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Ipertensione, scoperta la 'chiave' della malattia

Scienziati dell'universita' di Sydney, dopo decenni di ricerche, hanno risolto un mistero cruciale nell'ipertensione, fattore di rischio elevato di attacchi cardiaci e ictus di cui soffre un quarto degli adulti nel mondo occidentale. I ricercatori, guidati dal docente di scienze mediche molecolari dell'ateneo, Brian Morris, hanno scoperto il ruolo rimasto finora misterioso dell'enzima renina, che fa scattare il disturbo. Hanno identificato l'azione di due micro-RNA, un materiale genetico finora sconosciuto, che ha un effetto destabilizzante nella produzione di renina. La ricerca, pubblicata dalla rivista Hypertension, mostra che nei reni ipertensivi il gene della renina e' sei volte piu' attivo, mentre i micro-RNA lo sono sei volte di meno. Mentre era gia' noto che la renina svolge un ruolo significativo nella pressione alta, non era finora chiaro come questo avvenisse. La ricerca e' la prima del suo genere ad usare reni umani, donati da 42 pazienti malati di cancro a cui erano stati asportati per ragioni mediche. Finora nessuno aveva potuto studiare reni umani di pazienti ipertensivi, mentre l'equipe di Morris ha potuto usare l'ultima tecnologia genomica per sondare i reni e scoprire la dinamica dell'espressione dell'intero genoma nell'ipertensione umana. La scoperta apre cosi' la strada alla formulazione di farmaci mirati in grado di rivoluzionare il trattamento della condizione, bloccando alla fonte l'espressione della renina.

 

Scoperto il gene della miopia

Si cela nel Dna il segreto della miopia. Ricercatori israeliani della Ben-Gurion University del Negev, diretti da Ohad Birk, hanno infatti identificato un gene i cui difetti causano la miopia. Al centro dello studio il disturbo più comune dell'occhio umano, che per lo più ha caratteristiche ereditarie. La miopia, secondo gli studiosi, comporta anche una maggiore incidenza di patologie oculari secondarie, come distacco di retina, degenerazione maculare o l'esordio precoce di glaucoma e cataratta. Nonostante decenni di intensa ricerca, i geni specifici all'origine della miopia erano rimasti finora nell'ombra. Esaminando una particolare popolazione, una tribù beduina che vive nel Sud di Israele ed è portatrice di un'insorgenza precoce della miopia, il team è riuscito - in collaborazione con colleghi finlandesi - a scovare il gene responsabile. Utilizzando un modello che sfrutta cellule di insetto, poi, gli scienziati hanno dimostrato che la mutazione sotto accusa è dannosa per l'attività enzimatica del gene. Studi futuri cercheranno di stabilire se il gene appena scoperto, o altri 'tasselli' del Dna correlati, abbiano un ruolo significativo nel causare il difetto anche nel resto della popolazione.

 

Curare il diabete, forse ci siamo

Questa scoperta ha dell’incredibile, forse è stata imboccata la giusta via verso il trattamento e la cura del diabete; ci riferiamo ad uno studio condotto da un professore della Washington State University, Shin-ichiro Imai, il quale è riuscito a ristabilire il normale controllo della glicemia, in topi diabetici. Lo studio si basa sulla somministrazione di una sostanza la “Nicotinammide Mononucleotide” NMN, una molecola naturale prodotta dal nostro organismo, che gioca un ruolo fondamentale nel metabolismo cellulare, e quindi nella produzione di energia da parte delle cellule. L’NMN, è stato visto, diminuisce a seguito dell’età e di una dieta ricca in grassi; questo a sua volta porta ad una riduzione dei livelli di “Nicotinammide Adenina Dinucleotide” NAD, che successivamente può portare a condizioni anomali come il diabete. La somministrazione di NMN, normalizza nei topi maschio diabetici, i livelli di NAD, portando ad una migliore tolleranza al glucosio, mentre nei topi femmina la tolleranza al glucosio è ritornata ai livelli normali, avendo inoltre una normalizzazione dei livelli di colesterolo, trigliceridi e acidi grassi liberi. Da queste analisi, il risultato è davvero incoraggiante, l’NMN viene prodotto dall’uomo in modo analogo al topo, e a breve il team di ricerca spera di avviare la sperimentazione umana, nella speranza che questi risultati vengano confermati.

 

Frutta e verdura antietà

Il cibo spazzatura azzera già a 40 anni d'età il potenziale di longevità delle cellule, al contrario la dieta mediterranea lo mantiene al 40% in soggetti di pari età. Riducendo poi del 30% le calorie ingerite giornalmente si può migliorare questo risultato e vivere più sani e più a lungo. A dimostrare questi dati è il lavoro del team coordinato dal diabetologo Camillo Ricordi a Miami e gli studi di Luigi Fontana, direttore del reparto nutrizione e invecchiamento dell'Istituto superiore di sanità e ricercatore all'università americana di St. Louis. Una dieta alimentare errata influenza le risposte infiammatorie dell'organismo, a livello cellulare provoca l'accorciamento dei telomeri perché impiega un maggiore utilizzo dei processi riparativi. Al contrario la dieta mediterranea sarebbe anti-infiammatoria e di conseguenza anti-invecchiamento.

 

Prevenire l’ictus? Con l’olio d’oliva si può…

 Elemento principe della nostra dieta mediterranea, l’olio extravergine d’oliva è già considerato da anni un elemento fondamentale per la cura e la prevenzione di diverse patologie. Ricco di composti fenolici ( antiossidanti con il ruolo di partecipare alla prevenzione del rilascio dei radicali liberi)  come l’oleuropeina e l’acido caffeico, questo alimento avrebbe effetti potenzialmente protettivi nelle malattie cardiovascolari. Questo è  quello che è emerso da un recente studio effettuato dai ricercatori dell’università di Bordeaux che hanno seguito 7.625 soggetti di età compresa tra i 65 anni senza alcuna storia di ictus. I partecipanti sono stati classificati in tre gruppi in base al consumo di olio d’oliva: “nessun uso”, “uso moderato” (olio d’oliva utilizzato o in cucina o come condimento) ed “uso intensivo” (olio d’oliva utilizzato sia per cucinare che come condimento). Durante la ricerca sono stati anche misurati i livelli di acido oleico ( il costituente più abbondante nella maggioranza degli oli vegetali ) nel plasma sanguigno mostrando una stretta correlazione tra livelli più elevati di questa molecola ed una riduzione dell’ incidenza della patologia. Concluso lo studio, i ricercatori hanno riferito che le persone appartenenti al gruppo che usava regolarmente l’olio d’oliva avevano una riduzione del 73% del rischio di ictus rispetto ai soggetti che non lo includevano nella loro dieta. Ricordando le altre proprietà già conosciute dell’olio (nutritive, antitumorali e antinvecchiamento) ci rendiamo subito conto di come questo alimento così genuino ed indispensabile per mantenere il corpo in piena forma ed efficienza a qualsiasi età, non debba mai mancare sulle nostre tavole. Il noto filosofo Ludwig Feuerbach scriveva: “noi siamo ciò che mangiamo”.

 

“Muoversi” in modo sano: come ridurre i danni muscolari

Per voi che vi sottoponete ad un intenso esercizio fisico ecco una valida soluzione per ridurre i danni muscolari. Il coenzima Q10 (CoQ10) è una molecola organica chiamata anche “ubichinone” per la sua distribuzione ubiquitaria in tutto il nostro organismo. Coinvolto nelle fasi aerobiche e nella produzione di energia, il CoQ10 ha delle proprietà simili a quelle delle vitamine ma essendo sintetizzato naturalmente dal nostro corpo (la sua sintesi raggiunge i massimi livelli all’età di 20 anni e comincia a diminuire dopo i 40) non è classificata come tale. Uno studio pubblicato sulla rivista European Journal of Nutrition ha dimostrato che l’assunzione giornaliera di integratori di CoQ10 potrebbe contrastare l’aumento dello stress ossidativo (condizione patologica causata dalla rottura dell’equilibrio fisiologico tra la produzione e l’eliminazione di specie chimiche ossidanti, quali i radicali liberi) riducendone dunque i conseguenti danni muscolari. Lo studio è stato effettuato su due gruppi di corridori, formati da 10 persone ciascuno: un gruppo ha ricevuto una capsula da 30 mg di CoQ10 due giorni prima della prova, tre capsule da 30 mg di CoQ10 il giorno prima e una capsula un’ora prima del test; l’altro gruppo invece ha ricevuto placebo con la stessa modalità di somministrazione. Il test consisteva nell’effettuare una corsa di 50 km attraverso la strada più alta d’Europa in Sierra Nevada. Il gruppo trattato con placebo ha mostrato un aumento del 100% dei livelli di 8-OHDG (indicatore del danno al DNA causato da stress ossidativo) rispetto ad un incremento del solo 37,5% in corridori trattati con gli integratori di CoQ10. Altro dato interessante che è emerso da questo studio è che i ricercatori hanno notato una diminuzione dei livelli di creatinina (una molecola prodotta dalla creatina, che viene utilizzata come indicatore dell’attività renale e il cui alto livello ne indica una possibile disfunzione) nelle urine nel gruppo trattato con CoQ10 rispetto al gruppo con placebo. Dati questi sorprendenti risultati…perché non prevenire il danno muscolare?

 

La carne dannosa per la prostata

Carne alla brace o grigliata dannosa, soprattutto per gli uomini. Il consumo eccessivo, infatti, favorirebbe le forme aggressive di tumore alla prostata. Lo indica uno studio americano, pubblicato su PLoS One, e realizzato dal gruppo di ricerca diretto da Sanoj Punnen con l'obiettivo di fare chiarezza sull’argomento, dopo la pubblicazione di diverse ricerche discordanti. La nuova sperimentazione è stata condotta su circa mille uomini, 470 pazienti e 512 testimoni volontari. I dati hanno evidenziato chiaramente che con una dieta molto ricca di carne rossa il rischio aumenta. E il pericolo è particolarmente elevato quando si preferisce la cottura con brace o grill, soprattutto se bistecche o hamburger sono ben cotti. Responsabili dell'aumento del rischio, secondo i ricercatori, due mutageni che si formano durante la cottura ad elevate temperature, il MelQx e il DiMelQx.

 

Individuata la proteina responsabile della diffusione delle metastasi

La periostina è la proteina indispensabile al tumore per sviluppare le metastasi; è stata individuata dai ricercatori svizzeri che hanno anche creato in laboratorio un anticorpo capace di neutralizzarla. Forse in futuro questo studio, recentemente pubblicato da Nature, potrebbe rivelarsi un importantissimo punto di partenza per valutare una strategia terapeutica che inibisca una parte degli effetti devastanti del tumore; per il momento i ricercatori della Fondation Isrec di Losanna ci tengono a mantenere una certa cautela e a non alimentare falsi ottimismi. Tuttavia gli scienziati sono autori di una scoperta effettivamente molto significativa: nei laboratori dell’istituto svizzero avrebbero individuato la proteina indispensabile affinché nel corpo si sviluppino le metastasi. Senza la periostina, infatti, le cellule staminali del cancro, quelle che diffondendosi nell’organismo originano le metastasi molto spesso letali a causa delle complicazioni che comportano, non trovano il «terreno fertile» per proliferare. La periostina è naturalmente presente nell’uomo: fondamentale per lo sviluppo fetale, resta attiva in età adulta in alcune aree determinate quali ghiandole mammarie o ossa. I ricercatori, che hanno concentrato le proprie osservazioni proprio sulle metastasi ponendo in secondo piano il tumore da cui vengono originate, hanno isolato la proteina scoprendo che in sua assenza le cellule staminali che sviluppano la metastasi restano inattive nella propria «nicchia». Gli studiosi hanno anche creato in laboratorio un anticorpo capace di neutralizzare i danni causati della periostina: aderendo alla proteina la rende non più operativa, distruggendo l’ambiente ideale per le formazioni neoplastiche secondarie. Nel corso di questi esperimenti, minimi effetti collaterali si sono manifestati sui topolini: cionondimeno gli scienziati sono molto prudenti sulla possibilità di creare un anticorpo che sia ugualmente efficace per gli esseri umani. Ma riuscire nell’impresa sarebbe una vera svolta nella lotta contro questo terribile male.

 

Scoperti geni ripara-nervi

I biologi dell'University of California a San Diego hanno identificato più di 70 geni chiave per la rigenerazione dei nervi dopo una lesione. Lo studio, pubblicato su 'Neuron', apre la strada allo sviluppo di nuove terapie per riparare lesioni al midollo spinale e altri danni come quelli conseguenti a un ictus. In due anni di indagini, gli scienziati diretti da Andrew Chisholm hanno passato al setaccio 654 geni sospettati di essere coinvolti nella regolazione della crescita degli assoni, i filamenti delle cellule nervose che trasmettono gli impulsi elettrici agli altri neuroni. In questo modo sono stati identificati 70 geni che promuovono la crescita degli assoni dopo la lesione, più altri sei che bloccano questo processo. "Non sappiamo molto su come gli assoni ricrescono dopo che sono stati danneggiati - spiega Chisholm - quando hai una lesione al midollo spinale o un ictus, si causano moltissimi danni agli assoni. Il problema è che il processo di rigenerazione nel cervello e nel midollo spinale è inefficiente". Insieme ai colleghi dell'Università dell'Oregon, il team ha indagato sul ruolo di centinaia di geni 'nel mirino'. E sottolineano l'importanza dei sei 'tasselli' del Dna che sembrano bloccare la crescita degli assoni. "La scoperta di questi inibitori è probabilmente la scoperta più eccitante", sottolinea Chisholm. Identificando ed eliminando i fattori che inibiscono la ricrescita degli assoni, si potrebbe attivare il processo di riparazione delle lesioni nervose.  

 

Cuore, ecco come tenerlo in salute

Bastano 4 mosse: alimentazione corretta, niente fumo, movimento e un controllo periodico. Sono pochi ma fondamentali gli accorgimenti da adottare per mantenere il proprio cuore in salute. Le buone abitudini quotidiane passano da un stile di vita sano e attento. Parliamo di accorgimenti molto semplici che valgono per tutti: innanzitutto non fumare perché il fumo ostruisce i vasi sanguigni e questo può favorire l'insorgere di problemi alla circolazione; in secondo luogo è necessario svolgere una moderata ma costante attività fisica, meglio attività aerobica, ovvero di resistenza, che determina un aumento di volume delle cavità cardiache. Non certo ultima, una sana alimentazione. Il regime alimentare influisce sullo stato di salute del cuore: le buone abitudini a tavola sono un'arma comune contro tutte le patologie cardiovascolari. Quindi una dieta diversificata e ricca di frutta e verdura. Un controllo periodico è indispensabile, in particolare dopo i 30 anni. Il check-up cardiologico permette di prevenire malattie cardiovascolari molto diffuse e importanti come l'ipertensione, l'infarto e l'ictus. Parliamo di un check-up che richiede un paio d'ore e consente una valutazione molto precisa dell'anatomia del cuore, dell'aorta e dei vasi carotidei che portano il sangue al cervello, permettendo una valutazione funzionale di questi preziosi organi ed è in grado di determinare con notevole precisione lo stato di salute dell'individuo e qualora si evidenziassero anomalie, indica quale indirizzo intraprendere per prevenire un'evoluzione.

 

Bimbi e troppa tv: rischio diabete

I bambini con diabete di tipo I che trascorrono molte ore di fronte alla tv ogni giorno potrebbero avere maggiori livelli di zucchero nel sangue. I ricercatori tedeschi della Charite-Universitatsmedizin Berlin hanno coinvolto nello studio 296 soggetti fra ragazzi, bambini e giovani adulti, con diabete di tipo I.  I pazienti che trascorrevano 4 o più ore al giorno davanti alla tv o al computer avevano più alti livelli di emoglobina A1C, un fattore che rende conto del livello di controllo dello zucchero nel sangue fornendo un'indicazione generale relativa agli ultimi mesi. In media, l'emoglobina A1C di quest'ultimo gruppo risultava del 9,3 per cento, contro circa l'8,5 per cento tra i coetanei che trascorrevano meno tempo davanti a uno schermo. Gli esperti raccomandano agli adulti di mantenere i loro livelli di A1C al di sotto del 7 per cento, mentre i livelli nei bambini e gli adolescenti possono arrivare fino all'8,5 per cento, a seconda dell'età. Tenere a bada il livello di zuccheri nel sangue contribuisce a contenere il rischio di complicanze a lungo termine del diabete, complicanze che vanno da malattie cardiache e renali ai danni alla vista. Il motivo per cui il tempo passato davanti allo schermo è collegato con l'alto livello dello zucchero nel sangue non è però ancora chiaro. "Forse i bambini che trascorrono più tempo davanti alla tv o al computer fanno spuntini più spesso. Così la glicemia è più difficile da tenere sotto controllo, rispetto a quando si ha un'alimentazione più regolare", ha spiegato Angela Galler, che ha condotto lo studio pubblicato sulla rivista Diabetes Care. La American Academy of Pediatrics raccomanda che bambini e adolescenti trascorrano non più di 2 ore al giorno davanti alla tv o al computer.

 

Le patate abbassano la pressione

Le patate, da sempre considerate un cibo che fa ingrassare e quindi viste di cattivo occhio dai salutisti, potrebbero presto essere riabilitate. Secondo una nuova ricerca, infatti, ridurrebbero la pressione sanguigna come la farina d'avena e senza far prendere peso. Attenzione, però, perché gli scienziati hanno valutato gli effetti delle patate cotte senza olio in un forno a microonde, escludendo quindi le patatine fritte.  I ricercatori hanno presentato i risultati dello studio condotto su un gruppo di volontari in sovrappeso e ipertesi durante il 242esimo National Meeting & Exposition della American Chemical Society.  "La patata, forse più di qualsiasi altro ortaggio, ha una cattiva reputazione immeritata che ha portato i più attenti alla salute a escluderla dalla loro dieta", ha dichiarato Joe Vinson della University of Scranton, in Pennsylvania, che ha guidato la ricerca. "In realtà, se preparata senza friggerla e servita senza burro o margarina, una patata - ha aggiunto - ha solo 110 calorie e decine fra sostanze fitochimiche salutari e vitamine". Alcuni studi avevano in precedenza identificato nelle patate alcune sostanze con effetti simili a quelli dei ben noti farmaci ACE-inibitore, ampiamente usati per contrastare l'ipertensione. Le alte temperature di cottura a cui si va incontro durante la frittura sembrano però distruggere la maggior parte di queste sostanze salutari contenute nella patata, lasciando soprattutto amido e grassi. Le patate impiegate nella ricerca sono state cotte semplicemente con un forno a microonde, che sembra essere il modo migliore per preservare i nutrienti di questo alimento.

 

Gli anziani e il fitness della memoria

Un nuovo studio della University of California di Los Angeles (Ucla) ha dimostrato che un programma di fitness della memoria esercitato su persone anche molto anziane ha contribuito a migliorare la loro capacità di riconoscere e ricordare le parole, aiutando così a fornire una migliore stima di sè, elemento centrale nella qualità della vita. Lo riporta il nuovo numero del Journal of Geriatric Psychiatry. "E' stato emozionante vedere gli anziani partecipare a un programma di fitness di memoria e migliorare con risultati così importanti", ha detto Karen Miller, docente al Semel Institute for Neuroscience and Human Behavior della Ucla. Lo studio dimostra che non è mai troppo tardi per imparare nuove competenze per migliorare la propria vita. Certo con l'invecchiamento ci vuole più tempo per apprendere nuove informazioni, inclusi nomi, date, la posizione degli oggetti domestici, riunioni o appuntamenti ma lo stile di vita e i fattori ambientali possono svolgere un ruolo decisivo nel declino cognitivo.

 

Senza sonno danni per la memoria

Perdere troppe ore di sonno provoca danni alla memoria e alla capacità di apprendimento. La scoperta comunicata a Firenze, nell'ambito del congresso mondiale sulle neuroscienze da Peter Meerlo, dell'Università di Groningen che ha presentato una recente scoperta su come la privazione da sonno colpisce l'apprendimento e la memoria spaziali nel tempo. La perdita di sonno colpisce in particolare una zona del cervello chiamata ippocampo, che è particolarmente importante per la memorizzazione di luoghi e posizioni. "Adattare costantemente i ricordi alle mutevoli condizioni è essenziale per gestire le variazioni regolari di un ambiente, come ad esempio il tragitto da un nuovo posto di lavoro a casa", ha spiegato il dottor Meerlo. Il team ha stabilito che il cervello può temporaneamente compensare gli effetti da perdita del sonno modificando i meccanismi di apprendimento alternativi in altre aree. "I nostri risultati confermano che la privazione del sonno colpisce l'ippocampo e l'apprendimento spaziale - ha detto Meerlo - ma ancora non capiamo perché alcune aree del cervello sono più sensibili alla perdita del sonno rispetto ad altre. Il nostro studio ha dimostrato però che non c'è bisogno di perdere troppo sonno per diminuire la memoria. Se avviene nella fase del consolidamento, una perdita di sonno, seppur breve, potrebbe essere sufficiente a causare dei deficit abbastanza seri".

 

Rischio gestosi in gravidanza

La preeclampsia, comunemente nota come gestosi, è una sindrome che puo’ presentarsi durante una gravidanza, in cui si manifestano uno o piu’ sintomi fra edema, proteinuria e ipertensione. L’incidenza viene stimata tra il 3% ed il 13% nelle prime gravide, mentre aumenta il rischio di una manifestazione nelle gravidanze successive alla prima. Le cause di tale complicazione sono varie:

* età sopra i 35 anni, ne aumenta il rischio di 3 volte * background familiare

* diabete

* malattie immunologiche

* cattiva placentazione

* ipertensione

* gemellarità

* malattie renali

Un recente studio pubblicato sul British Medical Journal (Maggio 2011) ha evidenziato come fattori legati alla dieta, possano modificare l’incidenza di tale patologia. Nello specifico 672 donne sono state divise in 3 gruppi: * al gruppo 1 è stato dato un integratore multivitaminico (Vit. C, E, B6, B12) * al gruppo 2 è stato dato un integratore di l-arginina insieme al multivitaminico * al terzo gruppo è stato dato un placebo (ovvero, al loro insaputa è stato dato un integratore che non conteneva in realtà nulla). I dati raccolti sono stati incoraggianti, mentre il 30% delle donne che avevano preso il placebo aveva manifestato sintomi di preeclampsia, il gruppo che si era sottoposta al mix di L-arginina e vitamine, aveva avuto solo il 13% di incidenza; il terzo gruppo che aveva a cui era stato dato solo il multivitaminico si era attestato intorno al 23% (dato poco significativo). Naturalmente è ancora prematuro cantare vittoria, ma l’integrazione nutrizionale continua a guadagnare strada, nella prevenzione di innumerevoli patologie. Il filosofo Ludwig Feuerbach scriveva che “noi siamo ciò che mangiamo”. Cefalee, le donne ne soffrono tre volte più degli uomini
Come riconoscere i sintomi:

Chi di noi nella vita non ha mai sofferto di mal di testa? Oggi sono piu’ di 6 milioni le persone a soffrirne e purtroppo i dati confermano un costante incremento nella casistica. I soggetti maggiormente colpiti fra i 2 sessi, sono le donne con un’incidenza ben 3 volte superiore a quella dell’uomo (in particolare per l’emicranie senza aura).

Il mal di testa o con maggiore correttezza la cefalea, comprende piu’ di 200 disturbi diversi, ma oggi ci occuperemo di quelli maggiormente diffusi che coprono oltre il 70% dei casi, l’emicrania con e senza aura e le cefalee muscolo tensive (il classico mal di testa a cui molti si riferiscono) e le cefalee a grappolo.

Le cause a tutt’oggi non sono del tutto chiare, ma vari studi hanno evidenziato come, mentre numerosi fattori come alimentazione, stile di vita, postura etc.. possano essere delle concause, altri sono dei veri e propri fattori scatenanti come:

- reazioni allergiche
- luci e rumori intensi
- disturbi nel sonno
- fumo
- alcool
- ciclo mestruale
- alimentazione (ricca in tiamina)
- uso prolungato di computer o televisione

Sfortunatamente la medicina in questo campo non agisce curando la patologia, ma solamente alleviando quelli che sono i sintomi o aiutando a ridurre la frequenza degli attacchi; in alcuni casi, può verificarsi un effetto opposto, infatti un uso scorretto e frequente di antinfiammatori non steroidei (FANS) o triptani, può anch’esso portare all’insorgere di un tipo di cefalea soprannominata di rimbalzo. Prima di parlare di alimentazione è bene saper riconoscere un attacco prima che questo si scateni, in modo da poter intervenire il prima possibile.

Vediamone insieme i sintomi:

Emicrania senza aura

sonnolenza, irritabilità, depressione, sete, aumento della voglia di dolci

Emicrania con aura

disturbi visivi, formicolii a braccio o viso, disturbi nella parola cioè difficoltà a trovare i vocaboli giusti

Cefalea muscolo tensiva

Un dolore sordo ed intenso, una sensazione di pressione sulla fronte, sui lati e sul retro della testa, aumento della dolorabilità in corrispondenza del cuoio capelluto, del collo e dei muscoli delle spalle, talvolta perdita d’appetito

Cefalea a grappolo

Dolore intensissimo simile ad una trafittura localizzato ad un solo lato della testa, bruciori dell'occhio e intensa lacrimazione con congestione delle mucose oculari e della palpebra, eccessiva secrezione nasale e gocciolamento, anomalo afflusso di sangue alla testa, contrazione della pupilla, sudorazione copiosa, nausea e vomito, insofferenza a luce e suoni. Saper identificare i sintomi in tempo, ci può permettere di intervenire tempestivamente, aumentando di molto la probabilità di successo del nostro intervento, e scongiurando così ore di dolore.

 

Tumori neuroendocrini

La scienza fa progressi: terapie mirate e nuovi farmaci per contrastarli all'IOM di Catania. Sono poco conosciuti ma colpiscono 2500 persone l’anno in Italia e la loro incidenza è in continua crescita. Il dottor Dario Giuffrida, direttore del dipartimento di Oncologia dell’Istituto Oncologico del Mediterraneo di Viagrande, combatte la patologia con la terapia a bersaglio molecolare e farmaci chemioterapici mirati e più attivi. Se ne parla poco perché sono rari anche se aggressivi e in crescita. Sono i tumori neuroendocrini (NETS dall’inglese “neuroendocrine tumors”) la cui incidenza negli ultimi dieci anni è cresciuta del 2%, con una media di 8-10 casi ogni 100mila abitanti, che tradotto significa 2500 nuovi malati all’anno in Italia. Colpiscono gli uomini e le donne e aggrediscono sia adulti che bambini, benché siano più numerosi nella fascia d’età tra i 50 e i 60 anni. “Si tratta di carcinomi le cui cellule hanno caratteristiche comuni alle cellule nervose ed endocrine – spiega il dottor Dario Giuffrida, direttore del dipartimento di Oncologia dell’Istituto oncologico del Mediterraneo di Viagrande, a pochi chilometri da Catania - e sono in grado di produrre sostanze di tipo ormonale o simil-ormonale che possono manifestare sindromi specifiche. Nel 70% sono più diffusi quelli gastro-entero-pancreatici e toracici, ma possono interessare ogni organo e tessuto. Un tempo appartenevano alla categoria dei tumori rari per la loro bassa frequenza ma negli ultimi dieci anni l’incidenza è aumentata notevolmente rispetto ad altri tipi di tumore (mammella, polmone, colon)”.
È ancora molto difficile riconoscere un malato con tumore neuroendocrino, perché è un carcinoma silente per anni, che cresce lentamente e spesso diventa metastatico prima di essere sintomatico. “I sintomi con cui questi tumori si presentano sono spesso aspecifici – commenta il dottor Giuffrida - e ciò può condizionare nel 60-65% dei casi un ritardo nella diagnosi. Circa il 35-40% di questi tumori manifestano una sintomatologia abbastanza specifica ma difficile da interpretare, che può essere data da diarrea, arrossamenti cutanei (flushes) al volto, al collo e alla parte anteriore del torace, accompagnati da tachicardia, vomito e dolori addominali. Quando si presentano questi sintomi e la diagnostica comune non riesce a mettere in evidenza o a chiarire il quadro clinico, alla base ci potrebbe essere un tumore neuroendocrino”.
L'aumento del numero di casi diagnosticati osservato negli ultimi anni rende ragione di una maggiore attenzione verso questa particolare patologia, la cui causa è ancora sconosciuta, grazie al ricorso a nuove tecniche di laboratorio, nonché all'uso di molecole con un impatto favorevole sulla malattia. “Il 70% di questi tumori ben differenziati possono trarre giovamento anche in termini di riduzione di massa dagli analoghi della somatostatina. In questi anni oltre alla chemioterapia che viene riservata alle forme scarsamente differenziate o in progressione avanzata, un altro approccio terapeutico è quello delle terapie a bersaglio molecolare che stanno dando ottimi risultati. La chemioterapia si basa sulla morte della cellula e quindi  blocca quelli che  possono essere i sistemi di controllo del Dna. Però il suo limite è l’aspecificità, ovvero colpisce tutte le cellule che si riproducono velocemente, sia neoplastiche, sia sane. La terapia a bersaglio molecolare invece è mirata. Ciò significa che il suo meccanismo d’azione è specifico solo per il bersaglio contro cui è diretta e che è presente soltanto nelle cellule tumorali. Il bersaglio può essere un recettore presente sulla superficie o all’interno della cellula neoplastica: in entrambi i casi si tratta
 di componenti indispensabili per la crescita della cellula, che sono bloccati e non possono più svolgere la loro azione”. Quindi la grande sfida per questi pazienti è rappresentata dai nuovi trattamenti. Oggi sono disponibili strategie terapeutiche che permettono, se gestite in maniera adeguata e con un approccio integrato, di assicurare al malato una lunga sopravvivenza e una buona qualità di vita. Questa particolare tipologia di tumore necessita della messa a punto di sostante specificamente efficaci contro la sua composizione genetica. “Tra i farmaci chemioterapici più attivi ricordiamo la streptozotocina, la dacarbazina, la temozolamide e i derivati del platino. Lo sviluppo di farmaci che hanno meccanismi d’azione molto più selezionati può permettere un’efficacia maggiore e una riduzione della tossicità, tenendo conto che potrebbe essere utile arrivare all’utilizzo di farmaci sulla base di prove di vitalità o di mortalità indotte sulle cellule tumorali. Si potrebbe arrivare a terapie mirate per singolo tumore ma anche per singolo paziente”. Centro oncologico specializzato e punto di riferimento per la Sicilia è l’Istituto Oncologico del Mediterraneo-U.O. Oncologia Medica, conosciuto anche come IOM, che riesce a conciliare eccellenze scientifiche, diagnostiche e terapeutiche con il rispetto del malato e della sua patologia.
“L'Istituto Oncologico del Mediterraneo – aggiunge il dottor Giuffrida - fornisce prestazioni diagnostiche e terapeutiche quali diagnostica per immagini, ecografia, endoscopia urologica e digestiva, fisiopatologia respiratoria, anatomia e istologia patologica. Il dipartimento oncologico è organizzato con un attrezzato dipartimento chirurgico e a parte l’attività ambulatoriale di Day Hospital dispone di un reparto di cure palliative per seguire il paziente dalla diagnosi ai momenti finali. Oltre allo IOM, che si occupa di clinica, c’è IOM-Ricerca, istituto di ricerca indipendente deputato esclusivamente alla ricerca clinica e in vitro”.

 

Evviva il cioccolato

Una ricerca lo promuove a pieni voti: "Fa bene: è uno scudo per il cuore". E' ufficiale: il cioccolato e' uno 'scudo' per il cuore. Fondente o al latte, solido o liquido, in barretta o sotto forma di biscotto, ogni versione dell'alimento piu' amato dai golosi promette di ridurre di un terzo il rischio di infarto e ictus. Non si illuda, pero', chi pensa di avere un alibi per abbuffarsi: l'effetto protettivo si ottiene con soli 7,5 grammi al giorno, piu' o meno l'equivalente di un cioccolatino. A promuovere il cioccolato e' una metanalisi presentata a Parigi, al congresso della Societa' europea di cardiologia (Esc). La ricerca, coordinata da Oscar Franco dell'universita' di Cambridge in Gb, e' pubblicata oggi sull'edizione online del 'British Medical Journal'. Le virtu' del cioccolato non sono certo nuove. Si sa che ha poteri antiossidanti e antinfiammatori, che riduce la pressione arteriosa e tiene lontana la resistenza insulinica, anticamera del diabete. Ora pero' il team britannico ha passato in rassegna i principali studi condotti sul tema. Sono stati esaminati 7 lavori, per un totale di oltre 100 mila persone coinvolte, sia sane che cardiopatiche. Per ogni studio, Franco e colleghi hanno confrontato tra loro i gruppi che consumavano le quantita' piu' alte e piu' basse di cioccolato. In 5 studi e' stato dimostrato che chi mangiava piu' cioccolato aveva un rischio cardiovascolare inferiore. Complessivamente, al netto di possibili fattori confondenti, la probabilita' di attacchi cardiaci diminuiva del 37% e il pericolo di ictus del 29%. Nessuna associazione positiva e' stata invece riscontrata fra consumo di cioccolato e prevenzione dello scompenso cardiaco. Gli autori insistono sulla necessita' di ulteriori studi che possano verificare se e' davvero il cioccolato il responsabile di questi benefici, oppure esistono elementi non ancora identificati in grado di spiegare altrimenti il suo apparente effetto-scudo. Non solo. I ricercatori invitano anche a fare attenzione alle calorie: le diverse 'varianti' di cioccolato in commercio regalano circa 500 calorie ogni 100 grammi, quindi esagerare significa perdere ogni possibile vantaggio sotto i colpi di chili di troppo, diabete e cardiopatie. Da qui l'appello degli scienziati al mondo dell'industria: ''Bisogna trovare il modo di ridurre l'apporto di grassi e zuccheri fornito dai prodotti a base di cioccolato oggi sul mercato''.

 

Allergia: il killer è in tavola

Crostacei, vini, frutta, semi. Ma anche uova e latte. Per due milioni di italiani possono essere alimenti molto pericolosi. Per la prima volta un rapporto fotografa un problema in crescita. Diciassette milioni in tutta Europa, un milione e mezzo dei quali tra gli adulti e 570 mila tra i bambini solo in Italia, con ricoveri, consumo di farmaci, diagnosi, giornate di scuola e lavoro perse in crescita costante. Stiamo parlando delle allergie alimentari, e non solo dai sintomi lievi, come i pruriti o le riniti: sono in aumento anche i casi che finiscono al Pronto soccorso per reazioni anafilattiche gravi. E ogni anno non meno di 40 persone muoiono per aver mangiato involontariamente l'alimento sbagliato, talvolta anche dopo aver preso tutte le precauzioni possibili. A stimare per la prima volta in maniera sistematica le allergie alimentari è stata l'Aaito (Associazione allergologi italiani territoriali e ospedalieri) che ha pubblicato lo studio sul "Clinical and Experimental Allergy". Gli specialisti hanno analizzato la storia clinica di 25 mila adulti che si erano rivolti al medico pensando di avere un'allergia, e hanno scoperto che più di mille di loro (ossia il 4 per mille della popolazione indagata) avevano un'allergia alimentare. Ma i ricercatori sono andati oltre, allargando il campione sotto esame e concludendo che circa tre italiani su cento sono effettivamente allergici a un alimento. Non solo: a colpire duro sono poi le allergie combinate cibi-polline, causate da proteine presenti in pollini e da alimenti vegetali. Spiega Riccardo Asero, allergologo della Clinica San Carlo di Paderno Dugnano (Milano), coordinatore dello studio Aaito: "Moltissime persone pensano di essere allergiche perché hanno disturbi che invece con le allergie non hanno nulla a che vedere, come la sindrome del colon irritabile o le orticarie ricorrenti; in realtà alcuni studi hanno dimostrato che meno del 20 per cento di coloro che ritengono di essere allergici lo è veramente". Ma le allergie sono molte e non vanno confuse né tra di loro né con le intolleranze, e neppure con le sindromi autoimmuni come la celiachia: fenomeni totalmente diversi dal punto di vista biologico e quindi anche terapeutico. Per aiutare medici e pazienti, poche settimane fa il National Institute of Allergy and Infectious Disease statunitense ha pubblicato un voluminoso corpus di nuove linee guida, che dovrebbero permettere di non fare più confusione tanto nella diagnosi quanto nella terapia e negli interventi in caso di emergenza. Un documento molto atteso, come aveva dimostrato, tra gli altri, una grande revisione sistematica pubblicata qualche mese prima su "Jama" dai ricercatori dell'Università di Stanford che, analizzando migliaia di studi pubblicati tra il 1988 e il 2009, avevano denunciato un vero e proprio ginepraio di definizioni, test diagnostici, consigli, sintomi, rimedi . Tanto da spingerli a lanciare un appello affinché, per il bene dei pazienti, si facesse un po' di chiarezza.

 

Cancro, la speranza è toscana

Il centro oncologico di Siena ha elaborato una nuova terapia contro i melanomi basata sul potenziamento del sistema immunitario. Funziona: e ora tutto il mondo guarda a questo esperimento. Michele Maino (primo a sinistra) e il suo staffGiocava a basket a livello professionale Letterio Visigalli, due metri di altezza per 110 chilogrammi di muscoli, e aveva disputato oltre 400 partite in serie A, molte delle quali a Siena, nella Men Sana. Aveva smesso da poco l'attività professionale quando, nel 2004, decise di togliere un neo che aveva sempre avuto e che per qualche motivo aveva iniziato a dargli fastidio: si trattava di un melanoma, malattia che spesso colpisce i giovani e che è pericolosamente senza sintomi. Se si toglie quando è in fase iniziale, va tutto bene. Sennò, è la peggiore delle prognosi. Perché, almeno fino a oggi, chi non interveniva molto in anticipo era spacciato. E Visigalli se l'è vista brutta, quando, tre anni dopo l'intervento, è spuntato su un fianco quello che somigliava a un ematoma, e in realtà era una grande metastasi, formatasi insieme ad altre nei linfonodi e nel fegato, alcune delle quali di diversi centimetri. Ma lui è uno sportivo: crede nel suo fisico e ha una disciplina ferrea. "Ho pensato al ciclista Lance Armstrong e non mi sono lasciato abbattere. Nel mondo si stavano provando nuove terapie e nella mia città era arrivato Michele Maio, esperto di melanoma. Gli ho parlato". E Maio era la persona giusta. Ma, soprattutto, la circostanza favorevole è stata di trovarsi a Siena dove c'è il primo e unico centro italiano di Immunoterapia oncologica, presso il Policlinico Le Scotte.
Il merito dell'intuizione geniale che ha portato all'apertura del centro, a Siena se lo prendono in molti: c'è di mezzo la virtuosa regione Toscana con la sua sanità d'eccellenza, il fatto che la ricerca biomolecolare all'università è di grande prestigio, che gli amministratori di Le Scotte cercavano una punta di diamante (magari per far dimenticare qualche scandalo). E poi c'è il fatto che il direttore dell'Istituto Toscano dei Tumori è Lucio Luzzatto, genetista e gloria della ricerca oncologica richiamato in Italia dagli Usa dove hanno da tempo capito che l'innovazione in oncologia si ottiene coniugando ricerca di base e clinica. E questa è, di fatto, la filosofia di Michele Maio.Sono spesso viste di cattivo occhio dai salutisti perché fanno ingrassare. Le patate, da sempre considerate un cibo che fa ingrassare e quindi viste di cattivo occhio dai salutisti, potrebbero presto essere riabilitate. Secondo una nuova ricerca, infatti, ridurrebbero la pressione sanguigna come la farina d'avena e senza far prendere peso. Attenzione, però, perché gli scienziati hanno valutato gli effetti delle patate cotte senza olio in un forno a microonde, escludendo quindi le patatine fritte. I ricercatori hanno presentato i risultati dello studio condotto su un gruppo di volontari in sovrappeso e ipertesi durante il 242esimo National Meeting & Exposition della American Chemical Society. "La patata, forse più di qualsiasi altro ortaggio, ha una cattiva reputazione immeritata che ha portato i più attenti alla salute a escluderla dalla loro dieta", ha dichiarato Joe Vinson della University of Scranton, in Pennsylvania, che ha guidato la ricerca. "In realtà, se preparata senza friggerla e servita senza burro o margarina, una patata - ha aggiunto - ha solo 110 calorie e decine fra sostanze fitochimiche salutari e vitamine". Alcuni studi avevano in precedenza identificato nelle patate alcune sostanze con effetti simili a quelli dei ben noti farmaci ACE-inibitore, ampiamente usati per contrastare l'ipertensione. Le alte temperature di cottura a cui si va incontro durante la frittura sembrano però distruggere la maggior parte di queste sostanze salutari contenute nella patata, lasciando soprattutto amido e grassi. Le patate impiegate nella ricerca sono state cotte semplicemente con un forno a microonde, che sembra essere il modo migliore per preservare i nutrienti di questo alimento.

 

Cifoplastica: un metodo efficace per le fratture vertebrali

Lo conferma una ricerca pubblicata sul Lancet oncology: grazie ad una sonda collegata a un palloncino si allevia il dolore,La qualità di vita di un malato colpito da metastasi ossee è fortemente compromessa per l’impossibilità di svolgere le normali attività quotidiane che diventano titaniche a causa del forte dolore, così come l’alterazione del sonno e dell’appetito, oltre all’aumento del bisogno di assumere farmaci antalgici. Un recente studio pubblicato sull’ultimo numero di Lancet oncology, mette in evidenza una tecnica veloce e mininvasiva in grado di riparare le e di alleviare il dolore di soggetti che presentano fratture ossee causate da metastasi, tumori del sangue e osteoporosi, migliorandone la mobilità e riducendo la necessità di analgesici. «La cifoplastica - è una metodica relativamente nuova, in uso da una decina d’anni, che si è rivelata efficace e consiste, in pratica, nell’introduzione nel corpo vertebrale di una sonda collegata a un palloncino. Dopo aver verificato la corretta posizione con la Tac, il palloncino viene gonfiato con una apposita apparecchiatura e in questo modo si ripristina parzialmente l'altezza della vertebra schiacciata. Infine attraverso la stessa sonda si inietta del cemento che aumenta la resistenza e mantiene la correzione ottenuta. Ora la cifoplastica si dimostra una valida alternativa da proporre a tutti i pazienti oncologici che hanno una sofferenza spinale». Durante la sperimentazione 134 pazienti oncologici sono stati sottoposti o alla nuova tecnica (70 partecipanti) o a cure non chirurgiche (64). Dopo un mese i malati appartenenti al primo gruppo mostravano dei miglioramenti nella mobilità della schiena e nella qualità di vita, mentre già dopo una settimana dichiaravano di sentire alleviato il proprio dolore. Inoltre, a fronte dei controlli eseguiti un anno dopo, la cifoplastica sembra limitare il rischio di nuove fratture. Si tratta comunque di una metodica indicata solo in determinati casi, riservata a chi soffre per fratture recenti e in base a vari criteri valutati dall’équipe che segue il paziente.

 

4 tazze di tè verde al giorno riducono il rischio di incontinenza

Che il tè verde avesse tantissime proprietà benefiche come gli antiossidanti, si sapeva di già, ma c’è una buona novità. Un consumo regolare di tè verde protegge la vescica delle donne dal rischio cancro e dall’incontinenza nell’età avanzata e nella mezza età. E’ la scoperta si uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Neurourology and Urodynamics” condotto da Andy Lee, un ricercatore del Curtin Health Innovation Research Institute che ha esaminato gli effetti della bevanda su un gruppo di donne di età compresa tra i 40 a 75 anni di età. del problema. “Una delle differenze importanti – ha ricordato il ricercatore - è che il tè verde non è fermentato a differenza di quello nero, non subisce ossidazione durante la lavorazione e contiene molta meno caffeina”. In attesa di estendere la ricerca alla popolazione generale, i ricercatori ricordano i numerosi studi a riprova del legame tra gli antiossidanti presente nel tè verde e la protezione della vescica. Per esempio, il potere che ha l'epigallocatechina - sostanza naturale del tè - di inibire la formazione di calcoli urinari, nella riduzione dei tumori alla vescica e dello stress ossidativo che collega alti livelli di glucosio con la nefropatia diabetica.

