La Voce del Longano

Arte e Architettura

 

In questa pagina Web pubblichiamo per gentile concessione degli autori Architetti Giuseppe Candioto e Marcello Crinò questa Storia dell'arte e dell'architettura di Barcellona Pozzo di Gotto, dalle origini ai nostri giorni. Con l’intento di dare un contributo di memoria “storica” sulla nostra città, ai nostri concittadini sparsi per il mondo.

 

 

BARCELLONA POZZO DI GOTTO

ARTE ED ARCHITETTURA 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Il primo ad occuparsi delle opere d'arte della nostra città fu il grande storico Filippo Rossitto, autore della più importante storia di Barcellona Pozzo di Gotto. Rossitto aveva progettato l'opera in tre sezioni: civile, letteraria, monumentale. Oggi conosciamo solo la civile, e soltanto alcuni frammenti sparsi delle altre due, e il tutto è stato pubblicato postumo, nel 1911, dopo la sua morte, avvenuta nel 1879 (era nato nel 1807).  Filippo Bucalo nella prefazione al libro di Rossitto del 1911 spiega  perchè mancano le ultime due parti. Scrive: "Un venale ed ignorante suo domestico, approfittando della infermità del padrone (Filippo Rossitto era stato colpito da paralisi, n.d.r.) gl'involava gran parte dei voluminosi manoscritti della presente opera e li vendeva per pochi soldi come vecchio cartone!". Gran parte dei manoscritti Rossitto li riuscì a recuperare, ricorda ancora Filippo Bucalo, e potè ricomporre il testo anche con gli appunti che gli erano rimasti. Ma non riuscì a completare, e neanche più ad iniziare la parte monumentale.  Ciò nonostante, Rossitto nella parte civile ci fornisce importanti notizie storiche, utili ai fini della conoscenza del patrimonio artistico, e inoltre Bucalo pubblicò in appendice uno scritto importantissimo riguardante il Monastero Basiliano ed il sarcofago da lui ritenuto di Simone il Normanno. Altri si sono occupati dell'arte di Barcellona, come il Di Benedetto e il Barberini nei loro lavori sulla città degli inizi del nostro secolo.  La storia di Barcellona di Nello Cassata dà conto delle presenze artistiche e monumentali della città, così come l'opera di padre Biondo sulle chiese di Barcellona si occupa, necessariamente, delle opere di pittura, scultura ed architettura presenti nel territorio comunale. Dobbiamo purtroppo far rilevare come il disinteresse e l'incuria hanno privato la città di opere importantissime come la chiesa e il monastero basiliano di Santa Maria di Gala  e la chiesa di Centineo, e ancora il campanile di San Vito e l'antico Duomo di San Sebastiano, mentre si trova in condizioni estremamente precarie il villino Liberty di via Roma.

 

             

 


 

NECROPOLI DI POZZO DI GOTTO

 

Nel 1888 arriva a Siracusa Paolo Orsi, che inizia una proficua attività di scavo in tutta la Sicilia, esplorando i più importanti centri archeologici dell'isola, e scoprendo la prima necropoli sicula della provincia di Messina, quella denominata di Pozzo di Gotto,  situata tra Monte Risica e Colle Cavaliere, dandone comunicazione sul "Bullettino di Paletnologia Italiana" del 1915. Questa necropoli, oggi pressochè‚ distrutta, presenta delle tombe a cella rettangolare e a forno, scavate nel calcare roccioso, e risale, secondo l'Orsi, all'VIII secolo a.C. Per la prima volta è stato constatato un caso di cremazione, assolutamente nuovo nel rito funebre siculo. "La spiegazione - secondo lo studioso - può essere data dalla circostanza che, cronologicamente, la necropoli di Pozzo di Gotto è contemporanea all'apparizione delle prime colonie greche in Sicilia che fecero conoscere l'uso della cremazione".

 

CENTRO ARCHEOLOGICO DI MONTE SANT'ONOFRIO

 

