dati questi sorprendenti
risultati…perché non prevenire il danno muscolare?
La carne
dannosa per la prostata
Carne alla
brace o grigliata dannosa, soprattutto per gli
uomini. Il consumo eccessivo, infatti, favorirebbe
le forme aggressive di tumore alla prostata. Lo
indica uno studio americano, pubblicato su PLoS One,
e realizzato dal gruppo di ricerca diretto da Sanoj
Punnen con l'obiettivo di fare chiarezza
sull’argomento, dopo la pubblicazione di diverse
ricerche discordanti. La nuova sperimentazione è
stata condotta su circa mille uomini, 470 pazienti e
512 testimoni volontari. I dati hanno evidenziato
chiaramente che con una dieta molto ricca di carne
rossa il rischio aumenta. E il pericolo è
particolarmente elevato quando si preferisce la
cottura con brace o grill, soprattutto se bistecche
o hamburger sono ben cotti. Responsabili
dell'aumento del rischio, secondo i ricercatori, due
mutageni che si formano durante la cottura ad
elevate temperature, il MelQx e il DiMelQx.
Individuata
la proteina responsabile della diffusione delle
metastasi
La periostina è la
proteina indispensabile al tumore per sviluppare le
metastasi; è stata individuata dai ricercatori
svizzeri che hanno anche creato in laboratorio un
anticorpo capace di neutralizzarla. Forse in futuro
questo studio, recentemente pubblicato da
Nature,
potrebbe rivelarsi un importantissimo punto di
partenza per valutare una strategia terapeutica che
inibisca una parte degli effetti devastanti del
tumore; per il momento i ricercatori della Fondation
Isrec di Losanna ci tengono a mantenere una certa
cautela e a non alimentare falsi ottimismi. Tuttavia
gli scienziati sono autori di una scoperta
effettivamente molto significativa: nei laboratori
dell’istituto svizzero avrebbero individuato la
proteina indispensabile affinché nel corpo si
sviluppino le metastasi. Senza la periostina,
infatti, le cellule staminali del cancro, quelle che
diffondendosi nell’organismo originano le metastasi
molto spesso letali a causa delle complicazioni che
comportano, non trovano il «terreno fertile» per
proliferare. La periostina è naturalmente presente
nell’uomo: fondamentale per lo sviluppo fetale,
resta attiva in età adulta in alcune aree
determinate quali ghiandole mammarie o ossa. I
ricercatori, che hanno concentrato le proprie
osservazioni proprio sulle metastasi ponendo in
secondo piano il tumore da cui vengono originate,
hanno isolato la proteina scoprendo che in sua
assenza le cellule staminali che sviluppano la
metastasi restano inattive nella propria «nicchia».
Gli studiosi hanno anche creato in laboratorio un
anticorpo capace di neutralizzare i danni causati
della periostina: aderendo alla proteina la rende
non più operativa, distruggendo l’ambiente ideale
per le formazioni neoplastiche secondarie. Nel corso
di questi esperimenti, minimi effetti collaterali si
sono manifestati sui topolini: cionondimeno gli
scienziati sono molto prudenti sulla possibilità di
creare un anticorpo che sia ugualmente efficace per
gli esseri umani. Ma riuscire nell’impresa sarebbe
una vera svolta nella lotta contro questo terribile
male.
Scoperti
geni ripara-nervi
I biologi dell'University of California a San Diego
hanno identificato più di 70 geni chiave per la
rigenerazione dei nervi dopo una lesione. Lo studio,
pubblicato su 'Neuron', apre la strada allo sviluppo
di nuove terapie per riparare lesioni al midollo
spinale e altri danni come quelli conseguenti a un
ictus. In due anni di indagini, gli scienziati
diretti da Andrew Chisholm hanno passato al setaccio
654 geni sospettati di essere coinvolti nella
regolazione della crescita degli assoni, i filamenti
delle cellule nervose che trasmettono gli impulsi
elettrici agli altri neuroni. In questo modo sono
stati identificati 70 geni che promuovono la
crescita degli assoni dopo la lesione, più altri sei
che bloccano questo processo. "Non sappiamo molto su
come gli assoni ricrescono dopo che sono stati
danneggiati - spiega Chisholm - quando hai una
lesione al midollo spinale o un ictus, si causano
moltissimi danni agli assoni. Il problema è che il
processo di rigenerazione nel cervello e nel midollo
spinale è inefficiente". Insieme ai colleghi
dell'Università dell'Oregon, il team ha indagato sul
ruolo di centinaia di geni 'nel mirino'. E
sottolineano l'importanza dei sei 'tasselli' del Dna
che sembrano bloccare la crescita degli assoni. "La
scoperta di questi inibitori è probabilmente la
scoperta più eccitante", sottolinea Chisholm.
Identificando ed eliminando i fattori che inibiscono
la ricrescita degli assoni, si potrebbe attivare il
processo di riparazione delle lesioni nervose.
Cuore, ecco
come tenerlo in salute
Bastano 4 mosse: alimentazione corretta, niente
fumo, movimento e un controllo periodico. Sono pochi
ma fondamentali gli accorgimenti da adottare per
mantenere il proprio cuore in salute. Le buone
abitudini quotidiane passano da un stile di vita
sano e attento. Parliamo di accorgimenti molto
semplici che valgono per tutti: innanzitutto non
fumare perché il fumo ostruisce i vasi sanguigni e
questo può favorire l'insorgere di problemi alla
circolazione; in secondo luogo è necessario svolgere
una moderata ma costante attività fisica, meglio
attività aerobica, ovvero di resistenza, che
determina un aumento di volume delle cavità
cardiache. Non certo ultima, una sana
alimentazione. Il regime alimentare influisce sullo
stato di salute del cuore: le buone abitudini a
tavola sono un'arma comune contro tutte le patologie
cardiovascolari. Quindi una dieta diversificata e
ricca di frutta e verdura. Un controllo periodico è
indispensabile, in particolare dopo i 30 anni. Il
check-up cardiologico permette di prevenire malattie
cardiovascolari molto diffuse e importanti come
l'ipertensione, l'infarto e l'ictus. Parliamo di un
check-up che richiede un paio d'ore e consente una
valutazione molto precisa dell'anatomia del cuore,
dell'aorta e dei vasi carotidei che portano il
sangue al cervello, permettendo una valutazione
funzionale di questi preziosi organi ed è in grado
di determinare con notevole precisione lo stato di
salute dell'individuo e qualora si evidenziassero
anomalie, indica quale indirizzo intraprendere per
prevenire un'evoluzione.
Bimbi e
troppa tv: rischio diabete
I bambini con diabete di tipo I che trascorrono
molte ore di fronte alla tv ogni giorno potrebbero
avere maggiori livelli di zucchero nel sangue. I
ricercatori tedeschi della
Charite-Universitatsmedizin Berlin hanno coinvolto
nello studio 296 soggetti fra ragazzi, bambini e
giovani adulti, con diabete di tipo I. I pazienti
che trascorrevano 4 o più ore al giorno davanti alla
tv o al computer avevano più alti livelli di
emoglobina A1C, un fattore che rende conto del
livello di controllo dello zucchero nel sangue
fornendo un'indicazione generale relativa agli
ultimi mesi. In media, l'emoglobina A1C di quest'ultimo
gruppo risultava del 9,3 per cento, contro circa
l'8,5 per cento tra i coetanei che trascorrevano
meno tempo davanti a uno schermo. Gli esperti
raccomandano agli adulti di mantenere i loro livelli
di A1C al di sotto del 7 per cento, mentre i livelli
nei bambini e gli adolescenti possono arrivare fino
all'8,5 per cento, a seconda dell'età. Tenere a bada
il livello di zuccheri nel sangue contribuisce a
contenere il rischio di complicanze a lungo termine
del diabete, complicanze che vanno da malattie
cardiache e renali ai danni alla vista. Il motivo
per cui il tempo passato davanti allo schermo è
collegato con l'alto livello dello zucchero nel
sangue non è però ancora chiaro. "Forse i bambini
che trascorrono più tempo davanti alla tv o al
computer fanno spuntini più spesso. Così la glicemia
è più difficile da tenere sotto controllo, rispetto
a quando si ha un'alimentazione più regolare", ha
spiegato Angela Galler, che ha condotto lo studio
pubblicato sulla rivista Diabetes Care. La American
Academy of Pediatrics raccomanda che bambini e
adolescenti trascorrano non più di 2 ore al giorno
davanti alla tv o al computer.
Le patate
abbassano la pressione
Le patate, da sempre considerate un cibo che fa
ingrassare e quindi viste di cattivo occhio dai
salutisti, potrebbero presto essere riabilitate.
Secondo una nuova ricerca, infatti, ridurrebbero la
pressione sanguigna come la farina d'avena e senza
far prendere peso. Attenzione, però, perché gli
scienziati hanno valutato gli effetti delle patate
cotte senza olio in un forno a microonde, escludendo
quindi le patatine fritte. I ricercatori hanno
presentato i risultati dello studio condotto su un
gruppo di volontari in sovrappeso e ipertesi durante
il 242esimo National Meeting & Exposition della
American Chemical Society. "La patata, forse più di
qualsiasi altro ortaggio, ha una cattiva reputazione
immeritata che ha portato i più attenti alla salute
a escluderla dalla loro dieta", ha dichiarato Joe
Vinson della University of Scranton, in
Pennsylvania, che ha guidato la ricerca. "In realtà,
se preparata senza friggerla e servita senza burro o
margarina, una patata - ha aggiunto - ha solo 110
calorie e decine fra sostanze fitochimiche salutari
e vitamine". Alcuni studi avevano in precedenza
identificato nelle patate alcune sostanze con
effetti simili a quelli dei ben noti farmaci
ACE-inibitore, ampiamente usati per contrastare
l'ipertensione. Le alte temperature di cottura a cui
si va incontro durante la frittura sembrano però
distruggere la maggior parte di queste sostanze
salutari contenute nella patata, lasciando
soprattutto amido e grassi. Le patate impiegate
nella ricerca sono state cotte semplicemente con un
forno a microonde, che sembra essere il modo
migliore per preservare i nutrienti di questo
alimento.
Gli anziani
e il fitness della memoria
Un nuovo studio della University of California di
Los Angeles (Ucla) ha dimostrato che un programma di
fitness della memoria esercitato su persone anche
molto anziane ha contribuito a migliorare la loro
capacità di riconoscere e ricordare le parole,
aiutando così a fornire una migliore stima di sè,
elemento centrale nella qualità della vita. Lo
riporta il nuovo numero del Journal of Geriatric
Psychiatry. "E' stato emozionante vedere gli anziani
partecipare a un programma di fitness di memoria e
migliorare con risultati così importanti", ha detto
Karen Miller, docente al Semel Institute for
Neuroscience and Human Behavior della Ucla. Lo
studio dimostra che non è mai troppo tardi per
imparare nuove competenze per migliorare la propria
vita. Certo con l'invecchiamento ci vuole più tempo
per apprendere nuove informazioni, inclusi nomi,
date, la posizione degli oggetti domestici, riunioni
o appuntamenti ma lo stile di vita e i fattori
ambientali possono svolgere un ruolo decisivo nel
declino cognitivo.
Senza sonno
danni per la memoria
Perdere troppe ore di sonno provoca danni alla
memoria e alla capacità di apprendimento. La
scoperta comunicata a Firenze, nell'ambito del
congresso mondiale sulle neuroscienze da Peter
Meerlo, dell'Università di Groningen che ha
presentato una recente scoperta su come la
privazione da sonno colpisce l'apprendimento e la
memoria spaziali nel tempo. La perdita di sonno
colpisce in particolare una zona del cervello
chiamata ippocampo, che è particolarmente importante
per la memorizzazione di luoghi e posizioni.
"Adattare costantemente i ricordi alle mutevoli
condizioni è essenziale per gestire le variazioni
regolari di un ambiente, come ad esempio il tragitto
da un nuovo posto di lavoro a casa", ha spiegato il
dottor Meerlo. Il team ha stabilito che il cervello
può temporaneamente compensare gli effetti da
perdita del sonno modificando i meccanismi di
apprendimento alternativi in altre aree. "I nostri
risultati confermano che la privazione del sonno
colpisce l'ippocampo e l'apprendimento spaziale - ha
detto Meerlo - ma ancora non capiamo perché alcune
aree del cervello sono più sensibili alla perdita
del sonno rispetto ad altre. Il nostro studio ha
dimostrato però che non c'è bisogno di perdere
troppo sonno per diminuire la memoria. Se avviene
nella fase del consolidamento, una perdita di sonno,
seppur breve, potrebbe essere sufficiente a causare
dei deficit abbastanza seri".
Rischio gestosi in gravidanza
La preeclampsia, comunemente
nota come gestosi, è una sindrome che puo’
presentarsi durante una gravidanza, in cui si
manifestano uno o piu’ sintomi fra edema,
proteinuria e ipertensione. L’incidenza viene
stimata tra il 3% ed il 13% nelle prime gravide,
mentre aumenta il rischio di una manifestazione
nelle gravidanze successive alla prima. Le cause di
tale complicazione sono varie:
* età sopra i 35 anni, ne aumenta il rischio di 3
volte * background familiare
* diabete
* malattie immunologiche
* cattiva placentazione
* ipertensione
* gemellarità
* malattie renali
Un recente studio pubblicato sul British Medical
Journal (Maggio 2011) ha evidenziato come fattori
legati alla dieta, possano modificare l’incidenza di
tale patologia. Nello specifico 672 donne sono state
divise in 3 gruppi: * al gruppo 1 è stato dato un
integratore multivitaminico (Vit. C, E, B6, B12) *
al gruppo 2 è stato dato un integratore di
l-arginina insieme al multivitaminico * al terzo
gruppo è stato dato un placebo (ovvero, al loro
insaputa è stato dato un integratore che non
conteneva in realtà nulla). I dati raccolti sono
stati incoraggianti, mentre il 30% delle donne che
avevano preso il placebo aveva manifestato sintomi
di preeclampsia, il gruppo che si era sottoposta al
mix di L-arginina e vitamine, aveva avuto solo il
13% di incidenza; il terzo gruppo che aveva a cui
era stato dato solo il multivitaminico si era
attestato intorno al 23% (dato poco significativo).
Naturalmente è ancora prematuro cantare vittoria, ma
l’integrazione nutrizionale continua a guadagnare
strada, nella prevenzione di innumerevoli patologie.
Il filosofo Ludwig Feuerbach scriveva che “noi siamo
ciò che mangiamo”. Cefalee, le donne ne soffrono tre
volte più degli uomini
Come riconoscere i sintomi:
Chi di noi nella vita non ha mai sofferto di mal di
testa? Oggi sono piu’ di 6 milioni le persone a
soffrirne e purtroppo i dati confermano un costante
incremento nella casistica. I soggetti maggiormente
colpiti fra i 2 sessi, sono le donne con
un’incidenza ben 3 volte superiore a quella
dell’uomo (in particolare per l’emicranie senza
aura).
Il mal di testa o con maggiore correttezza la
cefalea, comprende piu’ di 200 disturbi diversi, ma
oggi ci occuperemo di quelli maggiormente diffusi
che coprono oltre il 70% dei casi, l’emicrania con e
senza aura e le cefalee muscolo tensive (il classico
mal di testa a cui molti si riferiscono) e le
cefalee a grappolo.
Le cause a tutt’oggi non sono del tutto chiare, ma
vari studi hanno evidenziato come, mentre numerosi
fattori come alimentazione, stile di vita, postura
etc.. possano essere delle concause, altri sono dei
veri e propri fattori scatenanti come:
- reazioni allergiche
- luci e rumori intensi
- disturbi nel sonno
- fumo
- alcool
- ciclo mestruale
- alimentazione (ricca in tiamina)
- uso prolungato di computer o televisione
Sfortunatamente la medicina in questo campo non
agisce curando la patologia, ma solamente alleviando
quelli che sono i sintomi o aiutando a ridurre la
frequenza degli attacchi; in alcuni casi, può
verificarsi un effetto opposto, infatti un uso
scorretto e frequente di antinfiammatori non
steroidei (FANS) o triptani, può anch’esso portare
all’insorgere di un tipo di cefalea soprannominata
di rimbalzo. Prima di parlare di alimentazione è
bene saper riconoscere un attacco prima che questo
si scateni, in modo da poter intervenire il prima
possibile.
Vediamone insieme i sintomi:
Emicrania senza aura
sonnolenza, irritabilità, depressione, sete, aumento
della voglia di dolci
Emicrania con aura
disturbi visivi, formicolii a braccio o viso,
disturbi nella parola cioè difficoltà a trovare i
vocaboli giusti
Cefalea muscolo tensiva
Un dolore sordo ed intenso, una sensazione di
pressione sulla fronte, sui lati e sul retro della
testa, aumento della dolorabilità in corrispondenza
del cuoio capelluto, del collo e dei muscoli delle
spalle, talvolta perdita d’appetito
Cefalea a grappolo
Dolore intensissimo simile ad una trafittura
localizzato ad un solo lato della testa, bruciori
dell'occhio e intensa lacrimazione con congestione
delle mucose oculari e della palpebra, eccessiva
secrezione nasale e gocciolamento, anomalo afflusso
di sangue alla testa, contrazione della pupilla,
sudorazione copiosa, nausea e vomito, insofferenza a
luce e suoni. Saper identificare i sintomi in tempo,
ci può permettere di intervenire tempestivamente,
aumentando di molto la probabilità di successo del
nostro intervento, e scongiurando così ore di
dolore.
Tumori neuroendocrini
La scienza fa progressi: terapie mirate e nuovi
farmaci per contrastarli all'IOM di Catania. Sono
poco conosciuti ma colpiscono 2500 persone l’anno in
Italia e la loro incidenza è in continua crescita.
Il dottor Dario Giuffrida, direttore del
dipartimento di Oncologia dell’Istituto Oncologico
del Mediterraneo di Viagrande, combatte la patologia
con la terapia a bersaglio molecolare e farmaci
chemioterapici mirati e più attivi. Se ne parla poco
perché sono rari anche se aggressivi e in crescita.
Sono i tumori neuroendocrini (NETS dall’inglese
“neuroendocrine tumors”) la cui incidenza negli
ultimi dieci anni è cresciuta del 2%, con una media
di 8-10 casi ogni 100mila abitanti, che tradotto
significa 2500 nuovi malati all’anno in Italia.
Colpiscono gli uomini e le donne e aggrediscono sia
adulti che bambini, benché siano più numerosi nella
fascia d’età tra i 50 e i 60 anni. “Si tratta di
carcinomi le cui cellule hanno caratteristiche
comuni alle cellule nervose ed endocrine – spiega il
dottor Dario Giuffrida, direttore del dipartimento
di Oncologia dell’Istituto oncologico del
Mediterraneo di Viagrande, a pochi chilometri da
Catania - e sono in grado di produrre sostanze di
tipo ormonale o simil-ormonale che possono
manifestare sindromi specifiche. Nel 70% sono più
diffusi quelli gastro-entero-pancreatici e toracici,
ma possono interessare ogni organo e tessuto. Un
tempo appartenevano alla categoria dei tumori rari
per la loro bassa frequenza ma negli ultimi dieci
anni l’incidenza è aumentata notevolmente rispetto
ad altri tipi di tumore (mammella, polmone, colon)”.
È ancora molto difficile riconoscere un malato con
tumore neuroendocrino, perché è un carcinoma silente
per anni, che cresce lentamente e spesso diventa
metastatico prima di essere sintomatico. “I sintomi
con cui questi tumori si presentano sono spesso
aspecifici – commenta il dottor Giuffrida - e ciò
può condizionare nel 60-65% dei casi un ritardo
nella diagnosi. Circa il 35-40% di questi tumori
manifestano una sintomatologia abbastanza specifica
ma difficile da interpretare, che può essere data da
diarrea, arrossamenti cutanei (flushes) al volto, al
collo e alla parte anteriore del torace,
accompagnati da tachicardia, vomito e dolori
addominali. Quando si presentano questi sintomi e la
diagnostica comune non riesce a mettere in evidenza
o a chiarire il quadro clinico, alla base ci
potrebbe essere un tumore neuroendocrino”.
L'aumento del numero di casi diagnosticati osservato
negli ultimi anni rende ragione di una maggiore
attenzione verso questa particolare patologia, la
cui causa è ancora sconosciuta, grazie al ricorso a
nuove tecniche di laboratorio, nonché all'uso di
molecole con un impatto favorevole sulla malattia.
“Il 70% di questi tumori ben differenziati possono
trarre giovamento anche in termini di riduzione di
massa dagli analoghi della somatostatina. In questi
anni oltre alla chemioterapia che viene riservata
alle forme scarsamente differenziate o in
progressione avanzata, un altro approccio
terapeutico è quello delle terapie a bersaglio
molecolare che stanno dando ottimi risultati. La
chemioterapia si basa sulla morte della cellula e
quindi blocca quelli che possono essere i sistemi
di controllo del Dna. Però il suo limite è l’aspecificità,
ovvero colpisce tutte le cellule che si riproducono
velocemente, sia neoplastiche, sia sane. La terapia
a bersaglio molecolare invece è mirata. Ciò
significa che il suo meccanismo d’azione è specifico
solo per il bersaglio contro cui è diretta e che è
presente soltanto nelle cellule tumorali. Il
bersaglio può essere un recettore presente sulla
superficie o all’interno della cellula neoplastica:
in entrambi i casi si tratta
di componenti indispensabili per la crescita della
cellula, che sono bloccati e non possono più
svolgere la loro azione”. Quindi la grande sfida per
questi pazienti è rappresentata dai nuovi
trattamenti. Oggi sono disponibili strategie
terapeutiche che permettono, se gestite in maniera
adeguata e con un approccio integrato, di assicurare
al malato una lunga sopravvivenza e una buona
qualità di vita. Questa particolare tipologia di
tumore necessita della messa a punto di sostante
specificamente efficaci contro la sua composizione
genetica. “Tra i farmaci chemioterapici più attivi
ricordiamo la streptozotocina, la dacarbazina, la
temozolamide e i derivati del platino. Lo sviluppo
di farmaci che hanno meccanismi d’azione molto più
selezionati può permettere un’efficacia maggiore e
una riduzione della tossicità, tenendo conto che
potrebbe essere utile arrivare all’utilizzo di
farmaci sulla base di prove di vitalità o di
mortalità indotte sulle cellule tumorali. Si
potrebbe arrivare a terapie mirate per singolo
tumore ma anche per singolo paziente”. Centro
oncologico specializzato e punto di riferimento per
la Sicilia è l’Istituto Oncologico del
Mediterraneo-U.O. Oncologia Medica, conosciuto anche
come IOM, che riesce a conciliare eccellenze
scientifiche, diagnostiche e terapeutiche con il
rispetto del malato e della sua patologia.
“L'Istituto Oncologico del Mediterraneo – aggiunge
il dottor Giuffrida - fornisce prestazioni
diagnostiche e terapeutiche quali diagnostica per
immagini, ecografia, endoscopia urologica e
digestiva, fisiopatologia respiratoria, anatomia e
istologia patologica. Il dipartimento oncologico è
organizzato con un attrezzato dipartimento
chirurgico e a parte l’attività ambulatoriale di Day
Hospital dispone di un reparto di cure palliative
per seguire il paziente dalla diagnosi ai momenti
finali. Oltre allo IOM, che si occupa di clinica,
c’è IOM-Ricerca, istituto di ricerca indipendente
deputato esclusivamente alla ricerca clinica e in
vitro”.
Evviva il cioccolato
Una ricerca lo promuove a pieni voti: "Fa bene: è
uno scudo per il cuore". E' ufficiale: il cioccolato
e' uno 'scudo' per il cuore. Fondente o al latte,
solido o liquido, in barretta o sotto forma di
biscotto, ogni versione dell'alimento piu' amato dai
golosi promette di ridurre di un terzo il rischio di
infarto e ictus. Non si illuda, pero', chi pensa di
avere un alibi per abbuffarsi: l'effetto protettivo
si ottiene con soli 7,5 grammi al giorno, piu' o
meno l'equivalente di un cioccolatino. A promuovere
il cioccolato e' una metanalisi presentata a Parigi,
al congresso della Societa' europea di cardiologia (Esc).
La ricerca, coordinata da Oscar Franco dell'universita'
di Cambridge in Gb, e' pubblicata oggi sull'edizione
online del 'British Medical Journal'. Le virtu' del
cioccolato non sono certo nuove. Si sa che ha poteri
antiossidanti e antinfiammatori, che riduce la
pressione arteriosa e tiene lontana la resistenza
insulinica, anticamera del diabete. Ora pero' il
team britannico ha passato in rassegna i principali
studi condotti sul tema. Sono stati esaminati 7
lavori, per un totale di oltre 100 mila persone
coinvolte, sia sane che cardiopatiche. Per ogni
studio, Franco e colleghi hanno confrontato tra loro
i gruppi che consumavano le quantita' piu' alte e
piu' basse di cioccolato. In 5 studi e' stato
dimostrato che chi mangiava piu' cioccolato aveva un
rischio cardiovascolare inferiore. Complessivamente, al netto di possibili fattori confondenti, la
probabilita' di attacchi cardiaci diminuiva del 37%
e il pericolo di ictus del 29%. Nessuna associazione
positiva e' stata invece riscontrata fra consumo di
cioccolato e prevenzione dello scompenso cardiaco.
Gli autori insistono sulla necessita' di ulteriori
studi che possano verificare se e' davvero il
cioccolato il responsabile di questi benefici,
oppure esistono elementi non ancora identificati in
grado di spiegare altrimenti il suo apparente
effetto-scudo. Non solo. I ricercatori invitano
anche a fare attenzione alle calorie: le diverse
'varianti' di cioccolato in commercio regalano circa
500 calorie ogni 100 grammi, quindi esagerare
significa perdere ogni possibile vantaggio sotto i
colpi di chili di troppo, diabete e cardiopatie. Da
qui l'appello degli scienziati al mondo
dell'industria: ''Bisogna trovare il modo di ridurre
l'apporto di grassi e zuccheri fornito dai prodotti
a base di cioccolato oggi sul mercato''.
Allergia: il killer è in tavola
Crostacei, vini, frutta, semi. Ma anche uova e
latte. Per due milioni di italiani possono essere
alimenti molto pericolosi. Per la prima volta un
rapporto fotografa un problema in crescita.
Diciassette milioni in tutta Europa, un milione e
mezzo dei quali tra gli adulti e 570 mila tra i
bambini solo in Italia, con ricoveri, consumo di
farmaci, diagnosi, giornate di scuola e lavoro perse
in crescita costante. Stiamo parlando delle allergie
alimentari, e non solo dai sintomi lievi, come i
pruriti o le riniti: sono in aumento anche i casi
che finiscono al Pronto soccorso per reazioni
anafilattiche gravi. E ogni anno non meno di 40
persone muoiono per aver mangiato involontariamente
l'alimento sbagliato, talvolta anche dopo aver preso
tutte le precauzioni possibili. A stimare per la
prima volta in maniera sistematica le allergie
alimentari è stata l'Aaito (Associazione allergologi
italiani territoriali e ospedalieri) che ha
pubblicato lo studio sul "Clinical and Experimental
Allergy". Gli specialisti hanno analizzato la storia
clinica di 25 mila adulti che si erano rivolti al
medico pensando di avere un'allergia, e hanno
scoperto che più di mille di loro (ossia il 4 per
mille della popolazione indagata) avevano
un'allergia alimentare. Ma i ricercatori sono andati
oltre, allargando il campione sotto esame e
concludendo che circa tre italiani su cento sono
effettivamente allergici a un alimento. Non solo: a
colpire duro sono poi le allergie combinate
cibi-polline, causate da proteine presenti in
pollini e da alimenti vegetali. Spiega Riccardo
Asero, allergologo della Clinica San Carlo di
Paderno Dugnano (Milano), coordinatore dello studio
Aaito: "Moltissime persone pensano di essere
allergiche perché hanno disturbi che invece con le
allergie non hanno nulla a che vedere, come la
sindrome del colon irritabile o le orticarie
ricorrenti; in realtà alcuni studi hanno dimostrato
che meno del 20 per cento di coloro che ritengono di
essere allergici lo è veramente". Ma le allergie
sono molte e non vanno confuse né tra di loro né con
le intolleranze, e neppure con le sindromi
autoimmuni come la celiachia: fenomeni totalmente
diversi dal punto di vista biologico e quindi anche
terapeutico. Per aiutare medici e pazienti, poche
settimane fa il National Institute of Allergy and
Infectious Disease statunitense ha pubblicato un
voluminoso corpus di nuove linee guida, che
dovrebbero permettere di non fare più confusione
tanto nella diagnosi quanto nella terapia e negli
interventi in caso di emergenza. Un documento molto
atteso, come aveva dimostrato, tra gli altri, una
grande revisione sistematica pubblicata qualche mese
prima su "Jama" dai ricercatori dell'Università di
Stanford che, analizzando migliaia di studi
pubblicati tra il 1988 e il 2009, avevano denunciato
un vero e proprio ginepraio di definizioni, test
diagnostici, consigli, sintomi, rimedi . Tanto da
spingerli a lanciare un appello affinché, per il
bene dei pazienti, si facesse un po' di chiarezza.
Cancro, la speranza è toscana
Il centro oncologico di Siena ha elaborato una nuova
terapia contro i melanomi basata sul potenziamento
del sistema immunitario. Funziona: e ora tutto il
mondo guarda a questo esperimento. Michele Maino
(primo a sinistra) e il suo staffGiocava a basket a
livello professionale Letterio Visigalli, due metri
di altezza per 110 chilogrammi di muscoli, e aveva
disputato oltre 400 partite in serie A, molte delle
quali a Siena, nella Men Sana. Aveva smesso da poco
l'attività professionale quando, nel 2004, decise di
togliere un neo che aveva sempre avuto e che per
qualche motivo aveva iniziato a dargli fastidio: si
trattava di un melanoma, malattia che spesso
colpisce i giovani e che è pericolosamente senza
sintomi. Se si toglie quando è in fase iniziale, va
tutto bene. Sennò, è la peggiore delle prognosi.
Perché, almeno fino a oggi, chi non interveniva
molto in anticipo era spacciato. E Visigalli se l'è
vista brutta, quando, tre anni dopo l'intervento, è
spuntato su un fianco quello che somigliava a un
ematoma, e in realtà era una grande metastasi,
formatasi insieme ad altre nei linfonodi e nel
fegato, alcune delle quali di diversi centimetri. Ma
lui è uno sportivo: crede nel suo fisico e ha una
disciplina ferrea. "Ho pensato al ciclista Lance
Armstrong e non mi sono lasciato abbattere. Nel
mondo si stavano provando nuove terapie e nella mia
città era arrivato Michele Maio, esperto di
melanoma. Gli ho parlato". E Maio era la persona
giusta. Ma, soprattutto, la circostanza favorevole è
stata di trovarsi a Siena dove c'è il primo e unico
centro italiano di Immunoterapia oncologica, presso
il Policlinico Le Scotte.
Il merito dell'intuizione geniale che ha portato
all'apertura del centro, a Siena se lo prendono in
molti: c'è di mezzo la virtuosa regione Toscana con
la sua sanità d'eccellenza, il fatto che la ricerca
biomolecolare all'università è di grande prestigio,
che gli amministratori di Le Scotte cercavano una
punta di diamante (magari per far dimenticare
qualche scandalo). E poi c'è il fatto che il
direttore dell'Istituto Toscano dei Tumori è Lucio
Luzzatto, genetista e gloria della ricerca
oncologica richiamato in Italia dagli Usa dove hanno
da tempo capito che l'innovazione in oncologia si
ottiene coniugando ricerca di base e clinica. E
questa è, di fatto, la filosofia di Michele Maio.Sono spesso viste di cattivo occhio dai salutisti
perché fanno ingrassare. Le patate, da sempre
considerate un cibo che fa ingrassare e quindi viste
di cattivo occhio dai salutisti, potrebbero presto
essere riabilitate. Secondo una nuova ricerca,
infatti, ridurrebbero la pressione sanguigna come la
farina d'avena e senza far prendere peso.
Attenzione, però, perché gli scienziati hanno
valutato gli effetti delle patate cotte senza olio
in un forno a microonde, escludendo quindi le
patatine fritte. I ricercatori hanno presentato i
risultati dello studio condotto su un gruppo di
volontari in sovrappeso e ipertesi durante il
242esimo National Meeting & Exposition della
American Chemical Society. "La patata, forse più di
qualsiasi altro ortaggio, ha una cattiva reputazione
immeritata che ha portato i più attenti alla salute
a escluderla dalla loro dieta", ha dichiarato Joe
Vinson della University of Scranton, in
Pennsylvania, che ha guidato la ricerca. "In realtà,
se preparata senza friggerla e servita senza burro o
margarina, una patata - ha aggiunto - ha solo 110
calorie e decine fra sostanze fitochimiche salutari
e vitamine". Alcuni studi avevano in precedenza
identificato nelle patate alcune sostanze con
effetti simili a quelli dei ben noti farmaci
ACE-inibitore, ampiamente usati per contrastare
l'ipertensione. Le alte temperature di cottura a cui
si va incontro durante la frittura sembrano però
distruggere la maggior parte di queste sostanze
salutari contenute nella patata, lasciando
soprattutto amido e grassi. Le patate impiegate
nella ricerca sono state cotte semplicemente con un
forno a microonde, che sembra essere il modo
migliore per preservare i nutrienti di questo
alimento.
Cifoplastica: un metodo efficace per le fratture
vertebrali
Lo conferma una ricerca pubblicata sul Lancet
oncology: grazie ad una sonda collegata a un
palloncino si allevia il dolore,La qualità di vita
di un malato colpito da metastasi ossee è fortemente
compromessa per l’impossibilità di svolgere le
normali attività quotidiane che diventano titaniche
a causa del forte dolore, così come l’alterazione
del sonno e dell’appetito, oltre all’aumento del
bisogno di assumere farmaci antalgici. Un recente
studio pubblicato sull’ultimo numero di Lancet
oncology, mette in evidenza una tecnica veloce e
mininvasiva in grado di riparare le e di alleviare
il dolore di soggetti che presentano fratture ossee
causate da metastasi, tumori del sangue e
osteoporosi, migliorandone la mobilità e riducendo
la necessità di analgesici. «La cifoplastica - è una
metodica relativamente nuova, in uso da una decina
d’anni, che si è rivelata efficace e consiste, in
pratica, nell’introduzione nel corpo vertebrale di
una sonda collegata a un palloncino. Dopo aver
verificato la corretta posizione con la Tac, il
palloncino viene gonfiato con una apposita
apparecchiatura e in questo modo si ripristina
parzialmente l'altezza della vertebra schiacciata.
Infine attraverso la stessa sonda si inietta del
cemento che aumenta la resistenza e mantiene la
correzione ottenuta. Ora la cifoplastica si dimostra
una valida alternativa da proporre a tutti i
pazienti oncologici che hanno una sofferenza
spinale». Durante la sperimentazione 134 pazienti
oncologici sono stati sottoposti o alla nuova
tecnica (70 partecipanti) o a cure non chirurgiche
(64). Dopo un mese i malati appartenenti al primo
gruppo mostravano dei miglioramenti nella mobilità
della schiena e nella qualità di vita, mentre già
dopo una settimana dichiaravano di sentire alleviato
il proprio dolore. Inoltre, a fronte dei controlli
eseguiti un anno dopo, la cifoplastica sembra
limitare il rischio di nuove fratture. Si tratta
comunque di una metodica indicata solo in
determinati casi, riservata a chi soffre per
fratture recenti e in base a vari criteri valutati
dall’équipe che segue il paziente.
4 tazze di tè verde al giorno riducono il rischio di
incontinenza
Che il tè verde avesse tantissime proprietà
benefiche come gli antiossidanti, si sapeva di già,
ma c’è una buona novità. Un consumo regolare di tè
verde protegge la vescica delle donne dal rischio
cancro e dall’incontinenza nell’età avanzata e nella
mezza età. E’ la scoperta si uno studio pubblicato
sulla rivista scientifica “Neurourology and
Urodynamics” condotto da Andy Lee, un ricercatore
del Curtin Health Innovation Research Institute che
ha esaminato gli effetti della bevanda su un gruppo
di donne di età compresa tra i 40 a 75 anni di età.
del problema. “Una delle differenze importanti – ha
ricordato il ricercatore - è che il tè verde non è
fermentato a differenza di quello nero, non subisce
ossidazione durante la lavorazione e contiene molta
meno caffeina”. In attesa di estendere la ricerca
alla popolazione generale, i ricercatori ricordano i
numerosi studi a riprova del legame tra gli
antiossidanti presente nel tè verde e la protezione
della vescica. Per esempio, il potere che ha
l'epigallocatechina - sostanza naturale del tè - di
inibire la formazione di calcoli urinari, nella
riduzione dei tumori alla vescica e dello stress
ossidativo che collega alti livelli di glucosio con
la nefropatia diabetica.
Studio olandese. Caffè e sesso
aumentano il rischio aneurisma
Ma nella lista nera finiscono anche altre attività
quotidiane, come soffiarsi il naso e fare esercizio
fisico intenso. Una lista di otto insospettabili
cause in grado di aumentare temporaneamente il
rischio di rottura di un aneurisma cerebrale e di
subire un ictus è stata stilata da un team di
studiosi olandesi, guidati da Monique Vlak,
dell'University Medical Center di Utrecht. I
risultati di tale ricerca, pubblicati su «Stroke»,
non rivelano nulla di buono soprattutto per i patiti
del caffè e gli amanti appassionati. Tra le attività
considerate “a rischio” vi sono anche l’allenamento
molto intenso e il soffiarsi il naso in maniera
vigorosa. Ma vediamo la lista completa degli otto
fattori capaci di aumentare il rischio di aneurisma
intracranico, una fragilità nella parete di un vaso
sanguigno del cervello che spesso lo porta a
gonfiarsi come un palloncino, che, se si rompe, può
generare una emorragia subaracnoidea. Partendo dalla
causa più probabile, in percentuale, tali fattori
sono: bere caffè (10,6%), fare esercizio fisico in
modo intenso (7,9%), soffiarsi il naso (5,4%), avere
un rapporto sessuale (4,3%), difficoltà a evacuare
(3,6%), bere cola (3,5%), essere sorpresi per
qualcosa (2,7%), arrabbiarsi (1,3%). Sono tutte mine
vaganti, capaci di “indurre un aumento improvviso ma
breve della pressione sanguigna – spiega Vlak – cosa
che sembra una possibile causa comune per la rottura
di un aneurisma”. Un tale pericolo si rivela molto
alto subito dopo l’assunzione di alcol, ma, allo
stesso tempo, scende in maniera molto rapida.
“L'emorragia sub aracnoidea, causata dalla rottura
di un aneurisma intracranico, è un evento
devastante, che spesso colpisce giovani adulti -
prosegue Vlak - Questi fattori scatenanti che
abbiamo scoperto sono sovrapposti ad altri fattori
di rischio noti, tra cui essere donna, avere una
certa età e soffrire di ipertensione”. La
pericolosità di un tale evento è in un certo senso
acuita dal fatto che sono davvero molto pochi i
pazienti che presentano sintomi prima della rottura,
come vomito, problemi alla vista, perdita di
coscienza e mal di testa particolarmente gravi e
intensi. Con il crescente utilizzo di tecniche di
neuroimaging, però, sono stati individuati molti
aneurismi che altrimenti sarebbero sfuggiti ai
medici. Per giungere a tali risultati, il team
olandese ha sottoposto a 250 pazienti che avevano
subito un'emorragia subaracnoidea aneurismatica un
questionario per fotografare la possibile
esposizione a 30 potenziali fattori scatenanti, nel
periodo immediatamente precedente all'evento,
indagando, nello stesso tempo, su stile di vita e
abitudini di ognuno. Gli studiosi hanno quindi
valutato il rischio relativo, usando un metodo che
permette di capire se un evento specifico è stato
innescato da qualcosa che è accaduto poco prima. Una
volta venuta fuori la lista nera, però, si è
constatato che in essa vi sono alcune attività che
finora sono state quasi unanimemente riconosciute,
dalla comunità scientifica, come portatrici di
notevoli benefici per la salute umana. Che fare
quindi? Gli esperti non sconsigliano, nonostante
tutto, l'attività fisica, “a causa dei molteplici
benefici che apporta”, mentre suggeriscono ai
pazienti di ridurre il consumo di caffeina e
ricorrere a un trattamento anti-stitichezza, per
“ridurre il rischio di emorragia subaracnoidea -
conclude Vlak - Mentre i vantaggi della prescrizione
di farmaci antipertensivi in questi pazienti devono
ancora essere approfonditi”.
Colon irritabile? Sintomi azzerati grazie alla
meditazione
Nella psiche si cela il segreto per spegnere fastidi
gastrointestinali anche molto pesanti. Secondo uno
studio americano, presentato oggi alla Digestive
Disease Week in corso a Chicago (Usa), la
meditazione trascendentale e' davvero utile ai
pazienti con sindrome del colon irratabile, una
patologia gastrointestinale caratterizzata da dolore
addominale anche intenso. Secondo lo studio,
infatti, la meditazione si e' rivelata utile ben
quattro volte piu' della terapia di gruppo mirata,
per alleviare i sintomi della sindrome in un gruppo
di donne. I ricercatori del team di Susan Gaylord,
direttore del programma di medicina integrativa
dell'University of North Carolina, hanno deciso di
monitorare l'efficacia della meditazione
trascendentale, dopo che questo approccio si e'
rivelato utile contro altre patologie croniche, come
la fibromialgia e la depressione. ''La medicina
tradizionale non offre una cura per la sindrome del
colon irritabile. E oltre la meta' dei pazienti non
beneficia di miglioramenti con la terapia
tradizionale - nota Gaylord - Noi invece abbiamo
osservato dei miglioramenti dei sintomi davvero
significativi nei pazienti con problemi intestinali,
con riflessi anche sulla qualita' della vita, grazie
alla meditazione''. Oltretutto si tratta di un
metodo facile da apprendere e non costoso, nota la
studiosa, in grado di fornire ai pazienti gli
elementi utili da usare per il resto della vita. Lo
studio randomizzato e controllato ha coinvolto 75
pazienti - tutte donne - tra i 19 e i 71 anni, in
media di 42 anni. Le volontarie sono state divise in
due gruppi e hanno partecipato o a un corso di
meditazione trascendentale, o a un gruppo di
sostegno mirato a fornire un mutuo supporto per i
problemi legati alla sindrome dell'intestino
irritabile e a quelli della vita quotidiana. Il
corso prevedeva sessioni settimanali piu' una mezza
giornata di approfondimento per otto settimane. Nel
corso dello studio l'intensita' dei sintomi e la
convinzione delle pazienti nel seguire la terapia
assegnata e' stato monitorato regolarmente. Ebbene,
alla fine delle otto settimane di corso, affrontate
dai due gruppi di pazienti con uguale convinzione,
si e' visto che la gravita' dei sintomi della
sindrome del colon irritabile e' risultata ridursi
in modo sostanziale piu' nel gruppo che aveva
provato la meditazione trascendentale. Con una
riduzione nella gravita' dei fastidi pari al 38,2%
contro l'11,8% dell'altro gruppo. Non solo, le donne
che hanno meditato hanno anche riferito un
miglioramento nella qualita' della vita, dell'ansia
a livello di 'pancia' e dello stress psicologico a
tre mesi di distanza dalla fine del trattamento.
''Il nostro studio indica che la meditazione
trascendentale e' un metodo pratico, economico e
largamente applicabile per consentire ai pazienti
con sindrome del colon irritabile di migliorare la
loro condizione e guadagnare in benessere - spiega
il ricercatore Olafur Palsson - un sistema che
potrebbe essere appreso attraverso corsi mirati
senza la necessita' di seguire poi una terapia a
lungo termine''. Insomma, secondo il team si tratta
di un approccio che puo' aiutare i pazienti a
gestire in modo indipendente il proprio problema. Ma
se la meditazione si e' rivelata benefica, gli
scienziati ammettono che il perche' questo metodo
funzioni e' ancora da chiarire. Proprio per questo
motivo intendono pianificare ulteriori studi, per
comprendere in che modo meditare riesca ad alleviare
i fastidi del colon irritabile. ''La ricerca
continua a mostrarci quanto il legame tra corpo e
mente sia intricato - commenta Robynne Chutkan della
Georgetown University - e in che modo lavorino
insieme nei pazienti con problemi gastrointestinali.
Questo evidenzia quanto sia importante trattare il
paziente nella sua interezza, e non semplicemente la
malattia. L'esercizio fisico e la meditazione -
conclude - sono solo alcune delle molte tecniche
alternative che i medici possono proporre ai propri
pazienti per prevenire e controllare il dolore
legato alla sindrome''..
Diabete, dalle verdure a foglia verde un aiuto alla
prevenzione
Il problema della cottura delle verdure a foglia
verde è sempre stato al centro di numerose
polemiche. Se da un lato si consiglia di consumarle
crude o dopo una breve cottura possibilmente a
vapore, per lasciare il piu’ possibile inalterato il
contenuto vitaminico, dall’altro un recente studio
pubblicato nel British Medical Journal, ha
dimostrato come nei casi in cui la cottura deve
esserci, deve essere fatta seguendo alcune
indicazioni. In questo studio è stato osservato
come, l’inserimento nella dieta di circa 150 grammi
al giorno di verdure a foglia verde, riduceva del
14% il rischio di contrarre il diabete di tipo 2 (è
la forma più comune di diabete ed è caratterizzato
da disordini dell’azione e della secrezione
insulinica). Ma questa loro azione da cosa è dovuta?