 

Studio olandese. Caffè e sesso aumentano il rischio aneurisma

Ma nella lista nera finiscono anche altre attività quotidiane, come soffiarsi il naso e fare esercizio fisico intenso. Una lista di otto insospettabili cause in grado di aumentare temporaneamente il rischio di rottura di un aneurisma cerebrale e di subire un ictus è stata stilata da un team di studiosi olandesi, guidati da Monique Vlak, dell'University Medical Center di Utrecht. I risultati di tale ricerca, pubblicati su «Stroke», non rivelano nulla di buono soprattutto per i patiti del caffè e gli amanti appassionati. Tra le attività considerate “a rischio” vi sono anche l’allenamento molto intenso e il soffiarsi il naso in maniera vigorosa. Ma vediamo la lista completa degli otto fattori capaci di aumentare il rischio di aneurisma intracranico, una fragilità nella parete di un vaso sanguigno del cervello che spesso lo porta a gonfiarsi come un palloncino, che, se si rompe, può generare una emorragia subaracnoidea. Partendo dalla causa più probabile, in percentuale, tali fattori sono: bere caffè (10,6%), fare esercizio fisico in modo intenso (7,9%), soffiarsi il naso (5,4%), avere un rapporto sessuale (4,3%), difficoltà a evacuare (3,6%), bere cola (3,5%), essere sorpresi per qualcosa (2,7%), arrabbiarsi (1,3%). Sono tutte mine vaganti, capaci di “indurre un aumento improvviso ma breve della pressione sanguigna – spiega Vlak – cosa che sembra una possibile causa comune per la rottura di un aneurisma”. Un tale pericolo si rivela molto alto subito dopo l’assunzione di alcol, ma, allo stesso tempo, scende in maniera molto rapida. “L'emorragia sub aracnoidea, causata dalla rottura di un aneurisma intracranico, è un evento devastante, che spesso colpisce giovani adulti - prosegue Vlak - Questi fattori scatenanti che abbiamo scoperto sono sovrapposti ad altri fattori di rischio noti, tra cui essere donna, avere una certa età e soffrire di ipertensione”. La pericolosità di un tale evento è in un certo senso acuita dal fatto che sono davvero molto pochi i pazienti che presentano sintomi prima della rottura, come vomito, problemi alla vista, perdita di coscienza e mal di testa particolarmente gravi e intensi. Con il crescente utilizzo di tecniche di neuroimaging, però, sono stati individuati molti aneurismi che altrimenti sarebbero sfuggiti ai medici. Per giungere a tali risultati, il team olandese ha sottoposto a 250 pazienti che avevano subito un'emorragia subaracnoidea aneurismatica un questionario per fotografare la possibile esposizione a 30 potenziali fattori scatenanti, nel periodo immediatamente precedente all'evento, indagando, nello stesso tempo, su stile di vita e abitudini di ognuno. Gli studiosi hanno quindi valutato il rischio relativo, usando un metodo che permette di capire se un evento specifico è stato innescato da qualcosa che è accaduto poco prima. Una volta venuta fuori la lista nera, però, si è constatato che in essa vi sono alcune attività che finora sono state quasi unanimemente riconosciute, dalla comunità scientifica, come portatrici di notevoli benefici per la salute umana. Che fare quindi? Gli esperti non sconsigliano, nonostante tutto, l'attività fisica, “a causa dei molteplici benefici che apporta”, mentre suggeriscono ai pazienti di ridurre il consumo di caffeina e ricorrere a un trattamento anti-stitichezza, per “ridurre il rischio di emorragia subaracnoidea - conclude Vlak - Mentre i vantaggi della prescrizione di farmaci antipertensivi in questi pazienti devono ancora essere approfonditi”.

 

 Colon irritabile? Sintomi azzerati grazie alla meditazione

Nella psiche si cela il segreto per spegnere fastidi gastrointestinali anche molto pesanti. Secondo uno studio americano, presentato oggi alla Digestive Disease Week in corso a Chicago (Usa), la meditazione trascendentale e' davvero utile ai pazienti con sindrome del colon irratabile, una patologia gastrointestinale caratterizzata da dolore addominale anche intenso. Secondo lo studio, infatti, la meditazione si e' rivelata utile ben quattro volte piu' della terapia di gruppo mirata, per alleviare i sintomi della sindrome in un gruppo di donne. I ricercatori del team di Susan Gaylord, direttore del programma di medicina integrativa dell'University of North Carolina, hanno deciso di monitorare l'efficacia della meditazione trascendentale, dopo che questo approccio si e' rivelato utile contro altre patologie croniche, come la fibromialgia e la depressione. ''La medicina tradizionale non offre una cura per la sindrome del colon irritabile. E oltre la meta' dei pazienti non beneficia di miglioramenti con la terapia tradizionale - nota Gaylord - Noi invece abbiamo osservato dei miglioramenti dei sintomi davvero significativi nei pazienti con problemi intestinali, con riflessi anche sulla qualita' della vita, grazie alla meditazione''.  Oltretutto si tratta di un metodo facile da apprendere e non costoso, nota la studiosa, in grado di fornire ai pazienti gli elementi utili da usare per il resto della vita. Lo studio randomizzato e controllato ha coinvolto 75 pazienti - tutte donne - tra i 19 e i 71 anni, in media di 42 anni. Le volontarie sono state divise in due gruppi e hanno partecipato o a un corso di meditazione trascendentale, o a un gruppo di sostegno mirato a fornire un mutuo supporto per i problemi legati alla sindrome dell'intestino irritabile e a quelli della vita quotidiana. Il corso prevedeva sessioni settimanali piu' una mezza giornata di approfondimento per otto settimane. Nel corso dello studio l'intensita' dei sintomi e la convinzione delle pazienti nel seguire la terapia assegnata e' stato monitorato regolarmente. Ebbene, alla fine delle otto settimane di corso, affrontate dai due gruppi di pazienti con uguale convinzione, si e' visto che la gravita' dei sintomi della sindrome del colon irritabile e' risultata ridursi in modo sostanziale piu' nel gruppo che aveva provato la meditazione trascendentale. Con una riduzione nella gravita' dei fastidi pari al 38,2% contro l'11,8% dell'altro gruppo. Non solo, le donne che hanno meditato hanno anche riferito un miglioramento nella qualita' della vita, dell'ansia a livello di 'pancia' e dello stress psicologico a tre mesi di distanza dalla fine del trattamento. ''Il nostro studio indica che la meditazione trascendentale e' un metodo pratico, economico e largamente applicabile per consentire ai pazienti con sindrome del colon irritabile di migliorare la loro condizione e guadagnare in benessere - spiega il ricercatore Olafur Palsson - un sistema che potrebbe essere appreso attraverso corsi mirati senza la necessita' di seguire poi una terapia a lungo termine''. Insomma, secondo il team si tratta di un approccio che puo' aiutare i pazienti a gestire in modo indipendente il proprio problema. Ma se la meditazione si e' rivelata benefica, gli scienziati ammettono che il perche' questo metodo funzioni e' ancora da chiarire. Proprio per questo motivo intendono pianificare ulteriori studi, per comprendere in che modo meditare riesca ad alleviare i fastidi del colon irritabile. ''La ricerca continua a mostrarci quanto il legame tra corpo e mente sia intricato - commenta Robynne Chutkan della Georgetown University - e in che modo lavorino insieme nei pazienti con problemi gastrointestinali. Questo evidenzia quanto sia importante trattare il paziente nella sua interezza, e non semplicemente la malattia. L'esercizio fisico e la meditazione - conclude - sono solo alcune delle molte tecniche alternative che i medici possono proporre ai propri pazienti per prevenire e controllare il dolore legato alla sindrome''..

 

Diabete, dalle verdure a foglia verde un aiuto alla prevenzione

Il problema della cottura delle verdure a foglia verde è sempre stato al centro di numerose polemiche. Se da un lato si consiglia di consumarle crude o dopo una breve cottura possibilmente a vapore, per lasciare il piu’ possibile inalterato il contenuto vitaminico, dall’altro un recente studio pubblicato nel British Medical Journal, ha dimostrato come nei casi in cui la cottura deve esserci, deve essere fatta seguendo alcune indicazioni. In questo studio è stato osservato come, l’inserimento nella dieta di circa 150 grammi al giorno di verdure a foglia verde, riduceva del 14% il rischio di contrarre il diabete di tipo 2 (è la forma più comune di diabete ed è caratterizzato da disordini dell’azione e della secrezione insulinica). Ma questa loro azione da cosa è dovuta? Si pensa che l’alta concentrazione di magnesio (responsabile del colore verde delle foglie) all’interno di queste verdure, possa influenzare il rilascio di insulina (ormone che regola i livelli di zuccheri, nello specifico il glucosio, nel sangue). Evidenze scientifiche dimostrano come i livelli medi di magnesio nel plasma (componente del sangue) siano piu’ bassi nei pazienti diabetici sia di tipo 1 sia di tipo 2, a confronto con i soggetti sani. Nel diabete di tipo 2, in particolare, si nota una diminuzione dei livelli di magnesio intracellulare nei globuli rossi, nella maggioranza dei casi. Il tutto viene aiutato dall’alta concentrazione di antiossidanti, ovvero molecole in grado di combattere i radicali liberi, i quali vengono  prodotti in maggior misura nei casi di iperglicemia (alti livelli di glucosio nel sangue) diabetica. L’azione di questi radicali liberi, è alla base delle problematiche cardiovascolari associate al diabete.
Da non dimenticare inoltre la presenza di una buona quantità di fibre, che aiutano a ridurre la quantità di carboidrati disponibili alla digestione. Ma di fibre alimentari e radicali liberi, e delle loro molteplici azioni ne parleremo nei prossimi articoli.Tornando all’argomento cottura citato inizialmente, oltre alla cottura a vapore, anche quella al microonde, riesce a conservare al meglio la quantità di polifenoli (antiossidanti) presenti nella verdura cotta.Al secondo posto come metodo di cottura abbiamo la pentola  a pressione, ed infine la bollitura.

 

Il lavoro da scrivania aumenta la probabilità di cancro al colon

Lo sostengono alcuni ricercatori australiani, che sottolineano come l’attività fisica dopo il lavoro non risolva il problema. La notizia è di quelle allarmanti, e non farà certamente dormire sonni tranquilli a chi, per lavoro è “costretto” a stare seduto troppo tempo davanti a una scrivania. Secondo alcuni ricercatori della University of Western Australia, infatti, un lavoro eccessivamente sedentario e per una durata di tempo abbastanza protratta negli anni aumenta la possibilità di sviluppare un cancro al colon. I dati, pubblicati sull'«American Journal of Epidemiology», non lasciano spazio a interpretazioni: il lavoro da scrivania della durata di almeno 10 anni raddoppia il rischio di sviluppare un tipo particolare di cancro intestinale, quello al colon distale, e aumenta del 44% il rischio di tumore al colon retto. Altra tegola per questa tipologia di lavoratori è il fatto che a nulla servirebbe l’attività fisica dopo la normale giornata lavorativa. A livello probabilistico, infatti, le cose non cambiano. I ricercatori sono giunti a una tale conclusione dopo aver coinvolto ben 2000 persone nel loro esperimento, la metà delle quali affette da cancro all’intestino, l’altra metà sane. A tutti i partecipanti è stato sottoposto un questionario, volto ad analizzare il loro stile di vita, il lavoro svolto, l’alimentazione e i livelli di attività fisica praticata. Ebbene, da tale analisi è venuto fuori che la postura adottata dagli impiegati d’ufficio è in larga parte la causa dell’alta probabilità di sviluppare i due suddetti tipi di tumore. Stare seduti per molto tempo nell’arco della giornata, e in posizione immobile, fa sì che i livelli di glicemia nel sangue si innalzino maggiormente, provocando un parallelo squilibrio della produzione di insulina, il che sarebbe in buona parte legato allo sviluppo del cancro al colon. Insomma, la vita sedentaria non paga, se è vero che già un precedente studio aveva dimostrato un aumento del 30% del rischio di tumore alla prostata negli uomini che stanno seduti per molte ore al giorno.

 

 Le fibre alimentari, quando e come assumerle

Le fibre alimentari sono dei polisaccaridi vegetali, che il nostro organismo non è in grado di digerire o assorbire. Da un punto di vista nutrizionale non hanno alcuna proprietà, ma nonostante questo sono molto importanti per la salute umana. Esse sono contenute in: frutta, verdura, cereali, noci e semi, legumi. Una volta ingerite subiscono nel nostro intestino un fenomeno chiamato fermentazione, attuato dalla flora batterica e, il grado di fermentazione dipende da come queste fibre vengono assunte. Nel caso di un assunzione singola (solo fibre) avremo una maggiore fermentazione rispetto ad un assunzione insieme ad altri alimenti. Le fibre si distinguono in solubili e insolubili, ma vediamone le proprietà:

 Insolubili

Hanno la capacità di inglobare una notevole quantità di acqua, attribuendo a queste fibre di regolarizzazione delle funzioni intestinali:

  • stipsi
    * prevenzione della diverticolosi (patologia in aumento negl’ultimi anni, a causa di cibi raffinati sempre piu’ privi di fibre, prima si consumavano molti piu’ alimenti integrali)
    * riduzione del rischio di tumore al colon di sicuro interesse lo è anche la funzione di riduzione dell’utilizzo di calorie e grassi presenti nei cibi.

Solubili

sono in grado di gelificare a contatto con l’acqua, formando una massa gelatinosa che:

·               distende le pareti gastriche, favorendo il senso di sazietà
* riduce l’assorbimento degli alimenti
* contribuiscono all’eliminazione del colesterolo assunto
* abbassano la glicemia, a causa del rallentamento dell’assorbimento dei carboidrati.

Ricordo che di conseguenza un’assunzione eccessiva di fibre, può portare a fenomeni di malassorbimento. Inoltre alcune patologie come il morbo di Crohn e il colon irritabile, sono aggravate dall’assunzione eccessiva di fibre. La dose consigliata totale (solubili e insolubili) è di circa 25 grammi al giorno, di facile assunzione tramite 500 grammi di verdure e 200 grammi di frutta al giorno, in aggiunta agli altri alimenti assunti durante la giornata. E’ meglio modificare la propria dieta piuttosto che ricorrere ad integratori alimentari di fibre, che non fanno altro che tamponare il problema, è la dieta giornaliera che in alcuni casi deve essere corretta.

 

Otto ore di sonno? Addio vecchie sane abitudini quotidiane

Ad affermarlo sono alcuni istituti prestigiosi di ricerca che sfatano falsi miti come lavarsi spesso o dormire almeno 8 ore al giorno. Abbandonate le vecchie e sani abitudini inculcate a tutti noi da nonni genitori e a nostra volta trasmesse ai nostri figli: questi costumi ormai radicati nella condotta delle nostre esistenze non sembrano essere così utili alla nostra salute, anzi secondo alcune recenti ricerche provocano più danno che altro. Come lavarsi spesso: una doccia al giorno elimina è vero le cellule morte, ma anche i nutrimenti della pelle. Lavaggi troppo frequenti, lunghi e caldi, con bagnoschiuma aggressivi, rischiano di eliminare dalla pelle i suoi olii naturali e alterarne il ph. Lavarsi tutti i giorni inoltre predispone l'epidermide ad allergie da contatto e funghi che, senza questa barriera, possono moltiplicarsi più facilmente. Così come le famose otto ore di sonno non sembrano essere sempre così salutari. Udite, udite, un sonnellino di un quarto d'ora può essere più riposante di un'ora di sonno notturno. Infatti il fabbisogno di sonno è individuale e geneticamente determinato o influenzato dal nostro orologio biologico: dunque è opportuno dormire fin quando ci sentiamo riposati, senza dare eccessiva importanza alla quantità. Un altro mito che crolla è quello secondo il quale sia necessario risciacquare per bene i denti dopo averli lavati. Quest'abitudine porta via dalla bocca il fluoruro lasciato dal dentifricio che invece proteggerebbe di più i denti, assicurandoci qualche ora in più di pulizia in bocca. E soprattutto, mai lavarsi i denti subito dopo aver mangiato: se lo si fa subito, si rischia di lavare via anche lo smalto, temporaneamente reso più fragile dagli acidi dei cibi. Per quanto riguarda la necessità di scaricare la mente, cercando un po’ relax dopo una giornata di lavoro, sembra che sia da evitare l’agognato e classico stravaccarsi sul divano per guardare la tv. L'ideale, dopo cena è invece fare una passeggiata di venti minuti: in questo modo qualunque cibo viene digerito e assimilato meglio, con immediati benefici per sonno e linea. Una breve passeggiata sembra essere più che sufficiente.

 

Scienziati italiani e americani scoprono un gene causa della Sla

La scoperta, che sarà presentata in anteprima durante il Congresso mondiale sulla Sla, si deve a quattro centri, tre dei quali italiani. Nuova grande scoperta frutto in buona parte dell’instancabile lavoro di cervelli italiani. E' stato identificato per la prima volta un nuovo gene che causa la Sla, grazie ad uno studio prevalentemente italiano, finanziato, tra gli altri, dalla Federazione italiana giuoco calcio, in prima linea nella lotta a questa malattia, che, difatti, viene chiamata anche la malattia degli sportivi. La scoperta del ruolo del gene, chiamato VCP (Valosin Containing Protein) e situato nel Cromosoma 9, è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista «Neuron» e sarà presentata in anteprima in questi giorni durante il Congresso mondiale sulla Sla, che si tiene ad Orlando (Usa). Autori del lavoro, sostenuto anche dalla Fondazione Vialli e Mauro e dal Ministero della Salute, quattro centri, tre dei quali italiani: il Centro Sla del Dipartimento di Neuroscienze dell'università di Torino e dell'ospedale Molinette di Torino (coordinato dal professor Adriano Chiò), il Laboratorio di Neurogenetica dell'NIH di Betheda - USA (coordinato dal professor Bryan Traynor), il Centro Sla dell'ospedale universitario di Modena (coordinato dalla dottoressa Jessica Mandrioli) e il laboratorio di genetica molecolare dell'azienda ospedaliera Oirm Sant'Anna (diretto dalla dottoressa Gabriella Restagno). A dare le prime informazioni “tecniche” sulla scoperta una nota dell’ospedale Molinette di Torino. La scoperta è stata resa possibile dall’uso della nuova tecnica degli esomi, utilizzata per la prima volta negli studi sulla Sla, grazie alla quale è possibile sequenziale tutta quella parte del DNA che codifica per le proteine.  Il gene identificato era già noto come causa di un'altra malattia neurologica (la demenza frontotemporale associata a miosite a corpi inclusi e malattia di Paget), ma soprattutto, oltre ad essere la causa del Morbo di Lou Gehrig (la più nota denominazione “sportiva” della Sla), è il primo gene di cui si è scoperto la capacità di interferire con il processo di accumulo di proteine anormali nelle cellule nervose. E nella Sla, i motoneuroni muoiono proprio per l’accumulo di proteine anomale. Pertanto, gli esperti ritengono che la scoperta del ruolo del VCP rappresenti una svolta fondamentale per la comprensione di questa patologia ed offra prospettive per possibili terapie. Fondamentale per lo studio, come spiegano dal Molinette, l'apporto del consorzio ITALSGEN, che riunisce 14 centri universitari ed ospedalieri italiani che si sono uniti per la lotta contro la Sla.

 

Siena sperimentata una nuova tecnica contro il retinoblastoma

La nuova terapia consente di risparmiare ai piccoli pazienti gli effetti collaterali della chemioterapia, di ridurre e salvare i loro occhi. Gli occhi di un bambino sono il primo strumento con il quale i piccoli si interfacciano con il mondo e grazie ai quali sperimentano la loro crescita, ecco perché un tumore raro come il retinoblastoma che in Italia colpisce ogni anno circa 40-60 bambini, tra i due e i tre anni d’età, è sempre una esperienza dolorosa e penalizzante. La diagnosi purtroppo spesso avviene in ritardo, quando la malattia è in fase avanzata.  A tale proposito a Siena è stata messa a punto una nuova tecnica, grazie alla quale si può evitare l’asportazione dell’occhio, conservando quindi la vista e garantendo ai piccoli pazienti una migliore qualità di vita futura. Generalmente le strategie fino adesso applicate prevedono, ogni qual volta sia possibile, di evitare l’enucleazione del bulbo oculare, procedendo con la chemioterapia associata a un trattamento con laser o crioterapia. Nei centri più qualificati viene eseguita anche la brachiterapia con placche di rutenio che, applicate sulla superficie del bulbo oculare, permettono di colpire il tumore con radiazioni in modo particolarmente selettivo. Dal 2008, invece presso il Policlinico senese Santa Maria alle Scotte è stata avviata la sperimentazione con un trattamento innovativo che consente di evitare ai piccoli pazienti gli effetti collaterali della chemioterapia, riducendo i cicli di cure, abbreviando il soggiorno in ospedale con un sensibile miglioramento della qualità di vita. I risultati sono incoraggianti: in due anni su 38 bambini sottoposti alla nuova tecnica: il 60 per cento dei malati è guarito, salvando gli occhi dall’enucleazione. Prima dell’intervento i pazienti sono stati accuratamente selezionati dall’oculista in base alle caratteristiche cliniche della malattia, per poi procedere - se possibile - alla chemioterapia con microcateterismo per via artetriosa: Si tratta di una tecnica di chemioterapia selettiva in arteria oftalmica: con un catetere sottilissimo e flessibile introdotto all’altezza dell’inguine nell'arteria femorale, si arriva fino all’arteria oftalmica da cui origina l’arteria centrale dell’occhio. Poi viene somministrata selettivamente una sostanza chemioterapica attiva ed efficace, con minima invasività oculare ed in grado di aggredire il tumore con bassissima tossicità per la retina.

 

Vivremo centoventi anni e in buona salute

Matusalemme, tanto per ricordare il record biblico, spirò a 969 anni. Ma non per questo Noè venne a mancare ragazzino, resistendo fino ai 950 nonostante un gran via vai su e giù dall'Arca. Dalla Genesi all'anagrafe, l'esistenza più lunga finora accertata spetta in sorte al comune di Arles, in Provenza: Jeanne Louise Calment lì nacque nel 1875 e lì morì nel 1997, dopo 122 anni e 164 giorni trascorsi per la maggior parte a bere vino, fumare tabacco, pedalare e tirare di scherma. Se la durata media della vita è stata di poco superiore ai vent'anni sino all'Ottocento, di quarant'anni all'inizio del Novecento ed è arrivata oggi a ottant'anni, perché non può davvero arrivare in un futuro prossimo a centovent'anni vissuti in buona salute? Gli strumenti ci sono tutti: con la medicina preventiva, con il controllo a distanza, con l'esame del Dna, con l'utilizzazione delle cellule staminali, con un conseguente razionale stile di vita ogni soggetto sarà nella condizione di conservarsi sano ed efficiente più a lungo. La salute non è l’assenza di malattia, ma la presenza di un benessere fisico, mentale ed emozionale. E che non spaventino i progressi di una scienza che ci fa sperare in una nuova era: la vita è un dono che ciascuno di noi deve saper spendere virtuosamente e intensamente proprio perché sovente ci lamentiamo che il tempo a nostra disposizione sia insufficiente e non si possa dilatare. La parola «vecchio» è una scure che ancora fino a qualche anno fa poteva calare su un uomo di 60 anni, ma oggi non sono poche le persone che a quest'età intraprendono nuove avventure. E a pensarci bene, è pure possibile rintracciare alcune eccezioni nell'archivio della Storia: Goethe si innamorò come un ragazzo all'età di 72 anni, Tolstoj intorno a quell'età approfondì lo studio dell'ebraico, Prezzolini continuò la sua produzione giornalistica anche dopo i cent'anni. La scienza ha dimostrato quello che l’esperienza e la tradizione ci avevano fatto intuire: l’età anagrafica ha solo un valore burocratico, l’età più veritiera e specchio del processo di invecchiamento è rappresentata dall’età biologica che è la conseguenza di come invecchiano primariamente i tre sistemi cardine del nostro organismo: il sistema nervoso, il sistema endocrino e quello immunitario, che sono intimamente correlati tra loro. L’invecchiamento infatti è influenzato dalla eredità genetica e da danneggiamenti che noi provochiamo al nostro DNA, indotti da fattori ambientali quali, ad esempio stress, inquinamento, alimentazione poco equilibrata, stile di vita irregolare. Altri fattori che influenzano il processo di invecchiamento sono le patologie ad esso correlate come le malattie cardiovascolari, il cancro, il diabete, l’artrosi, l’osteoporosi, l’obesità ed il morbo di Alzheimer. Oggi sappiamo che l’invecchiamento può essere accelerato o rallentato dall’interazione tra le suddette cause e si è calcolato che noi siamo responsabili per ben il 70% del nostro invecchiamento. Da qui è nata la gerontologia preventiva, con la sua branca, la medicina anti-aging, che con lo studio e la messa in pratica del comportamento, occupazione e gestione sanitaria per una massima longevità e per migliorare la qualità di vita per gli individui, si propone di portare indietro le lancette dell’orologio della vita. Con strategie di intervento - prevenzione primaria: a lungo termine e a basso costo per un giovane adulto - prevenzione secondaria: a breve termine e ad alto costo per un adulto anziano. Soprattutto per i soggetti sani e a maggior ragione in tempi in cui la sostenibilità delle spese sanitarie è ormai divenuto un tema d’obbligo, la medicina preventiva rappresenta un completamento ideale alla medicina classica curativa. La nuova frontiera dell’anti-aging consente di controllare lo stress, combattere i radicali liberi, mantenere efficienti il cervello e le difese immunitarie, diminuire di peso, preservare l’elasticità della pelle, rinvigorire la libido, rigenerare le cellule, attaccando l’invecchiamento a livello molecolare, posticipando il processo di invecchiamento prevenendo l’insorgenza delle patologie che lo caratterizzano. Si tratta di una rivoluzione silente che sta trasformando culturalmente la medicina da esclusivamente “terapeutica” in “predittiva” utilizzando i test genetici predittivi. Questi test sono particolari esami di laboratorio in cui si analizza il proprio materiale genetico, il proprio DNA, per individuarne la predisposizione ad alcune specifiche malattie, ad esempio alcune particolari forme tumorali (seno,prostata,colon retto), rischio cardio-vascolare, metabolismo dei farmaci, rischio trombosi, obesità e sindrome metabolica, osteoporosi, ipertensione, patologie oculari, etc. I test genetici possono valutare la predisposizione verso una specifica attività fisica, intolleranze alimentari, stress, ma anche la risposta ai trattamenti estetici per definire come meglio ridurre rughe, invecchiamento cutaneo, perdita di tono ed elasticità della pelle. In quanto predittivi non consentono di stabilire con certezza se, quando e a quale livello di gravità la persona interessata si ammalerà. Sono però in grado di individuare le persone per le quali il rischio di ammalarsi è significativamente più elevato rispetto alla popolazione generale. Non disegnano un destino ma molto spesso garantiscono una possibilità di autodifesa. Non si invecchia bene solo per caso e anche se alcuni fattori genetici possono essere di aiuto, il buon invecchiamento dipende soprattutto dalle abitudini e dagli stili di vita che adottiamo sin dalla gioventù. Se un test predittivo evidenzia la predisposizione di un individuo a contrarre una determinata malattia, ciò non significa che necessariamente si ammalerà, perché lo sviluppo di una patologia è dovuto soltanto per il 30% ad una predisposizione genetica, il rimanente 70% dipende dalle influenze ambientali e dallo stile di vita adottato, aspetti questi su cui è possibile intervenire. La possibilità di conoscere di cosa ci ammaleremo e quindi di prevenire le malattie e di curarle anche con sistemi completamente nuovi, come trasferire geni sani in organi o tessuti malati o sostituire certe funzioni con le cellule staminali cambieranno la medicina. Non sappiamo quando succederà (forse fra cinque anni, forse fra dieci) ma succederà. E non è difficile prevedere che lo studio del genoma nei prossimi anni saprà svelare molti dei misteri del cervello dell'uomo. Cambia quindi radicalmente il concetto di prevenzione: non più soltanto consigli generici che possono andar bene per tutti, ma che a qualcuno potrebbero anche far male, bensì una prevenzione individualizzata basata su indicazioni concrete e verificabili. Una prevenzione rivolta ad individui sani affinché possano conservare integro quel patrimonio inestimabile che è la salute. Non si tratta più soltanto di scoprire per tempo i sintomi della malattia, ma di ritardare o addirittura evitare che la malattia si verifichi. Si dice sempre che prevenire è meglio che curare, ma sicuramente la conoscenza di ambiti così specifici quali la predisposizione a malattie, a volte anche gravi, può essere allarmante. Decidere di non sapere perché conoscere una determinata situazione genetica potrebbe causare depressione, paura e incertezza? Le reazioni variano da persona a persona, tuttavia crediamo che, grazie ai progressi della medicina predittiva, oggi abbiamo una importantissima opportunità che ci permette di preservare e addirittura migliorare il nostro stato di salute e quello dei nostri familiari. La medicina predittiva rappresenta uno dei mezzi più importanti per conoscere i fattori di rischio e prevenire gli effetti indesiderati delle malattie cronico degenerative. A fronte del rischio di venire a conoscenza della predisposizione a una grave patologia, sta il beneficio di poterne contrastare l'insorgenza, o quanto meno di ritardarla o controllarla. Cioè siamo soprattutto noi a condizionare la nostra salute. In un prossimo futuro, l’unica medicina sarà quella predittiva. Sono comparse e si diffondono sempre di più le “ malattie comportamentali” generate da comportamenti aggressivi contro il proprio corpo: cattiva alimentazione, fumo, alcool, stress, grave perdita di muscolo per scarsa attività motoria, droga, inquinamento ambientale. Quindi sta a ciascuno di noi guidare, gestire la propria salute in modo consapevole, senza delegare ad altri ciò che possiamo fare noi con la nostra volontà e conoscenza dei rischi per le malattie. Pur accettando “scientificamente” la fine della vita, non vedo perché dovremmo opporci “eticamente” ad un suo prolungamento in condizioni di lucidità di pensiero e autonomia fisica. Se una persona sarà in grado di godere della propria esistenza e contribuire alla cultura e alla ricchezza della comunità in cui vive, non c’è ragione di temere un mondo più longevo. E se il pensiero scientifico ci aiuta a non avere paura della morte, tanto più ci può aiutare a non avere paura della vita: la più lunga e la più sana possibile.  Oggi, non posso nascondere l’emozione per avere organizzato un convegno a Palermo, aperto al pubblico, nella mia città, che per un giorno diventa palcoscenico della più innovativa scienza medica: la medicina predittiva-preventiva, quella scienza medica che oggi sa mettere a disposizione del cittadino le più avanzate biotecnologie e informazioni affinché sia davvero possibile scegliere di essere sani. Convegno che vede la presenza di insigni scienziati nel campo della medicina della salute e del Premio Nobel 2008 per la Medicina Luc Montagnier, per la scoperta nel 1983 del virus responsabile dell’AIDS. Va ricordato anche che Luc Montagnier è grande fautore della medicina preventiva dimostrando come tante malattie associate all’invecchiamento, che però possono colpire anche i giovani, hanno cause precise e che la conoscenza di queste cause consentirà di prevenirle. Quindi vincere le battaglie della vita con la prevenzione riducendo i fattori di rischio che ci minacciano. “La scienza ci guarirà” recita un recente libro di Luc Montagnier. In questo bellissimo libro, l’autore sottolinea come la paura e l’ignoranza possono fermare il progresso. Oggi che la medicina ha ampliato enormemente le proprie potenzialità di indagine ed intervento per alcune malattie, è più che mai necessario che la gente sappia, e la partecipazione individuale è un presupposto imprescindibile perché si possa beneficiare dei risultati della ricerca. Lo sviluppo futuro della cura delle malattie dipenderà dunque anche dall’impegno della società su due fronti: - la responsabilizzazione dei singoli e della comunità circa i comportamenti individuali corretti ai fini della prevenzione delle malattie. - un atteggiamento collettivo più favorevole nei confronti del progresso scientifico. La scienza cammina più in fretta della società civile. Investire nella prevenzione e nel controllo delle malattie croniche può migliorare la qualità della vita e il benessere sia a livello individuale che sociale. Ma senza un aiuto professionale non è possibile mettere in pratica la prevenzione. Il medico deve diventare il “personal trainer” della salute, un medico che dà istruzioni per vivere una vita più longeva, piena e più felice senza attendere il manifestarsi di una patologia. Consulente dei suoi pazienti aiutandoli a gestire il loro capitale salute come si gestisce un patrimonio. Questo porta ad un programma individuale, più personale e ad un più forte legame tra medico e paziente, in quanto entrambi devono passare molto più tempo insieme. Una medicina personalizzata. Promuovere la salute consente di ridurre la povertà, l’emarginazione e il disagio sociale e anche di incrementare la produttività del lavoro, i tassi di occupazione, la crescita complessiva della economia. Ma occorre una svolta decisa, passare dalle semplici declinazioni delle intenzioni ad un processo che accompagni il benessere dell’individuo nel tempo fin da quando si è in piena salute. Bisogna avere il coraggio di iniziare un nuovo percorso di medicina che parte sin da quando si è sani e si basa sulla responsabilità dei singoli individui. Il percorso verso una vecchiaia più sana, che “aggiunge vita agli anni e non solo anni alla vita” (L. Montagnier) è lungo e complesso e coinvolge diversi aspetti della vita: i comportamenti e le abitudini quotidiane e il controllo di tutti quei fattori, anche genetici, che predispongono al rischio. Una genetica “prudente”, che non deve fare paura, ma deve essere usata in modo attento e moderato al servizio dell’individuo accanto agli strumenti più tradizionali che la medicina già utilizza con successo. È dunque il momento di cambiare e di diventare i veri artefici della nostra salute con l’aiuto prezioso della tecnologia e delle scoperte scientifiche. Dobbiamo passare dalla medicina della malattia, caratterizzata tra l’altro da costi elevatissimi, a quella della salute, che inizia sin da quando si è sani e permette di mantenersi sani molto più a lungo. Gli strumenti ci sono: informazione, responsabilizzazione e medicina molecolare. Ora spetta ai politici e alle istituzioni raccogliere gli strumenti e dare il via a “Sani per scelta”, l’appuntamento per chi desidera migliorare la propria salute e imparare a vivere bene, a lungo. Perché non istituire le “Case della Salute” accanto agli ospedali?


Adesso è possibile una diagnosi precoce dell’Alzheimer

Lo conferma una ricerca tedesca: con l nuovo test del liquido spinale è possibile rintracciare le proteine tau più alte. Sarà possibile capire già dai primi segnali se un lieve deficit di memoria può progredire in una forma di demenza, come l'Alzheimer: questo è quanto sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Neurology nel quale si evidenzia la scoperta grazie ad un nuovo test del liquido spinale sviluppato dall'università di Monaco. In tale modo ottenute le terapie opportune per prevenire la malattia, si potrà iniziare a curare molto presto e prevenire la perdita di memoria e delle abilità cognitive. Gli attuali test sul liquido spinale cercano uno squilibrio di due proteine, la beta amiloide, che forma nel cervello le pericolose placche caratteristiche dell'Alzheimer, e la proteina tau, segnale del danno delle cellule cerebrali. I malati di Alzheimer generalmente hanno livelli più bassi di beta amiloide e più alti di tau nel liquido spinale, ed è proprio questo che i medici cercano per confermare la demenza indotta dall'Alzheimer. In questa ricerca gli studiosi, hanno cercato tracce inconfondibili della beta amiloide andando a caccia dei precursori della proteina (app). Dopo aver raccolto i campioni di 58 persone con leggeri problemi di memoria o cognitivi, i ricercatori hanno visto che a tre anni di distanza 21 di esse avevano sviluppato l'Alzheimer, 27 avevano ancora un lieve deficit cognitivo, 8 erano tornate a un livello normale e 2 avevano sviluppato una demenza frontotemporale. Si è così visto che chi aveva sviluppato l'Alzheimer aveva livelli significativamente più alti di resti di app nel liquido spinale rispetto alle altre persone. Combinato con altri biomarcatori, il test è stato accurato circa all'80% nel prevedere la malattia e ha dimostrato che la forma di beta amiloide normalmente usata nei test non è un buon fattore predittivo.

 

Cocaina: anomalie cerebrali predispongono all'abuso

I risultati dello studio spiegherebbero almeno in parte perchè alcuni soggetti sono più a rischio di dipendenze. Secondo uno studio dei ricercatori del BCNI dell'Università di Cambridge la causa degli effetti compulsivi  da cocaina risiederebbe in  alcune anomalie nelle strutture cerebrali nel lobo frontale di consumatori abituali della sostanza stupefacente. In  un articolo apparso sulla rivistaBrain, pubblicato dai ricercatori  guidati da Karen Ersche, sono riportati i risultati dell' indagine. Gli esperimenti sono stati  effettuati mediante  scansione dei cervelli di 120 soggetti, metà dei quali dipendenti dalla cocaina. Gli scienziati hanno  trovato che queste persone  avevano un'estesa perdita di materia grigia, direttamente proporzionale alla durata dell'uso della sostanza e questa riduzione di volume era associata a una maggiore compulsione al consumo. Inoltre, si è riscontrato come le regioni cerebrali che sovrintendono ai meccanismi di ricompensa sulle quali la cocaina esercita la sua azione  fossero significativamente più ampie nei consumatori di cocaina; ma l'entità di questo aumento non era correlata alla durata della dipendenza. I ricercatori ritengono che siano proprio queste alterazioni nel sistema di ricompensa cerebrale a predisporre gli individui agli effetti della droga e alla dipendenza. “Questi risultati ci forniscono informazioni importanti sul perché alcuni soggetti siano più vulnerabili alla dipendenza dalle droghe - ha commentato Ersche - ciò è importante per lo sviluppo futuro di interventi terapeutici per questo tipo di problemi, ma anche per per mettere a punto strategie di prevenzione”.

 

Lasciare bimbo in macchina per pochi minuti può essere fatale

Lo sostengono i pediatri della Sipps: soprattutto in estate, bastano pochi attimi per causare al piccolo danni mortali. Sono stati diversi, recentemente, i casi di bambini dimenticati dai propri genitori all’interno un’automobile, con delle conseguenze spesso letali. Tralasciando le analisi inerenti i motivi per cui possono accadere fatti simili, la Sipps ha invitato a stare molto attenti, a non cadere in queste distrazioni, poiché sono sufficienti pochi minuti perché la dimenticanza diventi tragedia. Lasciare un bambino in macchina, infatti, può provocare, anche in pochissimi attimi, specie quando fa caldo, devastanti danni al suo sistema cardiocircolatorio, respiratorio e neurologico, conducendo spesso alla morte. “In un bambino la temperatura sale da tre a cinque volte più frequentemente che in un adulto – ha spiegato Angelo Milazzo, pediatra della Sipps – mentre il grado di calore all’interno di un auto può salire di 10-15 gradi ogni 15 minuti, determinando un'ipertermia in soli 20 minuti e la morte anche entro le 2 ore”. Soprattutto alla luce dei tragici eventi di cronaca, secondo la Sipps, è fondamentale “avviare una campagna di sensibilizzazione per informare ed educare le famiglie sui terribili effetti generati da colpi di sole, ipertermie e disidratazione nei più piccoli”. Spesso i genitori non pensano sia un problema lasciare i piccoli in macchina per pochi minuti, mentre, avverte Giuseppe Di Mauro, presidente Sipps, “questa abitudine è una grave forma di incuria”, specie durante la stagione estiva, quando “la vettura internamente può raggiungere e superare facilmente i 40 gradi, anche in giornate con temperature fresche come 20 gradi. Anche d'inverno – precisa Di Mauro – è comunque rischioso, perché i piccini potrebbero entrare nell’abitacolo dell’autovettura, chiudere accidentalmente la portiera dall’interno o restare intrappolati nel bagagliaio”. Ma l'evenienza più drammatica, molto spesso letale per il bambino, è quella di una sorta di amnesia dell’attenzione dei genitori, che ricordano di aver lasciato il piccolo all’interno della vettura solo a fine giornata o comunque dopo molte ore. È proprio questo pericoloso black-out, avvertono in conclusione gli esperti, che si dovrebbe assolutamente evitare.

 

Svolta nella lotta contro il tumore al cervello

Scoperta in Italia la sua "arma segreta". Grazie a scienziati italiani e' stata scoperta' l''arma segreta' di uno tra i tumori piu' aggressivi, il glioblastoma, cancro al cervello che quasi sempre non lascia speranze ai malati: questo tumore e' cosi' aggressivo perche' si costruisce da se' i vasi sanguigni che lo nutrono, a partire da cellule staminali tumorali che si trasformano in ''cellule endoteliali'', ovvero cellule delle pareti dei vasi. Resa nota sulla rivista Nature, la scoperta e' merito dell'equipe di Ruggero De Maria dell'Istituto Superiore di Sanita' (ISS) di Roma, insieme a Giulio Maira e Roberto Pallini del dipartimento di Neurochirurgia dell'Universita' Cattolica di Roma e in collaborazione con centri di ricerca a Milano e Palermo.  ''Per la prima volta - spiega De Maria all'ANSA - ci siamo accorti che un tumore invece di reclutare vasi sanguigni sani per nutrirsi, si crea da solo la propria rete di vasi usando cellule staminali tumorali''. La scoperta e' importantissima, in primis perche' i ricercatori hanno gia' in mente alcuni farmaci innovativi che potrebbero impedire la trasformazione di staminali malate in vasi sanguigni, e quindi ''in meno di due anni credo che potremmo passare all'applicazione di queste nuove terapie ai pazienti'', dichiara Enrico Garaci, Presidente ISS. Ma anche perche', afferma De Maria - ci sono gia' indizi che lasciano sospettare che anche altre neoplasie molto aggressive come alcuni casi di melanoma e neuroblastoma potrebbero adottare lo stesso meccanismo, formando vasi aberranti al tumore. Il loro numero è in costante aumento non solo nei Paesi occidentali, ma anche in quelli in via di sviluppo, soprattutto nei centri urbani. Primavera. Stagione di rinascita. Ma non per tutti. Per alcuni è sinonimo di incubo. Sono i soggetti allergici, costretti a fare i conti, per circa tre mesi l’anno, con starnuti continui, lacrimazione degli occhi e fastidi al naso. Una tendenza che continua a crescere e che sembra determinata in buona parte dal parallelo miglioramento delle condizioni di vita in diverse aree del pianeta. Ciò è in buona parte dimostrato dal continuo aumento delle allergie non solo nel mondo occidentale, ma anche in quello dei Paesi in via di sviluppo, e soprattutto nei centri urbani, dove, negli ultimi 30 anni, la frequenza di alcune forme di allergia è raddoppiata o addirittura triplicata. Tutto ciò è confermato da molti autorevoli esperti, tra i quali Giorgio Walter Canonica, unico italiano fra i quattro responsabili del Libro Bianco della World Allergy Organization, appena presentato al congresso dell’American Academy of Allergy, Asthma and Immunology, e direttore della Clinica di Malattie respiratorie e allergologia dell'Università di Genova. Egli sottolinea come il problema sia “legato allo stile di vita. Il nostro modo di vivere è molto cambiato – spiega l’esperto – tanto che le allergie vengono oggi considerate il prezzo per il miglioramento della qualità della vita degli ultimi decenni. Cinquant’anni fa i bambini giocavano all’aperto, mangiavano più ‘sporco’ perché non c'erano tante delle norme di sicurezza che oggi impediscono il consumo di cibi non perfettamente conservati”. “Magari si pativa qualche gastroenterite in più, ma c'erano molte meno allergie – aggiunge – Oggi i ragazzi vivono una vita più ‘sterile’: passano la maggior parte del tempo al chiuso e la loro flora batterica intestinale è cambiata, per le modificazioni nella dieta. E il sistema immunitario ‘impazzisce’ più facilmente”. La tesi del dott. Canonica è rafforzata da un’importantissima ricerca apparsa da poco sul «New England Journal of Medicine», che ha dimostrato come i bambini cresciuti in fattoria abbiano una probabilità di asma e allergie molto inferiore rispetto ai bimbi di città. Secondo la ricerca, il motivo è semplicemente costituito dal contatto con un gran numero di bacilli durante l'infanzia, che permettono al sistema immunitario, impegnato a combattere contro i germi dell'ambiente, di non concentrare la sua risposta solo contro sostanze innocue, come invece accade nell'allergico. Un altro motivo è legato alla qualità dell’aria, che in città è resa irrespirabile dallo smog e anche dal fumo di sigaretta, esponendo un sistema immunitario già “indebolito”, a polveri e gas con effetti pro-infiammatori. E il numero delle persone colpite è davvero enorme. Secondo i dati riferiti dal Libro Bianco, nel mondo ci sono oltre 300 milioni di asmatici, 400 milioni di persone con rinite allergica, centinaia di milioni di allergici vari (soltanto gli intolleranti agli alimenti sono 500 milioni). “In Italia si prevede che entro il 2020 un bambino su due soffrirà di rinite allergica”, sostiene Canonica, che poi spiega: “Nelle grandi città i bimbi che vivono al primo piano, più vicini alla strada, hanno un maggior rischio di asma e allergie rispetto a quelli che abitano gli ultimi piani. I nostri ambienti domestici, inoltre, sono ‘sigillati’ rispetto all'esterno e questo crea le condizioni ideali per il proliferare di acari e muffe”. “L'inquinamento poi sta contribuendo a cambiare i calendari pollinici – continua l’esperto – uno studio italiano, ad esempio, ha mostrato che negli ultimi 27 anni la stagione di pollinazione della parietaria si è allungata di 100 giorni”. “La colpa è dell'effetto serra, cui contribuisce in larga parte l'anidride carbonica prodotta dalle attività umane – aggiunge Gennaro D'Amato, direttore dell'Unità di Malattie respiratorie e allergiche al Cardarelli di Napoli – Il riscaldamento globale aumenta la liberazione dei pollini allergizzanti e allunga la stagione degli starnuti: negli ultimi anni basta il primo sole per veder pollinare la parietaria, a volte già all'inizio di marzo”. “È difficile dire come sarà la stagione pollinica che si sta avviando – conclude – il clima è stato molto variabile nei mesi scorsi. Ma nelle ultime settimane qualcuno può aver già avuto i primi fastidi: qualche polline si è ‘mosso’ e sono ancora in giro i virus tipici dell'inverno, che destabilizzano le vie aeree facilitando la comparsa dei sintomi in chi è allergico”.