Sulla sommità di Monte Sant'Onofrio, sovrastante il casale di Acquaficara, nel 1974 l'architetto Pietro Genovese scopre i resti di "un grosso villaggio fortificato situato sulla sommità di detto monte da cui dominava le prime colline e controllava la Piana da Tindari a Giammoro" (P. Genovese, Sicilia Archeologica, aprile 1977, p. 39). La Soprintendenza di Messina, nel corso di una campagna di scavi attuata tra il 1975 e il '76, ha portato alla luce alcuni muri realizzati in conci di tufo calcareo dello spessore variabile dai due ai tre metri  e dei resti di torri. Pietro Genovese ritiene che i resti di Monte Sant'Onofrio siano da attribuire all'antica città sicula di Longane, che ha dato il nome al fiume omonimo che attraversa Barcellona Pozzo di Gotto, mettendo in discussione  Bernabò Brea e Domenico Ryolo che negli anni cinquanta avevano invece localizzato Longane in territorio di Rodì Milici, dove è situato un importante centro archeologico. Sulle pendici dello stesso monte si aprono centinaia di grotte che facevano parte della necropoli. Tra queste l'architetto Genovese ha segnalato, per le sue caratteristiche "estetiche", la cosiddetta "Tomba dei Principi di Longane" del IX-VIII secolo a.C. Fino al secolo scorso l'esistenza di Longane era ignota a tutti, finchè non vennero scoperte in questo secolo, in circostanze poco note e in un luogo non identificato, un caduceo bronzeo, ora conservato al British Museum di Londra, simbolo presente nella cultura fenicio-punica, su cui c'è incisa l'iscrizione: "sono l'araldo pubblico longanese", e alcune monete d'argento coniate da Longane, del V secolo a.C., che dimostrano l'importanza raggiunta dalla città in quel secolo, con lo sviluppo della siderurgia. Le immagini raffigurate nelle monete, la testa di Heracles e un dio fluviale, confermano l'importanza in cui veniva tenuto dai Longanesi il culto di Eracle, il semidio protettore della siderurgia. Di una moneta coniata a Longane parla anche Emanuele Ciaceri (Culti e miti nella storia dell'antica Sicilia, pubblicato nel 1911), prima che venisse rinvenuto il caduceo. Alla pagina 255 lo studioso scrive: "Altra moneta, una litra, mentre ha una testa giovanile di dio fluviale porta, nell'altro lato, la leggenda LONGANAION.  Si credeva si riferisse alla città di Longon del territorio catanese ricordata da Diod. XXIV 6 e rappresentasse quindi anche essa l'Amenanos. Ma l'Head hist.  num. p. 132, basandosi sulla notizia di Polyb. I 9, di un fiume Longanos nelle vicinanze di Mile, pensò ad una città situata su questo fiume, e ad esso riferì la moneta colla divinità  fluviale. L'interpretazione ha trovato seguito. (Holm Stor. della mon. sic. p. 85 n. 121; Hill Coins p. 92). Noi però incliniamo sempre a vedervi l'Amenanos, non avendo alcuna notizia d'una città omonima sul fiume Longanos delle vicinanze di Mile." Intorno alla localizzazione dell'antico Longano  s'è sviluppata una dotta disputa tra gli studiosi. Da una parte stanno coloro che ritengono il Longano degli antichi l'attuale torrente che attraversa Barcellona, mentre altri identificano l'antico Longano con il torrente Monforte, con il Mela o il Termini-Patrì.La questione è sorta perché la battaglia del Longano, combattuta nel 269 a.C., secondo gli storici si è svolta sulle sponde del fiume Longano, presso Mile (Milazzo). Un'indicazione considerata precisa da tanti studiosi ma, curiosamente, vaga da pochi altri. Fino all'Ottocento era quasi certo che il Loetanos di Diodoro Siculo e il Longanos di Polibio fossero il medesimo fiume di Castroreale. Basti leggere la storia di Barcellona di Filippo Rossitto (scritta nel 1877), dov'egli, pur ricordando che non manchino autori che "in altro sito vogliono collocarlo" sostiene a spada tratta la collocazione del Longano in territorio barcellonese. Ma la scoperta negli anni cinquanta della cinta di fortificazione siculo-greca a Rodì Milici, identificata da Domenico Ryolo e da Bernabò Brea come appartenente all'antica Longane, ha messo tutto in discussione. Se dunque Longane era posta sulle colline sovrastanti la sponda occidentale del Patrì, Ryolo ha tratto la conclusione che l'antico Longano fosse da identificare con l'attuale Patrì. Ryolo, scomparso nel 1988, è stato dunque il maggiore assertore del Longano-Patrì, ed ha avuto la capacità di "imporre" questa sua tesi negli ambienti ufficiali con la pubblicazione del suo studio "Il Longano e la sua battaglia" (Palermo, 1950), nonostante il parere diverso di molti studiosi. Il primo ad identificare l'antico Longano con l'odierno torrente Longano che attraversa Barcellona fu Philipp Cluver (italianizzato in Cluverio, era un geografo polacco che visse anche a Roma e in Sicilia nel XVII secolo, autore della "Sicilia antiqua cum minoribus insulis eis adiacentibus, Lugduni, Batavorum officine, 1619"), seguito da Vito Amico, autore del fondamentale "Lexicon Topographicum Siculum", poi ancora il Casagrandi, storico catanese che ha studiato ed analizzato a fondo la battaglia del Longano, il Fazello, il Piaggia, il Cantelli, definito dal Casagrandi il "principe dei topografi siciliani",  Filippo Rossitto e, ultimo in ordine cronologico, il castrense Guido Torre, autore del "Processo al Longano" pubblicato nel 1993. Mentre l'Holm (studioso tedesco vissuto in Sicilia nel secolo scorso) propende per identificare l'antico Longano con il fiume Manforte (presumiamo il torrente che bagna Monforte S.  Giorgio) e l'ingegnere Domenico Ryolo con il Patrì. I pochi contrari ad identificare l'antico Longano con il moderno ( Holm, D'Amico che lo identifica col Mela, e Ryolo) osservano che il torrente attuale è un misero corso d'acqua, non considerando che il torrente, fino alle opere di arginatura attuate a partire da qualche secolo fa, scorreva liberamente nella pianura barcellonese. La portata del corso d'acqua era tale da provocare vere e proprie alluvioni, come quella del 1757, ben descritte dagli storici locali.

 

   

 

 

 

 

CENTRO ARCHEOLOGICO DI PIZZO LANDO

 

Il centro archeologico di Pizzo Lando, sulle pendici meridionali di Barcellona, a 619 metri sul livello del mare, scoperto dall'architetto Pietro Genovese nel 1977 ma studiato nel corso di una campagna di scavi svoltasi nel corso del 1995 e curata dalla Soprintendenza di Messina, per l'importante posizione strategica venne abitato fin dalla tarda età del bronzo ( X sec. a.C. ) visto che sono stati rinvenuti resti fittili dell'Ausonio II ( tazze carenate, fuseruole, frammenti di ceramica e una fibula bronzea del VIII secolo ). Sono stati ritrovati inoltre i resti di un nucleo urbano di epoca pre-greca e greca, databile tra il VI e il III secolo A. C., e una moneta di età classica raffigurante da una parte la testa di Giove e dall'altra un soldato greco.

 

 

 

TOMBA MEDIEVALE

 

Una tomba, presumibilmente di epoca bizantina-normanna, è stata identificata dall'architetto Pietro Genovese alla fine degli anni '70. E' situata sulla collina sovrastante la Grotta Mandra, lungo la strada di collegamento tra Barcellona e Castroreale.

 

 

 

MONASTERO BASILIANO DI GALA

 