Si pensa che l’alta concentrazione di magnesio
(responsabile del colore verde delle foglie)
all’interno di queste verdure, possa influenzare il
rilascio di insulina (ormone che regola i livelli di
zuccheri, nello specifico il glucosio, nel sangue).
Evidenze scientifiche dimostrano come i livelli medi
di magnesio nel plasma (componente del sangue) siano
piu’ bassi nei pazienti diabetici sia di tipo 1 sia
di tipo 2, a confronto con i soggetti sani. Nel
diabete di tipo 2, in particolare, si nota una
diminuzione dei livelli di magnesio intracellulare
nei globuli rossi, nella maggioranza dei casi. Il
tutto viene aiutato dall’alta concentrazione di
antiossidanti, ovvero molecole in grado di
combattere i radicali liberi, i quali vengono
prodotti in maggior misura nei casi di iperglicemia
(alti livelli di glucosio nel sangue) diabetica.
L’azione di questi radicali liberi, è alla base
delle problematiche cardiovascolari associate al
diabete.
Da non dimenticare inoltre la presenza di una buona
quantità di fibre, che aiutano a ridurre la quantità
di carboidrati disponibili alla digestione. Ma di
fibre alimentari e radicali liberi, e delle loro
molteplici azioni ne parleremo nei prossimi
articoli.Tornando all’argomento cottura citato
inizialmente, oltre alla cottura a vapore, anche
quella al microonde, riesce a conservare al meglio
la quantità di polifenoli (antiossidanti) presenti
nella verdura cotta.Al secondo posto come metodo di
cottura abbiamo la pentola a pressione, ed infine
la bollitura.
Il lavoro da scrivania aumenta
la probabilità di cancro al colon
Lo sostengono alcuni ricercatori australiani, che
sottolineano come l’attività fisica dopo il lavoro
non risolva il problema. La notizia è di quelle
allarmanti, e non farà certamente dormire sonni
tranquilli a chi, per lavoro è “costretto” a stare
seduto troppo tempo davanti a una scrivania. Secondo
alcuni ricercatori della University of Western
Australia, infatti, un lavoro eccessivamente
sedentario e per una durata di tempo abbastanza
protratta negli anni aumenta la possibilità di
sviluppare un cancro al colon. I dati, pubblicati
sull'«American Journal of Epidemiology», non
lasciano spazio a interpretazioni: il lavoro da
scrivania della durata di almeno 10 anni raddoppia
il rischio di sviluppare un tipo particolare di
cancro intestinale, quello al colon distale, e
aumenta del 44% il rischio di tumore al colon retto.
Altra tegola per questa tipologia di lavoratori è il
fatto che a nulla servirebbe l’attività fisica dopo
la normale giornata lavorativa. A livello
probabilistico, infatti, le cose non cambiano. I
ricercatori sono giunti a una tale conclusione dopo
aver coinvolto ben 2000 persone nel loro
esperimento, la metà delle quali affette da cancro
all’intestino, l’altra metà sane. A tutti i
partecipanti è stato sottoposto un questionario,
volto ad analizzare il loro stile di vita, il lavoro
svolto, l’alimentazione e i livelli di attività
fisica praticata. Ebbene, da tale analisi è venuto
fuori che la postura adottata dagli impiegati
d’ufficio è in larga parte la causa dell’alta
probabilità di sviluppare i due suddetti tipi di
tumore. Stare seduti per molto tempo nell’arco della
giornata, e in posizione immobile, fa sì che i
livelli di glicemia nel sangue si innalzino
maggiormente, provocando un parallelo squilibrio
della produzione di insulina, il che sarebbe in
buona parte legato allo sviluppo del cancro al
colon. Insomma, la vita sedentaria non paga, se è
vero che già un precedente studio aveva dimostrato
un aumento del 30% del rischio di tumore alla
prostata negli uomini che stanno seduti per molte
ore al giorno.
Le fibre alimentari, quando e come assumerle
Le fibre alimentari sono dei polisaccaridi vegetali,
che il nostro organismo non è in grado di digerire o
assorbire. Da un punto di vista nutrizionale non
hanno alcuna proprietà, ma nonostante questo sono
molto importanti per la salute umana. Esse sono
contenute in: frutta, verdura, cereali, noci e semi,
legumi. Una volta ingerite subiscono nel nostro
intestino un fenomeno chiamato fermentazione,
attuato dalla flora batterica e, il grado di
fermentazione dipende da come queste fibre vengono
assunte. Nel caso di un assunzione singola (solo
fibre) avremo una maggiore fermentazione rispetto ad
un assunzione insieme ad altri alimenti. Le fibre si
distinguono in solubili e insolubili, ma vediamone
le proprietà:
Insolubili
Hanno la capacità di inglobare una notevole quantità
di acqua, attribuendo a queste fibre di
regolarizzazione delle funzioni intestinali:
-
stipsi
* prevenzione della diverticolosi (patologia in
aumento negl’ultimi anni, a causa di cibi
raffinati sempre piu’ privi di fibre, prima si
consumavano molti piu’ alimenti integrali)
* riduzione del rischio di tumore al colon di
sicuro interesse lo è anche la funzione di
riduzione dell’utilizzo di calorie e grassi
presenti nei cibi.
Solubili
sono in grado di gelificare a contatto con l’acqua,
formando una massa gelatinosa che:
·
distende le pareti gastriche, favorendo il senso di
sazietà
* riduce l’assorbimento degli alimenti
* contribuiscono all’eliminazione del colesterolo
assunto
* abbassano la glicemia, a causa del rallentamento
dell’assorbimento dei carboidrati.
Ricordo che di conseguenza un’assunzione eccessiva
di fibre, può portare a fenomeni di malassorbimento.
Inoltre alcune patologie come il morbo di Crohn e il
colon irritabile, sono aggravate dall’assunzione
eccessiva di fibre. La dose consigliata totale
(solubili e insolubili) è di circa 25 grammi al
giorno, di facile assunzione tramite 500 grammi di
verdure e 200 grammi di frutta al giorno, in
aggiunta agli altri alimenti assunti durante la
giornata. E’ meglio modificare la propria dieta
piuttosto che ricorrere ad integratori alimentari di
fibre, che non fanno altro che tamponare il
problema, è la dieta giornaliera che in alcuni casi
deve essere corretta.
Otto ore di sonno? Addio
vecchie sane abitudini quotidiane
Ad affermarlo sono alcuni istituti prestigiosi di
ricerca che sfatano falsi miti come lavarsi spesso o
dormire almeno 8 ore al giorno. Abbandonate le
vecchie e sani abitudini inculcate a tutti noi da
nonni genitori e a nostra volta trasmesse ai nostri
figli: questi costumi ormai radicati nella condotta
delle nostre esistenze non sembrano essere così
utili alla nostra salute, anzi secondo alcune
recenti ricerche provocano più danno che altro. Come
lavarsi spesso: una doccia al giorno elimina è vero
le cellule morte, ma anche i nutrimenti della pelle.
Lavaggi troppo frequenti, lunghi e caldi, con
bagnoschiuma aggressivi, rischiano di eliminare
dalla pelle i suoi olii naturali e alterarne il ph.
Lavarsi tutti i giorni inoltre predispone
l'epidermide ad allergie da contatto e funghi che,
senza questa barriera, possono moltiplicarsi più
facilmente. Così come le famose otto ore di sonno
non sembrano essere sempre così salutari. Udite,
udite, un sonnellino di un quarto d'ora può essere
più riposante di un'ora di sonno notturno. Infatti
il fabbisogno di sonno è individuale e geneticamente
determinato o influenzato dal nostro orologio
biologico: dunque è opportuno dormire fin quando ci
sentiamo riposati, senza dare eccessiva importanza
alla quantità. Un altro mito che crolla è quello
secondo il quale sia necessario risciacquare per
bene i denti dopo averli lavati. Quest'abitudine
porta via dalla bocca il fluoruro lasciato dal
dentifricio che invece proteggerebbe di più i denti,
assicurandoci qualche ora in più di pulizia in
bocca. E soprattutto, mai lavarsi i denti subito
dopo aver mangiato: se lo si fa subito, si rischia
di lavare via anche lo smalto, temporaneamente reso
più fragile dagli acidi dei cibi. Per quanto
riguarda la necessità di scaricare la mente,
cercando un po’ relax dopo una giornata di lavoro,
sembra che sia da evitare l’agognato e classico
stravaccarsi sul divano per guardare la tv.
L'ideale, dopo cena è invece fare una passeggiata di
venti minuti: in questo modo qualunque cibo viene
digerito e assimilato meglio, con immediati benefici
per sonno e linea. Una breve passeggiata sembra
essere più che sufficiente.
Scienziati italiani e americani scoprono un gene
causa della Sla
La scoperta, che sarà presentata in anteprima
durante il Congresso mondiale sulla Sla, si deve a
quattro centri, tre dei quali italiani. Nuova grande
scoperta frutto in buona parte dell’instancabile
lavoro di cervelli italiani. E' stato identificato
per la prima volta un nuovo gene che causa la Sla,
grazie ad uno studio prevalentemente italiano,
finanziato, tra gli altri, dalla Federazione
italiana giuoco calcio, in prima linea nella lotta a
questa malattia, che, difatti, viene chiamata anche
la malattia degli sportivi. La scoperta del ruolo
del gene, chiamato VCP (Valosin Containing Protein)
e situato nel Cromosoma 9, è stata pubblicata sulla
prestigiosa rivista «Neuron» e sarà presentata in
anteprima in questi giorni durante il Congresso
mondiale sulla Sla, che si tiene ad Orlando (Usa).
Autori del lavoro, sostenuto anche dalla Fondazione
Vialli e Mauro e dal Ministero della Salute, quattro
centri, tre dei quali italiani: il Centro Sla del
Dipartimento di Neuroscienze dell'università di
Torino e dell'ospedale Molinette di Torino
(coordinato dal professor Adriano Chiò), il
Laboratorio di Neurogenetica dell'NIH di Betheda -
USA (coordinato dal professor Bryan Traynor), il
Centro Sla dell'ospedale universitario di Modena
(coordinato dalla dottoressa Jessica Mandrioli) e il
laboratorio di genetica molecolare dell'azienda
ospedaliera Oirm Sant'Anna (diretto dalla dottoressa
Gabriella Restagno). A dare le prime informazioni
“tecniche” sulla scoperta una nota dell’ospedale
Molinette di Torino. La scoperta è stata resa
possibile dall’uso della nuova tecnica degli esomi,
utilizzata per la prima volta negli studi sulla Sla,
grazie alla quale è possibile sequenziale tutta
quella parte del DNA che codifica per le proteine.
Il gene identificato era già noto come causa di
un'altra malattia neurologica (la demenza
frontotemporale associata a miosite a corpi inclusi
e malattia di Paget), ma soprattutto, oltre ad
essere la causa del Morbo di Lou Gehrig (la più nota
denominazione “sportiva” della Sla), è il primo gene
di cui si è scoperto la capacità di interferire con
il processo di accumulo di proteine anormali nelle
cellule nervose. E nella Sla, i motoneuroni muoiono
proprio per l’accumulo di proteine anomale.
Pertanto, gli esperti ritengono che la scoperta del
ruolo del VCP rappresenti una svolta fondamentale
per la comprensione di questa patologia ed offra
prospettive per possibili terapie. Fondamentale per
lo studio, come spiegano dal Molinette, l'apporto
del consorzio ITALSGEN, che riunisce 14 centri
universitari ed ospedalieri italiani che si sono
uniti per la lotta contro la Sla.
Siena sperimentata una nuova tecnica contro il
retinoblastoma
La nuova terapia consente di risparmiare ai piccoli
pazienti gli effetti collaterali della
chemioterapia, di ridurre e salvare i loro occhi.
Gli occhi di un bambino sono il primo strumento con
il quale i piccoli si interfacciano con il mondo e
grazie ai quali sperimentano la loro crescita, ecco
perché un tumore raro come il retinoblastoma che in
Italia colpisce ogni anno circa 40-60 bambini, tra i
due e i tre anni d’età, è sempre una esperienza
dolorosa e penalizzante. La diagnosi purtroppo
spesso avviene in ritardo, quando la malattia è in
fase avanzata. A tale proposito a Siena è stata
messa a punto una nuova tecnica, grazie alla quale
si può evitare l’asportazione dell’occhio,
conservando quindi la vista e garantendo ai piccoli
pazienti una migliore qualità di vita futura.
Generalmente le strategie fino adesso applicate
prevedono, ogni qual volta sia possibile, di evitare
l’enucleazione del bulbo oculare, procedendo con la
chemioterapia associata a un trattamento con laser o
crioterapia. Nei centri più qualificati viene
eseguita anche la brachiterapia con placche di
rutenio che, applicate sulla superficie del bulbo
oculare, permettono di colpire il tumore con
radiazioni in modo particolarmente selettivo. Dal
2008, invece presso il Policlinico senese Santa
Maria alle Scotte è stata avviata la sperimentazione
con un trattamento innovativo che consente di
evitare ai piccoli pazienti gli effetti collaterali
della chemioterapia, riducendo i cicli di cure,
abbreviando il soggiorno in ospedale con un
sensibile miglioramento della qualità di vita. I
risultati sono incoraggianti: in due anni su 38
bambini sottoposti alla nuova tecnica: il 60 per
cento dei malati è guarito, salvando gli occhi
dall’enucleazione. Prima dell’intervento i pazienti
sono stati accuratamente selezionati dall’oculista
in base alle caratteristiche cliniche della
malattia, per poi procedere - se possibile - alla
chemioterapia con microcateterismo per via
artetriosa: Si tratta di una tecnica di
chemioterapia selettiva in arteria oftalmica: con un
catetere sottilissimo e flessibile introdotto
all’altezza dell’inguine nell'arteria femorale, si
arriva fino all’arteria oftalmica da cui origina
l’arteria centrale dell’occhio. Poi viene
somministrata selettivamente una sostanza
chemioterapica attiva ed efficace, con minima
invasività oculare ed in grado di aggredire il
tumore con bassissima tossicità per la retina.
Vivremo centoventi anni e in buona salute
Matusalemme, tanto per ricordare il record biblico,
spirò a 969 anni. Ma non per questo Noè venne a
mancare ragazzino, resistendo fino ai 950 nonostante
un gran via vai su e giù dall'Arca. Dalla
Genesi all'anagrafe, l'esistenza più lunga finora
accertata spetta in sorte al comune di Arles, in
Provenza: Jeanne Louise Calment lì nacque nel 1875 e
lì morì nel 1997, dopo 122 anni e 164 giorni
trascorsi per la maggior parte a bere vino, fumare
tabacco, pedalare e tirare di scherma. Se la
durata media della vita è stata di poco superiore ai
vent'anni sino all'Ottocento, di quarant'anni
all'inizio del Novecento ed è arrivata oggi a
ottant'anni, perché non può davvero arrivare in un
futuro prossimo a centovent'anni vissuti in buona
salute? Gli strumenti ci sono tutti: con la
medicina preventiva, con il controllo a distanza,
con l'esame del Dna, con l'utilizzazione delle
cellule staminali, con un conseguente razionale
stile di vita ogni soggetto sarà nella condizione di
conservarsi sano ed efficiente più a lungo.
La salute non è l’assenza di malattia, ma la
presenza di un benessere fisico, mentale ed
emozionale. E che non spaventino i progressi di una
scienza che ci fa sperare in una nuova era: la vita
è un dono che ciascuno di noi deve saper spendere
virtuosamente e intensamente proprio perché sovente
ci lamentiamo che il tempo a nostra disposizione sia
insufficiente e non si possa dilatare. La
parola «vecchio» è una scure che ancora fino a
qualche anno fa poteva calare su un uomo di 60 anni,
ma oggi non sono poche le persone che a quest'età
intraprendono nuove avventure. E a pensarci bene, è
pure possibile rintracciare alcune eccezioni
nell'archivio della Storia: Goethe si innamorò come
un ragazzo all'età di 72 anni, Tolstoj intorno a
quell'età approfondì lo studio dell'ebraico,
Prezzolini continuò la sua produzione giornalistica
anche dopo i cent'anni. La scienza ha
dimostrato quello che l’esperienza e la tradizione
ci avevano fatto intuire: l’età anagrafica ha solo
un valore burocratico, l’età più veritiera e
specchio del processo di invecchiamento è
rappresentata dall’età biologica che è la
conseguenza di come invecchiano primariamente i tre
sistemi cardine del nostro organismo: il sistema
nervoso, il sistema endocrino e quello immunitario,
che sono intimamente correlati tra loro.
L’invecchiamento infatti è influenzato dalla eredità
genetica e da danneggiamenti che noi provochiamo al
nostro DNA, indotti da fattori ambientali quali, ad
esempio stress, inquinamento, alimentazione poco
equilibrata, stile di vita irregolare. Altri
fattori che influenzano il processo di
invecchiamento sono le patologie ad esso correlate
come le malattie cardiovascolari, il cancro, il
diabete, l’artrosi, l’osteoporosi, l’obesità ed il
morbo di Alzheimer. Oggi sappiamo che
l’invecchiamento può essere accelerato o rallentato
dall’interazione tra le suddette cause e si è
calcolato che noi siamo responsabili per ben il 70%
del nostro invecchiamento. Da qui è nata la
gerontologia preventiva, con la sua branca, la
medicina anti-aging, che con lo studio e la messa in
pratica del comportamento, occupazione e gestione
sanitaria per una massima longevità e per migliorare
la qualità di vita per gli individui, si propone di
portare indietro le lancette dell’orologio della
vita. Con strategie di intervento -
prevenzione primaria: a lungo termine e a basso
costo per un giovane adulto - prevenzione
secondaria: a breve termine e ad alto costo per un
adulto anziano. Soprattutto per i soggetti sani e a
maggior ragione in tempi in cui la sostenibilità
delle spese sanitarie è ormai divenuto un tema
d’obbligo, la medicina preventiva rappresenta un
completamento ideale alla medicina classica
curativa. La nuova frontiera dell’anti-aging
consente di controllare lo stress, combattere i
radicali liberi, mantenere efficienti il cervello e
le difese immunitarie, diminuire di peso, preservare
l’elasticità della pelle, rinvigorire la libido,
rigenerare le cellule, attaccando l’invecchiamento a
livello molecolare, posticipando il processo di
invecchiamento prevenendo l’insorgenza delle
patologie che lo caratterizzano. Si tratta di una
rivoluzione silente che sta trasformando
culturalmente la medicina da esclusivamente
“terapeutica” in “predittiva” utilizzando i test
genetici predittivi. Questi test sono particolari
esami di laboratorio in cui si analizza il proprio
materiale genetico, il proprio DNA, per individuarne
la predisposizione ad alcune specifiche malattie, ad
esempio alcune particolari forme tumorali
(seno,prostata,colon retto), rischio
cardio-vascolare, metabolismo dei farmaci, rischio
trombosi, obesità e sindrome metabolica,
osteoporosi, ipertensione, patologie oculari, etc. I
test genetici possono valutare la predisposizione
verso una specifica attività fisica, intolleranze
alimentari, stress, ma anche la risposta ai
trattamenti estetici per definire come meglio
ridurre rughe, invecchiamento cutaneo, perdita di
tono ed elasticità della pelle. In quanto predittivi
non consentono di stabilire con certezza se, quando
e a quale livello di gravità la persona interessata
si ammalerà. Sono però in grado di individuare le
persone per le quali il rischio di ammalarsi è
significativamente più elevato rispetto alla
popolazione generale. Non disegnano un destino ma
molto spesso garantiscono una possibilità di
autodifesa. Non si invecchia bene solo per caso e
anche se alcuni fattori genetici possono essere di
aiuto, il buon invecchiamento dipende soprattutto
dalle abitudini e dagli stili di vita che adottiamo
sin dalla gioventù. Se un test predittivo evidenzia
la predisposizione di un individuo a contrarre una
determinata malattia, ciò non significa che
necessariamente si ammalerà, perché lo sviluppo di
una patologia è dovuto soltanto per il 30% ad una
predisposizione genetica, il rimanente 70% dipende
dalle influenze ambientali e dallo stile di vita
adottato, aspetti questi su cui è possibile
intervenire. La possibilità di conoscere di cosa ci
ammaleremo e quindi di prevenire le malattie e di
curarle anche con sistemi completamente nuovi, come
trasferire geni sani in organi o tessuti malati o
sostituire certe funzioni con le cellule staminali
cambieranno la medicina. Non sappiamo quando
succederà (forse fra cinque anni, forse fra dieci)
ma succederà. E non è difficile prevedere che lo
studio del genoma nei prossimi anni saprà svelare
molti dei misteri del cervello dell'uomo. Cambia
quindi radicalmente il concetto di prevenzione: non
più soltanto consigli generici che possono andar
bene per tutti, ma che a qualcuno potrebbero anche
far male, bensì una prevenzione individualizzata
basata su indicazioni concrete e verificabili. Una
prevenzione rivolta ad individui sani affinché
possano conservare integro quel patrimonio
inestimabile che è la salute. Non si tratta
più soltanto di scoprire per tempo i sintomi della
malattia, ma di ritardare o addirittura evitare che
la malattia si verifichi. Si dice sempre che
prevenire è meglio che curare, ma sicuramente la
conoscenza di ambiti così specifici quali la
predisposizione a malattie, a volte anche gravi, può
essere allarmante. Decidere di non sapere perché
conoscere una determinata situazione genetica
potrebbe causare depressione, paura e incertezza?
Le reazioni variano da persona a persona,
tuttavia crediamo che, grazie ai progressi della
medicina predittiva, oggi abbiamo una
importantissima opportunità che ci permette di
preservare e addirittura migliorare il nostro stato
di salute e quello dei nostri familiari. La
medicina predittiva rappresenta uno dei mezzi più
importanti per conoscere i fattori di rischio e
prevenire gli effetti indesiderati delle malattie
cronico degenerative. A fronte del rischio di venire
a conoscenza della predisposizione a una grave
patologia, sta il beneficio di poterne contrastare
l'insorgenza, o quanto meno di ritardarla o
controllarla. Cioè siamo soprattutto noi a
condizionare la nostra salute. In un prossimo
futuro, l’unica medicina sarà quella predittiva.
Sono comparse e si diffondono sempre di più le “
malattie comportamentali” generate da comportamenti
aggressivi contro il proprio corpo: cattiva
alimentazione, fumo, alcool, stress, grave perdita
di muscolo per scarsa attività motoria, droga,
inquinamento ambientale. Quindi sta a
ciascuno di noi guidare, gestire la propria salute
in modo consapevole, senza delegare ad altri ciò che
possiamo fare noi con la nostra volontà e conoscenza
dei rischi per le malattie. Pur accettando
“scientificamente” la fine della vita, non vedo
perché dovremmo opporci “eticamente” ad un suo
prolungamento in condizioni di lucidità di pensiero
e autonomia fisica. Se una persona sarà in grado di
godere della propria esistenza e contribuire alla
cultura e alla ricchezza della comunità in cui vive,
non c’è ragione di temere un mondo più longevo. E se
il pensiero scientifico ci aiuta a non avere paura
della morte, tanto più ci può aiutare a non avere
paura della vita: la più lunga e la più sana
possibile. Oggi, non posso nascondere l’emozione
per avere organizzato un convegno a Palermo, aperto
al pubblico, nella mia città, che per un giorno
diventa palcoscenico della più innovativa scienza
medica: la medicina predittiva-preventiva, quella
scienza medica che oggi sa mettere a disposizione
del cittadino le più avanzate biotecnologie e
informazioni affinché sia davvero possibile
scegliere di essere sani. Convegno che vede la
presenza di insigni scienziati nel campo della
medicina della salute e del Premio Nobel 2008 per la
Medicina Luc Montagnier, per la scoperta nel 1983
del virus responsabile dell’AIDS. Va ricordato anche
che Luc Montagnier è grande fautore della medicina
preventiva dimostrando come tante malattie associate
all’invecchiamento, che però possono colpire anche i
giovani, hanno cause precise e che la conoscenza di
queste cause consentirà di prevenirle. Quindi
vincere le battaglie della vita con la prevenzione
riducendo i fattori di rischio che ci minacciano.
“La scienza ci guarirà” recita un recente libro di
Luc Montagnier. In questo bellissimo libro, l’autore
sottolinea come la paura e l’ignoranza possono
fermare il progresso. Oggi che la medicina ha
ampliato enormemente le proprie potenzialità di
indagine ed intervento per alcune malattie, è più
che mai necessario che la gente sappia, e la
partecipazione individuale è un presupposto
imprescindibile perché si possa beneficiare dei
risultati della ricerca. Lo sviluppo futuro
della cura delle malattie dipenderà dunque anche
dall’impegno della società su due fronti: -
la responsabilizzazione dei singoli e della comunità
circa i comportamenti individuali corretti ai fini
della prevenzione delle malattie. - un
atteggiamento collettivo più favorevole nei
confronti del progresso scientifico. La scienza
cammina più in fretta della società civile.
Investire nella prevenzione e nel controllo delle
malattie croniche può migliorare la qualità della
vita e il benessere sia a livello individuale che
sociale. Ma senza un aiuto professionale non è
possibile mettere in pratica la prevenzione. Il
medico deve diventare il “personal trainer” della
salute, un medico che dà istruzioni per vivere una
vita più longeva, piena e più felice senza attendere
il manifestarsi di una patologia. Consulente dei
suoi pazienti aiutandoli a gestire il loro capitale
salute come si gestisce un patrimonio. Questo porta
ad un programma individuale, più personale e ad un
più forte legame tra medico e paziente, in quanto
entrambi devono passare molto più tempo insieme.
Una medicina personalizzata. Promuovere la
salute consente di ridurre la povertà,
l’emarginazione e il disagio sociale e anche di
incrementare la produttività del lavoro, i tassi di
occupazione, la crescita complessiva della economia.
Ma occorre una svolta decisa, passare dalle semplici
declinazioni delle intenzioni ad un processo che
accompagni il benessere dell’individuo nel tempo fin
da quando si è in piena salute. Bisogna avere il
coraggio di iniziare un nuovo percorso di medicina
che parte sin da quando si è sani e si basa sulla
responsabilità dei singoli individui. Il percorso
verso una vecchiaia più sana, che “aggiunge vita
agli anni e non solo anni alla vita” (L. Montagnier)
è lungo e complesso e coinvolge diversi aspetti
della vita: i comportamenti e le abitudini
quotidiane e il controllo di tutti quei fattori,
anche genetici, che predispongono al rischio.
Una genetica “prudente”, che non deve fare paura, ma
deve essere usata in modo attento e moderato al
servizio dell’individuo accanto agli strumenti più
tradizionali che la medicina già utilizza con
successo. È dunque il momento di cambiare e di
diventare i veri artefici della nostra salute con
l’aiuto prezioso della tecnologia e delle scoperte
scientifiche. Dobbiamo passare dalla medicina
della malattia, caratterizzata tra l’altro da costi
elevatissimi, a quella della salute, che inizia sin
da quando si è sani e permette di mantenersi sani
molto più a lungo. Gli strumenti ci sono:
informazione, responsabilizzazione e medicina
molecolare. Ora spetta ai politici e alle
istituzioni raccogliere gli strumenti e dare il via
a “Sani per scelta”, l’appuntamento per chi desidera
migliorare la propria salute e imparare a vivere
bene, a lungo. Perché non istituire le “Case
della Salute” accanto agli ospedali?
Adesso è possibile una diagnosi precoce
dell’Alzheimer
Lo conferma una ricerca tedesca: con l nuovo test
del liquido spinale è possibile rintracciare le
proteine tau più alte. Sarà possibile capire già dai
primi segnali se un lieve deficit di memoria può
progredire in una forma di demenza, come
l'Alzheimer: questo è quanto sostiene uno studio
pubblicato sulla rivista Neurology nel quale si
evidenzia la scoperta grazie ad un nuovo test del
liquido spinale sviluppato dall'università di
Monaco. In tale modo ottenute le terapie opportune
per prevenire la malattia, si potrà iniziare a
curare molto presto e prevenire la perdita di
memoria e delle abilità cognitive. Gli attuali test
sul liquido spinale cercano uno squilibrio di due
proteine, la beta amiloide, che forma nel cervello
le pericolose placche caratteristiche
dell'Alzheimer, e la proteina tau, segnale del danno
delle cellule cerebrali. I malati di Alzheimer
generalmente hanno livelli più bassi di beta
amiloide e più alti di tau nel liquido spinale, ed è
proprio questo che i medici cercano per confermare
la demenza indotta dall'Alzheimer. In questa ricerca
gli studiosi, hanno cercato tracce inconfondibili
della beta amiloide andando a caccia dei precursori
della proteina (app). Dopo aver raccolto i campioni
di 58 persone con leggeri problemi di memoria o
cognitivi, i ricercatori hanno visto che a tre anni
di distanza 21 di esse avevano sviluppato
l'Alzheimer, 27 avevano ancora un lieve deficit
cognitivo, 8 erano tornate a un livello normale e 2
avevano sviluppato una demenza frontotemporale. Si è
così visto che chi aveva sviluppato l'Alzheimer
aveva livelli significativamente più alti di resti
di app nel liquido spinale rispetto alle altre
persone. Combinato con altri biomarcatori, il test è
stato accurato circa all'80% nel prevedere la
malattia e ha dimostrato che la forma di beta
amiloide normalmente usata nei test non è un buon
fattore predittivo.
Cocaina: anomalie cerebrali
predispongono all'abuso
I risultati dello studio spiegherebbero almeno in
parte perchè alcuni soggetti sono più a rischio di
dipendenze. Secondo uno studio dei ricercatori del
BCNI dell'Università di Cambridge la causa degli
effetti compulsivi da cocaina risiederebbe in
alcune anomalie nelle strutture cerebrali nel lobo
frontale di consumatori abituali della sostanza
stupefacente. In un articolo apparso sulla
rivistaBrain, pubblicato dai ricercatori guidati
da Karen Ersche, sono riportati i risultati dell'
indagine. Gli esperimenti sono stati effettuati
mediante scansione dei cervelli di 120 soggetti,
metà dei quali dipendenti dalla cocaina. Gli
scienziati hanno trovato che queste persone
avevano un'estesa perdita di materia grigia,
direttamente proporzionale alla durata dell'uso
della sostanza e questa riduzione di volume era
associata a una maggiore compulsione al consumo.
Inoltre, si è riscontrato come le regioni cerebrali
che sovrintendono ai meccanismi di ricompensa sulle
quali la cocaina esercita la sua azione fossero
significativamente più ampie nei consumatori di
cocaina; ma l'entità di questo aumento non era
correlata alla durata della dipendenza. I
ricercatori ritengono che siano proprio queste
alterazioni nel sistema di ricompensa cerebrale a
predisporre gli individui agli effetti della droga e
alla dipendenza. “Questi risultati ci forniscono
informazioni importanti sul perché alcuni soggetti
siano più vulnerabili alla dipendenza dalle droghe -
ha commentato Ersche - ciò è importante per lo
sviluppo futuro di interventi terapeutici per questo
tipo di problemi, ma anche per per mettere a punto
strategie di prevenzione”.
Lasciare bimbo in macchina per
pochi minuti può essere fatale
Lo sostengono i pediatri della Sipps: soprattutto in
estate, bastano pochi attimi per causare al piccolo
danni mortali. Sono stati diversi, recentemente, i
casi di bambini dimenticati dai propri genitori
all’interno un’automobile, con delle conseguenze
spesso letali. Tralasciando le analisi inerenti i
motivi per cui possono accadere fatti simili, la
Sipps ha invitato a stare molto attenti, a non
cadere in queste distrazioni, poiché sono
sufficienti pochi minuti perché la dimenticanza
diventi tragedia. Lasciare un bambino in macchina,
infatti, può provocare, anche in pochissimi attimi,
specie quando fa caldo, devastanti danni al suo
sistema cardiocircolatorio, respiratorio e
neurologico, conducendo spesso alla morte. “In un
bambino la temperatura sale da tre a cinque volte
più frequentemente che in un adulto – ha spiegato
Angelo Milazzo, pediatra della Sipps – mentre il
grado di calore all’interno di un auto può salire di
10-15 gradi ogni 15 minuti, determinando
un'ipertermia in soli 20 minuti e la morte anche
entro le 2 ore”. Soprattutto alla luce dei tragici
eventi di cronaca, secondo la Sipps, è fondamentale
“avviare una campagna di sensibilizzazione per
informare ed educare le famiglie sui terribili
effetti generati da colpi di sole, ipertermie e
disidratazione nei più piccoli”. Spesso i genitori
non pensano sia un problema lasciare i piccoli in
macchina per pochi minuti, mentre, avverte Giuseppe
Di Mauro, presidente Sipps, “questa abitudine è una
grave forma di incuria”, specie durante la stagione
estiva, quando “la vettura internamente può
raggiungere e superare facilmente i 40 gradi, anche
in giornate con temperature fresche come 20 gradi.
Anche d'inverno – precisa Di Mauro – è comunque
rischioso, perché i piccini potrebbero entrare
nell’abitacolo dell’autovettura, chiudere
accidentalmente la portiera dall’interno o restare
intrappolati nel bagagliaio”. Ma l'evenienza più
drammatica, molto spesso letale per il bambino, è
quella di una sorta di amnesia dell’attenzione dei
genitori, che ricordano di aver lasciato il piccolo
all’interno della vettura solo a fine giornata o
comunque dopo molte ore. È proprio questo pericoloso
black-out, avvertono in conclusione gli esperti, che
si dovrebbe assolutamente evitare.
Svolta
nella lotta contro il tumore al cervello
Scoperta in
Italia la sua "arma segreta". Grazie a scienziati
italiani e' stata scoperta' l''arma segreta' di uno
tra i tumori piu' aggressivi, il glioblastoma,
cancro al cervello che quasi sempre non lascia
speranze ai malati: questo tumore e' cosi'
aggressivo perche' si costruisce da se' i vasi
sanguigni che lo nutrono, a partire da cellule
staminali tumorali che si trasformano in ''cellule
endoteliali'', ovvero cellule delle pareti dei vasi.
Resa nota sulla rivista Nature, la scoperta e'
merito dell'equipe di Ruggero De Maria dell'Istituto Superiore di Sanita' (ISS) di Roma, insieme a Giulio Maira e Roberto
Pallini del dipartimento di Neurochirurgia dell'Universita'
Cattolica di Roma e in collaborazione con centri di
ricerca a Milano e Palermo. ''Per la prima volta -
spiega De Maria all'ANSA - ci siamo accorti che un
tumore invece di reclutare vasi sanguigni sani per
nutrirsi, si crea da solo la propria rete di vasi
usando cellule staminali tumorali''. La scoperta e'
importantissima, in primis perche' i ricercatori
hanno gia' in mente alcuni farmaci innovativi che
potrebbero impedire la trasformazione di staminali
malate in vasi sanguigni, e quindi ''in meno di due
anni credo che potremmo passare all'applicazione di
queste nuove terapie ai pazienti'', dichiara Enrico
Garaci, Presidente ISS. Ma anche perche', afferma De
Maria - ci sono gia' indizi che lasciano sospettare
che anche altre neoplasie molto aggressive come
alcuni casi di melanoma e neuroblastoma potrebbero
adottare lo stesso meccanismo, formando vasi
aberranti al tumore. Il loro numero è in costante aumento non solo nei
Paesi occidentali, ma anche in quelli in via di
sviluppo, soprattutto nei centri urbani. Primavera.
Stagione di rinascita. Ma non per tutti. Per alcuni
è sinonimo di incubo. Sono i soggetti allergici,
costretti a fare i conti, per circa tre mesi l’anno,
con starnuti continui, lacrimazione degli occhi e
fastidi al naso. Una tendenza che continua a
crescere e che sembra determinata in buona parte dal
parallelo miglioramento delle condizioni di vita in
diverse aree del pianeta. Ciò è in buona parte
dimostrato dal continuo aumento delle allergie non
solo nel mondo occidentale, ma anche in quello dei
Paesi in via di sviluppo, e soprattutto nei centri
urbani, dove, negli ultimi 30 anni, la frequenza di
alcune forme di allergia è raddoppiata o addirittura
triplicata. Tutto ciò è confermato da molti
autorevoli esperti, tra i quali Giorgio Walter
Canonica, unico italiano fra i quattro responsabili
del Libro Bianco della World Allergy Organization,
appena presentato al congresso dell’American Academy
of Allergy, Asthma and Immunology, e direttore della
Clinica di Malattie respiratorie e allergologia
dell'Università di Genova. Egli sottolinea come il
problema sia “legato allo stile di vita. Il nostro
modo di vivere è molto cambiato – spiega l’esperto –
tanto che le allergie vengono oggi considerate il
prezzo per il miglioramento della qualità della vita
degli ultimi decenni. Cinquant’anni fa i bambini
giocavano all’aperto, mangiavano più ‘sporco’ perché
non c'erano tante delle norme di sicurezza che oggi
impediscono il consumo di cibi non perfettamente
conservati”. “Magari si pativa qualche
gastroenterite in più, ma c'erano molte meno
allergie – aggiunge – Oggi i ragazzi vivono una vita
più ‘sterile’: passano la maggior parte del tempo al
chiuso e la loro flora batterica intestinale è
cambiata, per le modificazioni nella dieta. E il
sistema immunitario ‘impazzisce’ più facilmente”. La
tesi del dott. Canonica è rafforzata da
un’importantissima ricerca apparsa da poco sul «New
England Journal of Medicine», che ha dimostrato come
i bambini cresciuti in fattoria abbiano una
probabilità di asma e allergie molto inferiore
rispetto ai bimbi di città. Secondo la ricerca, il
motivo è semplicemente costituito dal contatto con
un gran numero di bacilli durante l'infanzia, che
permettono al sistema immunitario, impegnato a
combattere contro i germi dell'ambiente, di non
concentrare la sua risposta solo contro sostanze
innocue, come invece accade nell'allergico. Un altro
motivo è legato alla qualità dell’aria, che in città
è resa irrespirabile dallo smog e anche dal fumo di
sigaretta, esponendo un sistema immunitario già
“indebolito”, a polveri e gas con effetti
pro-infiammatori. E il numero delle persone colpite
è davvero enorme. Secondo i dati riferiti dal Libro
Bianco, nel mondo ci sono oltre 300 milioni di
asmatici, 400 milioni di persone con rinite
allergica, centinaia di milioni di allergici vari
(soltanto gli intolleranti agli alimenti sono 500
milioni). “In Italia si prevede che entro il 2020 un
bambino su due soffrirà di rinite allergica”,
sostiene Canonica, che poi spiega: “Nelle grandi
città i bimbi che vivono al primo piano, più vicini
alla strada, hanno un maggior rischio di asma e
allergie rispetto a quelli che abitano gli ultimi
piani. I nostri ambienti domestici, inoltre, sono
‘sigillati’ rispetto all'esterno e questo crea le
condizioni ideali per il proliferare di acari e
muffe”. “L'inquinamento poi sta contribuendo a
cambiare i calendari pollinici – continua l’esperto
– uno studio italiano, ad esempio, ha mostrato che
negli ultimi 27 anni la stagione di pollinazione
della parietaria si è allungata di 100 giorni”. “La
colpa è dell'effetto serra, cui contribuisce in
larga parte l'anidride carbonica prodotta dalle
attività umane – aggiunge Gennaro D'Amato, direttore
dell'Unità di Malattie respiratorie e allergiche al
Cardarelli di Napoli – Il riscaldamento globale
aumenta la liberazione dei pollini allergizzanti e
allunga la stagione degli starnuti: negli ultimi
anni basta il primo sole per veder pollinare la
parietaria, a volte già all'inizio di marzo”. “È
difficile dire come sarà la stagione pollinica che
si sta avviando – conclude – il clima è stato molto
variabile nei mesi scorsi. Ma nelle ultime settimane
qualcuno può aver già avuto i primi fastidi: qualche
polline si è ‘mosso’ e sono ancora in giro i virus
tipici dell'inverno, che destabilizzano le vie aeree
facilitando la comparsa dei sintomi in chi è
allergico”.
Prevenire
il cancro prendendo un'aspirina al giorno?
Lo sostiene
uno studio pubblicato su Lancet, a conclusione di
una ricerca della London School of Hygiene and
tropical medicine. L’aspirina ha festeggiato il suo
primo secolo, vantando negli anni oltre al primato
dell’età, più di 110 anni passati tra le mani di
dozzine di generazioni, anche quello di essere
l’analgesico più venduto della storia, con oltre 20
miliardi di pasticche e di essere il primo esempio
di cura medica di massa, con applicazioni
scientifiche che non si esauriscono. Brevettata nel
1897 dal chimico Felix Hoffman, l’Aspirina ha
attraversato la sua storia durante la Prima Guerra
mondiale, come rimedio farmaceutico per fermare
l’epidemia della Spagnola, fino ad entrare nel
Guinness dei primati come farmaco più diffuso al
mondo. Soluzione farmaceutica per numerosi sintomi,
dalla cura per i dolori articolari, è diventata un
valido rimedio per l’influenza, per lenire il mal di
testa e per apportare beneficio al sistema
cardiovascolare, rallentando la coagulazione del
sangue. Ma le sue applicazioni scientifiche non
finiscono qui: Adesso uno studio pubblicato su
Lancet a conclusione di una ricerca della London School of Hygiene and tropical medicine, la lega
alla prevenzione di alcuni tumori. Attraverso
l’assunzione di una precisa dose (75 mg)
proteggerebbe dall'insorgere di tumori tra cui
quelli al polmone ed al pancreas. Infatti secondo la
ricerca, 75 milligrammi al giorno del farmaco
sarebbero in grado di proteggere dall'insorgenza di
diverse neoplasie - tra cui quella all'esofago, al
polmone, allo stomaco, al pancreas ed al cervello -
in una percentuale compresa tra il 20 e il 30%.
Prima di percepire i primi vantaggi, l'aspirina deve
essere assunta almeno per cinque anni L’unica
attenzione, sono gli effetti riduttivi sui processi
di coagulazione del sangue. Per tali ragioni se ne
consiglia l’assunzione sotto la stretta vigilanza
del medico curante.
I capperi contro le allergie stagionali. Sono un
vero e proprio toccasana
I boccioli di Capparis spinosa, che noi siciliani
conosciamo molto bene essendo i comuni capperi, al
loro interno contengono numerose sostanze attive,
che svolgono molteplici azioni benefiche sul nostro
organismo. Molti dei lavori di ricerca effettuati su
questa pianta, sono italiani. Ma vediamo nel
dettaglio le sue interessanti proprietà: - proprietà
antinfiammatorie, sono possibili grazie alla
presenza di due bioflavonoidi (composti polifenolici
metaboliti secondari delle piante) isoginkgetina,
and ginkgetina, i quali a seguito di vari studi,
hanno dimostrato un’azione inibitoria nei confronti
di un fattore di trascrizione coinvolto nei processi
infiammatori.- proprietà antiartritiche, uno studio
recentissimo, del Marzo 2011, ha dimostrato la
presenza di almeno 7 molecole attive contro
l’artrite : P-hydroxy benzoic acid; 5-(hydroxymethyl)
furfural; bis(5-formylfurfuryl) ether; daucosterol;
α-D-fructofuranosides methyl; uracil; stachydrin. -
proprietà antistaminiche, di sicuro interesse
risultano le scoperte effettuate dal Prof. F.Bonina
dell’Università di Catania, che hanno dimostrato, a
seguito di un applicazione topica di estratto di
cappero, una riduzione degli effetti provocati
dall’istamina. L’istamina è uno dei mediatori
chimici responsabili anche dei sintomi allergici,
esso provoca: vasocostrizione delle grandi arterie
vasodilatazione delle arteriole aumento della
permeabilità dei capillari bronco costrizione
prurito. Un uso costante di capperi nella dieta (ad
es. 8 – 10 al giorno), può aiutare chi soffre di
disturbi allergici stagionali, ma anche di artriti,
reumatismi, eritemi e dermatiti. In ultimo ma non
meno importante, la sua azione antinvecchiamento,
infatti grazie alla presenza di quercetina (molecola
ad azione antiossidante), vitamina A, vitamina E e
vitamina C è un ottima arma contro i radicali
liberi. Insomma, un vero e proprio toccasana.
Calvizie. Una speranza concreta arriva dalle
staminali
Lo rivela uno studio americano: basta attivare le
cellule staminali spente, presenti nei follicoli
piliferi che non riescono a costruire il capello.
Oggi c’è una speranza in più per i cosiddetti calvi.
Un problema che solo in Italia riguarda undici
milioni di persone, principalmente maschi che
iniziano a perdere i capelli per il 10% già in età
precoce a vent'anni, anche se generalmente la
calvizie colpisce a partire dai quarant'anni. Sono
state scoperte infatti le cause che la provocano in
chi è affetto da alopecia androgenetica. Le
responsabili sono le cellule staminali dei follicoli
sparsi sul capo che, invece di essere operative,
sono inattive causa del cattivo funzionamento delle
cellule del follicolo pilifero. Lo ha rivelato uno
studio americano pubblicato sul Journal of clinical
Investigation: all'interno dei follicoli "inattivi"
le cellule staminali non riescono a trasformarsi in
cellule più mature, le cosiddette progenitrici. Gli
studiosi hanno analizzato i campioni di cuoio
capelluto calvo e non calvo estratto da 54 uomini
tra i 40 e 65 anni. Dal confronto è emerso che le
cellule progenitrici sono risultate nettamente
impoverite nei follicoli del cuoio capelluto calvo
rispetto ai campioni di tessuto non calvo. I
ricercatori hanno concluso che la calvizie deriva
quindi da un problema a livello di attivazione delle
cellule staminali, piuttosto che dal numero di
staminali presenti nei follicoli. Il numero di
cellule staminali è dunque lo stesso sia nel cuoio
capelluto calvo che in altre zone, ma esiste una
differenza nella consistenza di di cellule, le
progenitrici. Ciò vuol dire che esiste un problema
di attivazione a livello di cellule staminali e la
presenza di un numero normale di cellule staminali
anche nel cuoio capelluto calvo offre l’auspicio che
sia possibile 'riattivarle' e individuare nuovi
trattamenti contro l'alopecia".