 

Prevenire il cancro prendendo un'aspirina al giorno?       

Lo sostiene uno studio pubblicato su Lancet, a conclusione di una ricerca della London School of Hygiene and tropical medicine. L’aspirina ha festeggiato il suo primo secolo, vantando negli anni oltre al primato dell’età, più di 110 anni passati tra le mani di dozzine di generazioni, anche quello di essere l’analgesico più venduto della storia, con oltre 20 miliardi di pasticche e di essere il primo esempio di cura medica di massa, con applicazioni scientifiche che non si esauriscono. Brevettata nel 1897 dal chimico Felix Hoffman, l’Aspirina ha attraversato la sua storia durante la Prima Guerra mondiale, come rimedio farmaceutico per fermare l’epidemia della Spagnola, fino ad entrare nel Guinness dei primati come farmaco più diffuso al mondo. Soluzione farmaceutica per numerosi sintomi, dalla cura per i dolori articolari, è diventata un valido rimedio per l’influenza, per lenire il mal di testa e per apportare beneficio al sistema cardiovascolare, rallentando la coagulazione del sangue. Ma le sue applicazioni scientifiche non finiscono qui: Adesso uno studio pubblicato su Lancet a conclusione di una ricerca della London School of Hygiene and tropical medicine, la lega alla prevenzione di alcuni tumori. Attraverso l’assunzione di una precisa dose (75 mg) proteggerebbe dall'insorgere di tumori tra cui quelli al polmone ed al pancreas. Infatti secondo la ricerca, 75 milligrammi al giorno del farmaco sarebbero in grado di proteggere dall'insorgenza di diverse neoplasie - tra cui quella all'esofago, al polmone, allo stomaco, al pancreas ed al cervello - in una percentuale compresa tra il 20 e il 30%. Prima di percepire i primi vantaggi, l'aspirina deve essere assunta almeno per cinque anni L’unica attenzione, sono gli effetti riduttivi sui processi di coagulazione del sangue. Per tali ragioni se ne consiglia l’assunzione sotto la stretta vigilanza del medico curante.

 

I capperi contro le allergie stagionali. Sono un vero e proprio toccasana

I boccioli di Capparis spinosa, che noi siciliani conosciamo molto bene essendo i comuni capperi, al loro interno contengono numerose sostanze attive, che svolgono molteplici azioni benefiche sul nostro organismo. Molti dei lavori di ricerca effettuati su questa pianta, sono italiani. Ma vediamo nel dettaglio le sue interessanti proprietà: - proprietà antinfiammatorie, sono possibili grazie alla presenza di due bioflavonoidi (composti polifenolici metaboliti secondari delle piante) isoginkgetina, and ginkgetina, i quali a seguito di vari studi, hanno dimostrato un’azione inibitoria nei confronti di un fattore di trascrizione coinvolto nei processi infiammatori.- proprietà antiartritiche, uno studio recentissimo, del Marzo 2011, ha dimostrato la presenza di almeno 7 molecole attive contro l’artrite : P-hydroxy benzoic acid; 5-(hydroxymethyl) furfural; bis(5-formylfurfuryl) ether; daucosterol; α-D-fructofuranosides methyl; uracil; stachydrin. - proprietà antistaminiche, di sicuro interesse risultano le scoperte effettuate dal Prof. F.Bonina dell’Università di Catania, che hanno dimostrato, a seguito di un applicazione topica di estratto di cappero, una riduzione degli effetti provocati dall’istamina. L’istamina è uno dei mediatori chimici responsabili anche dei sintomi allergici, esso provoca: vasocostrizione delle grandi arterie vasodilatazione delle arteriole aumento della permeabilità dei capillari bronco costrizione prurito. Un uso costante di capperi nella dieta (ad es. 8 – 10 al giorno), può aiutare chi soffre di disturbi allergici stagionali, ma anche di artriti, reumatismi, eritemi e dermatiti. In ultimo ma non meno importante, la sua azione antinvecchiamento, infatti grazie alla presenza di quercetina (molecola ad azione antiossidante), vitamina A, vitamina E e vitamina C è un ottima arma contro i radicali liberi. Insomma, un vero e proprio toccasana.

 

Calvizie. Una speranza concreta arriva dalle staminali      

Lo rivela uno studio americano: basta attivare le cellule staminali spente, presenti nei follicoli piliferi che non riescono a costruire il capello. Oggi c’è una speranza in più per i cosiddetti calvi. Un problema che solo in Italia riguarda undici milioni di persone, principalmente maschi che iniziano a perdere i capelli per il 10% già in età precoce a vent'anni, anche se generalmente la calvizie colpisce a partire dai quarant'anni. Sono state scoperte infatti le cause che la provocano in chi è affetto da alopecia androgenetica. Le responsabili sono le cellule staminali dei follicoli sparsi sul capo che, invece di essere operative, sono inattive causa del cattivo funzionamento delle cellule del follicolo pilifero. Lo ha rivelato uno studio americano pubblicato sul Journal of clinical Investigation: all'interno dei  follicoli "inattivi" le cellule staminali non riescono a trasformarsi in cellule più mature, le cosiddette progenitrici. Gli studiosi hanno analizzato i campioni di cuoio capelluto calvo e non calvo estratto da 54 uomini tra i 40 e 65 anni. Dal confronto è emerso che le cellule progenitrici sono risultate nettamente impoverite nei follicoli del cuoio capelluto calvo rispetto ai campioni di tessuto non calvo. I ricercatori hanno concluso che la calvizie deriva quindi da un problema a livello di attivazione delle cellule staminali, piuttosto che dal numero di staminali presenti nei follicoli. Il numero di cellule staminali è dunque lo stesso sia nel cuoio capelluto calvo che in altre zone, ma esiste una differenza nella consistenza di di cellule, le progenitrici. Ciò vuol dire che esiste un problema di attivazione a livello di cellule staminali e la presenza di un numero normale di cellule staminali anche nel cuoio capelluto calvo offre l’auspicio che sia possibile 'riattivarle' e individuare nuovi trattamenti contro l'alopecia".

 

Nuove teorie sulla cura di malattie come il diabete e il Parkinson

Un ricercatore del Centro per le Malattie Digestive nel New South Wales, Australia, ha pubblicato alcune ricerche su una nuova possibile cura di malattie come il diabete ed il Parkinson. L’autore di queste nuove ipotesi si chiama Thomas Borody, ed è gastroenterologo presso il centro australiano. Sostanzialmente l’ipotesi si basa sul principio che il morbo di Parkinson ed alcuni disordini metabolici come l'obesità, potrebbero essere causati da trasformazioni non previste dei microbi dell'intestino. Da una semplice stitichezza causata da un’infezione del colon e curata con antibiotici, Borody è arrivato dopo molte ricerche ed esperimenti specifici ad ipotizzare, almeno per ora, ad una possibile cura di queste pericolose malattie con un trattamento di normali antibiotici per arrivare, nei casi più particolari, ad un possibile trapianto fecale effettuato con feci di donatori per ripristinare la flora intestinale. Negli ultimi dieci anni, Borody, dopo aver effettuato un trapianto fecale ha registrato in molti suoi pazienti dei miglioramenti notevoli nei sintomi di malattie come il Parkinson, la sclerosi multipla, la sindrome da stanchezza cronica e l'artrite reumatoide. Borody insieme al neurologo David Rosen del Principe di Galles Private Hospital di Sydney stanno mettendo a punto uno studio specifico per validare le tesi, per ora solo sperimentali, del collegamento tra le infezioni intestinali e le malattie citate. “Va detto” ha specificato molto cautamente il dott. Rosen “che non possiamo assolutamente asserire o dare speranze preventive che queste cure possano risolvere il problema di queste terribili malattie, ma alcuni studi condotti contemporaneamente presso l'Università di Ulm in Germania ci danno buone speranze che sia questa una strada possibile”. Di fatto, nel 2003 uno studio pubblicato nel Journal of Neural Transmission (DOI: 10.1007/s00702-002-0808- 2) ha dimostrato che i danni causati al sistema nervoso dal morbo di Parkinson avanzano dal nervo vago del cervello alle sue regioni superiori per arrivare alla corteccia cerebrale, trovando anche danni nel sistema nervoso enterico che controlla il tratto gastrointestinale e comunica con il cervello attraverso il nervo vago. Questa scoperta può suggerire che il Parkinson potrebbe essere causato da un bug che supera la barriera della mucosa del tratto gastrointestinale ed entra nel sistema nervoso centrale attraverso il nervo vago. “Interpretare i risultati” dice Borody, “richiede estrema cautela. Tuttavia, vi è evidenza da modelli animali che i microbi intestinali possono influenzare autoimmunità. E’ sicuramente il caso di percorrere queste ipotesi con studi più approfonditi”.

 

Dimenticare i brutti ricordi intervenendo entro sei ore

Una ricerca statunitense ritiene sia possibile eliminare un trauma dal nostro cervello intervenendo entro sei ore dallo stesso. Cancellare i brutti ricordi senza l’aiuto di farmaci, purché si intervenga entro sei ore dall’evento che si vuole “sovrascrivere”, ossia nel periodo cosiddetto di “riconsolidamento”. Non è fantascienza, ma il risultato di uno studio americano pubblicato qualche giorno fa sulla prestigiosa rivista «Nature». L’innovativa terapia è stata messa a punto dalla New York University. Secondo gli studiosi, che hanno presentato il loro lavoro alla comunità scientifica internazionale nel mese di novembre, in occasione della conferenza annuale della Society of Neuroscience, tenutasi a San Diego in California, è possibile bloccare le paure intervenendo sul modo in cui il cervello ricostruisce i ricordi. Nello stesso periodo gli studiosi dell’Università dello Iowa, sempre negli Stati Uniti, hanno affermato di aver scoperto il segreto della signora S.M., divenuta famosa nel mondo della scienza e non solo con l’appellativo di “donna senza paura”. Questa donna sarebbe priva dell’amigdala, il piccolo corpo nervoso a forma di mandorla, appunto "amigdala" in greco, che dal profondo del nostro cervello controlla le azioni e le reazioni, i sentimenti e le emozioni che chiamiamo paura. Notizie che non sappiamo se definire buone o cattive, se consideriamo che da una parte la memoria di fatti traumatici può condizionarci la vita, ma dall’altra il non conoscere la paura può farci diventare dei robot, privi persino del senso della morte. Tornando in maniera specifica alla “cancellazione” dei ricordi più giovani, gli studiosi americani, analizzando i meccanismi che "fissano" le paure nel cervello, hanno scoperto che, dopo l'evento traumatico, il ricordo viene elaborato dalla mente per un periodo di alcune ore, attraverso il fenomeno del riconsolidamento mentale. E hanno quindi capito che è lì che bisogna intervenire per cancellare il ricordo spiacevole. Ma molti dei sistemi sperimentati finora per bloccare i brutti ricordi prima che questi venissero "inscatolati" nella memoria cerebrale si sono rivelati dannosi per l'uomo, basati su terapie farmacologiche innaturali, oppure hanno “cancellato” il loro effetto dopo pochi giorni. In questo nuovo procedimento, invece, il ricordo pauroso non viene sostituito con un altro ma nel momento in cui il cervello lo ricostruisce, manipolato in modo da cancellare il sentimento di paura che lo accompagna, intervenendo, lo ribadiamo, entro sei ore dal momento in cui il ricordo viene rievocato. “Il nostro studio - spiega l'autrice della ricerca, Daniela Schiller - mostra che durante la formazione di un ricordo esistono alcuni momenti in cui lo si può cambiare in maniera permanente. Comprendendo le dinamiche della memoria potremmo, nel lungo termine, aprire nuove strade nel trattamento dei disturbi legati a ricordi di carattere eccessivamente emotivo”. Gli studiosi sono giunti a queste conclusioni dopo aver condotto dei test sulle cavie, riuscendo a eliminare negli animali la paura provocata da un suono associato a una scossa elettrica. Così le neuroscienziate Daniela Schiller ed Elizabeth Phelps hanno sviluppato un esperimento analogo sulle persone, legando l'associazione tra la visione di un quadrato blu emesso da un computer con una lieve scossa a livello del polso, in modo da provocare l'emozione della paura. Il giorno dopo hanno risottoposto i pazienti al suddetto stimolo solo una volta, in modo da attivare il ricordo, per poi mandarlo in onda una serie di volte seguito da una risposta neutra, senza scossa, secondo il cosiddetto metodo del “training di estinzione”. Solo il gruppo di pazienti che aveva iniziato il training dieci minuti dopo aver ricevuto lo stimolo quadrato-scossa, quando cioè era ancora in corso la fase di "riconsolidamento mentale", non mostrava più segni di paura. Gli altri sì, e questa differenza si è ripresentata anche a distanza di un anno. Se è vero che tali risultati potrebbero aprire nuove strade a interventi terapeutici precoci e tempestivi, come nel caso di traumi legati a incidenti stradali o violenze, è anche vero che dobbiamo ragionare su un elemento fondamentale: davvero vogliamo privare il cervello di quell'autodifesa ancestrale che è la paura? Insomma, ogni scoperta ripropone la riflessione sulla doppia faccia della medaglia. Sta a medici e pazienti decidere quale sia la scelta migliore a seconda di ogni singolo caso.

 

Per prevenire l’artrosi bisogna mangiare aglio e cipolla    

È quanto emerso da una ricerca condotta dalla studiosa inglese Frances Williams su oltre 500 coppie di gemelle sane intorno ai 60 anni. Aglio e cipolle toccasana per chi vuole proteggere le articolazioni dai danni del tempo. Lo affermano i dati di uno studio condotto da Frances Williams, epidemiologa del King's College di Londra, su poco più di 500 coppie di gemelle sane intorno ai 60 anni, pubblicato su BMC Musculoskeletal Disorders. Perché la scelta di coppie di gemelle? La risposta è semplice: l’impiego di gemelli aiuta a comprendere molto meglio gli effetti di diverse tipologie di alimentazione su un corredo genetico di partenza praticamente identico. Ogni coppia è stata sottoposta a esami radiografici per la diagnosi di un’eventuale artrosi. Inoltre, è stata valutata la dieta di ciascuna attraverso il Food Frequency Questionnaire, che si occupa di analizzare la quantità e la frequenza nel consumo di moltissimi alimenti. Dovendo capire se delle specifiche abitudini alimentari avrebbero potuto avere determinati effetti “protettivi” nei confronti di qualunque tipo di artrosi, i ricercatori, ovviamente, hanno tenuto conto di tutti quei fattori che in qualche modo avrebbero potuto condizionare il risultato della ricerca: età, livello di attività fisica, indice di massa corporea. Dai risultati è emerso che chi mangia molta frutta e verdura vede ridursi in maniera notevole il rischio di artrosi all’anca, soprattutto se si nutre di aglio, cipolle e scalogni. Per poter comprendere meglio il motivo di tali benefici, i ricercatori hanno analizzato in vitro, su cellule in coltura, gli effetti del diallil-disulfide, composto derivato dall’aglio. Tale sostanza ha dimostrato una notevole capacità di azzerare l'espressione, indotta dalle citochine infiammatorie, delle metalloproteinasi della matrice extracellulare, enzimi che in caso di artrosi hanno un ruolo chiave nell'alterazione e nella distruzione delle articolazioni. “Gli studi epidemiologici basati su questionari alimentari – ha spiegato la Williams – hanno diversi punti deboli ed è sempre difficile separare con certezza gli effetti dei diversi componenti di una dieta. Per questo abbiamo deciso di fare esperimenti su cellule con il composto derivato dall'aglio: la sua azione sugli enzimi extracellulari ci dà una prova molto netta dei possibili meccanismi alla base dei benefici del consumo di aglio e cipolle”. “I nostri dati – ha proseguito l’esperta – sembrano indicare che questi ortaggi potrebbero aiutare in qualche modo a prevenire l'artrosi dell'anca o magari a ridurne la gravità, aumentandone il consumo in una fase precoce della patologia. Naturalmente i risultati andranno confermati e, se così fosse, si potrà pensare a una sperimentazione clinica vera e propria nei pazienti”.

 

Salute, scoperti marcatori per diagnosticare il Parkinson

Un semplice prelievo di sangue permettera' d'ora in poi di diagnosticare precocemente la malattia di Parkinson. Sono stati identificati per la prima volta alcuni marcatori in cellule del sangue che permetteranno di riconoscere i soggetti che potrebbero avere un esordio precoce della patologia. La scoperta, pubblicata sulla rivista 'Proteomic' e interamente finanziata dall'Associazione Amici Parkinson Piemonte onlus, e' frutto di una ricerca trasnazionale condotta da un gruppo di neurologi e biochimici, coordinati da Leonardo Lopiano del Dipartimento di Neuroscienze dell'Universita' di Torino dell'ospedale Molinette in collaborazione con Mauro Fasano del Centro di Neuroscienze dell'Universita' dell'Insubria a Varese. I risultati dello studio hanno portato negli ultimi mesi ad intraprendere un progetto mirato a riconoscere soggetti che potrebbero avere un esordio precoce della malattia. Il carattere innovativo di questo approccio sta nel cercare i marker nei linfociti, le cellule del sistema immunitario nel sangue. Queste cellule condividono alcune caratteristiche peculiari con i neuroni che sono soggetti a degenerazione nella malattia di Parkinson e potrebbero riflettere a livello periferico alcune delle alterazioni biochimiche caratteristiche della malattia.

 

Brevettata tecnica messinese per la cura del glaucoma

La nuova tecnica utilizza delle cannule che, come un’aspirapolvere, eliminano gli ostacoli alla circolazione dell’umore acqueo. Il glaucoma è una patologia che colpisce il 2% della popolazione ed è potenzialmente invalidante, se non curato, trasformandosi col tempo in un danno permanente della vista. Causato dall’aumento della pressione di un liquido che circola all’interno dell’occhio, l’umore acqueo, il glaucoma è responsabile del fenomeno dell’intasamento delle vie di deflusso a livello di una struttura spugnosa chiamata “trabecolato”. I soggetti che ne sono colpiti devono sottoporsi a terapie mediche (colliri) per tutta la vita e, quando questi non sono sufficienti, a trattamenti laser o ad interventi chirurgici piuttosto complessi. La chirurgia tradizionale prevede in genere la costruzione di una fistola, cioè una nuova via di deflusso che consente all’umore acqueo di fuoriuscire dall’occhio. Adesso invece è stata introdotta una rivoluzionaria tecnica, per il trattamento del glaucoma, grazie all’utilizzo di cannule brevettate e realizzate dall’opera ingegnosa del medico oculista Demetrio Romeo di Messina .Quest'ultimo ha messo a punto un piccolo e rivoluzionario strumento di tecnica innovativa utilizzata sul glaucoma dell’occhio all’istituto clinico Cot di Messina, approdando poi all’ufficio brevetti. L’ufficio italiano brevetti e marchi, istituito presso il ministero dello Sviluppo economico, dopo quasi cinque anni di attento esame della domanda, ha riconosciuto l’originalità dell’idea attribuendo due brevetti alle cannule atraumatiche realizzate dal medico ,responsabile del Day Surgery Oculistico dell’istituto clinico Cot di Messina. Le cannule, brevettate, progettate e realizzate dal Dott. Romeo, coadiuvato in alcune fasi della sua ricerca dal collega Giuseppe Vadalà dell’ospedale di Ivrea, consentono di raggiungere il trabecolato oculare e di sostituirlo riportando la pressione oculare alla normalità. Tale studio, presentata nel corso dell’86° Congresso Nazionale della Società di oftalmologia italiana, aveva già ricevuto un importante riconoscimento con il premio “Tecnica Innovativa” della S.O.I. per aver ideato una nuova metodica per il trattamento chirurgico del Glaucoma: rapidissima e meno invasiva di quella tradizionale. Il Dott. Romeo, reggino di nascita e messinese d’adozione (laureato e specializzato all’Università di Messina), ha trovato quindi il modo di liberare le vie di deflusso in maniera non invasiva riportando così alla normalità la pressione dell’occhio. La nuova tecnica, che attende anche il riconoscimento del brevetto internazionale, consente di effettuare l’intervento chirurgico in circa un minuto, utilizzando il temporaneo inserimento nella camera anteriore dell’occhio di una speciale cannula che raggiungendo il trasecolato,  come un aspira-polvere, elimina gli ostacoli alla circolazione dell’umore acqueo. Rispetto alle tecniche chirurgiche tradizionali, la metodica, denominata “Trabeculoplastica Idrodinamica”, è mininvasiva e consente una riabilitazione quasi immediata, riducendo drasticamente il trauma chirurgico e le complicanze. Il metodo di Romeo e dunque ldelle sue cannule vengono attualmente utilizzati con pieno successo in almeno il settanta per cento dei casi trattati, oltre che alla Cot di Messina, su concessione dello stesso medico solo in altri due centri: all’Ospedale di Ivrea dal collega Giuseppe Vadalà e all’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma dall’Oculista Michele Fortunato. Al momento questa tecnica consente i migliori risultati in pazienti selezionati. Specialmente in quelli che devono contemporaneamente sottoporsi ad intervento di cataratta. Può essere utilizzata per trattare casi di glaucoma “ad angolo aperto” che non rispondono alla terapia medica oppure ai trattamenti laser. Inoltre può essere validamente impiegata anche in pazienti glaucomatosi compensati che devono sottoporsi ad intervento di facoemulsificazione per cataratta, in quanto consente contemporaneamente di eliminare o ridurre le terapie con colliri.

 

Ictus cerebrale. Un italiano su due non sa di cosa si tratta        

Secondo una recentissima indagine, c’è scarsa conoscenza di come si manifesti e di quanto sia importante la rapidità del ricovero. Colpisce una persona ogni sei secondi nel mondo, 660 pazienti al giorno in Italia. Non guarda in faccia né l’età né il sesso. Eppure nel nostro paese il 50% degli abitanti non sa precisamente di cosa si tratta, ossia non la sa definire come una malattia del cervello. Stiamo parlando dell’ictus, così come lo fotografa l’indagine “I costi sociali e i bisogni assistenziali dei malati di ictus cerebrale”. I risultati preliminari di questa indagine, realizzata dal Censis insieme al dipartimento di Scienze neurologiche dell’Università degli Studi di Firenze e all’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale (ALICe), non confortano. Secondo il 14% dei nostri connazionali, infatti, l’ictus è una malattia del sangue e per oltre l’11% è addirittura una patologia cronica che insorge con l’età senile. “Purtroppo – sostiene Maria Luisa Sacchetti, presidente di ALICe Italia e neurologa vascolare al Policlinico “Umberto I” di Roma – c’è ancora scarsa conoscenza tra gli italiani di cosa sia un ictus, come si manifesti e quanto sia importante il ricovero in ospedale il prima possibile”. Gli Italiani, tuttavia, sembrano sapere abbastanza bene che alcuni sintomi, come l’improvvisa paralisi di un lato del corpo o la difficoltà a parlare o a comprendere quello che viene detto, siano riconducibili a un ictus cerebrale. Ma, ad esempio, solo l’11% sa che un altro campanello d’allarme importante può essere un problema di vista o cecità improvvisa. E, ironia della sorte, i soggetti ad avere meno conoscenza di questi dettagli sono proprio quelli più a rischio, ovvero gli anziani. “A preoccupare di più – evidenzia Ketty Vaccaro, responsabile dell’area welfare e salute del Censis – è la scarsa conoscenza di una terapia specifica, la trombolisi (solo un italiano su quattro sa cos’è), che va fatta subito dopo l’evento per salvare il paziente e contenere i danni della malattia. E solo il 15% degli intervistati sa che esiste un reparto dedicato, lo stroke unit”. “La mancanza d’informazione fa sì che l’ictus abbia conseguenze più gravi di quelle che già comporta”, sottolinea poi Domenico Inzitari, neurologo al dipartimento di Scienze neurologiche e psichiatriche dell’Università di Firenze, il quale aggiunge: “Nel nostro Paese soltanto il 40% delle persone colpite da ictus arriva in ospedale entro le prime tre ore; una volta dimessi dall’ospedale, i pazienti non sanno cosa fare perché non esiste un percorso di riabilitazione definitivo”. Se la prima parte dell’indagine riguarda più che altro la conoscenza generale che gli Italiani hanno di questa malattia, la seconda è dedicata al vissuto dei pazienti, ai loro bisogni di assistenza socio-sanitaria e all’impatto dell’ictus sulla famiglia di chi ne è colpito. Questa seconda parte è stata realizzata intervistando i parenti di più di 500 persone colpite dalla patologia. Secondo l’indagine, oltre l’80% dei pazienti ha più di 65 anni. La metà del campione intervistato presenta una disabilità grave, cioè non riesce a camminare o è costretto a letto, per cui richiede assistenza continua. E a farsene carico sono le famiglie. Il 40% dei parenti che se ne occupano (nella grande maggioranza dei casi donne, che convivono con il malato) afferma che il paziente non può essere lasciato mai da solo. Ma, tra le persone che assistono i malati, è opportuno fare una distinzione, seguendo i risultati preliminari dell’indagine. In caso di pazienti di sesso femminile, le persone che assistono sono soprattutto le figlie, i figli o le nuore che condividono il "carico" assistenziale. Nel caso dei pazienti uomini, invece, sono per lo più le mogli, quasi sempre anziane anche loro, che spesso si sobbarcano il peso dell’assistenza al marito colpito da ictus, senza ricevere alcun aiuto dall’esterno. “L’ impatto sulla vita dei familiari è dirompente – aggiunge Vaccaro – nel 72% dei casi i caregiver si sentono fisicamente stanchi, non dormono a sufficienza, uno su quattro soffre di depressione”. Motivo per cui necessitano di un supporto nell’assistenza. E circa il 40% delle famiglie, soprattutto quelle che risiedono nelle regioni settentrionali e centrali, si rivolge a una badante. Con una spesa che varia tra i 6-700 euro mensili al Sud e i 900 al Nord. Senza contare che i familiari spesso si fanno carico anche delle cure domiciliari, che sono pagate di tasca propria dalla metà di coloro che ne hanno usufruito per il proprio caro.

 

Le staminali del naso? Rivelano disturbi del cervello

Le cellule staminali adulte nel sistema olfattivo del naso possono aiutare a comprendere anomalie nel sistema nervoso dei pazienti di schizofrenia, del morbo di Parkinson, o di altri disturbi ancora poco conosciuti. Scienziati del Centro nazionale di ricerca sulle cellule staminali adulte, dell'universita' Griffith di Brisbane in Australia, hanno scoperto che le raschiature prelevate dal sistema olfattivo responsabile degli odori, che si trova all'altezza degli occhi, contengono cellule molto simili e quelle attive nel cervello. E' la prima volta che si trovano cellule staminali che ''ci possono dire qualcosa su cio' che e' differente nel sistema nervoso di questi pazienti, particolarmente per malattie le cui cause genetiche rimangono sconosciute'', scrive Alan Mackay-Sim, autore dello studio pubblicato su Disease Models and Mechanisms. ''Vi sono - spiega - differenze specifiche molto nette, fra le diverse malattie, nella biologia di queste cellule. Differenze che debbono riflettere cio' che avviene nel cervello, e che non sono evidenti in cellule staminali derivate dalla pelle o dal sangue''. E' stata finora la mancanza di facile accesso alle staminali derivate dal cervello del paziente, a rallentare la ricerca nelle malattie cerebrali, in confronto con i progressi nel comprendere e trattare il cancro, osserva Mackay-Sim. ''La possibilita' di prelevare staminali neurali con una semplice biopsia, attraverso il naso - conclude - offrira' nuove maniere per investigare sui fattori genetici alla base di molti disturbi cerebrali, aprendo la strada a diagnosi tempestive ed a nuovi trattamenti, mentre le cellule staminali stesse potranno essere usate come terapia''.

 

L'apnea nel sonno? Restringe la materia grigia

L'apnea nel sonno, una condizione di respirazione interrotta di cui soffrono molte delle persone che russano, causa danni cerebrali restringendo la materia grigia, le cellule che costituiscono i centri del pensiero e dell'elaborazione. Un gruppo di ricerca dell'Istituto per la respirazione e il sonno di Melbourne ne ha prodotto le prove finora piu' affidabili. Nello studio, presentato ad un congresso medico sul sonno a Christchurch in Nuova Zelanda, i ricercatori hanno eseguito scintigrafie cerebrali di 60 pazienti di apnea nel sonno usando risonanza magnetica, e hanno paragonato i risultati con quelli di 60 persone che non ne soffrivano. ''Abbiamo osservato dei mutamenti nel cervello di pazienti con apnea nel sonno'', ha riferito il prof. Fergal O'Donoghue, che ha guidato il progetto in collaborazione con colleghi britannici. ''Due aree in particolare sono danneggiate dalla mancanza di ossigeno: una nella parte inferiore del cervello, vicino all'area usata per la memoria, e l'altra nel cerebellum, responsabile della coordinazione dei movimenti e della capacita' di trasferire l'attenzione da un compito all'altro''. Lo studio conferma prove aneddotiche secondo cui chi soffre di apnea nel sonno e' a maggior rischio di incidenti stradali, depressione e problemi di memoria. ''Uno dei messaggi dello studio e' che se si hanno sintomi di apnea nel sonno e' importante cercare attenzione medica, perche' non e' solo il problema fastidioso del russare, ma puo' essere piu' grave'', ha detto O'Donoghue.

 

Meningite, è italiano il super vaccino

Arriva il primo vaccino tetravalente contro la meningite, che protegge da quattro dei cinque sierogruppi del batterio, A, C, W135 e Y e che per ora verrà utilizzato per vaccinare gli adolescenti dagli undici anni. A presentare quello che è un risultato tutto italiano, che aveva già ottenuto l'autorizzazione negli Usa e che ora sarà disponibile anche nel nostro paese, è stato Rino Rappuoli, coordinatore del team "Novartis" che l'ha realizzato, insieme a medici pediatri ed igienisti. Il vaccino ha spiegato Rappuoli, dopo avere ottenuto il via libera dall'ente regolatorio statunitense e dall'Agenzia europea per i medicinali (Ema), arriverà quindi anche nelle Asl italiane dove si utilizza quello contro la meningite da meningococco C, uno solo dei cinque ceppi. È stato sviluppato usando la tecnologia della coniugazione, messa a punto in Italia, per la realizzazione del vaccino contro il meningococco C già in uso. Il nuovo vaccino, rispetto a quello attuale, copre anche altri sierogruppi e ha una protezione più duratura. "Per ora - ha aggiunto Rappuoli - lo abbiamo registrato per vaccinare gli adolescenti dagli undici anni, ma entro qualche mese faremo la domanda all'Ema per la vaccinazione dei bambini dai due mesi". Rappuoli ci ha tenuto a sottolineare l'assoluta "sicurezza" del vaccino, e che la prevenzione vaccinale "rappresenta l'unico modo per sconfiggere la meningite che in Italia ha una mortalità del 14%", provoca 900 casi l'anno e "contro cui le terapie non funzionano, portando alla morte o lasciando le persone con disabilità molto gravi".

 

Vuoi mantenere giovane il tuo cervello? Fai un esame al giorno        

Uno studio americano dimostra che essere sottoposti a test costringe il cervello ad adoperarsi per trovare una parola chiave correlata. Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno: lo stress che subiamo quando dobbiamo affrontare un esame, è un vero toccasana per le nostre meningi. Lo sostiene uno studio statunitense condotto dai ricercatori in psicologia della Kent State University (Ohio). Gli studiosi hanno analizzato il modo di trattenere nella memoria le cose imparate, a seconda che queste siano poi oggetto di un’interrogazione o di un esame, o meno. Nel primo caso è evidente che il cervello si adopera per trovare un elemento, una parola chiave capace di far emergere subito e meglio ciò che si è appreso. L’indagine è stata condotta su 118 volontari, ai quali sono stati somministrati un test sull’apprendimento di una lingua straniera. L’obiettivo era cercare di ricordare 48 parole in lingua swahili attraverso un semplice esercizio di memorizzazione di un vocabolo. Tale procedimento richiedeva l’associazione del vocabolo con una immagine che in qualche modo lo rievocava perché strettamente correlata. Tale espediente consente di mantenere e fissare nella memoria il ricordo più a lungo. In questo tentativo emergevano le differenze tra i cervelli più arrugginiti e quelli al contrario, più allenati: quest’ultimi erano in grado di mettere in atto le strategie di correlazione attraverso una parola-chiave (mediatore) per ricordarla. I risultati di questa ricerca, da poco resi noti sulla rivista Science, supportano quindi la tesi di utilizzare verifiche, questionari e interrogazioni a scuola per migliorare il proprio grado di conoscenza.

 

Diabete, ecco la causa delle fratture

Lo rivela uno studio italiano. Ossa piu' fragili per i diabetici? Secondo uno studio italiano, presentato oggi all'Easd (European Association for the Study of Diabetes) di Stoccolma, questo puo' accadere per ragioni diverse, legate in maniera differente ad alcuni medicinali usati per trattare la patologia. In particolare, secondo Matteo Monami dell'Unita' di medicina geriatrica dell'Universita' di Firenze, recenti studi condotti dal suo team mostrano che il trattamento insulinico nei pazienti con diabete di tipo 2 aumenta il rischio di fratture, ma solo perche' accresce l'incidenza di episodi di ipoglicemia, esponendo cosi' i pazienti al pericolo di cadute, e quindi di fratture. Insomma, secondo Monami l'insulina non incide direttamente sul metabolismo dell'osso. Discorso del tutto diverso per i glitazoni, una classe di farmaci anti-diabete. Queste molecole indeboliscono l'osso attraverso un'azione diretta sul suo metabolismo. Inoltre i glitazoni favoriscono anche la morte degli osteoblasti, le cellule che formano l'osso. Alla luce di questi elementi, secondo il ricercatore il rischio fratture deve essere un fattore estremamente importante nel decidere il piano terapeutico dei pazienti con diabete di tipo 2, specie di quelli piu' anziani. Nella sessione dedicata all'osteoporosi nel meeting di Stoccolma, un'altra ricerca si concentra sul legame ossa-diabete. Secondo Patricia Ducy della Columbia University di New York (Usa), esiste una sorta di 'loop' molecolare che lega il rimodellamento osseo al metabolismo del glucosio. Tanto che, stando alla sua ricerca, il diabete si potrebbe trattare anche aumentando i livelli di un ormone, l'osteocalcina, prodotto nelle ossa, che regola proprio il metabolismo del glucosio. La studiosa descrive, passo dopo passo, tutti i suoi studi di laboratorio sul meccanismo di azione dell'osteocalcina. Ricerche giudicate promettenti, che pero' devono essere oggetto di ulteriori studi.

 

Gli effetti benefici quasi "miracolosi" di un bicchiere d'acqua  

L’acqua è in grado di far perdere peso, di aumentare la pressione del sangue, riducendo il rischio di svenimento prima di un prelievo. Un recente studio pubblicato su Hypertension evidenzia le virtù che si celano dietro un semplice bicchiere d’acqua. Si rivela infatti essere un’alchimia capace di porre rimedi a tanti mali. David Robertson, farmacologo e neurologo alla Vanderbilt University di Nashville, in Tennessee, scoprì già nel 2000 le conseguenze positive sulla pressione. Lo scienziato,in particolare, dimostrò il suo effetto ipertensivo nei pazienti senza baroriflesso, privi cioè del sistema che mantiene la pressione nella norma. Non ha effetti significativi nelle persone sane, per le quali in ogni caso contrae i vasi sanguigni, aumentando l'attività del sistema simpatico, quello che ci mette in allerta e fa aumentare il dispendio energetico. La ragione, grazie alla quale l'acqua riesce ad aumentare la pressione deriva dal fatto che è in grado di diluire il sangue in partenza dallo stomaco, riducendo quindi la concentrazione dei sali che vi sono presenti. Ciò allerta l'organismo, attiva il sistema simpatico e fa aumentare la pressione del sangue per riportare la concentrazione dei sali nella norma, attraverso l'azione di una proteina chiamata Trpv4. Questa attivazione comporta un maggior dispendio energetico. Si calcola che semplicemente bevendo ogni giorno un litro e mezzo di acqua, lasciando immutata la dieta, si possono perdere oltre due chili nel giro di un anno. Quindi l’iperattivazione del sistema simpatico è in grado di fare miracoli. La Croce Rossa americana, sulla base delle prime segnalazioni del ricercatore, ha potuto verificare che bere acqua prima di donare il sangue può ridurre il rischio di svenimento. Infatti abbassa del 20 per cento la probabilità di perdere i sensi.

 

Entro 3 anni sarà pronto il vaccino per tutte le influenze         

Dall’America sbarcherà entro il 2013 il vaccino anti-influenzale universale, sarà capace di fronteggiare qualunque ceppo virale. Ogni autunno siamo alle prese con l’arrivo del prossimo ceppo influenzale, dal nomi sempre più bizzarro o dall’identikit nefasto come l’ultimo che ha terrorizzato gran parte della popolazione. Il vaccino così ogni anno è diverso e contiene i tre ceppi di virus influenzali che l’ OMS ritiene circoleranno nella successiva epidemia invernale. Ma tutto questo sembra essere destinato a finire. Segnatevi infatti questa data: entro i l 2013 avremo a disposizione il vaccino anti-influenzale universale . Ad annunciarlo sono i ricercatori del US National Institute of Allergy and Infectious Diseases di Bethesda che hanno realizzato un vaccino capace  di sostenere il sistema immunitario contro l'attacco dei virus influenzali di qualunque ceppo. Al risultato gli scienziati sono giunti attraverso due fasi. Con un vaccino base, derivato da un virus del 1999, che mira alle parti geneticamente comuni dei virus influenzali, mentre il secondo consiste in richiami di vaccinazioni contro le influenze stagionali con il ruolo di rafforzare la capacità immunitaria del primo. Ciò consentirebbe al vaccino di migliorare la propria efficacia anno dopo anno, fino ad arrivare a un'immunizzazione definitiva. Fino adesso la sperimentazione è stata condotta su topi, furetti e scimmie. Gli animali sono stati in grado di reagire all'infezione di tutti i virus antecedenti al 1999, ma anche a quelli successivi, come il 2006 e 2007, compresa l’aviaria o H5N1. L'ottanta per cento degli animali è sopravvissuto, mentre quelli immunizzati solo con il vaccino primario o solo con i richiami sono deceduti. L’unico neo è che l’ipotesi di un vaccino universale possa contenere il rischio che gli antigeni immutati della matrice abbiano buone possibilità di modificarsi nel tempo.

 

Scoperti 3 anticorpi utili per il vaccino contro l’AIDS      

Un gruppo di ricerca guidato da Xueling Wu dell'Istituto Nazionale della Sanità (Nih) degli Stati Uniti ha scoperto  tre nuovi anticorpi che riescono a neutralizzare fino al 91% dei ceppi di Hiv. LA eclatante notizia , pubblicata questa settimana su Science potrebbe quindi supportare lo sviluppo di efficaci vaccini contro il virus e nuove cure per combattere l'Aids. I tre anticorpi, chiamati VRC01, VRC02, VRC03, non hanno tutti la stessa  valenza. I  primi due riescono a contrastare il 91% dei ceppi di Hiv-1, mentre il terzo ne contrasta il 57%. Tutti e tre sono stati isolati nel sangue di una persona infettata dal virus, ma secondo gli studiosi sono altresì  presenti in quello di molti altri pazienti. Il segreto dell'efficacia dei due anticorpi più potenti, VRC01 e VRC02, è in un nuovo dispositivo molecolare usato da queste due proteine. L'anticorpo VRC01 riesce a neutralizzare il 91% dei ceppi di Hiv perché attacca un’area del virus comune a tutti questi ceppi. Questa scoperta rappresenta una grossa opportunità per la ricerca, in grado di accelerare gli studi per prevenire l'Hiv su scala globale. La tecnica usata dai ricercatori per identificare questi nuovi anticorpi potrebbe essere emulata ed  applicata per la progettazione di vaccini anche per molte altre malattie infettive. L’importante scoperta non deve però essere considerata  come l'alchimia per la guarigione . Il fatto che il virus possa essere bloccato in vitro non significa che poi si riesca a trovare un vaccino. Infatti anche se ciò  fosse reale, occorrerebbe 1 anno per prepararlo, 2 per testarlo sugli animali e 3 per testarlo sull’uomo: quindi un’attesa di 5-6 anni. E' importante informare bene la gente. Molte persone credono erroneamente che il vaccino esista già e non si proteggono più: quindi non è opportuno nutrire e  divulgare false aspettative. Gli anticorpi potrebbero inoltre non sopravvivere una volta iniettati all’interno delle mucose vaginali o del sangue. Si tratta di fattori che vanno ancora tutti verificati.

 

Il sole estivo danneggia gli occhi

E anche tra i giovani si diffonde la cataratta, Con l'arrivo dell'estate, riflettori puntati sulla salute della pelle e sull'importanza di proteggerla con creme adeguate. Ma lo stesso non si puo' dire per la salute dei nostri occhi, che sotto il sole vengono trascurati e invecchiano. Tanto da ammalarsi di cataratta anche da giovani. Proprio per sensibilizzare i cittadini sull'importanza di proteggere gli occhi dai rischi di stagione, la Commissione difesa vista ha promosso oggi a Roma l'incontro 'Estate e raggi Uv: come difendere i nostri occhi'. L'occhio e' un organo essenziale e sensibile, avvertono gli esperti. Va quindi protetto dai raggi Uv: raggi invisibili che penetrano l'atmosfera e sono responsabili delle bruciature. La nocivita' dei raggi Uv e' uno dei temi principali di sensibilizzazione dell'opinione pubblica da parte dell'Organizzazione mondiale della sanita' (Oms). Per evitare di avere problemi quali occhio secco, cheratiti, congiuntiviti, fino anche alla cataratta e al carcinoma, e' bene indossare occhiali da sole di qualita', certificati in base alle direttive CE. "Sono in aumento - spiega Pietro Ducoli, ricercatore dell'Irccs Fondazione G.B. Bietti onlus - i casi di cataratta e maculopatia. Tra i vari fattori c'e' certamente l'aumento dell'eta' media: sono disturbi che si presentano, infatti, dopo i 55 anni. Ma sono disturbi indirettamente riconducibili all'esposizione ai raggi solari: ad ammalarsi di piu', ad esempio, sono pescatori, maestri di sci, gente insomma che lavora all'aria aperta. Sono aumentate anche le congiuntiviti irritative tra i bambini e i casi di cataratta giovanile. Ne vedo uno ogni settimana, precisa l'esperto. Le cause possono essere tante: inquinamento, radiazioni, buco dell'ozono e lampade solari". "Il numero di persone affette da cataratta - continua Gianni Mariutti, dell'Istituto superiore di sanita' (Iss) - e' in aumento in tutto il mondo. Non bisogna dimenticare, inoltre, che l'assunzione di alcuni farmaci come antibiotici, antidepressivi e ipogligemizzanti, in combinazione con i raggi Uv puo' provocare reazioni fitochimiche che peggiorano i danni alle strutture oculari", aggiunge. "In particolare - precisa - e' stato riscontrato che la tetraciclina, un diffuso antibiotico, in combinazione con i raggi Uv solari favorirebbe l'insorgenza della cataratta. Fare uso di occhiali da vista o da sole dotati di lenti che filtrino i raggi Uv e' percio' una buona azione di prevenzione, soprattutto dei danni a lungo termine la cui rilevanza e' tanto maggiore quanto piu' aumenta l'aspettativa di vita delle persone", evidenzia lo specialista. "Le persone - conclude Vittorio Tabacchi, presidente della Commissione difesa vista - sono ancora poco sensibili alla salute degli occhi e ai prodotti di qualita'. Il 7 luglio sara' la Giornata nazionale anti-contraffazione, che riguardera' tutti i settori e non solo quello dell'ottica. A Venezia verranno distrutti prodotti sequestrati senza il marchio CE e a Roma ci saranno diversi incontri. Io personalmente saro' a Venezia, citta' simbolo, dove sono nate le lenti per proteggere gli occhi. Questa giornata e' importante, perche' bisogna sensibilizzare la gente contro questo flagello che mette a rischio la salute e che crea un danno all'economia italiana che va dai 7 ai 14 miliardi di euro. Per ora e' un'iniziativa solo italiana, mi auguro che diventi presto europea".