La storia artistico-architettonica di Barcellona Pozzo di Gotto affonda le radici negli interventi di organizzazione agricola del territorio attuata dai monaci basiliani intorno all'XI secolo in Val Demone con la costituzione di veri e propri centri aziendali. Scrive Illuminato Peri a pagina 43 del sua opera "Uomini città e campagne in Sicilia dall'IX al XIII secolo": "C'era bensì una dinamica volenterosa, ancor se non di rado asfittica, che ebbe manifestazione nell'attacco alle fiumare, e cioè nell'impegno a popolare e sfruttare quanto più largamente gli spazi e le possibilità che offrivano gli irrequieti rivoli avanti di esaurirsi nel mare. L'attacco alle fiumare si sviluppò nei territori di Castroreale promotori i basiliani di S. Maria di Gala...". A Gala, oggi frazione collinare di Barcellona, ed allora facente parte del territorio di Castroreale, i monaci edificarono un monastero, utilizzando le fondazioni ed i resti di un "castrum" fortificato di epoca romana, (dove sorgeva pure un colosso di marmo bianco, raffigurante forse una divinità  pagana), parallelamente ad altri monumenti normanni come quelli di Forza d'Agrò, Mili, Itala. La chiesa, che pare esistesse già nel VII secolo, venne fatta ricostruire dal Re Ruggero nel 1106. Dalle descrizioni fatte dagli antichi storici, Santa Maria di Gala risultava essere sormontata da cinque cupole, secondo il modello delle chiese centriche orientali, mentre in un disegno di fine ottocento, dovuto alla matita di Placido Lucà Trombetta, si legge perfettamente il motivo degli archetti intrecciati in mattoni emergenti dalla muratura, che oltre alla funzione statica, conferivano una valenza qualificante alle murature stesse. All'interno pare che fosse affrescata con scene della vita di Santa Venera, nata secondo la tradizione proprio in territorio di Gala nel X secolo. Della chiesa oggi rimangono scarse tracce; il muro disegnato da Lucà Trombetta è crollato, e sopravvive solo il relitto del campanile del XVII secolo. Il degrado del complesso architettonico iniziò dopo l'abbandono del luogo da parte dei monaci nel 1776 al fine di spostarsi in un posto più vicino alla città, dove edificarono un nuovo monastero, completato nel 1791, che sorge su una collinetta sita sul margine occidentale del centro urbano, nel quartiere Immacolata. Tutto l'insediamento è stato ora riutilizzato e trasformato in abitazioni, stalle e magazzini che ne hanno stravolto l'immagine originaria.

 

 

TEMPIO DI SANTA VENERA

 

Legato alla cultura basiliana è il tempio dedicato a Santa Venera, posto davanti ad una grotta naturale dove, secondo una leggenda, sarebbe vissuta la Santa, nata in questo territorio. Si tratta di una costruzione a pianta quadrata, sormontata da un'alta cupola ottagonale impostata su nicchie angolari, secondo un  principio costruttivo  che trae origine nell'architettura armena del VII secolo. L'epoca di edificazione è controversa. E' certo che la grotta, come luogo sacro dedicato a Santa Venera, è citata in un diploma del XII secolo, ed apparteneva al monastero di Gala. Secondo Filippo Rossitto, il tempio venne costruito nel 1718 dalla famiglia Gregorio, ma per altri si tratterebbe di una ricostruzione realizzata sul modello di una cappella analoga più antica. Probabilmente la famiglia Gregorio fece realizzare il portale d'ingresso, il cui stile è completamente diverso da tutto il resto. Noi siamo propensi a ritenere l'origine dell'edificio risalente al periodo bizantino. All'interno, proprio all'imboccatura della grotta si notano tre archi in mattoni la cui struttura ha fatto presupporre a vari studiosi che si tratti della parte superstite di una chiesetta bizantina poi trasformata nella forma attuale. La scoperta di alcuni reperti rinvenuti nel 1970 durante lavori di scavo all'interno del tempio potrebbero avvalorare questa ipotesi. Sono venuti alla luce frammenti di ceramica, resti di pavimenti in argilla e un'acquasantiera del XII secolo.  Ciò dimostra che il luogo è stato certamente utilizzato e trasformato nei secoli. Nella grotta inoltre si aprono anche alcuni cunicoli franati e difficilmente esplorabili.

 

 

        

CHIESA DELLA VISITAZIONE DI CENTINEO

 

Al periodo paleocristiano è da ascrivere la chiesa della Visitazione di Centineo, demolita e ricostruita ex novo negli anni '50 del XX secolo. Risaliva probabilmente al VII secolo, ma un grosso rifacimento venne attuato nel 1399, ed a quell'epoca apparteneva l'abside, che oggi  conosciamo attraverso una rarissima foto scattata poco prima della demolizione, realizzata a rifasci con blocchi di pietra nere alternate a blocchi chiari, con in alto una finestrella con arco gotico, e tramite la testimonianza di Vito Amico: "antichissimo edifizio di greco stile di nere pietre". La chiesa originaria era a pianta quadrata con tre absidi rivolte ad oriente; le due più piccole erano incassate nella muratura. La pianta inizialmente quadrata della chiesa si desume dalla planimetria riportata sulle mappe catastali prima della sciagurata demolizione.  Analizzandola attentamente e confrontandola con altri edifici tipologicamente e cronologicamente vicini, e con le notizie storiche e le pochissime foto che ci rimangono, abbiamo potuto verificare le fasi di accrescimento dell'edificio  con un certo margine d'errore. Tutte le chiese di rito greco erano provviste di tre absidi, una più grande, e due più piccole laterali, chiamate l'una "prothesis" (protesi, dove si deponevano le offerte dei fedeli e si preparava e veniva esposta l'ostia consacrata, posta a destra dell'abside principale) e l'altra "diakonikos" (diaconico, dove si conservavano gli arredi sacri e si rivestivano i diaconi officianti, posta a sinistra dell'abside principale). Entrambe le absidi laterali vengono anche chiamate "pastoforia". Il nucleo inizialmente quadrato (VII secolo -1399) venne ampliato verso ovest per "latinizzare" l'edificio ed aumentarne la capienza, e questo avvenne nel 1606. Accanto, sul lato nord, venne costruito un altro corpo, probabilmente la sagrestia, e trovò posto, come riferisce padre Carmelo Biondo (Chiese di Barcellona Pozzo di Gotto, 1986) anche un piccolo cimitero secondo l'usanza delle chiese paleocristiane, ed era l'unico esempio di questo tipo in tutto il territorio barcellonese.  La copertura era realizzata con un tetto in legno a due falde con tegole. Non sappiamo se sulla parte più antica vi fossero delle cupole, in quanto nessun storico ne fa cenno, e nelle uniche due foto esistenti non si vede quella parte. Nel mese di novembre del 1989, durante alcuni lavori di completamento dell'esterno della nuova chiesa, sono affiorati casualmente i resti delle fondazioni dell'abside della  vecchia chiesa, assieme ad ossa umane di persone sepolte nella cripta. La Soprintendenza ai Beni culturali di Messina, informata del ritrovamento dal parroco padre Mariano La Rosa, ha inviato i propri tecnici che nel corso di un sopralluogo effettuato il 12 gennaio 1990 hanno reputato interessanti i resti ritrovati, che alla fine sono stati nuovamente interrati.  Nella nuova chiesa sono state ricollocate le opere d'arte contenute in quella demolita. Tra queste "La Visitazione", realizzata nel XVI secolo, la Madonna dell'Itria, opera del Quagliata del 1667, e dello stesso periodo  una tela di autore ignoto.  Si conserva pure un dipinto su tavola raffigurante San Francesco da Paola.