Nuove teorie sulla cura di malattie come il diabete
e il Parkinson
Un ricercatore del Centro per le Malattie Digestive
nel New South Wales, Australia, ha pubblicato alcune
ricerche su una nuova possibile cura di malattie
come il diabete ed il Parkinson. L’autore di queste
nuove ipotesi si chiama Thomas Borody, ed è
gastroenterologo presso il centro australiano.
Sostanzialmente l’ipotesi si basa sul principio che
il morbo di Parkinson ed alcuni disordini metabolici
come l'obesità, potrebbero essere causati da
trasformazioni non previste dei microbi
dell'intestino. Da una semplice stitichezza causata
da un’infezione del colon e curata con antibiotici,
Borody è arrivato dopo molte ricerche ed esperimenti
specifici ad ipotizzare, almeno per ora, ad una
possibile cura di queste pericolose malattie con un
trattamento di normali antibiotici per arrivare, nei
casi più particolari, ad un possibile trapianto
fecale effettuato con feci di donatori per
ripristinare la flora intestinale. Negli ultimi
dieci anni, Borody, dopo aver effettuato un
trapianto fecale ha registrato in molti suoi
pazienti dei miglioramenti notevoli nei sintomi di
malattie come il Parkinson, la sclerosi multipla, la
sindrome da stanchezza cronica e l'artrite
reumatoide. Borody insieme al neurologo David Rosen
del Principe di Galles Private Hospital di Sydney
stanno mettendo a punto uno studio specifico per
validare le tesi, per ora solo sperimentali, del
collegamento tra le infezioni intestinali e le
malattie citate. “Va detto” ha specificato molto
cautamente il dott. Rosen “che non possiamo
assolutamente asserire o dare speranze preventive
che queste cure possano risolvere il problema di
queste terribili malattie, ma alcuni studi condotti
contemporaneamente presso l'Università di Ulm in
Germania ci danno buone speranze che sia questa una
strada possibile”. Di fatto, nel 2003 uno studio
pubblicato nel Journal of Neural Transmission (DOI:
10.1007/s00702-002-0808- 2) ha dimostrato che i
danni causati al sistema nervoso dal morbo di
Parkinson avanzano dal nervo vago del cervello alle
sue regioni superiori per arrivare alla corteccia
cerebrale, trovando anche danni nel sistema nervoso
enterico che controlla il tratto gastrointestinale e
comunica con il cervello attraverso il nervo vago.
Questa scoperta può suggerire che il Parkinson
potrebbe essere causato da un bug che supera la
barriera della mucosa del tratto gastrointestinale
ed entra nel sistema nervoso centrale attraverso il
nervo vago. “Interpretare i risultati” dice Borody,
“richiede estrema cautela. Tuttavia, vi è evidenza
da modelli animali che i microbi intestinali possono
influenzare autoimmunità. E’ sicuramente il caso di
percorrere queste ipotesi con studi più
approfonditi”.
Dimenticare i brutti ricordi
intervenendo entro sei ore
Una ricerca statunitense ritiene sia possibile
eliminare un trauma dal nostro cervello intervenendo
entro sei ore dallo stesso. Cancellare i brutti
ricordi senza l’aiuto di farmaci, purché si
intervenga entro sei ore dall’evento che si vuole
“sovrascrivere”, ossia nel periodo cosiddetto di “riconsolidamento”.
Non è fantascienza, ma il risultato di uno studio
americano pubblicato qualche giorno fa sulla
prestigiosa rivista «Nature». L’innovativa terapia è
stata messa a punto dalla New York University.
Secondo gli studiosi, che hanno presentato il loro
lavoro alla comunità scientifica internazionale nel
mese di novembre, in occasione della conferenza
annuale della Society of Neuroscience, tenutasi a
San Diego in California, è possibile bloccare le
paure intervenendo sul modo in cui il cervello
ricostruisce i ricordi. Nello stesso periodo gli
studiosi dell’Università dello Iowa, sempre negli
Stati Uniti, hanno affermato di aver scoperto il
segreto della signora S.M., divenuta famosa nel
mondo della scienza e non solo con l’appellativo di
“donna senza paura”. Questa donna sarebbe priva
dell’amigdala, il piccolo corpo nervoso a forma di
mandorla, appunto "amigdala" in greco, che dal
profondo del nostro cervello controlla le azioni e
le reazioni, i sentimenti e le emozioni che
chiamiamo paura. Notizie che non sappiamo se
definire buone o cattive, se consideriamo che da una
parte la memoria di fatti traumatici può
condizionarci la vita, ma dall’altra il non
conoscere la paura può farci diventare dei robot,
privi persino del senso della morte. Tornando in
maniera specifica alla “cancellazione” dei ricordi
più giovani, gli studiosi americani, analizzando i
meccanismi che "fissano" le paure nel cervello,
hanno scoperto che, dopo l'evento traumatico, il
ricordo viene elaborato dalla mente per un periodo
di alcune ore, attraverso il fenomeno del
riconsolidamento mentale. E hanno quindi capito che
è lì che bisogna intervenire per cancellare il
ricordo spiacevole. Ma molti dei sistemi
sperimentati finora per bloccare i brutti ricordi
prima che questi venissero "inscatolati" nella
memoria cerebrale si sono rivelati dannosi per
l'uomo, basati su terapie farmacologiche innaturali,
oppure hanno “cancellato” il loro effetto dopo pochi
giorni. In questo nuovo procedimento, invece, il
ricordo pauroso non viene sostituito con un altro ma
nel momento in cui il cervello lo ricostruisce,
manipolato in modo da cancellare il sentimento di
paura che lo accompagna, intervenendo, lo ribadiamo,
entro sei ore dal momento in cui il ricordo viene
rievocato. “Il nostro studio - spiega l'autrice
della ricerca, Daniela Schiller - mostra che durante
la formazione di un ricordo esistono alcuni momenti
in cui lo si può cambiare in maniera permanente.
Comprendendo le dinamiche della memoria potremmo,
nel lungo termine, aprire nuove strade nel
trattamento dei disturbi legati a ricordi di
carattere eccessivamente emotivo”. Gli studiosi sono
giunti a queste conclusioni dopo aver condotto dei
test sulle cavie, riuscendo a eliminare negli
animali la paura provocata da un suono associato a
una scossa elettrica. Così le neuroscienziate
Daniela Schiller ed Elizabeth Phelps hanno
sviluppato un esperimento analogo sulle persone,
legando l'associazione tra la visione di un quadrato
blu emesso da un computer con una lieve scossa a
livello del polso, in modo da provocare l'emozione
della paura. Il giorno dopo hanno risottoposto i
pazienti al suddetto stimolo solo una volta, in modo
da attivare il ricordo, per poi mandarlo in onda una
serie di volte seguito da una risposta neutra, senza
scossa, secondo il cosiddetto metodo del “training
di estinzione”. Solo il gruppo di pazienti che aveva
iniziato il training dieci minuti dopo aver ricevuto
lo stimolo quadrato-scossa, quando cioè era ancora
in corso la fase di "riconsolidamento mentale", non
mostrava più segni di paura. Gli altri sì, e questa
differenza si è ripresentata anche a distanza di un
anno. Se è vero che tali risultati potrebbero aprire
nuove strade a interventi terapeutici precoci e
tempestivi, come nel caso di traumi legati a
incidenti stradali o violenze, è anche vero che
dobbiamo ragionare su un elemento fondamentale:
davvero vogliamo privare il cervello di
quell'autodifesa ancestrale che è la paura? Insomma,
ogni scoperta ripropone la riflessione sulla doppia
faccia della medaglia. Sta a medici e
pazienti decidere quale sia la scelta migliore a
seconda di ogni singolo caso.
Per prevenire l’artrosi bisogna mangiare aglio e
cipolla
È quanto emerso da una ricerca condotta dalla
studiosa inglese Frances Williams su oltre 500
coppie di gemelle sane intorno ai 60 anni. Aglio e
cipolle toccasana per chi vuole proteggere le
articolazioni dai danni del tempo. Lo affermano i
dati di uno studio condotto da Frances Williams,
epidemiologa del King's College di Londra, su poco
più di 500 coppie di gemelle sane intorno ai 60
anni, pubblicato su BMC Musculoskeletal Disorders.
Perché la scelta di coppie di gemelle? La risposta è
semplice: l’impiego di gemelli aiuta a comprendere
molto meglio gli effetti di diverse tipologie di
alimentazione su un corredo genetico di partenza
praticamente identico. Ogni coppia è stata
sottoposta a esami radiografici per la diagnosi di
un’eventuale artrosi. Inoltre, è stata valutata la
dieta di ciascuna attraverso il Food Frequency
Questionnaire, che si occupa di analizzare la
quantità e la frequenza nel consumo di moltissimi
alimenti. Dovendo capire se delle specifiche
abitudini alimentari avrebbero potuto avere
determinati effetti “protettivi” nei confronti di
qualunque tipo di artrosi, i ricercatori,
ovviamente, hanno tenuto conto di tutti quei fattori
che in qualche modo avrebbero potuto condizionare il
risultato della ricerca: età, livello di attività
fisica, indice di massa corporea. Dai risultati è
emerso che chi mangia molta frutta e verdura vede
ridursi in maniera notevole il rischio di artrosi
all’anca, soprattutto se si nutre di aglio, cipolle
e scalogni. Per poter comprendere meglio il motivo
di tali benefici, i ricercatori hanno analizzato in
vitro, su cellule in coltura, gli effetti del
diallil-disulfide, composto derivato dall’aglio.
Tale sostanza ha dimostrato una notevole capacità di
azzerare l'espressione, indotta dalle citochine
infiammatorie, delle metalloproteinasi della matrice
extracellulare, enzimi che in caso di artrosi hanno
un ruolo chiave nell'alterazione e nella distruzione
delle articolazioni. “Gli studi epidemiologici
basati su questionari alimentari – ha spiegato la
Williams – hanno diversi punti deboli ed è sempre
difficile separare con certezza gli effetti dei
diversi componenti di una dieta. Per questo abbiamo
deciso di fare esperimenti su cellule con il
composto derivato dall'aglio: la sua azione sugli
enzimi extracellulari ci dà una prova molto netta
dei possibili meccanismi alla base dei benefici del
consumo di aglio e cipolle”. “I nostri dati – ha
proseguito l’esperta – sembrano indicare che questi
ortaggi potrebbero aiutare in qualche modo a
prevenire l'artrosi dell'anca o magari a ridurne la
gravità, aumentandone il consumo in una fase precoce
della patologia. Naturalmente i risultati andranno
confermati e, se così fosse, si potrà pensare a una
sperimentazione clinica vera e propria nei
pazienti”.
Salute, scoperti marcatori per diagnosticare il
Parkinson
Un semplice prelievo di sangue permettera' d'ora in
poi di diagnosticare precocemente la malattia di
Parkinson. Sono stati identificati per la prima
volta alcuni marcatori in cellule del sangue che
permetteranno di riconoscere i soggetti che
potrebbero avere un esordio precoce della patologia.
La scoperta, pubblicata sulla rivista 'Proteomic' e
interamente finanziata dall'Associazione Amici
Parkinson Piemonte onlus, e' frutto di una ricerca
trasnazionale condotta da un gruppo di neurologi e
biochimici, coordinati da Leonardo Lopiano del
Dipartimento di Neuroscienze dell'Universita' di
Torino dell'ospedale Molinette in collaborazione con
Mauro Fasano del Centro di Neuroscienze dell'Universita'
dell'Insubria a Varese. I risultati dello studio
hanno portato negli ultimi mesi ad intraprendere un
progetto mirato a riconoscere soggetti che
potrebbero avere un esordio precoce della malattia.
Il carattere innovativo di questo approccio sta nel
cercare i marker nei linfociti, le cellule del
sistema immunitario nel sangue. Queste cellule
condividono alcune caratteristiche peculiari con i
neuroni che sono soggetti a degenerazione nella
malattia di Parkinson e potrebbero riflettere a
livello periferico alcune delle alterazioni
biochimiche caratteristiche della malattia.
Brevettata tecnica messinese
per la cura del glaucoma
La nuova tecnica utilizza delle cannule che, come
un’aspirapolvere, eliminano gli ostacoli alla
circolazione dell’umore acqueo. Il glaucoma è una
patologia che colpisce il 2% della popolazione ed è
potenzialmente invalidante, se non curato,
trasformandosi col tempo in un danno permanente
della vista. Causato dall’aumento della pressione di
un liquido che circola all’interno dell’occhio,
l’umore acqueo, il glaucoma è responsabile del
fenomeno dell’intasamento delle vie di deflusso a
livello di una struttura spugnosa chiamata “trabecolato”.
I soggetti che ne sono colpiti devono sottoporsi a
terapie mediche (colliri) per tutta la vita e,
quando questi non sono sufficienti, a trattamenti
laser o ad interventi chirurgici piuttosto
complessi. La chirurgia tradizionale prevede in
genere la costruzione di una fistola, cioè una nuova
via di deflusso che consente all’umore acqueo di
fuoriuscire dall’occhio. Adesso invece è stata
introdotta una rivoluzionaria tecnica, per il
trattamento del glaucoma, grazie all’utilizzo di
cannule brevettate e realizzate dall’opera ingegnosa
del medico oculista Demetrio Romeo di Messina
.Quest'ultimo ha messo a punto un piccolo e
rivoluzionario strumento di tecnica innovativa
utilizzata sul glaucoma dell’occhio all’istituto
clinico Cot di Messina, approdando poi all’ufficio
brevetti. L’ufficio italiano brevetti e marchi,
istituito presso il ministero dello Sviluppo
economico, dopo quasi cinque anni di attento esame
della domanda, ha riconosciuto l’originalità
dell’idea attribuendo due brevetti alle cannule
atraumatiche realizzate dal medico ,responsabile del
Day Surgery Oculistico dell’istituto clinico Cot di
Messina. Le cannule, brevettate, progettate e
realizzate dal Dott. Romeo, coadiuvato in alcune
fasi della sua ricerca dal collega Giuseppe Vadalà
dell’ospedale di Ivrea, consentono di raggiungere il
trabecolato oculare e di sostituirlo riportando la
pressione oculare alla normalità. Tale studio,
presentata nel corso dell’86° Congresso Nazionale
della Società di oftalmologia italiana, aveva già
ricevuto un importante riconoscimento con il premio
“Tecnica Innovativa” della S.O.I. per aver ideato
una nuova metodica per il trattamento chirurgico del
Glaucoma: rapidissima e meno invasiva di quella
tradizionale. Il Dott. Romeo, reggino di nascita e
messinese d’adozione (laureato e specializzato
all’Università di Messina), ha trovato quindi il
modo di liberare le vie di deflusso in maniera non
invasiva riportando così alla normalità la pressione
dell’occhio. La nuova tecnica, che attende anche il
riconoscimento del brevetto internazionale, consente
di effettuare l’intervento chirurgico in circa un
minuto, utilizzando il temporaneo inserimento nella
camera anteriore dell’occhio di una speciale cannula
che raggiungendo il trasecolato, come un
aspira-polvere, elimina gli ostacoli alla
circolazione dell’umore acqueo. Rispetto alle
tecniche chirurgiche tradizionali, la metodica,
denominata “Trabeculoplastica Idrodinamica”, è
mininvasiva e consente una riabilitazione quasi
immediata, riducendo drasticamente il trauma
chirurgico e le complicanze. Il metodo di Romeo e
dunque ldelle sue cannule vengono attualmente
utilizzati con pieno successo in almeno il settanta
per cento dei casi trattati, oltre che alla Cot di
Messina, su concessione dello stesso medico solo in
altri due centri: all’Ospedale di Ivrea dal collega
Giuseppe Vadalà e all’Ospedale Pediatrico Bambin
Gesù di Roma dall’Oculista Michele Fortunato. Al
momento questa tecnica consente i migliori risultati
in pazienti selezionati. Specialmente in quelli che
devono contemporaneamente sottoporsi ad intervento
di cataratta. Può essere utilizzata per trattare
casi di glaucoma “ad angolo aperto” che non
rispondono alla terapia medica oppure ai trattamenti
laser. Inoltre può essere validamente impiegata
anche in pazienti glaucomatosi compensati che devono
sottoporsi ad intervento di facoemulsificazione per
cataratta, in quanto consente contemporaneamente di
eliminare o ridurre le terapie con colliri.
Ictus cerebrale. Un italiano su due non sa di cosa
si tratta
Secondo una recentissima indagine, c’è scarsa
conoscenza di come si manifesti e di quanto sia
importante la rapidità del ricovero. Colpisce una
persona ogni sei secondi nel mondo, 660 pazienti al
giorno in Italia. Non guarda in faccia né l’età né
il sesso. Eppure nel nostro paese il 50% degli
abitanti non sa precisamente di cosa si tratta,
ossia non la sa definire come una malattia del
cervello. Stiamo parlando dell’ictus, così come lo
fotografa l’indagine “I costi sociali e i bisogni
assistenziali dei malati di ictus cerebrale”. I
risultati preliminari di questa indagine, realizzata
dal Censis insieme al dipartimento di Scienze
neurologiche dell’Università degli Studi di Firenze
e all’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale
(ALICe), non confortano. Secondo il 14% dei nostri
connazionali, infatti, l’ictus è una malattia del
sangue e per oltre l’11% è addirittura una patologia
cronica che insorge con l’età senile. “Purtroppo –
sostiene Maria Luisa Sacchetti, presidente di ALICe
Italia e neurologa vascolare al Policlinico “Umberto
I” di Roma – c’è ancora scarsa conoscenza tra gli
italiani di cosa sia un ictus, come si manifesti e
quanto sia importante il ricovero in ospedale il
prima possibile”. Gli Italiani, tuttavia, sembrano
sapere abbastanza bene che alcuni sintomi, come
l’improvvisa paralisi di un lato del corpo o la
difficoltà a parlare o a comprendere quello che
viene detto, siano riconducibili a un ictus
cerebrale. Ma, ad esempio, solo l’11% sa che un
altro campanello d’allarme importante può essere un
problema di vista o cecità improvvisa. E, ironia
della sorte, i soggetti ad avere meno conoscenza di
questi dettagli sono proprio quelli più a rischio,
ovvero gli anziani. “A preoccupare di più –
evidenzia Ketty Vaccaro, responsabile dell’area
welfare e salute del Censis – è la scarsa conoscenza
di una terapia specifica, la trombolisi (solo un
italiano su quattro sa cos’è), che va fatta subito
dopo l’evento per salvare il paziente e contenere i
danni della malattia. E solo il 15% degli
intervistati sa che esiste un reparto dedicato, lo
stroke unit”. “La mancanza d’informazione fa sì che
l’ictus abbia conseguenze più gravi di quelle che
già comporta”, sottolinea poi Domenico Inzitari,
neurologo al dipartimento di Scienze neurologiche e
psichiatriche dell’Università di Firenze, il quale
aggiunge: “Nel nostro Paese soltanto il 40% delle
persone colpite da ictus arriva in ospedale entro le
prime tre ore; una volta dimessi dall’ospedale, i
pazienti non sanno cosa fare perché non esiste un
percorso di riabilitazione definitivo”. Se la prima
parte dell’indagine riguarda più che altro la
conoscenza generale che gli Italiani hanno di questa
malattia, la seconda è dedicata al vissuto dei
pazienti, ai loro bisogni di assistenza
socio-sanitaria e all’impatto dell’ictus sulla
famiglia di chi ne è colpito. Questa seconda parte è
stata realizzata intervistando i parenti di più di
500 persone colpite dalla patologia. Secondo
l’indagine, oltre l’80% dei pazienti ha più di 65
anni. La metà del campione intervistato presenta una
disabilità grave, cioè non riesce a camminare o è
costretto a letto, per cui richiede assistenza
continua. E a farsene carico sono le famiglie. Il
40% dei parenti che se ne occupano (nella grande
maggioranza dei casi donne, che convivono con il
malato) afferma che il paziente non può essere
lasciato mai da solo. Ma, tra le persone che
assistono i malati, è opportuno fare una
distinzione, seguendo i risultati preliminari
dell’indagine. In caso di pazienti di sesso
femminile, le persone che assistono sono soprattutto
le figlie, i figli o le nuore che condividono il
"carico" assistenziale. Nel caso dei pazienti
uomini, invece, sono per lo più le mogli, quasi
sempre anziane anche loro, che spesso si sobbarcano
il peso dell’assistenza al marito colpito da ictus,
senza ricevere alcun aiuto dall’esterno. “L’ impatto
sulla vita dei familiari è dirompente – aggiunge
Vaccaro – nel 72% dei casi i caregiver si sentono
fisicamente stanchi, non dormono a sufficienza, uno
su quattro soffre di depressione”. Motivo per cui
necessitano di un supporto nell’assistenza. E circa
il 40% delle famiglie, soprattutto quelle che
risiedono nelle regioni settentrionali e centrali,
si rivolge a una badante. Con una spesa che varia
tra i 6-700 euro mensili al Sud e i 900 al Nord.
Senza contare che i familiari spesso si fanno carico
anche delle cure domiciliari, che sono pagate di
tasca propria dalla metà di coloro che ne hanno
usufruito per il proprio caro.
Le staminali del naso? Rivelano disturbi del
cervello
Le cellule staminali adulte nel sistema olfattivo
del naso possono aiutare a comprendere anomalie nel
sistema nervoso dei pazienti di schizofrenia, del
morbo di Parkinson, o di altri disturbi ancora poco
conosciuti. Scienziati del Centro nazionale di
ricerca sulle cellule staminali adulte, dell'universita'
Griffith di Brisbane in Australia, hanno scoperto
che le raschiature prelevate dal sistema olfattivo
responsabile degli odori, che si trova all'altezza
degli occhi, contengono cellule molto simili e
quelle attive nel cervello. E' la prima volta che si
trovano cellule staminali che ''ci possono dire
qualcosa su cio' che e' differente nel sistema
nervoso di questi pazienti, particolarmente per
malattie le cui cause genetiche rimangono
sconosciute'', scrive Alan Mackay-Sim, autore dello
studio pubblicato su Disease Models and Mechanisms.
''Vi sono - spiega - differenze specifiche molto
nette, fra le diverse malattie, nella biologia di
queste cellule. Differenze che debbono riflettere
cio' che avviene nel cervello, e che non sono
evidenti in cellule staminali derivate dalla pelle o
dal sangue''. E' stata finora la mancanza di facile
accesso alle staminali derivate dal cervello del
paziente, a rallentare la ricerca nelle malattie
cerebrali, in confronto con i progressi nel
comprendere e trattare il cancro, osserva Mackay-Sim.
''La possibilita' di prelevare staminali neurali con
una semplice biopsia, attraverso il naso - conclude
- offrira' nuove maniere per investigare sui fattori
genetici alla base di molti disturbi cerebrali,
aprendo la strada a diagnosi tempestive ed a nuovi
trattamenti, mentre le cellule staminali stesse
potranno essere usate come terapia''.
L'apnea nel sonno? Restringe la materia grigia
L'apnea nel sonno, una condizione di respirazione
interrotta di cui soffrono molte delle persone che
russano, causa danni cerebrali restringendo la
materia grigia, le cellule che costituiscono i
centri del pensiero e dell'elaborazione. Un gruppo
di ricerca dell'Istituto per la respirazione e il
sonno di Melbourne ne ha prodotto le prove finora
piu' affidabili. Nello studio, presentato ad un
congresso medico sul sonno a Christchurch in Nuova
Zelanda, i ricercatori hanno eseguito scintigrafie
cerebrali di 60 pazienti di apnea nel sonno usando
risonanza magnetica, e hanno paragonato i risultati
con quelli di 60 persone che non ne soffrivano.
''Abbiamo osservato dei mutamenti nel cervello di
pazienti con apnea nel sonno'', ha riferito il prof.
Fergal O'Donoghue, che ha guidato il progetto in
collaborazione con colleghi britannici. ''Due aree
in particolare sono danneggiate dalla mancanza di
ossigeno: una nella parte inferiore del cervello,
vicino all'area usata per la memoria, e l'altra nel
cerebellum, responsabile della coordinazione dei
movimenti e della capacita' di trasferire
l'attenzione da un compito all'altro''. Lo studio
conferma prove aneddotiche secondo cui chi soffre di
apnea nel sonno e' a maggior rischio di incidenti
stradali, depressione e problemi di memoria. ''Uno
dei messaggi dello studio e' che se si hanno sintomi
di apnea nel sonno e' importante cercare attenzione
medica, perche' non e' solo il problema fastidioso
del russare, ma puo' essere piu' grave'', ha detto
O'Donoghue.
Meningite, è italiano il super vaccino
Arriva il primo vaccino tetravalente contro la meningite, che protegge
da quattro dei cinque sierogruppi del batterio, A,
C, W135 e Y e che per ora verrà utilizzato per
vaccinare gli adolescenti dagli undici anni. A
presentare quello che è un risultato tutto italiano,
che aveva già ottenuto l'autorizzazione negli Usa e
che ora sarà disponibile anche nel nostro paese, è
stato Rino Rappuoli, coordinatore del team
"Novartis" che l'ha realizzato, insieme a medici
pediatri ed igienisti.
Il vaccino ha spiegato Rappuoli, dopo avere ottenuto
il via libera dall'ente regolatorio statunitense e
dall'Agenzia europea per i medicinali (Ema),
arriverà quindi anche nelle Asl italiane dove si
utilizza quello contro la meningite da meningococco
C, uno solo dei cinque ceppi. È stato sviluppato
usando la tecnologia della coniugazione, messa a
punto in Italia, per la realizzazione del vaccino
contro il meningococco C già in uso. Il nuovo
vaccino, rispetto a quello attuale, copre anche
altri sierogruppi e ha una protezione più duratura.
"Per ora - ha aggiunto Rappuoli - lo abbiamo
registrato per vaccinare gli adolescenti dagli
undici anni, ma entro qualche mese faremo la domanda
all'Ema per la vaccinazione dei bambini dai due
mesi". Rappuoli ci ha tenuto a sottolineare
l'assoluta "sicurezza" del vaccino, e che la
prevenzione vaccinale "rappresenta l'unico modo per
sconfiggere la meningite che in Italia ha una
mortalità del 14%", provoca 900 casi l'anno e
"contro cui le terapie non funzionano, portando alla
morte o lasciando le persone con disabilità molto
gravi".
Vuoi mantenere giovane il tuo
cervello? Fai un esame al giorno
Uno studio americano dimostra
che essere sottoposti a test costringe il cervello
ad adoperarsi per trovare una parola chiave
correlata. Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo
pieno: lo stress che subiamo quando dobbiamo
affrontare un esame, è un vero toccasana per le
nostre meningi. Lo sostiene uno studio statunitense
condotto dai ricercatori in psicologia della Kent
State University (Ohio). Gli studiosi hanno
analizzato il modo di trattenere nella memoria le
cose imparate, a seconda che queste siano poi
oggetto di un’interrogazione o di un esame, o meno.
Nel primo caso è evidente che il cervello si adopera
per trovare un elemento, una parola chiave capace di
far emergere subito e meglio ciò che si è appreso.
L’indagine è stata condotta su 118 volontari, ai
quali sono stati somministrati un test
sull’apprendimento di una lingua straniera.
L’obiettivo era cercare di ricordare 48 parole in
lingua swahili attraverso un semplice esercizio di
memorizzazione di un vocabolo. Tale procedimento
richiedeva l’associazione del vocabolo con una
immagine che in qualche modo lo rievocava perché
strettamente correlata. Tale espediente consente di
mantenere e fissare nella memoria il ricordo più a
lungo. In questo tentativo emergevano le differenze
tra i cervelli più arrugginiti e quelli al
contrario, più allenati: quest’ultimi erano in grado
di mettere in atto le strategie di correlazione
attraverso una parola-chiave (mediatore) per
ricordarla. I risultati di questa ricerca, da poco
resi noti sulla rivista Science, supportano quindi
la tesi di utilizzare verifiche, questionari e
interrogazioni a scuola per migliorare il proprio
grado di conoscenza.
Diabete, ecco la causa delle fratture
Lo rivela uno studio italiano. Ossa piu' fragili per
i diabetici? Secondo uno studio italiano, presentato
oggi all'Easd (European Association for the Study of
Diabetes) di Stoccolma, questo puo' accadere per
ragioni diverse, legate in maniera differente ad
alcuni medicinali usati per trattare la patologia.
In particolare, secondo Matteo Monami dell'Unita' di
medicina geriatrica dell'Universita' di Firenze,
recenti studi condotti dal suo team mostrano che il
trattamento insulinico nei pazienti con diabete di
tipo 2 aumenta il rischio di fratture, ma solo
perche' accresce l'incidenza di episodi di
ipoglicemia, esponendo cosi' i pazienti al pericolo
di cadute, e quindi di fratture. Insomma, secondo
Monami l'insulina non incide direttamente sul
metabolismo dell'osso. Discorso del tutto diverso
per i glitazoni, una classe di farmaci anti-diabete.
Queste molecole indeboliscono l'osso attraverso
un'azione diretta sul suo metabolismo. Inoltre i
glitazoni favoriscono anche la morte degli
osteoblasti, le cellule che formano l'osso. Alla
luce di questi elementi, secondo il ricercatore il
rischio fratture deve essere un fattore estremamente
importante nel decidere il piano terapeutico dei
pazienti con diabete di tipo 2, specie di quelli
piu' anziani. Nella sessione dedicata all'osteoporosi nel meeting di Stoccolma,
un'altra ricerca si concentra sul legame
ossa-diabete. Secondo Patricia Ducy della Columbia
University di New York (Usa), esiste una sorta di 'loop'
molecolare che lega il rimodellamento osseo al
metabolismo del glucosio. Tanto che, stando alla sua
ricerca, il diabete si potrebbe trattare anche
aumentando i livelli di un ormone, l'osteocalcina,
prodotto nelle ossa, che regola proprio il
metabolismo del glucosio. La studiosa descrive,
passo dopo passo, tutti i suoi studi di laboratorio
sul meccanismo di azione dell'osteocalcina. Ricerche
giudicate promettenti, che pero' devono essere
oggetto di ulteriori studi.
Gli effetti benefici quasi "miracolosi" di un
bicchiere d'acqua
L’acqua è in grado di far perdere peso, di aumentare
la pressione del sangue, riducendo il rischio di
svenimento prima di un prelievo. Un recente studio
pubblicato su Hypertension evidenzia le virtù che si
celano dietro un semplice bicchiere d’acqua. Si
rivela infatti essere un’alchimia capace di porre
rimedi a tanti mali. David Robertson, farmacologo e
neurologo alla Vanderbilt University di Nashville,
in Tennessee, scoprì già nel 2000 le conseguenze
positive sulla pressione. Lo scienziato,in
particolare, dimostrò il suo effetto ipertensivo nei
pazienti senza baroriflesso, privi cioè del sistema
che mantiene la pressione nella norma. Non ha
effetti significativi nelle persone sane, per le
quali in ogni caso contrae i vasi sanguigni,
aumentando l'attività del sistema simpatico, quello
che ci mette in allerta e fa aumentare il dispendio
energetico. La ragione, grazie alla quale l'acqua
riesce ad aumentare la pressione deriva dal fatto
che è in grado di diluire il sangue in partenza
dallo stomaco, riducendo quindi la concentrazione
dei sali che vi sono presenti. Ciò allerta
l'organismo, attiva il sistema simpatico e fa
aumentare la pressione del sangue per riportare la
concentrazione dei sali nella norma, attraverso
l'azione di una proteina chiamata Trpv4. Questa
attivazione comporta un maggior dispendio
energetico. Si calcola che semplicemente bevendo
ogni giorno un litro e mezzo di acqua, lasciando
immutata la dieta, si possono perdere oltre due
chili nel giro di un anno. Quindi l’iperattivazione
del sistema simpatico è in grado di fare miracoli.
La Croce Rossa americana, sulla base delle prime
segnalazioni del ricercatore, ha potuto verificare
che bere acqua prima di donare il sangue può ridurre
il rischio di svenimento. Infatti abbassa del 20 per
cento la probabilità di perdere i sensi.
Entro 3 anni sarà pronto il vaccino per tutte le
influenze
Dall’America sbarcherà entro il 2013 il vaccino
anti-influenzale universale, sarà capace di
fronteggiare qualunque ceppo virale. Ogni autunno
siamo alle prese con l’arrivo del prossimo ceppo
influenzale, dal nomi sempre più bizzarro o
dall’identikit nefasto come l’ultimo che ha
terrorizzato gran parte della popolazione. Il
vaccino così ogni anno è diverso e contiene i tre
ceppi di virus influenzali che l’ OMS ritiene
circoleranno nella successiva epidemia invernale. Ma
tutto questo sembra essere destinato a finire.
Segnatevi infatti questa data: entro i l 2013 avremo
a disposizione il vaccino anti-influenzale
universale . Ad annunciarlo sono i ricercatori del
US National Institute of Allergy and Infectious
Diseases di Bethesda che hanno realizzato un vaccino
capace di sostenere il sistema immunitario contro
l'attacco dei virus influenzali di qualunque ceppo.
Al risultato gli scienziati sono giunti attraverso
due fasi. Con un vaccino base, derivato da un virus
del 1999, che mira alle parti geneticamente comuni
dei virus influenzali, mentre il secondo consiste in
richiami di vaccinazioni contro le influenze
stagionali con il ruolo di rafforzare la capacità
immunitaria del primo. Ciò consentirebbe al vaccino
di migliorare la propria efficacia anno dopo anno,
fino ad arrivare a un'immunizzazione definitiva.
Fino adesso la sperimentazione è stata condotta su
topi, furetti e scimmie. Gli animali sono stati in
grado di reagire all'infezione di tutti i virus
antecedenti al 1999, ma anche a quelli successivi,
come il 2006 e 2007, compresa l’aviaria o H5N1.
L'ottanta per cento degli animali è sopravvissuto,
mentre quelli immunizzati solo con il vaccino
primario o solo con i richiami sono deceduti.
L’unico neo è che l’ipotesi di un vaccino universale
possa contenere il rischio che gli antigeni immutati
della matrice abbiano buone possibilità di
modificarsi nel tempo.
Scoperti 3 anticorpi utili per il vaccino contro
l’AIDS
Un gruppo di ricerca guidato da Xueling Wu
dell'Istituto Nazionale della Sanità (Nih) degli
Stati Uniti ha scoperto tre nuovi anticorpi che
riescono a neutralizzare fino al 91% dei ceppi di
Hiv. LA eclatante notizia , pubblicata questa
settimana su Science potrebbe quindi supportare lo
sviluppo di efficaci vaccini contro il virus e nuove
cure per combattere l'Aids. I tre anticorpi,
chiamati VRC01, VRC02, VRC03, non hanno tutti la
stessa valenza. I primi due riescono a contrastare
il 91% dei ceppi di Hiv-1, mentre il terzo ne
contrasta il 57%. Tutti e tre sono stati isolati nel
sangue di una persona infettata dal virus, ma
secondo gli studiosi sono altresì presenti in
quello di molti altri pazienti. Il segreto
dell'efficacia dei due anticorpi più potenti, VRC01
e VRC02, è in un nuovo dispositivo molecolare usato
da queste due proteine. L'anticorpo VRC01 riesce a
neutralizzare il 91% dei ceppi di Hiv perché attacca
un’area del virus comune a tutti questi ceppi.
Questa scoperta rappresenta una grossa
opportunità per la ricerca, in grado di accelerare
gli studi per prevenire l'Hiv su scala globale. La
tecnica usata dai ricercatori per identificare
questi nuovi anticorpi potrebbe essere emulata ed
applicata per la progettazione di vaccini anche per
molte altre malattie infettive. L’importante
scoperta non deve però essere considerata come
l'alchimia per la guarigione . Il fatto che il virus
possa essere bloccato in vitro non significa che poi
si riesca a trovare un vaccino. Infatti anche se ciò
fosse reale, occorrerebbe 1 anno per prepararlo, 2
per testarlo sugli animali e 3 per testarlo
sull’uomo: quindi un’attesa di 5-6 anni. E'
importante informare bene la gente. Molte persone
credono erroneamente che il vaccino esista già e non
si proteggono più: quindi non è opportuno nutrire e
divulgare false aspettative. Gli anticorpi
potrebbero inoltre non sopravvivere una volta
iniettati all’interno delle mucose vaginali o del
sangue. Si tratta di fattori che vanno ancora tutti
verificati.
Il sole estivo danneggia gli occhi
E anche tra i giovani si diffonde la cataratta, Con
l'arrivo dell'estate, riflettori puntati sulla
salute della pelle e sull'importanza di proteggerla
con creme adeguate. Ma lo stesso non si puo' dire
per la salute dei nostri occhi, che sotto il sole
vengono trascurati e invecchiano. Tanto da ammalarsi
di cataratta anche da giovani. Proprio per
sensibilizzare i cittadini sull'importanza di
proteggere gli occhi dai rischi di stagione, la
Commissione difesa vista ha promosso oggi a Roma
l'incontro 'Estate e raggi Uv: come difendere i
nostri occhi'. L'occhio e' un organo essenziale e
sensibile, avvertono gli esperti. Va quindi protetto
dai raggi Uv: raggi invisibili che penetrano
l'atmosfera e sono responsabili delle bruciature. La
nocivita' dei raggi Uv e' uno dei temi principali di
sensibilizzazione dell'opinione pubblica da parte
dell'Organizzazione mondiale della sanita' (Oms).
Per evitare di avere problemi quali occhio secco,
cheratiti, congiuntiviti, fino anche alla cataratta
e al carcinoma, e' bene indossare occhiali da sole
di qualita', certificati in base alle direttive CE.
"Sono in aumento - spiega Pietro Ducoli, ricercatore
dell'Irccs Fondazione G.B. Bietti onlus - i casi di
cataratta e maculopatia. Tra i vari fattori c'e'
certamente l'aumento dell'eta' media: sono disturbi
che si presentano, infatti, dopo i 55 anni. Ma sono
disturbi indirettamente riconducibili
all'esposizione ai raggi solari: ad ammalarsi di
piu', ad esempio, sono pescatori, maestri di sci,
gente insomma che lavora all'aria aperta. Sono
aumentate anche le congiuntiviti irritative tra i
bambini e i casi di cataratta giovanile. Ne vedo uno
ogni settimana, precisa l'esperto. Le cause possono
essere tante: inquinamento, radiazioni, buco
dell'ozono e lampade solari". "Il numero di persone
affette da cataratta - continua Gianni Mariutti,
dell'Istituto superiore di sanita' (Iss) - e' in
aumento in tutto il mondo. Non bisogna dimenticare,
inoltre, che l'assunzione di alcuni farmaci come
antibiotici, antidepressivi e ipogligemizzanti, in
combinazione con i raggi Uv puo' provocare reazioni
fitochimiche che peggiorano i danni alle strutture
oculari", aggiunge. "In particolare - precisa - e'
stato riscontrato che la tetraciclina, un diffuso
antibiotico, in combinazione con i raggi Uv solari
favorirebbe l'insorgenza della cataratta. Fare uso
di occhiali da vista o da sole dotati di lenti che
filtrino i raggi Uv e' percio' una buona azione di
prevenzione, soprattutto dei danni a lungo termine
la cui rilevanza e' tanto maggiore quanto piu'
aumenta l'aspettativa di vita delle persone",
evidenzia lo specialista. "Le persone - conclude
Vittorio Tabacchi, presidente della Commissione
difesa vista - sono ancora poco sensibili alla
salute degli occhi e ai prodotti di qualita'. Il 7
luglio sara' la Giornata nazionale
anti-contraffazione, che riguardera' tutti i settori
e non solo quello dell'ottica. A Venezia verranno
distrutti prodotti sequestrati senza il marchio CE e
a Roma ci saranno diversi incontri. Io personalmente
saro' a Venezia, citta' simbolo, dove sono nate le
lenti per proteggere gli occhi. Questa giornata e'
importante, perche' bisogna sensibilizzare la gente
contro questo flagello che mette a rischio la salute
e che crea un danno all'economia italiana che va dai
7 ai 14 miliardi di euro. Per ora e' un'iniziativa
solo italiana, mi auguro che diventi presto
europea".
Un nuovo metodo per la cura dell'infarto
Uno studio dell'ospedale di Forlì apre nuove
prospettive. Dall'ospedale 'Morgagni-Pierantoni' di
Forli' arriva una speranza in piu' per l'infarto
miocardico. Grazie ad uno studio del reparto di
Cardiologia sara', infatti, possibile aumentare il
numero di pazienti trattati e ridurre i costi. La
nuova procedura prevede di associare all'angioplastica
piu' stent coronarico non solo l'abciximab, ma anche
gli altri due farmaci antitrombotici esistenti, l'epfitibatide
e il tirofiban. Sino ad oggi si riteneva che solo il
primo, assai costoso, fosse efficace e sicuro, in
quanto verificato su un numero sufficientemente
ampio di soggetti. L'equipe del dottor Marcello
Galvani, attraverso la tecnica statistica della
meta-analisi, ha invece dimostrato, analizzando in
modo aggregato tutti gli studi di confronto tra
abciximab, eptifibatide e tirofiban, che, rispetto
al primo, gli altri due non sono ne' meno efficaci,
ne' meno sicuri. La scoperta ha rilevanti
conseguenze: da una parte, infatti, si potra'
allargare la platea dei pazienti trattati,
dall'altra si otterra' un significativo risparmio
economico, visto che entrambe le molecole
alternative costano la meta' dell'abciximab.
L''American Journal of Cardiology' ha deciso di
pubblicare lo studio forlivese, primo autore il
dottor Filippo Ottani, sul numero di luglio. ''La
mortalita' in ospedale o a un mese - ha detto
Galvani - dopo somministrazione di tirofiban o di
eptifibatide e' risultata pari al 3.1% dei 4.603
pazienti trattati, del tutto simile al 3.1%
registrato nei 2.646 pazienti con infarto che hanno
ricevuto il farmaco piu' costoso, ovvero l'abciximabIn
termini di sicurezza, le emorragie maggiori,
documentate durante il ricovero in ospedale, sono
risultate del sostanzialmente simili: 8.8% contro il
6.1% nei pazienti trattati con abciximab''. Compito
dei farmaci antitrombotici, somministrati per via
endovenosa durante l'angioplastica, e' rendere,
infatti, il sangue piu' fluido, cosi' da garantire
un miglior successo dell'intervento. L'unico effetto
collaterale di questi farmaci e' che, interferendo
con il processo della coagulazione, possono
provocare sanguinamento. ''Il rischio e' di solito
modesto, e non pericoloso per la vita, tranne che in
una modesta percentuale di casi - rassicura Galvani
- Inoltre non richiede il ricorso a trasfusioni''.
Una risata al giorno fa bene alla salute
Uno studio californiano spiega i benefici della
terapia del sorriso. Il riso abbonda nella bocca
degli stolti dice un vecchio e saggio proverbio, ma
pare che una risata al giorno possa essere di aiuto
al nostro sistema immunitario.
Già Norman Cousins, giornalista scientifico e
direttore di prestigiosi giornali americani, tra gli
anni settanta e ottanta aveva intuito che la risata
aveva proprietà terapeutiche e immunologiche.
Affetto da numerose patologie, il giornalista decise
di curarsi guardando per tre o quattro ore al giorno
film comici, soprattutto dei fratelli Marx, e
assumendo quotidianamente per flebo 25 grammi di
vitamina C. Contro ogni previsione, Cousins nell’
arco di un anno guarì. Se Cousins era arrivato alla
sue conclusioni e dunque alla consapevolezza che la
terapia del sorriso poteva garantire una migliore
qualità della vita, i medici della LomaLinda
University in California hanno optato per un metodo
più scientifico. Hanno, infatti, arruolato una
ventina di volontari e anziché sottoporli a
trattamenti e farmaci sperimentali, li hanno messi a
guardare film e skech comici, scelti da loro stessi. L'esperimento è durato tre settimane, con frammenti di commedie da
venti minuti ciascuno tutti i giorni. I medici prima
del controllo hanno effettuato degli esami del
sangue e confrontandoli con quelli eseguiti dopo
aver visto film ansiogeni o tristi. Lo specialista
in medicina preventiva, Lee Berk, che ha condotto
gli studi, ha osservato che nei pazienti trattati
con risate, tutte persone affette da diabete e con
un alto eccesso di grassi nel sangue, un
miglioramento dell'equilibrio ormonale; cortisolo ed
epinefrina (due sostanze che aumentano nei periodi
di maggiore stress) si erano abbassate. La terapia
della risata aveva fatto abbassare anche il livello
della leptina e crescere quello della grelina,
creando l'effetto di un miglioramento dell'appetito.
Berk ha sottolineato che se questo effetto può
essere sconsigliato agli obesi, di contro può
aiutare i malati sottoposti a chemioterapia o
depressi. L'effetto dei film comici sugli esami di
sangue si apprezza anche nel livello di colesterolo:
l'équipe californiana ha notato, infatti, una
riduzione di quello cattivo. Inoltre si abbassano
anche i livelli di tutte quelle proteine che
indicano uno stato di infiammazione del sistema
cardiovascolare e sono associate al rischio di
arteriosclerosi. Tutti questi effetti benefici
regolano la pressione sanguigna e migliorano il tono
generale dell'umore, facendo arrivare alle
conclusioni che una risata prolungata e sonora
equivale a una sessione di sport. “Ridere – ha
spiegato Berk – ha l'effetto di modulare molti
aspetti della salute umana e la risposta
dell'organismo a un riso prolungato è analoga alla
risposta che si ha dopo un'attività fisica moderata,
aumento di appetito incluso”. Dopo queste
conclusione il medico californiano, si appresta a
compiere nuove ricerche e studi sugli effetti
benefici dell'ascoltare musica e del cantare.