 

Un nuovo metodo per la cura dell'infarto

Uno studio dell'ospedale di Forlì apre nuove prospettive. Dall'ospedale 'Morgagni-Pierantoni' di Forli' arriva una speranza in piu' per l'infarto miocardico. Grazie ad uno studio del reparto di Cardiologia sara', infatti, possibile aumentare il numero di pazienti trattati e ridurre i costi. La nuova procedura prevede di associare all'angioplastica piu' stent coronarico non solo l'abciximab, ma anche gli altri due farmaci antitrombotici esistenti, l'epfitibatide e il tirofiban. Sino ad oggi si riteneva che solo il primo, assai costoso, fosse efficace e sicuro, in quanto verificato su un numero sufficientemente ampio di soggetti. L'equipe del dottor Marcello Galvani, attraverso la tecnica statistica della meta-analisi, ha invece dimostrato, analizzando in modo aggregato tutti gli studi di confronto tra abciximab, eptifibatide e tirofiban, che, rispetto al primo, gli altri due non sono ne' meno efficaci, ne' meno sicuri. La scoperta ha rilevanti conseguenze: da una parte, infatti, si potra' allargare la platea dei pazienti trattati, dall'altra si otterra' un significativo risparmio economico, visto che entrambe le molecole alternative costano la meta' dell'abciximab.  L''American Journal of Cardiology' ha deciso di pubblicare lo studio forlivese, primo autore il dottor Filippo Ottani, sul numero di luglio. ''La mortalita' in ospedale o a un mese - ha detto Galvani - dopo somministrazione di tirofiban o di eptifibatide e' risultata pari al 3.1% dei 4.603 pazienti trattati, del tutto simile al 3.1% registrato nei 2.646 pazienti con infarto che hanno ricevuto il farmaco piu' costoso, ovvero l'abciximabIn termini di sicurezza, le emorragie maggiori, documentate durante il ricovero in ospedale, sono risultate del sostanzialmente simili: 8.8% contro il 6.1% nei pazienti trattati con abciximab''. Compito dei farmaci antitrombotici, somministrati per via endovenosa durante l'angioplastica, e' rendere, infatti, il sangue piu' fluido, cosi' da garantire un miglior successo dell'intervento. L'unico effetto collaterale di questi farmaci e' che, interferendo con il processo della coagulazione, possono provocare sanguinamento. ''Il rischio e' di solito modesto, e non pericoloso per la vita, tranne che in una modesta percentuale di casi - rassicura Galvani - Inoltre non richiede il ricorso a trasfusioni''.

 

Una risata al giorno fa bene alla salute

Uno studio californiano spiega i benefici della terapia del sorriso. Il riso abbonda nella bocca degli stolti dice un vecchio e saggio proverbio, ma pare che una risata al giorno possa essere di aiuto al nostro sistema immunitario.
Già Norman Cousins, giornalista scientifico e direttore di prestigiosi giornali americani, tra gli anni settanta e ottanta aveva intuito che la risata aveva proprietà terapeutiche e immunologiche. Affetto da numerose patologie, il giornalista decise di curarsi guardando per tre o quattro ore al giorno film comici, soprattutto dei fratelli Marx, e assumendo quotidianamente per flebo 25 grammi di vitamina C. Contro ogni previsione, Cousins nell’ arco di un anno guarì. Se Cousins era arrivato alla sue conclusioni e dunque alla consapevolezza che la terapia del sorriso poteva garantire una migliore qualità della vita, i medici della LomaLinda University in California hanno optato per un metodo più scientifico. Hanno, infatti, arruolato una ventina di volontari e anziché sottoporli a trattamenti e farmaci sperimentali, li hanno messi a guardare film e skech comici, scelti da loro stessi. L'esperimento è durato tre settimane, con frammenti di commedie da venti minuti ciascuno tutti i giorni. I medici prima del controllo hanno effettuato degli esami del sangue e confrontandoli con quelli eseguiti dopo aver visto film ansiogeni o tristi. Lo specialista in medicina preventiva, Lee Berk, che ha condotto gli studi, ha osservato che nei pazienti trattati con risate, tutte persone affette da diabete e con un alto eccesso di grassi nel sangue, un miglioramento dell'equilibrio ormonale; cortisolo ed epinefrina (due sostanze che aumentano nei periodi di maggiore stress) si erano abbassate. La terapia della risata aveva fatto abbassare anche il livello della leptina e crescere quello della grelina, creando l'effetto di un miglioramento dell'appetito. Berk ha sottolineato che se questo effetto può essere sconsigliato agli obesi, di contro può aiutare i malati sottoposti a chemioterapia o depressi. L'effetto dei film comici sugli esami di sangue si apprezza anche nel livello di colesterolo: l'équipe californiana ha notato, infatti, una riduzione di quello cattivo. Inoltre si abbassano anche i livelli di tutte quelle proteine che indicano uno stato di infiammazione del sistema cardiovascolare e sono associate al rischio di arteriosclerosi. Tutti questi effetti benefici regolano la pressione sanguigna e migliorano il tono generale dell'umore, facendo arrivare alle conclusioni che una risata prolungata e sonora equivale a una sessione di sport. “Ridere – ha spiegato Berk – ha l'effetto di modulare molti aspetti della salute umana e la risposta dell'organismo a un riso prolungato è analoga alla risposta che si ha dopo un'attività fisica moderata, aumento di appetito incluso”. Dopo queste conclusione il medico californiano, si appresta a compiere nuove ricerche e studi sugli effetti benefici dell'ascoltare musica e del cantare.

 

Tumori, 50enni più a rischio per il cancro alla pelle

Hanno vissuto all'oscuro dei rischi del sole, il loro rapporto con le creme solari e' stato limitato all'uso di lozioni lenitive contro le bruciature che si procuravano stando tutto il giorno al sole senza proteggersi, l'abitudine era diventare rossi come aragoste per poi spellarsi e infine abbronzarsi: sono le persone di mezza eta', soprattutto gli over-50, e sono quelle piu' a rischio di cancro alla pelle. E' quanto riferito in un articolo sul New York Time che racconta di questa generazione che, per l'ignoranza dell'epoca in cui e' cresciuta rispetto ai rischi del sole, adesso e' piu' a rischio melanoma: infatti, secondo i dati dell'American Academy of Dermatology, mentre il tasso di morte per questo tumore - il piu' grave dei tumori alla pelle - e' andato diminuendo negli ultimi 20 anni per i giovani adulti, gli uomini che hanno raggiunto i 50 presentano il piu' alto aumento di questo tasso, pari a +3,2% l'anno dal 2002. Il piu' alto incremento annuale per l'incidenza del melanoma si riscontra invece tra gli uomini di pelle bianca di 65, un aumento dei casi pari a +8,8% l'anno dal 2003. Inoltre si riscontra anche una rapida crescita dei casi tra le donne di 15-34 anni (probabilmente dovuta anche al largo uso che si fa dei lettini solari - in America usati dal 40% delle diciottenni lo scorso anno). I danni del sole possono impiegare decenni prima di manifestarsi come tumori della pelle, ha spiegato Darrell Rigel, che e' stato presidente dell'American Academy of Dermatology: ''quello che vediamo oggi in termini di aumento del numero dei casi di cancro alla pelle e' la conseguenza di quel che le persone hanno fatto negli anni '80''. La buona notizia e' che questi tumori sono curabili se diagnosticati precocemente, conclude.

 

Una buona notizia per chi ha paura delle siringhe

Un cerotto dotato di nanoparticelle che esegue le vaccinazioni in maniera piu' efficiente, evitando l'uso di aghi e siringhe. E' quanto ha messo a punto un team di scienziati australiani guidato da Mark Kendle dell'Istituto di bioingegneria e nanotecnologia dell'Universita' del Queensland. Non solo: il 'nanocerotto' richiede due minuti per essere somministrato. ''Con un centesimo della dose di vaccino di un'iniezione, abbiamo ottenuto una resa equivalente i migliore'', dichiara Kendle. ''Crediamo che abbia il potenziale di di rimpiazzare, o almeno di minimizzare il ricorso ad aghi e siringhe''. E aggiunge: ''I benefici saranno sia fisici che mentali. Innanzitutto vi e' la fobia degli aghi, di cui soffre il 10% della popolazione. E poi le ferite o le contaminazioni da aghi. Basti pensare che in Africa vengono eseguite circa un miliardo di vaccinazioni ogni anno,e l'Organizzazione mondiale della sanita3' stima che circa il 30% di esse non siano sicure a causa di contaminazione incrociata''.

 

Tumori, gli esperti: lettini solari pericolosi come il fumo di sigarette

Lettini solari pericolosi come il fumo di sigarette nell'aumentare il rischio di cancro. A lanciare l'allarme e' Paolo Ascierto, direttore dell'oncologia dell'Istituto tumori Pascale di Napoli, dal 46esimo Congresso della Societa' americana di oncologia medica (Asco) a Chicago, commentando i risultati di un'innovativa terapia per il melanoma. E proprio la "scriteriata" esposizione ai raggi Uv e' fra i primi imputati per il costante aumento dei casi di questo tumore della pelle. L'incidenza del melanoma - evidenziano gli esperti - e' cresciuta a un ritmo superiore a qualsiasi altro tipo di tumore, ad eccezione delle neoplasie maligne del polmone nelle donne, con un aumento di 10 volte negli ultimi cinquant'anni, a un ritmo del +6% l'anno dagli anni '70. Non solo. "Sta diminuendo - afferma l'oncologo - l'eta' dell'insorgenza. Vediamo sempre piu' casi di malattia aggressiva nei giovani tra i 25 e i 35 anni fa, mentre fino a venti anni fa a esserne colpiti erano soprattutto adulti dai 50 ai 60 anni". Secondo Ascierto, "stiamo pagando la cattiva informazione degli anni precedenti, quando i bambini venivano esposti al sole senza un'adeguata protezione. E spesso si scottavano. Oggi c'e' un'attenzione maggiore verso i piu' piccoli". Ma con troppa disinvoltura si ricorre a lampade, lettini e docce solari, alla ricerca della tintarella 'tutto l'anno'. L'oncologo ricorda che "un recente studio dell'Agenzia internazionale di ricerca sul cancro (Iarc) ha evidenziato come l'esposizione ai raggi 'artificiali' sotto i 30 anni aumenti il rischio di melanoma del 75%, tanto che i raggi Uv sono stati inseriti nella lista delle sostanze sicuramente cancerogene". Occhio, dunque, alla tintarella a tutti i costi. Di prevenzione e corretta informazione si occupera' la Fondazione melanoma, nata dall'unione delle forze di Regione Campania, Istituto Pascale e II Universita' di Napoli.

 

La carne lavorata provoca malattie cardiache e diabete di tipo II       

E' questa la conclusione alla quale sono giunti un gruppo di ricercatori della Harvard School of Public Health, coordinati da Renata Micha.Un’assoluzione parziale della bistecca e, al tempo stesso, un” j’accuse” pesante nei confronti della carne lavorata, affumicata, salata e conservata. In questi termini possiamo riassumere la metanalisi, pubblicata sul prestigioso “Circulation”, giornale della "American Hearth Association", condotta da un gruppo di ricercatori della "Harvard School of Public Health". L'indagine ha messo insieme i risultati provenienti da 20 studi diversi condotti su una popolazione pari a circa 1 milione e 200 mila persone. Più che la carne rossa, è questo il parere espresso dal team di studiosi americani, sarebbero infatti hot dog, bacon, salami, insaccati vari, e tutta una serie di piatti pronti a base di carne. Quest’ultimi molto più diffusi negli Stati Uniti piuttosto che nel Belpaese, i responsabili di un aumento del rischio di ammalarsi di malattie cardiache e di diabete di tipo II. In particolare, in queste pietanze ad essere messi sotto la lente di ingrandimento dall’equipe di ricercatori della "Harvard School of Pubblic Health" sono stati i quantitativi di sale e nitrati, che in questa tipologia di alimenti raggiungono davvero percentuali altissime. L’equipe di ricercatori americani ha potuto notare , infatti, come hot dog, bacon e simili contengono, rispetto alla carne rossa, una percentuale di sale fino a quattro volte superiore e ben il 50% in più di nitrati. Il consumo di questa carne aumenterebbe così, è questa la conclusione alla quale sono approdati gli studiosi della "Harvard School of Public Health", del 42% in più il rischio che il nostro cuore si ammali, mentre nel contempo innalzerebbe del 19% in più le possibilità di rimanere affetti da diabete di tipo II. Di contro, una porzione a settimana di carne rossa, categoria nella quale gli studiosi americani nel corso del loro studio hanno fatto rientrare oltre al manzo anche l’agnello, il maiale, la selvaggina e le hamburger, come ha spiegato Renata Micha, coordinatrice della ricerca, “è associata a un rischio relativamente basso” di ammalarsi al cuore o di rimanere colpiti da diabete di tipo II. Ciononostante, perfettamente in linea con le ricerche precedenti, gli studiosi della "Harvard School of Public Health" hanno ribadito una condanna rispetto ad un consumo troppo elevato di carne rossa, soprattutto perché in generale chi mangia troppe bistecche si trova in alto anche per il consumo di zuccheri e molto in basso, invece, per quanto riguarda quello dei vegetali.

 

Il segreto della longevità? Dormire tanto. Tanto e bene

La chiave della longevita'? Forse e' dormire bene, infatti uno studio pubblicato sulla rivista Sleep ha esaminato qualita' e quantita' del sonno di anziani di cui quasi 2800 persone di 100 anni e piu' ed e' emerso che gli ultracentenari dichiarano, quasi nel doppio dei casi, di dormire bene e tanto, molto piu' degli anziani tra 65 e 79 anni. Lo studio e' stato condotto da Danan Gu della Portland State University in Oregon ed ha coinvolto 15.638 adulti dai 65 anni in su, compresi 3927 individui tra 90 e 99 anni e 2794 di 100 anni o piu'. Gli esperti hanno chiesto ai volontari, tutti abitanti della Cina che e' un paese molto anziano ma anche di centenari, di dire quanto dormissero e se avessero o meno problemi col sonno. Dormono male, ma c'era da aspettarselo, gli anziani che soffrono di malattie croniche. E' emerso pero' che, in condizioni buone di salute, sono i piu' anziani a dichiarare di dormire meglio, indipendentemente dalle condizioni socioeconomiche. Quelli tra 65 e 79 anni tendono a dormire cinque ore al giorno, pennichelle incluse, o addirittura meno, mentre i centenari che dormono 10 ore al giorno sono il triplo di quelli della fascia 65-79 anni che riposano lo stesso numero di ore. Ci deve essere qualche collegamento bidirezionale tra sonno e longevita', concludono i ricercatori, ovvero chi ha il dono della longevita' ha anche il dono del dormir bene e viceversa. Ma se il buon sonno, che per quanto sia ritenuto di aiuto a mantenersi giovani, assicuri lunga vita, e in che modo, resta da dimostrare.

 

Dalla ricerca italiana una nuova speranza contro le leucemie.

Farmaci intelligenti attivano difese anticancro. Dalla ricerca italiana nuove speranze contro la leucemia linfoblastica acuta positiva al cromosoma Philadelpia, l'alterazione genetica piu' frequente nelle forme acute di leucemia fra gli adulti (20-30% dei casi) e negli over 50 (oltre il 50% dei casi). Un gruppo di ematologi dell'Azienda ospedaliero-universitaria Policlinico di Modena, guidati da Mario Luppi, ha dimostrato per la prima volta che nel midollo osseo di pazienti con leucemia Philadelphia sono presentilinfociti T, particolari 'soldati' del sistema immunitario, capaci di riconoscere e uccidere le cellule malate. La scoperta, pubblicata su 'Blood' e sostenuta da Ail Onlus, apre nuovi orizzonti nella cura di questo tumore del sangue. Permette infatti di studiare la possibilita' di somministrare farmaci mirati al difetto cromosomico della leucemia, capaci nello stesso tempo di favorire lo sviluppo di linfociti T antileucemici. Lo studio, su 10 pazienti, parte dall'osservazione che i malati di leucemia linfoblastica acuta Philadelphia-positiva, trattati con il farmaco 'intelligente' imatinib e in remissione da alcuni anni, mostravano un singolare aumento del numero dei linfociti normali nel midollo osseo. "La nostra idea - spiega Luppi in una nota - era che questi linfociti T potessero avere un ruolo attivo nel controllare e spegnere la malattia leucemica in questi pazienti. Pertanto abbiamo messo a punto una serie di metodiche di studio immunologico per dimostrare che questi linfociti - presenti in grande abbondanza sia nel midollo osseo sia, seppure con minore frequenza, nel sangue periferico - sono in grado di svolgere una funzione antitumorale, mediante la produzione di sostanze o citochine, come l'interferone gamma, e di esercitare un effetto diretto di lisi, ovvero di distruzione delle cellule leucemiche stesse". Le prove dell'esistenza e dell'efficacia di un'immunita' antileucemica sono state raccolte e descritte in questi anni pressoche' esclusivamente in pazienti sottoposti a trapianto di midollo osseo e cellule staminali periferiche. "Solo recentemente - continua Luppi - la presenza nel midollo osseo di cellule capaci di riconoscere e colpire cellule tumorali e' stata segnalata in pazienti pediatrici affetti da leucemia mieloide acuta ed in pazienti colpiti da mieloma multiplo e da tumori solidi. I nostri dati suggeriscono che anche nei pazienti con questo particolare tipo di leucemia linfoblastica acuta si possa cominciare pensare a nuove esperienze di immunoterapia, ovvero di terapia basata sulla espansione in vitro e sulla reinfusione di linfociti ad attivita' antileucemica specifica, in combinazione con le terapie gia' esistenti". Questo tipo di trattamento si e' gia' dimostrato efficace contro i linfomi causati da infezione da virus di Epstein-Barr, che insorgono in pazienti immunocompromessi, trapiantati di midollo o di organi solidi. "Nel campo delle leucemie c'e' ancora moltissima strada da fare - precisa Giuseppe Torelli, direttore della Struttura complessa di ematologia del Policlinico di Modena - ma il nostro gruppo sta attivamente collaborando con il gruppo di Patrizia Comoli del Policlinico San Matteo di Pavia", co-autore della ricerca, "per sviluppare un programma di studio volto all'espansione di linee cellulari T citotossiche antileucemiche, come gia' viene fatto a Pavia per linee cellulari T citotossiche anti-virus di Epstein-Barr". L'attivita' antileucemica dei linfociti T e' stata dimostrata in tutti i 10 pazienti in terapia con imatinib, suggerendo che possa esistere una relazione e una sinergia tra l'azione antitumorale diretta del farmaco e l'effetto antitumorale indiretto del sistema immune. "Il nostro laboratorio - evidenzia Luppi - sta producendo dati, ancora non pubblicati, che mostrano come questo effetto antileucemico si possa riscontrare nel midollo osseo di pazienti con la stessa malattia, ma in corso di trattamento con altri inibitori di tirosin-chinasi, quali il nilotinib". Infatti "e' ipotizzabile che il fenomeno da noi descritto sia un fenomeno piu' generale, che possa valere la pena di essere studiato anche in altri contesti clinici, ed in particolare anche in pazienti con tumori solidi, attualmente in cura con farmaci appartenenti alla stessa classe di inibitori", conclude l'ematologo.

 

Tutti i segreti per vivere bene fino a cent'anni

Muoviti, muoviti. Stare fermo sta male. Qualcuno propone trentamila passi a settimana. Praticamente quindici chilometri. Mettere in moto le fibre muscolari, le articolazioni, la circolazione sanguigna, il cuore. Magari all'aria pulita, senza lo smog che avvelena ed imputridisce i nostri polmoni. Senza esagerare, evitando lo sport sfrenato. Non dimenticando di allenare anche il cervello, mantenendolo scattante, quanto e più del corpo. Vivere fino a cent'anni, forse. La ricetta c'è. E, secondo gli esperti, è molto semplice. Basta invecchiare bene, con la prevenzione, con il vivere adagio ma con brio. Una lunga vita in salute. Il sogno di tutti. Nei laboratori di tutto il mondo si studiano i geni di longevità, e il modo per tenerli attivi. I mitocondri, la chiave di svolta. Parte fondamentali della cellula umana, praticamente i motori della nostra esistenza microbiologica. Se invecchiano loro, se si “addormentano”, per il nostro organismo è la fine. Mission? Mantenerli giovani. Via agli studi. Dagli Stati Uniti si sperimentano il coenzima Q10 e l’acido alfa-lipoico, che fa pulizia dei radicali liberi. Oppure l’ormone angiotensina II, che bloccherebbe, l’azione di Nampt e Sirtuina 3, due geni della longevità. Se si blocca l’ormone, si vive di più. Ricerche, ricerche. Magari ci vorranno anni per portarle a compimento. Avranno poi uno sviluppo positivo? Questo non è dato saperlo. Intanto si può prevenire con un corretto stile di vita. Attività fisica la migliore medicina, anche a novant’anni. Magari riscoprire il sesso, che rientra nel novero delle cose che mantengono giovinetti. E poi il bel mangiare, sinonimo di buon mangiare. Frutta e verdura a più non posso, dieta variegata, taglio ai grassi. Se possiamo, dicono i medici, evitiamo i cibi ghiottoni che però si trasformano in adipe o le schifezze da fast-food. Scordiamoci le sigarette e limitiamo gli alcolici al buon caro vecchio bicchiere di vino da dividere durante i pasti giornalieri. Evitare l’abuso di farmaci, in particolare antidepressivi o sonniferi e vivere all’aria aperta. Tenersi allenati anche mentalmente, intessendo e mantenendo relazioni sociali. Sorpresa delle sorprese, uno dei migliori alleati contro l'Alzheimer sono i videogames dei vostri nipotini. A quanto pare stimolano la creatività e la sensorialità.

  

I cibi spazzatura sollecitano neuroni gratificazione e creano dipendenza   

A dirlo è una ricerca, pubblicata sulla rivista "Nature Neuroscience", condotta da un gruppo di studiosi della Florida. Tra i vari alimenti è la categoria dei “junk food”, cibi spazzatura dannosissimi per la salute in quanto caratterizzati da un alto contenuto di sale, grassi, conservanti, additivi e zuccheri, creare il tasso più alto di dipendenza. E’ questo il risultato, pubblicato sull’importante rivista scientifica “Nature Neuroscience”, a cui sono approdati alcuni ricercatori dello Scribbs Research Institute, Florida. Gli scienziati sono riusciti a dimostrare come siano proprio questi cibi a sollecitare maggiormente i neuroni della gratificazione. Gli studiosi sono approdati all’importante risultato, dopo aver condotto per un mese e mezzo numerosi test, divisi in due differenti fasi, su topi da laboratorio alimentati con una dieta, ricchissima di grassi, a base di bacon, salsicce, torte e cioccolato. Nella prima fase ai topolini è stata concessa la libertà di poter mangiare liberamente, con il risultato che ben presto gli animali sono diventati obesi mentre nel loro cervello il sistema di gratificazione diventava via via più pigro. Le cavie infatti ogni giorno avevano bisogno di una sempre maggiore quantità di stimoli piacevoli, ottenuti aumentando in continuazione il consumo di porzioni di junk food. Nella seconda fase dell’esperimento i ricercatori dello Scribbs Research Institute hanno invece accompagnato a ogni somministrazione di cibo una piccola scossa elettrica. Nonostante l’introduzione di questo “fastidioso” fattore, come hanno potuto notare gli studiosi americani, i topolini però non riuscivano ugualmente a restare lontani dalle vaschette di junk food, a dimostrazione del fatto che il meccanismo di dipendenza era ormai ampiamente innescato. I topolini come hanno spiegato Paul Jonhson e Paul Kenny, due dei ricercatori che hanno condotto la ricerca, nella seconda fase infatti hanno perso totalmente “il controllo del loro comportamento”, continuando a mangiare in modo davvero esagerato anche in presenza della scossa elettrica, elemento che certo non avrebbe dovuto incentivare gli animali a consumare le porzioni di junk food. E’ questo, hanno concluso i due ricercatori dello Scribbs Research Institute, è il segno inequivocabile che ormai nel cervello dei topolini si era creata una dipendenza, proprio come avviene in molte persone gravemente in sovrappeso che, nonostante gli sforzi, non riescono a limitare il loro consumo di cibo pur rendendosi perfettamente conto delle conseguenze negative che tutto ciò comporta per la loro salute.

 

Tumore al seno, per gli oncologi la strategia è personalizzare la terapia

E' la personalizzazione della terapia la strategia-chiave nella lotta al tumore al seno. Almeno per 10 mila delle 38 mila donne che si ammalano ogni anno: positive al recettore HER2, possono essere salvate grazie a un farmaco mirato, un anticorpo chiamato trastuzumab, che ha gia' consentito di ridurre la loro mortalità del 30% circa. E' quanto emerso in occasione della Conferenza Nazionale dell'Associazione Italiana Oncologia Medica (Aiom) che si e' aperta oggi a Catania. ''Le caratteristiche biologiche del tumore - spiegano gli oncologi - sono la chiave per 'disinnescarlo': l'esempio del recettore HER2 dimostra come un test di laboratorio sia riuscito a cambiare la storia naturale del cancro del seno''. Tuttavia, a 10 anni dall'introduzione del test nella pratica clinica, il margine di errore di interpretazione resta del 20%. ''Le ragioni principali - spiega Pierfranco Conte, direttore del Dipartimento di Oncologia del Policlinico di Modena e Reggio Emilia - sono organizzative. E' fondamentale, ad esempio, che la ricerca venga eseguita subito dopo il prelievo del campione, per evitare che si deteriori. Indispensabile la competenza del personale ma anche la frequenza con cui si esegue l'esame, e servono procedure di verifica della qualità del test che, inoltre, va ripetuto nel tempo''. Il test HER2, sottolinea l'AIOM, puo' fare da apripista per altri tumori, esprimendosi anche in altri organi. Fondamentale, secondo Carmelo Iacono, presidente dell'AIOM,  è inoltre ''ripensare l'intero sistema assistenziale per adeguarsi ai progressi terapeutici. In primo luogo, con un più stretto link fra laboratorio e reparto. AIOM già si è mossa, prima in Europa, nel definire una collaborazione strutturata con i patologi, con l'obiettivo di ottenere diagnosi sempre piu' rapide ed accurate''.

 

Allergici agli acari? Non mangiate molluschi e crostacei

Si chiama cross-reaction, o reazione crociata e colpisce circa il 40% degli allergici. E' quel fenomeno per cui certi alimenti possono far peggiorare i sintomi del disturbo. Così se si è allergici alle graminacee, la situazione può peggiorare con le albicocche, anguria, ciliegie, kiwi, melone, mele, pesche, pomodori e prugne. Se, invece, si è allergici al pelo e alla forfora del cane o del gatto, bisogna fare attenzione alle uova e a tutti i cibi che le contengono. Questa interazione è stata scoperta da alcuni ricercatori che, studiando il motivo per cui gli abitanti del Sud della Francia non soffrono di allergie respiratorie, hanno visto che questa sorta di “immunità” è dovuta al fatto che nella loro dieta entrano regolarmente uova di quaglia, che contengono, infatti, sostanze che contrastano gli allergeni dei pollini delle graminacee. Ma così come ci sono gli alimenti che aiutano a contrastare le allergie, ce ne sono di altri che, invece, peggiorano i disturbi, o addirittura, li possono scatenare. Se si è allergici agli acari della polvere, per esempio, si devono evitare i crostacei, molluschi e lumache. Questi alimenti, infatti, contengono delle sostanze che sono simili ai pollini e alle polveri che scatenano le allergie. Se si possiede una sensibilità alle muffe e alle spore dei funghi, gli esperti consigliano di stare alla larga dall'aceto, dagli stessi funghi, dallo yogurt, lievito di birra e alcuni formaggi fermentati. In pratica, in base all'allergia, nei periodi più critici, come la primavera per i pollini, si dovrebbe evitare del tutto di consumare cibi che potrebbero scatenare la cross reaction. Divieto assoluto invece per tutto l'anno per i cibi che interagiscono con l'allergia agli acari, perché le reazioni che ne derivano possono essere anche gravi. Secondo gli esperti, ci sono alimenti, invece, che in generale fanno male a tutti gli allergici perché contengono principi attivi che favoriscono la liberazione di istamina, una sostanza prodotta dal nostro organismo. Mentre non danno disturbo alle persone sane, in quelle allergiche, che hanno già un eccesso di istamina, possono peggiorare i sintomi. Tra questi, ci sono i formaggi (in particolare quelli fermentati), vino, cioccolato, pesce in scatola, salumi, birra, fegato, noci, nocciole e arance. Infine, se si è allergici all'aspirina, fenomeno in aumento negli ultimi 10 anni, bisogna fare attenzione a tutti i cibi che contengono direttamente i suoi principi attivi, cioè i salicilati. Tra i più comuni ci sono arance, datteri, fichi, frutti di bosco, uva passa e sultanina, pomodori, vino bianco, aceto di vino, caffè e tè.

 

BrainPort, la rivoluzionaria scoperta che permette ai ciechi di vedere        

Il merito è di BrainPort, un nuovo sistema messo a punto dalle Forze Armate americane e sperimentato da Craig Lundberg. Di cosa stiamo parlando se vi diciamo che è un dispositivo innovativo, il cui costo si aggira intorno ai 15 mila dollari, messo a punto dall’Institute of Regenerative Medicine delle Forze Armate americane e prodotto dalla Wicab, un’azienda dello Stato del Wisconsin? Se ancora non ci siete, ecco che vi serviamo un altro aiutino: questo sistema, al momento fuori commercio in quanto rappresenta ancora un prototipo tutto da perfezionare, ha già rivoluzionato la vita del militare inglese di 24 anni che è stato chiamato, per conto del Ministero della Difesa  britannica, a sperimentarlo e potrebbe in un futuro non troppo lontano aiutare tante persone ad uscire da quel “buio eterno” chiamato cecità. Stiamo parlando di BrainPort, ovvero del nuovo dispositivo che permette di riconvertire le immagini registrate da una videocamera digitale montata al centro di un paio di occhiali da sole in impulsi elettrici. Questi ultimi, a loro volta, vengono poi trasmessi a un dispositivo di plastica grande più o meno quanto un francobollo, una sorta di “lecca lecca” di appena 3 centimetri quadrati, che va tenuto in bocca e li riconverte in immagini. Il non vedente riesce così ad interpretare gli stimoli elettrici sui sensori della lingua e li trasforma in “immagini  mentali” che gli permettono di cogliere le forme, leggere le parole ma anche di vedere gli ostacoli che si frappongono nel suo cammino o che gli vanno incontro. Tutto questo è possibile grazie alle diverse intensità del formicolio che il non vedente prova tenendo il dispositivo in bocca e che corrispondono alla luce o all’oscurità dei pixel, punti base delle immagini che vengono registrate dalla videocamera, che gli permettono così di percepire se una cosa è chiara o scura come anche di individuare e aggirare eventuali ostacoli. Il sistema BrainPort, sfruttando il principio della sostituzione sensoriale, permette infatti alla persona cieca di far ricorso alla cosiddetta “vista linguale”, attivando i sensori sulla lingua piuttosto che i fotoricettori dell’occhio. Tuttavia le immagini che BrainPort permette di vedere come ha raccontato Craig Lundberg, la prima persona al mondo ad averlo sperimentato , sono “in bianco e nero” mentre le forme sono ridotte a “linee essenziali e semplici” come quelle in un disegno di un bambino. Ma niente paura perché per ovviare a questo inconveniente una soluzione a breve potrebbe esserci. Gli stessi esperti che hanno ideato BrainPort stanno cercando infatti di perfezionare il dispositivo e sperano, entro tempi relativamente brevi, di portare la nitidezza dell’immagine trasmessa dagli attuali 400 – 600 punti di informazione sul sensore a ben 3600 punti. E’ già allo studio inoltre una versione miniaturizzata del dispositivo che potrà esser fissata al palato o dietro i denti, in luogo di esser tenuta sulla lingua, al fine di permettere ai non vedenti di parlare o di mangiare mentre lo utilizzano. Intanto, nell’attesa che gli studi e le sperimentazioni vadano avanti, il compito principale di Craig Lundberg, il militare inglese che rimase ferito e perse la vista nel 2007 in Irak a causa dello scoppio di una granata, sarà quello di abituarsi a usare il sistema nella vita di tutti i giorni al fine di addestrare, in una seconda fase, all’uso del BrainPort altri 20 soldati britannici che hanno perso la vista sui campi di battaglia in Irak e Afghanistan. L’idea è infatti quella di estendere il progetto ad altri militari per poi, qualora BrainPort dovesse rivelarsi un successo, aiutare con il nuovo sistema tecnologico l’intera popolazione di non vedenti. In tal senso molto importante, per lo sviluppo ed il perfezionamento del BrainPort, sarà il lavoro di Craig Lundberg perché come ha spiegato il dott. Scott, medico del militare britannico, questa tecnologia per funzionare deve “essere sviluppata e perfezionata da non vedenti per non vedenti”.

 

Allergie ai pollini, i fermenti lattici probiotici aiutano a combatterle

I probiotici arrivano in soccorso delle persone allergiche. Una ricerca realizzata dall'Institute of Food Research di Norwich, in Gran Bretagna, ha mostrato come l'assunzione quotidiana di specifici fermenti lattici probiotici, aiuta il sistema immunitario a reagire al contatto con i pollini. Lo studio, pubblicato su Clinical and Experimental Allergy, parte dal presupposto che le allergie stagionali, sebbene non causate direttamente, sono favorite dalla rottura dell'equilibrio della flora batterica intestinale. Qui entrano in azione i probiotici che apportano benefici, soprattutto nel caso delle riniti allergiche, migliorando l'equilibrio microbico intestinale. La ricerca dell'istituto inglese, condotta dall'immunologo Claudio Nicoletti, ha posto sotto osservazione due gruppi di persone. Ad un gruppo è stato somministrato per due settimane un latte fermentato contenente fermenti lattici probiotici, ad un altro, per lo stesso periodo è stato dato un placebo. Nel primo gruppo si è rilevata una diminuzione del livello degli anticorpi IgE, che evidenziano la presenza di allergie e un aumento degli anticorpi IgG, che hanno una funzione protettiva dalle allergie. Nel secondo gruppo non si è evidenziato nessun cambiamento. "Lo studio, il primo condotto sull'uomo - ha detto Nicoletti - mette in evidenza come l'assunzione quotidiana di specifici fermenti lattici probiotici possa modificare le risposte del sistema immunitario al contatto con i pollini". L'immunologo ha fatto sapere che proseguirà le ricerche con uno studio più allargato, "per studiare i meccanismi d'azione dei probiotici sul sistema immunitario".

 

Tumori al seno, la mammografia non riduce il tasso di mortalità

La mammografia ''non riduce i tassi di mortalita' per tumore al seno nelle donne che fanno questo esame rispetto a quelle che non fanno prevenzione''. Inoltre in molti casi ''le diagnosi condotte in base a questo esame radiografico potrebbero essere sbagliate: si stima che migliaia di donne potrebbero essere state operate senza necessita'''. Sono i sorprendenti risultati di uno studio del Nordic Cochrane Centre in Danimarca, pubblicato sul British Medical Journal e di cui da' notizia il Daily Mail suo suo sito. L'indagine, durata 10 anni, e' stata compiuta su 110 mila donne, che hanno risposto ad alcune domande sui benefici dei programmi organizzati di screening. In particolare sono stati esaminati i tassi di mortalita' per tumore al seno in due regioni danesi che proponevano programmi di screening, confrontandoli con quelle delle regioni che invece non li prevedevano.

Lo studio ha scoperto che dall'inizio degli anni '90 i tassi di mortalita' delle donne tra i 55 ed i 74 anni diminuivano dell'1% nelle aree sottoposte a screening contro il 2% di quelle non sottoposte a screening. Per le piu' giovani (35-54 anni) calavano invece rispettivamente del 5% e 6%. ''La riduzione dei tassi di mortalita' per tumore al seno - scrivono i ricercatori - si spiegano probabilmente dal cambiamento dei fattori di rischio e dalle migliori cure. Crediamo sia ora di domandarci se lo screening ha portato i benefici sperati''. La mammografia era stata gia' al centro di polemiche negli Usa lo scorso novembre: la decisione di alzare da 40 a 50 anni l'eta' minima in cui e' consigliato l'esame radiologico del seno aveva sollevato una levata di scudi tra molti oncologi.

 

Svolta nella lotta contro i tumori

Uno scienziato italiano ha scoperto il ''trucco'': invece di ringiovanire invecchia, e cosi' fa morire i tumori. Si tratta di spegnere un gene (Skp2) che e' iperattivo in molti tumori. Spegnendolo si attiva il processo di senescenza cellulare e le cellule malate smettono di proliferare e muoiono. Resa nota sulla rivista Nature, la scoperta si deve all'italiano Pier Paolo Pandolfi, scienziato di fama mondiale che da anni lavora all'estero, oggi alla Harvard di Boston. ''E' gia' disponibile - ha anticipato Pandolfi intervistato dall'Ansa - un farmaco sperimentale anti-Skp2; lo abbiamo testato ed e' gia' in fase di sperimentazione clinica''. Poiche' il processo di senescenza e' universale, riguarda cioe' tutte le cellule malate del corpo, il farmaco sperimentale testato da Pandolfi potrebbe funzionare contro molti, se non tutti, i tumori.

 

CUORE A RISCHIO SE VITAMINA D E' CARENTE

 

Il latte si sa, fa bene alle ossa. Ora pero' un nuovo studio dell'Institute Intermountain Medical Center di Salt Lake City suggerisce che la vitamina D contribuisce ad avere un cuore forte e sano, e che inadeguati livelli possono far significativamente aumentare il rischio di ictus e malattie cardiache. Per piu' di un anno i ricercatori hanno osservato 27.686 pazienti di 50 anni o piu', con nessuna precedente storia di malattie cardiovascolari. I pazienti sono stati divisi in tre gruppi in base ai loro livelli di vitamina D: normale (piu' di 30 nanogrammi per millilitro), basso (!5-30 nanogrammi/ml) o molto basso (meno di 15 nanogrammi/ml). Lo studio ha dimostrato che nei pazienti con livelli molto bassi di vitamina D aumentava del 77 per cento le probabilita' di morte, del 45 per cento le probabilita' di sviluppare malattie coronariche, del 78 per cento delle probabilita' di avere un ictus rispetto a pazienti con livelli normali. Inoltre i pazienti con livelli molto bassi di vitamina D avevano anche due volte piu' probabilita' di sviluppare una insufficienza cardiaca rispetto a quelli con un normale livello di vitamina D. I risultati della ricerca saranno presentati oggi a Orlando in Florida all'American Heart Association's Scientific Conference. "Questo e' uno studio unico perche' l'associazione tra la carenza di vitamina D e le malattie cardiovascolari non e' stata consolidata", spiega Brent Muhlestein, direttore della ricerca cardiovascolare dell'Institute Intermountain Medical Center e uno degli autori dello studio. "Le sue conclusioni potrebbero prevenire le malattie e fornire un trattamento per aiutano a salvare vite umane". E' gia' stato dimostrato in passato che la vitamina D e' coinvolta nella regolazione del corpo di calcio, nel rafforzamento delle ossa, e, di conseguenza, la sua carenza e' associata a disturbi muscolo-scheletrici. Recentemente si e' invece dimostrato la associazione tra la vitamina D e la regolazione di molte altre funzioni corporee tra cui la pressione arteriosa, il controllo del glucosio e delle infiammazioni, tutti importanti fattori di rischio legati alla malattia di cuore. Da questi risultati, gli scienziati hanno ipotizzato che la carenza di vitamina D puo' anche essere collegata alla malattia del cuore stesso. Il dottor Muhlestein sottolinea anche che un gruppo di pazienti dello Utah ha fornito valide indicazioni: "Nello Utah vi e' un basso uso di tabacco e alcol, per questo siamo stati in grado di restringere il campo sugli effetti della vitamina D sul sistema cardiovascolare". I risultati sono stati piuttosto sorprendenti e importanti, continua Heidi May, epidemiologo, altro autore dello studio. "Siamo giunti alla conclusione che tra i pazienti con 50 anni di eta' o piu' anziani, anche una moderata carenza di vitamina D e' stata associata con lo sviluppo di malattia coronarica, insufficienza cardiaca, ictus, e morte". "Questo - aggiunge - e' importante perche' la carenza di vitamina D e' facilmente curabile". Ovviamente lo studio, di sola osservazione, non garantisce la certezza di un collegamento tra vitamina D e le malattie di cuore, pero' getta le basi per ulteriori studi. "Riteniamo che i risultati sono abbastanza importanti da giustificare sperimentazioni cliniche - conclude il dottor Muhlestein - per determinare con certezza quello che abbiamo scoperto".

 

SCOPERTA PARTE DEL CERVELLO ASSOCIATA A MEMORI

Una parte del cervello tradizionalmente associata alla memoria a lungo termine potrebbe essere rilevante anche per quella a breve termine. A scoprirlo e' stato un gruppo di ricercatori britannici e tedeschi mediante l'osservazione di pazienti affetti da patologie legate alla memoria. I risultati, riportati dal notiziario Cordis, dimostrerebbero la necessita' di ripensare le ormai accettate differenze funzionali ed anatomiche tra memoria a breve e lungo termine. Lo studio e' stato dedicato in modo particolare all'ippocampo, un'area del cervello nota per il ruolo rivestito in riferimento alla memoria a lungo termine, alla memoria spaziale e all'orientamento. E' inoltre una delle prime aree ad essere colpite dal morbo di Alzheimer, i cui sintomi sono appunto problemi di memoria e disorientamento. Per valutare la correlazione tra la memoria di lavoro e le relazioni con il pensiero legato a periodi piu' lunghi, i ricercatori hanno osservato pazienti affetti da epilessia del lobo temporale. Questa patologia causa una disfunzione nell'ippocampo, causando difficolta' per la memoria a lungo termine. I ricercatori hanno chiesto ai pazienti di osservare e memorizzare le immagini (fotografie) di oggetti quotidiani, come ad esempio le sedie in un soggiorno. Le prestazioni del gruppo sono state valutate a breve distanza dopo aver mostrato le immagini ai pazienti e l'attivita' cerebrale e' stata misurata a intervalli lunghi e brevi. "La memoria di lavoro consente la memorizzazione nel cervello - sotto forma di rappresentazioni attive - di eventi transitori", hanno spiegato i ricercatori. "Questa peculiarita' - hanno continuato - permette di adottare comportamenti mirati quali, ad esempio, l'assumere decisioni o imparare ad utilizzare le informazioni al di la' della loro disponibilita' sensoria transitoria".