 

 

 

 

 

“TORRIONE SARACENO”

 

Nel quartiere di Sant'Antonio, alla periferia di Barcellona, in prossimità della scuola elementare sorge il "Torrione Saraceno", nella zona chiamata proprio Piano Torrione. E' stato identificato negli anni '90 del secolo scorso durante un rilevamento per conto della Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Messina, la quale dopo aver redatto la scheda descrittiva, in considerazione della sua importanza ha iniziato la pratica di vincolo, sia sul "Torrione" che sugli edifici rurali circostanti. Si tratta di un edificio a pianta quadrata, i cui lati interni misurano m. 5,50 circa, con muri in pietrame dello spessore di cm. 95, parzialmente inglobato da edifici rurali costruiti attorno nel corso dei secoli. La copertura è realizzata con una cupola semisferica, anzi si tratta esattamente di una volta a vela, ottenuta dall'intersezione di una cupola semisferica con le quattro pareti della pianta quadrata inscritta nel cerchio di base, secondo un procedimento costruttivo tipico dell'architettura bizantina in uso sin dal IV secolo. E' uno schema innovativo rispetto all'architettura romana, impiegato negli edifici a pianta centrale, che ha così liberato i costruttori dal dover utilizzare una base cilindrica, come nel Pantheon di Roma. All'interno del "Torrione", agli angoli della cupola sono visibili quattro anelli in ferro, ed un'altro è posto al centro. L'altezza attuale dell'edificio è di m.  5,20 circa, ma certamente una parte è interrata, in quanto le varie alluvioni nel corso dei secoli hanno progressivamente innalzato il livello del terreno. Lo prova il fatto che i fori pontai, utilizzati anticamente per mettere le travi in legno provvisorie durante la costruzione si trovano, a partire dalla quota attuale, a circa 40 centimetri dal pavimento.  Poichè questi buchi andavano realizzati ogni m. 1,80 circa, abbiamo sottoterra almeno  m. 1,40 di edificio. Da testimonianze orali di anziani che vivono nella zona abbiamo appreso che effettivamente l'antica  quota del pavimento interno era più bassa dell'attuale. Questo comprova che il livello esterno del piano campagna si è innalzato, mentre all'interno, fino a tempo addietro (a memoria d'uomo) il livello era più basso.  Attualmente la costruzione dispone di una porta d'ingresso e di una finestra.  Il vano d'ingresso non è quello originale, infatti l'apertura è stata ricavata ampliando verso il basso una delle due finestre antiche, e ciò è riscontrabile osservando dall'interno, in quanto l'innalzamento della quota del terreno esterno ha chiuso l'antica porta. Quindi, nel momento in cui è stato necessario entrare nuovamente nell'edificio, utilizzato per tanto tempo come magazzino, si è pensato di ampliare verso il basso, fino alla quota del terreno, la finestra esistente e di allargarla. Le caratteristiche dell'edificio, in particolare il fatto di non avere il tetto praticabile, e i cinque anelli nella cupola, fanno pensare piuttosto ad una costruzione a carattere sacro, nella fattispecie ad una piccola chiesa bizantina. In esse gli anelli venivano utilizzati per appendere con delle catene le torce per illuminare l'ambiente. Una conferma di questa nostra supposizione potrà venire da uno scavo per verificare l'esistenza dell'abside rivolta ad oriente, com'era d'uso in questo tipo di edifico sacro, che potrebbe trovarsi sottoterra, e da altri eventuali reperti.

 

 

 

SAN GIACOMO

 

I resti di una costruzione forse con cupola centrica si trovano presso la grotta di Santa Venera, nell'alveo del Torrente Longano. Si tratta della chiesa di San Giacomo, della quale emerge solo la cupola, mentre il resto è stato sommerso da una alluvione. La cupola, realizzata con pietre disposte a circolo su un tamburo circolare, è rivestita con cocciopesto che la rende impermeabile. Già esistente nella prima metà  del  '600 , venne sepolta assieme al casale omonimo intorno al 1750 dal violento straripamento del torrente San Giacomo, uno dei bracci del Longano.  Gli abitanti del casale, per scampare alla disastrosa alluvione, si trasferirono a Gala e a Mortellito. Un opportuno scavo per portare alla luce le strutture interrate potrebbe darci delle risposte certe rispetto alla tipologia e all'epoca di edificazione. La cupola  è molto simile a quella di San Bartolomeo nel Torrente Patrì, nel comune di Rodì Milici, portata alla luce recentemente perchè anch'essa sommersa da un'alluvione che ha innalzato il livello del corso d'acqua. Lo scavo ha evidenziato la presenza di un nucleo più antico (XIII secolo ?) sormontato dalla cupola, e una chiesa di epoca successiva (XVII secolo) con caratteristiche costruttive meno importanti. La tecnica delle nicchie angolari nel Tempio di Santa Venera, l'impiego dei laterizi negli archetti di Santa Maria di Gala, la presenza di edifici sacri a pianta centrica sormontati da cupola, secondo il professore Camillo Filangeri dell'Università di Palermo (conferenza a Barcellona P.G., 14 giugno 1993) ricollegano Barcellona a tutta l'esperienza architettonica dell'isola, e pertanto, alla luce di questi elementi, bisogna rivederne la storia.

 

SANTA MARIA DEL PILIERE

 

La massiccia torre campanaria del XVI secolo  è l'elemento superstite dell'antica chiesa dedicata alla Madonna del Piliere, che dopo essere stata danneggiata dal terremoto del 1908, venne demolita e ricostruita nella stessa area ma con ingresso sul lato opposto a quello iniziale, negli anni '60. Non esistendo più la chiesa originaria e non essendo noti documenti sulla sua origine, ne sconosciamo l'epoca di costruzione. Si ritiene che risalisse alla dominazione spagnola (XV secolo), poichè la devozione alla Madonna del Piliere proviene proprio dalla Spagna. Ma una preziosa testimonianza ce la offre Padre Carmelo Biondo nella sua opera sulle chiese di Barcellona. Scrive: "Per parecchi anni la chiesa è rimasta chiusa perchè gravemente danneggiata dal terremoto del 1908. Era ad una sola navata con stucchi all'interno e tetto in legno lavorato. La porta d'entrata era rivolta verso il mare vicino al campanile, l'abside all'esterno presentava tre piccole nicchie, mentre nell'interno una fossa comune e diverse tombe erano adibite per la sepoltura dei locali. Ridotta ad un rudere è stata ricostruita sulla stessa area e aperta al culto nel 1968." A proposito della torre, che parrebbe del XVI secolo, sempre Padre Biondo riporta: "Dell'antica costruzione rimane solamente la torre campanaria con data 1134 di forma quadrata con due cupolette all'interno di stile bizantino". All'interno si custodiva una grande tela, oggi scomparsa, raffigurante una battaglia tra Cristiani e Saraceni, svoltasi, secondo gli storici locali, in queste zone. E' rimasta invece la statua in marmo della Madonna del Piliere della scuola del Gagini, del 1596, assieme a vari dipinti del XVII e XVIII secolo.