Tumori, 50enni più a rischio per il cancro alla
pelle
Hanno vissuto all'oscuro dei rischi del sole, il
loro rapporto con le creme solari e' stato limitato
all'uso di lozioni lenitive contro le bruciature che
si procuravano stando tutto il giorno al sole senza
proteggersi, l'abitudine era diventare rossi come
aragoste per poi spellarsi e infine abbronzarsi:
sono le persone di mezza eta', soprattutto gli
over-50, e sono quelle piu' a rischio di cancro alla
pelle. E' quanto riferito in un articolo sul New
York Time che racconta di questa generazione che,
per l'ignoranza dell'epoca in cui e' cresciuta
rispetto ai rischi del sole, adesso e' piu' a
rischio melanoma: infatti, secondo i dati
dell'American Academy of Dermatology, mentre il
tasso di morte per questo tumore - il piu' grave dei
tumori alla pelle - e' andato diminuendo negli
ultimi 20 anni per i giovani adulti, gli uomini che
hanno raggiunto i 50 presentano il piu' alto aumento
di questo tasso, pari a +3,2% l'anno dal 2002. Il
piu' alto incremento annuale per l'incidenza del
melanoma si riscontra invece tra gli uomini di pelle
bianca di 65, un aumento dei casi pari a +8,8%
l'anno dal 2003. Inoltre si riscontra anche una
rapida crescita dei casi tra le donne di 15-34 anni
(probabilmente dovuta anche al largo uso che si fa
dei lettini solari - in America usati dal 40% delle
diciottenni lo scorso anno). I danni del sole
possono impiegare decenni prima di manifestarsi come
tumori della pelle, ha spiegato Darrell Rigel, che
e' stato presidente dell'American Academy of
Dermatology: ''quello che vediamo oggi in termini di
aumento del numero dei casi di cancro alla pelle e'
la conseguenza di quel che le persone hanno fatto
negli anni '80''. La buona notizia e' che questi
tumori sono curabili se diagnosticati precocemente,
conclude.
Una buona notizia per chi ha paura delle siringhe
Un cerotto dotato di nanoparticelle che esegue le
vaccinazioni in maniera piu' efficiente, evitando
l'uso di aghi e siringhe. E' quanto ha messo a punto
un team di scienziati australiani guidato da Mark
Kendle dell'Istituto di bioingegneria e
nanotecnologia dell'Universita' del Queensland. Non
solo: il 'nanocerotto' richiede due minuti per
essere somministrato. ''Con un centesimo della dose
di vaccino di un'iniezione, abbiamo ottenuto una
resa equivalente i migliore'', dichiara Kendle.
''Crediamo che abbia il potenziale di di
rimpiazzare, o almeno di minimizzare il ricorso ad
aghi e siringhe''. E aggiunge: ''I benefici saranno
sia fisici che mentali. Innanzitutto vi e' la fobia
degli aghi, di cui soffre il 10% della popolazione.
E poi le ferite o le contaminazioni da aghi. Basti
pensare che in Africa vengono eseguite circa un
miliardo di vaccinazioni ogni anno,e
l'Organizzazione mondiale della sanita3' stima che
circa il 30% di esse non siano sicure a causa di
contaminazione incrociata''.
Tumori, gli esperti: lettini solari pericolosi come
il fumo di sigarette
Lettini solari pericolosi come il fumo di sigarette
nell'aumentare il rischio di cancro. A lanciare
l'allarme e' Paolo Ascierto, direttore
dell'oncologia dell'Istituto tumori Pascale di
Napoli, dal 46esimo Congresso della Societa'
americana di oncologia medica (Asco) a Chicago,
commentando i risultati di un'innovativa terapia per
il melanoma. E proprio la "scriteriata" esposizione
ai raggi Uv e' fra i primi imputati per il costante
aumento dei casi di questo tumore della pelle.
L'incidenza del melanoma - evidenziano gli esperti -
e' cresciuta a un ritmo superiore a qualsiasi altro
tipo di tumore, ad eccezione delle neoplasie maligne
del polmone nelle donne, con un aumento di 10 volte
negli ultimi cinquant'anni, a un ritmo del +6%
l'anno dagli anni '70. Non solo. "Sta diminuendo -
afferma l'oncologo - l'eta' dell'insorgenza. Vediamo
sempre piu' casi di malattia aggressiva nei giovani
tra i 25 e i 35 anni fa, mentre fino a venti anni fa
a esserne colpiti erano soprattutto adulti dai 50 ai
60 anni". Secondo Ascierto, "stiamo pagando la
cattiva informazione degli anni precedenti, quando i
bambini venivano esposti al sole senza un'adeguata
protezione. E spesso si scottavano. Oggi c'e'
un'attenzione maggiore verso i piu' piccoli". Ma con
troppa disinvoltura si ricorre a lampade, lettini e
docce solari, alla ricerca della tintarella 'tutto
l'anno'. L'oncologo ricorda che "un recente studio
dell'Agenzia internazionale di ricerca sul cancro (Iarc)
ha evidenziato come l'esposizione ai raggi
'artificiali' sotto i 30 anni aumenti il rischio di
melanoma del 75%, tanto che i raggi Uv sono stati
inseriti nella lista delle sostanze sicuramente
cancerogene". Occhio, dunque, alla tintarella a
tutti i costi. Di prevenzione e corretta
informazione si occupera' la Fondazione melanoma,
nata dall'unione delle forze di Regione Campania,
Istituto Pascale e II Universita' di Napoli.
La carne lavorata provoca malattie cardiache e
diabete di tipo II
E' questa la conclusione alla quale sono giunti un
gruppo di ricercatori della Harvard School of Public
Health, coordinati da Renata Micha.Un’assoluzione
parziale della bistecca e, al tempo stesso, un” j’accuse”
pesante nei confronti della carne lavorata,
affumicata, salata e conservata. In questi termini
possiamo riassumere la metanalisi, pubblicata sul
prestigioso “Circulation”, giornale della "American
Hearth Association", condotta da un gruppo di
ricercatori della "Harvard School of Public Health".
L'indagine ha messo insieme i risultati provenienti
da 20 studi diversi condotti su una popolazione pari
a circa 1 milione e 200 mila persone. Più che la
carne rossa, è questo il parere espresso dal team di
studiosi americani, sarebbero infatti hot dog,
bacon, salami, insaccati vari, e tutta una serie di
piatti pronti a base di carne. Quest’ultimi molto
più diffusi negli Stati Uniti piuttosto che nel
Belpaese, i responsabili di un aumento del rischio
di ammalarsi di malattie cardiache e di diabete di
tipo II. In particolare, in queste pietanze ad
essere messi sotto la lente di ingrandimento
dall’equipe di ricercatori della "Harvard School of
Pubblic Health" sono stati i quantitativi di sale e
nitrati, che in questa tipologia di alimenti
raggiungono davvero percentuali altissime. L’equipe
di ricercatori americani ha potuto notare , infatti,
come hot dog, bacon e simili contengono, rispetto
alla carne rossa, una percentuale di sale fino a
quattro volte superiore e ben il 50% in più di
nitrati. Il consumo di questa carne aumenterebbe
così, è questa la conclusione alla quale sono
approdati gli studiosi della "Harvard School of
Public Health", del 42% in più il rischio che il
nostro cuore si ammali, mentre nel contempo
innalzerebbe del 19% in più le possibilità di
rimanere affetti da diabete di tipo II. Di contro,
una porzione a settimana di carne rossa, categoria
nella quale gli studiosi americani nel corso del
loro studio hanno fatto rientrare oltre al manzo
anche l’agnello, il maiale, la selvaggina e le
hamburger, come ha spiegato Renata Micha,
coordinatrice della ricerca, “è associata a un
rischio relativamente basso” di ammalarsi al cuore o
di rimanere colpiti da diabete di tipo II.
Ciononostante, perfettamente in linea con le
ricerche precedenti, gli studiosi della "Harvard
School of Public Health" hanno ribadito una condanna
rispetto ad un consumo troppo elevato di carne
rossa, soprattutto perché in generale chi mangia
troppe bistecche si trova in alto anche per il
consumo di zuccheri e molto in basso, invece, per
quanto riguarda quello dei vegetali.
Il segreto della longevità? Dormire tanto. Tanto e
bene
La chiave della longevita'? Forse e' dormire bene,
infatti uno studio pubblicato sulla rivista Sleep ha
esaminato qualita' e quantita' del sonno di anziani
di cui quasi 2800 persone di 100 anni e piu' ed e'
emerso che gli ultracentenari dichiarano, quasi nel
doppio dei casi, di dormire bene e tanto, molto piu'
degli anziani tra 65 e 79 anni. Lo studio e' stato
condotto da Danan Gu della Portland State University
in Oregon ed ha coinvolto 15.638 adulti dai 65 anni
in su, compresi 3927 individui tra 90 e 99 anni e
2794 di 100 anni o piu'. Gli esperti hanno chiesto
ai volontari, tutti abitanti della Cina che e' un
paese molto anziano ma anche di centenari, di dire
quanto dormissero e se avessero o meno problemi col
sonno. Dormono male, ma c'era da aspettarselo, gli
anziani che soffrono di malattie croniche. E' emerso
pero' che, in condizioni buone di salute, sono i
piu' anziani a dichiarare di dormire meglio,
indipendentemente dalle condizioni socioeconomiche.
Quelli tra 65 e 79 anni tendono a dormire cinque ore
al giorno, pennichelle incluse, o addirittura meno,
mentre i centenari che dormono 10 ore al giorno sono
il triplo di quelli della fascia 65-79 anni che
riposano lo stesso numero di ore. Ci deve essere
qualche collegamento bidirezionale tra sonno e
longevita', concludono i ricercatori, ovvero chi ha
il dono della longevita' ha anche il dono del dormir
bene e viceversa. Ma se il buon sonno, che per
quanto sia ritenuto di aiuto a mantenersi giovani,
assicuri lunga vita, e in che modo, resta da
dimostrare.
Dalla ricerca italiana una nuova speranza contro le
leucemie.
Farmaci intelligenti attivano difese anticancro.
Dalla ricerca italiana nuove speranze contro la
leucemia linfoblastica acuta positiva al cromosoma
Philadelpia, l'alterazione genetica piu' frequente
nelle forme acute di leucemia fra gli adulti (20-30%
dei casi) e negli over 50 (oltre il 50% dei casi).
Un gruppo di ematologi dell'Azienda
ospedaliero-universitaria Policlinico di Modena,
guidati da Mario Luppi, ha dimostrato per la prima
volta che nel midollo osseo di pazienti con leucemia
Philadelphia sono presentilinfociti T, particolari
'soldati' del sistema immunitario, capaci di
riconoscere e uccidere le cellule malate. La
scoperta, pubblicata su 'Blood' e sostenuta da Ail
Onlus, apre nuovi orizzonti nella cura di questo
tumore del sangue. Permette infatti di studiare la
possibilita' di somministrare farmaci mirati al
difetto cromosomico della leucemia, capaci nello
stesso tempo di favorire lo sviluppo di linfociti T
antileucemici. Lo studio, su 10 pazienti, parte
dall'osservazione che i malati di leucemia
linfoblastica acuta Philadelphia-positiva, trattati
con il farmaco 'intelligente' imatinib e in
remissione da alcuni anni, mostravano un singolare
aumento del numero dei linfociti normali nel midollo
osseo. "La nostra idea - spiega Luppi in una nota -
era che questi linfociti T potessero avere un ruolo
attivo nel controllare e spegnere la malattia
leucemica in questi pazienti. Pertanto abbiamo messo
a punto una serie di metodiche di studio
immunologico per dimostrare che questi linfociti -
presenti in grande abbondanza sia nel midollo osseo
sia, seppure con minore frequenza, nel sangue
periferico - sono in grado di svolgere una funzione
antitumorale, mediante la produzione di sostanze o
citochine, come l'interferone gamma, e di esercitare
un effetto diretto di lisi, ovvero di distruzione
delle cellule leucemiche stesse". Le prove
dell'esistenza e dell'efficacia di un'immunita'
antileucemica sono state raccolte e descritte in
questi anni pressoche' esclusivamente in pazienti
sottoposti a trapianto di midollo osseo e cellule
staminali periferiche. "Solo recentemente - continua
Luppi - la presenza nel midollo osseo di cellule
capaci di riconoscere e colpire cellule tumorali e'
stata segnalata in pazienti pediatrici affetti da
leucemia mieloide acuta ed in pazienti colpiti da
mieloma multiplo e da tumori solidi. I nostri dati
suggeriscono che anche nei pazienti con questo
particolare tipo di leucemia linfoblastica acuta si
possa cominciare pensare a nuove esperienze di
immunoterapia, ovvero di terapia basata sulla
espansione in vitro e sulla reinfusione di linfociti
ad attivita' antileucemica specifica, in
combinazione con le terapie gia' esistenti". Questo
tipo di trattamento si e' gia' dimostrato efficace
contro i linfomi causati da infezione da virus di
Epstein-Barr, che insorgono in pazienti
immunocompromessi, trapiantati di midollo o di
organi solidi. "Nel campo delle leucemie c'e' ancora
moltissima strada da fare - precisa Giuseppe
Torelli, direttore della Struttura complessa di
ematologia del Policlinico di Modena - ma il nostro
gruppo sta attivamente collaborando con il gruppo di
Patrizia Comoli del Policlinico San Matteo di
Pavia", co-autore della ricerca, "per sviluppare un
programma di studio volto all'espansione di linee
cellulari T citotossiche antileucemiche, come gia'
viene fatto a Pavia per linee cellulari T
citotossiche anti-virus di Epstein-Barr". L'attivita'
antileucemica dei linfociti T e' stata dimostrata in
tutti i 10 pazienti in terapia con imatinib,
suggerendo che possa esistere una relazione e una
sinergia tra l'azione antitumorale diretta del
farmaco e l'effetto antitumorale indiretto del
sistema immune. "Il nostro laboratorio - evidenzia
Luppi - sta producendo dati, ancora non pubblicati,
che mostrano come questo effetto antileucemico si
possa riscontrare nel midollo osseo di pazienti con
la stessa malattia, ma in corso di trattamento con
altri inibitori di tirosin-chinasi, quali il
nilotinib". Infatti "e' ipotizzabile che il fenomeno
da noi descritto sia un fenomeno piu' generale, che
possa valere la pena di essere studiato anche in
altri contesti clinici, ed in particolare anche in
pazienti con tumori solidi, attualmente in cura con
farmaci appartenenti alla stessa classe di
inibitori", conclude l'ematologo.
Tutti i segreti per vivere bene fino a cent'anni
Muoviti, muoviti. Stare fermo sta male. Qualcuno
propone trentamila passi a settimana. Praticamente
quindici chilometri. Mettere in moto le fibre
muscolari, le articolazioni, la circolazione
sanguigna, il cuore. Magari all'aria pulita, senza
lo smog che avvelena ed imputridisce i nostri
polmoni. Senza esagerare, evitando lo sport
sfrenato. Non dimenticando di allenare anche il
cervello, mantenendolo scattante, quanto e più del
corpo. Vivere fino a cent'anni, forse. La ricetta
c'è. E, secondo gli esperti, è molto semplice. Basta
invecchiare bene, con la prevenzione, con il vivere
adagio ma con brio. Una lunga vita in salute. Il
sogno di tutti. Nei laboratori di tutto il mondo si
studiano i geni di longevità, e il modo per tenerli
attivi. I mitocondri, la chiave di svolta. Parte
fondamentali della cellula umana, praticamente i
motori della nostra esistenza microbiologica. Se
invecchiano loro, se si “addormentano”, per il
nostro organismo è la fine. Mission? Mantenerli
giovani. Via agli studi. Dagli Stati Uniti si
sperimentano il coenzima Q10 e l’acido alfa-lipoico,
che fa pulizia dei radicali liberi. Oppure l’ormone
angiotensina II, che bloccherebbe, l’azione di Nampt
e Sirtuina 3, due geni della longevità. Se si blocca
l’ormone, si vive di più. Ricerche, ricerche. Magari
ci vorranno anni per portarle a compimento. Avranno
poi uno sviluppo positivo? Questo non è dato
saperlo. Intanto si può prevenire con un corretto
stile di vita. Attività fisica la migliore medicina,
anche a novant’anni. Magari riscoprire il sesso, che
rientra nel novero delle cose che mantengono
giovinetti. E poi il bel mangiare, sinonimo di buon
mangiare. Frutta e verdura a più non posso, dieta
variegata, taglio ai grassi. Se possiamo, dicono i
medici, evitiamo i cibi ghiottoni che però si
trasformano in adipe o le schifezze da fast-food.
Scordiamoci le sigarette e limitiamo gli alcolici al
buon caro vecchio bicchiere di vino da dividere
durante i pasti giornalieri. Evitare l’abuso di
farmaci, in particolare antidepressivi o sonniferi e
vivere all’aria aperta. Tenersi allenati anche
mentalmente, intessendo e mantenendo relazioni
sociali. Sorpresa delle sorprese, uno dei migliori
alleati contro l'Alzheimer sono i videogames dei
vostri nipotini. A quanto pare stimolano la
creatività e la sensorialità.
I cibi spazzatura sollecitano neuroni gratificazione
e creano dipendenza
A dirlo è una ricerca, pubblicata sulla rivista
"Nature Neuroscience", condotta da un gruppo di
studiosi della Florida. Tra i vari alimenti è la
categoria dei “junk food”, cibi spazzatura
dannosissimi per la salute in quanto caratterizzati
da un alto contenuto di sale, grassi, conservanti,
additivi e zuccheri, creare il tasso più alto di
dipendenza. E’ questo il risultato, pubblicato
sull’importante rivista scientifica “Nature
Neuroscience”, a cui sono approdati alcuni
ricercatori dello Scribbs Research Institute,
Florida. Gli scienziati sono riusciti a dimostrare
come siano proprio questi cibi a sollecitare
maggiormente i neuroni della gratificazione. Gli
studiosi sono approdati all’importante risultato,
dopo aver condotto per un mese e mezzo numerosi
test, divisi in due differenti fasi, su topi da
laboratorio alimentati con una dieta, ricchissima di
grassi, a base di bacon, salsicce, torte e
cioccolato. Nella prima fase ai topolini è stata
concessa la libertà di poter mangiare liberamente,
con il risultato che ben presto gli animali sono
diventati obesi mentre nel loro cervello il sistema
di gratificazione diventava via via più pigro. Le
cavie infatti ogni giorno avevano bisogno di una
sempre maggiore quantità di stimoli piacevoli,
ottenuti aumentando in continuazione il consumo di
porzioni di junk food. Nella seconda fase
dell’esperimento i ricercatori dello Scribbs
Research Institute hanno invece accompagnato a ogni
somministrazione di cibo una piccola scossa
elettrica. Nonostante l’introduzione di questo
“fastidioso” fattore, come hanno potuto notare gli
studiosi americani, i topolini però non riuscivano
ugualmente a restare lontani dalle vaschette di junk
food, a dimostrazione del fatto che il meccanismo di
dipendenza era ormai ampiamente innescato. I
topolini come hanno spiegato Paul Jonhson e Paul
Kenny, due dei ricercatori che hanno condotto la
ricerca, nella seconda fase infatti hanno perso
totalmente “il controllo del loro comportamento”,
continuando a mangiare in modo davvero esagerato
anche in presenza della scossa elettrica, elemento
che certo non avrebbe dovuto incentivare gli animali
a consumare le porzioni di junk food. E’ questo,
hanno concluso i due ricercatori dello Scribbs
Research Institute, è il segno inequivocabile che
ormai nel cervello dei topolini si era creata una
dipendenza, proprio come avviene in molte persone
gravemente in sovrappeso che, nonostante gli sforzi,
non riescono a limitare il loro consumo di cibo pur
rendendosi perfettamente conto delle conseguenze
negative che tutto ciò comporta per la loro salute.
Tumore al seno, per gli oncologi la strategia è
personalizzare la terapia
E' la personalizzazione della terapia la
strategia-chiave nella lotta al tumore al seno.
Almeno per 10 mila delle 38 mila donne che si
ammalano ogni anno: positive al recettore HER2,
possono essere salvate grazie a un farmaco mirato,
un anticorpo chiamato trastuzumab, che ha gia'
consentito di ridurre la loro mortalità del 30%
circa. E' quanto emerso in occasione della
Conferenza Nazionale dell'Associazione Italiana
Oncologia Medica (Aiom) che si e' aperta oggi a
Catania. ''Le caratteristiche biologiche del tumore
- spiegano gli oncologi - sono la chiave per 'disinnescarlo':
l'esempio del recettore HER2 dimostra come un test
di laboratorio sia riuscito a cambiare la storia
naturale del cancro del seno''. Tuttavia, a 10 anni
dall'introduzione del test nella pratica clinica, il
margine di errore di interpretazione resta del 20%.
''Le ragioni principali - spiega Pierfranco Conte,
direttore del Dipartimento di Oncologia del
Policlinico di Modena e Reggio Emilia - sono
organizzative. E' fondamentale, ad esempio, che la
ricerca venga eseguita subito dopo il prelievo del
campione, per evitare che si deteriori.
Indispensabile la competenza del personale ma anche
la frequenza con cui si esegue l'esame, e servono
procedure di verifica della qualità del test che,
inoltre, va ripetuto nel tempo''. Il test HER2,
sottolinea l'AIOM, puo' fare da apripista per altri
tumori, esprimendosi anche in altri organi.
Fondamentale, secondo Carmelo Iacono, presidente
dell'AIOM, è inoltre ''ripensare l'intero sistema
assistenziale per adeguarsi ai progressi
terapeutici. In primo luogo, con un più stretto link
fra laboratorio e reparto. AIOM già si è mossa,
prima in Europa, nel definire una collaborazione
strutturata con i patologi, con l'obiettivo di
ottenere diagnosi sempre piu' rapide ed accurate''.
Allergici agli acari? Non mangiate molluschi e
crostacei
Si chiama cross-reaction, o reazione crociata e
colpisce circa il 40% degli allergici. E' quel
fenomeno per cui certi alimenti possono far
peggiorare i sintomi del disturbo. Così se si è
allergici alle graminacee, la situazione può
peggiorare con le albicocche, anguria, ciliegie,
kiwi, melone, mele, pesche, pomodori e prugne. Se,
invece, si è allergici al pelo e alla forfora del
cane o del gatto, bisogna fare attenzione alle uova
e a tutti i cibi che le contengono. Questa
interazione è stata scoperta da alcuni ricercatori
che, studiando il motivo per cui gli abitanti del
Sud della Francia non soffrono di allergie
respiratorie, hanno visto che questa sorta di
“immunità” è dovuta al fatto che nella loro dieta
entrano regolarmente uova di quaglia, che
contengono, infatti, sostanze che contrastano gli
allergeni dei pollini delle graminacee. Ma così come
ci sono gli alimenti che aiutano a contrastare le
allergie, ce ne sono di altri che, invece,
peggiorano i disturbi, o addirittura, li possono
scatenare. Se si è allergici agli acari della
polvere, per esempio, si devono evitare i crostacei,
molluschi e lumache. Questi alimenti, infatti,
contengono delle sostanze che sono simili ai pollini
e alle polveri che scatenano le allergie. Se si
possiede una sensibilità alle muffe e alle spore dei
funghi, gli esperti consigliano di stare alla larga
dall'aceto, dagli stessi funghi, dallo yogurt,
lievito di birra e alcuni formaggi fermentati. In
pratica, in base all'allergia, nei periodi più
critici, come la primavera per i pollini, si
dovrebbe evitare del tutto di consumare cibi che
potrebbero scatenare la cross reaction. Divieto
assoluto invece per tutto l'anno per i cibi che
interagiscono con l'allergia agli acari, perché le
reazioni che ne derivano possono essere anche gravi.
Secondo gli esperti, ci sono alimenti, invece, che
in generale fanno male a tutti gli allergici perché
contengono principi attivi che favoriscono la
liberazione di istamina, una sostanza prodotta dal
nostro organismo. Mentre non danno disturbo alle
persone sane, in quelle allergiche, che hanno già un
eccesso di istamina, possono peggiorare i sintomi.
Tra questi, ci sono i formaggi (in particolare
quelli fermentati), vino, cioccolato, pesce in
scatola, salumi, birra, fegato, noci, nocciole e
arance. Infine, se si è allergici all'aspirina,
fenomeno in aumento negli ultimi 10 anni, bisogna
fare attenzione a tutti i cibi che contengono
direttamente i suoi principi attivi, cioè i
salicilati. Tra i più comuni ci sono arance,
datteri, fichi, frutti di bosco, uva passa e
sultanina, pomodori, vino bianco, aceto di vino,
caffè e tè.
BrainPort, la rivoluzionaria
scoperta che permette ai ciechi di vedere
Il merito è di BrainPort, un nuovo sistema messo a
punto dalle Forze Armate americane e sperimentato da
Craig Lundberg. Di cosa stiamo parlando se vi
diciamo che è un dispositivo innovativo, il cui
costo si aggira intorno ai 15 mila dollari, messo a
punto dall’Institute of Regenerative Medicine delle
Forze Armate americane e prodotto dalla Wicab,
un’azienda dello Stato del Wisconsin? Se ancora non
ci siete, ecco che vi serviamo un altro aiutino:
questo sistema, al momento fuori commercio in quanto
rappresenta ancora un prototipo tutto da
perfezionare, ha già rivoluzionato la vita del
militare inglese di 24 anni che è stato chiamato,
per conto del Ministero della Difesa britannica, a
sperimentarlo e potrebbe in un futuro non troppo
lontano aiutare tante persone ad uscire da quel
“buio eterno” chiamato cecità. Stiamo parlando di
BrainPort, ovvero del nuovo dispositivo che permette
di riconvertire le immagini registrate da una
videocamera digitale montata al centro di un paio di
occhiali da sole in impulsi elettrici. Questi
ultimi, a loro volta, vengono poi trasmessi a un
dispositivo di plastica grande più o meno quanto un
francobollo, una sorta di “lecca lecca” di appena 3
centimetri quadrati, che va tenuto in bocca e li
riconverte in immagini. Il non vedente riesce così
ad interpretare gli stimoli elettrici sui sensori
della lingua e li trasforma in “immagini mentali”
che gli permettono di cogliere le forme, leggere le
parole ma anche di vedere gli ostacoli che si
frappongono nel suo cammino o che gli vanno
incontro. Tutto questo è possibile grazie alle
diverse intensità del formicolio che il non vedente
prova tenendo il dispositivo in bocca e che
corrispondono alla luce o all’oscurità dei pixel,
punti base delle immagini che vengono registrate
dalla videocamera, che gli permettono così di
percepire se una cosa è chiara o scura come anche di
individuare e aggirare eventuali ostacoli. Il
sistema BrainPort, sfruttando il principio della
sostituzione sensoriale, permette infatti alla
persona cieca di far ricorso alla cosiddetta “vista
linguale”, attivando i sensori sulla lingua
piuttosto che i fotoricettori dell’occhio. Tuttavia
le immagini che BrainPort permette di vedere come ha
raccontato Craig Lundberg, la prima persona al mondo
ad averlo sperimentato , sono “in bianco e nero”
mentre le forme sono ridotte a “linee essenziali e
semplici” come quelle in un disegno di un bambino.
Ma niente paura perché per ovviare a questo
inconveniente una soluzione a breve potrebbe
esserci. Gli stessi esperti che hanno ideato
BrainPort stanno cercando infatti di perfezionare il
dispositivo e sperano, entro tempi relativamente
brevi, di portare la nitidezza dell’immagine
trasmessa dagli attuali 400 – 600 punti di
informazione sul sensore a ben 3600 punti. E’ già
allo studio inoltre una versione miniaturizzata del
dispositivo che potrà esser fissata al palato o
dietro i denti, in luogo di esser tenuta sulla
lingua, al fine di permettere ai non vedenti di
parlare o di mangiare mentre lo utilizzano. Intanto,
nell’attesa che gli studi e le sperimentazioni
vadano avanti, il compito principale di Craig
Lundberg, il militare inglese che rimase ferito e
perse la vista nel 2007 in Irak a causa dello
scoppio di una granata, sarà quello di abituarsi a
usare il sistema nella vita di tutti i giorni al
fine di addestrare, in una seconda fase, all’uso del
BrainPort altri 20 soldati britannici che hanno
perso la vista sui campi di battaglia in Irak e
Afghanistan. L’idea è infatti quella di estendere il
progetto ad altri militari per poi, qualora
BrainPort dovesse rivelarsi un successo, aiutare con
il nuovo sistema tecnologico l’intera popolazione di
non vedenti. In tal senso molto importante, per lo
sviluppo ed il perfezionamento del BrainPort, sarà
il lavoro di Craig Lundberg perché come ha spiegato
il dott. Scott, medico del militare britannico,
questa tecnologia per funzionare deve “essere
sviluppata e perfezionata da non vedenti per non
vedenti”.
Allergie
ai pollini, i fermenti lattici probiotici aiutano a
combatterle
I probiotici arrivano in soccorso delle persone
allergiche. Una ricerca realizzata dall'Institute of
Food Research di Norwich, in Gran Bretagna, ha
mostrato come l'assunzione quotidiana di specifici
fermenti lattici probiotici, aiuta il sistema
immunitario a reagire al contatto con i pollini. Lo
studio, pubblicato su Clinical and Experimental
Allergy, parte dal presupposto che le allergie
stagionali, sebbene non causate direttamente, sono
favorite dalla rottura dell'equilibrio della flora
batterica intestinale. Qui entrano in azione i
probiotici che apportano benefici, soprattutto nel
caso delle riniti allergiche, migliorando
l'equilibrio microbico intestinale. La ricerca
dell'istituto inglese, condotta dall'immunologo
Claudio Nicoletti, ha posto sotto osservazione due
gruppi di persone. Ad un gruppo è stato
somministrato per due settimane un latte fermentato
contenente fermenti lattici probiotici, ad un altro,
per lo stesso periodo è stato dato un placebo. Nel
primo gruppo si è rilevata una diminuzione del
livello degli anticorpi IgE, che evidenziano la
presenza di allergie e un aumento degli anticorpi
IgG, che hanno una funzione protettiva dalle
allergie. Nel secondo gruppo non si è evidenziato
nessun cambiamento. "Lo studio, il primo condotto
sull'uomo - ha detto Nicoletti - mette in evidenza
come l'assunzione quotidiana di specifici fermenti
lattici probiotici possa modificare le risposte del
sistema immunitario al contatto con i pollini".
L'immunologo ha fatto sapere che proseguirà le
ricerche con uno studio più allargato, "per studiare
i meccanismi d'azione dei probiotici sul sistema
immunitario".
Tumori al seno, la mammografia non riduce il tasso
di mortalità
La mammografia ''non riduce i tassi di mortalita'
per tumore al seno nelle donne che fanno questo
esame rispetto a quelle che non fanno prevenzione''.
Inoltre in molti casi ''le diagnosi condotte in base
a questo esame radiografico potrebbero essere
sbagliate: si stima che migliaia di donne potrebbero
essere state operate senza necessita'''. Sono i
sorprendenti risultati di uno studio del Nordic
Cochrane Centre in Danimarca, pubblicato sul British
Medical Journal e di cui da' notizia il Daily Mail
suo suo sito. L'indagine, durata 10 anni, e' stata
compiuta su 110 mila donne, che hanno risposto ad
alcune domande sui benefici dei programmi
organizzati di screening. In particolare sono stati
esaminati i tassi di mortalita' per tumore al seno
in due regioni danesi che proponevano programmi di
screening, confrontandoli con quelle delle regioni
che invece non li prevedevano.
Lo studio ha scoperto che dall'inizio degli anni '90
i tassi di mortalita' delle donne tra i 55 ed i 74
anni diminuivano dell'1% nelle aree sottoposte a
screening contro il 2% di quelle non sottoposte a
screening. Per le piu' giovani (35-54 anni) calavano
invece rispettivamente del 5% e 6%. ''La riduzione
dei tassi di mortalita' per tumore al seno -
scrivono i ricercatori - si spiegano probabilmente
dal cambiamento dei fattori di rischio e dalle
migliori cure. Crediamo sia ora di domandarci se lo
screening ha portato i benefici sperati''. La
mammografia era stata gia' al centro di polemiche
negli Usa lo scorso novembre: la decisione di alzare
da 40 a 50 anni l'eta' minima in cui e' consigliato
l'esame radiologico del seno aveva sollevato una
levata di scudi tra molti oncologi.
Svolta nella lotta contro i tumori
Uno scienziato italiano ha scoperto il ''trucco'':
invece di ringiovanire invecchia, e cosi' fa morire
i tumori. Si tratta di spegnere un gene (Skp2) che
e' iperattivo in molti tumori. Spegnendolo si attiva
il processo di senescenza cellulare e le cellule
malate smettono di proliferare e muoiono. Resa nota
sulla rivista Nature, la scoperta si deve
all'italiano Pier Paolo Pandolfi, scienziato di fama
mondiale che da anni lavora all'estero, oggi alla
Harvard di Boston. ''E' gia' disponibile - ha
anticipato Pandolfi intervistato dall'Ansa - un
farmaco sperimentale anti-Skp2; lo abbiamo testato
ed e' gia' in fase di sperimentazione clinica''.
Poiche' il processo di senescenza e' universale,
riguarda cioe' tutte le cellule malate del corpo, il
farmaco sperimentale testato da Pandolfi potrebbe
funzionare contro molti, se non tutti, i tumori.
CUORE A RISCHIO SE VITAMINA D E' CARENTE
Il latte si sa, fa bene alle ossa. Ora pero' un
nuovo studio dell'Institute Intermountain Medical
Center di Salt Lake City suggerisce che la vitamina
D contribuisce ad avere un cuore forte e sano, e che
inadeguati livelli possono far significativamente
aumentare il rischio di ictus e malattie cardiache.
Per piu' di un anno i ricercatori hanno osservato
27.686 pazienti di 50 anni o piu', con nessuna
precedente storia di malattie cardiovascolari. I
pazienti sono stati divisi in tre gruppi in base ai
loro livelli di vitamina D: normale (piu' di 30
nanogrammi per millilitro), basso (!5-30
nanogrammi/ml) o molto basso (meno di 15
nanogrammi/ml). Lo studio ha dimostrato che nei
pazienti con livelli molto bassi di vitamina D
aumentava del 77 per cento le probabilita' di morte,
del 45 per cento le probabilita' di sviluppare
malattie coronariche, del 78 per cento delle
probabilita' di avere un ictus rispetto a pazienti
con livelli normali. Inoltre i pazienti con livelli
molto bassi di vitamina D avevano anche due volte
piu' probabilita' di sviluppare una insufficienza
cardiaca rispetto a quelli con un normale livello di
vitamina D. I risultati della ricerca saranno
presentati oggi a Orlando in Florida all'American
Heart Association's Scientific Conference. "Questo
e' uno studio unico perche' l'associazione tra la
carenza di vitamina D e le malattie cardiovascolari
non e' stata consolidata", spiega Brent Muhlestein,
direttore della ricerca cardiovascolare
dell'Institute Intermountain Medical Center e uno
degli autori dello studio. "Le sue conclusioni
potrebbero prevenire le malattie e fornire un
trattamento per aiutano a salvare vite umane". E'
gia' stato dimostrato in passato che la vitamina D
e' coinvolta nella regolazione del corpo di calcio,
nel rafforzamento delle ossa, e, di conseguenza, la
sua carenza e' associata a disturbi
muscolo-scheletrici. Recentemente si e' invece
dimostrato la associazione tra la vitamina D e la
regolazione di molte altre funzioni corporee tra cui
la pressione arteriosa, il controllo del glucosio e
delle infiammazioni, tutti importanti fattori di
rischio legati alla malattia di cuore. Da questi
risultati, gli scienziati hanno ipotizzato che la
carenza di vitamina D puo' anche essere collegata
alla malattia del cuore stesso. Il dottor Muhlestein
sottolinea anche che un gruppo di pazienti dello
Utah ha fornito valide indicazioni: "Nello Utah vi
e' un basso uso di tabacco e alcol, per questo siamo
stati in grado di restringere il campo sugli effetti
della vitamina D sul sistema cardiovascolare". I
risultati sono stati piuttosto sorprendenti e
importanti, continua Heidi May, epidemiologo, altro
autore dello studio. "Siamo giunti alla conclusione
che tra i pazienti con 50 anni di eta' o piu'
anziani, anche una moderata carenza di vitamina D e'
stata associata con lo sviluppo di malattia
coronarica, insufficienza cardiaca, ictus, e morte".
"Questo - aggiunge - e' importante perche' la
carenza di vitamina D e' facilmente curabile".
Ovviamente lo studio, di sola osservazione, non
garantisce la certezza di un collegamento tra
vitamina D e le malattie di cuore, pero' getta le
basi per ulteriori studi. "Riteniamo che i risultati
sono abbastanza importanti da giustificare
sperimentazioni cliniche - conclude il dottor
Muhlestein - per determinare con certezza quello che
abbiamo scoperto".
SCOPERTA PARTE DEL CERVELLO ASSOCIATA A MEMORI
Una parte del cervello tradizionalmente associata
alla memoria a lungo termine potrebbe essere
rilevante anche per quella a breve termine. A
scoprirlo e' stato un gruppo di ricercatori
britannici e tedeschi mediante l'osservazione di
pazienti affetti da patologie legate alla memoria. I
risultati, riportati dal notiziario Cordis,
dimostrerebbero la necessita' di ripensare le ormai
accettate differenze funzionali ed anatomiche tra
memoria a breve e lungo termine. Lo studio e' stato
dedicato in modo particolare all'ippocampo, un'area
del cervello nota per il ruolo rivestito in
riferimento alla memoria a lungo termine, alla
memoria spaziale e all'orientamento. E' inoltre una
delle prime aree ad essere colpite dal morbo di
Alzheimer, i cui sintomi sono appunto problemi di
memoria e disorientamento. Per valutare la
correlazione tra la memoria di lavoro e le relazioni
con il pensiero legato a periodi piu' lunghi, i
ricercatori hanno osservato pazienti affetti da
epilessia del lobo temporale. Questa patologia causa
una disfunzione nell'ippocampo, causando difficolta'
per la memoria a lungo termine. I ricercatori hanno
chiesto ai pazienti di osservare e memorizzare le
immagini (fotografie) di oggetti quotidiani, come ad
esempio le sedie in un soggiorno. Le prestazioni del
gruppo sono state valutate a breve distanza dopo
aver mostrato le immagini ai pazienti e l'attivita'
cerebrale e' stata misurata a intervalli lunghi e
brevi. "La memoria di lavoro consente la
memorizzazione nel cervello - sotto forma di
rappresentazioni attive - di eventi transitori",
hanno spiegato i ricercatori. "Questa peculiarita' -
hanno continuato - permette di adottare
comportamenti mirati quali, ad esempio, l'assumere
decisioni o imparare ad utilizzare le informazioni
al di la' della loro disponibilita' sensoria
transitoria".
ALLARME DIABETE, IN ITALIA 3, 5 MILIONI DI MALATI
Basta contare fino a dieci e una persona al mondo
muore a causa del diabete. Oggi circa 285 milioni di
persone hanno il diabete: un numero destinato a
crescere tanto che le stime prevedono oltre 438
milioni di diabetici nel 2030, con incrementi vicini
al 100% in alcune aree come l'Africa. Solo in Italia
si contano tre milioni e mezzo di malati
"ufficiali", piu' almeno un altro milione che non sa
di essere diabetico. La Giornata Mondiale del
Diabete, che si celebra il 14 novembre, e'
l'occasione per ribadire che la persona con diabete
puo' condurre una vita normale e attiva se impara a
gestire la malattia. Il regolare monitoraggio del
glucosio nel sangue, la gestione della malattia in
stretta collaborazione con il proprio medico, e un
corretto stile di vita sono la chiave per tenere
sotto controllo la malattia. In questo senso la
novita' piu' rilevante e' Accu Chek Mobile, lo
strumento innovativo messo a punto da Roche
Diagnostics che consente al paziente di tenere sotto
controllo i valori ed eventualmente modificare lo
stile di vita in base ai risultati ottenuti.
Accu-Chek Mobile e' una rivoluzione nella
misurazione della glicemia: e' il primo misuratore
senza strisce, con 50 test su nastro all'interno
dello strumento e nulla da smaltire dopo ogni test.
Anche il pungidito Accu-Chek Fastclix e' integrato
ed e' dotato di un caricatore contenente 6 lancette.
Piu' di un terzo delle persone affette da diabete
considera la misurazione della glicemia troppo
complicata quando si e' lontano da casa: spesso il
fatto di dover pensare a tutto il necessario da
portare con se' per effettuare la misurazione
costituisce un problema. Il nuovo sistema Accu-Chek
Mobile supera gli ostacoli legati alla misurazione
frequente della glicemia. La persona con diabete non
deve piu' preoccuparsi di dover maneggiare e
smaltire ogni volta le singole strisce reattive e le
lancette gia' utilizzate: Accu-Chek Mobile le
immagazzina al suo interno. Dopo ogni test, il
nastro scorre automaticamente e si prepara per
l'effettuazione di una nuova misurazione: lo
strumento e' praticamente sempre pronto all'uso. Il
nastro utilizzato viene infatti conservato
all'interno dello strumento in una cassetta, che
puo' essere facilmente smaltita dopo l'utilizzo dei
50 test. il "debutto" del nuovo strumento avverra'
domani e sara' gratis: Roche Diagnostics a fianco di
Diabete Italia offrira' in circa 300 piazze italiane
per lo screening gratuito della glicemia.
GENETICA: SCOPERTO IL SEGRETO DEI CENTENARI
New York- Un gruppo di ricercatori americani
del'Albert Einstein College of Medicine of Yeshiva
University ha scoperto per la prima volta in
assoluto un legame diretto tra una mutazione
genetica e la capacita' di vivere sopra i cento anni
di eta'. La scoperta e' stata annunciata dalla
rivista Proceedings of the National Academy of
Sciences. I ricercatori hanno scoperto che nelle
persone ultracentenaria e' presente una particolare
forma di enzima che accelera il processo di
ricostruzione dei telomeri. Queste strutture
genetiche sono molto importanti perche' regolano la
divisione cellulare e fanno in modo che durante
questo processo il Dna si duplichi correttamente.
Con l'eta' i telomeri tendono ad accorciarsi e con
essi aumenta la possibilita' di errori nella
duplicazione del corredo genetico delle singole
cellule. La scoperta di queste strutture e' stata
riconosciuta quest'anno con l'assegnazione del
Premio Nobel per la medicina a un trio di scienziati
americani fra cui anche Elizabeth Blackburn. I
ricercatori hanno studiato il Dna di un particolare
gruppo di persone, gli Ashkenazi e in particolare un
gruppo di ultra novantenni. "I telomeri - ha
spiegato Gil Atzom, responsabile del LonGenity
Project - sono solo un elemento del puzzle che porta
a scoprire i segreti della longevita'. Le questioni
che ci hanno spinto a fare questa ricerca sono due.
La prima e' se nelle persone ultracentenarie i
telemori sono piu' lunghi rispetto alla media. La
seconda e' vedere se in queste persone esistono
anche delle variazioni nei geni che regolano la
struttura dei telomeri". La risposta a entrambe le
domande e' positiva. Nello specifico i ricercatori
hanno scoperto che la maggior lunghezza dei telomeri
e' legata a una specifica mutazione genetica
ereditaria. Questa mutazione permette a queste
persone di aumentare il processo di riparazione dei
telomeri e quindi a mantenerli piu' lunghi nel corso
della vita.
ECCO PERCHE' LA DIETA RENDE DEPRESSI, RICERCA
New York- Ridurre i grassi nell'alimentazione fa
bene all'umore ma che cosa succede quando tagliamo
su pasta e pane, ovvero i carboidrati? Tante persone
alle prese con la dieta gia' lo sanno, ma ora arriva
la conferma da una ricerca australiana: diventiamo
depressi. Le diete con bassissimo contenuto di
carboidrati sono spesso prescritte ai soggetti
sovrappeso o obesi per aiutarli a dimagrire, ma nel
lungo termine possono influire negativamente sul
loro umore, sembra suggerire questa ricerca.