 

ALLARME DIABETE, IN ITALIA 3, 5 MILIONI DI MALATI

Basta contare fino a dieci e una persona al mondo muore a causa del diabete. Oggi circa 285 milioni di persone hanno il diabete: un numero destinato a crescere tanto che le stime prevedono oltre 438 milioni di diabetici nel 2030, con incrementi vicini al 100% in alcune aree come l'Africa. Solo in Italia si contano tre milioni e mezzo di malati "ufficiali", piu' almeno un altro milione che non sa di essere diabetico. La Giornata Mondiale del Diabete, che si celebra il 14 novembre, e' l'occasione per ribadire che la persona con diabete puo' condurre una vita normale e attiva se impara a gestire la malattia. Il regolare monitoraggio del glucosio nel sangue, la gestione della malattia in stretta collaborazione con il proprio medico, e un corretto stile di vita sono la chiave per tenere sotto controllo la malattia. In questo senso la novita' piu' rilevante e' Accu Chek Mobile, lo strumento innovativo messo a punto da Roche Diagnostics che consente al paziente di tenere sotto controllo i valori ed eventualmente modificare lo stile di vita in base ai risultati ottenuti. Accu-Chek Mobile e' una rivoluzione nella misurazione della glicemia: e' il primo misuratore senza strisce, con 50 test su nastro all'interno dello strumento e nulla da smaltire dopo ogni test. Anche il pungidito Accu-Chek Fastclix e' integrato ed e' dotato di un caricatore contenente 6 lancette. Piu' di un terzo delle persone affette da diabete considera la misurazione della glicemia troppo complicata quando si e' lontano da casa: spesso il fatto di dover pensare a tutto il necessario da portare con se' per effettuare la misurazione costituisce un problema. Il nuovo sistema Accu-Chek Mobile supera gli ostacoli legati alla misurazione frequente della glicemia. La persona con diabete non deve piu' preoccuparsi di dover maneggiare e smaltire ogni volta le singole strisce reattive e le lancette gia' utilizzate: Accu-Chek Mobile le immagazzina al suo interno. Dopo ogni test, il nastro scorre automaticamente e si prepara per l'effettuazione di una nuova misurazione: lo strumento e' praticamente sempre pronto all'uso. Il nastro utilizzato viene infatti conservato all'interno dello strumento in una cassetta, che puo' essere facilmente smaltita dopo l'utilizzo dei 50 test. il "debutto" del nuovo strumento avverra' domani e sara' gratis: Roche Diagnostics a fianco di Diabete Italia offrira' in circa 300 piazze italiane per lo screening gratuito della glicemia.

 

GENETICA: SCOPERTO IL SEGRETO DEI CENTENARI

 New York- Un gruppo di ricercatori americani del'Albert Einstein College of Medicine of Yeshiva University ha scoperto per la prima volta in assoluto un legame diretto tra una mutazione genetica e la capacita' di vivere sopra i cento anni di eta'. La scoperta e' stata annunciata dalla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. I ricercatori hanno scoperto che nelle persone ultracentenaria e' presente una particolare forma di enzima che accelera il processo di ricostruzione dei telomeri. Queste strutture genetiche sono molto importanti perche' regolano la divisione cellulare e fanno in modo che durante questo processo il Dna si duplichi correttamente. Con l'eta' i telomeri tendono ad accorciarsi e con essi aumenta la possibilita' di errori nella duplicazione del corredo genetico delle singole cellule. La scoperta di queste strutture e' stata riconosciuta quest'anno con l'assegnazione del Premio Nobel per la medicina a un trio di scienziati americani fra cui anche Elizabeth Blackburn. I ricercatori hanno studiato il Dna di un particolare gruppo di persone, gli Ashkenazi e in particolare un gruppo di ultra novantenni. "I telomeri - ha spiegato Gil Atzom, responsabile del LonGenity Project - sono solo un elemento del puzzle che porta a scoprire i segreti della longevita'. Le questioni che ci hanno spinto a fare questa ricerca sono due. La prima e' se nelle persone ultracentenarie i telemori sono piu' lunghi rispetto alla media. La seconda e' vedere se in queste persone esistono anche delle variazioni nei geni che regolano la struttura dei telomeri". La risposta a entrambe le domande e' positiva. Nello specifico i ricercatori hanno scoperto che la maggior lunghezza dei telomeri e' legata a una specifica mutazione genetica ereditaria. Questa mutazione permette a queste persone di aumentare il processo di riparazione dei telomeri e quindi a mantenerli piu' lunghi nel corso della vita.

 

ECCO PERCHE' LA DIETA RENDE DEPRESSI, RICERCA

 New York- Ridurre i grassi nell'alimentazione fa bene all'umore ma che cosa succede quando tagliamo su pasta e pane, ovvero i carboidrati? Tante persone alle prese con la dieta gia' lo sanno, ma ora arriva la conferma da una ricerca australiana: diventiamo depressi. Le diete con bassissimo contenuto di carboidrati sono spesso prescritte ai soggetti sovrappeso o obesi per aiutarli a dimagrire, ma nel lungo termine possono influire negativamente sul loro umore, sembra suggerire questa ricerca. L'equipe della Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization di Adelaide, Australia, ha diviso 106 adulti sovrappeso od obesi in due gruppi: uno ha seguito per un anno una dieta molto povera di carboidrati ma ricca di grassi (come sono ad esempio la dieta Atkins o anche la vecchia dieta punti), l'altro uno schema piu' ricco di carboidrati ma povero di grassi (come la dieta mediterranea). Periodicamente e alla fine dello studio, gli scienziati hanno non solo controllato il peso dei partecipanti, ma anche il loro umore. Dopo un anno, i pazienti avevano perso in media 13,7 Kg senza differenze tra i due gruppi. Inoltre, dopo le prime otto settimane di dieta, l'umore era migliorato in entrambi i casi. Ma passato questo periodo di tempo, le persone che seguivano la dieta con piu' carboidrati continuavano a registrare un miglioramento dell'umore, mentre quelli che facevano le dieta senza pane e pasta erano tornati verso uno stato d'animo depresso. "Questi risultati suggeriscono che alcuni elementi della dieta con pochi carboidrati potrebbero avere effetti negativi sull'umore e quindi, nel lungo termine, nuocere anche alla perdita di peso", scrivono i ricercatori sugli Archives of Internal Medicine. "I risultati ci hanno sorpreso", aggiunge il coordinatore dello studio, dottor Grant D. Brinkworth: "Pensavamo che con la perdita di peso l'umore sarebbe migliorato in tutti i pazienti, ma non e' stato cosi'. Chi mangiava pochissimi carboidrati, dopo un iniziale miglioramento, tornava a scivolare nella depressione". Una spiegazione puo' essere anche il fatto che seguire un'alimentazione senza pane, pasta e pizza rende piu' difficile partecipare alla vita sociale, ovvero a pranzi e cene con gli amici, secondo l'equipe australiana. "Si tratta di diete molto lontane dal nostro schema di alimentazione normale, pieno di pane, pasta o anche frutta", nota Brinkworth. "Una dieta troppo difficile da seguire diventa uno stress". Meglio allora il vecchio consiglio: continuare a mangiare di tutto, ma in quantita' ridotte.

 

MOLECOLA A FORMA ELICA PER BATTERE IL CANCRO

Washington. - Un team di ricercatori di Harward ha scoperto un sistema innovativo per rendere inoffensiva una proteina chiave nello sviluppo dei tumori finora resistente a tutte le terapie farmacologiche. Sono riusciti a creare una molecola a forma di elica, battezzata SAHM1, che riesce a bloccare l'attivita' cancerogena della super-proteina Notch1. Si tratta di un cosiddetto 'fattore di trascrizione', cioe' una molecola che controlla l'attivita' (attivandoli o spegnendoli) di alcuni geni che innescano i tumori. La novita' e' che malgrado Notch1 fosse nota da anni finora non era stata individuata un arma efficace. La scoperta, pubblicata sul numero di domani di Nature, e' frutto del lavoro dei team Di James Bradner, biochimico e oncologo del Dana-Faber Cancer Institute di Harward e dal suo collega Greg Verdine. SAHM1 apre la strada a un nuovo gruppo di farmaci diretti contro i 'fattori di trascrizione'. I ricercatori di Harward si sono accorti che Notch1 ha un punto debole: una porzione a forma di elica che gli serve per unirsi ad altre molecole o con i recettori. Le due squadre sono riuscite a creare una sorta molecola "esca", appunto SAHM1 a sua volta a forma di elica, che riesce a trarre in inganno Notch1 e a bloccarne l'attivita', fermando la crescita del tumore.

 

ALLO STUDIO FARMACO CONTRO TUMORE A POLMONI

 Londra- E' in via di sviluppo una nuova pillola potrebbe curare una delle forme piu' letali di tumore ai polmoni. Un gruppo di ricercatori dell'Imperial College di Londra ha scoperto che un farmaco potrebbe essere capace di distruggere una forma di cancro ai polmoni considerata inoperabile, tant'e' che uccide piu' di nove pazienti su dieci. Secondo quanto riportato da un articolo della rivista Cancer Research, il nuovo trattamento agisce bloccando la crescita delle cellule tumorali e, infine, facendole autodistruggere. In piu' della meta' dei trial condotti sui topolini, il trattamento - che sembra non avere effetti collaterali - ha eliminato tutte le tracce del tumore. "Se ottenete una diagnosi di questo tipo di tumore - ha spiegato Michael Seckl, oncologo molecolare che ha coordinato lo studio - le vostre probabilita' di sopravvivenza sono molto piccole. Negli ultimi 30 anni abbiamo fatto molto pochi progressi nel suo trattamento. Questo e' il motivo per cui e' cosi' eccitante. E' piuttosto raro vedere un farmaco in grado di far scomparire questi tumori. In questa forma di cancro al polmone le cellule cancerogene si diffondono rapidamente in modo che e' davvero molto raro riuscirle a rimuovere il tumore attraverso interventi chirurgici. Anche se inizialmente la chemioterapia riesce a contenere il tumore, ben presto le cellule cancerogene diventano resistenti al trattamento. E purtroppo la maggior parte dei malati muore. Ecco perche' sarebbe davvero rivoluzionario se il farmaco in via di sviluppo nei laboratori inglesi si dimostrasse efficace anche negli esseri umani. Secondo i ricercatori, il nuovo trattamento potrebbe permettere ai pazienti che hanno questo tumore di sopravvivere dai 5 ai 10 in piu'. "I primi risultati di questo studio - ha commentato Joanna Owens del Cancer Research del Regno unito - sono impressionanti, ma avremo bisogno di attendere ulteriori risultati di studi clinici prima di sapere se i farmaci potrebbero essere utilizzati sui pazienti".

 

MORTALITA' RIDOTTA SE ANZIANI CAMMINANO VELOCI

 Londra- Le persone anziane che camminano lentamente hanno tre volte piu' probabilita' di morire per problemi di cuore. In generale, hanno il 44 per cento di morire per vari motivi rispetto a quelli che camminano veloci. Almeno questo e' quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della University Pierre and Marie Curie di Francia e pubblicato sulla rivista British Medical Journal Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno coinvolto nella ricerca 3.208 uomini e donne sane di eta' compresa tra i 65 e gli 85 anni. Gli uomini sono stati valutati come "camminatori veloci" se facevano piu' di 1,85 metri al secondo e "camminatori lenti" se riuscivano a coprire in un secondo solo 1,5 metri. Le donne, invece, sono state valutate come "camminatrici veloci" se riuscivano a percorrere 1,85 metri al secondo e "camminatrici lente" se in un secondo coprivano una distanza di soli 1,35 metri. In cinque anni di studio gli scienziati hanno scoperto che coloro che camminavano piu' velocemente hanno avuto molte meno probabilita' di morire, soprattutto per problemi di cuore. Secondo i ricercatori, questo perche' lo sforzo fisico che si fa camminando in maniera piu' rapida permetterebbe agli anziani di mantenere un cuore sano. E' stato infatti dimostrato che camminare velocemente aumenta i livelli di colesterolo "buono" nel sangue e questo puo' ridurre le probabilita' di soffrire di malattie cardiache. Inoltre, secondo i ricercatori, non e' escluso che i primi sintomi dell'insorgenza di qualche problema al cuore, non diagnosticata, possano indurre le persone a camminare piu' lentamente. "Questi risultati - hanno concluso i ricercatori - dimostrano che la valutazione di performance motorie con misure semplici, come la velocita' nel camminare, possano essere eseguite in modo facile. E (i risultati dimostrano) che il ruolo del fitness nel preservare la vita e' importante negli anziani".

 

CHIP ITALIANO PER PREVENIRE INFEZIONI IN OSPEDALE

 Roma- Quanti contatti ci sono in ospedale tra personale sanitario, medici, pazienti e visitatori? Ricostruire sttrette di mano e incontri che ogni giorno ci si scambia in un nosocomio puo' essere fondamentale per prevenire la diffusione di infezioni, a partire dall'influenza A, ed e' proprio l'obiettivo che si propone un progetto tutto italiano: un chip applicato su oltre 200 tra pazienti, personale sanitario e visitatori dell'Ospedale romano Bambin Gesu' in grado di ricostruire la matrice di tutti i contatti avvenuti in una settimana. "In questo modo - spiega Alberto Tozzi, medico del Bambin Gesu' che coordina l'esperimento - possiamo anche simulare la diffusione di alcune malattie all'interno di un ospedale. Il progetto e' partito la scorsa settimana, e si concludera' giovedi' o venerdi': al termine dai dati ottenuti ricaveremo una tabella che ricostruisca tutti i contatti, i tempi, i luoghi e le modalita'. Inoltre un gel igienizzante sul chip permettera' di valutare durata e frequenza del lavaggio delle mani, altro aspetto fondamentale per la prevenzione del contagio". In questo senso, un ruolo lo gioca certamente anche l'influenza A, che nelle ultime settimane ha visto proprio al Bambin Gesu' diversi ricoveri e un decesso: la tabella, spera Tozzi, servira' soprattutto "per creare simulazioni in grado di prevenire e contrastare la piaga delle infezioni ospedaliere e il passaggio di virus compreso l'H1N1".

 

LAVORARE DOPO LA PENSIONE FA BENE

New York- Le persone che anche dopo la pensione continuano almeno in parte a lavorare probabilmente godono di migliore salute fisica e mentale rispetto ai coetanei che smettono del tutto ogni attivita', secondo quanto suggerisce una ricerca americana. La scoperta, dicono gli studiosi, potrebbe tradursi in un consiglio per chi e' prossimo alla pensione: trovarsi una piccola consulenza per evitare uno stop totale dell'attivita' lavorativa. Ovviamente chi lavora in proprio e' facilitato, nota il Dr. Mo Wang, assistente di psicologia della University of Maryland, perche' e' piu' facile restare attivi anche in eta' anziana, magari in forma part-time. Il Dr. Wang e i colleghi hanno usato i dati raccolti tra piu' di 12.000 lavoratori americani. I partecipanti, che avevano tra i 51 e i 61 anni all'inizio dello studio (nel 1992), sono stati intervistati ogni due anni per un periodo di sei anni. Nel complesso, ha scoperto l'equipe di Wang, le persone che avevano continuato a tenersi in qualche misura attive riferivano meno malattie importanti come pressione alta, patologie cardiache, diabete e artrite nel corso dello studio rispetto ai coetanei che avevano scelto di smettere del tutto di lavorare. Questo dato non trovava spiegazione nell'eta' piu' avanzata o in condizioni di salute peggiori all'inizio dello studio, fanno notare i ricercatori sul Journal of Occupational Health Psychology. In piu', i pensionati ancora attivi risultavano godere di una migliore salute mentale: per esempio, erano meno soggetti a depressione. Tuttavia va notato che questi benefici emergevano solo quando la persona continuava a lavorare nel settore di sua competenza e non quando iniziava un'attivita' part-time in un altro campo. Questo accadeva probabilmente perche' la scelta di un nuovo lavoro era obbligata da necessita' finanziarie e non dal piacere personale o anche perche' una nuova occupazione implica sempre una dose di stress, visto che si devono imparare nuove mansioni o modificare le proprie abitudini. Ma perche' lavorare anche dopo la pensione (nel settore di cui ci si e' sempre occupati) fa cosi' bene al corpo e alla mente? Secondo il Dr. Wang, diversi fattori entrano in gioco. Continuare a lavorare aiuta gli adulti in eta' avanzata a mantenere uno stile di vita attivo simile a quello che avevano nel pieno dell'eta' lavorativa, a ridurre lo stress che deriva da una totale inattivita' e a mantenere parte di quella identita' che si fa coincidere con la propria posizione o carriera. Ovviamente cio' vale se si e' appassionati del proprio lavoro, continua Wang. Se il lavoro ha significato soprattutto stress, smettere potrebbe davvero essere la scelta giusta, ma anche in questo caso, meglio tenersi attivi, magari con gli hobby e lo sport.

 

ALZHEIMER, TEST MULTITASKING PER DIAGNOSI PRECOCE

Washington- Messo a punto un test multitasking, che richiede lo svolgimento di due compiti contemporaneamente, in grado di evitare che i sintomi causati dal morbo di Alzheimer vengano confusi con quelli della depressione. Lo ha annuncitao un gruppo di ricercatori dell'Universita' di Edimburgo in uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Neurology. Le persone che sviluppano l'Alzheimer sono affette da problemi di ragionamento e di memoria che possono essere facilmente confusi come segni di depressione. Di conseguenza molte diagnosi di Alzheimer vengono effettuate in ritardo, non permettendo quindi ai pazienti di usufruire di terapie e trattamenti validi all'inizio della malattia. Ecco perche' la scoperta dei ricercatori potrebbe essere di grande aiuto per questi pazienti. In pratica, i ricercatori hanno testato le capacita' multitasking di 89 pazienti affetti d'Alzheimer e da depressione. Ebbene, dai risultati e' emerso che quelli che soffrivano di demenza hanno raggiunto risultati piu' bassi ai test. Si tratta del primo studio che ha confrontato le prestazioni dei pazienti per effettuare una diagnosi precisa. I ricercatori sono convinti che questo possa essere un metodo molto efficace per fare diagnosi precoci.

 

TROPPA PALESTRA PUO' RIDURRE FERTILITA' NELLE DONNE

 Londra- Passare troppo tempo in palestra o fare troppi esercizi fisici al giorno puo' triplicare il rischio infertilita' nelle donne. Almeno questo e' quanto scoperto da un gruppo di ricercatori della University of Science and Technology della Norvegia in uno studio riportato sul quotidiano britannico Daily Telegraph. Mentre gli esperti concordano sul fatto che l'esercizio fisico ha degli effetti benefici sulla salute, gli scenziati norvegesi sono convinti che questi possano 'rubare' energia indispensabile per una gravidanza. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno coinvolto nello studio 3 mila donne, interrogate sulla frequenza, durata e intensita' della loro attivita' fisica tra il 1984 e il 1986. Dopo 10 anni, i ricercatori hanno interrogato le donne sulle loro eventuali gravidanze. Ebbene, dai risulati e' emerso che le donne che hanno fatto attivita' fisica intensa e molto frequente avevano piu' probabilita' di avere difficolta' a rimanere incinte. Anche prendendo in considerazione altre variabili, come eta', peso, stato civile e abitudini generali, i dati hanno mostrato chiaramente che le donne 'troppo in forma' hanno avuto un rischio triplicato di soffrire d'infertilita' rispetto alle donne che hanno fatto attivita' fisica moderata. Le donne giovani sono risultate piu' esposte a questo rischio. Tra le donne sotto i 30 anni d'eta' e che hanno fatto tanto esercizio fisico, un quarto di loro non e' riuscito a concepire durante i primi anni di tentativi. Tuttavia, i presunti 'danni' dell'attivita' fisica non sembrano essere permanenti. "La stragrande maggioranza delle donne alla fine e' riuscita ad avere un bambino", ha detto Lara Gudmundsdottir, che ha coordinato lo studio. I ricercatori non hanno ancora ben capito il perche' gli effetti non siano permanenti. Un'ipotesi potrebbe essere che con il tempo il profilo ormonale delle donne migliora. Gudmundsdottir ha consigliato alle donne che vogliono figli di "allentare un po'" con lo sforzo fisico ed evitare gli eccessi. "Crediamo che sia probabile che livelli molto alti di attivita' fisica abbiano un effetto negativo sulla fertilita', mentre l'attivita' moderata abbia effetti vantaggiosi", ha concluso.

 

INTERAZIONE TRA 2 GENI CAUSA LEUCEMIA AGGRESSIVA

 Bruxelles- L'interazione di due geni, entrambi cancerogeni presi singolarmente, puo' causare la leucemia aggressiva. E' quanto ha scoperto un gruppo di ricercatori dell'Accademia Sahlgrenska dell'Universita' di Gothenburg in uno studio pubblicato sulla rivista Blood e riportato dal notiziario Cordis. La leucemia e' causata dalla proliferazione dei leucociti nell'organismo. Esistono varie forme della malattia - ad esempio la leucemia acuta e quella cronica - alcune delle quali sono piu' aggressive di altre, come ad esempio la leucemia mielogena acuta (Aml). Nella leucemia i leucociti colpiti a volte invadono altri organi del corpo - spesso i linfonodi, il fegato o la milza - portando a una grave compromissione del sistema immunitario. In Svezia ogni anno la malattia viene diagnosticata in circa 900 persone. Il team ha fatto la propria scoperta mentre stava compiendo degli esperimenti su topi geneticamente modificati. Anche se i due geni sotto esame sono spesso presenti in forma mutata nella leucemia acuta, e' comunque raro che le mutazioni avvengano contemporaneamente. Finora gli scienziati credevano che i geni mutati causassero la stessa reazione: un'aumentata attivita' della proteina cancerogena Ras, che causa una piu' rapida proliferazione degli ematociti. "Si tratta di una scoperta sorprendente, che indica che alla base dello sviluppo dei tumori c'e' un meccanismo che ancora non e' stato individuato. Essa apre la strada a nuovi metodi per la lotta agli ematociti cancerosi che presentano mutazioni NF1", ha detto il professor Martin Bergo, che ha guidato la ricerca all'Accademia Sahlgrenska. Uno dei due geni riguarda i codici per la proteina Ras. L'altro gene, che riduce l'attivita' della proteina Ras, concerne i codici per la proteina NF1. Il team Sahlgrenska, che aveva lavorato in precedenza con due diversi tipi di topi - uno con la mutazione Ras e l'altro con la mutazione NF1 -, ha osservato il lento sviluppo della leucemia in entrambi i tipi di topi. Ma quando questi sono stati combinati insieme, e' stato osservato lo sviluppo di una forma di leucemia fortemente aggressiva nei topi che presentavano mutazioni in ambedue i geni. "Il corrispondente aumento nella segnalazione Ras non riesce a giustificare il forte aggravamento dell'aggressivita' della malattia e cio' significa che la proteina NF1 potrebbe avere un ruolo diverso nello sviluppo della leucemia di quanto si credesse finora, e magari non coinvolge affatto la proteina Ras", ha detto il professor Bergo. "La scoperta offre la possibilita' di sviluppare nuovi trattamenti per i pazienti che presentano mutazioni nella NF1", ha aggiunto. In collaborazione con un altro team dell'Accademia Sahlgrenska, i ricercatori stanno ora analizzando il ruolo della proteina NF1, per riuscire a sviluppare nuovi trattamenti per la leucemia aggressiva.

 

DA BATTERI SU NOSTRO CORPO SI CAPIRANNO MALATTIE

 Londra- Un gruppo di scienziati americani e' riuscito a tracciare l'intera mappa dei batteri che vivono su diverse aree del corpo umano, dalla testa alla pianta del piede, passando per la bocca, l'ascella, l'intestino e altre zone ancora. I batteri che convivono con l'uomo sono fondamentali per mantenere il nostro buono stato di salute. L'equipe della University of Colorado at Boulder ha scoperto, inaspettatamente, che le comunita' di batteri che vivono su un individuo sono molto diverse, non solo da persona a persona, ma anche sulla stessa persona. Gli scienziati sperano che il loro lavoro, pubblicato da Science Express, potra' essere utile alla ricerca clinica. Un giorno, per esempio, potrebbe essere possibile individuare zone del corpo umano dove effettuare trapianti di specifici batteri per curare alcune patologie. Lo studio dell'universita' del Colorado e' stato condotto su nove volontari sani a cui sono stati analizzati 27 siti diversi del corpo. E' cosi' emerso che le comunita' di batteri variano da persona a persona, ma anche da un sito all'altro sulla stessa persona, e anche sullo stesso sito e sulla stessa persona i risultati dei test possono essere diversi da un giorno all'altro. "Abbiamo tracciato la mappa piu' completa delle popolazioni di batteri che convivono con l'uomo", afferma il coordinatore della ricerca, dottor Rob Knight. "L'obiettivo e' capire qual e' il livello normale di batteri per un soggetto sano e che cosa accade quando sopravvengono invece delle malattie". Si stima che siano 100.000 miliardi i batteri che vivono sul corpo umano, o dentro. Svolgono in molti casi funzioni fondamentali per la nostra salute, per esempio partecipano allo sviluppo del sistema immunitario e alla digestione di alcuni cibi.

 

TUMORI: ONCOLOGI, MAMMOGRAFIA PER LE OVER 45

Roma- La mammografia di routine per le donne dai 50 ai 70 anni ha ridotto del 50% nell'ultimo ventennio la mortalita' per il tumore del seno. Ma ora e' tempo di rivederne i criteri. L'eta' per il primo esame va portata per tutte le italiane ai 45, come indicano le evidenze scientifiche. A lanciare questo appello alle Istituzioni sono i piu' autorevoli oncologi mondiali, riuniti fino a domani a Modena per il Convegno internazionale "Meet the Professor", un appuntamento scientifico di primo livello interamente dedicato al cancro della mammella. E proprio il modello emiliano viene portato come esempio: questa regione, prima in Italia, dal primo gennaio anticipera' lo screening di 5 anni rispetto allo standard ad oggi. Dai 45 ai 50 la mammografia va ripetuta ogni 12 mesi, dopo ogni 24. "Una misura da estendere al piu' presto in tutto il territorio nazionale - afferma il professor Pierfranco Conte, direttore del Dipartimento Integrato di Oncologia ed Ematologia del Policlinico universitario di Modena, presidente del Convegno -. Grazie all'effetto combinato di diagnosi precoce e maggiore efficacia delle terapie, oggi la sopravvivenza per questo tumore, che colpisce 38.000 italiane ogni anno, supera il 90%. Ma resta la piu' frequente causa di decessi nel sesso femminile fra i 35 e i 44 anni, con 7.800 casi stimati nel nostro Paese nel 2008. Vanno quindi sensibilizzate le donne ad aderire alla mammografia ma e' soprattutto necessario che le Istituzioni siano pronte a recepire le indicazioni che provengono dalla comunita' medico-scientifica. Siamo ormai tutti concordi: la soglia deve essere 45 anni. E ancor prima quando vi siano particolari fattori di rischio come altri casi di neoplasia in famiglia". Modena si conferma una punta di eccellenza dell'oncologia, anche grazie a collaborazioni con prestigiosi centri. Fra questi L'M.D. Anderson di Houston (Texas) il piu' grande ed importante al mondo, guidato dal prof. Gabriel Hortobagyi che co-presiede il Convegno.

 

LEUCEMIA, NUOVO FARMACO UCCIDE CELLULE MALATE

 Londra- Gli scienziati irlandesi che hanno realizzato la scoperta la considerano "rivoluzionaria": si tratta di un nuovo farmaco in grado di uccidere le cellule della leucemia. La molecola, ribattezzata PBOX-15, distrugge le cellule cancerose nei pazienti adulti con una prognosi negativa che hanno mostrato resistenza ad altri trattamenti. Il Professor Mark Lawler del Trinity College Dublin chiarisce che occorreranno dai tre ai cinque anni prima che la scoperta della sua equipe si traduca in un farmaco utilizzabile per la cura della leucemia. "Siamo ancora nelle prime fasi dello sviluppo della molecola; dobbiamo effettuare altri studi fondamentali, per esempio capire quali possano essere gli effetti collaterali", dice il professore. "Ma i primi risultati sono molto promettenti, vogliamo dare questa nuova speranza ai malati di cancro", aggiunge Lawler. Lo studio e' frutto di una collaborazione tra scienziati irlandesi (Trinity College Dublin, St James's Hospital, sempre a Dublino, e Belfast City Hospital) e italiani (dell'Universita' di Siena). Il Professor Lawler spiega che, nei test condotti sui pazienti affetti da leucemia, il farmaco ha attaccato e spezzato la struttura delle cellule malate. Il farmaco si e' dimostrato efficace anche nel trattamento della leucemia linfocitica cronica (Llc), il tipo di tumore del sangue e del midollo osseo che rappresenta la forma di leucemia piu' comune tra gli adulti nel mondo occidentale. Secondo l'equipe di Lawler, il PBOX- 15 e' risultato piu' efficace delle attuali cure usate per curare la malattia e ed e' riuscito a uccidere anche le cellule dell'Llc resistenti agli altri farmaci, come si legge sulla rivista Cancer Research.

 

INFLUENZA A: VIROLOGI, ECCO LE 10 COSE DA SAPERE

 Roma- Le 10 domande sull'influenza A (e le risposte). L'Associazione italiana per la ricerca sui virus, Airv, a fronte della crescente richiesta di informazioni sull'Influenza A/H1N1, propone un decalogo supersintetico per affrontare informati la pandemia: 1) Perche' questa influenza si propaga cosi' velocemente? La propagazione del virus e' particolarmente veloce perche' il virus e' nuovo e coglie il sistema immunitario completamente impreparato. L'influenza stagionale, invece, e' una variante di virus che la popolazione ha gia' incontrato negli anni passati, per cui la parziale immunita' presente nelle comunita' ne limita e rallenta il contagio. 2) Come si trasmette? Le vie d'ingresso del virus nel nostro corpo sono la bocca, il naso e gli occhi. Il virus si trasmette da persona a persona o direttamente mediante microgocce espulse parlando, con colpi di tosse e starnuti, oppure indirettamente quando le nostre mani toccano una superficie contaminata e poi le portiamo senza pensarci a bocca, naso o occhi, nostri o altrui. Ricordiamo che il virus ama l'umidita', il sovraffollamento, teme il forte calore e... la pulizia! Per cui a rischio sono tutti i luoghi di raduno (come nelle ore di punta) dove ci si respira 'addosso'. 3) La vaccinazione e' efficace? Il vaccino, protegge dal virus almeno 8 persone su 10, e riduce drasticamente la diffusione del virus. 4) La vaccinazione e' sicura? Il vaccino non contiene virus infettante e le sostanze cosiddette 'adiuvanti', che aiutano il sistema immunitario a reagire al materiale vaccinale, sono sicure. Il vaccino non va somministrato a persone con ipersensibilita' alle proteine dell'uovo o ad altri componenti del vaccino e a persone che abbiano manifestato reazioni allergiche o reazioni di tipo neurologico in seguito a precedenti vaccinazioni anti-influenzali. La vaccinazione e' sconsigliata a chi soffre di malattie autoimmuni. 5) Chi si deve vaccinare? Oltre agli operatori che assicurano i servizi pubblici, il vaccino e' consigliato a gravide al secondo e terzo trimestre di gravidanza, a donne che hanno partorito da meno di sei mesi o coloro che accudiscono neonati, a bimbi nati da meno di 24 mesi gravemente pretermine, a bambini, adolescenti e adulti compresi tra 6 mesi e 27 anni. Infine alle persone portatrici di malattie croniche dell'apparato respiratorio, diabete, cardiopatie, obesita' etc. (l'elenco completo e' riportato al comma 2 dell'art. 1, Ordinanza ministeriale 11/09/2009). 6) Quali sono i sintomi nell'adulto? L'esordio e' brusco, con febbre a 38'C o superiore, con combinazioni di sintomi quali malessere generalizzato, sudorazione e brividi, spossatezza, mal di testa, tosse, mal di gola o congestione nasale. 7) Quali sono i sintomi nel bambino? Nei bambini, oltre ai sintomi degli adulti, e' importante tener presente che i piu' piccoli non sono sanno descrivere sintomi, ma possono manifestare segnali quali irritabilita', pianto, inappetenza; nel lattante l'influenza e' spesso accompagnata da vomito e diarrea e solo eccezionalmente da febbre; occhi arrossati e congiuntivite sono caratteristici dell'influenza nei bambini in eta' prescolare, in caso di febbre alta e, infine nei bambini da 1 a 5 anni le manifestazioni influenzali sono spesso accompagnate da infiammazione della gola, bronchite e febbre alta. 8) Quando e' il caso di chiamare il medico? Non prendere l'iniziativa di recarsi presso l'ospedale, ma chiamare il proprio medico se compaiono sintomi di allarme, che sono, negli adulti: fiato corto o respiro affannoso, dolore o senso di compressione al torace o all'addome, improvvisa vertigine, confusione mentale, vomito grave o persistente; nei bambini: respiro frequente e difficoltoso, colorito scuro-bluastro, mancanza di sete, forte sonnolenza e scarsa interazione con gli altri, forte irritabilita', tanto da non voler essere toccato, iniziale miglioramento dei sintomi influenzali, seguito da nuovo peggioramento con febbre e aggravamento della tosse, febbre accompagnata da eruzione cutanea. 9) Come si puo' evitare il contagio e limitare la diffusione del virus? Evitare i luoghi a rischio, scegliere grandi stanze per le riunioni che non si possono evitare e distribuirsi a distanza, non usare oggetti o strumenti altrui, evitare le strette di mano. Lavarsi le mani con cura e spesso con sapone (per almeno 40 secondi) o detergenti per le mani a base di alcol o amuchina (per almeno 20 secondi). Poi evitare gli stress, mangiare sano e bere molti liquidi. Vaccinarsi! Se si e' malati stare a casa e proteggere gli altri dai propri colpi di tosse o starnuti. Mascherine e i respiratori N95 possono aiutare. 10) Come si proteggono i bambini piccoli? Occorre evitare di esporli alle proprie e altrui secrezioni, dunque proteggerli da colpi di tosse/starnuti mentre lo si alimenta ed evitare che vengano toccati da chi non lo accudisce. Tutto quel che viene portato alla bocca dei piccoli (giocattoli, etc.) e' a rischio se ha toccato superfici contaminate. Se il piccolo si ammala, continuare ad allattarlo al seno, anche se la mamma e' influenzata: il latte materno e' la migliore medicina, e trasmette al bambino gli anticorpi che la mamma va producendo contro il virus. Se il piccolo e' troppo debole per succhiare, puo' bere il latte da una tazza, un biberon, un contagocce. 

 

IL POMODORO? OTTIMO PER LE DIETE, STUDIO

 Londra- Il pomodoro non fa ingrassare. E non solo perche' contiene poche calorie. Una nuova ricerca condotta dall'Universita' di Reading (Gran Bretagna) ha infatti scoperto che questo frutto rende piu' sazi, diminuendo l'appetito e quindi l'eccesso di cibo. "I nutrizionisti sanno da tempo che una dieta di frutta e verdura aumenta le probabilita' di diminuire di peso, e che i vegetariani sono tendenzialmente piu' magri", ha detto Julie Lovegrove, ricercatrice a capo dello studio di cui ha presentato i risultati a una conferenza in Francia. "Tuttavia, riteniamo che i composti contenuti in alcuni vegetali, come ad esempio il pomodoro, fanno sentire lo stomaco piu' pieno". I ricercatori hanno infatti chiesto a dei volontari di mangiare diversi tipi di sandwich al formaggio e conditi con carota o pomodoro, e poi hanno chiesto loro quale li facesse sentire piu' sazi. Il pomodoro ha avuto piu' successo, e i ricercatori ritengono che cio' sia dovuto al licopene, un composto che abbasserebbe il livello degli ormoni dell'appetito dando sazieta'. "Si tratta di uno studio piccolo, e non sappiamo ancora con esattezza quale sia il composto chiave, ma questi risultati sono significativi", ha detto Lovegrove.

 

NO AD ASPIRINA PREVENTIVA CONTRO INFARTO E ICTUS

 Londra- L'uso dell'aspirina per tenere lontani infarto e ictus e' indicato solo per le persone che hanno problemi cardiovascolari: chi non ha sintomi non dovrebbe prendere l'aspirina a scopo preventivo, sostengono i ricercatori britannici. Lo studio, realizzato dal Drugs and therapeutics bulletin (Dtb), afferma che l'aspirina puo' causare gravi emorragie interne e non previene le morti per malattie cardiovascolari. Secondo i ricercatori, i medici dovrebbero valutare quali dei loro pazienti assumono l'aspirina a scopo "preventivo" e fermare quelli che non ne hanno veramente bisogno. L'aspirina a basso dosaggio e' molto usata dalle persone che gia' hanno avuto un infarto o un ictus per evitare nuovi episodi cardiovascolari. Questo approccio - noto come "prevenzione secondaria" - e' supportato da prove e da benefici ormai comprovati. Ma molte migliaia di persone in Gran Bretagna, dicono le statistiche, prendono l'aspirina come misura preventiva gia' prima di aver avuto alcun sintomo cardiaco. Secondo il Dtb, una recente analisi di sei trial che hanno coinvolto un totale di 95.000 pazienti, pubblicata dalla rivista Lancet, non conferma l'opportunita' di usare l'aspirina come "prevenzione primaria", ovvero assunta regolarmente, nei pazienti che, pur se in alcuni casi a maggior rischio (diabetici, ipertesi, o semplicemente over-50), non hanno mai avuto segni di malattia cardiovascolare. Infatti, l'impatto sulla riduzione della mortalita' e' quasi nullo, mentre e' alto il rischio di gravi emorragie gastrointestinali. Secondo il Professor Steve Field, presidente del Royal college of general practitioners britanico (l'associazione che rappresenta i medici di base del Paese), sostiene che il Dtb e' una fonte molto autorevole di linee guida e che le raccomandazioni sull'uso dell'aspirina verranno dunque prese in considerazione dai medici inglesi. Chiarisce June Davison della British heart foundation: "E' provato che l'aspirina puo' prevenire infarti e ictus in chi gia' soffre di malattie cardiocircolatorie e questo gruppo di persone dovrebbe quindi continuare a prendere l'aspirina in base a quanto prescritto dal medico. Invece, per quelli che non hanno malattie cardiocircolatorie, il rischio di gravi emorragie e' troppo alto rispetto ai benefici". Niente aspirina, dunque, in questi casi: meglio allontanare il pericolo di malattie cardiache evitando di fumare, mangiando in modo sano e svolgendo regolare attivita' fisica.

 

RIUSCITA SU CAVIE RIGENERAZIONE MIDOLLO SPINALE

 Los Angeles- Concluso con successo un esperimento di rigenerazione del midollo spinale sui topi di laboratorio, e ora i ricercatori della University of California, San Diego School of Medicine ritengono che si possa guarire la parte danneggiata, anche a un anno di distanza dal trauma originale. "Se si applica una combinazione di trattamenti, gli assoni (i lunghi filamenti nervosi nella colonna vertebrale) possono essere ripristinati e rigenerati", ha detto Mark Tuszynski, direttore del Center for Neural Repair di San Diego, autore dello studio pubblicato sulla rivista Neuron. "Un assone ferito gravemente non e' un assone morto". I traumi al midollo spinale hanno l'attenzione della ricerca medica da anni, ma finora i trattamenti sviluppati hanno avuto scarso successo. "Sono numerosi gli ostacoli alla rigenerazione degli assoni", ha spiegato Tuszynski. "Cicatrici, incapacita' di recupero dei neuroni adulti, fattori che inibiscono la crescita, infiammazioni estese: sono tutti fattori che contribuiscono a rendere difficile la rigenerazione di questo tipo di ferite". I ricercatori hanno allora utilizzato una combinazione di trattamenti, che comprende la creazione di 'toppe cellulari' sulla lesione, fattori di crescita neuronale e stimolazione nell'assone dei geni per la rigenerazione. "Anche nelle condizioni ideali di laboratorio e' difficile ottenere un risultato, ma siamo tuttavia riusciti a rigenerare parte delle lesioni croniche", ha detto Tuszynski. "I topi di laboratorio hanno recuperato parte del movimento, anche a 15 mesi di distanza dal trauma che li aveva paralizzati. Questa combinazione di trattamenti mostra un grande potenziale per la rigenerazione degli assoni e la cura dei traumi spinali", ha concluso.

 

ANCHE UNA SIGARETTA PUO' DANNEGGIARE LE ARTERIE

Toronto- Anche una sola sigaretta puo' avere effetti negativi sugli adolescenti e suoi giovani adulti. Un nuovo studio condotto dal McGill University Health Centre nel Canada ha dimostrato che fumare anche una sola sigaretta puo' ridurre l'elasticita' delle arterie del 25 per cento nelle persone tra i 18 e i 30 anni. Con arterie piu' rigide, i vasi sanguinei fanno piu' resistenza all'azione circolatoria del cuore, rendendo piu' difficile il lavoro del muscolo cardiaco e aumentando il rischio di infarto e ictus. "Anche poche sigarette al giorno posso avere un impatto profondo sulla salute", ha detto Stella Daskalopoulou, che ha presentato i risultati della sua ricerca al Canadian Cardiovascular Congress 2009. "Abbiamo analizzato i giovani tra i 20 e i 24 anni, la fascia di eta' che in Canada ha il maggior numero di fumatori. Molti di loro - ha proseguito - sostenevano di essere fumatori 'occasionali', cioe' da poche sigarette al giorno". Tuttavia, dai risultati di Daskalopoulou e colleghi emerge che i fumatori occasionali non se la cavano tanto meglio di quelli incalliti. "Cio' emerge con chiarezza quando sottoponiamo queste persone allo sforzo fisico", ha detto la ricercatrice. "Dalle nostre misurazioni dell'elasticita' delle arterie - ha spiegato Daskalopoulou - risulta che anche poche sigarette possono fare la differenza. Nei non fumatori sottoposti a sforzo, l'elasticita' delle arterie aumenta. Dopo solo una sigaretta, invece, essa diminuisce del 25 per cento, con le conseguenze che ne derivano". La ricercatrice ha concluso che anche il fumo occasionale puo' danneggiare le arterie, compromettendo la salute e la resistenza del corpo allo stress fisico improvviso.

 

LEUCEMIA: STUDIO ITALIANO SU QUALITA' VITA

 Roma- Pazienti che godono di una buona qualita' della vita e che risentono solo di alcuni effetti collaterali quali stanchezza, gonfiore e crampi muscolari; medici che ammettono di essere scrupolosi nell'informare sulla terapia, ma meno attenti a comunicare ai pazienti i possibili effetti del farmaco sulla vita sociale e familiare. Ecco i dati preliminari che emergono dal primo studio (a livello mondiale) che indaga la qualita' della vita delle persone affette da leucemia mieloide cronica e in terapia con Glivec, "il farmaco che ha rivoluzionato la terapia, assicurando alte percentuali di sopravvivenza, senza il quale non potremmo parlare oggi di qualita' della vita in questi pazienti". Cosi' Franco Mandelli, presidente dell'Associazione italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma, presentando questa mattina a Roma lo studio promosso dall'Ail insieme a Gimema Gruppo italiano malattie ematologiche dell'adulto e sostenuto da Novartis. La ricerca, che si concludera' il 15 dicembre, "ha coinvolto 27 centri Gimema italiani distribuiti tra Nord (11), Centro (9) e Sud (7), arruolando 382 pazienti (il 61% uomini e il 39% donne) in trattamento da almeno 3 anni con imatinib; il 50% da almeno 5 anni", ha spiegato Fabio Efficace, responsabile degli studi sulla qualita' della vita Gimema. "Siamo ancora in una fase di elaborazione dei dati - continua Efficace - ma alcune considerazioni importanti possono essere fatte. Il 21% dei medici ammette di non aver dato molte informazioni riguardo i possibili effetti della terapia sulla vita sociale-familiare del paziente, ma pensano di essersi dedicati 'molto' o 'moltissimo' a far rispettare l'esatta dose di imatinib (100%) e a informare sugli effetti indesiderati (95%) - spiega Efficace -. La percentuale di pazienti in terapia da molto tempo che non presenta sintomi specifici e', secondo i medici, molto elevata ma a ogni modo i medici valutano che i sintomi hanno un peso piu' rilevante nella vita delle donne rispetto agli uomini e nei pazienti sopra i 60 anni rispetto ai piu' giovani. Sintomi, quelli ritenuti piu' rilevanti, che sono la stanchezza, i crampi e la ritenzione idrica". "Sulla base di questi risultati - ha commentato il professor Mandelli definendo lo studio una collaborazione preziosa tra medici e volontari dell'Ail - potremo indicare al medico in modo accurato quali sono gli aspetti da correggere nei pazienti in terapia. Questo vuol dire che non ci accontentiamo piu' di far vivere piu' a lungo il paziente, se possibile di guarirlo, ma vogliamo che il percorso di cure non levi nulla alla qualita' della sua vita e a quella dei familiari".