 

 

 

CHIESA DI SANTA VENERA

 

Scrive padre Carmelo Biondo: "La primitiva chiesa era di stile greco a tre navate e la sua costruzione risaliva ad epoca, che possiamo determinare, tra il sec. XV e XVI. Il terremoto del 1908 la distrusse quasi per intero tanto da richiedere una nuova costruzione."Il Barberini, nella sua storia di Barcellona, riferisce che la chiesa risaliva al secolo XIV o XV, era a due navate e venne ricostruita nel 1927 su progetto dell'ingegnere Fazio. Al momento non siamo a conoscenza di altre notizie riguardanti questa chiesa, che dalla descrizione ci sembra di un certo interesse.

 

 

 

 

TONNARA E TORRE DI CALDERA'

 

La tonnara di Calderà esisteva già nel 1442, allorquando viene concessa al nobile Giovanni Cacciola di Messina, secondo quanto riferisce Francesco Carlo D'Amico nelle sue "Osservazioni sulla pesca del tonno", edito nel 1816. Per moltissimi anni restò inoperosa finchè‚ verso la metà del 1700, poco dopo la costruzione della vicina chiesa di San Rocco, venne rimessa in funzione, ma con scarsi risultati. Nel XX secolo, dopo essere stata nuovamente usata per qualche tempo, fu trasformata in stalla, ed in seguito, a partire dagli anni '80, demolita gradualmente e sostituita con nuove costruzioni. Nei suoi pressi esisteva una torre di guardia edificata nella seconda metà del 1500 per proteggere le coste dalle incursioni saracene. Venne restaurata nel 1745 dal comune di Barcellona e vi fu apposta una iscrizione con lo stemma in marmo della città. Dove si trovasse esattamente questa torre non ci è dato sapere. Il Rossitto, che l'aveva identificata, non lo precisa, e scrive che dopo il 1745 fu colpita da un incendio e dimezzata nell'altezza, tanto da confondersi con le case circostanti.  Il marchese di Villabianca, che nel suo lavoro sulle Torri di guardia siciliane la chiama Torre Cantara, scrive: "Torre che sta nella riviera della costa occidentale di Milazzo, presso la foce del piccol fiume di Pizzo di Gotto".  A Calderà, dove si teneva pure una fiera del bestiame, oggi in declino, si svolgeva un discreto commercio e per questo motivo venne costruito uno scalo, dotato di pontile, oggi scomparso.

 

 

 

I CASALI - ACQUAFICARA

 

Prima della nascita dei due nuclei di Barcellona e di Pozzo di Gotto esistevano dei casali, risalenti al XII secolo (Nasari, Gurafi, Portosalvo...) e in essi ricadevano delle strutture difensive, come la Torre di Nasari, del XVI secolo (costruita su un basamento del 1200 di una precedente torre espugnata dal Conte Ruggero, a pianta quadrata, all'interno è di forma circolare e alla sommità si restringe fino a lasciare un foro ), alcune masserie fortificate a Gala (Torre Mollica, Torre Cappa e Torre di Sipio) e varie strutture agricole e produttive, come la "senia" di Santa Venera, di recente vincolata dalla Soprintendenza, e la Tonnara di Calderà. Un caso interessante, non ancora sufficientemente indagato, è rappresentato dal casale di Acquaficara, il cui nome antico, Moasi, sta a significare in arabo "casa nella roccia", perchè le case sono sorte inglobando le grotte che si aprono sul fianco di Monte Sant'Onofrio, sulla cui sommità sono stati localizzati nel 1974 i resti archeologici. Ciò significa che in epoca medievale ad Acquaficara-Moasi esisteva probabilmente un abitato trogloditico, simile ad altri in Sicilia (Pantalica, Gardutah presso Agrigento) secondo modelli importati nell'isola dai Musulmani.

 

 

 

SAN VITO

 

Il 1472, data di fondazione della chiesa di San Vito, segna l'inizio dell'edificazione delle chiese urbane dei due nuclei di Pozzo di Gotto e Barcellona, che, nati rispettivamente nel XV e nel XVI secolo, si fusero nel 1836. San Vito, fondata nel 1472  ma ampliata nel seicento, è una costruzione a tre navate, scandite da colonne in pietra provviste di entasi, sormontate da capitelli scolpiti e con il prospetto principale arricchito da una torre campanaria, demolita negli anni '40 per allargare la strada. In seguito a questo scempio la chiesa ha subito un lento degrado, è stata  prima sconsacrata, poi restaurata, nel 1982/83 a seguito dell'acquisizione dal parte del Comune per adibirla ad auditorium. Nonostante il restauro, nel maggio '93 è crollato il tetto e si è reso necessario un ulteriore intervento. La storia di San Vito è in parte legata ad una leggenda, rammentata anche dal Pitrè, la quale narra che nel XVI secolo trovandosi a transitare un carro trainato da buoi che trasportava una statua di San Vito (attribuita al Gagini o alla sua scuola) gli animali giunti di fronte alla chiesa puntarono i piedi e non vollero più proseguire. I presenti pensarono che San Vito voleva essere collocato in quella chiesa, cosa che fecero subito, e La intitolarono al Santo. Gli altari interni sono decorati con motivi barocchi, ed alcuni affrescati con opere dei Vescosi, una famiglia di pittori pozzogottesi operanti tra settecento e ottocento. Sopra l'altare principale era posta una Madonna con il Bambino, che a seguito del crollo del tetto è stata rimossa e custodita temporaneamente prima nella Biblioteca Comunale ed oggi nel Palazzo Comunale. Nel corso nel 1997 è stata restaurata da Angelo Cristaudo.