L'equipe della Commonwealth Scientific and
Industrial Research Organization di Adelaide,
Australia, ha diviso 106 adulti sovrappeso od obesi
in due gruppi: uno ha seguito per un anno una dieta
molto povera di carboidrati ma ricca di grassi (come
sono ad esempio la dieta Atkins o anche la vecchia
dieta punti), l'altro uno schema piu' ricco di
carboidrati ma povero di grassi (come la dieta
mediterranea). Periodicamente e alla fine dello
studio, gli scienziati hanno non solo controllato il
peso dei partecipanti, ma anche il loro umore. Dopo
un anno, i pazienti avevano perso in media 13,7 Kg
senza differenze tra i due gruppi. Inoltre, dopo le
prime otto settimane di dieta, l'umore era
migliorato in entrambi i casi. Ma passato questo
periodo di tempo, le persone che seguivano la dieta
con piu' carboidrati continuavano a registrare un
miglioramento dell'umore, mentre quelli che facevano
le dieta senza pane e pasta erano tornati verso uno
stato d'animo depresso. "Questi risultati
suggeriscono che alcuni elementi della dieta con
pochi carboidrati potrebbero avere effetti negativi
sull'umore e quindi, nel lungo termine, nuocere
anche alla perdita di peso", scrivono i ricercatori
sugli Archives of Internal Medicine. "I risultati ci
hanno sorpreso", aggiunge il coordinatore dello
studio, dottor Grant D. Brinkworth: "Pensavamo che
con la perdita di peso l'umore sarebbe migliorato in
tutti i pazienti, ma non e' stato cosi'. Chi
mangiava pochissimi carboidrati, dopo un iniziale
miglioramento, tornava a scivolare nella
depressione". Una spiegazione puo' essere anche il
fatto che seguire un'alimentazione senza pane, pasta
e pizza rende piu' difficile partecipare alla vita
sociale, ovvero a pranzi e cene con gli amici,
secondo l'equipe australiana. "Si tratta di diete
molto lontane dal nostro schema di alimentazione
normale, pieno di pane, pasta o anche frutta", nota
Brinkworth. "Una dieta troppo difficile da seguire
diventa uno stress". Meglio allora il vecchio
consiglio: continuare a mangiare di tutto, ma in
quantita' ridotte.
MOLECOLA A FORMA ELICA PER BATTERE IL CANCRO
Washington. - Un team di ricercatori di Harward ha
scoperto un sistema innovativo per rendere
inoffensiva una proteina chiave nello sviluppo dei
tumori finora resistente a tutte le terapie
farmacologiche. Sono riusciti a creare una molecola
a forma di elica, battezzata SAHM1, che riesce a
bloccare l'attivita' cancerogena della
super-proteina Notch1. Si tratta di un cosiddetto
'fattore di trascrizione', cioe' una molecola che
controlla l'attivita' (attivandoli o spegnendoli) di
alcuni geni che innescano i tumori. La novita' e'
che malgrado Notch1 fosse nota da anni finora non
era stata individuata un arma efficace. La scoperta,
pubblicata sul numero di domani di Nature, e' frutto
del lavoro dei team Di James Bradner, biochimico e
oncologo del Dana-Faber Cancer Institute di Harward
e dal suo collega Greg Verdine. SAHM1 apre la strada
a un nuovo gruppo di farmaci diretti contro i
'fattori di trascrizione'. I ricercatori di Harward
si sono accorti che Notch1 ha un punto debole: una
porzione a forma di elica che gli serve per unirsi
ad altre molecole o con i recettori. Le due squadre
sono riuscite a creare una sorta molecola "esca",
appunto SAHM1 a sua volta a forma di elica, che
riesce a trarre in inganno Notch1 e a bloccarne
l'attivita', fermando la crescita del tumore.
ALLO STUDIO FARMACO CONTRO TUMORE A POLMONI
Londra- E' in via di sviluppo una nuova pillola
potrebbe curare una delle forme piu' letali di
tumore ai polmoni. Un gruppo di ricercatori
dell'Imperial College di Londra ha scoperto che un
farmaco potrebbe essere capace di distruggere una
forma di cancro ai polmoni considerata inoperabile,
tant'e' che uccide piu' di nove pazienti su dieci.
Secondo quanto riportato da un articolo della
rivista Cancer Research, il nuovo trattamento agisce
bloccando la crescita delle cellule tumorali e,
infine, facendole autodistruggere. In piu' della
meta' dei trial condotti sui topolini, il
trattamento - che sembra non avere effetti
collaterali - ha eliminato tutte le tracce del
tumore. "Se ottenete una diagnosi di questo tipo di
tumore - ha spiegato Michael Seckl, oncologo
molecolare che ha coordinato lo studio - le vostre
probabilita' di sopravvivenza sono molto piccole.
Negli ultimi 30 anni abbiamo fatto molto pochi
progressi nel suo trattamento. Questo e' il motivo
per cui e' cosi' eccitante. E' piuttosto raro vedere
un farmaco in grado di far scomparire questi tumori.
In questa forma di cancro al polmone le cellule
cancerogene si diffondono rapidamente in modo che e'
davvero molto raro riuscirle a rimuovere il tumore
attraverso interventi chirurgici. Anche se
inizialmente la chemioterapia riesce a contenere il
tumore, ben presto le cellule cancerogene diventano
resistenti al trattamento. E purtroppo la maggior
parte dei malati muore. Ecco perche' sarebbe davvero
rivoluzionario se il farmaco in via di sviluppo nei
laboratori inglesi si dimostrasse efficace anche
negli esseri umani. Secondo i ricercatori, il nuovo
trattamento potrebbe permettere ai pazienti che
hanno questo tumore di sopravvivere dai 5 ai 10 in
piu'. "I primi risultati di questo studio - ha
commentato Joanna Owens del Cancer Research del
Regno unito - sono impressionanti, ma avremo bisogno
di attendere ulteriori risultati di studi clinici
prima di sapere se i farmaci potrebbero essere
utilizzati sui pazienti".
MORTALITA' RIDOTTA SE ANZIANI CAMMINANO VELOCI
Londra- Le persone anziane che camminano lentamente
hanno tre volte piu' probabilita' di morire per
problemi di cuore. In generale, hanno il 44 per
cento di morire per vari motivi rispetto a quelli
che camminano veloci. Almeno questo e' quanto emerso
da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori
della University Pierre and Marie Curie di Francia e
pubblicato sulla rivista British Medical Journal Per
arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno
coinvolto nella ricerca 3.208 uomini e donne sane di
eta' compresa tra i 65 e gli 85 anni. Gli uomini
sono stati valutati come "camminatori veloci" se
facevano piu' di 1,85 metri al secondo e
"camminatori lenti" se riuscivano a coprire in un
secondo solo 1,5 metri. Le donne, invece, sono state
valutate come "camminatrici veloci" se riuscivano a
percorrere 1,85 metri al secondo e "camminatrici
lente" se in un secondo coprivano una distanza di
soli 1,35 metri. In cinque anni di studio gli
scienziati hanno scoperto che coloro che camminavano
piu' velocemente hanno avuto molte meno probabilita'
di morire, soprattutto per problemi di cuore.
Secondo i ricercatori, questo perche' lo sforzo
fisico che si fa camminando in maniera piu' rapida
permetterebbe agli anziani di mantenere un cuore
sano. E' stato infatti dimostrato che camminare
velocemente aumenta i livelli di colesterolo "buono"
nel sangue e questo puo' ridurre le probabilita' di
soffrire di malattie cardiache. Inoltre, secondo i
ricercatori, non e' escluso che i primi sintomi
dell'insorgenza di qualche problema al cuore, non
diagnosticata, possano indurre le persone a
camminare piu' lentamente. "Questi risultati - hanno
concluso i ricercatori - dimostrano che la
valutazione di performance motorie con misure
semplici, come la velocita' nel camminare, possano
essere eseguite in modo facile. E (i risultati
dimostrano) che il ruolo del fitness nel preservare
la vita e' importante negli anziani".
CHIP ITALIANO PER PREVENIRE INFEZIONI IN OSPEDALE
Roma- Quanti contatti ci sono in ospedale tra
personale sanitario, medici, pazienti e visitatori?
Ricostruire sttrette di mano e incontri che ogni
giorno ci si scambia in un nosocomio puo' essere
fondamentale per prevenire la diffusione di
infezioni, a partire dall'influenza A, ed e' proprio
l'obiettivo che si propone un progetto tutto
italiano: un chip applicato su oltre 200 tra
pazienti, personale sanitario e visitatori
dell'Ospedale romano Bambin Gesu' in grado di
ricostruire la matrice di tutti i contatti avvenuti
in una settimana. "In questo modo - spiega Alberto
Tozzi, medico del Bambin Gesu' che coordina
l'esperimento - possiamo anche simulare la
diffusione di alcune malattie all'interno di un
ospedale. Il progetto e' partito la scorsa
settimana, e si concludera' giovedi' o venerdi': al
termine dai dati ottenuti ricaveremo una tabella che
ricostruisca tutti i contatti, i tempi, i luoghi e
le modalita'. Inoltre un gel igienizzante sul chip
permettera' di valutare durata e frequenza del
lavaggio delle mani, altro aspetto fondamentale per
la prevenzione del contagio". In questo senso, un
ruolo lo gioca certamente anche l'influenza A, che
nelle ultime settimane ha visto proprio al Bambin
Gesu' diversi ricoveri e un decesso: la tabella,
spera Tozzi, servira' soprattutto "per creare
simulazioni in grado di prevenire e contrastare la
piaga delle infezioni ospedaliere e il passaggio di
virus compreso l'H1N1".
LAVORARE DOPO LA PENSIONE FA BENE
New York- Le persone che anche dopo la pensione
continuano almeno in parte a lavorare probabilmente
godono di migliore salute fisica e mentale rispetto
ai coetanei che smettono del tutto ogni attivita',
secondo quanto suggerisce una ricerca americana. La
scoperta, dicono gli studiosi, potrebbe tradursi in
un consiglio per chi e' prossimo alla pensione:
trovarsi una piccola consulenza per evitare uno stop
totale dell'attivita' lavorativa. Ovviamente chi
lavora in proprio e' facilitato, nota il Dr. Mo
Wang, assistente di psicologia della University of
Maryland, perche' e' piu' facile restare attivi
anche in eta' anziana, magari in forma part-time. Il
Dr. Wang e i colleghi hanno usato i dati raccolti
tra piu' di 12.000 lavoratori americani. I
partecipanti, che avevano tra i 51 e i 61 anni
all'inizio dello studio (nel 1992), sono stati
intervistati ogni due anni per un periodo di sei
anni. Nel complesso, ha scoperto l'equipe di Wang,
le persone che avevano continuato a tenersi in
qualche misura attive riferivano meno malattie
importanti come pressione alta, patologie cardiache,
diabete e artrite nel corso dello studio rispetto ai
coetanei che avevano scelto di smettere del tutto di
lavorare. Questo dato non trovava spiegazione
nell'eta' piu' avanzata o in condizioni di salute
peggiori all'inizio dello studio, fanno notare i
ricercatori sul Journal of Occupational Health
Psychology. In piu', i pensionati ancora attivi
risultavano godere di una migliore salute mentale:
per esempio, erano meno soggetti a depressione.
Tuttavia va notato che questi benefici emergevano
solo quando la persona continuava a lavorare nel
settore di sua competenza e non quando iniziava
un'attivita' part-time in un altro campo. Questo
accadeva probabilmente perche' la scelta di un nuovo
lavoro era obbligata da necessita' finanziarie e non
dal piacere personale o anche perche' una nuova
occupazione implica sempre una dose di stress, visto
che si devono imparare nuove mansioni o modificare
le proprie abitudini. Ma perche' lavorare anche dopo
la pensione (nel settore di cui ci si e' sempre
occupati) fa cosi' bene al corpo e alla mente?
Secondo il Dr. Wang, diversi fattori entrano in
gioco. Continuare a lavorare aiuta gli adulti in
eta' avanzata a mantenere uno stile di vita attivo
simile a quello che avevano nel pieno dell'eta'
lavorativa, a ridurre lo stress che deriva da una
totale inattivita' e a mantenere parte di quella
identita' che si fa coincidere con la propria
posizione o carriera. Ovviamente cio' vale se si e'
appassionati del proprio lavoro, continua Wang. Se
il lavoro ha significato soprattutto stress,
smettere potrebbe davvero essere la scelta giusta,
ma anche in questo caso, meglio tenersi attivi,
magari con gli hobby e lo sport.
ALZHEIMER, TEST MULTITASKING PER DIAGNOSI PRECOCE
Washington- Messo a punto un test multitasking, che
richiede lo svolgimento di due compiti
contemporaneamente, in grado di evitare che i
sintomi causati dal morbo di Alzheimer vengano
confusi con quelli della depressione. Lo ha
annuncitao un gruppo di ricercatori dell'Universita'
di Edimburgo in uno studio pubblicato sulla rivista
Journal of Neurology. Le persone che sviluppano
l'Alzheimer sono affette da problemi di ragionamento
e di memoria che possono essere facilmente confusi
come segni di depressione. Di conseguenza molte
diagnosi di Alzheimer vengono effettuate in ritardo,
non permettendo quindi ai pazienti di usufruire di
terapie e trattamenti validi all'inizio della
malattia. Ecco perche' la scoperta dei ricercatori
potrebbe essere di grande aiuto per questi pazienti.
In pratica, i ricercatori hanno testato le capacita'
multitasking di 89 pazienti affetti d'Alzheimer e da
depressione. Ebbene, dai risultati e' emerso che
quelli che soffrivano di demenza hanno raggiunto
risultati piu' bassi ai test. Si tratta del primo
studio che ha confrontato le prestazioni dei
pazienti per effettuare una diagnosi precisa. I
ricercatori sono convinti che questo possa essere un
metodo molto efficace per fare diagnosi precoci.
TROPPA PALESTRA PUO' RIDURRE FERTILITA' NELLE DONNE
Londra- Passare troppo tempo in palestra o fare
troppi esercizi fisici al giorno puo' triplicare il
rischio infertilita' nelle donne. Almeno questo e'
quanto scoperto da un gruppo di ricercatori della
University of Science and Technology della Norvegia
in uno studio riportato sul quotidiano britannico
Daily Telegraph. Mentre gli esperti concordano sul
fatto che l'esercizio fisico ha degli effetti
benefici sulla salute, gli scenziati norvegesi sono
convinti che questi possano 'rubare' energia
indispensabile per una gravidanza. Per arrivare a
queste conclusioni i ricercatori hanno coinvolto
nello studio 3 mila donne, interrogate sulla
frequenza, durata e intensita' della loro attivita'
fisica tra il 1984 e il 1986. Dopo 10 anni, i
ricercatori hanno interrogato le donne sulle loro
eventuali gravidanze. Ebbene, dai risulati e' emerso
che le donne che hanno fatto attivita' fisica
intensa e molto frequente avevano piu' probabilita'
di avere difficolta' a rimanere incinte. Anche
prendendo in considerazione altre variabili, come
eta', peso, stato civile e abitudini generali, i
dati hanno mostrato chiaramente che le donne 'troppo
in forma' hanno avuto un rischio triplicato di
soffrire d'infertilita' rispetto alle donne che
hanno fatto attivita' fisica moderata. Le donne
giovani sono risultate piu' esposte a questo
rischio. Tra le donne sotto i 30 anni d'eta' e che
hanno fatto tanto esercizio fisico, un quarto di
loro non e' riuscito a concepire durante i primi
anni di tentativi. Tuttavia, i presunti 'danni'
dell'attivita' fisica non sembrano essere
permanenti. "La stragrande maggioranza delle donne
alla fine e' riuscita ad avere un bambino", ha detto
Lara Gudmundsdottir, che ha coordinato lo studio. I
ricercatori non hanno ancora ben capito il perche'
gli effetti non siano permanenti. Un'ipotesi
potrebbe essere che con il tempo il profilo ormonale
delle donne migliora. Gudmundsdottir ha consigliato
alle donne che vogliono figli di "allentare un po'"
con lo sforzo fisico ed evitare gli eccessi.
"Crediamo che sia probabile che livelli molto alti
di attivita' fisica abbiano un effetto negativo
sulla fertilita', mentre l'attivita' moderata abbia
effetti vantaggiosi", ha concluso.
INTERAZIONE TRA 2 GENI CAUSA LEUCEMIA AGGRESSIVA
Bruxelles- L'interazione di due geni, entrambi
cancerogeni presi singolarmente, puo' causare la
leucemia aggressiva. E' quanto ha scoperto un gruppo
di ricercatori dell'Accademia Sahlgrenska
dell'Universita' di Gothenburg in uno studio
pubblicato sulla rivista Blood e riportato dal
notiziario Cordis. La leucemia e' causata dalla
proliferazione dei leucociti nell'organismo.
Esistono varie forme della malattia - ad esempio la
leucemia acuta e quella cronica - alcune delle quali
sono piu' aggressive di altre, come ad esempio la
leucemia mielogena acuta (Aml). Nella leucemia i
leucociti colpiti a volte invadono altri organi del
corpo - spesso i linfonodi, il fegato o la milza -
portando a una grave compromissione del sistema
immunitario. In Svezia ogni anno la malattia viene
diagnosticata in circa 900 persone. Il team ha fatto
la propria scoperta mentre stava compiendo degli
esperimenti su topi geneticamente modificati. Anche
se i due geni sotto esame sono spesso presenti in
forma mutata nella leucemia acuta, e' comunque raro
che le mutazioni avvengano contemporaneamente.
Finora gli scienziati credevano che i geni mutati
causassero la stessa reazione: un'aumentata
attivita' della proteina cancerogena Ras, che causa
una piu' rapida proliferazione degli ematociti. "Si
tratta di una scoperta sorprendente, che indica che
alla base dello sviluppo dei tumori c'e' un
meccanismo che ancora non e' stato individuato. Essa
apre la strada a nuovi metodi per la lotta agli
ematociti cancerosi che presentano mutazioni NF1",
ha detto il professor Martin Bergo, che ha guidato
la ricerca all'Accademia Sahlgrenska. Uno dei due
geni riguarda i codici per la proteina Ras. L'altro
gene, che riduce l'attivita' della proteina Ras,
concerne i codici per la proteina NF1. Il team
Sahlgrenska, che aveva lavorato in precedenza con
due diversi tipi di topi - uno con la mutazione Ras
e l'altro con la mutazione NF1 -, ha osservato il
lento sviluppo della leucemia in entrambi i tipi di
topi. Ma quando questi sono stati combinati insieme,
e' stato osservato lo sviluppo di una forma di
leucemia fortemente aggressiva nei topi che
presentavano mutazioni in ambedue i geni. "Il
corrispondente aumento nella segnalazione Ras non
riesce a giustificare il forte aggravamento
dell'aggressivita' della malattia e cio' significa
che la proteina NF1 potrebbe avere un ruolo diverso
nello sviluppo della leucemia di quanto si credesse
finora, e magari non coinvolge affatto la proteina
Ras", ha detto il professor Bergo. "La scoperta
offre la possibilita' di sviluppare nuovi
trattamenti per i pazienti che presentano mutazioni
nella NF1", ha aggiunto. In collaborazione con un
altro team dell'Accademia Sahlgrenska, i ricercatori
stanno ora analizzando il ruolo della proteina NF1,
per riuscire a sviluppare nuovi trattamenti per la
leucemia aggressiva.
DA BATTERI SU NOSTRO CORPO SI CAPIRANNO MALATTIE
Londra- Un gruppo di scienziati americani e'
riuscito a tracciare l'intera mappa dei batteri che
vivono su diverse aree del corpo umano, dalla testa
alla pianta del piede, passando per la bocca,
l'ascella, l'intestino e altre zone ancora. I
batteri che convivono con l'uomo sono fondamentali
per mantenere il nostro buono stato di salute.
L'equipe della University of Colorado at Boulder ha
scoperto, inaspettatamente, che le comunita' di
batteri che vivono su un individuo sono molto
diverse, non solo da persona a persona, ma anche
sulla stessa persona. Gli scienziati sperano che il
loro lavoro, pubblicato da Science Express, potra'
essere utile alla ricerca clinica. Un giorno, per
esempio, potrebbe essere possibile individuare zone
del corpo umano dove effettuare trapianti di
specifici batteri per curare alcune patologie. Lo
studio dell'universita' del Colorado e' stato
condotto su nove volontari sani a cui sono stati
analizzati 27 siti diversi del corpo. E' cosi'
emerso che le comunita' di batteri variano da
persona a persona, ma anche da un sito all'altro
sulla stessa persona, e anche sullo stesso sito e
sulla stessa persona i risultati dei test possono
essere diversi da un giorno all'altro. "Abbiamo
tracciato la mappa piu' completa delle popolazioni
di batteri che convivono con l'uomo", afferma il
coordinatore della ricerca, dottor Rob Knight.
"L'obiettivo e' capire qual e' il livello normale di
batteri per un soggetto sano e che cosa accade
quando sopravvengono invece delle malattie". Si
stima che siano 100.000 miliardi i batteri che
vivono sul corpo umano, o dentro. Svolgono in molti
casi funzioni fondamentali per la nostra salute, per
esempio partecipano allo sviluppo del sistema
immunitario e alla digestione di alcuni cibi.
TUMORI: ONCOLOGI, MAMMOGRAFIA PER LE OVER 45
Roma- La mammografia di routine per le donne dai 50
ai 70 anni ha ridotto del 50% nell'ultimo ventennio
la mortalita' per il tumore del seno. Ma ora e'
tempo di rivederne i criteri. L'eta' per il primo
esame va portata per tutte le italiane ai 45, come
indicano le evidenze scientifiche. A lanciare questo
appello alle Istituzioni sono i piu' autorevoli
oncologi mondiali, riuniti fino a domani a Modena
per il Convegno internazionale "Meet the Professor",
un appuntamento scientifico di primo livello
interamente dedicato al cancro della mammella. E
proprio il modello emiliano viene portato come
esempio: questa regione, prima in Italia, dal primo
gennaio anticipera' lo screening di 5 anni rispetto
allo standard ad oggi. Dai 45 ai 50 la mammografia
va ripetuta ogni 12 mesi, dopo ogni 24. "Una misura
da estendere al piu' presto in tutto il territorio
nazionale - afferma il professor Pierfranco Conte,
direttore del Dipartimento Integrato di Oncologia ed
Ematologia del Policlinico universitario di Modena,
presidente del Convegno -. Grazie all'effetto
combinato di diagnosi precoce e maggiore efficacia
delle terapie, oggi la sopravvivenza per questo
tumore, che colpisce 38.000 italiane ogni anno,
supera il 90%. Ma resta la piu' frequente causa di
decessi nel sesso femminile fra i 35 e i 44 anni,
con 7.800 casi stimati nel nostro Paese nel 2008.
Vanno quindi sensibilizzate le donne ad aderire alla
mammografia ma e' soprattutto necessario che le
Istituzioni siano pronte a recepire le indicazioni
che provengono dalla comunita' medico-scientifica.
Siamo ormai tutti concordi: la soglia deve essere 45
anni. E ancor prima quando vi siano particolari
fattori di rischio come altri casi di neoplasia in
famiglia". Modena si conferma una punta di
eccellenza dell'oncologia, anche grazie a
collaborazioni con prestigiosi centri. Fra questi
L'M.D. Anderson di Houston (Texas) il piu' grande ed
importante al mondo, guidato dal prof. Gabriel
Hortobagyi che co-presiede il Convegno.
LEUCEMIA, NUOVO FARMACO UCCIDE CELLULE MALATE
Londra- Gli scienziati irlandesi che hanno
realizzato la scoperta la considerano
"rivoluzionaria": si tratta di un nuovo farmaco in
grado di uccidere le cellule della leucemia. La
molecola, ribattezzata PBOX-15, distrugge le cellule
cancerose nei pazienti adulti con una prognosi
negativa che hanno mostrato resistenza ad altri
trattamenti. Il Professor Mark Lawler del Trinity
College Dublin chiarisce che occorreranno dai tre ai
cinque anni prima che la scoperta della sua equipe
si traduca in un farmaco utilizzabile per la cura
della leucemia. "Siamo ancora nelle prime fasi dello
sviluppo della molecola; dobbiamo effettuare altri
studi fondamentali, per esempio capire quali possano
essere gli effetti collaterali", dice il professore.
"Ma i primi risultati sono molto promettenti,
vogliamo dare questa nuova speranza ai malati di
cancro", aggiunge Lawler. Lo studio e' frutto di una
collaborazione tra scienziati irlandesi (Trinity
College Dublin, St James's Hospital, sempre a
Dublino, e Belfast City Hospital) e italiani
(dell'Universita' di Siena). Il Professor Lawler
spiega che, nei test condotti sui pazienti affetti
da leucemia, il farmaco ha attaccato e spezzato la
struttura delle cellule malate. Il farmaco si e'
dimostrato efficace anche nel trattamento della
leucemia linfocitica cronica (Llc), il tipo di
tumore del sangue e del midollo osseo che
rappresenta la forma di leucemia piu' comune tra gli
adulti nel mondo occidentale. Secondo l'equipe di
Lawler, il PBOX- 15 e' risultato piu' efficace delle
attuali cure usate per curare la malattia e ed e'
riuscito a uccidere anche le cellule dell'Llc
resistenti agli altri farmaci, come si legge sulla
rivista Cancer Research.
INFLUENZA A: VIROLOGI, ECCO LE 10 COSE DA SAPERE
Roma- Le 10 domande sull'influenza A (e le
risposte). L'Associazione italiana per la ricerca
sui virus, Airv, a fronte della crescente richiesta
di informazioni sull'Influenza A/H1N1, propone un
decalogo supersintetico per affrontare informati la
pandemia: 1) Perche' questa influenza si propaga
cosi' velocemente? La propagazione del virus e'
particolarmente veloce perche' il virus e' nuovo e
coglie il sistema immunitario completamente
impreparato. L'influenza stagionale, invece, e' una
variante di virus che la popolazione ha gia'
incontrato negli anni passati, per cui la parziale
immunita' presente nelle comunita' ne limita e
rallenta il contagio. 2) Come si trasmette? Le vie
d'ingresso del virus nel nostro corpo sono la bocca,
il naso e gli occhi. Il virus si trasmette da
persona a persona o direttamente mediante microgocce
espulse parlando, con colpi di tosse e starnuti,
oppure indirettamente quando le nostre mani toccano
una superficie contaminata e poi le portiamo senza
pensarci a bocca, naso o occhi, nostri o altrui.
Ricordiamo che il virus ama l'umidita', il
sovraffollamento, teme il forte calore e... la
pulizia! Per cui a rischio sono tutti i luoghi di
raduno (come nelle ore di punta) dove ci si respira
'addosso'. 3) La vaccinazione e' efficace? Il
vaccino, protegge dal virus almeno 8 persone su 10,
e riduce drasticamente la diffusione del virus. 4)
La vaccinazione e' sicura? Il vaccino non contiene
virus infettante e le sostanze cosiddette
'adiuvanti', che aiutano il sistema immunitario a
reagire al materiale vaccinale, sono sicure. Il
vaccino non va somministrato a persone con
ipersensibilita' alle proteine dell'uovo o ad altri
componenti del vaccino e a persone che abbiano
manifestato reazioni allergiche o reazioni di tipo
neurologico in seguito a precedenti vaccinazioni
anti-influenzali. La vaccinazione e' sconsigliata a
chi soffre di malattie autoimmuni. 5) Chi si deve
vaccinare? Oltre agli operatori che assicurano i
servizi pubblici, il vaccino e' consigliato a
gravide al secondo e terzo trimestre di gravidanza,
a donne che hanno partorito da meno di sei mesi o
coloro che accudiscono neonati, a bimbi nati da meno
di 24 mesi gravemente pretermine, a bambini,
adolescenti e adulti compresi tra 6 mesi e 27 anni.
Infine alle persone portatrici di malattie croniche
dell'apparato respiratorio, diabete, cardiopatie,
obesita' etc. (l'elenco completo e' riportato al
comma 2 dell'art. 1, Ordinanza ministeriale
11/09/2009). 6) Quali sono i sintomi nell'adulto?
L'esordio e' brusco, con febbre a 38'C o superiore,
con combinazioni di sintomi quali malessere
generalizzato, sudorazione e brividi, spossatezza,
mal di testa, tosse, mal di gola o congestione
nasale. 7) Quali sono i sintomi nel bambino? Nei
bambini, oltre ai sintomi degli adulti, e'
importante tener presente che i piu' piccoli non
sono sanno descrivere sintomi, ma possono
manifestare segnali quali irritabilita', pianto,
inappetenza; nel lattante l'influenza e' spesso
accompagnata da vomito e diarrea e solo
eccezionalmente da febbre; occhi arrossati e
congiuntivite sono caratteristici dell'influenza nei
bambini in eta' prescolare, in caso di febbre alta
e, infine nei bambini da 1 a 5 anni le
manifestazioni influenzali sono spesso accompagnate
da infiammazione della gola, bronchite e febbre
alta. 8) Quando e' il caso di chiamare il medico?
Non prendere l'iniziativa di recarsi presso
l'ospedale, ma chiamare il proprio medico se
compaiono sintomi di allarme, che sono, negli
adulti: fiato corto o respiro affannoso, dolore o
senso di compressione al torace o all'addome,
improvvisa vertigine, confusione mentale, vomito
grave o persistente; nei bambini: respiro frequente
e difficoltoso, colorito scuro-bluastro, mancanza di
sete, forte sonnolenza e scarsa interazione con gli
altri, forte irritabilita', tanto da non voler
essere toccato, iniziale miglioramento dei sintomi
influenzali, seguito da nuovo peggioramento con
febbre e aggravamento della tosse, febbre
accompagnata da eruzione cutanea. 9) Come si puo'
evitare il contagio e limitare la diffusione del
virus? Evitare i luoghi a rischio, scegliere grandi
stanze per le riunioni che non si possono evitare e
distribuirsi a distanza, non usare oggetti o
strumenti altrui, evitare le strette di mano.
Lavarsi le mani con cura e spesso con sapone (per
almeno 40 secondi) o detergenti per le mani a base
di alcol o amuchina (per almeno 20 secondi). Poi
evitare gli stress, mangiare sano e bere molti
liquidi. Vaccinarsi! Se si e' malati stare a casa e
proteggere gli altri dai propri colpi di tosse o
starnuti. Mascherine e i respiratori N95 possono
aiutare. 10) Come si proteggono i bambini piccoli?
Occorre evitare di esporli alle proprie e altrui
secrezioni, dunque proteggerli da colpi di
tosse/starnuti mentre lo si alimenta ed evitare che
vengano toccati da chi non lo accudisce. Tutto quel
che viene portato alla bocca dei piccoli
(giocattoli, etc.) e' a rischio se ha toccato
superfici contaminate. Se il piccolo si ammala,
continuare ad allattarlo al seno, anche se la mamma
e' influenzata: il latte materno e' la migliore
medicina, e trasmette al bambino gli anticorpi che
la mamma va producendo contro il virus. Se il
piccolo e' troppo debole per succhiare, puo' bere il
latte da una tazza, un biberon, un contagocce.
IL POMODORO? OTTIMO PER LE DIETE, STUDIO
Londra- Il pomodoro non fa ingrassare. E non solo
perche' contiene poche calorie. Una nuova ricerca
condotta dall'Universita' di Reading (Gran Bretagna)
ha infatti scoperto che questo frutto rende piu'
sazi, diminuendo l'appetito e quindi l'eccesso di
cibo. "I nutrizionisti sanno da tempo che una dieta
di frutta e verdura aumenta le probabilita' di
diminuire di peso, e che i vegetariani sono
tendenzialmente piu' magri", ha detto Julie
Lovegrove, ricercatrice a capo dello studio di cui
ha presentato i risultati a una conferenza in
Francia. "Tuttavia, riteniamo che i composti
contenuti in alcuni vegetali, come ad esempio il
pomodoro, fanno sentire lo stomaco piu' pieno". I
ricercatori hanno infatti chiesto a dei volontari di
mangiare diversi tipi di sandwich al formaggio e
conditi con carota o pomodoro, e poi hanno chiesto
loro quale li facesse sentire piu' sazi. Il pomodoro
ha avuto piu' successo, e i ricercatori ritengono
che cio' sia dovuto al licopene, un composto che
abbasserebbe il livello degli ormoni dell'appetito
dando sazieta'. "Si tratta di uno studio piccolo, e
non sappiamo ancora con esattezza quale sia il
composto chiave, ma questi risultati sono
significativi", ha detto Lovegrove.
NO AD ASPIRINA PREVENTIVA CONTRO INFARTO E ICTUS
Londra- L'uso dell'aspirina per tenere lontani
infarto e ictus e' indicato solo per le persone che
hanno problemi cardiovascolari: chi non ha sintomi
non dovrebbe prendere l'aspirina a scopo preventivo,
sostengono i ricercatori britannici. Lo studio,
realizzato dal Drugs and therapeutics bulletin
(Dtb), afferma che l'aspirina puo' causare gravi
emorragie interne e non previene le morti per
malattie cardiovascolari. Secondo i ricercatori, i
medici dovrebbero valutare quali dei loro pazienti
assumono l'aspirina a scopo "preventivo" e fermare
quelli che non ne hanno veramente bisogno.
L'aspirina a basso dosaggio e' molto usata dalle
persone che gia' hanno avuto un infarto o un ictus
per evitare nuovi episodi cardiovascolari. Questo
approccio - noto come "prevenzione secondaria" - e'
supportato da prove e da benefici ormai comprovati.
Ma molte migliaia di persone in Gran Bretagna,
dicono le statistiche, prendono l'aspirina come
misura preventiva gia' prima di aver avuto alcun
sintomo cardiaco. Secondo il Dtb, una recente
analisi di sei trial che hanno coinvolto un totale
di 95.000 pazienti, pubblicata dalla rivista Lancet,
non conferma l'opportunita' di usare l'aspirina come
"prevenzione primaria", ovvero assunta regolarmente,
nei pazienti che, pur se in alcuni casi a maggior
rischio (diabetici, ipertesi, o semplicemente
over-50), non hanno mai avuto segni di malattia
cardiovascolare. Infatti, l'impatto sulla riduzione
della mortalita' e' quasi nullo, mentre e' alto il
rischio di gravi emorragie gastrointestinali.
Secondo il Professor Steve Field, presidente del
Royal college of general practitioners britanico
(l'associazione che rappresenta i medici di base del
Paese), sostiene che il Dtb e' una fonte molto
autorevole di linee guida e che le raccomandazioni
sull'uso dell'aspirina verranno dunque prese in
considerazione dai medici inglesi. Chiarisce June
Davison della British heart foundation: "E' provato
che l'aspirina puo' prevenire infarti e ictus in chi
gia' soffre di malattie cardiocircolatorie e questo
gruppo di persone dovrebbe quindi continuare a
prendere l'aspirina in base a quanto prescritto dal
medico. Invece, per quelli che non hanno malattie
cardiocircolatorie, il rischio di gravi emorragie e'
troppo alto rispetto ai benefici". Niente aspirina,
dunque, in questi casi: meglio allontanare il
pericolo di malattie cardiache evitando di fumare,
mangiando in modo sano e svolgendo regolare
attivita' fisica.
RIUSCITA SU CAVIE RIGENERAZIONE MIDOLLO SPINALE
Los Angeles- Concluso con successo un esperimento
di rigenerazione del midollo spinale sui topi di
laboratorio, e ora i ricercatori della University of
California, San Diego School of Medicine ritengono
che si possa guarire la parte danneggiata, anche a
un anno di distanza dal trauma originale. "Se si
applica una combinazione di trattamenti, gli assoni
(i lunghi filamenti nervosi nella colonna
vertebrale) possono essere ripristinati e
rigenerati", ha detto Mark Tuszynski, direttore del
Center for Neural Repair di San Diego, autore dello
studio pubblicato sulla rivista Neuron. "Un assone
ferito gravemente non e' un assone morto". I traumi
al midollo spinale hanno l'attenzione della ricerca
medica da anni, ma finora i trattamenti sviluppati
hanno avuto scarso successo. "Sono numerosi gli
ostacoli alla rigenerazione degli assoni", ha
spiegato Tuszynski. "Cicatrici, incapacita' di
recupero dei neuroni adulti, fattori che inibiscono
la crescita, infiammazioni estese: sono tutti
fattori che contribuiscono a rendere difficile la
rigenerazione di questo tipo di ferite". I
ricercatori hanno allora utilizzato una combinazione
di trattamenti, che comprende la creazione di 'toppe
cellulari' sulla lesione, fattori di crescita
neuronale e stimolazione nell'assone dei geni per la
rigenerazione. "Anche nelle condizioni ideali di
laboratorio e' difficile ottenere un risultato, ma
siamo tuttavia riusciti a rigenerare parte delle
lesioni croniche", ha detto Tuszynski. "I topi di
laboratorio hanno recuperato parte del movimento,
anche a 15 mesi di distanza dal trauma che li aveva
paralizzati. Questa combinazione di trattamenti
mostra un grande potenziale per la rigenerazione
degli assoni e la cura dei traumi spinali", ha
concluso.
ANCHE UNA SIGARETTA PUO' DANNEGGIARE LE ARTERIE
Toronto- Anche una sola sigaretta puo' avere effetti
negativi sugli adolescenti e suoi giovani adulti. Un
nuovo studio condotto dal McGill University Health
Centre nel Canada ha dimostrato che fumare anche una
sola sigaretta puo' ridurre l'elasticita' delle
arterie del 25 per cento nelle persone tra i 18 e i
30 anni. Con arterie piu' rigide, i vasi sanguinei
fanno piu' resistenza all'azione circolatoria del
cuore, rendendo piu' difficile il lavoro del muscolo
cardiaco e aumentando il rischio di infarto e ictus.
"Anche poche sigarette al giorno posso avere un
impatto profondo sulla salute", ha detto Stella
Daskalopoulou, che ha presentato i risultati della
sua ricerca al Canadian Cardiovascular Congress
2009. "Abbiamo analizzato i giovani tra i 20 e i 24
anni, la fascia di eta' che in Canada ha il maggior
numero di fumatori. Molti di loro - ha proseguito -
sostenevano di essere fumatori 'occasionali', cioe'
da poche sigarette al giorno". Tuttavia, dai
risultati di Daskalopoulou e colleghi emerge che i
fumatori occasionali non se la cavano tanto meglio
di quelli incalliti. "Cio' emerge con chiarezza
quando sottoponiamo queste persone allo sforzo
fisico", ha detto la ricercatrice. "Dalle nostre
misurazioni dell'elasticita' delle arterie - ha
spiegato Daskalopoulou - risulta che anche poche
sigarette possono fare la differenza. Nei non
fumatori sottoposti a sforzo, l'elasticita' delle
arterie aumenta. Dopo solo una sigaretta, invece,
essa diminuisce del 25 per cento, con le conseguenze
che ne derivano". La ricercatrice ha concluso che
anche il fumo occasionale puo' danneggiare le
arterie, compromettendo la salute e la resistenza
del corpo allo stress fisico improvviso.
LEUCEMIA: STUDIO ITALIANO SU QUALITA' VITA
Roma- Pazienti che godono di una buona qualita'
della vita e che risentono solo di alcuni effetti
collaterali quali stanchezza, gonfiore e crampi
muscolari; medici che ammettono di essere scrupolosi
nell'informare sulla terapia, ma meno attenti a
comunicare ai pazienti i possibili effetti del
farmaco sulla vita sociale e familiare. Ecco i dati
preliminari che emergono dal primo studio (a livello
mondiale) che indaga la qualita' della vita delle
persone affette da leucemia mieloide cronica e in
terapia con Glivec, "il farmaco che ha rivoluzionato
la terapia, assicurando alte percentuali di
sopravvivenza, senza il quale non potremmo parlare
oggi di qualita' della vita in questi pazienti".
Cosi' Franco Mandelli, presidente dell'Associazione
italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma,
presentando questa mattina a Roma lo studio promosso
dall'Ail insieme a Gimema Gruppo italiano malattie
ematologiche dell'adulto e sostenuto da Novartis. La
ricerca, che si concludera' il 15 dicembre, "ha
coinvolto 27 centri Gimema italiani distribuiti tra
Nord (11), Centro (9) e Sud (7), arruolando 382
pazienti (il 61% uomini e il 39% donne) in
trattamento da almeno 3 anni con imatinib; il 50% da
almeno 5 anni", ha spiegato Fabio Efficace,
responsabile degli studi sulla qualita' della vita
Gimema. "Siamo ancora in una fase di elaborazione
dei dati - continua Efficace - ma alcune
considerazioni importanti possono essere fatte. Il
21% dei medici ammette di non aver dato molte
informazioni riguardo i possibili effetti della
terapia sulla vita sociale-familiare del paziente,
ma pensano di essersi dedicati 'molto' o
'moltissimo' a far rispettare l'esatta dose di
imatinib (100%) e a informare sugli effetti
indesiderati (95%) - spiega Efficace -. La
percentuale di pazienti in terapia da molto tempo
che non presenta sintomi specifici e', secondo i
medici, molto elevata ma a ogni modo i medici
valutano che i sintomi hanno un peso piu' rilevante
nella vita delle donne rispetto agli uomini e nei
pazienti sopra i 60 anni rispetto ai piu' giovani.
Sintomi, quelli ritenuti piu' rilevanti, che sono la
stanchezza, i crampi e la ritenzione idrica". "Sulla
base di questi risultati - ha commentato il
professor Mandelli definendo lo studio una
collaborazione preziosa tra medici e volontari
dell'Ail - potremo indicare al medico in modo
accurato quali sono gli aspetti da correggere nei
pazienti in terapia. Questo vuol dire che non ci
accontentiamo piu' di far vivere piu' a lungo il
paziente, se possibile di guarirlo, ma vogliamo che
il percorso di cure non levi nulla alla qualita'
della sua vita e a quella dei familiari".
GUARDARE PARTE DOLORANTE RIDUCE IL DOLORE
Roma- La comprensione dei meccanismi che regolano
il dolore fa un nuovo passo in avanti. Uno studio
della Fondazione Santa Lucia e dell'Universita' La
Sapienza di Roma ha dimostrato che guardare una
parte del nostro corpo sottoposta a stimolazione
dolorosa induce una riduzione del dolore stesso, sia
come intensita' che come percezione della sua
spiacevolezza. La ricerca e' stata pubblicata su The
Journal of Neuroscience, rivista ufficiale della
Societa' americana di Neuroscienze. La prima linea
di difesa del nostro corpo contro stimoli esterni
potenzialmente dolorosi e' costituita
dall'attivazione di appositi recettori, particolari
fibre dette nocicettori: tramite la loro attivazione
selettiva e' possibile studiare le possibili
modulazioni del sistema dedicato all'elaborazione
degli stimoli dolorosi. Cio' si ottiene avvalendosi
di uno stimolo laser, con la tecnica
neurofisiologica dei potenziali evocati laser o
LEPs. Ricorrendo ai LEPs, nello studio e' stata
osservata una riduzione di ampiezza del potenziale
doloroso evocato quando il campione di soggetti
osservava (tramite uno specchio) la propria mano
sinistra mentre la destra veniva sottoposta a
stimolazione laser. Tale procedura definita
mirror-box illusion creava efficacemente l'illusione
di guardare direttamente la mano destra. I risultati
ottenuti hanno indicato che una modulazione del
dolore viene innescata dalla semplice osservazione
del punto corporeo sottoposto a stimolazione
nocicettiva. Sorprendentemente, tale effetto e'
risultato specifico soltanto per il proprio corpo:
nessuna riduzione dei LEPs, quindi della sensazione
di dolore, si e' invece registrata quando i soggetti
studiati osservavano la mano di un'altra persona
contemporaneamente alla stimolazione dolorosa che
avveniva sulla propria. Tutto cio' ha suggerito ai
ricercatori che le terapie del dolore potrebbero
avvalersi di interventi basati anche sulla
modulazione cognitiva del dolore stesso e messi in
atto dalla persona sofferente. In sostanza, guardare
il proprio corpo in uno stato di dolore potrebbe
avere importanti e strategiche applicazioni
terapeutiche, attualmente basate quasi
esclusivamente su interventi esterni come il
trattamento farmacologico. La ricerca e' stata
svolta presso l'Irccs Fondazione Santa Lucia e
l'Universita' La Sapienza di Roma; l'hanno
realizzata la dottoressa Viviana Betti e il
professor Salvatore Maria Aglioti, con la
collaborazione del professor Patrick Haggard e del
dottor Matthew Longo dell'University College London.
Il lavoro scientifico si e' avvalso dei
finanziamenti del ministero dell'Universita' e
Ricerca e del ministero della Sanita'.
ICTUS: 5 GENI PER PREDIRE RISCHIO IN DIABETICI
Roma- Uno studio italiano ha identificato un
modello sperimentale di 5 geni in grado di predire
il rischio di ictus nei pazienti diabetici.
L'Universita' Cattolica di Roma (Policlinico
Gemelli) in collaborazione con l'Universita' di
Dundee (Scozia) e con la Wake Forest University
Winston-Salem, North Carolina (Usa) ha preso parte
alla messa a punto del piu' grande database di dati
genetici per studiare la possibilita' di predire
nella popolazione generale il rischio di ictus.
Circa 13 mila persone da oltre nove anni partecipano
attivamente mettendo al servizio dei ricercatori il
loro Dna, studiato con una particolare tecnica la
"Genome Wide Association Studies" (Gwas) che riesce
a prendere in considerazione centinaia di migliaia
di varianti genetiche contemporaneamente. I
risultati complessivi di questo grande studio che in
italiano prende il nome di "Modello Multigenico per
il rischio di Ictus" non saranno disponibili prima
di febbraio 2010. Tuttavia una importante
anticipazione viene presentata oggi nel corso della
terza giornata del 110esimo Congresso nazionale
della Societa' italiana di medicina interna, in
svolgimento in questi giorni a Roma e che si
concludera' domani, martedi' 27 ottobre. Dei 13 mila
soggetti presi in considerazione dalla ricerca,
circa 3.700 sono diabetici, ed e' proprio
concentrandosi su questo sottogruppo che gli esperti
italiani sono riusciti a identificare 5 mutazioni
genetiche in base alle quali e' possibile dare una
previsione attendibile di un aumentato rischio di
ictus. "Si tratta di una novita' assoluta - dichiara
il dottor Roberto Pola, ricercatore dell'Universita'
Cattolica, Policlinico Gemelli di Roma - che
ovviamente deve ancora essere testata a lungo, ma
per la prima volta siamo riusciti a identificare un
set di 5 varianti genetiche che se presenti e attive
nei pazienti diabetici possono confermare un aumento
del 20 per cento del rischio di andare incontro ad
un ictus ischemico". In pratica e semplificando
molto, inserendo in una griglia le 5 varianti
genetiche considerate e' stato possibile annotare a
fianco il numero di pazienti diabetici che con una o
piu' di queste mutazioni genetiche sono andati in
contro a uno stroke fino a confermare la statistica
che da un aumento del rischio di ictus pari al 20%
in tutti i pazienti diabetici che hanno da 1 a 4
mutazioni genetiche contemporaneamente. La
Genome-Wide Association studies (Gwas), una tecnica
di ricerca innovativa. Questo modello di ricerca ha
letteralmente rivoluzionato il campo della genetica.