 

GUARDARE PARTE DOLORANTE RIDUCE IL DOLORE

 Roma- La comprensione dei meccanismi che regolano il dolore fa un nuovo passo in avanti. Uno studio della Fondazione Santa Lucia e dell'Universita' La Sapienza di Roma ha dimostrato che guardare una parte del nostro corpo sottoposta a stimolazione dolorosa induce una riduzione del dolore stesso, sia come intensita' che come percezione della sua spiacevolezza. La ricerca e' stata pubblicata su The Journal of Neuroscience, rivista ufficiale della Societa' americana di Neuroscienze. La prima linea di difesa del nostro corpo contro stimoli esterni potenzialmente dolorosi e' costituita dall'attivazione di appositi recettori, particolari fibre dette nocicettori: tramite la loro attivazione selettiva e' possibile studiare le possibili modulazioni del sistema dedicato all'elaborazione degli stimoli dolorosi. Cio' si ottiene avvalendosi di uno stimolo laser, con la tecnica neurofisiologica dei potenziali evocati laser o LEPs. Ricorrendo ai LEPs, nello studio e' stata osservata una riduzione di ampiezza del potenziale doloroso evocato quando il campione di soggetti osservava (tramite uno specchio) la propria mano sinistra mentre la destra veniva sottoposta a stimolazione laser. Tale procedura definita mirror-box illusion creava efficacemente l'illusione di guardare direttamente la mano destra. I risultati ottenuti hanno indicato che una modulazione del dolore viene innescata dalla semplice osservazione del punto corporeo sottoposto a stimolazione nocicettiva. Sorprendentemente, tale effetto e' risultato specifico soltanto per il proprio corpo: nessuna riduzione dei LEPs, quindi della sensazione di dolore, si e' invece registrata quando i soggetti studiati osservavano la mano di un'altra persona contemporaneamente alla stimolazione dolorosa che avveniva sulla propria. Tutto cio' ha suggerito ai ricercatori che le terapie del dolore potrebbero avvalersi di interventi basati anche sulla modulazione cognitiva del dolore stesso e messi in atto dalla persona sofferente. In sostanza, guardare il proprio corpo in uno stato di dolore potrebbe avere importanti e strategiche applicazioni terapeutiche, attualmente basate quasi esclusivamente su interventi esterni come il trattamento farmacologico. La ricerca e' stata svolta presso l'Irccs Fondazione Santa Lucia e l'Universita' La Sapienza di Roma; l'hanno realizzata la dottoressa Viviana Betti e il professor Salvatore Maria Aglioti, con la collaborazione del professor Patrick Haggard e del dottor Matthew Longo dell'University College London. Il lavoro scientifico si e' avvalso dei finanziamenti del ministero dell'Universita' e Ricerca e del ministero della Sanita'.

 

ICTUS: 5 GENI PER PREDIRE RISCHIO IN DIABETICI

 Roma- Uno studio italiano ha identificato un modello sperimentale di 5 geni in grado di predire il rischio di ictus nei pazienti diabetici. L'Universita' Cattolica di Roma (Policlinico Gemelli) in collaborazione con l'Universita' di Dundee (Scozia) e con la Wake Forest University Winston-Salem, North Carolina (Usa) ha preso parte alla messa a punto del piu' grande database di dati genetici per studiare la possibilita' di predire nella popolazione generale il rischio di ictus. Circa 13 mila persone da oltre nove anni partecipano attivamente mettendo al servizio dei ricercatori il loro Dna, studiato con una particolare tecnica la "Genome Wide Association Studies" (Gwas) che riesce a prendere in considerazione centinaia di migliaia di varianti genetiche contemporaneamente. I risultati complessivi di questo grande studio che in italiano prende il nome di "Modello Multigenico per il rischio di Ictus" non saranno disponibili prima di febbraio 2010. Tuttavia una importante anticipazione viene presentata oggi nel corso della terza giornata del 110esimo Congresso nazionale della Societa' italiana di medicina interna, in svolgimento in questi giorni a Roma e che si concludera' domani, martedi' 27 ottobre. Dei 13 mila soggetti presi in considerazione dalla ricerca, circa 3.700 sono diabetici, ed e' proprio concentrandosi su questo sottogruppo che gli esperti italiani sono riusciti a identificare 5 mutazioni genetiche in base alle quali e' possibile dare una previsione attendibile di un aumentato rischio di ictus. "Si tratta di una novita' assoluta - dichiara il dottor Roberto Pola, ricercatore dell'Universita' Cattolica, Policlinico Gemelli di Roma - che ovviamente deve ancora essere testata a lungo, ma per la prima volta siamo riusciti a identificare un set di 5 varianti genetiche che se presenti e attive nei pazienti diabetici possono confermare un aumento del 20 per cento del rischio di andare incontro ad un ictus ischemico". In pratica e semplificando molto, inserendo in una griglia le 5 varianti genetiche considerate e' stato possibile annotare a fianco il numero di pazienti diabetici che con una o piu' di queste mutazioni genetiche sono andati in contro a uno stroke fino a confermare la statistica che da un aumento del rischio di ictus pari al 20% in tutti i pazienti diabetici che hanno da 1 a 4 mutazioni genetiche contemporaneamente. La Genome-Wide Association studies (Gwas), una tecnica di ricerca innovativa. Questo modello di ricerca ha letteralmente rivoluzionato il campo della genetica. I Gwas sono studi in cui vengono analizzate contemporaneamente centinaia di migliaia di varianti geniche, senza che i geni oggetto di analisi siano stati selezionati a priori sulla base di un'ipotesi biologica o patogenetica. Lo scopo principale dei Gwas non e' quello di identificare fattori di rischio genetici per una determinata malattia, ma bensi' portare all'identificazione di nuovi geni (e dunque di nuovi meccanismi molecolari e cellulari) alla base della patologia. "Questi studi sono potentissimi e nuovi, sia nell'ambito medico in generale che in quello dell'ictus - conclude Pola -. Proprio per questo possiamo dire che siamo in costante evoluzione e continuiamo a scoprire nuovi geni associati all'ictus, che questo ci portera' in un futuro non lontano, a capire non solo a chi capita e quando capita un ictus, ma anche e soprattutto a intervenire direttamente sui geni per bloccare i meccanismi che danno avvio alla patologia".

 

EMICRANIA: CHIRURGIA PUO' ELIMINARE I DOLORI

 Washington - Contro le emicranie la chirurgia da' buoni risultati, riducendo i forti dolori nell'88 per cento dei pazienti. Lo hanno scoperto i ricercatori del University Hospital Case Medical Centre di Cleveland, Stati Uniti in uno studio presentato all'annuale meeting dell'American Society of Plastic Surgeons di Seattle. "I trattamenti chirurgici mirati per rimuovere nervi e muscolatura di vari 'punti di attivazione' del dolore si sono dimostrati efficaci", ha detto Bahman Guyuron, coordinatore dello studio. "Ci siamo resi conto per la prima volta di questo effetto - ha spiegato il ricercatore - osservando i pazienti che si erano sottoposti a chirurgia estetica. Chi aveva fatto un intervento di chirurgia plastica alla fronte, infatti, riportava la scomparsa dei sintomi dell'emicrania". Guyuron e colleghi hanno condotto uno studio della durata di 5 anni per verificare questo effetto, accumulando dati su 1.000 interventi condotti su 450 pazienti di emicrania. "Questo studio offre grandi evidenze del fatto che i sintomi dell'emicrania possono essere guariti con la chirurgia in maniera quasi permanente", ha detto Guyuron. "Le emicranie sono spesso una condizione dolorosa e limitante nella vita di ogni giorno. La chirurgia plastica - ha concluso - potrebbe essere una valida alternativa per permettere ai pazienti di calmare il dolore".

 

USA, SUCCESSO PRIMO TRAPIANTO OCCHIO ELETTRONICO

New York- Ha avuto successo il primo trattamento mirato di tipo biotecnologico per restituire la vista alle persone con visione limitata. Una donna di 50 anni di New York, cieca dall'eta' di 13 anni, e' infatti riuscita a recuperare parzialmente la vista grazie ad un trapianto di occhi elettronici sperimentali. "La donna aveva perso la vista a causa della degenerazione della sua retina dovuto alla retinitis pigmentosa, una malattia genetica. Ora, grazie alla nuova tecnologia, e' in grado di distinguere nuovamente tra luce ed ombra, focalizzare figure, guardare il cibo sul piatto e muoversi in ambienti non familiari", ha detto Lucian V. Del Priore del NewYork-Presbyterian Hospital e del Columbia University Medical Center, che ha eseguito l'intervento nello scorso 26 giugno. "L'impianto elettronico, componente del sistema Argus II Retinal Stimulation System e sviluppato dalla Second Sight Medical Products di Sylmar, California, e' progettato - ha osservato Del Priore - per stimolare direttamente le cellule della retina". L'impianto, che e' stato installato finora in circa 20 pazienti statunitensi affetti da retinitis pigmentosa, e' costituito da una piccola camera da montare su degli occhiali, un microprocessore con batteria, ed un sistema elettronico di stimolazione della retina. Questo e' il primo trapianto effettuato con successo su un paziente di New York. "Siamo molto soddisfatti dei risultati, e fiduciosi per il futuro - ha concluso Del Priore - L'apparecchio non e' in grado di ripristinare totalmente la vista nei pazienti, ma la loro disabilita' viene fortemente ridotta, dando loro un grande vantaggio per la vita di ogni giorno".

 

NELLA RETINA IL SEGRETO DELLA VISIONE NOTTURNA

 Washington - Scoperto il meccanismo che permette ai nostri occhi di abituarsi all'oscurita' e permetterci di vedere anche al buio. Durante un passaggio tra luce e buio, infatti, le cellule della retina si modificano secondo un processo complicato per adattarsi alla nuova illuminazione. "Grazie a degli esperimenti compiuti sulle cellule della retina di una salamandra, siamo stati in grado di scoprire quali cellule permettono all'occhio di vedere al buio", ha spiegato Vladimir J. Kefalov della Washington University School of Medicine di St. Louis (Stati Uniti), a capo dello studio pubblicato sulla rivista Current Biology. "Da questa retina abbiamo eliminato lo strato di tessuto pigmentato. In questo modo le molecole di pigmento sensibile alla luce (che viene utilizzato dalle cellule per percepire la luce e i vari colori dello spettro visivo) non potevano essere riciclati e riutilizzati". Dopo aver esposto le cellule a luce e ombra, i ricercatori hanno scoperto che uno dei tipi di cellule della retina, i 'bastoncelli', avevano smesso di funzionare. "La luce aveva distrutto il loro strato di pigmenti", ha spiegato Kefalov. "Le cellule dei coni, invece, continuavano - ha proseguito - a funzionare normalmente: queste cellule possono rigenerare i pigmenti e continuare a percepire la luce". Per Kefalov e colleghi, il segreto della visione notturna e' proprio nelle cellule dei coni. "Abbiamo compreso che queste cellule riescono a riciclare i pigmenti solo grazie al supporto di altre cellule presenti nella retina, dette cellule di Muller", ha spiegato Kefalov. "Siamo allora andati a bloccare il funzionamento delle cellule di Muller e, come ci aspettavamo, i coni non erano piu' in grado di vedere al buio", ha aggiunto. I ricercatori ritengono che le loro scoperte possano avere applicazioni in campo medico. "Siamo riusciti ad agire sul meccanismo che porta alla visione notturna, bloccandola. Potremmo essere in grado di manipolare il meccanismo in altri modi, ad esempio restituendo e migliorando la visione in occhi danneggiati da vecchiaia o malattie", ha concluso Kefalov.

 

BLOCCATO GENE RESPONSABILE INVECCHIAMENTO CUORE

 Washingto- Bloccare l'espressione di un gene per prevenire l'invecchiamento del cuore. E' quanto sono riusciti a fare i ricercatori della Kyoto University Graduate School of Medicine, Giappone, in uno studio pubblicato sulla rivista Circulation: Journal of the American Heart Association. Grazie a degli esperimenti su topolini, Tetsuo Shioi e colleghi, ricercatori dello studio, sono stati in grado di impedire l'espressione del gene 'PI3K', che fa parte del sistema di regolazione della durata di vita delle cellule. Questo ha impedito l'invecchiamento dei tessuti del cuore, e per i ricercatori, potrebbe essere un possibile modo di prevenire gli attacchi di cuore anche nell'uomo. "La vecchiaia e' il fattore di rischio piu' grande nelle malattie cardiovascolari e negli infarti", ha detto Shioi. "Sia perche' si e' esposti a piu' fattori di rischio, sia perche' il tessuto cardiaco degenera. Agendo sul meccanismo di regolazione dell'invecchiamento - ha spiegato - di questi tessuti, siamo stati in grado di mantenere il cuore delle cavie in buona salute". Rispetto ai topi della stessa eta', infatti, quelli a cui era stato bloccato il gene 'PI3K', infatti, presentavano una funzione cardiaca migliore, piu' elasticita' del cuore, meno segni di invecchiamento e un'espressione genetica di un cuore giovane. "Il nostro studio dimostra che agire sui meccanismi di invecchiamento puo' aprire la strada a nuove terapie e sistemi per prevenire infarti e malattie cardiache", ha concluso Shioi.

 

OBESITA': IN ITALIA VERA E PROPRIA EMERGENZA

 Roma - E' sempre piu' allarmante la situazione dell'obesita' in Italia, che assume ormai i contorni di una vera e propria epidemia. Secondo i dati raccolti nel 2008 dalle Asl che partecipano al sistema di sorveglianza Passi (Progressi delle aziende sanitarie per la salute in Italia), nel nostro Paese tre adulti su dieci (32 per cento) sono in sovrappeso, mentre uno su dieci e' obeso. In tutto, il 42 per cento della popolazione tra 18 e 69 anni di eta' e' in eccesso ponderale. Si tratta di una condizione piu' frequente negli uomini, nelle persone meno istruite e in quelle che dichiarano di avere difficolta' economiche. E' un fenomeno che tende a crescere con l'aumentare dell'eta': superati i 50 anni, infatti, piu' di una persona su due pesa troppo. I dettagli dei dati raccolto ed elaborati da passi sono stati pubblicati sul sito di Epicentro. Se non si fara' nulla, la condizione dell'obesita' in Italia e' destinata a peggiorare: la sorveglianza in eta' infantile 'Okkio alla Salute' (sistema di monitoraggio finalizzato alla raccolta di informazioni sulle abitudini alimentari e l'attivita' fisica nei bambini di 6-10 anni) stima che i bambini tra i 6 e gli 11 anni con problemi di eccesso ponderale, in Italia, siano ben un milione e centomila. Il 12 per cento dei bambini risulta infatti obeso, mentre il 24 per cento e' in sovrappeso: piu' di un bambino su tre, quindi, ha un peso superiore a quello che dovrebbe avere per la sua eta'. Sebbene nessuna regione possa dirsi esente dal problema, le differenze sul territorio sono notevoli, con situazioni piu' gravi al Centro e soprattutto al Sud. Le informazioni del sistema Passi dimostrano che Campania, Sicilia, Basilicata, Abruzzo e Molise sono le Regioni con la maggior diffusione di sovrappeso e obesita' tra gli adulti. E' piuttosto evidente anche il gradiente Nord-Sud del fenomeno: si va dal 33 per cento di persone tra 18 e 69 anni sovrappeso o obese della Lombardia al 54 per cento della Basilicata. Praticamente sovrapponibile la fotografia scattata sul territorio da 'Okkio alla Salute' sui bambini di 8 e 9 anni: le regioni piu' colpite sono infatti Campania, Molise, Calabria, Sicilia e Basilicata.

 

SCOPERTA "L'IMPRONTA" DELL'INFARTO CARDIACO

 Milano- Una scoperta dei ricercatori del San Raffaele di Milano apre la strada verso nuove strategie di prevenzione e di cura dell'infarto miocardico scoprendo che, nelle placche coronariche dei soggetti colpiti, e' presente un elemento estraneo all'organismo che attiva il sistema immunitario. Lo studio, pubblicato sulla rivista Journal of Immunology, e' stato realizzato integralmente in Italia nei laboratori dell'Universita' Vita-Salute San Raffaele di Milano e dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele da ricercatori italiani in collaborazione con la Bracco Imaging di Milano. L'insorgenza dell'infarto e' comunemente correlata alla presenza di fattori di rischio come lo stress, alti livelli di colesterolo nel sangue, l'obesita' e il fumo di sigaretta. Tuttavia la presenza di queste condizioni riesce a spiegare solo in parte la frequente insorgenza di questa grave malattia, in quanto molti pazienti colpiti da infarto non presentano nessuno di questi fattori di rischio. In questo contesto, l'ipotesi che infezioni causate da batteri o virus possano avere un ruolo nel causare l'infarto e' stata spesso avanzata, ma nessuno e' stato mai in grado di chiarire questo importante aspetto che e' rimasto fino a oggi non del tutto provato. Il lavoro pubblicato dal gruppo di scienziati del San Raffaele dimostra per la prima volta come, all'interno delle placche coronariche di pazienti colpiti da un infarto acuto, le cellule del sistema immunitario che producono gli anticorpi, cioe' le proteine in grado di proteggerci da virus e batteri, siano attivate per la presenza di un antigene, ovvero da una sostanza riconosciuta come estranea dal nostro organismo. La dimostrazione di questo importantissimo fenomeno e' stata ottenuta attraverso il clonaggio e la dissezione molecolare dei geni delle cellule deputate alla produzione di anticorpi. Questo ha permesso di evidenziare come nella placca coronarica dei pazienti colpiti da infarto (ovvero nel luogo preciso dove avviene la chiusura dell'arteria, che blocca l'afflusso del sangue al cuore e provoca l'infarto) c'e' qualcosa di estraneo al nostro organismo (potrebbe essere un virus o un batterio) che stimola in maniera specifica e intensa una parte importantissima del nostro sistema immune. E' la prima volta che questo fenomeno viene osservato. Affermano i professori Massimo Clementi e Roberto Burioni, docenti di microbiologia presso l'Universita' Vita-Salute San Raffaele e coordinatori dello studio: "Le implicazioni di questa ricerca, che ha avuto commenti molto positivi anche da autorevoli riviste straniere, sono notevoli. In primo luogo, anche se non si e' ancora scoperta la natura dell' antigene, questo lavoro scientifico mette in mano ai ricercatori una specie di 'impronta dell'assassino' . Noi non conosciamo ancora l'agente esterno che stimola il sistema immune all'interno delle arterie coronarie quando un paziente e' colpito da un infarto, ma siamo a questo punto in grado di cercarlo, visto che abbiamo a disposizione la traccia specifica che ha lasciato". Una volta chiarita la natura dell'antigene, si puo' immaginare la messa a punto di test in grado di individuare i pazienti che, pur non avendo fattori di rischio, corrono tuttavia il pericolo di essere colpiti dall'infarto. 

 

NUOVO FARMACO FUNZIONA IN PIU' FORME DI CANCRO

Londra - Una nuova classe di farmaci si sta dimostrando molto promettente e in grado di combattere piu' forme di tumore di quante gli scienziati pensassero inizialmente. Si tratta dei farmaci cosiddetti Parp-inibitori, testati originariamente contro i tumori legati alle mutazioni del gene Brca, come alcuni casi di cancro al seno e alle ovaie. Ma le ricerche condotte dalla Breakthrough Breast Cancer, in Gran Bretagna, suggeriscono che questa classe di farmaci puo' uccidere anche le cellule cancerose che hanno un difetto nel gene Pten, come accade in alcune forme di cancro della pelle, dell'utero e del colon. Lo studio appare sulla rivista Embo Molecular Medicine. Gli scienziati hanno scoperto che le cellule con geni Pten difettosi erano fino a 25 volte piu' sensibili ai Parp-inibitori rispetto alle cellule con un Pten normale. Difetti nel Pten sono responsabili del 30%-80% dei tumori di seno, prostata, pelle (melanoma), utero e colon, sottolineano gli scienziati. Il Professor Alan Ashworth, direttore del Breakthrough Breast Cancer Research Centre presso l'Institute of Cancer Research, dichiara: "Sono risultati entusiasmanti perche' dimostrano che i Parp-inibitori possono essere un potente strumento di cura con pochi effetti collaterali in diverse forme di cancro. I trial clinici hanno gia' mostrato il potenziale dei Parp-inibitori nei pazienti con tumori causati da geni Brca difettosi. Ora testeremo lo stesso tipo di farmaco su un piu' vasto gruppo di pazienti, quelli con tumori collegati a un difetto nel Pten". L'uso dei Parp-inibitori fa parte di un nuovo approccio di cura al cancro chiamato "letalità ³intetica". Una cellula con un difetto nel Pten ha bisogno di una proteina chiamata Parp per preservare dai danni il suo Dna. I Parp-inibitori bloccano la Parp e, uniti al Pten difettoso, causano la morte delle cellule tumorali. Cosi' il tumore si restringe o smette di crescere. Proprio grazie a questo meccanismo, il farmaco colpisce solo le cellule malate e non quelle sane, minimizzando gli effetti collaterali. I primi risultati sui pazienti con cancro avanzato di seno, ovaie e prostata causato da geni difettosi Brca1 e Brcs2 sono stati molto incoraggianti.

 

SCOPERTO GENE CHE RENDE PIU' IMMUNI ALLE MALATTIE

 Londra- Una equipe di scienziati britannici ha scoperto un gene fondamentale che aiuta a mobilitare il sistema immunitario per combattere le malattie. Il gene in questione spinge le cellule staminali del sangue nel midollo osseo a trasformarsi in cellule immunitarie cosiddette "Natural Killer" (NK). Le cellule NK, quando funzionano adeguatamente, sono un tipo di globuli bianchi fondamentali per la difesa immunitaria, capaci di uccidere rapidamente cellule tumorali, virus e batteri. La scoperta britannica ha un notevole peso, perche' potrebbe portare a nuove tecniche per potenziare la produzione nel corpo umano di queste cellule che lo difendono dagli attacchi esterni. Non solo. Come scrivono gli autori della ricerca sulla rivista Nature Immunology, la loro scoperta potrebbe anche aiutare a sviluppare nuove cure per il diabete di tipo 1 e la sclerosi multipla. Queste patologie infatti sono causate da un malfunzionamento nel sistema immunitario che lo porta ad attaccare i suoi stessi tessuti e si sospetta che cellule NK difettose abbiano un ruolo in questo meccanismo. L'equipe britannica, dell'Imperial College London, dello University College London e del Medical Research Council's National Institute for Medical Research, una volta individuato il gene-chiave (denominato E4bp4), ha creato in laboratorio dei topi che ne sono del tutto privi. Si tratta di animali per il resto normali, ma non hanno alcuna cellula NK. Gli scienziati potranno in questo modo studiare il ruolo delle cellule NK nelle malattie auto-immuni e in alcune altre patologie, compresa l'infertilita' femminile. L'obiettivo finale e' sviluppare un farmaco capace di stimolare la produzione delle cellule killer che difendono il nostro organismo.

 

ALZHEIMER: RICORDARE I VECCHI TEMPI FA BENE

 Londra. - Ricordare i bei vecchi tempi non e' solo nostalgia, ma anche un buon modo per allenare la memoria e limitare gli effetti della demenza senile. Per gli anziani, infatti, la 'terapia dei ricordi' puo' migliorare sensibilmente le capacita' cognitive e tenere la mente sveglia. "I risultati arrivano in fretta: bastano sei settimane per aumentare la memoria e l'elasticita' mentale del 12 per cento", ha detto Catherine Haslam dell'Universita' di Exeter, prima autrice dello studio presentato al British Science Festival. Ascoltare i racconti di guerra del nonno, quindi, aiuterebbe a rinforzare la sua memoria e a ritardare l'arrivo della demenza. "Il deterioramento del cervello non viene arrestato, ma vengono recuperate delle abilita' e delle capacita' finora dimenticate", ha spiegato Haslam. "Ricordare eventi importanti come infanzia, matrimoni, festivita' familiari e storie di guerra - ha aggiunto - e' efficace come dei farmaci". Un'efficacia che per i ricercatori ha pero' bisogno di un componente fondamentale: la socialita'. "Non basta ricordare, bisogna anche parlarne", ha precisato Haslam. "Gli effetti benefici si verificano solo quando i ricordi vengono raccontati in gruppo. Senza socialita', a cosa serve la memoria?", ha concluso.

 

MANGIARE PANE E CIOCCOLATA FA DIMAGRIRE

Roma - Dimagrire mangiando pane e cioccolata? Si puo'. Se ne parlera' nel congresso "Probiotics, Prebiotics & New Foods" che si inaugura domenica 13 settembre, nell'Aula Magna della Pontificia Universita' Urbaniana di Roma, per concludersi martedi' 15. La manifestazione e' organizzata da Oltre la Nutrizione Onlus, con il patrocinio dell'APP, Accademia Nazionale per lo Studio dei Probiotici e dei Prebiotici, e della Sige, Societa' Italiana di Gastroenterologia. Presidenti del Comitato organizzatore i professori Lucio Capurso, Gianfranco Delle Fave, Alfredo Guarino e Lorenzo Morelli. Tra gli argomenti che verranno trattati, il rapporto tra obesita' e flora intestinale, probiotici e malattie infiammatorie intestinali, potere antiossidante dei probiotici. Al Congresso e' confermato per le ore 12 di domenica l'incontro stampa con il professor Capurso e con Carlo Verdone, che nei suoi film di grande successo ha spesso indagato il complesso rapporto tra uomo, nevrosi e benessere. L'attore, regista e medico Carlo Verdone ha cosi' commentato l'ipotesi di una dieta a pane e cioccolato: "Ben venga una dieta in cui finalmente mangi quello che ti piace!". Verdone in passato ha ricevuto una laurea honoris causa in Medicina e Chirurgia all'Universita' Federico II di Napoli.

 

CANCRO PROSTATA: LIBRO DI RICETTE PER PREVENIRLO

Londra- Broccoli in salsa ketchup con una spolverata di noci del Brasile. Non e' certo il piatto piu' appetitoso del mondo, ma per i ricercatori dell'Universita' del Surrey non c'e' niente di meglio per prevenire e curare il cancro alla prostata. "Certi cibi possono prevenire o rallentare la progressione del cancro", ha detto Margaret Rayman, che insieme ad altri scienziati ha scritto un vero e proprio libro di ricette scientificamente provate contro il cancro alla prostata. Il "Prostate Cancer Cookbook", questo e' il nome del ricettario, include cavolfiori, cavoletti di Bruxelles, cipolle ed aglio tra i suoi ingredienti piu' comuni. "Anche la salsa di pomodoro, i melograni e i fagioli di soia hanno proprieta' benefiche contro questa comune malattia, e potrebbero essere salutari anche per la funzionalita' dei reni", ha scritto Rayman in un articolo pubblicato sul quotidiano britannico Daily Telegraph. "Molte persone ammalate di cancro alla prostata - ha proseguito - vogliono fare qualcosa per migliorare l'esito dei trattamenti, e un libro di ricette sostenute da prove scientifiche potrebbe essere utile".

 

CANCRO AL SENO: NUOVA DIAGNOSI PER L'HER2

Firenze - Oncologi e patologi insieme nella lotta contro il tumore del seno. Nascono le nuove linee guida che permetteranno di ridurre ad appena il 5%, dall'attuale tasso del 20-40%, gli errori nella diagnosi di un tipo di cancro particolarmente aggressivo: il tumore al seno HER2 positivo (sigla che indica la proteina prodotta da un gene specifico), che ogni anno in Italia colpisce dalle 8mila alle 10mila donne. I principi sono contenuti in un documento sottoscritto dalla Societa' italiana di anatomia patologica e Citopatologia diagnostica (Siapec-Iap) e dall'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e presentato per la prima volta al Congresso nazionale Siapec-Iap, in corso a Firenze fino a domani con la partecipazione di oltre 1.500 esperti. "L'attivita' del nostro gruppo di lavoro - spiega il professor Vincenzo Adamo, direttore dell'Oncologia medica e della Scuola di specializzazione di oncologia del Policlinico 'G. Martino' di Messina - e' iniziata tre anni fa e possiamo dire di aver raggiunto un risultato straordinario che ci permettera' di cambiare la storia naturale di questo tumore. Saremo in grado di determinare con la maggiore accuratezza possibile la positivita' per HER2, che si osserva in circa il 20% dei casi di tumori del seno. Le pazienti che presentano questa espressione biomolecolare potranno infatti beneficiare della terapia con trastuzumab, un anticorpo monoclonale che ha dimostrato di essere efficace contro questo tipo di tumori". "I nostri obiettivi fondamentali - afferma il professor Giuseppe Viale, professore ordinario di Anatomia patologica all'Universita' di Milano e direttore della divisione di Anatomia patologica dell'Istituto Europeo di Oncologia - sono stati la definizione di requisiti minimi di refertazione, la standardizzazione della refertazione e l'individuazione di percorsi diagnostico-terapeutici integrati. E' importante che il patologo si renda conto dell'importanza clinica dei dati che produce, una consapevolezza che storicamente e' mancata all'anatomia patologica italiana. Cio' che il patologo scrive nel referto diventa infatti uno dei pilastri fondamentali delle successive scelte terapeutiche". L'Italia e' il primo paese in Europa, e tra i primi al mondo, ad aver avviato una collaborazione di questo genere tra patologi e oncologi. "I principi indicati nel documento - continua il Gianluigi Taddei, presidente Siapec-Iap - saranno applicati subito dopo il Congresso di Firenze. In futuro sara' indispensabile il coinvolgimento anche della figura del chirurgo della mammella. L'attivita' dei patologi si colloca 'a meta' strada' fra il lavoro dei chirurghi e quello degli oncologi. Ed e' essenziale, perche' puo' permettere, grazie a una corretta diagnosi, di migliorare le prestazioni di entrambi". "Aiom e Siapec-Iap - sottolinea il Francesco Boccardo, professore ordinario di Oncologia medica all'Universita' di Genova e presidente nazionale Aiom - hanno ritenuto indispensabile unire le competenze dei propri professionisti per mettere a punto un documento che vuole essere nello stesso tempo la sintesi dello stato dell'arte ed un modello di comportamento che, in questo momento, e' il piu' avanzato nel trattamento post-chirurgico del tumore della mammella". Lo stato HER2 e' un importante fattore prognostico e predittivo di risposta al trattamento, e la sua determinazione e' richiesta su tutte le neoplasie mammarie operate al momento dell'impostazione della terapia. "Poiche' la scelta terapeutica finale indicata dagli oncologi - conclude Oscar Nappi, direttore dell'Unita' operativa complessa di Anatomia patologica dell'Ospedale 'Cardarelli' di Napoli - sara' condizionata dai parametri prognostici e predittivi, la conoscenza e consapevolezza delle responsabilita' diagnostiche da parte del personale medico e tecnico di Anatomia patologica riveste un ruolo fondamentale e pone in evidenza la necessita' di concordare i parametri indispensabili per una refertazione idonea, osservando i criteri di qualita' a cui il patologo e' tenuto ad attenersi, per garantire un corretto allestimento, lettura e interpretazione del quadro morfologico unito ai marcatori prognostico/predittivi. Il patologo, infatti, e' responsabile della congruita' dei parametri diagnostici, prognostici e predittivi. Dopo un lavoro laborioso che ha visto coinvolte tutte le anatomie patologiche del territorio nazionale, siamo riusciti a elaborare queste linee guida". Le raccomandazioni sono il risultato di una nuova sinergia tra l'oncologia medica e l'anatomia patologica e pongono al centro del dibattito le modalita' con cui trattare lesioni neoplastiche che presentano determinate caratteristiche biologiche.

 

UN ANTIDOTO NEI BROCCOLI CURA IL CUORE

 Londra- Si chiama sulforafano: e' l'antidoto presente nei broccoli che fa bene al cuore, un componente fitochimico di cui erano gia' ampiamente note le qualita' antitumorali. Presente non solo nei broccoli, ma anche in cavoli e cavolfiori, il sulforafano sembra rafforzare il meccanismo naturale di difesa che protegge le arterie dalle malattie; e il team della Imperial College London, che ha condotto lo studio, spera adesso di definire un regime terapeutico in grado di prevenire i problemi di cuore. I dettagli della ricerca appaiono in Arteriosclerosis Thrombosis and Vascular Biology. La gran parte del problemi cardiaci sono creati dalle placche di grasso nelle arterie che provocano l'arteriosclerosi. Ma le arterie non vengono ostruite da queste placche in modo uniforme: le insenature e i rami dei vasi sanguigni - dove il flusso del sangue puo' essere stagnante - sono infatti molto piu' soggetti al problema. Gli ultimi studi hanno dimostrato che una proteina che di solito protegge dalle placche, l'Nrf2, e' inattiva nelle aree delle arterie che sono soggette alla malattia; e tuttavia si e' scoperto che la somministrazione del sulforafano puo' attivare l'Nrf2 in quelle regioni. "Ci siamo accorti che lo strato piu' profondo delle cellule nelle insenature e nelle curve delle arterie e' privo dell'attivita' dell'Nrf2, il che potrebbe spiegare perche' queste zone siano piu' soggette ad infiammazioni e malattie", ha spiegato il ricercatore che ha guidato il team, Paul Evans. La cura con questo componente naturale - un prodotto fitochimico che tra l'altro e' uno dei piu' potenti anti-cancerogeni tra quelli presenti nei cibi - ha infatti ridotto l'infiammazione nelle aree ad alto rischio 'accendendo' l'Nrf2. "Il nostro prossimo passo sara' verificare se mangiando semplicemente i broccoli, o altre vegetali della stessa famiglia, si ottenga lo stesso efficace effetto; e verificare se il composto possa ridurre la progressione della malattia nelle aree interessate".

 

LEUCEMIA: SCOPERTO "INTERRUTTORE MOLECOLARE"

 Washington- Un gruppo di ricercatori dell'universita' di Syracuse, guidato da Michael Cosgrove, ha individuato una proteina che sembra giocare un ruolo chiave nella sovraproduzione di cellule tumorali nella leucemia. Questa molecola avrebbe pero' un ruolo chiave anche in altre forme di tumori. La notizia e' stata segnalata dalla rivista Journal of Biological Chemistry che l'ha riportata come "notizia della settimana". Nel corso delle loro ricerche sul complesso proteinico che porta al differenziamento delle cellule leucemiche, i ricercatori si sono imbattuti in una specifica proteina che e' stata battezzata W-RAd. Questa proteina in pratica segnala alle cellule cancerogene che si sono gia' formate di riprodursi e di proliferare in maniera abnorme. "Se ora riusciamo a scoprire un modo per spegnere questo interruttore - ha spiegato Cosgrove - allora potremmo essere in grado di rallentare la crescita del tumore e anche di bloccarlo".

 

NUOVE TERAPIE PER L'EPATITE B E C

 Milano- Uno studio della Fondazione San Matteo di Pavia apre la strada a nuovi scenari per la terapia dell'epatite B e C. La ricerca diretta dal professor Mario Modelli - informa una nota - ha dimostrato che per le epatiti virali croniche il problema sono le cellule 'natural killer'. Gli 'uccisori naturali' sono le cellule dell'immunita' innata, che dovrebbero intervenire per contrastare i virus patogeni. La scoperta del San Matteo e' che nelle epatiti virali croniche i 'killer' non funzionano a dovere. In quei casi le cellule dell'immunita' non producono abbastanza interferone gamma, cosi' i virus persistono indisturbati nel fegato dei pazienti. Potra' cosi' cambiare la cura del virus. Per correggere il difetto individuato dal team di Pavia "si potra' usare un supplemento di immunostimolanti come l'interferone gamma e altre citochine 'protettive'", come suggerisce Modelli. I risultati sono stati pubblicati su Gastroenterology, rivista ufficiale della American Gastroenterological Association.

 

MEDICI DEL TEXAS SFATANO I MITI SULL'INSULINA

 New York- Le persone cui e' appena stato diagnosticato il diabete di tipo 2 spesso non vogliono prendere l'insulina perche' temono di aumentare di peso, di andare incontro a cali della glicemia e di vedere, in generale, la loro qualita' della vita diminuire. Anche i medici potrebbero essere restii ad avviare subito un trattamento con l'insulina. Ma un nuovo studio suggerisce che questi timori sono per lo piu' infondati.

 

SINCRONIZZATORI CONTRO LO SCOMPENSO CARDIACO

 Barcellona - Mini sincronizzatori computerizzati in gradi di percepire gli scompensi nel battito cardiaco e di erogare scariche elettriche sui ventricoli per "riaggiustare" il battito e farlo tornare normale. Sono i defibrillatori per la terapia di risincronizzazione cardiaca CRT-D, risultati molto piu' efficaci per rallentare la progressione dell'insufficienza cardiaca rispetto a quelli, piu' comuni, cardioverter impiantabili standard (Icd). E' quanto rilevato dallo studio Madit-Crt, pubblicato dal New England Journal of Medicine e presentati nel corso del congresso della European Society of Cardiology in corso a Barcellona. La terapia di risincronizzazione cardiaca con defibrillazione eroga impulsi di stimolazione elettrica a entrambi i ventricoli del cuore per coordinare la contrazione delle camere cardiache, cosi' da aumentarne l'efficacia. Il Crt-D, un piccolo dispositivo alimentato a batteria con un minuscolo computer al suo interno, monitorizza il cuore per rilevarne potenziali ritmi fatali e, se li rileva, eroga una scossa di salvataggio. La terapia con CRT-D, ha rilevato lo studio, riduce il rischio relativo di eventi di insufficienza cardiaca del 41% rispetto alla terapia con defibrillatori impiantabili per cardioversione. Inoltre, i pazienti trattati con CRT-D hanno evidenziato un miglioramento della frazione di eiezione del ventricolo sinistro pari all'11%, rispetto ad un miglioramento del 3% nei pazienti trattati con ICD. L'endpoint primario aveva gia' evidenziato che l'uso dei defibrillatori per la terapia di risincronizzazione cardiaca di Boston Scientific era associato a una riduzione relativa del 34% del rischio di mortalita' per qualsiasi causa o del primo evento di insufficienza cardiaca in pazienti asintomatici o con sintomatologia lieve (classe I e II della NYHA) rispetto agli ICD. "Il Comitato Esecutivo del MADIT-CRT - spiega il dottor Arthur Moss, Professore di Medicina presso il Medical Centre dell'Universita' di Rochester e coordinatore dello studio - prevedeva che il beneficio principale per il gruppo trattato con CRT-D sarebbe stato la riduzione degli eventi di insufficienza cardiaca e i dati hanno ampiamente confermato tale previsione". "La pubblicazione del manoscritto da parte del New England Journal of Medicine e la presentazione dei dati di MADIT-CRT al congresso della ESC evidenziano l'importanza di questo studio" ha affermato Fred Colen, Presidente di Boston Scientific, divisione Cardiac Rhythm Management, che produce i Crt-D. Oggi i defibrillatori Crt sono disponibili in tutti i reparti di cardiologia, ma solo l'8% dei pazienti candidati al trattamento ricevono poi l'impianto. Lo scompenso cardiaco colpisce circa 6,5 milioni di europei.

 

TUMORI: "ANTIDOTO" NATURALE NELLE API

Washington - Il veleno delle api e' efficace contro i tumori. Lo hanno scoperto ricecatori della Washington University School of Medicine di Sain Luis che in articolo apparso sulla rivista Journal of Clinical invetsigation, hanno spiegato di essere riusciti a trattare due forme di tumori con un estratto di veleno di api. Inoltre i ricercatori hanno utilizzato come vettore per trasportare all'interno delle cellule tumorali il veleno delle api delle nanosfere di carbonio che hanno chiamato "nanoapi". "Proprio come delle vere e proprie api - ha spiegato uno dei principali autori della ricerca, Samuel Wikline - le nanoapi sono arrivate a destinazione e hanno punto le cellule tumorali iniettando al loro interno la melittina, il principio attivo contenuto nel veleno delle api"che ha la capacita' di entrare nelle cellule e di distruggerle. Il risultato e' stato molto interessante. I ricercatori hanno infatti testato questo nuovo approccio terapeutico su due gruppi di cavie nei quali erano state precedentemente impiantate cellule tumorali umane del seno e del melanoma. Dopo il trattamento nel primo gruppo si e' registrata una riduzione della massa tumorale del 25 per cento, mentre nelle cavie con il melanoma, la riduzione e' stata pari all'88 per cento

 

OSTEOPOROSI: SCOPERTA PROTEINA CHIAVE

 Londra - C'e' una proteina particolare alla base di una serie di malattie che colpiscono le ossa. Si chiama regolatore dell'interferone fattore 8 (IRF-8) e a scoprirla sono stati un gruppo di scienziati della Hartrits and Tissue Degeneration Program presso l'Hospital of special Surgery di New York City guidati da Baohong Zhao. In un articolo pubblicato sulla rivista Nature Medicine, i ricercatori hanno spiegato di aver scoperto e definito il ruolo di questa particolare proteina nella perdita di calcificazione delle ossa tipica di alcune malattie. Si tratta delle malattie che negli StatiUniti vengono definite "gum disease", perche' tendono a ridurre a spugna le ossa. Sono la parodontite, l'osteoporosi e l'artrite reumatoide. Nello specifico i ricercatori hanno scoperto che bassi livelli di produzione di questa particolare proteina portano alla produzione di alcuni tipi di cellule che poi corrome'pono la struttura ossea. "Anche se la nostra scoperta non ci porta ad una immediata prospettiva terapeutica - spiega Zhao - siamo convinti di aver individuato un filone di ricerca nella comprensione di questa malattia molto interessante".

 

ARRIVA LA MOLECOLA "ANTI-ICTUS"

Barcellona - Venticinque ictus evitati ogni giorno in Italia. Uno ogni ora. Un risultato che da solo vale a salvare 9.000 vite all'anno. E' lo straordinario risultato di dabigatran etexilato, un nuovo rivoluzionario anticoagulante orale, presentato stamattina in sessione plenaria al Congresso Europeo di Cardiologia (ESC) di Barcellona, con circa 30.000 esperti presenti. La molecola e' destinata a cambiare radicalmente la terapia nei pazienti con fibrillazione atriale. Un problema che colpisce 500.000 persone in Italia, con 60.000 nuovi casi all'anno e puo' portare all'ictus: 30.000 i casi ogni anno nel nostro Paese. Lo studio RE-LY, il piu' ampio mai condotto sulle conseguenze di questa malattia, ha coinvolto 18.113 pazienti in 44 paesi, Italia compresa, comparando la nuova molecola con quella attualmente utilizzata e ottenendo una riduzione significativa di stroke e embolismo sistemico del 34% in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare. "Dopo 50 anni finalmente una vera innovazione - afferma il prof. Roberto Ferrari, presidente dell'ESC -, un'arma efficace per prevenire l'ictus, che in Italia rappresenta la terza causa di morte, responsabile del 10%-12% del totale dei decessi, e la principale causa d'invalidita'. Oggi si' e' segnato un punto importante nella lotta alle malattie cardiovascolari". Chi soffre di fibrillazione atriale e' esposto ad un maggior rischio di formazione di coaguli, che moltiplicano di 7 volte la probabilita' di ictus, particolarmente aggressivi e disabilitanti in questi casi: la meta' di chi viene colpito muore entro il primo anno. Nonostante questi numeri, ben la meta' dei pazienti con fibrillazione atriale oggi non riceve la terapia anticoagulante in uso perche' troppo complessa da gestire. "Dabigatran etexilato e' risultato piu' efficace e sicuro rispetto alla cura attuale. Cio' comportera' un miglioramento della qualita' di vita di questi pazienti - commenta il prof. Giuseppe Di Pasquale, presidente della Federazione Italiana di Cardiologia (FIC) e coordinatore italiano dello studio -. Oggi infatti i malati sono costretti a recarsi periodicamente presso i centri di riferimento per monitorare e tarare i dosaggi e gli effetti collaterali del farmaco attualmente utilizzato sono particolarmente pesanti. Con questa nuova opzione, una semplice capsula da assumere due volte al giorno a dosaggio fisso, confidiamo di riuscire a recuperare anche le persone ora non trattate". Dopo la presentazione ufficiale al Congresso, il piu' importante appuntamento per i cardiologi di tutto il continente, i risultati dello studio vengono inoltre pubblicati oggi sul prestigioso New England Journal of Medicine. Al piu' presto sara' presentata la richiesta alle Agenzie regolatorie: "Ci auguriamo - sottolinea Ferrari - che dabigratan etexilato possa essere disponibile nel 2010". La fibrillazione rappresenta il piu' comune disturbo del ritmo cardiaco e causa un battito irregolare, con un ristagno di sangue. Il rischio aumenta con l'eta' e grosso modo raddoppia ogni 10 anni: si stima che un quarto dei quarantenni di oggi ne soffriranno in futuro. Del mezzo milione di colpiti la gran parte sono anziani. Oggi la terapia per la prevenzione dell'ictus in questi pazienti prevede di utilizzare gli antagonisti della vitamina K, efficaci, ma complessi da somministrare. Perche' agiscano correttamente e' necessario infatti che il valore della coagulazione si mantenga entro limiti molto stretti: se si scende troppo il paziente e' a rischio di trombi, se il valore e' troppo alto di emorragie. "Solo il 60% resta all'interno dei parametri di scoagulazione corretti - aggiunge il prof. Di Pasquale . Senza contare poi le interazioni di questi farmaci con numerosi cibi, con altri medicinali e i problemi logistici di recarsi al centro in occasione dei controlli per la "messa a punto" della terapia. Soprattutto se si pensa che si tratta in gran parte di persone anziane. Tutti i precedenti tentativi di individuare nuove te

 

DIABETE TIPO 2 SI CURA CON CHIRURGIA BARIATRICA

 Parigi - I dati presentati per la prima volta al XIV Congresso Mondiale della Federazione internazionale della Chirurgia dell'Obesita' e delle Malattie Metaboliche (Ifso) dimostrano che, per la grande maggioranza dei pazienti, il diabete di tipo 2 si risolve a seguito della chirurgia bariatrica (detta anche anti-obesita'). Lo studio e' la piu' vasta meta-analisi condotta fino a oggi per esaminare l'impatto della chirurgia bariatrica sul diabete di tipo 2. L'analisi ha coinvolto oltre 135.000 pazienti e ha dimostrato che sia i segni clinici sia quelli di laboratorio del diabete scompaiono o migliorano nella grande maggioranza dei pazienti trattati. In totale, il 78,1% dei pazienti ha avuto una risoluzione completa del diabete dopo l'intervento chirurgico e l'86,6% una risoluzione o un miglioramento. Un dato importante e' che questi notevoli miglioramenti medici erano ancora presenti dopo due anni dall'intervento. La perdita di peso media generale nella meta-analisi era di 38,5 kg, che rappresenta il 55,9% di sovrappeso. Dopo l'intervento i livelli di insulina sono calati notevolmente. Il diabete di tipo 2 e' causato dall'uso inefficace da parte del corpo dell'insulina e costituisce il 90% dei casi di diabete nel mondo. E' causato principalmente da sovrappeso e inattivita' fisica e la sua diffusione sta aumentando a livello mondiale. L'Organizzazione Mondiale della Sanita' (Oms) stima che siano affetti da diabete 180 milioni di persone e che, in assenza di misure tempestive, i decessi correlati a diabete aumenteranno di oltre il 50% nel prossimo decennio. In Italia, il diabete di tipo 2 colpisce almeno 3 milioni di persone e ogni anno si registrano 150.000 nuovi casi. Il diabete e' una malattia cronica e i costi sanitari associati alla sua gestione e cura sono elevati. L'Oms stima che i costi sanitari diretti del diabete costituiscono dal 2.5% al 15% dei budget sanitari annuali. In Italia si stima che tale costo ammonti a circa 5,17 milioni di euro l'anno. Per il professor Jean-Marc Chevallier, presidente del Congresso Ifso, "di fronte all'ondata crescente di casi di diabete, e' essenziale cercare attivamente nuove strategie per affrontare la patologia. La chirurgia bariatrica costituisce un'importante promessa in questo campo e, come organizzazione, ci impegniamo a studiare possibili utilizzi di questo settore della medicina in rapida evoluzione per apportare benefici ai pazienti".