 

 

 

TORRE GURAFI

 

Lungo la strada che da Barcellona si inerpica verso Castroreale, facendo una piccola deviazione e scendendo verso il fondovalle si incontra il casale di Gurafi, posto sulla sponda sinistra del torrente Longano. E' composto da poche case e da attrezzature agricole del XVI secolo e  si trovano i ruderi di una torre circolare, i resti di una chiesa e di un palazzo padronale. Gurafi è d'origine saracena, ed il suo nome deriva, secondo alcuni studiosi, dall'arabo "karafa", recipiente per contenere olio o vino, entrambi prodotti in abbondanza in questa zona. Per ripopolare Castroreale, che Federico II aveva reso autonoma,  nel 1324 Gurafi, assieme a Nasari (altro casale d'origine araba) fornì buona parte di popolazione che andò ad insediarsi nella vicina cittadina, che peraltro confinava col feudo di Gurafi, tanto ampio da essere poi distinto  (alla fine del XIV secolo) in orientale ed occidentale (la linea di divisione era data dal Longano) e confinante pure con i feudi di Nasari, Protonotaro e Ranieri, e con Gala. La chiesa dell'Immacolata, del 1680, è oggi un rudere di cui rimangono solo le mura perimetrali,  parzialmente interrata da una alluvione del Longano di metà Ottocento.  Poco distante si trova la caratteristica torre a pianta circolare, anch'essa in parte interrata e sommersa dalle erbacce, in precarie condizioni statiche. E' mezza distrutta, tanto che dall'esterno si riesce a vedere la scala interna, ricavata nello spessore della muratura. Sarebbe opportuno tentare un qualche intervento di restauro e di consolidamento prima che crolli miseramente.

 

 

TORRE CANTONI

 

Posta in prossimità della costa in località Cantoni, è una delle torri d'avvistamento costruite nel XVI secolo lungo le coste dell'isola per difenderla dalle incursioni piratesche. Nel corso del tempo è stata trasformata in abitazione, ed intorno sono sorti altri corpi di fabbrica adibiti a magazzini ed anche una cappelletta privata. Per un certo periodo è appartenuta alla famiglia Picardi, originaria di Roma, che possedeva anche una villa a Barcellona, in via Umberto I.

 

 

 

CHIESA DI SAN ROCCO A NASARI

 

Il quartiere di Nasari è uno dei più antichi di Barcellona,in quanto esistente già nel 1270. Anticamente il feudo di Nasari si estendeva verso sud e confinava con quello di Gurafi. La chiesa di Nasari, dedicata inizialmente a S. Maria di Nasari, esisteva già nel 1300, come risulta dall'elenco delle "decime" degli anni 1308-1310 (cfr. Raziones Decimarum ..., a cura di Pietro Sella, p. 47). Successivamente venne dedicata a San Rocco, in occasione della peste del XVI secolo, e forse venne anche ampliata assumendo la configurazione attuale. Un primo intervento di ripristino in epoca moderna risulta effettuato nel 1945.  Successivamente, nel 1999, venne operato un restauro vero e proprio con risistemazione degli spazi interni secondo le nuove norme liturgiche che prevedono la collocazione del tabernacolo in una cappella a se stante, dove è stato messo in evidenza un antico arco in pietra. In quell'occasione sotto il pavimento, realizzato negli anni cinquanta del secolo scorso, venne rinvenuto l'antico pavimento in cotto settecentesco e tre cripte con volte a botte, nonchè un pozzo per il deposito di ossa umane. Sono stati trovati pure i resti di sette altari. Non è stato possibile operare un recupero di queste strutture per mancanza di fondi, e quindi sono state lasciate due piccole botole vetrate nel nuovo pavimento in cotto per mostrare il pavimento sottostante. La chiesa conserva varie tele del XVII secolo e una delle più belle sculture esistenti nella nostra città: la statua di Santa Caterina d'Alessandria, opera sicuramente di Vincenzo Gagini (1527 circa-1595), come risulta dallo studio pubblicato sul fascicolo della rivista "Kalos" dedicato a Milazzo, (n. 5 del settembre-ottobre 1993).  Realizzata intorno al 1560, risponde infatti allo  stile del suo ultimo periodo e il modello di riferimento è una statua del padre Antonello eseguita per la chiesa di San Domenico di Palermo. Secondo una leggenda locale, era destinata ad una chiesa di Castroreale, ma i buoi che trainavano il carro con la statua giunti di fronte alla chiesa si fermarono e non vollero più proseguire, e nonostante gli sforzi dei presenti non fu più possibile farli andare avanti. Si decise così di portarla statua all'interno di San Rocco e porla in un altare a sinistra della navata.

 

 

DUOMO DI SAN SEBASTIANO

 