I Gwas sono studi in cui vengono analizzate
contemporaneamente centinaia di migliaia di varianti
geniche, senza che i geni oggetto di analisi siano
stati selezionati a priori sulla base di un'ipotesi
biologica o patogenetica. Lo scopo principale dei
Gwas non e' quello di identificare fattori di
rischio genetici per una determinata malattia, ma
bensi' portare all'identificazione di nuovi geni (e
dunque di nuovi meccanismi molecolari e cellulari)
alla base della patologia. "Questi studi sono
potentissimi e nuovi, sia nell'ambito medico in
generale che in quello dell'ictus - conclude Pola -.
Proprio per questo possiamo dire che siamo in
costante evoluzione e continuiamo a scoprire nuovi
geni associati all'ictus, che questo ci portera' in
un futuro non lontano, a capire non solo a chi
capita e quando capita un ictus, ma anche e
soprattutto a intervenire direttamente sui geni per
bloccare i meccanismi che danno avvio alla
patologia".
EMICRANIA: CHIRURGIA PUO' ELIMINARE I DOLORI
Washington - Contro le emicranie la chirurgia da'
buoni risultati, riducendo i forti dolori nell'88
per cento dei pazienti. Lo hanno scoperto i
ricercatori del University Hospital Case Medical
Centre di Cleveland, Stati Uniti in uno studio
presentato all'annuale meeting dell'American Society
of Plastic Surgeons di Seattle. "I trattamenti
chirurgici mirati per rimuovere nervi e muscolatura
di vari 'punti di attivazione' del dolore si sono
dimostrati efficaci", ha detto Bahman Guyuron,
coordinatore dello studio. "Ci siamo resi conto per
la prima volta di questo effetto - ha spiegato il
ricercatore - osservando i pazienti che si erano
sottoposti a chirurgia estetica. Chi aveva fatto un
intervento di chirurgia plastica alla fronte,
infatti, riportava la scomparsa dei sintomi
dell'emicrania". Guyuron e colleghi hanno condotto
uno studio della durata di 5 anni per verificare
questo effetto, accumulando dati su 1.000 interventi
condotti su 450 pazienti di emicrania. "Questo
studio offre grandi evidenze del fatto che i sintomi
dell'emicrania possono essere guariti con la
chirurgia in maniera quasi permanente", ha detto
Guyuron. "Le emicranie sono spesso una condizione
dolorosa e limitante nella vita di ogni giorno. La
chirurgia plastica - ha concluso - potrebbe essere
una valida alternativa per permettere ai pazienti di
calmare il dolore".
USA, SUCCESSO PRIMO TRAPIANTO OCCHIO ELETTRONICO
New York- Ha avuto successo il primo trattamento
mirato di tipo biotecnologico per restituire la
vista alle persone con visione limitata. Una donna
di 50 anni di New York, cieca dall'eta' di 13 anni,
e' infatti riuscita a recuperare parzialmente la
vista grazie ad un trapianto di occhi elettronici
sperimentali. "La donna aveva perso la vista a causa
della degenerazione della sua retina dovuto alla
retinitis pigmentosa, una malattia genetica. Ora,
grazie alla nuova tecnologia, e' in grado di
distinguere nuovamente tra luce ed ombra,
focalizzare figure, guardare il cibo sul piatto e
muoversi in ambienti non familiari", ha detto Lucian
V. Del Priore del NewYork-Presbyterian Hospital e
del Columbia University Medical Center, che ha
eseguito l'intervento nello scorso 26 giugno.
"L'impianto elettronico, componente del sistema
Argus II Retinal Stimulation System e sviluppato
dalla Second Sight Medical Products di Sylmar,
California, e' progettato - ha osservato Del Priore
- per stimolare direttamente le cellule della
retina". L'impianto, che e' stato installato finora
in circa 20 pazienti statunitensi affetti da
retinitis pigmentosa, e' costituito da una piccola
camera da montare su degli occhiali, un
microprocessore con batteria, ed un sistema
elettronico di stimolazione della retina. Questo e'
il primo trapianto effettuato con successo su un
paziente di New York. "Siamo molto soddisfatti dei
risultati, e fiduciosi per il futuro - ha concluso
Del Priore - L'apparecchio non e' in grado di
ripristinare totalmente la vista nei pazienti, ma la
loro disabilita' viene fortemente ridotta, dando
loro un grande vantaggio per la vita di ogni
giorno".
NELLA RETINA IL SEGRETO DELLA VISIONE NOTTURNA
Washington - Scoperto il meccanismo che permette ai
nostri occhi di abituarsi all'oscurita' e
permetterci di vedere anche al buio. Durante un
passaggio tra luce e buio, infatti, le cellule della
retina si modificano secondo un processo complicato
per adattarsi alla nuova illuminazione. "Grazie a
degli esperimenti compiuti sulle cellule della
retina di una salamandra, siamo stati in grado di
scoprire quali cellule permettono all'occhio di
vedere al buio", ha spiegato Vladimir J. Kefalov
della Washington University School of Medicine di
St. Louis (Stati Uniti), a capo dello studio
pubblicato sulla rivista Current Biology. "Da questa
retina abbiamo eliminato lo strato di tessuto
pigmentato. In questo modo le molecole di pigmento
sensibile alla luce (che viene utilizzato dalle
cellule per percepire la luce e i vari colori dello
spettro visivo) non potevano essere riciclati e
riutilizzati". Dopo aver esposto le cellule a luce e
ombra, i ricercatori hanno scoperto che uno dei tipi
di cellule della retina, i 'bastoncelli', avevano
smesso di funzionare. "La luce aveva distrutto il
loro strato di pigmenti", ha spiegato Kefalov. "Le
cellule dei coni, invece, continuavano - ha
proseguito - a funzionare normalmente: queste
cellule possono rigenerare i pigmenti e continuare a
percepire la luce". Per Kefalov e colleghi, il
segreto della visione notturna e' proprio nelle
cellule dei coni. "Abbiamo compreso che queste
cellule riescono a riciclare i pigmenti solo grazie
al supporto di altre cellule presenti nella retina,
dette cellule di Muller", ha spiegato Kefalov.
"Siamo allora andati a bloccare il funzionamento
delle cellule di Muller e, come ci aspettavamo, i
coni non erano piu' in grado di vedere al buio", ha
aggiunto. I ricercatori ritengono che le loro
scoperte possano avere applicazioni in campo medico.
"Siamo riusciti ad agire sul meccanismo che porta
alla visione notturna, bloccandola. Potremmo essere
in grado di manipolare il meccanismo in altri modi,
ad esempio restituendo e migliorando la visione in
occhi danneggiati da vecchiaia o malattie", ha
concluso Kefalov.
BLOCCATO GENE RESPONSABILE INVECCHIAMENTO CUORE
Washingto- Bloccare l'espressione di un gene per
prevenire l'invecchiamento del cuore. E' quanto sono
riusciti a fare i ricercatori della Kyoto University
Graduate School of Medicine, Giappone, in uno studio
pubblicato sulla rivista Circulation: Journal of the
American Heart Association. Grazie a degli
esperimenti su topolini, Tetsuo Shioi e colleghi,
ricercatori dello studio, sono stati in grado di
impedire l'espressione del gene 'PI3K', che fa parte
del sistema di regolazione della durata di vita
delle cellule. Questo ha impedito l'invecchiamento
dei tessuti del cuore, e per i ricercatori, potrebbe
essere un possibile modo di prevenire gli attacchi
di cuore anche nell'uomo. "La vecchiaia e' il
fattore di rischio piu' grande nelle malattie
cardiovascolari e negli infarti", ha detto Shioi.
"Sia perche' si e' esposti a piu' fattori di
rischio, sia perche' il tessuto cardiaco degenera.
Agendo sul meccanismo di regolazione
dell'invecchiamento - ha spiegato - di questi
tessuti, siamo stati in grado di mantenere il cuore
delle cavie in buona salute". Rispetto ai topi della
stessa eta', infatti, quelli a cui era stato
bloccato il gene 'PI3K', infatti, presentavano una
funzione cardiaca migliore, piu' elasticita' del
cuore, meno segni di invecchiamento e un'espressione
genetica di un cuore giovane. "Il nostro studio
dimostra che agire sui meccanismi di invecchiamento
puo' aprire la strada a nuove terapie e sistemi per
prevenire infarti e malattie cardiache", ha concluso
Shioi.
OBESITA': IN ITALIA VERA E PROPRIA EMERGENZA
Roma - E' sempre piu' allarmante la situazione
dell'obesita' in Italia, che assume ormai i contorni
di una vera e propria epidemia. Secondo i dati
raccolti nel 2008 dalle Asl che partecipano al
sistema di sorveglianza Passi (Progressi delle
aziende sanitarie per la salute in Italia), nel
nostro Paese tre adulti su dieci (32 per cento) sono
in sovrappeso, mentre uno su dieci e' obeso. In
tutto, il 42 per cento della popolazione tra 18 e 69
anni di eta' e' in eccesso ponderale. Si tratta di
una condizione piu' frequente negli uomini, nelle
persone meno istruite e in quelle che dichiarano di
avere difficolta' economiche. E' un fenomeno che
tende a crescere con l'aumentare dell'eta': superati
i 50 anni, infatti, piu' di una persona su due pesa
troppo. I dettagli dei dati raccolto ed elaborati da
passi sono stati pubblicati sul sito di Epicentro.
Se non si fara' nulla, la condizione dell'obesita'
in Italia e' destinata a peggiorare: la sorveglianza
in eta' infantile 'Okkio alla Salute' (sistema di
monitoraggio finalizzato alla raccolta di
informazioni sulle abitudini alimentari e
l'attivita' fisica nei bambini di 6-10 anni) stima
che i bambini tra i 6 e gli 11 anni con problemi di
eccesso ponderale, in Italia, siano ben un milione e
centomila. Il 12 per cento dei bambini risulta
infatti obeso, mentre il 24 per cento e' in
sovrappeso: piu' di un bambino su tre, quindi, ha un
peso superiore a quello che dovrebbe avere per la
sua eta'. Sebbene nessuna regione possa dirsi esente
dal problema, le differenze sul territorio sono
notevoli, con situazioni piu' gravi al Centro e
soprattutto al Sud. Le informazioni del sistema
Passi dimostrano che Campania, Sicilia, Basilicata,
Abruzzo e Molise sono le Regioni con la maggior
diffusione di sovrappeso e obesita' tra gli adulti.
E' piuttosto evidente anche il gradiente Nord-Sud
del fenomeno: si va dal 33 per cento di persone tra
18 e 69 anni sovrappeso o obese della Lombardia al
54 per cento della Basilicata. Praticamente
sovrapponibile la fotografia scattata sul territorio
da 'Okkio alla Salute' sui bambini di 8 e 9 anni: le
regioni piu' colpite sono infatti Campania, Molise,
Calabria, Sicilia e Basilicata.
SCOPERTA "L'IMPRONTA" DELL'INFARTO CARDIACO
Milano- Una scoperta dei ricercatori del San
Raffaele di Milano apre la strada verso nuove
strategie di prevenzione e di cura dell'infarto
miocardico scoprendo che, nelle placche coronariche
dei soggetti colpiti, e' presente un elemento
estraneo all'organismo che attiva il sistema
immunitario. Lo studio, pubblicato sulla rivista
Journal of Immunology, e' stato realizzato
integralmente in Italia nei laboratori dell'Universita'
Vita-Salute San Raffaele di Milano e dell'Istituto
Scientifico Universitario San Raffaele da
ricercatori italiani in collaborazione con la Bracco
Imaging di Milano. L'insorgenza dell'infarto e'
comunemente correlata alla presenza di fattori di
rischio come lo stress, alti livelli di colesterolo
nel sangue, l'obesita' e il fumo di sigaretta.
Tuttavia la presenza di queste condizioni riesce a
spiegare solo in parte la frequente insorgenza di
questa grave malattia, in quanto molti pazienti
colpiti da infarto non presentano nessuno di questi
fattori di rischio. In questo contesto, l'ipotesi
che infezioni causate da batteri o virus possano
avere un ruolo nel causare l'infarto e' stata spesso
avanzata, ma nessuno e' stato mai in grado di
chiarire questo importante aspetto che e' rimasto
fino a oggi non del tutto provato. Il lavoro
pubblicato dal gruppo di scienziati del San Raffaele
dimostra per la prima volta come, all'interno delle
placche coronariche di pazienti colpiti da un
infarto acuto, le cellule del sistema immunitario
che producono gli anticorpi, cioe' le proteine in
grado di proteggerci da virus e batteri, siano
attivate per la presenza di un antigene, ovvero da
una sostanza riconosciuta come estranea dal nostro
organismo. La dimostrazione di questo
importantissimo fenomeno e' stata ottenuta
attraverso il clonaggio e la dissezione molecolare
dei geni delle cellule deputate alla produzione di
anticorpi. Questo ha permesso di evidenziare come
nella placca coronarica dei pazienti colpiti da
infarto (ovvero nel luogo preciso dove avviene la
chiusura dell'arteria, che blocca l'afflusso del
sangue al cuore e provoca l'infarto) c'e' qualcosa
di estraneo al nostro organismo (potrebbe essere un
virus o un batterio) che stimola in maniera
specifica e intensa una parte importantissima del
nostro sistema immune. E' la prima volta che questo
fenomeno viene osservato. Affermano i professori
Massimo Clementi e Roberto Burioni, docenti di
microbiologia presso l'Universita' Vita-Salute San
Raffaele e coordinatori dello studio: "Le
implicazioni di questa ricerca, che ha avuto
commenti molto positivi anche da autorevoli riviste
straniere, sono notevoli. In primo luogo, anche se
non si e' ancora scoperta la natura dell' antigene,
questo lavoro scientifico mette in mano ai
ricercatori una specie di 'impronta dell'assassino'
. Noi non conosciamo ancora l'agente esterno che
stimola il sistema immune all'interno delle arterie
coronarie quando un paziente e' colpito da un
infarto, ma siamo a questo punto in grado di
cercarlo, visto che abbiamo a disposizione la
traccia specifica che ha lasciato". Una volta
chiarita la natura dell'antigene, si puo' immaginare
la messa a punto di test in grado di individuare i
pazienti che, pur non avendo fattori di rischio,
corrono tuttavia il pericolo di essere colpiti
dall'infarto.
NUOVO FARMACO FUNZIONA IN
PIU' FORME DI CANCRO
Londra - Una nuova classe di
farmaci si sta dimostrando molto promettente e in
grado di combattere piu' forme di tumore di quante
gli scienziati pensassero inizialmente. Si tratta
dei farmaci cosiddetti Parp-inibitori, testati
originariamente contro i tumori legati alle
mutazioni del gene Brca, come alcuni casi di cancro
al seno e alle ovaie. Ma le ricerche condotte dalla
Breakthrough Breast Cancer, in Gran Bretagna,
suggeriscono che questa classe di farmaci puo'
uccidere anche le cellule cancerose che hanno un
difetto nel gene Pten, come accade in alcune forme
di cancro della pelle, dell'utero e del colon. Lo
studio appare sulla rivista Embo Molecular Medicine.
Gli scienziati hanno scoperto che le cellule con
geni Pten difettosi erano fino a 25 volte piu'
sensibili ai Parp-inibitori rispetto alle cellule
con un Pten normale. Difetti nel Pten sono
responsabili del 30%-80% dei tumori di seno,
prostata, pelle (melanoma), utero e colon,
sottolineano gli scienziati. Il Professor Alan
Ashworth, direttore del Breakthrough Breast Cancer
Research Centre presso l'Institute of Cancer
Research, dichiara: "Sono risultati entusiasmanti
perche' dimostrano che i Parp-inibitori possono
essere un potente strumento di cura con pochi
effetti collaterali in diverse forme di cancro. I
trial clinici hanno gia' mostrato il potenziale dei
Parp-inibitori nei pazienti con tumori causati da
geni Brca difettosi. Ora testeremo lo stesso tipo di
farmaco su un piu' vasto gruppo di pazienti, quelli
con tumori collegati a un difetto nel Pten". L'uso
dei Parp-inibitori fa parte di un nuovo approccio di
cura al cancro chiamato "letalità ³intetica". Una
cellula con un difetto nel Pten ha bisogno di una
proteina chiamata Parp per preservare dai danni il
suo Dna. I Parp-inibitori bloccano la Parp e, uniti
al Pten difettoso, causano la morte delle cellule
tumorali. Cosi' il tumore si restringe o smette di
crescere. Proprio grazie a questo meccanismo, il
farmaco colpisce solo le cellule malate e non quelle
sane, minimizzando gli effetti collaterali. I primi
risultati sui pazienti con cancro avanzato di seno,
ovaie e prostata causato da geni difettosi Brca1 e
Brcs2 sono stati molto incoraggianti.
SCOPERTO GENE CHE RENDE
PIU' IMMUNI ALLE MALATTIE
Londra- Una equipe di
scienziati britannici ha scoperto un gene
fondamentale che aiuta a mobilitare il sistema
immunitario per combattere le malattie. Il gene in
questione spinge le cellule staminali del sangue nel
midollo osseo a trasformarsi in cellule immunitarie
cosiddette "Natural Killer" (NK). Le cellule NK,
quando funzionano adeguatamente, sono un tipo di
globuli bianchi fondamentali per la difesa
immunitaria, capaci di uccidere rapidamente cellule
tumorali, virus e batteri. La scoperta britannica ha
un notevole peso, perche' potrebbe portare a nuove
tecniche per potenziare la produzione nel corpo
umano di queste cellule che lo difendono dagli
attacchi esterni. Non solo. Come scrivono gli autori
della ricerca sulla rivista Nature Immunology, la
loro scoperta potrebbe anche aiutare a sviluppare
nuove cure per il diabete di tipo 1 e la sclerosi
multipla. Queste patologie infatti sono causate da
un malfunzionamento nel sistema immunitario che lo
porta ad attaccare i suoi stessi tessuti e si
sospetta che cellule NK difettose abbiano un ruolo
in questo meccanismo. L'equipe britannica,
dell'Imperial College London, dello University
College London e del Medical Research Council's
National Institute for Medical Research, una volta
individuato il gene-chiave (denominato E4bp4), ha
creato in laboratorio dei topi che ne sono del tutto
privi. Si tratta di animali per il resto normali, ma
non hanno alcuna cellula NK. Gli scienziati potranno
in questo modo studiare il ruolo delle cellule NK
nelle malattie auto-immuni e in alcune altre
patologie, compresa l'infertilita' femminile.
L'obiettivo finale e' sviluppare un farmaco capace
di stimolare la produzione delle cellule killer che
difendono il nostro organismo.
ALZHEIMER: RICORDARE I
VECCHI TEMPI FA BENE
Londra. - Ricordare i bei
vecchi tempi non e' solo nostalgia, ma anche un buon
modo per allenare la memoria e limitare gli effetti
della demenza senile. Per gli anziani, infatti, la
'terapia dei ricordi' puo' migliorare sensibilmente
le capacita' cognitive e tenere la mente sveglia. "I
risultati arrivano in fretta: bastano sei settimane
per aumentare la memoria e l'elasticita' mentale del
12 per cento", ha detto Catherine Haslam
dell'Universita' di Exeter, prima autrice dello
studio presentato al British Science Festival.
Ascoltare i racconti di guerra del nonno, quindi,
aiuterebbe a rinforzare la sua memoria e a ritardare
l'arrivo della demenza. "Il deterioramento del
cervello non viene arrestato, ma vengono recuperate
delle abilita' e delle capacita' finora
dimenticate", ha spiegato Haslam. "Ricordare eventi
importanti come infanzia, matrimoni, festivita'
familiari e storie di guerra - ha aggiunto - e'
efficace come dei farmaci". Un'efficacia che per i
ricercatori ha pero' bisogno di un componente
fondamentale: la socialita'. "Non basta ricordare,
bisogna anche parlarne", ha precisato Haslam. "Gli
effetti benefici si verificano solo quando i ricordi
vengono raccontati in gruppo. Senza socialita', a
cosa serve la memoria?", ha concluso.
MANGIARE PANE E CIOCCOLATA
FA DIMAGRIRE
Roma - Dimagrire mangiando
pane e cioccolata? Si puo'. Se ne parlera' nel
congresso "Probiotics, Prebiotics & New Foods" che
si inaugura domenica 13 settembre, nell'Aula Magna
della Pontificia Universita' Urbaniana di Roma, per
concludersi martedi' 15. La manifestazione e'
organizzata da Oltre la Nutrizione Onlus, con il
patrocinio dell'APP, Accademia Nazionale per lo
Studio dei Probiotici e dei Prebiotici, e della
Sige, Societa' Italiana di Gastroenterologia.
Presidenti del Comitato organizzatore i professori
Lucio Capurso, Gianfranco Delle Fave, Alfredo
Guarino e Lorenzo Morelli. Tra gli argomenti che
verranno trattati, il rapporto tra obesita' e flora
intestinale, probiotici e malattie infiammatorie
intestinali, potere antiossidante dei probiotici. Al
Congresso e' confermato per le ore 12 di domenica
l'incontro stampa con il professor Capurso e con
Carlo Verdone, che nei suoi film di grande successo
ha spesso indagato il complesso rapporto tra uomo,
nevrosi e benessere. L'attore, regista e medico
Carlo Verdone ha cosi' commentato l'ipotesi di una
dieta a pane e cioccolato: "Ben venga una dieta in
cui finalmente mangi quello che ti piace!". Verdone
in passato ha ricevuto una laurea honoris causa in
Medicina e Chirurgia all'Universita' Federico II di
Napoli.
CANCRO PROSTATA: LIBRO DI
RICETTE PER PREVENIRLO
Londra- Broccoli in salsa
ketchup con una spolverata di noci del Brasile. Non
e' certo il piatto piu' appetitoso del mondo, ma per
i ricercatori dell'Universita' del Surrey non c'e'
niente di meglio per prevenire e curare il cancro
alla prostata. "Certi cibi possono prevenire o
rallentare la progressione del cancro", ha detto
Margaret Rayman, che insieme ad altri scienziati ha
scritto un vero e proprio libro di ricette
scientificamente provate contro il cancro alla
prostata. Il "Prostate Cancer Cookbook", questo e'
il nome del ricettario, include cavolfiori,
cavoletti di Bruxelles, cipolle ed aglio tra i suoi
ingredienti piu' comuni. "Anche la salsa di
pomodoro, i melograni e i fagioli di soia hanno
proprieta' benefiche contro questa comune malattia,
e potrebbero essere salutari anche per la
funzionalita' dei reni", ha scritto Rayman in un
articolo pubblicato sul quotidiano britannico Daily
Telegraph. "Molte persone ammalate di cancro alla
prostata - ha proseguito - vogliono fare qualcosa
per migliorare l'esito dei trattamenti, e un libro
di ricette sostenute da prove scientifiche potrebbe
essere utile".
CANCRO AL SENO: NUOVA
DIAGNOSI PER L'HER2
Firenze - Oncologi e patologi
insieme nella lotta contro il tumore del seno.
Nascono le nuove linee guida che permetteranno di
ridurre ad appena il 5%, dall'attuale tasso del
20-40%, gli errori nella diagnosi di un tipo di
cancro particolarmente aggressivo: il tumore al seno
HER2 positivo (sigla che indica la proteina prodotta
da un gene specifico), che ogni anno in Italia
colpisce dalle 8mila alle 10mila donne. I principi
sono contenuti in un documento sottoscritto dalla
Societa' italiana di anatomia patologica e
Citopatologia diagnostica (Siapec-Iap) e
dall'Associazione italiana di oncologia medica
(Aiom) e presentato per la prima volta al Congresso
nazionale Siapec-Iap, in corso a Firenze fino a
domani con la partecipazione di oltre 1.500 esperti.
"L'attivita' del nostro gruppo di lavoro - spiega il
professor Vincenzo Adamo, direttore dell'Oncologia
medica e della Scuola di specializzazione di
oncologia del Policlinico 'G. Martino' di Messina -
e' iniziata tre anni fa e possiamo dire di aver
raggiunto un risultato straordinario che ci
permettera' di cambiare la storia naturale di questo
tumore. Saremo in grado di determinare con la
maggiore accuratezza possibile la positivita' per
HER2, che si osserva in circa il 20% dei casi di
tumori del seno. Le pazienti che presentano questa
espressione biomolecolare potranno infatti
beneficiare della terapia con trastuzumab, un
anticorpo monoclonale che ha dimostrato di essere
efficace contro questo tipo di tumori". "I nostri
obiettivi fondamentali - afferma il professor
Giuseppe Viale, professore ordinario di Anatomia
patologica all'Universita' di Milano e direttore
della divisione di Anatomia patologica dell'Istituto
Europeo di Oncologia - sono stati la definizione di
requisiti minimi di refertazione, la
standardizzazione della refertazione e
l'individuazione di percorsi diagnostico-terapeutici
integrati. E' importante che il patologo si renda
conto dell'importanza clinica dei dati che produce,
una consapevolezza che storicamente e' mancata
all'anatomia patologica italiana. Cio' che il
patologo scrive nel referto diventa infatti uno dei
pilastri fondamentali delle successive scelte
terapeutiche". L'Italia e' il primo paese in Europa,
e tra i primi al mondo, ad aver avviato una
collaborazione di questo genere tra patologi e
oncologi. "I principi indicati nel documento -
continua il Gianluigi Taddei, presidente Siapec-Iap
- saranno applicati subito dopo il Congresso di
Firenze. In futuro sara' indispensabile il
coinvolgimento anche della figura del chirurgo della
mammella. L'attivita' dei patologi si colloca 'a
meta' strada' fra il lavoro dei chirurghi e quello
degli oncologi. Ed e' essenziale, perche' puo'
permettere, grazie a una corretta diagnosi, di
migliorare le prestazioni di entrambi". "Aiom e
Siapec-Iap - sottolinea il Francesco Boccardo,
professore ordinario di Oncologia medica
all'Universita' di Genova e presidente nazionale
Aiom - hanno ritenuto indispensabile unire le
competenze dei propri professionisti per mettere a
punto un documento che vuole essere nello stesso
tempo la sintesi dello stato dell'arte ed un modello
di comportamento che, in questo momento, e' il piu'
avanzato nel trattamento post-chirurgico del tumore
della mammella". Lo stato HER2 e' un importante
fattore prognostico e predittivo di risposta al
trattamento, e la sua determinazione e' richiesta su
tutte le neoplasie mammarie operate al momento
dell'impostazione della terapia. "Poiche' la scelta
terapeutica finale indicata dagli oncologi -
conclude Oscar Nappi, direttore dell'Unita'
operativa complessa di Anatomia patologica
dell'Ospedale 'Cardarelli' di Napoli - sara'
condizionata dai parametri prognostici e predittivi,
la conoscenza e consapevolezza delle responsabilita'
diagnostiche da parte del personale medico e tecnico
di Anatomia patologica riveste un ruolo fondamentale
e pone in evidenza la necessita' di concordare i
parametri indispensabili per una refertazione
idonea, osservando i criteri di qualita' a cui il
patologo e' tenuto ad attenersi, per garantire un
corretto allestimento, lettura e interpretazione del
quadro morfologico unito ai marcatori
prognostico/predittivi. Il patologo, infatti, e'
responsabile della congruita' dei parametri
diagnostici, prognostici e predittivi. Dopo un
lavoro laborioso che ha visto coinvolte tutte le
anatomie patologiche del territorio nazionale, siamo
riusciti a elaborare queste linee guida". Le
raccomandazioni sono il risultato di una nuova
sinergia tra l'oncologia medica e l'anatomia
patologica e pongono al centro del dibattito le
modalita' con cui trattare lesioni neoplastiche che
presentano determinate caratteristiche biologiche.
UN ANTIDOTO NEI BROCCOLI
CURA IL CUORE
Londra- Si chiama
sulforafano: e' l'antidoto presente nei broccoli che
fa bene al cuore, un componente fitochimico di cui
erano gia' ampiamente note le qualita' antitumorali.
Presente non solo nei broccoli, ma anche in cavoli e
cavolfiori, il sulforafano sembra rafforzare il
meccanismo naturale di difesa che protegge le
arterie dalle malattie; e il team della Imperial
College London, che ha condotto lo studio, spera
adesso di definire un regime terapeutico in grado di
prevenire i problemi di cuore. I dettagli della
ricerca appaiono in Arteriosclerosis Thrombosis and
Vascular Biology. La gran parte del problemi
cardiaci sono creati dalle placche di grasso nelle
arterie che provocano l'arteriosclerosi. Ma le
arterie non vengono ostruite da queste placche in
modo uniforme: le insenature e i rami dei vasi
sanguigni - dove il flusso del sangue puo' essere
stagnante - sono infatti molto piu' soggetti al
problema. Gli ultimi studi hanno dimostrato che una
proteina che di solito protegge dalle placche,
l'Nrf2, e' inattiva nelle aree delle arterie che
sono soggette alla malattia; e tuttavia si e'
scoperto che la somministrazione del sulforafano
puo' attivare l'Nrf2 in quelle regioni. "Ci siamo
accorti che lo strato piu' profondo delle cellule
nelle insenature e nelle curve delle arterie e'
privo dell'attivita' dell'Nrf2, il che potrebbe
spiegare perche' queste zone siano piu' soggette ad
infiammazioni e malattie", ha spiegato il
ricercatore che ha guidato il team, Paul Evans. La
cura con questo componente naturale - un prodotto
fitochimico che tra l'altro e' uno dei piu' potenti
anti-cancerogeni tra quelli presenti nei cibi - ha
infatti ridotto l'infiammazione nelle aree ad alto
rischio 'accendendo' l'Nrf2. "Il nostro prossimo
passo sara' verificare se mangiando semplicemente i
broccoli, o altre vegetali della stessa famiglia, si
ottenga lo stesso efficace effetto; e verificare se
il composto possa ridurre la progressione della
malattia nelle aree interessate".
LEUCEMIA: SCOPERTO
"INTERRUTTORE MOLECOLARE"
Washington- Un gruppo di
ricercatori dell'universita' di Syracuse, guidato da
Michael Cosgrove, ha individuato una proteina che
sembra giocare un ruolo chiave nella sovraproduzione
di cellule tumorali nella leucemia. Questa molecola
avrebbe pero' un ruolo chiave anche in altre forme
di tumori. La notizia e' stata segnalata dalla
rivista Journal of Biological Chemistry che l'ha
riportata come "notizia della settimana". Nel corso
delle loro ricerche sul complesso proteinico che
porta al differenziamento delle cellule leucemiche,
i ricercatori si sono imbattuti in una specifica
proteina che e' stata battezzata W-RAd. Questa
proteina in pratica segnala alle cellule cancerogene
che si sono gia' formate di riprodursi e di
proliferare in maniera abnorme. "Se ora riusciamo a
scoprire un modo per spegnere questo interruttore -
ha spiegato Cosgrove - allora potremmo essere in
grado di rallentare la crescita del tumore e anche
di bloccarlo".
NUOVE TERAPIE PER L'EPATITE
B E C
Milano- Uno studio della
Fondazione San Matteo di Pavia apre la strada a
nuovi scenari per la terapia dell'epatite B e C. La
ricerca diretta dal professor Mario Modelli -
informa una nota - ha dimostrato che per le epatiti
virali croniche il problema sono le cellule 'natural
killer'. Gli 'uccisori naturali' sono le cellule
dell'immunita' innata, che dovrebbero intervenire
per contrastare i virus patogeni. La scoperta del
San Matteo e' che nelle epatiti virali croniche i
'killer' non funzionano a dovere. In quei casi le
cellule dell'immunita' non producono abbastanza
interferone gamma, cosi' i virus persistono
indisturbati nel fegato dei pazienti. Potra' cosi'
cambiare la cura del virus. Per correggere il
difetto individuato dal team di Pavia "si potra'
usare un supplemento di immunostimolanti come
l'interferone gamma e altre citochine 'protettive'",
come suggerisce Modelli. I risultati sono stati
pubblicati su Gastroenterology, rivista ufficiale
della American Gastroenterological Association.
MEDICI DEL TEXAS SFATANO I
MITI SULL'INSULINA
New York- Le persone cui e'
appena stato diagnosticato il diabete di tipo 2
spesso non vogliono prendere l'insulina perche'
temono di aumentare di peso, di andare incontro a
cali della glicemia e di vedere, in generale, la
loro qualita' della vita diminuire. Anche i medici
potrebbero essere restii ad avviare subito un
trattamento con l'insulina. Ma un nuovo studio
suggerisce che questi timori sono per lo piu'
infondati.
SINCRONIZZATORI CONTRO LO
SCOMPENSO CARDIACO
Barcellona - Mini
sincronizzatori computerizzati in gradi di percepire
gli scompensi nel battito cardiaco e di erogare
scariche elettriche sui ventricoli per
"riaggiustare" il battito e farlo tornare normale.
Sono i defibrillatori per la terapia di
risincronizzazione cardiaca CRT-D, risultati molto
piu' efficaci per rallentare la progressione
dell'insufficienza cardiaca rispetto a quelli, piu'
comuni, cardioverter impiantabili standard (Icd). E'
quanto rilevato dallo studio Madit-Crt, pubblicato
dal New England Journal of Medicine e presentati nel
corso del congresso della European Society of
Cardiology in corso a Barcellona. La terapia di
risincronizzazione cardiaca con defibrillazione
eroga impulsi di stimolazione elettrica a entrambi i
ventricoli del cuore per coordinare la contrazione
delle camere cardiache, cosi' da aumentarne
l'efficacia. Il Crt-D, un piccolo dispositivo
alimentato a batteria con un minuscolo computer al
suo interno, monitorizza il cuore per rilevarne
potenziali ritmi fatali e, se li rileva, eroga una
scossa di salvataggio. La terapia con CRT-D, ha
rilevato lo studio, riduce il rischio relativo di
eventi di insufficienza cardiaca del 41% rispetto
alla terapia con defibrillatori impiantabili per
cardioversione. Inoltre, i pazienti trattati con
CRT-D hanno evidenziato un miglioramento della
frazione di eiezione del ventricolo sinistro pari
all'11%, rispetto ad un miglioramento del 3% nei
pazienti trattati con ICD. L'endpoint primario aveva
gia' evidenziato che l'uso dei defibrillatori per la
terapia di risincronizzazione cardiaca di Boston
Scientific era associato a una riduzione relativa
del 34% del rischio di mortalita' per qualsiasi
causa o del primo evento di insufficienza cardiaca
in pazienti asintomatici o con sintomatologia lieve
(classe I e II della NYHA) rispetto agli ICD. "Il
Comitato Esecutivo del MADIT-CRT - spiega il dottor
Arthur Moss, Professore di Medicina presso il
Medical Centre dell'Universita' di Rochester e
coordinatore dello studio - prevedeva che il
beneficio principale per il gruppo trattato con
CRT-D sarebbe stato la riduzione degli eventi di
insufficienza cardiaca e i dati hanno ampiamente
confermato tale previsione". "La pubblicazione del
manoscritto da parte del New England Journal of
Medicine e la presentazione dei dati di MADIT-CRT al
congresso della ESC evidenziano l'importanza di
questo studio" ha affermato Fred Colen, Presidente
di Boston Scientific, divisione Cardiac Rhythm
Management, che produce i Crt-D. Oggi i
defibrillatori Crt sono disponibili in tutti i
reparti di cardiologia, ma solo l'8% dei pazienti
candidati al trattamento ricevono poi l'impianto. Lo
scompenso cardiaco colpisce circa 6,5 milioni di
europei.
TUMORI: "ANTIDOTO" NATURALE
NELLE API
Washington - Il veleno delle
api e' efficace contro i tumori. Lo hanno scoperto
ricecatori della Washington University School of
Medicine di Sain Luis che in articolo apparso sulla
rivista Journal of Clinical invetsigation, hanno
spiegato di essere riusciti a trattare due forme di
tumori con un estratto di veleno di api. Inoltre i
ricercatori hanno utilizzato come vettore per
trasportare all'interno delle cellule tumorali il
veleno delle api delle nanosfere di carbonio che
hanno chiamato "nanoapi". "Proprio come delle vere e
proprie api - ha spiegato uno dei principali autori
della ricerca, Samuel Wikline - le nanoapi sono
arrivate a destinazione e hanno punto le cellule
tumorali iniettando al loro interno la melittina, il
principio attivo contenuto nel veleno delle api"che
ha la capacita' di entrare nelle cellule e di
distruggerle. Il risultato e' stato molto
interessante. I ricercatori hanno infatti testato
questo nuovo approccio terapeutico su due gruppi di
cavie nei quali erano state precedentemente
impiantate cellule tumorali umane del seno e del
melanoma. Dopo il trattamento nel primo gruppo si e'
registrata una riduzione della massa tumorale del 25
per cento, mentre nelle cavie con il melanoma, la
riduzione e' stata pari all'88 per cento
OSTEOPOROSI: SCOPERTA
PROTEINA CHIAVE
Londra - C'e' una proteina
particolare alla base di una serie di malattie che
colpiscono le ossa. Si chiama regolatore
dell'interferone fattore 8 (IRF-8) e a scoprirla
sono stati un gruppo di scienziati della Hartrits
and Tissue Degeneration Program presso l'Hospital of
special Surgery di New York City guidati da Baohong
Zhao. In un articolo pubblicato sulla rivista Nature
Medicine, i ricercatori hanno spiegato di aver
scoperto e definito il ruolo di questa particolare
proteina nella perdita di calcificazione delle ossa
tipica di alcune malattie. Si tratta delle malattie
che negli StatiUniti vengono definite "gum disease",
perche' tendono a ridurre a spugna le ossa. Sono la
parodontite, l'osteoporosi e l'artrite reumatoide.
Nello specifico i ricercatori hanno scoperto che
bassi livelli di produzione di questa particolare
proteina portano alla produzione di alcuni tipi di
cellule che poi corrome'pono la struttura ossea.
"Anche se la nostra scoperta non ci porta ad una
immediata prospettiva terapeutica - spiega Zhao -
siamo convinti di aver individuato un filone di
ricerca nella comprensione di questa malattia molto
interessante".
ARRIVA LA MOLECOLA
"ANTI-ICTUS"
Barcellona - Venticinque ictus
evitati ogni giorno in Italia. Uno ogni ora. Un
risultato che da solo vale a salvare 9.000 vite
all'anno. E' lo straordinario risultato di
dabigatran etexilato, un nuovo rivoluzionario
anticoagulante orale, presentato stamattina in
sessione plenaria al Congresso Europeo di
Cardiologia (ESC) di Barcellona, con circa 30.000
esperti presenti. La molecola e' destinata a
cambiare radicalmente la terapia nei pazienti con
fibrillazione atriale. Un problema che colpisce
500.000 persone in Italia, con 60.000 nuovi casi
all'anno e puo' portare all'ictus: 30.000 i casi
ogni anno nel nostro Paese. Lo studio RE-LY, il piu'
ampio mai condotto sulle conseguenze di questa
malattia, ha coinvolto 18.113 pazienti in 44 paesi,
Italia compresa, comparando la nuova molecola con
quella attualmente utilizzata e ottenendo una
riduzione significativa di stroke e embolismo
sistemico del 34% in pazienti con fibrillazione
atriale non valvolare. "Dopo 50 anni finalmente una
vera innovazione - afferma il prof. Roberto Ferrari,
presidente dell'ESC -, un'arma efficace per
prevenire l'ictus, che in Italia rappresenta la
terza causa di morte, responsabile del 10%-12% del
totale dei decessi, e la principale causa
d'invalidita'. Oggi si' e' segnato un punto
importante nella lotta alle malattie
cardiovascolari". Chi soffre di fibrillazione
atriale e' esposto ad un maggior rischio di
formazione di coaguli, che moltiplicano di 7 volte
la probabilita' di ictus, particolarmente aggressivi
e disabilitanti in questi casi: la meta' di chi
viene colpito muore entro il primo anno. Nonostante
questi numeri, ben la meta' dei pazienti con
fibrillazione atriale oggi non riceve la terapia
anticoagulante in uso perche' troppo complessa da
gestire. "Dabigatran etexilato e' risultato piu'
efficace e sicuro rispetto alla cura attuale. Cio'
comportera' un miglioramento della qualita' di vita
di questi pazienti - commenta il prof. Giuseppe Di
Pasquale, presidente della Federazione Italiana di
Cardiologia (FIC) e coordinatore italiano dello
studio -. Oggi infatti i malati sono costretti a
recarsi periodicamente presso i centri di
riferimento per monitorare e tarare i dosaggi e gli
effetti collaterali del farmaco attualmente
utilizzato sono particolarmente pesanti. Con questa
nuova opzione, una semplice capsula da assumere due
volte al giorno a dosaggio fisso, confidiamo di
riuscire a recuperare anche le persone ora non
trattate". Dopo la presentazione ufficiale al
Congresso, il piu' importante appuntamento per i
cardiologi di tutto il continente, i risultati dello
studio vengono inoltre pubblicati oggi sul
prestigioso New England Journal of Medicine. Al piu'
presto sara' presentata la richiesta alle Agenzie
regolatorie: "Ci auguriamo - sottolinea Ferrari -
che dabigratan etexilato possa essere disponibile
nel 2010". La fibrillazione rappresenta il piu'
comune disturbo del ritmo cardiaco e causa un
battito irregolare, con un ristagno di sangue. Il
rischio aumenta con l'eta' e grosso modo raddoppia
ogni 10 anni: si stima che un quarto dei quarantenni
di oggi ne soffriranno in futuro. Del mezzo milione
di colpiti la gran parte sono anziani. Oggi la
terapia per la prevenzione dell'ictus in questi
pazienti prevede di utilizzare gli antagonisti della
vitamina K, efficaci, ma complessi da somministrare.
Perche' agiscano correttamente e' necessario infatti
che il valore della coagulazione si mantenga entro
limiti molto stretti: se si scende troppo il
paziente e' a rischio di trombi, se il valore e'
troppo alto di emorragie. "Solo il 60% resta
all'interno dei parametri di scoagulazione corretti
- aggiunge il prof. Di Pasquale . Senza contare poi
le interazioni di questi farmaci con numerosi cibi,
con altri medicinali e i problemi logistici di
recarsi al centro in occasione dei controlli per la
"messa a punto" della terapia. Soprattutto se si
pensa che si tratta in gran parte di persone
anziane. Tutti i precedenti tentativi di individuare
nuove te
DIABETE TIPO 2 SI CURA CON
CHIRURGIA BARIATRICA
Parigi - I dati presentati
per la prima volta al XIV Congresso Mondiale della
Federazione internazionale della Chirurgia
dell'Obesita' e delle Malattie Metaboliche (Ifso)
dimostrano che, per la grande maggioranza dei
pazienti, il diabete di tipo 2 si risolve a seguito
della chirurgia bariatrica (detta anche
anti-obesita'). Lo studio e' la piu' vasta
meta-analisi condotta fino a oggi per esaminare
l'impatto della chirurgia bariatrica sul diabete di
tipo 2. L'analisi ha coinvolto oltre 135.000
pazienti e ha dimostrato che sia i segni clinici sia
quelli di laboratorio del diabete scompaiono o
migliorano nella grande maggioranza dei pazienti
trattati. In totale, il 78,1% dei pazienti ha avuto
una risoluzione completa del diabete dopo
l'intervento chirurgico e l'86,6% una risoluzione o
un miglioramento. Un dato importante e' che questi
notevoli miglioramenti medici erano ancora presenti
dopo due anni dall'intervento. La perdita di peso
media generale nella meta-analisi era di 38,5 kg,
che rappresenta il 55,9% di sovrappeso. Dopo
l'intervento i livelli di insulina sono calati
notevolmente. Il diabete di tipo 2 e' causato
dall'uso inefficace da parte del corpo dell'insulina
e costituisce il 90% dei casi di diabete nel mondo.
E' causato principalmente da sovrappeso e
inattivita' fisica e la sua diffusione sta
aumentando a livello mondiale. L'Organizzazione
Mondiale della Sanita' (Oms) stima che siano affetti
da diabete 180 milioni di persone e che, in assenza
di misure tempestive, i decessi correlati a diabete
aumenteranno di oltre il 50% nel prossimo decennio.
In Italia, il diabete di tipo 2 colpisce almeno 3
milioni di persone e ogni anno si registrano 150.000
nuovi casi. Il diabete e' una malattia cronica e i
costi sanitari associati alla sua gestione e cura
sono elevati. L'Oms stima che i costi sanitari
diretti del diabete costituiscono dal 2.5% al 15%
dei budget sanitari annuali. In Italia si stima che
tale costo ammonti a circa 5,17 milioni di euro
l'anno. Per il professor Jean-Marc Chevallier,
presidente del Congresso Ifso, "di fronte all'ondata
crescente di casi di diabete, e' essenziale cercare
attivamente nuove strategie per affrontare la
patologia. La chirurgia bariatrica costituisce
un'importante promessa in questo campo e, come
organizzazione, ci impegniamo a studiare possibili
utilizzi di questo settore della medicina in rapida
evoluzione per apportare benefici ai pazienti".