 

UNA "TOPPA" PER RIPARARE IL CUORE SPEZZATO

 Londra - Il cuore spezzato dall'infarto si puo' riparare. Con una vera e propria "toppa" di tessuto muscolare. E' la tecnica sviluppata da una equipe di scienziati israeliani che potrebbe rappresentare la nuova frontiera per il trattamento dell'infarto, soprattutto nei soggetti non anziani. La "toppa" e' stata realizzata con tessuto muscolare cardiaco e utilizzata per riparare la parte del cuore danneggiata dall'infarto. Come si legge sulla rivista Pnas, la tecnica ha permesso di rafforzare il cuore dei topi, su cui e' stato condotto l'esperimento, dopo l'infarto. E' la prima volta che un test dimostra che questi pezzi di tessuto ricuciti sull'organo danneggiato migliorano effettivamente la salute del cuore dopo i danni causati dall'infarto. Gli scienziati hanno misurato un aumento delle dimensioni del muscolo nelle aree danneggiate nonche' un miglioramento nella conduzione degli impulsi elettrici necessari al cuore per pompare normalmente. L'infarto causa di solito un danno irreversibile al muscolo cardiaco. Quando il paziente sopravvive, il fatto che il muscolo cardiaco sia danneggiato puo' portare a una grave patologia chiamata insufficienza cardiaca. La tecnica sviluppata dalla equipe israeliana guidata da Tal Dvir della Ben-Gurion University of the Negev a Beer-Sheva lascia sperare in un miglior trattamento dell'infarto nell'uomo che impedisca lo sviluppo dell'insufficienza cardiaca. La tecnica, assicurano gli scienziati, "e' semplice e sicura", anche se sconsigliata ai pazienti molto anziani, per i quali essere sottoposti a molteplici interventi chirurgici puo' rappresentare un ulteriore rischio.

 

RUSSARE FORTE SINTOMO DI VITA BREVE

Washington - Gli uomini che russano forte potrebbero avere un'aspettativa di vita piu' bassa rispetto a quelli che dormono tranquillamente. Si ritiene infatti che coloro che soffrono di una grave forma di apnea del sonno hanno un rischio maggiore del 46 per cento di morire precocemente. A scoprirlo e' stato un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora in uno studio pubblicato sulla rivista Plos Medicine. I ricercatori hanno trovato che le persone affette da gravi disturbi di respirazione durante il sonno hanno piu' probabilita' di morire per una varieta' di cause. Il gruppo di persone piu' a rischio sarebbe quello degli uomini di eta' compresa tra i 40 e i 70 anni. L'apnea del sonno e' causata da un collasso della parete superiore delle vie respiratorie mentre la persona dorme. Russare forte puo' essere un sintomo di questa condizione, ma cio' che rende l'apnea ancora piu' pericolosa sono le numerose e brevi interruzioni respiratorie. Questa patologia e' strettamente connessa all'obesita', all'ipertensione arteriosa, all'insufficienza cardiaca o agli infarti. Ma i ricercatopri non sono riusciti a quantificare chiaramente quale di queste cause aumenta le probabilita' di morte nei pazienti. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno studiato un campione di 6.400 uomini e donne per una media di otto anni. Ebbene, dai risultati e' emerso che chi soffriva di una forma grave di apnea del sonno aveva il 46 per cento di probabilita' in piu' di morire precocementre indipendentemente dall'eta', dal sesso, dalla razza, dal peso o dal fumo. In particolare, gli uomini tra i 40 e 70 anni d'eta' che soffrivano di forte apnea del sonno avevano un rischio raddoppiato di morire per qualsiasi causa rispetto ai coetanei sani. I ricercatori hanno pero' sottolineato che su coloro che soffrono di una forma lieve di apnea del sonno non e' stata riscontrata alcuna incidenza di morte precoce.

 

DALLE RANE IL SEGRETO PER SCONFIGGERE L'OBESITA'

Washington - I meccanismi del letargo delle rane potrebbero nascondere i segreti per nuovi trattamenti contro l'obesita' e altri disordini metabolici. Un gruppo di scienziati dell'Universita' di Queensland (Australia) ha studiato il metabolismo della rana scavatrice ('Cyclorana alboguttata'), un anfibio che puo' sopravvivere per diversi anni sommerso nel fango senza cibo e acqua. Sara Kayes, ricercatrice a capo dello studio che sara' presentato oggi al Meeting della Society of Experimental Biology, ha spiegato: "Abbiamo scoperto che il metabolismo della rana scavatrice cambia radicalmente durante il periodo di letargia, massimizzando l'uso delle limitate energie che possiede senza mai esaurirle. Durante il letargo, l'attivita' e l'efficienza dei suoi mitocondri, le 'centrali energetiche' della cellula, e' molto piu' alta rispetto a quella misurata negli animali in attivita'". Questo processo, noto come 'coupling mitocondriale', migliora l'efficienza delle risorse energetiche e aumenta la produzione di energia per unita' consumata. "In pratica, queste rane durante il loro letargo hanno un'efficienza cosi' alta da superare qualsiasi altro animale", ha spiegato Keyes. "Questo tipo di metabolismo, nonostante sia cosi' efficiente, causa tuttavia una produzione - ha continuato - di specie reattive di ossigeno e puo' portare a stress ossidativi. Ecco la ragione per cui questo tipo di metabolismo non e' diffuso nel regno animale. Molti animali non si possono permettere questo tipo di stress poiche' alternano periodi di sonno e veglia durante il letargo. La rana scavatrice, invece, dorme profondamente per anni e questo stress non causa alcun effetto su di lei". Per i ricercatori, la scoperta potrebbe essere potenzialmente utile nel trattamento di disordini metabolici e dell'obesita'.

 

L'ALITO CATTIVO SI COMBATTE CON IL CAFFE'

Londra - Alito pesante? Forse una tazza di caffe' puo' risolvere questo problema. Secondo una ricerca dell'Universita' di Tel Aviv (Israele), riportata dal quotidiano britannico Daily Mail, i chicchi di caffe' contengono dei composti che impediscono ai batteri digestivi di rilasciare gas maleodoranti responsabili dell'alito cattivo. ''Stiamo investigando - ha spiegato Mel Rosenberg, microbiologo a capo della ricerca - da vent'anni sul problema dell'alitosi. La nostra ricerca voleva indagare in realta' il motivo per cui il caffe' di solito causa alito cattivo. Ma dai test in laboratorio, abbiamo scoperto che il caffe' potrebbe avere un effetto diametralmente opposto''. Aggiungere caffe' nero alla saliva piena di batteri ha bloccato il rilascio dei gas maleodoranti. In alcuni casi la riduzione e' stata del 90 per cento. ''E' un risultato inaspettato'', ha detto Rosberg. ''Con le prossime ricerche speriamo di poter isolare la sostanza chimica che ha causato la riduzione dei gas. Riteniamo ancora che il caffe' causi cattivo odore, ma i composti che rilascia potrebbero avere un effetto opposto'', ha concluso.

funziona diversamente a seconda di quando ci svegliamo

 

IL SONNO INFLUENZA LE PRESTAZIONI DEL CERVELLO

Londra - Mattinieri o nottambuli: a seconda di quando ci alziamo dal letto, il nostro cervello funziona diversamente. Una ricerca svolta dall'Universita' di Alberta, Stati Uniti, ha scoperto ci sono differenze significative tra le capacita' celebrali se ci alziamo presto la mattina oppure restiamo svegli fino a tardi. I risultati della ricerca, pubblicati sul Journal of Biological Rhythms, mostrano che l'eccitabilita' del cervello ha delle punte massime di attivita' che decrescono col tempo. "Abbiamo suddiviso le persone in due gruppi" spiega Dave Collins, neuroscienziato della facolta' di educazione fisica e ricreazione. "Quelli che si alzano presto e si sentono piu' in forma di mattina, e quelli che quelli che invece si sentono meglio la sera. Ne abbiamo misurato l'attivita' celebrale e la forza muscolare. Abbiamo scoperto che per i mattinieri l'eccitabilita' celebrale ha una punta massima alle 9 di mattina, e decresce lentamente col tempo. La loro forza muscolare rimaneva costante. I nottambuli, invece, hanno una situazione diametralemente opposta e hanno la punta massima di attivita' alle 9 di sera. La loro attivita' e la loro forza muscolare cresce gradatamente col tempo". Per i ricercatori, questi risultati rappresentano un passo avanti per la comprensione delle funzioni del sistema nervoso e possono essere utili per massimizzare le prestazioni di ogni singolo individuo.

 

La scoperta e' dell'Universita' di Pavia

TERAPIA MUSICALE EFFICACE PER CURARE INFARTI E ICTUS

 Washington - Scienziati italiani scoprono una terapia musicale per curare infarti e ictus. Lo studio, riportato sul Journal of the American Heart Association, ha rivelato che il ritmo musicale puo' rallentare o accelerare il flusso sanguineo, e che, alternando diversi ritmi, e' possibile controllare il flusso cardiovascolare e aiutare nella riabilitazione. Luciano Bernardi dell'Univesita' di Pavia, autore dello studio, ha spiegato: "Un ritmo piu' veloce aumenta la pressione e il battito cardiaco, mentre uno piu' lento li riduce". Ai partecipanti dello studio sono state date delle cuffie e le variazioni del flusso sanguineo sono state misurate tramite elettrocardiogrammi. "Abbiamo scoperto che anche cambiando lentamente il volume della musica si puo' ottenere lo stesso effetto", ha spiegato Bernardi. "Ritmi rapidi a volume crescente - ha aggiunto - causano una leggera eccitazione, mentre quelli che rallentano causano un rilassamento. Mettendo in pausa la musica abbiamo visto una riduzione della respirazione, pressione sanguinea e battito cardiaco, a volte anche al di sotto dei valori iniziali". Utilizzare il ritmo e il volume di una musica potrebbe risultare utile nel controllo del flusso sanguineo nelle terapie di riabilitazione per infarti e ictus.

 

Ricerca dell'Universita' del Maryland

UNA TERAPIA PER CANCELLARE IL VIZIO DEL FUMO

Londra - Un giorno forse sara' possibile prendere una pillola per smettere di fumare. Una ricerca dell'Universita' del Maryland, riportata dal quotidiano britannico Daily Mail, ha scoperto che le pillole per la pressione sanguinea, i beta-bloccanti, possono agire sulla memoria ed eliminare le sensazioni piacevoli che ci portano a desiderare una sostanza, e quindi cancellare la dipendenza. A differenza delle altre terapie, come gomme e cerotti alla nicotina, quella elaborata dai ricercatori non agisce sulla sostanza che da' dipendenza, ma sulle memorie e risposte emotive che si scatenano quando desideriamo quella sostanza. "Fumare, cosi' come il consumare stupefacenti, aumenta il rilascio della dopamina, un neurotrasmettitore implicato nel movimento, nelle risposte emotive e nella memoria a breve termine", hanno spiegato i ricercatori. "Un alto livello di dopamina - hanno aggiunto - potrebbe ingannare il cervello, facendogli credere che la sostanza che da' dipendenza e' importante per lui. Ogni volta che c'e' qualche stimolo ambientale associato alla sostanza (come guardare qualcuno che fuma o che beve un bicchiere di vino), si attiva una risposta emozionale e quindi il desiderio di ottenere la sostanza". E' su questo sistema di memoria-desiderio che i ricercatori sono andati ad agire, sfruttando le caratteristiche dei beta-bloccanti. "Uno dei loro effetti collaterali - hanno detto gli scienziati - e' la perdita di memoria. I beta-bloccanti vanno ad interferire con la Noradrenalina, che e' implicata nei processi celebrali di gestione della memoria. In pratica, i betabloccanti non cancellano la memoria, ma le risposte emotive che essa provoca". Durante il tial clinico, che si sta svolgendo al Massachusetts General Hospital, a 50 fumatori incalliti verra' somministrato il beta-bloccante propanolo. Saranno quindi sottoposti a una fase di eliminazione del fumo supportata da normali terapie come cerotti e gomme alla nicotina, per verificare l'effettiva efficacia dei beta-bloccanti. Durante tutto l'esperimento saranno continuamente esposti a stimoli che invogliano al fumo. "E' una teoria interessante", ha detto Ken Checinski, psichiatra ed esperto in comportamenti da dipendenza della St George's, University of London. "E' sempre interessante - ha aggiunto - vedere una terapia che agisca anche sul comportamento. L'approccio e' promettente e aspetteremo con ansia i risultati. Probabilmente non si tratta della pozione magica che eliminera' la dipendenza, poiche' ha molte cause, ma potrebbe di certo essere un metodo potente".

 

UN OSPEDALE DEL MINNESOTA

CANCRO PROSTATA: FARMACO SPERIMENTALE SALVIFICO

Washington - Due uomini con un cancro alla prostata inoperabile sono stati salvati da una sola dose di farmaco sperimentale. Per i dottori dell'ospedale Mayo Clinic nel Minnesota, il loro recupero va ''al di la' di ogni aspettativa''. I due uomini, considerati inguaribili, facevano parte di una serie di test clinici su un farmaco chiamato 'Ipilimumab', una immunoglobulina progettata per potenziare le difese immunitarie per permettere al corpo di combattere il cancro. I due uomini avevano un cancro all'ultimo stadio, che si era esteso al di fuori della prostata; uno di essi aveva un tumore delle dimensioni di una palla da golf. In casi come questi ai pazienti non viene dato piu' di qualche mese di vita, e solo delle cure palliative. 'In questi casi non si hanno molte scelte' ha detto il dr. Eugene Kwon, urologo dell'ospedale Mayo Clinic nel Minnesota, Stati Uniti, dove i due pazienti sono stati curati. ''Tuttavia, siamo stati piacevolmente sorpresi - ha aggiunto - dalla risposta positiva dei pazienti alla sperimentazione''. In seguito ad una sola dose di 'Ipilimumab', i tumori dei due pazienti si sono infatti ridotti drasticamente: il farmaco ha ucciso cosi' tante cellule cancerose che il tumore e' diventato operabile. 'Non ho mai visto niente del genere' - ha detto Micheal Bute, il chirurgo che ha operato i due uomini. ''Ho avuto difficolta' - ha continuato - a trovare il tumore, tanto si era ridotto. Ci aspettavamo di rallentare il tumore, non di trasformarlo da inoperabile ad operabile'', ha detto Kwon. I due uomini adesso sono guariti dal cancro in seguito all'operazione. Un terzo paziente in cura ha mostrato miglioramenti in seguito alla somministrazione dell''Ipilimumab' e adesso e' sotto osservazione. ''Se i risultati di questi piccoli trial clinici dovessero essere confermati da trial piu' grandi, questo potrebbe essere uno dei piu' grandi progressi mai fatti nella cura dei tumori alla prostata'', ha detto John Neate, del Prostate Cancer Charity. ''Dobbiamo pero' essere cauti prima di saltare a conclusioni'', ha precisato. ''Questo e' il Santo Graal del cancro alla prostata. Lo stavamo cercando da molti anni'', ha concluso Kwon.

 

Studio della Queen's University

GLI ANTIOSSIDANTI POSSONO RALLENTARE LA CECITA'

 Londra - Un nuovo supplemento a base di antiossidanti potrebbe rappresentare la risposta giusta alla principale causa della cecita'. Un gruppo di scienziati, coordinati da Usha Chakravarthy della Queen's University Centre of Vision and Vascular Science, ha scoperto che gli antiossidanti che si trovano nella frutta e nella verdura possono rallentare la perdita della vista nelle persone anziane. Per arrivare a queste conclusioni gli scienziati hanno coinvolto nello studio, riportato dal quotidiano britannico Daily Telegraph, 400 persone in tutta l'Irlanda con un'eta' media di 77 anni. Lo scopo degli studiosi era quello di focalizzare l'attenzione sui pazienti a rischio degenerazione maculare, una malattia incurabile che provoca l'offuscamento della vista. Ebbene, dai risultati dello studio e' emerso che l'assunzione di livelli elevati di antiossidanti contribuisce a preservare i pigmenti maculari, rallentando la progressione della degenerazione. I pazienti utilizzati come gruppo di controllo - e che quindi non hanno seguito la 'cura' a base di antiossidanti - hanno subito una costante perdita della vista. "Sono necessarie - ha concluso Chakravarthy - ulteriori ricerche per confermare questi risultati e per individuare i numeri necessari per aiutare i pazienti a prevenire la degenerazione maculare".

 

CON POMODORI E BROCCOLI

ARRIVA DIETA CHE PROTEGGE LA PROSTATA

New York - Con la dieta giusta gli uomini possono non solo ridurre il rischio di ammalarsi di cancro alla prostata ma anche, se gia' malati, rallentare la progressione del tumore, secondo quanto suggerisce un nuovo studio. La ricerca, condotta da una equipe di scienziati australiani, ha passato in rassegna una serie di studi precedenti, pubblicati dagli Anni Novanta ad oggi. E' cosi' emerso che, in generale, un'alimentazione ricca di grassi, carni lavorate e grigliate e formaggi si lega a un rischio piu' alto di sviluppare il cancro alla prostata. Al contrario, gli uomini che mangiano molte verdure, vitamina E, soia, pesce e acidi grassi omega 3 sembrano avere un rischio piu' basso di ammalarsi. Inoltre, secondo lo studio australiano, pubblicato dal Journal of Human Nutrition and Dietetics, un'alimentazione di questo genere puo' aiutare a rallentare la progressione del tumore negli uomini che gia' hanno il cancro alla prostata. Il ruolo della dieta nel cancro alla prostata non e' pienamente compreso dai medici, chiarisce l'autore della ricerca, Dr. Robert Ma, della University of New South Wales, a Sydney, e gli studi condotti su singoli cibi o sostanze nutritive (latticini, calcio, pomodori, licopene) sono giunti a conclusioni contrastanti. Tuttavia, pur mancando prove "conclusive", la dieta e' in grado di influire sul rischio di cancro alla prostata, secondo il Dr Ma. Le ricerche analizzate dalla sua equipe suggeriscono che mangiare carne grigliata o lavorata o latticini piu' di cinque volte a settimana si associa a un rischio piu' alto di cancro alla prostata, mentre il rischio diminuisce o la malattia progredisce piu' lentamente se l'alimentazione abbonda di pesce, acidi grassi omega 3 (che si trovano per esempio nei semi di lino), pomodori e broccoli. Il Dr. Ma ricorda: non occorre prendere supplementi che contengono le sostanze benefiche. Anzi, i supplementi, hanno provato alcune ricerche, possono essere dannosi. Il segreto sta nell'alimentazione, che deve essere sana e bilanciata.

 

ASPORTATE CISTI OVARICHE SENZA CICATRICI

Roma - Grazie a un innovativo strumento, sperimentato per la prima volta in Italia al Gemelli su pazienti ginecologiche, si studia un nuovo approccio mini-invasivo per operare senza lasciare brutti segni addosso. Un articolo, in uscita per la rivista internazionale 'Fertility and Sterility', descrive il successo dei primi tre casi. Oggi l'approccio dei chirurghi e' sempre piu' attento anche all'aspetto estetico e alla qualita' della vita del paziente. Le tecniche endoscopiche, quelle che consentono di operare senza usare il bisturi attraverso piccole aperture praticate sulla cute, hanno preso sempre piu' piede, con conseguente miglioramento del controllo anche del dolore post operatorio. L'ultima frontiera di questo approccio si chiama tecnica mini-laparoscopica, che prende il suggestivo nome di Less (che in inglese significa 'meno', ma e' anche l'acronimo di Laparo - endoscopic single-site surgery, chirurgia laparoendoscopica attraverso un solo accesso). Meno tagli, e meno dolore, come spiega Giovanni Scambia, direttore del Dipartimento per la Tutela della salute della donna e della vita nascente del Policlinico 'Agostino Gemelli' di Roma: 'Utilizziamo uno strumento speciale, che attraverso un'unica apertura di circa un centimetro di diametro, riesce a inserire nel corpo della paziente sia una parte ottica - una minitelecamera che ci serve per vedere cosa stiamo facendo - sia gli strumenti necessari all'operazione'. L'aspetto di questo strumento e' quello di un tubo trasparente di plastica morbida all'interno del quale e' contenuto tutto il necessaire perche' i chirurghi possano portare a termine l'operazione di volta in volta necessaria. Anna Fagotti, ginecologa dello stesso Dipartimento, e' la prima firmataria di un articolo che sta per uscire sulla rivista internazionale Fertility and Sterility che descrive come la tecnica sia stata utilizzata in tre casi di donne sottoposte ad interventi per asportare cisti ovariche. '® dallo scorso gennaio che nel nostro Dipartimento abbiamo iniziato a sperimentare questa tecnica. Finora, oltre ai tre casi descritti nell'articolo, abbiamo operato altre patologie tubo-ovariche benigne, per un totale di circa una ventina di casi. Questa e' la prima volta nel mondo che si usa questa tecnica in ambito ginecologico e finora la cosa che ci fa piu' piacere e' che tutte le pazienti si sono dette molto soddisfatte dei risultati', spiega Fagotti. Rispetto alle tecniche endoscopiche tradizionali, per le quali erano necessari tre o quattro 'buchi', grazie a questo nuovo strumento e' possibile utilizzare un unico accesso, che di solito viene praticato attraverso l'ombelico: una cicatrice naturale che dunque garantisce un risultato estetico senza precedenti, oltre che un controllo eccezionale del dolore post operatorio. 'Manca ancora una valutazione obiettiva e scientificamente solida di questo parametro', spiegano ancora Scambia e Fagotti, 'e noi ci stiamo lavorando. Ma dai dati che abbiamo raccolto sinora con le nostre pazienti, il dolore sembra decisamente meno e il recupero migliore. Appare ragionevole pensare, infatti, che la causa del dolore sia associata al numero di incisioni a livello peritoneale: visto che noi ne facciamo una sola, e' senz'altro probabile che il dolore sia effettivamente inferiore che nelle pazienti operate con tecniche endoscopiche tradizionali e il recupero piu' rapido'.

 

CANCRO SPERIMENTATA NUOVA TECNICA PER TUMORE FEGATO

 Marsciano (Pg)- Tre pazienti con tumore primitivo del fegato sono stati sottoposti per la prima volta in Umbria ad una nuova tecnica di termoablazione percutanea ecoguidata, che utilizza un sistema fisico a microonde. I tre interventi, eseguiti al nosocomio di Marsciano dai dottori Attilio Solinas e Paolo Brunori del servizio di Gastroenterologia ed Epatologia della ASL 2, hanno avuto un buon successo e sono stati effettuati senza l'impiego di anestesia generale. La procedura consiste, secondo quanto spiegato dall'equipe, nell'introduzione mirata di una sonda d'acciaio di calibro sottile (1,6mm) all'interno della lesione cancerosa del fegato, sotto la guida dell'ecografia; l'estremita' del dispositivo emette microonde all'interno del tumore, che producono calore e 'bruciano' le cellule cancerose per un diametro predefinito di circa 3,5 per 5 cm. La tecnica consente di trattare tumori di piccole dimensioni, sia primitivi che metastatici al fegato, con una durata piu' breve (10 minuti circa) rispetto alle terapia per cutanee tradizionali (radiofrequenza) e si pone come alternativa alla chirurgia nei casi in cui l'intervento non sia praticabile per motivi tecnici o per l'eta' e le condizioni cliniche del paziente. L'equipe diretta da Solinas esegue procedure interventistiche per via ecoguidata, quali biopsie addominali e trattamenti dei tumori del fegato, gia' dal 1985, con una casistica di oltre 6000 casi provenienti dall'Umbria e da fuori regione.

 

E' stata testata con successo

NANOPARTICELLA CONTRO MALATTIE CARDIOVASCOLARI

 Washington - Una nanoparticella capace di attaccare le placche sulle pareti dei vasi sanguinei e' stata sviluppata da un team di ricercatori dell'Universita' di Santa Barbara, Stati Uniti. La nanoparticella - un agglomerato di molecole grande meno di 200 nanometri - e' stata testata con successo su delle cavie da laboratorio, e nel futuro potrebbe essere applicata nel trattamento delle malattie cardiovascolari. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. "Il nostro obiettivo - ha detto Erkki Ruoslahti del Burnham Institute for Medical Research all'Universita' californiana di Santa Barbara, tra gli autori dello studio - era sviluppare delle nanoparticelle capaci di individuare le placche aterosclerotiche, degli inspessimenti delle pareti dei vasi sanguinei che possono causare infarti o ictus". La nanoparticella sviluppata e' una sfera costituita da una serie di lipidi, chiamata 'micella'. Sulla superficie di essa vi e' un peptide, cioe' un frammento di proteina, che e' capace di riconoscere le placche aterosclerotiche e di attaccarsi ad esse. "Abbiamo scelto di non attaccare semplicemente la placca, ma di agire sui punti in cui si poteva distaccare con facilita', come ad esempio al punto di attacco con le pareti del vaso", ha spiegato Rouslanti. "Ci sembrava il punto migliore dove agire", ha continuato. Le nanoparticelle sono state testate sui topi che avevano problemi di placche aterosclerotiche, a causa della loro dieta ad alti grassi. I ricercatori hanno iniettato nel flusso sanguineo le 'micelle', che sono state lasciate circolare nel sangue ripulendo le arterie. "Pensiamo che le 'micelle' autoassemblanti, come quelle che abbiamo usato noi, siano versatili e funzionali per l'utilizzo in vivo. Il fatto che siano capaci di autoassemblarsi e' un vantaggio per i trattamenti e le terapie che abbiamo in mente'', ha detto Matthew Tirrel, del College of Engeneering di Santa Barbara, co-autore dello studio. "Il trattamento con le nanoparticelle e' tra i piu' promettenti nel campo delle malattie cardiovascolari", ha concluso.

 

Grazie a una nuova tecnica di neurochirurgia spinale percutanea

LA COLONNA VERTEBRALE SI RIPARA SENZA TAGLI

Roma - E' ora possibile riparare i danni alla colonna vertebrale senza tagli ma avvalendosi solo di piccole incisioni. Si tratta della nuova tecnica di neurochirurgia spinale percutanea (attraverso la pelle) che sta prendendo piede in Italia e che consentira'? nel giro di pochi anni di abbattere tempi e costi delle degenze operatorie per questo tipo di interventi, in rapido ed esponenziale aumento nel nostro paese, permettendo al paziente di alzarsi in piedi dopo poche ore dopo l'intervento. Questa nuova tecnica e' una delle novita'? che saranno presentate al convegno 'New trends in instrumentation and techniques in Spinal Surgery. Meeting 2009', dal titolo 'Open versus less-invasive and percutaneous surgery in degenerative and traumatic lumbar spine' (confronto tra le tecniche di chirurgia spinale tradizionali a cielo aperto e le nuove tecniche di chirurgia per cutanea nelle patologie degenerative e traumatiche della colonna lombare), una due giorni di lavori che riunira'? a Sabaudia (Latina) alcuni dei massimi esperti internazionali in questo campo della chirurgia. Attualmente in Italia si contano complessivamente oltre 120 unita'? di neurochirurgia e si eseguono circa 100mila interventi di neurochirurgia spinale ogni anno, pari al 2-3% del totale degli interventi chirurgici eseguiti nel paese. Principalmente gli interventi riguardano patologie di tipo degenerativo (ernie discali, stenosi e stabilizzazioni per instabilità), seguite in ordine di importanza da problematiche di natura traumatica che, purtroppo, hanno ancora un peso importante (fratture vertebrali), infine ci sono condizioni di natura oncologica (crolli vertebrali e metastasi tumorali nella colonna) che richiamano l'attenzione sulla necessita'? di fornire a questi pazienti un supporto chirurgico adeguato quando la malattia prenda di mira la colonna vertebrale. A doversi sottoporre a questo tipo di interventi sono soprattutto giovani per quanto riguarda le patologie di natura traumatica. "Purtroppo vediamo sempre piu' spesso giovanissimi di 15-30 anni che riportano lesioni per incidenti alla guida in macchina e in scooter", spiega il professor Raco, ordinario di Neurochirurgia all'Universita'? La Sapienza di Roma. "Per quanto riguarda invece le patologie di tipo degenerativo la fascia d'eta'? piu' interessata e' quella degli ultra sessantacinquenni: "oggi operiamo anche ottantenni", spiega il professor Raco, "cosa che fino a qualche anno fa era impensabile; si tratta di un importante progresso tecnico perche', dato l'aumento dell'eta'? della popolazione italiana, sempre piu' anziani avranno bisogno di questo tipo di interventi".

Il metodo messo a punto da ricercatori inglesi

 

NUOVA TECNICA BLOCCA METASTASI NEL CERVELLO

Londra- Una nuova tecnica capace di bloccare la diffusione delle cellule cancerogene nel cervello e' stata scoperta da scienziati dell'Universita' di Oxford, Inghilterra. La tecnica, esposta in uno studio pubblicato su PLoS ONE, e' in grado di impedire alle cellule tumorali di diffondersi all'interno dei tessuti celebrali, bloccando loro il nutrimento. "La chiave" spiega il direttore della ricerca, il dottor Shawn Carbonell "e' una proteina chiamata integrina, che si trova sulla superficie delle cellule tumorali. Questa proteina permette alle cellule di attaccarsi ai vasi sanguini e ricevere le sostanze nutritive necessarie per la sopravvivenza. Bloccando l'integrina tramite farmaci specifici, possiamo evitare che queste cellule si nutrano e si diffondano all'interno del cervello". Le metastasi celebrali sono molto comuni nei pazienti affetti da tumore. Nella maggior parte dei casi, una volta che il tumore si diffonde al cervello non c'e' piu' speranza: anche con un trattamento tempestivo, la sopravvivenza media non supera i 9 mesi. "Abbiamo scoperto - spiega Carbonell - che le cellule metastatiche celebrali nel 95 per cento dei casi cominciano a crescere attorno alle pareti dei vasi sanguinei del cervello, e non attorno alle cellule nervose. Successivamente ci siamo resi conto che rimuovendo la proteina integrina, le cellule tumorali smettevano di attaccarsi ai vasi sanguinei, e quindi di crescere. In pratica, non possono stabilirsi nel cervello e fare danni. Questa scoperta ci offre maggiore comprensione delle dinamiche con le quali i tumori si sviluppano, e nuove opportunita' per elaborare terapie e trattamenti mirati per rallentarne la crescita".

 

E' stato eseguito in Spagna

PRIMO TRAPIANTO AL MONDO DI RENE IN LAPAROSCOPIA

Barcellona - In Spagna e' stato eseguito per la prima volta al mondo un trapianto di rene con la laparoscopia. Una donna con insufficienza renale cronica e' stata operata nel centro di urologia della Fondazione Puigvert, a Barcellona, con questa tecnica chirurgica che consente di operare attraverso incisioni addominali molto piu' ridotte: in questo caso, sette centimetri, rispetto ai 20 della chirurgia tradizionale. La paziente ha lasciato l'ospedale a 14 giorni dall'intervento con "una funzione renale regolare", hanno annunciato i medici. L'operazione e' durata circa quattro ore, ha spiegato il coordinatore dell'equipe, Antonio Rosales.

E' il primo intervento del genere al mondo

 

ASPORTATO COLON DA OMBELICO DI DUE PAZIENTI A PISA

Roma - Asportato per la prima volta al mondo il colon dall'ombelico di due pazienti con una incisione di soli due centimetri. L'intervento e' stato eseguito dall'equipe di Chirurgia Generale dei Trapianti nell'Uremico e nel Diabetico di cui e' direttore il professor Ugo Boggi, dell'Aoup-Azienda Ospedaliero-Universitaria di Pisa. Un intervento di questa portata, nel senso delle dimensioni della parte d'organo asportata, partendo da una microincisione, finora non era mai stato eseguito al mondo, pur essendo praticata - sia negli Usa che in qualche ospedale italiano - la tecnica chirurgica mininvasiva denominata 'single incision laparoscopic surgery' (o 'transumbelical single port laparoscopic surgery') per interventi meno complessi su un'area anatomica limitata (es. asportazione della colecisti, del surrene). L'intervento apre quindi nuove frontiere per l'utilizzo di questa metodica anche per patologie complesse e non confinate in uno specifico distretto anatomico ed e' stato effettuato nelle scorse settimane su due pazienti, entrambe dimesse dopo 4-5 giorni in buone condizioni di salute. Le due pazienti operate avevano sofferto di ripetuti episodi di 'diverticolite', la complicanza infiammatoria della diverticolosi del colon (cioe' della presenza di diverticoli nel colon). Al momento attuale, a livello mondiale, sono stati pubblicati solo due casi in cui e' stato asportato il sigma, un segmento di colon lungo circa 30 centimetri, con metodica laparoscopica attraverso una singola, piccola, incisione trans ombelicale. Ma i due casi operati a Pisa rappresentano una nuova frontiera chirurgica perche' la parte da asportare era assai piu' estesa (la compromissione interessava infatti tutto il colon discendente e il sigma). Questi due primi casi mondiali dimostrano che la chirurgia laparoscopica, attraverso una sola incisione, puo' essere applicata - in casi selezionati - anche al trattamento di patologie 'non localizzate' e che anzi coinvolgono piu' quadranti dell'addome.

 

 

STUDIO USA FA MALE GUARDARE LA TV PRIMA DI ANDARE A LETTO

 Washington - E' ufficiale: non fa bene alla salute guardare la tv prima di addormentarsi la notte. Questa comunissima abitudine, infatti, sarebbe la causa dell'insorgenza di problemi di salute cronici. Almeno questo e' quanto ha scoperto un gruppo di ricercatori della University of Pennsylvania in uno studio presentato in occasione del meeting annuanle dell'Associated Professional Sleep Society dell'Illinois. Lo studio, condotto negli Stati Uniti, ha coinvolto 21.475 adulti. Di questi la maggior parte ha dichiarato di passare circa il 50 per cento del tempo 'pre-letto', ovvero prima di andare a letto, guardando la tv. Questo, secondo i ricercatori, ridurrebbe il tempo totale del sonno la notte con conseguenze gravi sulla salute. Il sonno e' infatti essenziale per 'ricaricare' le batterie dopo una giornata di lavoro. Secondo i ricercatori, privarsi anche di qualche ora di sonno per guardare la tv puo' avere degli effetti negativi sulla salute. La privazione del sonno e' associata infatti all'insorgenza di disordini ormonali, depressione e obesita'. (AGI) . Ne sono stati registrati 78mila in dodici anni.

 

USA, IN AUMENTO INFORTUNI CAUSATI DA COMPUTER

 Washington - Gli infortuni causati dal computer sono in rapido aumento, e non si tratta solo di disagi dati dall'uso a lungo termine. I casi di infortunio grave a causa del computer registrati negli Stati Uniti, tra il 1994 e il 2006, sono stati oltre 78.000, il 93 per cento dei quali e' avvenuto tra le mura domestiche. Mentre si era gia' a conoscenza dell'aumento di dolori alla schiena, visione offuscata e sindrome del tunnel carpale in chi usa spesso il personal computer, una nuova ricerca rivela che anche gli infortuni piu' gravi come traumi e cadute sono in aumento, sopratutto tra i piu' giovani. Lo studio, svolto dal Center for Injury Research and Policy, dal Research Institute del Nationwide Children's Hospital e dell'Ohio State University College of Medicine, di Columbus, mostra un aumento di 7 volte di questo tipo di infortuni in 13 anni di sorveglianza, un aumento che non corrisponde alla normale diffusione dei personal computer. Gli infortuni piu' comuni sono quelli associati al monitor: sembrano essere in diminuzione da quando i pesanti monitor a tubo catodico sono stati rimpiazzati dai piu' leggeri schermi a LCD. Altri infortuni comuni sono inciampare nei cavi e nelle attrezzature lasciate a terra, urti agli arti e ferite alla testa per cadute sulle attrezzature, apparecchi che cascano addosso perche' non ben fissati. I bambini al di sotto dei 5 anni sono il gruppo piu' colpito: l'infortunio piu' comune per loro (avviene nel 43.4 per cento dei casi) e' inciampare nei cavi o essere colpiti da un monitor in caduta. Inoltre, a differenza delle altre fasce di eta', che si fanno male soprattutto agli arti, nei bambini la maggior parte delle ferite avviene alla testa: nel 75.8 per cento nei minori di 5 anni e nel 61.8 per cento di quelli tra i 5 e i 10 anni. L'aumento dall'inizio dello studio e' stato del 732 per cento, piu' del doppio di quello dei personal computer domestici (309 per cento). Quindi non e' solo perche' ci sono piu' computer che aumentano gli infortuni. "Ulteriori ricerche sono necessarie. Il computer sta diventando un oggetto onnipresente nelle nostre case e dobbiamo avere ulteriori informazioni su come viene usato se vogliamo comprendere appieno il fenomeno" ha detto Lara B. McKenzie, del Nationwide Children's Hospital Center for Injury Research and Policy di Columbus, autrice della ricerca. "I tipi di computer, come sono disposti, e l'arredamento delle sale dove si trovano: tutti questi fattori dovranno essere analizzati per studiare delle strategie di corretto utilizzo in modo da evitare questo tipo di infortuni".

 

SCOPERTO GENE RESPONSABILE PERDITA DELL'UDITO

Bruxelles - Due studi condotti parallelamente a livello europeo evidenziano l'associazione tra un nuovo tipo di gene e la perdita progressiva dell'udito. Il gene 'miR-96' e' un piccolo frammento dell'Rna, che influisce sul processo di generazione di altre molecole nelle cellule ciliate sensorie dell'orecchio interno. La ricerca, pubblicata sulla rivista 'Nature Genetics' e riportata dal notiziario europeo Cordis, rientra nei progetti 'Sirocco' ed 'EuroHair', finanziati dall'Unione europea rispettivamente con 11,78 e 12,5 milioni di euro. I risultati consentono di comprendere meglio una condizione che colpisce milioni di persone in tutto il mondo. Ricercatori dell'ospedale spagnolo Hospital Ramon y Cajal hanno guidato la prima equipe che si e' occupata delle famiglie in cui era presente questa condizione; l'oggetto dell'osservazione dell'altra equipe, guidata dall'istituto britannico Wellcome Trust Sanger Institute, e' stato invece il diminuendo, un nuovo modello animale utilizzato per studiare la perdita progressiva dell'udito. I ricercatori hanno poi condiviso i dati di entrambi i gruppi. "Siamo riusciti a dimostrare in tempi relativamente rapidi che se i topi erano portatori di una copia della variante di questo gene soffrivano di perdita progressiva dell'udito, mentre se erano portatori di entrambi i geni erano affetti da sordita' grave", ha spiegato Karen Steel, uno dei coordinatori del team del Sanger Institute, "Le domande principali cui trovare una risposta riguardavano la possibilita' di determinare qual e' la variante coinvolta e come influisce sull'udito". Sulla base dei risultati ottenuti dal primo gruppo, il team spagnolo ha suggerito che il gene responsabile e' posizionato sul cromosoma 7, gia' associato a diverse patologie e malformazioni che colpiscono l'essere umano. Entrambi i gruppi di ricercatori hanno tentato di sequenziale ogni singolo gene nelle "regioni genomiche omologhe in uomo e topo che sono associate alla perdita d'udito". Il sequenziamento ha dimostrato che la maggioranza dei geni delle regioni interessate non potevano essere ritenuti responsabili della perdita d'udito, tuttavia entrambi i team hanno rilevato una mutazione in un gene appartenente al microRNA, ovvero il gene 'miR-96' coinvolto nel processo di perdita dell'udito. "Conosciamo una serie di geni associati alla sordita' in umani e topi, ma abbiamo scoperto con sorpresa che questo appartiene a una nuova classe di geni definiti microRNA", ha sottolineato Miguel Angel Moreno-Pelayo, autore dello studio e ricercatore presso l'ospedale Ramon y Cajal. Gli esperti riconoscono che i microRNA, che controllano l'attivita' di numerosi geni, possono legarsi ai messaggeri attivi nella generazione della proteina cellulare, interrompendo effettivamente il processo. "Nessuno aveva osservato una mutazione in grado di causare una patologia nella sequenza matura del microRNA", ha detto Moreno-Pelayo. "Si tratta del primo gene microRNA associato alla perdita di udito", ha continuato l'autore, "ed e' significativo che sia il primo ad essere associato ad una condizione ereditaria". I ricercatori hanno scoperto che e' possibile analizzare il ruolo della mutazione nei topi. Come hanno affermato i ricercatori, sembra le cellule ciliate sensorie nel topo mutante siano disturbate dal gene 'miR-96'. Mentre i topi portatori delle due copie del gene mutante presentavano cellule ciliate deformi dalla nascita e cellule soggette a una degenerazione gia' nei primi stadi di vita, i ricercatori hanno scoperto che gli effetti erano meno gravi nei topi che presentavano una sola copia del gene mutante. Tuttavia, hanno osservato gli scienziati, gli effetti si aggravavano con l'aumentare dell'eta'. "La mutazione, ovvero la variazione di une singola lettera del codice genetico dalla A alla T in questa minuscola estensione, e' sufficiente a causare una grave perdita dell'udito nel topo", ha evidenziato Morag Lewis del Sanger Institute, che ha scoperto la mutazione. Per quanto concerne gli studi sugli esseri umani, i ricercatori hanno scoperto che due famiglie presentavano una mutazione del gene 'miR-96' seppur in punti diversi del gene 'miR-96', hanno affermato i ricercatori. Mentre nessuna delle mutazioni registrate negli esseri umani avvengono in corrispondenza della stessa lettera in cui avvengono quelle del topo, tutte e tre si trovano molto vicine nella sequenza del gene 'miR-96'. "Tutte e tre si trovano in regioni essenziali delle sette lettere nella sequenza matura del 'miR-96'", ha spiegato Angeles Menc?a dell'Ospedale Ramon y Cajal. I risultati ottenuti aiuteranno gli scienziati a sviluppare trattamenti per l'attenuazione della perdita dell'udito progressiva. Allo studio hanno inoltre partecipato il GSF National Research Center for Environment and Health (Germania) e l'Universita' dell'East Anglia.