Alla fine del 1500 si cominciava a edificare a Barcellona il Duomo di San Sebastiano, a tre navate scandite da colonne. Venne completato nel 1606, per essere poi demolito negli anni trenta del secolo scorso e sostituito con un nuovo Duomo, oggi Basilica Minore. La sua distruzione, che ha comportato una grave perdita per il centro storico della città, venne motivata, ufficialmente, dalle cattive condizioni statiche in cui versava, ma in realtà ostacolava il prolungamento della via Roma, l'asse viario più rappresentativo, cadendo proprio nel bel mezzo della strada, nel vero cuore antico cittadino, visto che alle sue spalle stavano il settecentesco Monte di Pietà e l'ottocentesco Teatro Mandanici. L'antico Duomo, che oggi continua a vivere nella memoria dei barcellonesi anche attraverso una gran quantità di foto, possedeva delle opere poi trasferite nella nuova chiesa, come gli altari in marmo, i quadri, gli arredi sacri. Sul retro esisteva un'altra chiesetta, degli Agonizzanti, messa in comunicazione col Duomo in epoca imprecisata. Secondo una fonte, ritenuta attendibile, "La chiesa dedicata al Santo esisteva già al sec. XIV. Fu riedificata parecchie volte, l’ultima nel 1936, ad opera di Sua Ecc. Mons. A. Paino” (S.  Chimenz, L'Archidiocesi e l'Archimandritato di Messina nell'anno 1963, Messina, Grafiche La Sicilia, 1963). Questo significa che sarebbe da retrodatare l'epoca di costruzione del Duomo, che in origine era una semplice chiesa.  L'autore, il Chimenz, era un colto sacerdote archivista della Curia di Messina, che per scrivere ciò avrà avuto in mano dei documenti che andrebbero ricercati. Naturalmente questo comporta anche una retrodatazione dell'epoca di fondazione di Barcellona, che andrebbe valutata attentamente in quanto non suffragata da documenti storici. Sui progettisti di questo edificio possediamo, al momento, soltanto qualche indizio ed una notizia che sembrerebbe certa. Maria Accascina, nel "Profilo dell'Architettura a Messina dal 1600 al 1800", pubblicato a Roma nel 1964, scrive, riferendosi agli architetti Andrea Suppa (1628-1671) e Nicola Francesco Maffei (Messina 1607- 1671): "L’attività di questi due artisti: Nicola Francesco Maffei e Andrea Suppa, dovette massimamente estendersi in provincia: la Chiesa Madre di Larderia superiore ha un prospetto ad unico ordine con paraste, timpano e torre campanaria ornata da balconcini, simile al prospetto della Chiesa della Beata Eustochia: la Chiesa Madre di Barcellona a due ordini, rientra nella stessa corrente di gusto”. Cosa significa questo? L'Accascina vuol dire che anche la Chiesa madre di Barcellona è stata opera del Suppa e del Maffei, oppure che si inserisce nella stessa corrente di gusto, senza però un intervento diretto dei due architetti?  Il dubbio in parte è stato fugato da una notizia che si trova nella scheda affissa all'esterno del Monastero di Montevergine di Messina, in via XXIV Maggio. L'autore della scheda, Alfredo Iannello, ha scritto che il Suppa e il Maffei, progettisti di Montevergine, probabilmente sono stati gli autori dell’antico Duomo di San Sebastiano di Barcellona.

Iannello avrebbe trovato, quando preparava le schede per gli edifici di Messina, dei documenti all'Archivio di Stato di Messina che dimostravano questa paternità. Quindi possiamo asserire con un buon margine di certezza che gli architetti Suppa e Maffei hanno probabilmente lavorato per l'antico Duomo di San Sebastiano.  Rimane da stabilire in quale periodo, visto che l'inizio della costruzione risale al 1595 ed il completamento al 1606. Il Di Marzo, annotando Vito Amico per l'edizione del 1855 scrive: "Ne venne allargata la Chiesa Madre ed ornata nella più fine eleganza, ma l’opera attende ancora il compimento.” I nostri due architetti, visto le loro date di nascita, hanno operato in un periodo antecedente, quindi viene da pensare che l'allargamento sia stato compiuto sull'edificio riprogettato all'incirca a metà del 1600 dai due messinesi. Al momento attuale delle ricerche e di quanto esposto sopra possiamo riassumere la cronologia dell'antico Duomo in questi termini: secolo XIV (?), esistenza dell'antica chiesa di San Sebastiano; 1595-1606, fondazione del Duomo di San Sebastiano; 1650 circa (?), Suppa e Maffei riprogettano il Duomo; 1850 circa, allargamento e forse epoca della fusione con la chiesa degli Agonizzanti; 1936, demolizione.

             

 

CHIESA DEGLI AGONIZZANTI

 

La chiesa degli Agonizzanti sorgeva accanto all'antico Duomo di San Sebastiano, e venne demolita assieme ad esso nel 1936. Gli studiosi "moderni" praticamente ne ignoravano l'esistenza, non essendo citata da nessuno degli storici locali, fino a quando apparve lo studio di padre Carmelo Biondo, pubblicato nel 1986, che riportava una fonte orale, quella del professore Alberto Cutropia, (in possesso della “Giuliana” del 1736 dove sono riportati dati e notizie sulle antiche chiese di Castroreale e Barcellona) il quale ha dettato a voce a padre Biondo delle notizie sul questa chiesa. Da esse si evincono una serie di informazioni, che assieme ai pochi documenti pervenutici, ci permettono di avanzare delle supposizioni sulla chiesa. Oltre la "Giuliana" (che materialmente non abbiamo), c'è' una mappa catastale del 1874 e il dipinto della Madonna degli Agonizzanti, proveniente dalla chiesa distrutta, custodito oggi nella Basilica di San Sebastiano. Dalla mappa catastale e dalla descrizione si evince chiaramente come la chiesa degli Agonizzanti fosse posta accanto al Duomo antico, sul lato nord, e non sul retro, e come vi fosse un distacco fra essa e il campanile. L'ingresso era situato sulla via Mandanici, dietro il campanile. All'interno, sulla parete nord, quindi a sinistra rispetto all'ingresso, vi erano tre altari; sulla parete di fondo era posto l'altare con il quadro degli Agonizzanti di Filippo Jannelli, e sulla parete di destra un altro altare. Il resto della parete era costituito da tre arcate che immettevano a S. Sebastiano. I tre archi, secondo le fonti storiche, sono stati aperti all'epoca dell'arciprete Crisafulli, ma di arcipreti con questo cognome ne abbiamo avuti due: Sebastiano, nella seconda metà dell'ottocento, e Gaetano, tra il 1907 e il 1914. In precedenza le due chiese erano collegate solo attraverso una porta. Il fatto che le due chiese fossero collegate spiega in parte il perchè gli storici non ne hanno mai fatto menzione: era considerato un unico edifico sacro, e probabilmente all'epoca in cui cominciarono a scrivere gli storici locali, cioè il XIX secolo, la chiesa degli "Agonizzanti" non aveva più questo titolo e fungeva da sagrestia.

Il culto degli Agonizzanti risale agli inizi del 1600. Nel 1599 i chierici "Regolari ministri degli infermi (Crociferi)" vennero mandati a Messina dal loro istitutore San Camillo de Lellis e qui fondarono una loro casa. La chiesa a Messina venne edificata nel 1606. (Cfr.  Nino Principato, in "Il Soldo", 25 agosto 1979).

Il dipinto della Madonna degli Agonizzanti, di Filippo Jannelli, è stato datato 1655-1660.  Alla luce di tutto questo si deduce che la chiesa è stata intitolata agli Agonizzanti nella  prima metà del seicento, ma come afferma anche padre Biondo, era certamente più antica. A chi fosse intitolata non lo sappiamo, ma viene da pensare, anche sulla scorta del Chimenz (L'Archidiocesi e l'Archimandritato di Messina nell'anno 1963, Messina, 1963) che potesse trattarsi della prima chiesa di San Sebastiano, forse risalente al Trecento. Nel momento in cui, nel seicento venne costruito il Duomo di San Sebastiano, inaugurato nel 1606, questa venne intitolata proprio agli Agonizzanti.       