UNA "TOPPA" PER RIPARARE IL
CUORE SPEZZATO
Londra - Il cuore spezzato
dall'infarto si puo' riparare. Con una vera e
propria "toppa" di tessuto muscolare. E' la tecnica
sviluppata da una equipe di scienziati israeliani
che potrebbe rappresentare la nuova frontiera per il
trattamento dell'infarto, soprattutto nei soggetti
non anziani. La "toppa" e' stata realizzata con
tessuto muscolare cardiaco e utilizzata per riparare
la parte del cuore danneggiata dall'infarto. Come si
legge sulla rivista Pnas, la tecnica ha permesso di
rafforzare il cuore dei topi, su cui e' stato
condotto l'esperimento, dopo l'infarto. E' la prima
volta che un test dimostra che questi pezzi di
tessuto ricuciti sull'organo danneggiato migliorano
effettivamente la salute del cuore dopo i danni
causati dall'infarto. Gli scienziati hanno misurato
un aumento delle dimensioni del muscolo nelle aree
danneggiate nonche' un miglioramento nella
conduzione degli impulsi elettrici necessari al
cuore per pompare normalmente. L'infarto causa di
solito un danno irreversibile al muscolo cardiaco.
Quando il paziente sopravvive, il fatto che il
muscolo cardiaco sia danneggiato puo' portare a una
grave patologia chiamata insufficienza cardiaca. La
tecnica sviluppata dalla equipe israeliana guidata
da Tal Dvir della Ben-Gurion University of the Negev
a Beer-Sheva lascia sperare in un miglior
trattamento dell'infarto nell'uomo che impedisca lo
sviluppo dell'insufficienza cardiaca. La tecnica,
assicurano gli scienziati, "e' semplice e sicura",
anche se sconsigliata ai pazienti molto anziani, per
i quali essere sottoposti a molteplici interventi
chirurgici puo' rappresentare un ulteriore rischio.
RUSSARE FORTE SINTOMO DI
VITA BREVE
Washington - Gli uomini che
russano forte potrebbero avere un'aspettativa di
vita piu' bassa rispetto a quelli che dormono
tranquillamente. Si ritiene infatti che coloro che
soffrono di una grave forma di apnea del sonno hanno
un rischio maggiore del 46 per cento di morire
precocemente. A scoprirlo e' stato un gruppo di
ricercatori della Johns Hopkins University di
Baltimora in uno studio pubblicato sulla rivista
Plos Medicine. I ricercatori hanno trovato che le
persone affette da gravi disturbi di respirazione
durante il sonno hanno piu' probabilita' di morire
per una varieta' di cause. Il gruppo di persone piu'
a rischio sarebbe quello degli uomini di eta'
compresa tra i 40 e i 70 anni. L'apnea del sonno e'
causata da un collasso della parete superiore delle
vie respiratorie mentre la persona dorme. Russare
forte puo' essere un sintomo di questa condizione,
ma cio' che rende l'apnea ancora piu' pericolosa
sono le numerose e brevi interruzioni respiratorie.
Questa patologia e' strettamente connessa
all'obesita', all'ipertensione arteriosa,
all'insufficienza cardiaca o agli infarti. Ma i
ricercatopri non sono riusciti a quantificare
chiaramente quale di queste cause aumenta le
probabilita' di morte nei pazienti. Per arrivare a
queste conclusioni i ricercatori hanno studiato un
campione di 6.400 uomini e donne per una media di
otto anni. Ebbene, dai risultati e' emerso che chi
soffriva di una forma grave di apnea del sonno aveva
il 46 per cento di probabilita' in piu' di morire
precocementre indipendentemente dall'eta', dal
sesso, dalla razza, dal peso o dal fumo. In
particolare, gli uomini tra i 40 e 70 anni d'eta'
che soffrivano di forte apnea del sonno avevano un
rischio raddoppiato di morire per qualsiasi causa
rispetto ai coetanei sani. I ricercatori hanno pero'
sottolineato che su coloro che soffrono di una forma
lieve di apnea del sonno non e' stata riscontrata
alcuna incidenza di morte precoce.
DALLE RANE IL
SEGRETO PER SCONFIGGERE L'OBESITA'
Washington - I meccanismi del letargo delle rane
potrebbero nascondere i segreti per nuovi
trattamenti contro l'obesita' e altri disordini
metabolici. Un gruppo di scienziati dell'Universita'
di Queensland (Australia) ha studiato il metabolismo
della rana scavatrice ('Cyclorana alboguttata'), un
anfibio che puo' sopravvivere per diversi anni
sommerso nel fango senza cibo e acqua. Sara Kayes,
ricercatrice a capo dello studio che sara'
presentato oggi al Meeting della Society of
Experimental Biology, ha spiegato: "Abbiamo scoperto
che il metabolismo della rana scavatrice cambia
radicalmente durante il periodo di letargia,
massimizzando l'uso delle limitate energie che
possiede senza mai esaurirle. Durante il letargo,
l'attivita' e l'efficienza dei suoi mitocondri, le
'centrali energetiche' della cellula, e' molto piu'
alta rispetto a quella misurata negli animali in
attivita'". Questo processo, noto come 'coupling
mitocondriale', migliora l'efficienza delle risorse
energetiche e aumenta la produzione di energia per
unita' consumata. "In pratica, queste rane durante
il loro letargo hanno un'efficienza cosi' alta da
superare qualsiasi altro animale", ha spiegato
Keyes. "Questo tipo di metabolismo, nonostante sia
cosi' efficiente, causa tuttavia una produzione - ha
continuato - di specie reattive di ossigeno e puo'
portare a stress ossidativi. Ecco la ragione per cui
questo tipo di metabolismo non e' diffuso nel regno
animale. Molti animali non si possono permettere
questo tipo di stress poiche' alternano periodi di
sonno e veglia durante il letargo. La rana
scavatrice, invece, dorme profondamente per anni e
questo stress non causa alcun effetto su di lei".
Per i ricercatori, la scoperta potrebbe essere
potenzialmente utile nel trattamento di disordini
metabolici e dell'obesita'.
L'ALITO CATTIVO SI
COMBATTE CON IL CAFFE'
Londra - Alito pesante? Forse una tazza di caffe'
puo' risolvere questo problema. Secondo una ricerca
dell'Universita' di Tel Aviv (Israele), riportata
dal quotidiano britannico Daily Mail, i chicchi di
caffe' contengono dei composti che impediscono ai
batteri digestivi di rilasciare gas maleodoranti
responsabili dell'alito cattivo. ''Stiamo
investigando - ha spiegato Mel Rosenberg,
microbiologo a capo della ricerca - da vent'anni sul
problema dell'alitosi. La nostra ricerca voleva
indagare in realta' il motivo per cui il caffe' di
solito causa alito cattivo. Ma dai test in
laboratorio, abbiamo scoperto che il caffe' potrebbe
avere un effetto diametralmente opposto''.
Aggiungere caffe' nero alla saliva piena di batteri
ha bloccato il rilascio dei gas maleodoranti. In
alcuni casi la riduzione e' stata del 90 per cento.
''E' un risultato inaspettato'', ha detto Rosberg.
''Con le prossime ricerche speriamo di poter isolare
la sostanza chimica che ha causato la riduzione dei
gas. Riteniamo ancora che il caffe' causi cattivo
odore, ma i composti che rilascia potrebbero avere
un effetto opposto'', ha concluso.
funziona diversamente a seconda di quando ci
svegliamo
IL SONNO INFLUENZA
LE PRESTAZIONI DEL CERVELLO
Londra - Mattinieri o
nottambuli: a seconda di quando ci alziamo dal
letto, il nostro cervello funziona diversamente. Una
ricerca svolta dall'Universita' di Alberta, Stati
Uniti, ha scoperto ci sono differenze significative
tra le capacita' celebrali se ci alziamo presto la
mattina oppure restiamo svegli fino a tardi. I
risultati della ricerca, pubblicati sul Journal of
Biological Rhythms, mostrano che l'eccitabilita' del
cervello ha delle punte massime di attivita' che
decrescono col tempo. "Abbiamo suddiviso le persone
in due gruppi" spiega Dave Collins, neuroscienziato
della facolta' di educazione fisica e ricreazione.
"Quelli che si alzano presto e si sentono piu' in
forma di mattina, e quelli che quelli che invece si
sentono meglio la sera. Ne abbiamo misurato
l'attivita' celebrale e la forza muscolare. Abbiamo
scoperto che per i mattinieri l'eccitabilita'
celebrale ha una punta massima alle 9 di mattina, e
decresce lentamente col tempo. La loro forza
muscolare rimaneva costante. I nottambuli, invece,
hanno una situazione diametralemente opposta e hanno
la punta massima di attivita' alle 9 di sera. La
loro attivita' e la loro forza muscolare cresce
gradatamente col tempo". Per i ricercatori, questi
risultati rappresentano un passo avanti per la
comprensione delle funzioni del sistema nervoso e
possono essere utili per massimizzare le prestazioni
di ogni singolo individuo.
La scoperta e' dell'Universita' di Pavia
TERAPIA MUSICALE
EFFICACE PER CURARE INFARTI E ICTUS
Washington - Scienziati italiani scoprono una
terapia musicale per curare infarti e ictus. Lo
studio, riportato sul Journal of the American Heart
Association, ha rivelato che il ritmo musicale puo'
rallentare o accelerare il flusso sanguineo, e che,
alternando diversi ritmi, e' possibile controllare
il flusso cardiovascolare e aiutare nella
riabilitazione. Luciano Bernardi dell'Univesita' di
Pavia, autore dello studio, ha spiegato: "Un ritmo
piu' veloce aumenta la pressione e il battito
cardiaco, mentre uno piu' lento li riduce". Ai
partecipanti dello studio sono state date delle
cuffie e le variazioni del flusso sanguineo sono
state misurate tramite elettrocardiogrammi. "Abbiamo
scoperto che anche cambiando lentamente il volume
della musica si puo' ottenere lo stesso effetto", ha
spiegato Bernardi. "Ritmi rapidi a volume crescente
- ha aggiunto - causano una leggera eccitazione,
mentre quelli che rallentano causano un
rilassamento. Mettendo in pausa la musica abbiamo
visto una riduzione della respirazione, pressione
sanguinea e battito cardiaco, a volte anche al di
sotto dei valori iniziali". Utilizzare il ritmo e il
volume di una musica potrebbe risultare utile nel
controllo del flusso sanguineo nelle terapie di
riabilitazione per infarti e ictus.
Ricerca dell'Universita' del Maryland
UNA TERAPIA PER
CANCELLARE IL VIZIO DEL FUMO
Londra - Un giorno forse sara' possibile prendere
una pillola per smettere di fumare. Una ricerca
dell'Universita' del Maryland, riportata dal
quotidiano britannico Daily Mail, ha scoperto che le
pillole per la pressione sanguinea, i
beta-bloccanti, possono agire sulla memoria ed
eliminare le sensazioni piacevoli che ci portano a
desiderare una sostanza, e quindi cancellare la
dipendenza. A differenza delle altre terapie, come
gomme e cerotti alla nicotina, quella elaborata dai
ricercatori non agisce sulla sostanza che da'
dipendenza, ma sulle memorie e risposte emotive che
si scatenano quando desideriamo quella sostanza.
"Fumare, cosi' come il consumare stupefacenti,
aumenta il rilascio della dopamina, un
neurotrasmettitore implicato nel movimento, nelle
risposte emotive e nella memoria a breve termine",
hanno spiegato i ricercatori. "Un alto livello di
dopamina - hanno aggiunto - potrebbe ingannare il
cervello, facendogli credere che la sostanza che da'
dipendenza e' importante per lui. Ogni volta che
c'e' qualche stimolo ambientale associato alla
sostanza (come guardare qualcuno che fuma o che beve
un bicchiere di vino), si attiva una risposta
emozionale e quindi il desiderio di ottenere la
sostanza". E' su questo sistema di memoria-desiderio
che i ricercatori sono andati ad agire, sfruttando
le caratteristiche dei beta-bloccanti. "Uno dei loro
effetti collaterali - hanno detto gli scienziati -
e' la perdita di memoria. I beta-bloccanti vanno ad
interferire con la Noradrenalina, che e' implicata
nei processi celebrali di gestione della memoria. In
pratica, i betabloccanti non cancellano la memoria,
ma le risposte emotive che essa provoca". Durante il
tial clinico, che si sta svolgendo al Massachusetts
General Hospital, a 50 fumatori incalliti verra'
somministrato il beta-bloccante propanolo. Saranno
quindi sottoposti a una fase di eliminazione del
fumo supportata da normali terapie come cerotti e
gomme alla nicotina, per verificare l'effettiva
efficacia dei beta-bloccanti. Durante tutto
l'esperimento saranno continuamente esposti a
stimoli che invogliano al fumo. "E' una teoria
interessante", ha detto Ken Checinski, psichiatra ed
esperto in comportamenti da dipendenza della St
George's, University of London. "E' sempre
interessante - ha aggiunto - vedere una terapia che
agisca anche sul comportamento. L'approccio e'
promettente e aspetteremo con ansia i risultati.
Probabilmente non si tratta della pozione magica che
eliminera' la dipendenza, poiche' ha molte cause, ma
potrebbe di certo essere un metodo potente".
UN OSPEDALE DEL MINNESOTA
CANCRO PROSTATA:
FARMACO SPERIMENTALE SALVIFICO
Washington - Due uomini con un cancro alla prostata
inoperabile sono stati salvati da una sola dose di
farmaco sperimentale. Per i dottori dell'ospedale
Mayo Clinic nel Minnesota, il loro recupero va ''al
di la' di ogni aspettativa''. I due uomini,
considerati inguaribili, facevano parte di una serie
di test clinici su un farmaco chiamato 'Ipilimumab',
una immunoglobulina progettata per potenziare le
difese immunitarie per permettere al corpo di
combattere il cancro. I due uomini avevano un cancro
all'ultimo stadio, che si era esteso al di fuori
della prostata; uno di essi aveva un tumore delle
dimensioni di una palla da golf. In casi come questi
ai pazienti non viene dato piu' di qualche mese di
vita, e solo delle cure palliative. 'In questi casi
non si hanno molte scelte' ha detto il dr. Eugene
Kwon, urologo dell'ospedale Mayo Clinic nel
Minnesota, Stati Uniti, dove i due pazienti sono
stati curati. ''Tuttavia, siamo stati piacevolmente
sorpresi - ha aggiunto - dalla risposta positiva dei
pazienti alla sperimentazione''. In seguito ad una
sola dose di 'Ipilimumab', i tumori dei due pazienti
si sono infatti ridotti drasticamente: il farmaco ha
ucciso cosi' tante cellule cancerose che il tumore
e' diventato operabile. 'Non ho mai visto niente del
genere' - ha detto Micheal Bute, il chirurgo che ha
operato i due uomini. ''Ho avuto difficolta' - ha
continuato - a trovare il tumore, tanto si era
ridotto. Ci aspettavamo di rallentare il tumore, non
di trasformarlo da inoperabile ad operabile'', ha
detto Kwon. I due uomini adesso sono guariti dal
cancro in seguito all'operazione. Un terzo paziente
in cura ha mostrato miglioramenti in seguito alla
somministrazione dell''Ipilimumab' e adesso e' sotto
osservazione. ''Se i risultati di questi piccoli
trial clinici dovessero essere confermati da trial
piu' grandi, questo potrebbe essere uno dei piu'
grandi progressi mai fatti nella cura dei tumori
alla prostata'', ha detto John Neate, del Prostate
Cancer Charity. ''Dobbiamo pero' essere cauti prima
di saltare a conclusioni'', ha precisato. ''Questo
e' il Santo Graal del cancro alla prostata. Lo
stavamo cercando da molti anni'', ha concluso Kwon.
Studio della Queen's University
GLI ANTIOSSIDANTI
POSSONO RALLENTARE LA CECITA'
Londra - Un nuovo supplemento a base di
antiossidanti potrebbe rappresentare la risposta
giusta alla principale causa della cecita'. Un
gruppo di scienziati, coordinati da Usha
Chakravarthy della Queen's University Centre of
Vision and Vascular Science, ha scoperto che gli
antiossidanti che si trovano nella frutta e nella
verdura possono rallentare la perdita della vista
nelle persone anziane. Per arrivare a queste
conclusioni gli scienziati hanno coinvolto nello
studio, riportato dal quotidiano britannico Daily
Telegraph, 400 persone in tutta l'Irlanda con
un'eta' media di 77 anni. Lo scopo degli studiosi
era quello di focalizzare l'attenzione sui pazienti
a rischio degenerazione maculare, una malattia
incurabile che provoca l'offuscamento della vista.
Ebbene, dai risultati dello studio e' emerso che
l'assunzione di livelli elevati di antiossidanti
contribuisce a preservare i pigmenti maculari,
rallentando la progressione della degenerazione. I
pazienti utilizzati come gruppo di controllo - e che
quindi non hanno seguito la 'cura' a base di
antiossidanti - hanno subito una costante perdita
della vista. "Sono necessarie - ha concluso
Chakravarthy - ulteriori ricerche per confermare
questi risultati e per individuare i numeri
necessari per aiutare i pazienti a prevenire la
degenerazione maculare".
CON POMODORI E BROCCOLI
ARRIVA DIETA CHE
PROTEGGE LA PROSTATA
New
York - Con la dieta giusta gli uomini possono non
solo ridurre il rischio di ammalarsi di cancro alla
prostata ma anche, se gia' malati, rallentare la
progressione del tumore, secondo quanto suggerisce
un nuovo studio. La ricerca, condotta da una equipe
di scienziati australiani, ha passato in rassegna
una serie di studi precedenti, pubblicati dagli Anni
Novanta ad oggi. E' cosi' emerso che, in generale,
un'alimentazione ricca di grassi, carni lavorate e
grigliate e formaggi si lega a un rischio piu' alto
di sviluppare il cancro alla prostata. Al contrario,
gli uomini che mangiano molte verdure, vitamina E,
soia, pesce e acidi grassi omega 3 sembrano avere un
rischio piu' basso di ammalarsi. Inoltre, secondo lo
studio australiano, pubblicato dal Journal of Human
Nutrition and Dietetics, un'alimentazione di questo
genere puo' aiutare a rallentare la progressione del
tumore negli uomini che gia' hanno il cancro alla
prostata. Il ruolo della dieta nel cancro alla
prostata non e' pienamente compreso dai medici,
chiarisce l'autore della ricerca, Dr. Robert Ma,
della University of New South Wales, a Sydney, e gli
studi condotti su singoli cibi o sostanze nutritive
(latticini, calcio, pomodori, licopene) sono giunti
a conclusioni contrastanti. Tuttavia, pur mancando
prove "conclusive", la dieta e' in grado di influire
sul rischio di cancro alla prostata, secondo il Dr
Ma. Le ricerche analizzate dalla sua equipe
suggeriscono che mangiare carne grigliata o lavorata
o latticini piu' di cinque volte a settimana si
associa a un rischio piu' alto di cancro alla
prostata, mentre il rischio diminuisce o la malattia
progredisce piu' lentamente se l'alimentazione
abbonda di pesce, acidi grassi omega 3 (che si
trovano per esempio nei semi di lino), pomodori e
broccoli. Il Dr. Ma ricorda: non occorre prendere
supplementi che contengono le sostanze benefiche.
Anzi, i supplementi, hanno provato alcune ricerche,
possono essere dannosi. Il segreto sta
nell'alimentazione, che deve essere sana e
bilanciata.
ASPORTATE CISTI
OVARICHE SENZA CICATRICI
Roma
- Grazie a un innovativo strumento, sperimentato per
la prima volta in Italia al Gemelli su pazienti
ginecologiche, si studia un nuovo approccio
mini-invasivo per operare senza lasciare brutti
segni addosso. Un articolo, in uscita per la rivista
internazionale 'Fertility and Sterility', descrive
il successo dei primi tre casi. Oggi l'approccio dei
chirurghi e' sempre piu' attento anche all'aspetto
estetico e alla qualita' della vita del paziente. Le
tecniche endoscopiche, quelle che consentono di
operare senza usare il bisturi attraverso piccole
aperture praticate sulla cute, hanno preso sempre
piu' piede, con conseguente miglioramento del
controllo anche del dolore post operatorio. L'ultima
frontiera di questo approccio si chiama tecnica
mini-laparoscopica, che prende il suggestivo nome di
Less (che in inglese significa 'meno', ma e' anche
l'acronimo di Laparo - endoscopic single-site
surgery, chirurgia laparoendoscopica attraverso un
solo accesso). Meno tagli, e meno dolore, come
spiega Giovanni Scambia, direttore del Dipartimento
per la Tutela della salute della donna e della vita
nascente del Policlinico 'Agostino Gemelli' di Roma:
'Utilizziamo uno strumento speciale, che attraverso
un'unica apertura di circa un centimetro di
diametro, riesce a inserire nel corpo della paziente
sia una parte ottica - una minitelecamera che ci
serve per vedere cosa stiamo facendo - sia gli
strumenti necessari all'operazione'. L'aspetto di
questo strumento e' quello di un tubo trasparente di
plastica morbida all'interno del quale e' contenuto
tutto il necessaire perche' i chirurghi possano
portare a termine l'operazione di volta in volta
necessaria. Anna Fagotti, ginecologa dello stesso
Dipartimento, e' la prima firmataria di un articolo
che sta per uscire sulla rivista internazionale
Fertility and Sterility che descrive come la tecnica
sia stata utilizzata in tre casi di donne sottoposte
ad interventi per asportare cisti ovariche. '® dallo
scorso gennaio che nel nostro Dipartimento abbiamo
iniziato a sperimentare questa tecnica. Finora,
oltre ai tre casi descritti nell'articolo, abbiamo
operato altre patologie tubo-ovariche benigne, per
un totale di circa una ventina di casi. Questa e' la
prima volta nel mondo che si usa questa tecnica in
ambito ginecologico e finora la cosa che ci fa piu'
piacere e' che tutte le pazienti si sono dette molto
soddisfatte dei risultati', spiega Fagotti. Rispetto
alle tecniche endoscopiche tradizionali, per le
quali erano necessari tre o quattro 'buchi', grazie
a questo nuovo strumento e' possibile utilizzare un
unico accesso, che di solito viene praticato
attraverso l'ombelico: una cicatrice naturale che
dunque garantisce un risultato estetico senza
precedenti, oltre che un controllo eccezionale del
dolore post operatorio. 'Manca ancora una
valutazione obiettiva e scientificamente solida di
questo parametro', spiegano ancora Scambia e
Fagotti, 'e noi ci stiamo lavorando. Ma dai dati che
abbiamo raccolto sinora con le nostre pazienti, il
dolore sembra decisamente meno e il recupero
migliore. Appare ragionevole pensare, infatti, che
la causa del dolore sia associata al numero di
incisioni a livello peritoneale: visto che noi ne
facciamo una sola, e' senz'altro probabile che il
dolore sia effettivamente inferiore che nelle
pazienti operate con tecniche endoscopiche
tradizionali e il recupero piu' rapido'.
CANCRO
SPERIMENTATA NUOVA
TECNICA PER TUMORE FEGATO
Marsciano (Pg)- Tre pazienti con tumore primitivo
del fegato sono stati sottoposti per la prima volta
in Umbria ad una nuova tecnica di termoablazione
percutanea ecoguidata, che utilizza un sistema
fisico a microonde. I tre interventi, eseguiti al
nosocomio di Marsciano dai dottori Attilio Solinas e
Paolo Brunori del servizio di Gastroenterologia ed
Epatologia della ASL 2, hanno avuto un buon successo
e sono stati effettuati senza l'impiego di anestesia
generale. La procedura consiste, secondo quanto
spiegato dall'equipe, nell'introduzione mirata di
una sonda d'acciaio di calibro sottile (1,6mm)
all'interno della lesione cancerosa del fegato,
sotto la guida dell'ecografia; l'estremita' del
dispositivo emette microonde all'interno del tumore,
che producono calore e 'bruciano' le cellule
cancerose per un diametro predefinito di circa 3,5
per 5 cm. La tecnica consente di trattare tumori di
piccole dimensioni, sia primitivi che metastatici al
fegato, con una durata piu' breve (10 minuti circa)
rispetto alle terapia per cutanee tradizionali
(radiofrequenza) e si pone come alternativa alla
chirurgia nei casi in cui l'intervento non sia
praticabile per motivi tecnici o per l'eta' e le
condizioni cliniche del paziente. L'equipe diretta
da Solinas esegue procedure interventistiche per via
ecoguidata, quali biopsie addominali e trattamenti
dei tumori del fegato, gia' dal 1985, con una
casistica di oltre 6000 casi provenienti dall'Umbria
e da fuori regione.
E' stata testata con successo
NANOPARTICELLA
CONTRO MALATTIE CARDIOVASCOLARI
Washington - Una nanoparticella capace di attaccare
le placche sulle pareti dei vasi sanguinei e' stata
sviluppata da un team di ricercatori
dell'Universita' di Santa Barbara, Stati Uniti. La
nanoparticella - un agglomerato di molecole grande
meno di 200 nanometri - e' stata testata con
successo su delle cavie da laboratorio, e nel futuro
potrebbe essere applicata nel trattamento delle
malattie cardiovascolari. I risultati della ricerca
sono stati pubblicati sulla rivista Proceedings of
the National Academy of Sciences. "Il nostro
obiettivo - ha detto Erkki Ruoslahti del Burnham
Institute for Medical Research all'Universita'
californiana di Santa Barbara, tra gli autori dello
studio - era sviluppare delle nanoparticelle capaci
di individuare le placche aterosclerotiche, degli
inspessimenti delle pareti dei vasi sanguinei che
possono causare infarti o ictus". La nanoparticella
sviluppata e' una sfera costituita da una serie di
lipidi, chiamata 'micella'. Sulla superficie di essa
vi e' un peptide, cioe' un frammento di proteina,
che e' capace di riconoscere le placche
aterosclerotiche e di attaccarsi ad esse. "Abbiamo
scelto di non attaccare semplicemente la placca, ma
di agire sui punti in cui si poteva distaccare con
facilita', come ad esempio al punto di attacco con
le pareti del vaso", ha spiegato Rouslanti. "Ci
sembrava il punto migliore dove agire", ha
continuato. Le nanoparticelle sono state testate sui
topi che avevano problemi di placche
aterosclerotiche, a causa della loro dieta ad alti
grassi. I ricercatori hanno iniettato nel flusso
sanguineo le 'micelle', che sono state lasciate
circolare nel sangue ripulendo le arterie. "Pensiamo
che le 'micelle' autoassemblanti, come quelle che
abbiamo usato noi, siano versatili e funzionali per
l'utilizzo in vivo. Il fatto che siano capaci di
autoassemblarsi e' un vantaggio per i trattamenti e
le terapie che abbiamo in mente'', ha detto Matthew
Tirrel, del College of Engeneering di Santa Barbara,
co-autore dello studio. "Il trattamento con le
nanoparticelle e' tra i piu' promettenti nel campo
delle malattie cardiovascolari", ha concluso.
Grazie a una nuova tecnica di neurochirurgia spinale
percutanea
LA COLONNA
VERTEBRALE SI RIPARA SENZA TAGLI
Roma
- E' ora possibile riparare i danni alla colonna
vertebrale senza tagli ma avvalendosi solo di
piccole incisioni. Si tratta della nuova tecnica di
neurochirurgia spinale percutanea (attraverso la
pelle) che sta prendendo piede in Italia e che
consentira'? nel giro di pochi anni di abbattere
tempi e costi delle degenze operatorie per questo
tipo di interventi, in rapido ed esponenziale
aumento nel nostro paese, permettendo al paziente di
alzarsi in piedi dopo poche ore dopo l'intervento.
Questa nuova tecnica e' una delle novita'? che
saranno presentate al convegno 'New trends in
instrumentation and techniques in Spinal Surgery.
Meeting 2009', dal titolo 'Open versus less-invasive
and percutaneous surgery in degenerative and
traumatic lumbar spine' (confronto tra le tecniche
di chirurgia spinale tradizionali a cielo aperto e
le nuove tecniche di chirurgia per cutanea nelle
patologie degenerative e traumatiche della colonna
lombare), una due giorni di lavori che riunira'? a
Sabaudia (Latina) alcuni dei massimi esperti
internazionali in questo campo della chirurgia.
Attualmente in Italia si contano complessivamente
oltre 120 unita'? di neurochirurgia e si eseguono
circa 100mila interventi di neurochirurgia spinale
ogni anno, pari al 2-3% del totale degli interventi
chirurgici eseguiti nel paese. Principalmente gli
interventi riguardano patologie di tipo degenerativo
(ernie discali, stenosi e stabilizzazioni per
instabilità), seguite in ordine di importanza da
problematiche di natura traumatica che, purtroppo,
hanno ancora un peso importante (fratture
vertebrali), infine ci sono condizioni di natura
oncologica (crolli vertebrali e metastasi tumorali
nella colonna) che richiamano l'attenzione sulla
necessita'? di fornire a questi pazienti un supporto
chirurgico adeguato quando la malattia prenda di
mira la colonna vertebrale. A doversi sottoporre a
questo tipo di interventi sono soprattutto giovani
per quanto riguarda le patologie di natura
traumatica. "Purtroppo vediamo sempre piu' spesso
giovanissimi di 15-30 anni che riportano lesioni per
incidenti alla guida in macchina e in scooter",
spiega il professor Raco, ordinario di
Neurochirurgia all'Universita'? La Sapienza di Roma.
"Per quanto riguarda invece le patologie di tipo
degenerativo la fascia d'eta'? piu' interessata e'
quella degli ultra sessantacinquenni: "oggi operiamo
anche ottantenni", spiega il professor Raco, "cosa
che fino a qualche anno fa era impensabile; si
tratta di un importante progresso tecnico perche',
dato l'aumento dell'eta'? della popolazione
italiana, sempre piu' anziani avranno bisogno di
questo tipo di interventi".
Il metodo messo a punto da ricercatori inglesi
NUOVA
TECNICA BLOCCA METASTASI NEL CERVELLO
Londra- Una nuova tecnica capace di bloccare la
diffusione delle cellule cancerogene nel cervello e'
stata scoperta da scienziati dell'Universita' di
Oxford, Inghilterra. La tecnica, esposta in uno
studio pubblicato su PLoS ONE, e' in grado di
impedire alle cellule tumorali di diffondersi
all'interno dei tessuti celebrali, bloccando loro il
nutrimento. "La chiave" spiega il direttore della
ricerca, il dottor Shawn Carbonell "e' una proteina
chiamata integrina, che si trova sulla superficie
delle cellule tumorali. Questa proteina permette
alle cellule di attaccarsi ai vasi sanguini e
ricevere le sostanze nutritive necessarie per la
sopravvivenza. Bloccando l'integrina tramite farmaci
specifici, possiamo evitare che queste cellule si
nutrano e si diffondano all'interno del cervello".
Le metastasi celebrali sono molto comuni nei
pazienti affetti da tumore. Nella maggior parte dei
casi, una volta che il tumore si diffonde al
cervello non c'e' piu' speranza: anche con un
trattamento tempestivo, la sopravvivenza media non
supera i 9 mesi. "Abbiamo scoperto - spiega
Carbonell - che le cellule metastatiche celebrali
nel 95 per cento dei casi cominciano a crescere
attorno alle pareti dei vasi sanguinei del cervello,
e non attorno alle cellule nervose. Successivamente
ci siamo resi conto che rimuovendo la proteina
integrina, le cellule tumorali smettevano di
attaccarsi ai vasi sanguinei, e quindi di crescere.
In pratica, non possono stabilirsi nel cervello e
fare danni. Questa scoperta ci offre maggiore
comprensione delle dinamiche con le quali i tumori
si sviluppano, e nuove opportunita' per elaborare
terapie e trattamenti mirati per rallentarne la
crescita".
E' stato eseguito in Spagna
PRIMO TRAPIANTO AL
MONDO DI RENE IN LAPAROSCOPIA
Barcellona - In Spagna e' stato eseguito per la
prima volta al mondo un trapianto di rene con la
laparoscopia. Una donna con insufficienza renale
cronica e' stata operata nel centro di urologia
della Fondazione Puigvert, a Barcellona, con questa
tecnica chirurgica che consente di operare
attraverso incisioni addominali molto piu' ridotte:
in questo caso, sette centimetri, rispetto ai 20
della chirurgia tradizionale. La paziente ha
lasciato l'ospedale a 14 giorni dall'intervento con
"una funzione renale regolare", hanno annunciato i
medici. L'operazione e' durata circa quattro ore, ha
spiegato il coordinatore dell'equipe, Antonio
Rosales.
E' il primo intervento del genere al mondo
ASPORTATO COLON DA
OMBELICO DI DUE PAZIENTI A PISA
Roma - Asportato per la prima
volta al mondo il colon dall'ombelico di due
pazienti con una incisione di soli due centimetri.
L'intervento e' stato eseguito dall'equipe di
Chirurgia Generale dei Trapianti nell'Uremico e nel
Diabetico di cui e' direttore il professor Ugo
Boggi, dell'Aoup-Azienda Ospedaliero-Universitaria
di Pisa. Un intervento di questa portata, nel senso
delle dimensioni della parte d'organo asportata,
partendo da una microincisione, finora non era mai
stato eseguito al mondo, pur essendo praticata - sia
negli Usa che in qualche ospedale italiano - la
tecnica chirurgica mininvasiva denominata 'single
incision laparoscopic surgery' (o 'transumbelical
single port laparoscopic surgery') per interventi
meno complessi su un'area anatomica limitata (es.
asportazione della colecisti, del surrene).
L'intervento apre quindi nuove frontiere per
l'utilizzo di questa metodica anche per patologie
complesse e non confinate in uno specifico distretto
anatomico ed e' stato effettuato nelle scorse
settimane su due pazienti, entrambe dimesse dopo 4-5
giorni in buone condizioni di salute. Le due
pazienti operate avevano sofferto di ripetuti
episodi di 'diverticolite', la complicanza
infiammatoria della diverticolosi del colon (cioe'
della presenza di diverticoli nel colon). Al momento
attuale, a livello mondiale, sono stati pubblicati
solo due casi in cui e' stato asportato il sigma, un
segmento di colon lungo circa 30 centimetri, con
metodica laparoscopica attraverso una singola,
piccola, incisione trans ombelicale. Ma i due casi
operati a Pisa rappresentano una nuova frontiera
chirurgica perche' la parte da asportare era assai
piu' estesa (la compromissione interessava infatti
tutto il colon discendente e il sigma). Questi due
primi casi mondiali dimostrano che la chirurgia
laparoscopica, attraverso una sola incisione, puo'
essere applicata - in casi selezionati - anche al
trattamento di patologie 'non localizzate' e che
anzi coinvolgono piu' quadranti dell'addome.
STUDIO USA
FA MALE GUARDARE LA
TV PRIMA DI ANDARE A LETTO
Washington - E' ufficiale: non fa bene alla salute
guardare la tv prima di addormentarsi la notte.
Questa comunissima abitudine, infatti, sarebbe la
causa dell'insorgenza di problemi di salute cronici.
Almeno questo e' quanto ha scoperto un gruppo di
ricercatori della University of Pennsylvania in uno
studio presentato in occasione del meeting annuanle
dell'Associated Professional Sleep Society
dell'Illinois. Lo studio, condotto negli Stati
Uniti, ha coinvolto 21.475 adulti. Di questi la
maggior parte ha dichiarato di passare circa il 50
per cento del tempo 'pre-letto', ovvero prima di
andare a letto, guardando la tv. Questo, secondo i
ricercatori, ridurrebbe il tempo totale del sonno la
notte con conseguenze gravi sulla salute. Il sonno
e' infatti essenziale per 'ricaricare' le batterie
dopo una giornata di lavoro. Secondo i ricercatori,
privarsi anche di qualche ora di sonno per guardare
la tv puo' avere degli effetti negativi sulla
salute. La privazione del sonno e' associata infatti
all'insorgenza di disordini ormonali, depressione e
obesita'. (AGI) . Ne sono stati registrati 78mila in
dodici anni.
USA, IN
AUMENTO INFORTUNI CAUSATI DA COMPUTER
Washington - Gli infortuni
causati dal computer sono in rapido aumento, e non
si tratta solo di disagi dati dall'uso a lungo
termine. I casi di infortunio grave a causa del
computer registrati negli Stati Uniti, tra il 1994 e
il 2006, sono stati oltre 78.000, il 93 per cento
dei quali e' avvenuto tra le mura domestiche. Mentre
si era gia' a conoscenza dell'aumento di dolori alla
schiena, visione offuscata e sindrome del tunnel
carpale in chi usa spesso il personal computer, una
nuova ricerca rivela che anche gli infortuni piu'
gravi come traumi e cadute sono in aumento,
sopratutto tra i piu' giovani. Lo studio, svolto dal
Center for Injury Research and Policy, dal Research
Institute del Nationwide Children's Hospital e
dell'Ohio State University College of Medicine, di
Columbus, mostra un aumento di 7 volte di questo
tipo di infortuni in 13 anni di sorveglianza, un
aumento che non corrisponde alla normale diffusione
dei personal computer. Gli infortuni piu' comuni
sono quelli associati al monitor: sembrano essere in
diminuzione da quando i pesanti monitor a tubo
catodico sono stati rimpiazzati dai piu' leggeri
schermi a LCD. Altri infortuni comuni sono
inciampare nei cavi e nelle attrezzature lasciate a
terra, urti agli arti e ferite alla testa per cadute
sulle attrezzature, apparecchi che cascano addosso
perche' non ben fissati. I bambini al di sotto dei 5
anni sono il gruppo piu' colpito: l'infortunio piu'
comune per loro (avviene nel 43.4 per cento dei
casi) e' inciampare nei cavi o essere colpiti da un
monitor in caduta. Inoltre, a differenza delle altre
fasce di eta', che si fanno male soprattutto agli
arti, nei bambini la maggior parte delle ferite
avviene alla testa: nel 75.8 per cento nei minori di
5 anni e nel 61.8 per cento di quelli tra i 5 e i 10
anni. L'aumento dall'inizio dello studio e' stato
del 732 per cento, piu' del doppio di quello dei
personal computer domestici (309 per cento). Quindi
non e' solo perche' ci sono piu' computer che
aumentano gli infortuni. "Ulteriori ricerche sono
necessarie. Il computer sta diventando un oggetto
onnipresente nelle nostre case e dobbiamo avere
ulteriori informazioni su come viene usato se
vogliamo comprendere appieno il fenomeno" ha detto
Lara B. McKenzie, del Nationwide Children's Hospital
Center for Injury Research and Policy di Columbus,
autrice della ricerca. "I tipi di computer, come
sono disposti, e l'arredamento delle sale dove si
trovano: tutti questi fattori dovranno essere
analizzati per studiare delle strategie di corretto
utilizzo in modo da evitare questo tipo di
infortuni".
SCOPERTO GENE RESPONSABILE PERDITA DELL'UDITO
Bruxelles - Due studi condotti parallelamente a
livello europeo evidenziano l'associazione tra un
nuovo tipo di gene e la perdita progressiva
dell'udito. Il gene 'miR-96' e' un piccolo frammento
dell'Rna, che influisce sul processo di generazione
di altre molecole nelle cellule ciliate sensorie
dell'orecchio interno. La ricerca, pubblicata sulla
rivista 'Nature Genetics' e riportata dal notiziario
europeo Cordis, rientra nei progetti 'Sirocco' ed
'EuroHair', finanziati dall'Unione europea
rispettivamente con 11,78 e 12,5 milioni di euro. I
risultati consentono di comprendere meglio una
condizione che colpisce milioni di persone in tutto
il mondo. Ricercatori dell'ospedale spagnolo
Hospital Ramon y Cajal hanno guidato la prima equipe
che si e' occupata delle famiglie in cui era
presente questa condizione; l'oggetto
dell'osservazione dell'altra equipe, guidata
dall'istituto britannico Wellcome Trust Sanger
Institute, e' stato invece il diminuendo, un nuovo
modello animale utilizzato per studiare la perdita
progressiva dell'udito. I ricercatori hanno poi
condiviso i dati di entrambi i gruppi. "Siamo
riusciti a dimostrare in tempi relativamente rapidi
che se i topi erano portatori di una copia della
variante di questo gene soffrivano di perdita
progressiva dell'udito, mentre se erano portatori di
entrambi i geni erano affetti da sordita' grave", ha
spiegato Karen Steel, uno dei coordinatori del team
del Sanger Institute, "Le domande principali cui
trovare una risposta riguardavano la possibilita' di
determinare qual e' la variante coinvolta e come
influisce sull'udito". Sulla base dei risultati
ottenuti dal primo gruppo, il team spagnolo ha
suggerito che il gene responsabile e' posizionato
sul cromosoma 7, gia' associato a diverse patologie
e malformazioni che colpiscono l'essere umano.
Entrambi i gruppi di ricercatori hanno tentato di
sequenziale ogni singolo gene nelle "regioni
genomiche omologhe in uomo e topo che sono associate
alla perdita d'udito". Il sequenziamento ha
dimostrato che la maggioranza dei geni delle regioni
interessate non potevano essere ritenuti
responsabili della perdita d'udito, tuttavia
entrambi i team hanno rilevato una mutazione in un
gene appartenente al microRNA, ovvero il gene
'miR-96' coinvolto nel processo di perdita
dell'udito. "Conosciamo una serie di geni associati
alla sordita' in umani e topi, ma abbiamo scoperto
con sorpresa che questo appartiene a una nuova
classe di geni definiti microRNA", ha sottolineato
Miguel Angel Moreno-Pelayo, autore dello studio e
ricercatore presso l'ospedale Ramon y Cajal. Gli
esperti riconoscono che i microRNA, che controllano
l'attivita' di numerosi geni, possono legarsi ai
messaggeri attivi nella generazione della proteina
cellulare, interrompendo effettivamente il processo.
"Nessuno aveva osservato una mutazione in grado di
causare una patologia nella sequenza matura del
microRNA", ha detto Moreno-Pelayo. "Si tratta del
primo gene microRNA associato alla perdita di
udito", ha continuato l'autore, "ed e' significativo
che sia il primo ad essere associato ad una
condizione ereditaria". I ricercatori hanno scoperto
che e' possibile analizzare il ruolo della mutazione
nei topi. Come hanno affermato i ricercatori, sembra
le cellule ciliate sensorie nel topo mutante siano
disturbate dal gene 'miR-96'. Mentre i topi
portatori delle due copie del gene mutante
presentavano cellule ciliate deformi dalla nascita e
cellule soggette a una degenerazione gia' nei primi
stadi di vita, i ricercatori hanno scoperto che gli
effetti erano meno gravi nei topi che presentavano
una sola copia del gene mutante. Tuttavia, hanno
osservato gli scienziati, gli effetti si aggravavano
con l'aumentare dell'eta'. "La mutazione, ovvero la
variazione di une singola lettera del codice
genetico dalla A alla T in questa minuscola
estensione, e' sufficiente a causare una grave
perdita dell'udito nel topo", ha evidenziato Morag
Lewis del Sanger Institute, che ha scoperto la
mutazione. Per quanto concerne gli studi sugli
esseri umani, i ricercatori hanno scoperto che due
famiglie presentavano una mutazione del gene
'miR-96' seppur in punti diversi del gene 'miR-96',
hanno affermato i ricercatori. Mentre nessuna delle
mutazioni registrate negli esseri umani avvengono in
corrispondenza della stessa lettera in cui avvengono
quelle del topo, tutte e tre si trovano molto vicine
nella sequenza del gene 'miR-96'. "Tutte e tre si
trovano in regioni essenziali delle sette lettere
nella sequenza matura del 'miR-96'", ha spiegato
Angeles Menc?a dell'Ospedale Ramon y Cajal. I
risultati ottenuti aiuteranno gli scienziati a
sviluppare trattamenti per l'attenuazione della
perdita dell'udito progressiva. Allo studio hanno
inoltre partecipato il GSF National Research Center
for Environment and Health (Germania) e
l'Universita' dell'East Anglia.
MENOPAUSA: MENO FASTIDI CON BASSE DOSI ESTROGENI
Roma - Basse dosi di estrogeni associate a
progestinici di nuova generazione sembrano avere
effetti positivi sul controllo della sintomatologia
della menopausa, ma anche, sulla pressione arteriosa
e sulla reattivita' endoteliale. E' quanto emerge
dai dati preliminari di due recenti studi condotti
dalla dottoressa Paola Villa (ginecologa presso il
Dipartimento per la tutela della salute della donna
e della vita nascente del Gemelli) e da un team di
medici dell'Istituto di Clinica ostetrica e
ginecologica dell'Universita' Cattolica di Roma.
L'equipe e' stata coordinata da Antonio Lanzone,
direttore dell'unita' operativa di Ginecologia
Disfunzionale del Policlinico 'Agostino Gemelli'. I
medici hanno osservato che "basse dosi di estrogeni
a differenza delle dosi standard fino a ora
utilizzate, possono determinare un miglioramento del
profilo glico-insulinemico e avere un effetto
neutrale sul metabolismo lipidico". Anche i
fitoestrogeni, molecole naturali utilizzate in
alternativa alla classica terapia ormonale della
menopausa, nelle donne normoinsulinemiche hanno
dimostrato "capacita' di migliorare il metabolismo
glucidico e la reattivita' vascolare". Gli studi
sono stati pubblicati su 'Climateric, the journal
the international menopause society' e 'Journal
endocrinology of clinical and metabolism'. Il venir
meno della attivita' ovarica e della produzione di
estrogeni durante la menopausa e' responsabile di
manifestazioni cliniche differenti, alcune
immediate, altre a lungo termine, che provocano non
solo la comparsa della tipica sintomatologia
climaterica come le vampate, le sudorazioni
notturne, i cambiamenti del tono dell'umore,
l'atrofia vaginale e la dispareunia, ma anche una
modificazione del metabolismo glico-insulinemico,
lipidico, osseo e un aumento del rischio di
patologie cardiovascolari. "Oggi si preferisce
somministrare alle donne in menopausa dosi di
estrogeni piu' basse e magari associate a
progestinici di nuova generazione, come il
'Drospirenone'", ha spiegato la dottoressa Villa.