 

MENOPAUSA: MENO FASTIDI CON BASSE DOSI ESTROGENI

 Roma - Basse dosi di estrogeni associate a progestinici di nuova generazione sembrano avere effetti positivi sul controllo della sintomatologia della menopausa, ma anche, sulla pressione arteriosa e sulla reattivita' endoteliale. E' quanto emerge dai dati preliminari di due recenti studi condotti dalla dottoressa Paola Villa (ginecologa presso il Dipartimento per la tutela della salute della donna e della vita nascente del Gemelli) e da un team di medici dell'Istituto di Clinica ostetrica e ginecologica dell'Universita' Cattolica di Roma. L'equipe e' stata coordinata da Antonio Lanzone, direttore dell'unita' operativa di Ginecologia Disfunzionale del Policlinico 'Agostino Gemelli'. I medici hanno osservato che "basse dosi di estrogeni a differenza delle dosi standard fino a ora utilizzate, possono determinare un miglioramento del profilo glico-insulinemico e avere un effetto neutrale sul metabolismo lipidico". Anche i fitoestrogeni, molecole naturali utilizzate in alternativa alla classica terapia ormonale della menopausa, nelle donne normoinsulinemiche hanno dimostrato "capacita' di migliorare il metabolismo glucidico e la reattivita' vascolare". Gli studi sono stati pubblicati su 'Climateric, the journal the international menopause society' e 'Journal endocrinology of clinical and metabolism'. Il venir meno della attivita' ovarica e della produzione di estrogeni durante la menopausa e' responsabile di manifestazioni cliniche differenti, alcune immediate, altre a lungo termine, che provocano non solo la comparsa della tipica sintomatologia climaterica come le vampate, le sudorazioni notturne, i cambiamenti del tono dell'umore, l'atrofia vaginale e la dispareunia, ma anche una modificazione del metabolismo glico-insulinemico, lipidico, osseo e un aumento del rischio di patologie cardiovascolari. "Oggi si preferisce somministrare alle donne in menopausa dosi di estrogeni piu' basse e magari associate a progestinici di nuova generazione, come il 'Drospirenone'", ha spiegato la dottoressa Villa. "La donna oggi - ha dichiarato il professor Lanzone - puo' vivere serenamente il periodo della menopausa, attuando semplici strategie comportamentali e terapeutiche".

 

PARKINSON: SCOPERTA CAUSA MORTE DEI NEURONI

Washington - I tre responsabili della morte dei neuroni nella malattia del Parkinson sono il neurotrasmettitore dopamina, un canale per il calcio e la proteina sinucleina. A scoprirlo sono stati i ricercatori del Medical Center della Columbia University in uno studio pubblicato sulla rivista Neuron. "Sebbene le interazioni tra le tre molecole siano complesse, ora c'e' la speranza di poter mettere a punto una strategia terapeutica per recuperare la funzionalita' delle cellule", ha spiegato Eugene Mosharov, docente di neurologia e psichiatria della Columbia. I sintomi del Parkinson,tra cui i tremori incontrollabili e le difficolta' di movimento degli arti, sono dovuti, secondo le attuali conoscenze, alla perdita di neuroni a carico della regione cerebrale nota come 'substantia nigra'. Finora si sospettava che la dopamina, l'alfa-sinucleina e i canali del calcio fossero coinvolti nella morte cellulare ma solo come fattori individuali. Ora invece e' stata dimostrato che a essere letale e' l'interazione delle tre molecole. In sostanza, i neuroni muoiono perche' i canali del calcio portano a un incremento di dopamina all'interno delle cellule; la dopamina in eccesso reagisce con la sinucleina a formare complessi inattivi; questi ultimi, infine, impediscono alla cellula di disfarsi dei materiali di scarto che si accumulano nel tempo e che finiscono per uccidere la cellula. I neuroni sopravvivono quando viene meno uno solo dei tre fattori, e proprio questo potrebbe essere il dato su cui puntare per una nuova strategia terapeutica.

 

PARKINSON: IL PRAMIPEXOLO E' EFFICACE

 Roma - Nuovi dati sul farmaco impiegato per il trattamento della malattia di Parkinson: si confermano efficacia, sicurezza e tollerabilita' del pramipexolo a rilascio prolungato in un'unica somministrazione giornaliera con risultati che sono paragonabili all'attuale formulazione a rilascio immediato. Sono i primi dati presentati al Meeting Annuale dell'American Academy of Neurology (AAN) di Seattle (USA) e illustrano i risultati di due studi in doppio cieco che hanno valutato l'efficacia, la sicurezza e la tollerabilita' di pramipexolo a rilascio prolungato, in unica sominnistrazione giornaliera, nel trattamento della malattia di Parkinson. In particolare, il primo studio ha confrontato l'efficacia, la sicurezza e la tollerabilita' di pramipexolo a rilascio prolungato rispetto a pramipexolo a rilascio immediato e placebo, in pazienti in fase iniziale della malattia, per un periodo di oltre 33 settimane. L'analisi statistica a 18 settimane ha evidenziato una superiorita' di pramipexolo,a rilascio prolungato rispetto a placebo, ed una efficacia comparabile a pramipexolo a rilascio immediato, a parita' di dosaggio giornaliero. L'analisi statistica descrittiva, dopo 33 settimane di trattamento, ha evidenziato, in entrambi i gruppi trattati con pramipexolo, il mantenimento dell'efficacia rispetto alle 18 settimane, ed un peggioramento nel gruppo trattato con placebo. "Ogni paziente affetto da Parkinson ha sintomi ed esigenze diverse - ha detto Werner Poewe, docente di Neurologia e Direttore del Dipartimento di Neurologia dell'Ospedale Universitario di Innsbruck - E' dunque importante fornire ai pazienti un trattamento che si adatti alle loro esigenze individuali, e al contempo rassicuri i medici sull'efficacia, sulla sicurezza e tollerabilita' delle nuove formulazioni rispetto a quelle attuali". Il secondo studio, condotto anch'esso su pazienti in fase iniziale della malattia di Parkinson, ha valutato l'efficacia e la sicurezza di pramipexolo quando viene swicciato dalla formulazione a rilascio immediato a quella a rilascio prolungato, con uguale dose giornaliera. Lo studio ha dimostrato che l'84,5% dei pazienti e' passato con successo da pramipexolo a rilascio immediato a pramipexolo a rilascio prolungato (intendendo per sostituzione di successo l'assenza di peggioramento di oltre il 15% rispetto al valore di riferimento nel Unified Parkinson's Disease Rating Scale (UPDRS) II + III e non connesso a eventi avversi dovuti alla sospensione del farmaco). I risultati degli studi clinici in pazienti con malattia di Parkinson in fase avanzata saranno presentati entro la fine dell'anno.

 

CETUXIMAB EFFICACE CON CHEMIOTERAPIA

 Darmstadt - Pubblicati recentemente sul New England Journal of Medicine (NEJM), i risultati dello studio clinico di Fase III CRYSTAL che confermano la maggiore efficacia di Cetuximab in associazione con la chemioterapia standard a base di irinotecan (FOLFIRI) nel trattamento dei pazienti affetti da tumore metastatico del colon retto, rispetto alla sola chemioterapia. I pazienti con tumore KRAS non mutato (wild-type) che hanno ricevuto Cetuximab, hanno beneficiato di un significativo incremento della percentuale di risposta fino al 59% e di una riduzione del 32% nel rischio di progressione della malattia, se confrontati con il gruppo di pazienti che ha ricevuto il solo FOLFIRI. "Questi risultati rappresentano un importante passo in avanti nel trattamento di prima linea del tumore metastatico del colon retto e dimostrano chiaramente il vantaggio di selezionare il trattamento piu' adeguato per i pazienti prima dell'inizio dello stesso, basandosi sullo status del gene KRAS del loro tumore" ha commentato il Professor Eric Van Cutsem, ricercatore principale dello studio CRYSTAL e Professore di Medicina e Oncologia Digestiva dell'University Hospital Gasthuisberg di Leuven in Belgio. "Le percentuali di risposta sono particolarmente entusiasmanti. - Possiamo alleviare il dolore e i sintomi dei pazienti grazie alla diminuzione della massa tumorale, cosa che permette, in alcuni casi, la rimozione chirurgica del tumore, e quindi, una possibilita' di cura. Questi risultati indicano che Cetuximab e' da considerarsi come una nuova importante opzione nell'ambito della scelta terapeutica". CRYSTAL e' uno studio clinico multicentrico di Fase III, randomizzato, controllato, che ha coinvolto 1.198 pazienti e ha valutato l'efficacia e la sicurezza di Cetuximab nel trattamento di prima linea dei pazienti affetti da tumore metastatico del colon retto, in associazione con FOLFIRI, rispetto al regime col solo FOLFIRI. "I notevoli risultati del CRYSTAL che, nei pazienti con KRAS non mutato (wild-type), dimostrano elevate percentuali di risposta, vicine al 60%, supportano in modo chiaro l'utilizzo di Cetuximab in prima linea" ha affermato il Dr. Wolfgang Wein, Executive Vice President, Oncology di Merck Serono. "Questo studio clinico e' una pietra miliare a favore dell'introduzione dei biomarcatori nella terapia mirata dei pazienti colpiti da tumore metastatico del colon retto". L'efficacia di Cetuximab in associazione a chemioterapia standard a base di oxaliplatino, come terapia di prima linea del colon retto metastatico e' stata dimostrata anche dai risultati dello studio OPUSb, recentemente pubblicati dal Journal of Clinical Oncology.

 

PROBLEMI DI ASMA PER I PIU' ANSIOSI

 Washington - Le persone particolarmente nervose hanno un rischio triplicato di sviluppare l'asma. Almeno questo e' quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell'Universita' di Heidelberg di Mannheim (Germania) e pubblicato sulla rivista Allergy. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori, coordinati da Adrian Loerbroks, hanno chiesto a 4.010 pazienti affetti da asma di rispondere alle domande di un questionario per indagare le tendenze individuali all'isteria, all'ansia e alla depressione. Dopo nove anni, i ricercatori hanno sottopposto i pazienti a una nuova valutazione. Ebbene, i ricercatori hanno dimostrato che i soggetti con alti livelli di nevrosi avevano un rischio triplicato di sviluppare l'asma. Gli studio sugli animali avevano gia' dimostrato che lo stress cronico altera i livelli ormonali e che questo puo' causare l'infiammazione delle vie respiratorie. Loerbroks e' ora convinto che una personalita' nevrotica puo' esercitare effetti simili. Per questo i ricercatori credono che trattare la propria nevrosi significa anche ridurre il riscvhio di sviluppare l'asma.

 

COSI' SI RIGENERANO LE CELLULE DEL CUORE

 Washington- Due ricercatori del Gladstone Institute of Cardiovascular Disease di San Francisco hanno individuato il mix di proteine in grado di innescare il processo per riprogrammare qualsiasi cellula in cardiomiociti (quelle del cuore). Queste sarebbero in grado di rigenerare i settori necrotizzati di un cuore colpito da infarto. La scoperta, riportata da Nature, rappresenta un primo passo verso lo sviluppo di una nuova tecnica terapeutica attraverso la riprogrammazione cellulare che superi i deludenti risultati fin qui ottenuti con le staminali. Jan Takeuchi e Benoit Bruneau hanno identificato tre proteine che insieme hanno portato alla mutazione di cellule del mesoderma di un topo in cellule cardiache. Si tratta di due 'fattori di trascrizione' (Gata4 e Tbx5) e della proteina cardiaca Baf60c. Considerato che i problemi cardiaci sono la prima causa di mortalita' al mondo e che il cuore ha una ridottissima capacita' rigenerativa se il meccanismo si dimostrasse efficace anche nell'uomo in teoria sarebbe possibile usare qualsiasi cellula per riprogrammarla per arare il muscolo piu' importante del corpo.

 

INDIVIDUATI GENI COLLEGATI CON MALATTIE CRONICHE

 Hong Kong - Un gruppo di ricercatori della Corea del Sud ha individuato una serie di geni collegati con indicatori chiave come la pressione del sangue e la densita' ossea che hanno una relazione con malattie croniche quali l'ipertensione e l'osteoporosi. In un articolo pubblicato da Nature Genetics, gli scienziati scrivono di aver studiato il Dna di quasi 9.000 persone in Sud Corea e di essere riusciti a identificare i geni che controllano indicatori fondamentali quali: la pressione del sangue, la densita' ossea, l'indice di massa corporea, il rapporto vita-fianchi, l'altezza e il battito cardiaco.

 

STUDIO USA CONFERMA, TE' VERDE FA BENE

 Milano - L'estratto di te' verde e' efficace nella riduzione del colesterolo, nell'abbassamento dei trigliceridi nel sangue e nel miglioramento della funzionalita' vascolare. E' quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell'Hospital Clinico Virgen de la Victoria di Malaga e pubblicato sulla rivista 'Journal of American College of Nutrition'. La ricerca e' stata rilanciata anche dall'Osservatorio dell'Associazione italiana Industrie prodotti alimentari - Area Integratori Alimentari (Aiipa). Consumato fin dal 2700 a.C, il te' e' diventato nel tempo un rituale che caratterizza gli usi e i costumi di molti popoli. Una bevanda antichissima che deriva dall'infusione delle foglie di una pianta arbustiva della famiglia delle teacee, originariamente coltivata in Cina e Giappone che nel tempo si e' diffusa in India, Indonesia e Ceylon. Una pianta che, grazie alla ricca concentrazione nelle foglie di catechine e polifenoli sta oggi riscuotendo grande attenzione da parte della comunita' scientifica per i suoi effetti benefici. Le catechine del te', gia' molto conosciute per le loro proprieta' antiossidanti, hanno mostrato negli ultimi anni conseguenze positive anche sui livelli di concentrazione dei lipidi nel sangue. Il nuovo studio ha evidenziato una correlazione proprio tra estratto del te' verde e livelli di concentrazione dei lipidi. Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno coinvolto un campione di 14 persone valutate dopo 7 giorni di somministrazione con placebo e dopo 5 settimane di integrazione giornaliera con un estratto di te' verde che aveva un contenuto medio di 375 mg di catecolo e 150 mg di caffeina. L'obiettivo era quello di indagare l'effetto a breve/medio termine dell'estratto sulla funzione vascolare e sui livelli di colesterolo Ldl in donne sane di eta' media di 35 anni. Dall'analisi dei risultati e' emerso che, rispetto al placebo, l'estratto di te' verde ha determinato una riduzione significativa, pari al 37,4 per cento, della concentrazione del colesterolo Ldl, un abbassamento dei trigliceridi nel sangue e un miglioramento della funzionalita' vascolare. Questo conferma quindi l'effetto positivo delle catechine del te' verde per il benessere dell'organismo.

 

SCOPERTA PROTEINA RESPONSABILE DELLE METASTASI

Washington - Una proteina prodotta dai linfociti per combattere il tumore primario puo' facilitare la diffusione del cancro ai polmoni. A scoprirlo e' stato un gruppo di ricercatori della UC San Diego School of Medicine in uno studio presentato in occasione del Congresso del centenario della American Association for Cancer Research in corso a Denver. La proteina in questione che facilita la diffusione del tumore ai polmoni e' la "RANKL". Se viene bloccata si ferma allo stesso tempo il processo metastatico. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno creato due differenti ceppi di topi mutanti predisposti a sviluppare il tumore del seno: uno dei gruppi aveva linfociti nei tessuti tumorali ed esprimeva la proteina "RANKL", l'altro no. In questo secondo gruppo la frequenza dello sviluppo di metastasi ai polmoni si e' dimostrata molto inferiore rispetto all'altro gruppo. Successivamente i ricercatori hanno prelevato cellule tumorali da topi di entrambi i gruppi per iniettarle in un terzo gruppo di topi per monitorare lo sviluppo di tumori e metastasi al polmone. Ebbene, nei topi senza linfociti non e' stata riscontrata alcuna metastasi polmonare, fino a che non e' stata loro iniettata la proteina "RANKL", che ha ripristinato la capacita' del cancro di diffondersi. Al contrario, iniettando nelle cellule tumorali una sostanza capace di bloccare la proteina, i ricercatori sono riusciti a fermare lo sviluppo di metastasi polmonari

 

NUOVA TECNICA SVELA INFARTI SILENTI

Washington - Messa a punto una nuova tecnica di imaging che ha permesso di stimare la percentuale degli infarti del miocardio non riconosciuti. Sono infarti 'silenti' o Umi (dall'inglese 'Unrecognized myocardial infarction') che arrivano senza dare evidenti sintomi e per questo rappresentano un evento patologico molto insidioso. A realizzare la nuova tecnica e a fare una stima degli infarti 'silenti e' stato un gruppo di ricercatori della Duke University Medical Center in uno studio pubblicato sulla rivista Plos Medicine. Si e' calcolato che negli Stati Uniti ci sono circa 200 mila soggetti che hanno avuto un infarto senza essersene accorti. In generale, il 35 per cento dei soggetti che soffrono di arteropatia coronarica hanno i 'segni' di un precedente infarto non diagnosticato. S Un infarto recente puo' lasciare alcuni segni nel elettrocardiogramma (Ecg), ma se e' trascorso un lasso di tempo piu' ampio l'evento lascia un segno inequivocabile nella cosiddetta 'onda Q' del tracciato Ecg che segnala la presenza di un danno al tessuto cardiaco. "Il problema e' che non tutti gli Umi - ha spiegato Han Kim, coordinatore dello studio - sono rintracciabili nell'onda Q: tale sottogruppo e' percio' denominato infarti del miocardio 'non onda-Q'. Tutti questi eventi non vengono riportati nelle statistiche semplicemente perche' non vengono conteggiati". Secondo i ricercatori, questa mancanza potrebbe essere colmata almeno in parte utilizzando la risonanza magnetica cardiovascolare a guadagno ritardato ('delayed enhancement cardiovascular magnetic resonance, o DE-CMR') che, essendo in grado di distinguere il tessuto danneggiato da quello sano, puo' fornire una stima della frequenza con cui si verificano infarti 'non onda-Q'. I ricercatori hanno utilizzato la tecnica 'DE-CMR' per esaminare 185 pazienti con sospetta arteropatia coronarica ma che non avevano ancora ricevuto alcuna diagnosi di infarto del miocardio ed erano in attesa di effettuare una angiografia per verificare l'eventuale presenza di un eccesso di placche nelle arterie. Si cosi' trovato che il 35 per cento dei pazienti mostrava segni di infarto. Inoltre, gli attacchi cardiaci 'non Q' si sono dimostrati tre volte piu' comuni di quelli 'Q' e piu' probabili anche tra i pazienti con coronaropatie piu' gravi. Per quanto riguarda i decessi, i ricercatori hanno osservato che gli Umi aumentavano di 11 volte il rischio di morte per ogni causa e di 17 volte quello per eventi cardiovascolari, rispetto al gruppo di controllo senza danni al tessuto cardiaco.

 

MIRTILLI FANNO BENE AL CUORE

 New York - Mangiare mirtilli, all'interno di una dieta sana, potrebbe aiutare a tenere lontani diversi fattori di rischio di malattie cardiovascolari e diabete come accumulo di grasso sull'addome, colesterolo alto e glicemia alta: lo sostiene uno studio presentato alla conferenza Experimental Biology tenutasi a New Orleans. I benefici per la salute dei mirtilli, secondo gli scienziati, derivano dall'alto contenuto di fitochimici, sostanze chimiche di origine esclusivamente vegetale. Diversi studi hanno suggerito che queste molecole specifiche sono benefiche per la salute umana; in particolare, quelle dei mirtilli sono degli antiossidanti naturali chiamati antocianine (si trovano in tutta la frutta e verdura di colore scuro). "Nello studio a lungo termine Women's Health Study, e' risultato che le donne che seguivano un'alimentazione ricca di antocianine avevano un rischio notevolmente ridotto di malattia cardiaca", ha dichiarato il ricercatore della University of Michigan, E. Mitchell Seymour. L'equipe di Seymour ha condotto degli studi sui topi per verificare gli effetti benefici dei mirtilli. I topi erano tutti sovrappeso: gli scienziati hanno aggiunto polvere di mirtilli alla loro alimentazione, in alcuni casi povera di grassi, in altri ricca di grassi. "Ci siamo concentrati su valori importanti per le malattie cardiache come massa grassa totale, grasso addominale, lipidi nel sangue e capacita' dell'organismo di gestire gli zuccheri nel sangue", ha spiegato Seymour. "Abbiamo osservato che tutti questi fattori erano influenzati dal consumo di mirtilli". Dopo 90 giorni, i topi che avevano mangiato mirtilli avevano meno grasso sull'addome, un miglior controllo degli zuccheri nel sangue e livelli di trigliceridi e colesterolo inferiori a quelli dei topi che non avevano mangiato mirtilli. I benefici dei mirtilli erano piu' pronunciati se abbinati a una dieta povera di grassi, ma erano comunque presenti anche in congiunzione con una dieta ricca di grassi, come quella tipica americana, ha fatto notare Seymour.

 

BEVANDE, FRUTTOSIO PIU' PERICOLOSO DEL GLUCOSIO

 Washington - Se e' vero che le bevande zuccherate sono una delle principali cause della diffusione dell'obesita', e' altrettanto vero che non tutte sono uguali. Quelle edulcorate con il fruttosio possono avere effetti negativi sulla sensibilita all'insulina a differenza di quelle con glucosio. E' quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell'Universita' della California e pubblicato sulla rivista 'Journal of Clinical Investigation'. Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno coinvolto un gruppo di persone in sovrappeso e un gruppo di obesi che hanno seguito per 10 settimane una dieta in cui l'introito calorico giornaliero veniva fornito per il 25 per cento da bevande contenenti fruttosio o glucosio. Alla fine del periodo di osservazione, i soggetti dei due gruppi hanno mostrato in media le stesse variazioni di peso, ma coloro che avevano assunto fruttosio mostravano un maggiore incremento di grasso addominale. Inoltre, solo questi ultimi sono diventati meno sensibili all'insulina, evidenziando anche segni di dislepidemia, ovvero di un aumento dei livelli sanguigni di lipidi. Nonostante i risultati della ricerca, gli scienziati non hanno assolto il glucosio: prima di poterlo scagionare, secondo gli esperti sarebbe necessario studiare gli effetti a lungo termine dell'assunzione di questo zucchero.

 

STAMINALI CURANO MACULOPATIA SENILE

 Londra- Dopo tante polemiche e promesse, le cellule staminali si sono dimostrate capaci di curare per la prima volta una malattia: si tratta della degenerazione maculare senile della retina, la piu' comune causa di cecita' negli over 50. La terapia, scrive il "Sunday Times", e' stata messa a punto da un gruppo di ricercatori britannici secondo cui entro i prossimi sei-sette anni l'intervento diventera' un'operazione di routine, che non durera' piu' di un'ora. Il trattamento consiste nella sostituzione di uno strato di cellule degenerate con nuove cellule create dalle staminali embrionali, le cellule primitive indifferenziate in grado di trasformarsi in qualsiasi tessuto umano. La Amd colpisce la zona centrale della retina, la macula, che progressivamente si deteriora. Le staminali mutate in copie delle cellule retiniche vengono posizionate su una membrana artificiale inserita nella parte posteriore della retina. Gli studi sono stati condotti dai dipartimenti di oftalmologia dell'University College di Londra e dell'ospedale di Morfields. Inevitabili le polemiche etiche perche' per creare questo tipo di staminali si debbono impiegare embrioni, una possibilita' esplicitamente prevista dalla legislazione britannica. Dietro lo sviluppo della cura, rivela il Times, c'e' il sostegno alla ricerca della statunitense Pfizer, la piu' grande azienda farmaceutica al mondo.

 

"RISCALDARE" I TUMORI, NUOVA FRONTIERA IN ONCOLOGIA

 Londra - Entro tre anni un nuovo trattamento potrebbe essere in grado di eliminare il tumore alla prostata con il calore. In pratica, la nuova tecnica utilizza milioni di nanoparticelle che 'riscaldano' i tumori fino a ucciderli. Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico Daily Telegraph, un gruppo di scienziati del Dipartimento di Chimica dell'Universita' di Leicester ha ora ricevuto 325 mila sterline per sviluppare questo trattamento. "Le persone - ha detto Glen Burley, ricercatore che lavora al progetto - non sempre realizzano di avere il cancro alla prostata finche' non si diffonde ad altre parti del corpo. Ma il nuovo trattamento potrebbe essere dato a tutti i pazienti per individuare il tumore il piu' presto possibile e allo stesso tempo eliminarlo". "E' piu' efficace - ha continuato - di qualsiasi altro trattamento attuale perche' elimina il tumore non appena viene trovato e fa risparmiare tempo prezioso". Il nuovo metodo, che potrebbe essere operativo entro tre anni, funziona iniettando milioni di particelle magnetiche sulla prostata del paziente che si illuminano tramite una Magnetic Reasonance Imaging (MRI). Poi vengono utilizzate delle onde radio per riscaldare le particelle fino a 42 gradi finche' uccidono il tumore prima che si diffonda. Secondo i ricercatori, questo straordinario trattamento potrebbe essere utilizzato anche per trattare le forme piu' aggressive di cancro al fegato, alla mammella e al colon.

 

SCREENING 'SU MISURA' PER IL TUMORE AL SENO

Roma- La mammografia dovra' essere 'su misura': l'aver o meno avuto figli, l'assunzione della terapia ormonale sostitutiva, la presenza di uno o piu' casi di tumore del seno in famiglia, fattori che diventeranno criteri per dividere le donne in tre categorie di rischio. Resta invariato l'iter per chi non presenta fattori critici; per le altre, andranno previste corsie preferenziali e l'utilizzo di nuove tecnologie, come la mammografia digitale. Ecco la proposta degli esperti, riniti oggi e domani al convegno 'International Meeting on New Drugs in Breast Cancer' all'Istituto Regina Elena di Roma. "Lo screening ha consentito di ridurre la mortalita' del 50%, e' necessario ora rinnovare i criteri, indicazioni oramai condivise da tutto il mondo scientifico", spiega il professor Francesco Cognetti, direttore dell'oncologia medica del Regina Elena e presidente del convegno. " Le nuove indicazioni sono gia' allo studio della Commissione Prevenzione e Screening del Ministero: la proposta del relatore, il professor Alessandro Del Maschio, del San Raffaele di Milano, diventera' al piu' presto operativa", conclude Cognetti. Il provvedimento mira a ridurre i 12mila morti che il tumore del seno causa ogni anno nel nostro paese, su 38mila nuovi casi. Se si interviene ai primissimi stadi, infatti, la sopravvivenza raggiunge il 98%.

 

SCOPERTA LA PROTEINA DELLA LONGEVITA'

Washington - Indentificata la proteina della longevita'. Questa consente alle cellule di rimanere in vita in carenza di ossigeno e, oltre a svolgere un importante ruolo nel determinare la longevita', contribuisce alla resistenza alle malattie nella terza eta'. Almeno questo e' quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell'Universita' di Washington e pubblicato sulla rivista Science. La reazione protettiva delle cellule in condizioni di scarsita' di ossigeno, denominata 'risposta ipossica', e' stata studiata approfonditamente in un verme nematode. E' stato cosi' possibile scoprire che la cavia e' in grado di vivere piu' a lungo se il suo corredo genetico permette alle cellule di avviare la 'risposta ipossica' anche in condizioni di ossigenazione normali. Inoltre, non solo il verme vive piu' a lungo, ma e' anche relativamente meno esposto all'accumulo di proteine tossiche che potrebbe verificarsi quando invecchia. L'aggregazione di proteine tossiche viene riscontrata anche negli esseri umani, nel cervello di persone affette dalla malattia di Alzheimer o dalla Corea di Huntington e in numerose altre patologie degenerative che colpiscono in particolare nella vecchiaia. Per questo motivo, la definizione dei meccanismi cellulari in grado di prevenire l'accumulo di tali proteine in un organismo semplice puo' consentire di individuare, anche nel caso dell'essere umano, nuovi bersagli terapeutici per patologie devastanti. La scoperta e' stata possibile grazie all'analisi dei meccanismi con i quali la restrizione dietetica e' in grado di rallentare l'invecchiamento dei vermi nematodi, come gia' dimostrato in molte altre specie quali le mosche o i topi. Lo stesso gruppo di ricerca aveva dimostrato in passato una correlazione inversa tra la restrizione calorica e l'aggregazione di proteine tossiche proprio nel nematode. Tuttavia, gli esperimenti di genetica hanno mostrato che la 'risposta ipossica' e' correlata alla longevita' secondo meccanismi fisiologici different! i sia ri spetto alla restrizione dietetica sia rispetto alla risposta insulinica. ''Resta in piedi l'ipotesi - hanno commentato i ricercatori - che i meccanismi che ora vediamo come distinti possano rivelarsi il frutto di un unico processo fisiologico piu' profondo, ma per questo dobbiamo attendere i risultati degli studi futuri''. Il fattore chiave che controlla la risposta ipossica e' denominato 'HIF', a sua volta regolato da una proteina nota come 'VHL-1', che 'etichetta' le 'HIF' che devono essere distrutte dai meccanismi cellulari. Questo sistema mantiene spento il processo della 'risposta ipossica' in condizioni normali. Ibridando questi vermi con quelli incapaci di produrre la 'VHL-1', i ricercatori sono riusciti a indurre la persistenza dell''HIF' anche in presenza di sufficienti livelli di ossigeno, constatando come questa condizione determinasse una sopravvivenza maggiore del 30 per cento rispetto al normale. Gli autori sperano ora di poter estendere le loro conclusioni dai nematodi all'uomo con lo scopo di poter in futuro rallentare l'invecchiamento anche nell'essere umano.

 

ASMA: QUANTO CONTA LA CARENZA DI VITAMINE "A" E "C"

 Londra - Una carenza di vitamina A e C potrebbe alzare il rischio di asma: sono le conclusioni cui e' giunto un team di ricerca britannico dopo aver passato in rassegna 40 studi effettuati negli ultimi trent'anni. L'equipe della Nottingham University ha rilevato che le persone che assumevano poca vitamina C (che si trova in frutta e verdura) avevano un rischio piu' alto del 12% di soffrire d'asma; per la carenza di vitamina A (presente in formaggi, uova, pesci grassi) l'associazione era meno evidente, ma sempre significativa, come scrivono i ricercatori sulla rivista 'Thorax'. C'e' stata molta confusione finora sul legame tra vitamine e asma e i precedenti studi hanno prodotto risultati contrastanti. Per la nuova ricerca, il team britannico ha analizzato i dati piu' rilevanti relativi a bambini e adulti pubblicati dal 1980 a oggi. Il coordinatore della ricerca, Jo Leonardi-Bee, ha sottolineato che i dati "indicano che un consumo basso di vitamina C e vitamina A si associa con il rischio di asma a un livello che, anche se fosse casuale, sarebbe sufficiente per essere considerato clinicamente rilevante". Ora occorrera' condurre studi su piu' vasta scala per chiarire il legame e vedere se esiste una causa diretta tra consumo di vitamine e asma. Gli esperti ricordano comunque che ci sono piu' fattori in gioco nel rischio di asma, tra cui il fumo, l'attivita' fisica e le condizioni socio-economiche.

 

UNA PROTEINA DA' RESISTENZA A CELLULE MELANOMA

Washington - Identificata una proteina responsabile della resistenza delle cellule tumorali a una forma di morte cellulare programmata (apoptsi), conosciuta come 'anoikis'. Si tratta della proteina Mcl-1, scoperta da un gruppo di ricercatori della Thomas Jefferson University di Philadelphia e dell'Albany Medical College di New York. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista 'Molecular Cancer Research'. Secondo i ricercatori, la resistenza all''anoikis' permette alle cellule cancerose di dare origine alla metastasi e di sopravvivere in siti distanti dal tumore primario. La Mcl-1 fa parte della famiglia delle proteine Bcl-2, il cui funzionamento viene regolato dalle proteine B-RAF, che risultano mutate in circa il 60 per cento dei melanomi umani, una tra le piu' pericolose forme tumorali della pelle. La famigia delle Bcl-2 include diverse proteine che favoriscono la sopravvivenza delle cellule ai meccanismi di apoptosi; tre di esse in particolare sono state utilizzate come punto di partenza nelle analisi dei ricercatori e colleghi: la Mcl-1, la Bcl-2 e la Bcl-XL. "Se private della Mcl-1", ha spiegato Andrew Aplin, coordinatore dello studio, "le cellule tumorali ridiventano suscettibili ai meccanismi di apoptosi, e con effetti molto piu' evidenti rispetto alla Bcl-2 e alla Bcl-XL. I nostri risultati mostrano che assumere la Mcl-1 come bersaglio terapeutico potrebbe essere una strategia di trattamento efficace per combattere questa forma tumorale". Una molecola in grado di inibire l'azione della Mcl-1, denominata 'obatoclax',

 

ASPIRINA: PUO' PROVOCARE EMORRAGIE CEREBRALI

Washington - L'aspirina potrebbe provocare emorragie cerebrali. Almeno questo e' quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Erasmus MC University Medical Centre di Rotterdam (Paesi Bassi) e pubblicato sulla rivista Archives of Neurology. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno effettuato delle scansioni cerebrali su 1.062 persone e hanno scoperto un'incidenza superiore del 70 per cento di emorragie microscopiche tra coloro che prendono l'aspirina o 'carbasalato calcico, uno stretto parente chimico del farmaco. Nonostante questo, i ricercatori hanno precisato che gli effetti positivi dell'aspirina, che funziona come anti-coagulante nelle persone a rischio ictus o infarto, superano i rischi di emorragie. E' pero' noto da tempo che i farmaci anti-coagulanti mettono i pazienti a rischio emorragie nel tratto gastrointestinale, ovvero nell'esofago, nello stomaco e nell'intestino. Ma ora i ricercatori hanno aggiunto a questi anche il rischio di emorragia cerebrale, concludendo che occorrono ulteriori studi per comprendere la reale pericolosita' di quest'associazione con l'aspirina.

 

FUMO: DUE GENI AUMENTANO  RISCHIO  TUMORE

Verona - Si aprono nuove prospettive per l'individuazione e il trattamento dei fumatori che piu' rischiano di ammalarsi di tumore ai polmoni e di BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva), sigla che comprende alcune tra le piu' diffuse e gravi malattie dell'apparato respiratorio, come l'enfisema polmonare e la bronchite cronica. Un gruppo internazionale di ricercatori, guidato da studiosi di GlaxoSmithKline e della Duke University di Durham, North Carolina, e realizzato nell'ambito di una partnership pubblico-privata, ha infatti individuato due nuove varianti geniche che aumentano di gran lunga la possibilita' di ammalarsi nei fumatori. Lo studio, che e' stato pubblicato sull'edizione on line della rivista PLOS Genetics, si basa su una metodologia innovativa, denominata 'Genome Wide' che permette una scansione completa del genoma. E' grazie a questa tecnologia che i ricercatori sono riusciti a trovare questi geni e a scoprire il loro ruolo nella BPCO. La scoperta offre l'opportunita' di riconoscere precocemente i soggetti a maggior rischio grazie a test genetici mirati e aprira' la strada a terapie innovative per queste gravi patologie. Una strada che GlaxoSmithKline sta percorrendo da anni in diverse aree terapeutiche, come per esempio nell'Hiv-Aids, dove un farmaco impiegato per questa malattia viene somministrato solo dopo un test genetico in grado di predire quali pazienti svilupperanno una reazione di ipersensibilita'. "Le varianti genetiche individuate sono estremamente comuni nella popolazione generale ed una di queste (chiamata in termini tecnici CHRNA 3/5), appare correlata ad un aumentato rischio di distruzione del tessuto alveolare tipica dell'enfisema polmonare - spiega Sreekumar Pillai, Principale autore dello studio e genetista di GlaxoSmithKline. Anche l'altra variante genetica che abbiamo riconosciuto (HHIP), contribuisce fortemente al danno alle vie aeree. Lo studio prova che le alterazioni genetiche individuate sono alla base di due potenziali meccanismi di insorgenza della BPCO, fino ad ora solo ipotizzati ma mai provati". (AGI) - Verona, 15 apr. - Prima di questa osservazione l'unico fattore di rischio genetico per le BPCO era il deficit severo di alfa-1-antitripsina, presente nell'1-2 per cento dei pazienti. "Il rischio di sviluppare BPCO nelle persone con queste varianti geniche e' estremamente elevato nei fumatori attivi in confronto agli ex-fumatori - commenta David Glodstein, direttore dell'Institute for Genome Sciences Center for Population Genomics and Pharmacogenetics alla Duke University. Per questo il messaggio di sanita' pubblica da lanciare e' semplice: smettete prima che sia troppo tardi". Il gene CHRNA 3/5 (gene dei recettori nicotinici dell'acetilcolina) non limiterebbe poi le sue azioni solo all'apparato respiratorio: la sua presenza incrementerebbe drammaticamente il rischio, nei fumatori, di ammalarsi di tumore al polmone, di soffrire di arteriopatie periferiche, aumentando al contempo la dipendenza dal fumo, creando quindi un circolo vizioso. Per le persone con queste varianti, non fumare o smettere di fumare sarebbe quindi imperativo. Anche se negli ultimi 50 anni si e' assistito ad una costante diminuzione dei fumatori, secondo un'indagine Doxa commissionata dall'Istituto Superiore di Sanita', lo scorso anno in Italia erano ancora 11,2 milioni le persone 'schiave' della sigaretta, il 22% della popolazione generale: 6,5 milioni di uomini e 4,7 milioni di donne. Non meno preoccupanti sono i dati epidemiologici della BPCO. In Italia e' il 12% della popolazione a presentare sintomi di bronchite cronica e, secondo i dati raccolti dalla Federazione Italiana contro le Malattie Polmonari Sociali e la Tubercolosi (FIMPST), sarebbero 2 milioni e 600 mila i pazienti colpiti da BPCO clinicamente rilevante, 65 mila i soggetti sottoposti invece ad ossigenoterapia permanente e 25 mila quelli in terapia ventilatoria domiciliare.

 

PSORIASI SOTTO CONTROLLO, TERAPIE FUNZIONANO

 Roma- E' tornata la bella stagione, si allungano le giornate e si "accorciano" i vestiti. Braccia e gambe scoperte per andare incontro all'estate. Una buona notizia per tutti ma non per i malati di psoriasi, la malattia della pelle piu' diagnosticata dai dermatologi. Una malattia che segna il corpo ma ancora di piu' l'anima. Perche' i segni della psoriasi sono immediatamente visibili e, il piu' delle volte, suscitano in chi li guarda disagio. E per chi li porta significa l'anticamera della depressione. Ecco perche' l'arrivo della primavera e' spesso per gli psoriasici una pessima notizia. Non ci si puo' piu' nascondere agli occhi della gente. Si stima che piu' di 2 milioni e mezzo di italiani siano colpiti da questa malattia soprattutto giovani adulti nel pieno della loro attivita' lavorativa e affettiva. Eppure la psoriasi si puo' tenere sotto controllo. Le terapie ci sono e danno ottimi risultati. Come quella maggiormente utilizzata, la ciclosporina, terapia sistemica di prima scelta: la facilita' di impiego, l'indubbia efficacia e rapidita' di azione, la possibilita' di personalizzare il trattamento e l'ampia e consolidata esperienza clinica rappresentano i punti di forza di questo trattamento. Sono stati questi i temi al centro di un convegno che si e' tenuto a Roma all'Universita' La Sapienza II Facolta' - Azienda ospedaliera Sant'Andrea su "La terapia delle malattie autoimmuni gravi" organizzato dall'Associazione malattie autoimmuni. "E' proprio con l'arrivo della bella stagione, che per i malati rappresenta dal punto di vista psicologico un vero dramma, che si deve parlare della psoriasi ma soprattutto della possibilita' di tenere sotto controllo la malattia grazie a terapie efficaci. E' un aiuto fondamentale per i pazienti che, nella grande maggioranza dei casi si sentono soli, rifiutati, emarginati", afferma il professore Antonio Garcovich, associato di Dermatologia presso la Clinica Dermatologica dell'Universita' Cattolica di Roma.

 

RILEVA L'EFFICACIA O MENO DELLE TERAPIE 

Londra- Messa a punto una nuova biopsia in grado di predire se una cura anti-cancro funziona o meno. Fino a ora e' stata sperimentata con successo solo sui tumori del sangue, ma i ricercatori non escludono che gli stessi risultati possano essere registrati nei tumori solidi. I dettagli della sperimentazione condotta da un gruppo di ricercatori della School of Medicine della Stanford University sono stati pubblicati sulla rivista Nature Medicine. Per individuare la presenza di singole proteine associate a tumori e le modificazioni che si sono verificate in risposta alle terapie, la nuova biopsia ha bisogno di analizzare una goccia di sangue o un piccolo campione di tessuto. "Attualmente non sappiamo che cosa succede effettivamente alle cellule tumorali di un paziente sottoposto a terapia", ha spiegato Alice Fan che ha partecipato alla ricerca. "Il metodo standard per verificare se un trattamento sta funzionando - ha continuato - e' di aspettare diverse settimane per vedere se la massa tumorale si e' ridotta; evidentemente sarebbe di notevole vantaggio poter dare un'occhiata a livello cellulare, ed e' proprio cio' che riusciamo a fare con questa nuova tecnologia, che permette di analizzare proteine associate al cancro su una scala molto piccola: non solo abbiamo una sensibilita' di misurazione che arriva al picogrammo, cioe' un millesimo di miliardesimo di grammo, ma possiamo vedere anche le variazioni delle stesse proteine". Tali variazioni, note come "fosforilazioni", possono influenzare il ruolo delle stesse proteine nella progressione del tumore. Le cellule cancerose, infatti, spesso sfuggono alle comuni terapie regolando i livelli di espressione genica e il grado di fosforilazione delle proteine. Analizzando ripetutamente piccoli campioni di un tumore sottoposto al trattamento, si e' in grado di identificare le cellule che stanno per andare incontro a una proliferazione incontrollata e individuare quei pazienti in cui i trattamenti terapeutici standard hanno maggiore probabilita' di fallire. I ricercatori hanno sviluppato il nuovo dispositivo in collaborazione con la Cell Biosciences, che produce apparecchi medicali ed e' in grado di separare le proteine associate al tumore in sottili capillari sulla base della loro carica elettrica, che varia secondo le modificazioni superficiali degli atomi che le compongono. Due versioni della stessa proteina, quella fosforilata e quella no, possono cosi' essere facilmente distinte sulla base del tragitto che esse riescono a compiere lungo tale capillare. Gli studiosi hanno cosi' scoperto che la tecnica e' in grado di identificare, in cellule cancerose in coltura, l'attivazione degli oncogeni, cioe' dei geni legati allo sviluppo tumorale. In particolare, si e' riusciti a rivelare la variazione dei livelli di espressione genica di due comuni oncogeni legati al linfoma umano e anche di distinguere alcune forme di tale neoplasia da altre. Infine, si e' riusciti a rivelare sottili differenze nella fosforilazione in differenti proteine associate al cancro.

  

MALARIA: SPERANZE DA FARMACO A DOPPIA AZIONE

New York- Un farmaco antimalarico a doppia azione, che impedisce al parassita che porta la malattia di eliminare una sostanza tossica, privandolo delle difese genetiche che bloccano l'azione del chinino e del clorochinino, viene sperimentato da una equipe di ricercatori americani della Portland State University. Lo riferisce "Nature". L'equipe guidata dalla dottoressa Jane Kelly precisa pero' che saranno necessari almeno dieci anni perche' il farmaco, un derivato di acridone, sia a disposizione di tutti. Sono 250 milioni nel mondo, ogni anno, i casi di malaria e 880 mila i decessi. Il farmaco bersaglia il modo in cui le zanzare elaborano l'emoglobina dei globuli rossi, da cui ricavano gli amminoacidi di cui si nutrono. Il ferro ematico, prodotto secondario di questo processo, e' tossico per il parassita della malaria trasportato dalle zanzare, il plasmodio, e deve essere convertito in un pigmento denominato emozoina. Il farmaco impedisce questa conversione: l'effetto e' lo stesso del chinino e del clorochinino impiegati per combattere la malaria

 

CREATE CELLULE CHE PRODUCONO MIELINA

Washington Per la prima volta al mondo un gruppo di ricercatori e' riuscito a creare in laboratorio, partendo da cellule staminali embrionali, cellule che sono in grado di produrre mielina. Si tratta della principale proteina che costituisce la guaina che ricopre le cellule nervose. Ad annunciarlo sulla rivista "Development" un gruppo di ricercatori della Wisconsin University guidati da Su-Chun Zhang. La perdita o la rottura della guaina mielinica e' una delle principali caratteristiche di una serie di malattie tra cui anche la sclerosi multipla. Fino a oggi i test condotti in questa direzione avevano dato esiti negativi. Al contrario infatti di quanto e' stato dimostrato con cellule di topo, nell'uomo non e' mai stato possibile arrivare a questi risultati.

 

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Ultimo Aggiornamento 05/01/2012

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