"La donna oggi - ha dichiarato il professor Lanzone
- puo' vivere serenamente il periodo della
menopausa, attuando semplici strategie
comportamentali e terapeutiche".
PARKINSON: SCOPERTA CAUSA MORTE DEI NEURONI
Washington - I tre responsabili della morte dei
neuroni nella malattia del Parkinson sono il
neurotrasmettitore dopamina, un canale per il calcio
e la proteina sinucleina. A scoprirlo sono stati i
ricercatori del Medical Center della Columbia
University in uno studio pubblicato sulla rivista
Neuron. "Sebbene le interazioni tra le tre molecole
siano complesse, ora c'e' la speranza di poter
mettere a punto una strategia terapeutica per
recuperare la funzionalita' delle cellule", ha
spiegato Eugene Mosharov, docente di neurologia e
psichiatria della Columbia. I sintomi del
Parkinson,tra cui i tremori incontrollabili e le
difficolta' di movimento degli arti, sono dovuti,
secondo le attuali conoscenze, alla perdita di
neuroni a carico della regione cerebrale nota come
'substantia nigra'. Finora si sospettava che la
dopamina, l'alfa-sinucleina e i canali del calcio
fossero coinvolti nella morte cellulare ma solo come
fattori individuali. Ora invece e' stata dimostrato
che a essere letale e' l'interazione delle tre
molecole. In sostanza, i neuroni muoiono perche' i
canali del calcio portano a un incremento di
dopamina all'interno delle cellule; la dopamina in
eccesso reagisce con la sinucleina a formare
complessi inattivi; questi ultimi, infine,
impediscono alla cellula di disfarsi dei materiali
di scarto che si accumulano nel tempo e che
finiscono per uccidere la cellula. I neuroni
sopravvivono quando viene meno uno solo dei tre
fattori, e proprio questo potrebbe essere il dato su
cui puntare per una nuova strategia terapeutica.
PARKINSON: IL PRAMIPEXOLO E' EFFICACE
Roma - Nuovi dati sul farmaco impiegato per il
trattamento della malattia di Parkinson: si
confermano efficacia, sicurezza e tollerabilita' del
pramipexolo a rilascio prolungato in un'unica
somministrazione giornaliera con risultati che sono
paragonabili all'attuale formulazione a rilascio
immediato. Sono i primi dati presentati al Meeting
Annuale dell'American Academy of Neurology (AAN) di
Seattle (USA) e illustrano i risultati di due studi
in doppio cieco che hanno valutato l'efficacia, la
sicurezza e la tollerabilita' di pramipexolo a
rilascio prolungato, in unica sominnistrazione
giornaliera, nel trattamento della malattia di
Parkinson. In particolare, il primo studio ha
confrontato l'efficacia, la sicurezza e la
tollerabilita' di pramipexolo a rilascio prolungato
rispetto a pramipexolo a rilascio immediato e
placebo, in pazienti in fase iniziale della
malattia, per un periodo di oltre 33 settimane.
L'analisi statistica a 18 settimane ha evidenziato
una superiorita' di pramipexolo,a rilascio
prolungato rispetto a placebo, ed una efficacia
comparabile a pramipexolo a rilascio immediato, a
parita' di dosaggio giornaliero. L'analisi
statistica descrittiva, dopo 33 settimane di
trattamento, ha evidenziato, in entrambi i gruppi
trattati con pramipexolo, il mantenimento
dell'efficacia rispetto alle 18 settimane, ed un
peggioramento nel gruppo trattato con placebo. "Ogni
paziente affetto da Parkinson ha sintomi ed esigenze
diverse - ha detto Werner Poewe, docente di
Neurologia e Direttore del Dipartimento di
Neurologia dell'Ospedale Universitario di Innsbruck
- E' dunque importante fornire ai pazienti un
trattamento che si adatti alle loro esigenze
individuali, e al contempo rassicuri i medici
sull'efficacia, sulla sicurezza e tollerabilita'
delle nuove formulazioni rispetto a quelle attuali".
Il secondo studio, condotto anch'esso su pazienti in
fase iniziale della malattia di Parkinson, ha
valutato l'efficacia e la sicurezza di pramipexolo
quando viene swicciato dalla formulazione a rilascio
immediato a quella a rilascio prolungato, con uguale
dose giornaliera. Lo studio ha dimostrato che
l'84,5% dei pazienti e' passato con successo da
pramipexolo a rilascio immediato a pramipexolo a
rilascio prolungato (intendendo per sostituzione di
successo l'assenza di peggioramento di oltre il 15%
rispetto al valore di riferimento nel Unified
Parkinson's Disease Rating Scale (UPDRS) II + III e
non connesso a eventi avversi dovuti alla
sospensione del farmaco). I risultati degli studi
clinici in pazienti con malattia di Parkinson in
fase avanzata saranno presentati entro la fine
dell'anno.
CETUXIMAB EFFICACE CON CHEMIOTERAPIA
Darmstadt - Pubblicati recentemente sul New England
Journal of Medicine (NEJM), i risultati dello studio
clinico di Fase III CRYSTAL che confermano la
maggiore efficacia di Cetuximab in associazione con
la chemioterapia standard a base di irinotecan
(FOLFIRI) nel trattamento dei pazienti affetti da
tumore metastatico del colon retto, rispetto alla
sola chemioterapia. I pazienti con tumore KRAS non
mutato (wild-type) che hanno ricevuto Cetuximab,
hanno beneficiato di un significativo incremento
della percentuale di risposta fino al 59% e di una
riduzione del 32% nel rischio di progressione della
malattia, se confrontati con il gruppo di pazienti
che ha ricevuto il solo FOLFIRI. "Questi risultati
rappresentano un importante passo in avanti nel
trattamento di prima linea del tumore metastatico
del colon retto e dimostrano chiaramente il
vantaggio di selezionare il trattamento piu'
adeguato per i pazienti prima dell'inizio dello
stesso, basandosi sullo status del gene KRAS del
loro tumore" ha commentato il Professor Eric Van
Cutsem, ricercatore principale dello studio CRYSTAL
e Professore di Medicina e Oncologia Digestiva
dell'University Hospital Gasthuisberg di Leuven in
Belgio. "Le percentuali di risposta sono
particolarmente entusiasmanti. - Possiamo alleviare
il dolore e i sintomi dei pazienti grazie alla
diminuzione della massa tumorale, cosa che permette,
in alcuni casi, la rimozione chirurgica del tumore,
e quindi, una possibilita' di cura. Questi risultati
indicano che Cetuximab e' da considerarsi come una
nuova importante opzione nell'ambito della scelta
terapeutica". CRYSTAL e' uno studio clinico
multicentrico di Fase III, randomizzato,
controllato, che ha coinvolto 1.198 pazienti e ha
valutato l'efficacia e la sicurezza di Cetuximab nel
trattamento di prima linea dei pazienti affetti da
tumore metastatico del colon retto, in associazione
con FOLFIRI, rispetto al regime col solo FOLFIRI. "I
notevoli risultati del CRYSTAL che, nei pazienti con
KRAS non mutato (wild-type), dimostrano elevate
percentuali di risposta, vicine al 60%, supportano
in modo chiaro l'utilizzo di Cetuximab in prima
linea" ha affermato il Dr. Wolfgang Wein, Executive
Vice President, Oncology di Merck Serono. "Questo
studio clinico e' una pietra miliare a favore
dell'introduzione dei biomarcatori nella terapia
mirata dei pazienti colpiti da tumore metastatico
del colon retto". L'efficacia di Cetuximab in
associazione a chemioterapia standard a base di
oxaliplatino, come terapia di prima linea del colon
retto metastatico e' stata dimostrata anche dai
risultati dello studio OPUSb, recentemente
pubblicati dal Journal of Clinical Oncology.
PROBLEMI DI ASMA PER I PIU' ANSIOSI
Washington - Le persone particolarmente nervose
hanno un rischio triplicato di sviluppare l'asma.
Almeno questo e' quanto emerso da uno studio
condotto da un gruppo di ricercatori
dell'Universita' di Heidelberg di Mannheim
(Germania) e pubblicato sulla rivista Allergy. Per
arrivare a queste conclusioni i ricercatori,
coordinati da Adrian Loerbroks, hanno chiesto a
4.010 pazienti affetti da asma di rispondere alle
domande di un questionario per indagare le tendenze
individuali all'isteria, all'ansia e alla
depressione. Dopo nove anni, i ricercatori hanno
sottopposto i pazienti a una nuova valutazione.
Ebbene, i ricercatori hanno dimostrato che i
soggetti con alti livelli di nevrosi avevano un
rischio triplicato di sviluppare l'asma. Gli studio
sugli animali avevano gia' dimostrato che lo stress
cronico altera i livelli ormonali e che questo puo'
causare l'infiammazione delle vie respiratorie.
Loerbroks e' ora convinto che una personalita'
nevrotica puo' esercitare effetti simili. Per questo
i ricercatori credono che trattare la propria
nevrosi significa anche ridurre il riscvhio di
sviluppare l'asma.
COSI' SI RIGENERANO LE CELLULE DEL CUORE
Washington- Due ricercatori del Gladstone Institute
of Cardiovascular Disease di San Francisco hanno
individuato il mix di proteine in grado di innescare
il processo per riprogrammare qualsiasi cellula in
cardiomiociti (quelle del cuore). Queste sarebbero
in grado di rigenerare i settori necrotizzati di un
cuore colpito da infarto. La scoperta, riportata da
Nature, rappresenta un primo passo verso lo sviluppo
di una nuova tecnica terapeutica attraverso la
riprogrammazione cellulare che superi i deludenti
risultati fin qui ottenuti con le staminali. Jan
Takeuchi e Benoit Bruneau hanno identificato tre
proteine che insieme hanno portato alla mutazione di
cellule del mesoderma di un topo in cellule
cardiache. Si tratta di due 'fattori di
trascrizione' (Gata4 e Tbx5) e della proteina
cardiaca Baf60c. Considerato che i problemi cardiaci
sono la prima causa di mortalita' al mondo e che il
cuore ha una ridottissima capacita' rigenerativa se
il meccanismo si dimostrasse efficace anche
nell'uomo in teoria sarebbe possibile usare
qualsiasi cellula per riprogrammarla per arare il
muscolo piu' importante del corpo.
INDIVIDUATI GENI COLLEGATI CON MALATTIE CRONICHE
Hong Kong - Un gruppo di ricercatori della Corea
del Sud ha individuato una serie di geni collegati
con indicatori chiave come la pressione del sangue e
la densita' ossea che hanno una relazione con
malattie croniche quali l'ipertensione e
l'osteoporosi. In un articolo pubblicato da Nature
Genetics, gli scienziati scrivono di aver studiato
il Dna di quasi 9.000 persone in Sud Corea e di
essere riusciti a identificare i geni che
controllano indicatori fondamentali quali: la
pressione del sangue, la densita' ossea, l'indice di
massa corporea, il rapporto vita-fianchi, l'altezza
e il battito cardiaco.
STUDIO USA CONFERMA, TE' VERDE FA BENE
Milano - L'estratto di te' verde e' efficace nella
riduzione del colesterolo, nell'abbassamento dei
trigliceridi nel sangue e nel miglioramento della
funzionalita' vascolare. E' quanto emerso da uno
studio condotto da un gruppo di ricercatori
dell'Hospital Clinico Virgen de la Victoria di
Malaga e pubblicato sulla rivista 'Journal of
American College of Nutrition'. La ricerca e' stata
rilanciata anche dall'Osservatorio dell'Associazione
italiana Industrie prodotti alimentari - Area
Integratori Alimentari (Aiipa). Consumato fin dal
2700 a.C, il te' e' diventato nel tempo un rituale
che caratterizza gli usi e i costumi di molti
popoli. Una bevanda antichissima che deriva
dall'infusione delle foglie di una pianta arbustiva
della famiglia delle teacee, originariamente
coltivata in Cina e Giappone che nel tempo si e'
diffusa in India, Indonesia e Ceylon. Una pianta
che, grazie alla ricca concentrazione nelle foglie
di catechine e polifenoli sta oggi riscuotendo
grande attenzione da parte della comunita'
scientifica per i suoi effetti benefici. Le
catechine del te', gia' molto conosciute per le loro
proprieta' antiossidanti, hanno mostrato negli
ultimi anni conseguenze positive anche sui livelli
di concentrazione dei lipidi nel sangue. Il nuovo
studio ha evidenziato una correlazione proprio tra
estratto del te' verde e livelli di concentrazione
dei lipidi. Per arrivare a queste conclusioni, i
ricercatori hanno coinvolto un campione di 14
persone valutate dopo 7 giorni di somministrazione
con placebo e dopo 5 settimane di integrazione
giornaliera con un estratto di te' verde che aveva
un contenuto medio di 375 mg di catecolo e 150 mg di
caffeina. L'obiettivo era quello di indagare
l'effetto a breve/medio termine dell'estratto sulla
funzione vascolare e sui livelli di colesterolo Ldl
in donne sane di eta' media di 35 anni. Dall'analisi
dei risultati e' emerso che, rispetto al placebo,
l'estratto di te' verde ha determinato una riduzione
significativa, pari al 37,4 per cento, della
concentrazione del colesterolo Ldl, un abbassamento
dei trigliceridi nel sangue e un miglioramento della
funzionalita' vascolare. Questo conferma quindi
l'effetto positivo delle catechine del te' verde per
il benessere dell'organismo.
SCOPERTA PROTEINA RESPONSABILE DELLE METASTASI
Washington - Una proteina prodotta dai linfociti per
combattere il tumore primario puo' facilitare la
diffusione del cancro ai polmoni. A scoprirlo e'
stato un gruppo di ricercatori della UC San Diego
School of Medicine in uno studio presentato in
occasione del Congresso del centenario della
American Association for Cancer Research in corso a
Denver. La proteina in questione che facilita la
diffusione del tumore ai polmoni e' la "RANKL". Se
viene bloccata si ferma allo stesso tempo il
processo metastatico. Per arrivare a queste
conclusioni i ricercatori hanno creato due
differenti ceppi di topi mutanti predisposti a
sviluppare il tumore del seno: uno dei gruppi aveva
linfociti nei tessuti tumorali ed esprimeva la
proteina "RANKL", l'altro no. In questo secondo
gruppo la frequenza dello sviluppo di metastasi ai
polmoni si e' dimostrata molto inferiore rispetto
all'altro gruppo. Successivamente i ricercatori
hanno prelevato cellule tumorali da topi di entrambi
i gruppi per iniettarle in un terzo gruppo di topi
per monitorare lo sviluppo di tumori e metastasi al
polmone. Ebbene, nei topi senza linfociti non e'
stata riscontrata alcuna metastasi polmonare, fino a
che non e' stata loro iniettata la proteina "RANKL",
che ha ripristinato la capacita' del cancro di
diffondersi. Al contrario, iniettando nelle cellule
tumorali una sostanza capace di bloccare la
proteina, i ricercatori sono riusciti a fermare lo
sviluppo di metastasi polmonari
NUOVA TECNICA SVELA INFARTI SILENTI
Washington - Messa a punto una nuova tecnica di
imaging che ha permesso di stimare la percentuale
degli infarti del miocardio non riconosciuti. Sono
infarti 'silenti' o Umi (dall'inglese 'Unrecognized
myocardial infarction') che arrivano senza dare
evidenti sintomi e per questo rappresentano un
evento patologico molto insidioso. A realizzare la
nuova tecnica e a fare una stima degli infarti
'silenti e' stato un gruppo di ricercatori della
Duke University Medical Center in uno studio
pubblicato sulla rivista Plos Medicine. Si e'
calcolato che negli Stati Uniti ci sono circa 200
mila soggetti che hanno avuto un infarto senza
essersene accorti. In generale, il 35 per cento dei
soggetti che soffrono di arteropatia coronarica
hanno i 'segni' di un precedente infarto non
diagnosticato. S Un infarto recente puo' lasciare
alcuni segni nel elettrocardiogramma (Ecg), ma se e'
trascorso un lasso di tempo piu' ampio l'evento
lascia un segno inequivocabile nella cosiddetta
'onda Q' del tracciato Ecg che segnala la presenza
di un danno al tessuto cardiaco. "Il problema e' che
non tutti gli Umi - ha spiegato Han Kim,
coordinatore dello studio - sono rintracciabili
nell'onda Q: tale sottogruppo e' percio' denominato
infarti del miocardio 'non onda-Q'. Tutti questi
eventi non vengono riportati nelle statistiche
semplicemente perche' non vengono conteggiati".
Secondo i ricercatori, questa mancanza potrebbe
essere colmata almeno in parte utilizzando la
risonanza magnetica cardiovascolare a guadagno
ritardato ('delayed enhancement cardiovascular
magnetic resonance, o DE-CMR') che, essendo in grado
di distinguere il tessuto danneggiato da quello
sano, puo' fornire una stima della frequenza con cui
si verificano infarti 'non onda-Q'. I ricercatori
hanno utilizzato la tecnica 'DE-CMR' per esaminare
185 pazienti con sospetta arteropatia coronarica ma
che non avevano ancora ricevuto alcuna diagnosi di
infarto del miocardio ed erano in attesa di
effettuare una angiografia per verificare
l'eventuale presenza di un eccesso di placche nelle
arterie. Si cosi' trovato che il 35 per cento dei
pazienti mostrava segni di infarto. Inoltre, gli
attacchi cardiaci 'non Q' si sono dimostrati tre
volte piu' comuni di quelli 'Q' e piu' probabili
anche tra i pazienti con coronaropatie piu' gravi.
Per quanto riguarda i decessi, i ricercatori hanno
osservato che gli Umi aumentavano di 11 volte il
rischio di morte per ogni causa e di 17 volte quello
per eventi cardiovascolari, rispetto al gruppo di
controllo senza danni al tessuto cardiaco.
MIRTILLI FANNO BENE AL CUORE
New York - Mangiare mirtilli, all'interno di una
dieta sana, potrebbe aiutare a tenere lontani
diversi fattori di rischio di malattie
cardiovascolari e diabete come accumulo di grasso
sull'addome, colesterolo alto e glicemia alta: lo
sostiene uno studio presentato alla conferenza
Experimental Biology tenutasi a New Orleans. I
benefici per la salute dei mirtilli, secondo gli
scienziati, derivano dall'alto contenuto di
fitochimici, sostanze chimiche di origine
esclusivamente vegetale. Diversi studi hanno
suggerito che queste molecole specifiche sono
benefiche per la salute umana; in particolare,
quelle dei mirtilli sono degli antiossidanti
naturali chiamati antocianine (si trovano in tutta
la frutta e verdura di colore scuro). "Nello studio
a lungo termine Women's Health Study, e' risultato
che le donne che seguivano un'alimentazione ricca di
antocianine avevano un rischio notevolmente ridotto
di malattia cardiaca", ha dichiarato il ricercatore
della University of Michigan, E. Mitchell Seymour.
L'equipe di Seymour ha condotto degli studi sui topi
per verificare gli effetti benefici dei mirtilli. I
topi erano tutti sovrappeso: gli scienziati hanno
aggiunto polvere di mirtilli alla loro
alimentazione, in alcuni casi povera di grassi, in
altri ricca di grassi. "Ci siamo concentrati su
valori importanti per le malattie cardiache come
massa grassa totale, grasso addominale, lipidi nel
sangue e capacita' dell'organismo di gestire gli
zuccheri nel sangue", ha spiegato Seymour. "Abbiamo
osservato che tutti questi fattori erano influenzati
dal consumo di mirtilli". Dopo 90 giorni, i topi che
avevano mangiato mirtilli avevano meno grasso
sull'addome, un miglior controllo degli zuccheri nel
sangue e livelli di trigliceridi e colesterolo
inferiori a quelli dei topi che non avevano mangiato
mirtilli. I benefici dei mirtilli erano piu'
pronunciati se abbinati a una dieta povera di
grassi, ma erano comunque presenti anche in
congiunzione con una dieta ricca di grassi, come
quella tipica americana, ha fatto notare Seymour.
BEVANDE, FRUTTOSIO PIU' PERICOLOSO DEL GLUCOSIO
Washington - Se e' vero che le bevande zuccherate
sono una delle principali cause della diffusione
dell'obesita', e' altrettanto vero che non tutte
sono uguali. Quelle edulcorate con il fruttosio
possono avere effetti negativi sulla sensibilita
all'insulina a differenza di quelle con glucosio. E'
quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di
ricercatori dell'Universita' della California e
pubblicato sulla rivista 'Journal of Clinical
Investigation'. Per arrivare a queste conclusioni, i
ricercatori hanno coinvolto un gruppo di persone in
sovrappeso e un gruppo di obesi che hanno seguito
per 10 settimane una dieta in cui l'introito
calorico giornaliero veniva fornito per il 25 per
cento da bevande contenenti fruttosio o glucosio.
Alla fine del periodo di osservazione, i soggetti
dei due gruppi hanno mostrato in media le stesse
variazioni di peso, ma coloro che avevano assunto
fruttosio mostravano un maggiore incremento di
grasso addominale. Inoltre, solo questi ultimi sono
diventati meno sensibili all'insulina, evidenziando
anche segni di dislepidemia, ovvero di un aumento
dei livelli sanguigni di lipidi. Nonostante i
risultati della ricerca, gli scienziati non hanno
assolto il glucosio: prima di poterlo scagionare,
secondo gli esperti sarebbe necessario studiare gli
effetti a lungo termine dell'assunzione di questo
zucchero.
STAMINALI CURANO MACULOPATIA SENILE
Londra- Dopo tante polemiche e promesse, le cellule
staminali si sono dimostrate capaci di curare per la
prima volta una malattia: si tratta della
degenerazione maculare senile della retina, la piu'
comune causa di cecita' negli over 50. La terapia,
scrive il "Sunday Times", e' stata messa a punto da
un gruppo di ricercatori britannici secondo cui
entro i prossimi sei-sette anni l'intervento
diventera' un'operazione di routine, che non durera'
piu' di un'ora. Il trattamento consiste nella
sostituzione di uno strato di cellule degenerate con
nuove cellule create dalle staminali embrionali, le
cellule primitive indifferenziate in grado di
trasformarsi in qualsiasi tessuto umano. La Amd
colpisce la zona centrale della retina, la macula,
che progressivamente si deteriora. Le staminali
mutate in copie delle cellule retiniche vengono
posizionate su una membrana artificiale inserita
nella parte posteriore della retina. Gli studi sono
stati condotti dai dipartimenti di oftalmologia
dell'University College di Londra e dell'ospedale di
Morfields. Inevitabili le polemiche etiche perche'
per creare questo tipo di staminali si debbono
impiegare embrioni, una possibilita' esplicitamente
prevista dalla legislazione britannica. Dietro lo
sviluppo della cura, rivela il Times, c'e' il
sostegno alla ricerca della statunitense Pfizer, la
piu' grande azienda farmaceutica al mondo.
"RISCALDARE" I TUMORI, NUOVA FRONTIERA IN ONCOLOGIA
Londra - Entro tre anni un nuovo trattamento
potrebbe essere in grado di eliminare il tumore alla
prostata con il calore. In pratica, la nuova tecnica
utilizza milioni di nanoparticelle che 'riscaldano'
i tumori fino a ucciderli. Secondo quanto riportato
dal quotidiano britannico Daily Telegraph, un gruppo
di scienziati del Dipartimento di Chimica
dell'Universita' di Leicester ha ora ricevuto 325
mila sterline per sviluppare questo trattamento. "Le
persone - ha detto Glen Burley, ricercatore che
lavora al progetto - non sempre realizzano di avere
il cancro alla prostata finche' non si diffonde ad
altre parti del corpo. Ma il nuovo trattamento
potrebbe essere dato a tutti i pazienti per
individuare il tumore il piu' presto possibile e
allo stesso tempo eliminarlo". "E' piu' efficace -
ha continuato - di qualsiasi altro trattamento
attuale perche' elimina il tumore non appena viene
trovato e fa risparmiare tempo prezioso". Il nuovo
metodo, che potrebbe essere operativo entro tre
anni, funziona iniettando milioni di particelle
magnetiche sulla prostata del paziente che si
illuminano tramite una Magnetic Reasonance Imaging
(MRI). Poi vengono utilizzate delle onde radio per
riscaldare le particelle fino a 42 gradi finche'
uccidono il tumore prima che si diffonda. Secondo i
ricercatori, questo straordinario trattamento
potrebbe essere utilizzato anche per trattare le
forme piu' aggressive di cancro al fegato, alla
mammella e al colon.
SCREENING 'SU MISURA' PER IL TUMORE AL SENO
Roma- La mammografia dovra' essere 'su misura':
l'aver o meno avuto figli, l'assunzione della
terapia ormonale sostitutiva, la presenza di uno o
piu' casi di tumore del seno in famiglia, fattori
che diventeranno criteri per dividere le donne in
tre categorie di rischio. Resta invariato l'iter per
chi non presenta fattori critici; per le altre,
andranno previste corsie preferenziali e l'utilizzo
di nuove tecnologie, come la mammografia digitale.
Ecco la proposta degli esperti, riniti oggi e domani
al convegno 'International Meeting on New Drugs in
Breast Cancer' all'Istituto Regina Elena di Roma.
"Lo screening ha consentito di ridurre la mortalita'
del 50%, e' necessario ora rinnovare i criteri,
indicazioni oramai condivise da tutto il mondo
scientifico", spiega il professor Francesco
Cognetti, direttore dell'oncologia medica del Regina
Elena e presidente del convegno. " Le nuove
indicazioni sono gia' allo studio della Commissione
Prevenzione e Screening del Ministero: la proposta
del relatore, il professor Alessandro Del Maschio,
del San Raffaele di Milano, diventera' al piu'
presto operativa", conclude Cognetti. Il
provvedimento mira a ridurre i 12mila morti che il
tumore del seno causa ogni anno nel nostro paese, su
38mila nuovi casi. Se si interviene ai primissimi
stadi, infatti, la sopravvivenza raggiunge il 98%.
SCOPERTA LA PROTEINA DELLA LONGEVITA'
Washington - Indentificata la proteina della
longevita'. Questa consente alle cellule di rimanere
in vita in carenza di ossigeno e, oltre a svolgere
un importante ruolo nel determinare la longevita',
contribuisce alla resistenza alle malattie nella
terza eta'. Almeno questo e' quanto emerso da uno
studio condotto da un gruppo di ricercatori
dell'Universita' di Washington e pubblicato sulla
rivista Science. La reazione protettiva delle
cellule in condizioni di scarsita' di ossigeno,
denominata 'risposta ipossica', e' stata studiata
approfonditamente in un verme nematode. E' stato
cosi' possibile scoprire che la cavia e' in grado di
vivere piu' a lungo se il suo corredo genetico
permette alle cellule di avviare la 'risposta
ipossica' anche in condizioni di ossigenazione
normali. Inoltre, non solo il verme vive piu' a
lungo, ma e' anche relativamente meno esposto
all'accumulo di proteine tossiche che potrebbe
verificarsi quando invecchia. L'aggregazione di
proteine tossiche viene riscontrata anche negli
esseri umani, nel cervello di persone affette dalla
malattia di Alzheimer o dalla Corea di Huntington e
in numerose altre patologie degenerative che
colpiscono in particolare nella vecchiaia. Per
questo motivo, la definizione dei meccanismi
cellulari in grado di prevenire l'accumulo di tali
proteine in un organismo semplice puo' consentire di
individuare, anche nel caso dell'essere umano, nuovi
bersagli terapeutici per patologie devastanti. La
scoperta e' stata possibile grazie all'analisi dei
meccanismi con i quali la restrizione dietetica e'
in grado di rallentare l'invecchiamento dei vermi
nematodi, come gia' dimostrato in molte altre specie
quali le mosche o i topi. Lo stesso gruppo di
ricerca aveva dimostrato in passato una correlazione
inversa tra la restrizione calorica e l'aggregazione
di proteine tossiche proprio nel nematode. Tuttavia,
gli esperimenti di genetica hanno mostrato che la
'risposta ipossica' e' correlata alla longevita'
secondo meccanismi fisiologici different! i sia ri
spetto alla restrizione dietetica sia rispetto alla
risposta insulinica. ''Resta in piedi l'ipotesi -
hanno commentato i ricercatori - che i meccanismi
che ora vediamo come distinti possano rivelarsi il
frutto di un unico processo fisiologico piu'
profondo, ma per questo dobbiamo attendere i
risultati degli studi futuri''. Il fattore chiave
che controlla la risposta ipossica e' denominato
'HIF', a sua volta regolato da una proteina nota
come 'VHL-1', che 'etichetta' le 'HIF' che devono
essere distrutte dai meccanismi cellulari. Questo
sistema mantiene spento il processo della 'risposta
ipossica' in condizioni normali. Ibridando questi
vermi con quelli incapaci di produrre la 'VHL-1', i
ricercatori sono riusciti a indurre la persistenza
dell''HIF' anche in presenza di sufficienti livelli
di ossigeno, constatando come questa condizione
determinasse una sopravvivenza maggiore del 30 per
cento rispetto al normale. Gli autori sperano ora di
poter estendere le loro conclusioni dai nematodi
all'uomo con lo scopo di poter in futuro rallentare
l'invecchiamento anche nell'essere umano.
ASMA: QUANTO CONTA LA CARENZA DI VITAMINE "A" E "C"
Londra - Una carenza di vitamina A e C potrebbe
alzare il rischio di asma: sono le conclusioni cui
e' giunto un team di ricerca britannico dopo aver
passato in rassegna 40 studi effettuati negli ultimi
trent'anni. L'equipe della Nottingham University ha
rilevato che le persone che assumevano poca vitamina
C (che si trova in frutta e verdura) avevano un
rischio piu' alto del 12% di soffrire d'asma; per la
carenza di vitamina A (presente in formaggi, uova,
pesci grassi) l'associazione era meno evidente, ma
sempre significativa, come scrivono i ricercatori
sulla rivista 'Thorax'. C'e' stata molta confusione
finora sul legame tra vitamine e asma e i precedenti
studi hanno prodotto risultati contrastanti. Per la
nuova ricerca, il team britannico ha analizzato i
dati piu' rilevanti relativi a bambini e adulti
pubblicati dal 1980 a oggi. Il coordinatore della
ricerca, Jo Leonardi-Bee, ha sottolineato che i dati
"indicano che un consumo basso di vitamina C e
vitamina A si associa con il rischio di asma a un
livello che, anche se fosse casuale, sarebbe
sufficiente per essere considerato clinicamente
rilevante". Ora occorrera' condurre studi su piu'
vasta scala per chiarire il legame e vedere se
esiste una causa diretta tra consumo di vitamine e
asma. Gli esperti ricordano comunque che ci sono
piu' fattori in gioco nel rischio di asma, tra cui
il fumo, l'attivita' fisica e le condizioni
socio-economiche.
UNA PROTEINA DA' RESISTENZA A CELLULE MELANOMA
Washington - Identificata una proteina responsabile
della resistenza delle cellule tumorali a una forma
di morte cellulare programmata (apoptsi), conosciuta
come 'anoikis'. Si tratta della proteina Mcl-1,
scoperta da un gruppo di ricercatori della Thomas
Jefferson University di Philadelphia e dell'Albany
Medical College di New York. I risultati dello
studio sono stati pubblicati sulla rivista
'Molecular Cancer Research'. Secondo i ricercatori,
la resistenza all''anoikis' permette alle cellule
cancerose di dare origine alla metastasi e di
sopravvivere in siti distanti dal tumore primario.
La Mcl-1 fa parte della famiglia delle proteine
Bcl-2, il cui funzionamento viene regolato dalle
proteine B-RAF, che risultano mutate in circa il 60
per cento dei melanomi umani, una tra le piu'
pericolose forme tumorali della pelle. La famigia
delle Bcl-2 include diverse proteine che favoriscono
la sopravvivenza delle cellule ai meccanismi di
apoptosi; tre di esse in particolare sono state
utilizzate come punto di partenza nelle analisi dei
ricercatori e colleghi: la Mcl-1, la Bcl-2 e la
Bcl-XL. "Se private della Mcl-1", ha spiegato Andrew
Aplin, coordinatore dello studio, "le cellule
tumorali ridiventano suscettibili ai meccanismi di
apoptosi, e con effetti molto piu' evidenti rispetto
alla Bcl-2 e alla Bcl-XL. I nostri risultati
mostrano che assumere la Mcl-1 come bersaglio
terapeutico potrebbe essere una strategia di
trattamento efficace per combattere questa forma
tumorale". Una molecola in grado di inibire l'azione
della Mcl-1, denominata 'obatoclax',
ASPIRINA: PUO' PROVOCARE EMORRAGIE CEREBRALI
Washington - L'aspirina potrebbe provocare emorragie
cerebrali. Almeno questo e' quanto emerso da uno
studio condotto da un gruppo di ricercatori della
Erasmus MC University Medical Centre di Rotterdam
(Paesi Bassi) e pubblicato sulla rivista Archives of
Neurology. Per arrivare a queste conclusioni i
ricercatori hanno effettuato delle scansioni
cerebrali su 1.062 persone e hanno scoperto
un'incidenza superiore del 70 per cento di emorragie
microscopiche tra coloro che prendono l'aspirina o
'carbasalato calcico, uno stretto parente chimico
del farmaco. Nonostante questo, i ricercatori hanno
precisato che gli effetti positivi dell'aspirina,
che funziona come anti-coagulante nelle persone a
rischio ictus o infarto, superano i rischi di
emorragie. E' pero' noto da tempo che i farmaci
anti-coagulanti mettono i pazienti a rischio
emorragie nel tratto gastrointestinale, ovvero
nell'esofago, nello stomaco e nell'intestino. Ma ora
i ricercatori hanno aggiunto a questi anche il
rischio di emorragia cerebrale, concludendo che
occorrono ulteriori studi per comprendere la reale
pericolosita' di quest'associazione con l'aspirina.
FUMO: DUE GENI AUMENTANO RISCHIO TUMORE
Verona - Si aprono nuove prospettive per
l'individuazione e il trattamento dei fumatori che
piu' rischiano di ammalarsi di tumore ai polmoni e
di BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva),
sigla che comprende alcune tra le piu' diffuse e
gravi malattie dell'apparato respiratorio, come
l'enfisema polmonare e la bronchite cronica. Un
gruppo internazionale di ricercatori, guidato da
studiosi di GlaxoSmithKline e della Duke University
di Durham, North Carolina, e realizzato nell'ambito
di una partnership pubblico-privata, ha infatti
individuato due nuove varianti geniche che aumentano
di gran lunga la possibilita' di ammalarsi nei
fumatori. Lo studio, che e' stato pubblicato
sull'edizione on line della rivista PLOS Genetics,
si basa su una metodologia innovativa, denominata
'Genome Wide' che permette una scansione completa
del genoma. E' grazie a questa tecnologia che i
ricercatori sono riusciti a trovare questi geni e a
scoprire il loro ruolo nella BPCO. La scoperta offre
l'opportunita' di riconoscere precocemente i
soggetti a maggior rischio grazie a test genetici
mirati e aprira' la strada a terapie innovative per
queste gravi patologie. Una strada che
GlaxoSmithKline sta percorrendo da anni in diverse
aree terapeutiche, come per esempio nell'Hiv-Aids,
dove un farmaco impiegato per questa malattia viene
somministrato solo dopo un test genetico in grado di
predire quali pazienti svilupperanno una reazione di
ipersensibilita'. "Le varianti genetiche individuate
sono estremamente comuni nella popolazione generale
ed una di queste (chiamata in termini tecnici CHRNA
3/5), appare correlata ad un aumentato rischio di
distruzione del tessuto alveolare tipica
dell'enfisema polmonare - spiega Sreekumar Pillai,
Principale autore dello studio e genetista di
GlaxoSmithKline. Anche l'altra variante genetica che
abbiamo riconosciuto (HHIP), contribuisce fortemente
al danno alle vie aeree. Lo studio prova che le
alterazioni genetiche individuate sono alla base di
due potenziali meccanismi di insorgenza della BPCO,
fino ad ora solo ipotizzati ma mai provati". (AGI) -
Verona, 15 apr. - Prima di questa osservazione
l'unico fattore di rischio genetico per le BPCO era
il deficit severo di alfa-1-antitripsina, presente
nell'1-2 per cento dei pazienti. "Il rischio di
sviluppare BPCO nelle persone con queste varianti
geniche e' estremamente elevato nei fumatori attivi
in confronto agli ex-fumatori - commenta David
Glodstein, direttore dell'Institute for Genome
Sciences Center for Population Genomics and
Pharmacogenetics alla Duke University. Per questo il
messaggio di sanita' pubblica da lanciare e'
semplice: smettete prima che sia troppo tardi". Il
gene CHRNA 3/5 (gene dei recettori nicotinici
dell'acetilcolina) non limiterebbe poi le sue azioni
solo all'apparato respiratorio: la sua presenza
incrementerebbe drammaticamente il rischio, nei
fumatori, di ammalarsi di tumore al polmone, di
soffrire di arteriopatie periferiche, aumentando al
contempo la dipendenza dal fumo, creando quindi un
circolo vizioso. Per le persone con queste varianti,
non fumare o smettere di fumare sarebbe quindi
imperativo. Anche se negli ultimi 50 anni si e'
assistito ad una costante diminuzione dei fumatori,
secondo un'indagine Doxa commissionata dall'Istituto
Superiore di Sanita', lo scorso anno in Italia erano
ancora 11,2 milioni le persone 'schiave' della
sigaretta, il 22% della popolazione generale: 6,5
milioni di uomini e 4,7 milioni di donne. Non meno
preoccupanti sono i dati epidemiologici della BPCO.
In Italia e' il 12% della popolazione a presentare
sintomi di bronchite cronica e, secondo i dati
raccolti dalla Federazione Italiana contro le
Malattie Polmonari Sociali e la Tubercolosi
(FIMPST), sarebbero 2 milioni e 600 mila i pazienti
colpiti da BPCO clinicamente rilevante, 65 mila i
soggetti sottoposti invece ad ossigenoterapia
permanente e 25 mila quelli in terapia ventilatoria
domiciliare.
PSORIASI SOTTO CONTROLLO, TERAPIE FUNZIONANO
Roma- E' tornata la bella stagione, si allungano le
giornate e si "accorciano" i vestiti. Braccia e
gambe scoperte per andare incontro all'estate. Una
buona notizia per tutti ma non per i malati di
psoriasi, la malattia della pelle piu' diagnosticata
dai dermatologi. Una malattia che segna il corpo ma
ancora di piu' l'anima. Perche' i segni della
psoriasi sono immediatamente visibili e, il piu'
delle volte, suscitano in chi li guarda disagio. E
per chi li porta significa l'anticamera della
depressione. Ecco perche' l'arrivo della primavera
e' spesso per gli psoriasici una pessima notizia.
Non ci si puo' piu' nascondere agli occhi della
gente. Si stima che piu' di 2 milioni e mezzo di
italiani siano colpiti da questa malattia
soprattutto giovani adulti nel pieno della loro
attivita' lavorativa e affettiva. Eppure la psoriasi
si puo' tenere sotto controllo. Le terapie ci sono e
danno ottimi risultati. Come quella maggiormente
utilizzata, la ciclosporina, terapia sistemica di
prima scelta: la facilita' di impiego, l'indubbia
efficacia e rapidita' di azione, la possibilita' di
personalizzare il trattamento e l'ampia e
consolidata esperienza clinica rappresentano i punti
di forza di questo trattamento. Sono stati questi i
temi al centro di un convegno che si e' tenuto a
Roma all'Universita' La Sapienza II Facolta' -
Azienda ospedaliera Sant'Andrea su "La terapia delle
malattie autoimmuni gravi" organizzato
dall'Associazione malattie autoimmuni. "E' proprio
con l'arrivo della bella stagione, che per i malati
rappresenta dal punto di vista psicologico un vero
dramma, che si deve parlare della psoriasi ma
soprattutto della possibilita' di tenere sotto
controllo la malattia grazie a terapie efficaci. E'
un aiuto fondamentale per i pazienti che, nella
grande maggioranza dei casi si sentono soli,
rifiutati, emarginati", afferma il professore
Antonio Garcovich, associato di Dermatologia presso
la Clinica Dermatologica dell'Universita' Cattolica
di Roma.
RILEVA L'EFFICACIA O MENO DELLE TERAPIE
Londra- Messa a punto una nuova biopsia in grado di
predire se una cura anti-cancro funziona o meno.
Fino a ora e' stata sperimentata con successo solo
sui tumori del sangue, ma i ricercatori non
escludono che gli stessi risultati possano essere
registrati nei tumori solidi. I dettagli della
sperimentazione condotta da un gruppo di ricercatori
della School of Medicine della Stanford University
sono stati pubblicati sulla rivista Nature Medicine.
Per individuare la presenza di singole proteine
associate a tumori e le modificazioni che si sono
verificate in risposta alle terapie, la nuova
biopsia ha bisogno di analizzare una goccia di
sangue o un piccolo campione di tessuto.
"Attualmente non sappiamo che cosa succede
effettivamente alle cellule tumorali di un paziente
sottoposto a terapia", ha spiegato Alice Fan che ha
partecipato alla ricerca. "Il metodo standard per
verificare se un trattamento sta funzionando - ha
continuato - e' di aspettare diverse settimane per
vedere se la massa tumorale si e' ridotta;
evidentemente sarebbe di notevole vantaggio poter
dare un'occhiata a livello cellulare, ed e' proprio
cio' che riusciamo a fare con questa nuova
tecnologia, che permette di analizzare proteine
associate al cancro su una scala molto piccola: non
solo abbiamo una sensibilita' di misurazione che
arriva al picogrammo, cioe' un millesimo di
miliardesimo di grammo, ma possiamo vedere anche le
variazioni delle stesse proteine". Tali variazioni,
note come "fosforilazioni", possono influenzare il
ruolo delle stesse proteine nella progressione del
tumore. Le cellule cancerose, infatti, spesso
sfuggono alle comuni terapie regolando i livelli di
espressione genica e il grado di fosforilazione
delle proteine. Analizzando ripetutamente piccoli
campioni di un tumore sottoposto al trattamento, si
e' in grado di identificare le cellule che stanno
per andare incontro a una proliferazione
incontrollata e individuare quei pazienti in cui i
trattamenti terapeutici standard hanno maggiore
probabilita' di fallire. I ricercatori hanno
sviluppato il nuovo dispositivo in collaborazione
con la Cell Biosciences, che produce apparecchi
medicali ed e' in grado di separare le proteine
associate al tumore in sottili capillari sulla base
della loro carica elettrica, che varia secondo le
modificazioni superficiali degli atomi che le
compongono. Due versioni della stessa proteina,
quella fosforilata e quella no, possono cosi' essere
facilmente distinte sulla base del tragitto che esse
riescono a compiere lungo tale capillare. Gli
studiosi hanno cosi' scoperto che la tecnica e' in
grado di identificare, in cellule cancerose in
coltura, l'attivazione degli oncogeni, cioe' dei
geni legati allo sviluppo tumorale. In particolare,
si e' riusciti a rivelare la variazione dei livelli
di espressione genica di due comuni oncogeni legati
al linfoma umano e anche di distinguere alcune forme
di tale neoplasia da altre. Infine, si e' riusciti a
rivelare sottili differenze nella fosforilazione in
differenti proteine associate al cancro.
MALARIA: SPERANZE DA FARMACO A DOPPIA AZIONE
New York- Un farmaco antimalarico a doppia azione,
che impedisce al parassita che porta la malattia di
eliminare una sostanza tossica, privandolo delle
difese genetiche che bloccano l'azione del chinino e
del clorochinino, viene sperimentato da una equipe
di ricercatori americani della Portland State
University. Lo riferisce "Nature". L'equipe guidata
dalla dottoressa Jane Kelly precisa pero' che
saranno necessari almeno dieci anni perche' il
farmaco, un derivato di acridone, sia a disposizione
di tutti. Sono 250 milioni nel mondo, ogni anno, i
casi di malaria e 880 mila i decessi. Il farmaco
bersaglia il modo in cui le zanzare elaborano
l'emoglobina dei globuli rossi, da cui ricavano gli
amminoacidi di cui si nutrono. Il ferro ematico,
prodotto secondario di questo processo, e' tossico
per il parassita della malaria trasportato dalle
zanzare, il plasmodio, e deve essere convertito in
un pigmento denominato emozoina. Il farmaco
impedisce questa conversione: l'effetto e' lo stesso
del chinino e del clorochinino impiegati per
combattere la malaria
CREATE CELLULE CHE PRODUCONO MIELINA
Washington Per la prima volta al mondo un gruppo di
ricercatori e' riuscito a creare in laboratorio,
partendo da cellule staminali embrionali, cellule
che sono in grado di produrre mielina. Si tratta
della principale proteina che costituisce la guaina
che ricopre le cellule nervose. Ad annunciarlo sulla
rivista "Development" un gruppo di ricercatori della
Wisconsin University guidati da Su-Chun Zhang. La
perdita o la rottura della guaina mielinica e' una
delle principali caratteristiche di una serie di
malattie tra cui anche la sclerosi multipla. Fino a
oggi i test condotti in questa direzione avevano
dato esiti negativi. Al contrario infatti di quanto
e' stato dimostrato con cellule di topo, nell'uomo
non e' mai stato possibile arrivare a questi
risultati.
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