       

                  

I CONVENTI

 

L'arrivo in Sicilia degli Spagnoli (XV secolo) favorisce un rinnovato interesse religioso che si concretizza nell'edificazione di chiese e conventi dotati di beni finalizzati ad opera di assistenza ed istruzione. I conventi si iniziano a costruire nel 1579 quando i carmelitani si insediano su una collina di Pozzo di Gotto, poi, nel 1622 i francescani fondano il convento di Sant'Antonio da Padova, e un anno dopo anche i cappuccini costruiscono il loro convento, che è stato distrutto nel 1984, ma è stata salvata la chiesa. Dotati dunque di notevoli beni, le chiese e i conventi posseggono numerose opere d'arte.

Alla chiesa del Carmine, aggregata al convento dei carmelitani, appartengono delle opere del XVII secolo trafugate nell'88, come la Presentazione di Maria al Tempio di Antonino Vescosi; Santo Spiridione, di autore ignoto, così come un Sant'Andrea Apostolo.

Nella chiesa del Convento di Sant'Antonio fa bella mostra di se, sull'altare principale, un prezioso crocifisso ligneo quattrocentesco, mentre alle pareti si possono ammirare gli affreschi raffiguranti tre Sante martiri (Sant'Agata, Santa Apollonia e Santa Lucia) e San Giuseppe, San Michele e San Paolino, del 1733.  Il convento si caratterizza per il suo aggregarsi attorno ad una corte quadrata provvista di portico scandito da colonne in pietra.  Lungo le sue pareti affiorano tracce di affreschi oggi scomparsi a causa anche dell'uso improprio e scriteriato di impianto per la trasformazione del tabacco, fattone a seguito della soppressione dei conventi attuata col Regio Decreto del 7 luglio 1866 che aboliva gli ordini religiosi.

 

 

 

S. MARIA MAGGIORE DI GALA

 

La frazione di Gala fino al XVI secolo era sottoposta alla giurisdizione civile di Castroreale, ma dal punto di vista ecclesiastico era soggetta agli Abati del vicino Monastero Basiliano. In seguito a dei contrasti avvenuti a causa di questa doppia dipendenza, Don Melchiorre Basilicò e gli abitanti del luogo decisero di edificare nel 1609 la chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore. Si tratta di una costruzione a navata unica, coperta da un tetto a falde sostenuto da capriate in legno a vista. Tuttora possiede la cantoria originale in legno, provvista di scaletta anch'essa in legno. La struttura architettonica è rimasta quella originaria, non sono state operate manomissioni se si eccettua la sostituzione del pavimento con uno in graniglia di marmo. La sagrestia e la canonica, del 1617, sono in pessime condizioni, e alcune parti sono sprovviste di tetto. Il prospetto principale è stato rimaneggiato con intonaco, e forse sono state coperte parti in pietra, mentre i prospetti laterali e il retroprospetto sono rimasti com'erano in origine. All'interno contiene un'acquasantiera in marmo del 1600 e una statua della Madonna posta in un altarino in legno. All'interno è mal conservato, poggiato per terra e addossato al prospetto principale, un dipinto su tela. Esisteva un altro quadro, la Madonna della Neve del Bonfiglio, del 1612, rubato nel 1971 poco prima di essere collocato nella nuova chiesa di Gala.

 

 

CHIESA DI SAN FILIPPO NERI

 

Costruita intorno al XVII secolo, la chiesa di San Filippo Neri era a navata unica e si trovava inglobata nella cortina edilizia di via Umberto I e della retrostante via San Filippo Neri, da dove si accedeva all'omonimo oratorio. Chiusa al culto alla fine dell'Ottocento, venne demolita nel 1963, dopo essere stata utilizzata come deposito delle carrozze che giornalmente stazionavano lungo la strada. In realtà non venne demolita del tutto, perchè osservando bene tra i tetti delle case circostanti, emerge tuttora il tamburo ottagonale che sorreggeva il tiburio. Il tamburo è rimasto inglobato e sembra sia stato riutilizzato per inserire il corpo scala dell'edificio costruito al posto della chiesa. Il prospetto, come si evince da poche e rare fotografie, era caratterizzato da un timpano triangolare dal sapore neoclassico, sostenuto da lesene con capitelli compositi. Una di queste lesene superstiti è ancora visibile lungo la via Umberto I. La copertura della chiesa era realizzata con un tetto a due falde e con un tiburio ottagonale coperto da tegole.

 

 

SANTA MARIA ASSUNTA

           

La città nata dalla fusione di due centri originariamente separati dal torrente Longano, aveva due arcipreture che tuttora permangono, facenti capo l'una a San Sebastiano, e l'altra, di Pozzo di Gotto, alla chiesa di Santa Maria Assunta, strutturalmente e stilisticamente simile alla Basilica di San Sebastiano, e le cui cupole alte ed imponenti rappresentano dei segni forti dell'immagine urbana. Come fosse in origine non ci è dato conoscere, perchè, fondata nel 1620 (o nel 1642) e ancora in costruzione nel 1646, venne distrutta da un sisma nel 1783 e riedificata, nella forma attuale sulla stessa area, nel 1859 e completata Nel 1863. Ma il terremoto del 1908 provocò nuovamente dei danni gravi, tanto da doverla ricostruire quasi per intero e completarla nel 1938. All'interno è conservata la statua in marmo di San Vito del XVI secolo, proveniente dall'ex chiesa omonima.

 

 

 

MADONNA DELL'ITRIA

 

La chiesa della Madonna dell'Itria, costruita sulla sponda destra del torrente Idria, è sorta intorno al 1620-30 lungo l'antica strada di collegamento tra Milazzo e la via Consolare che proseguiva per Palermo. Nata per sostituire l'antica chiesa posta più a monte, a circa tre chilometri di distanza, e della quale rimangono scarse tracce, è stata  demolita nel 1977 e sulla stessa area è stata edificata una nuova chiesa. All'esterno si presentava in forme molto semplici, mentre all'interno gli altari erano decorati con motivi barocchi, il soffitto  a cassettoni e il pavimento in terracotta. Sull'altare maggiore era posto il dipinto della Madonna Odigitria, e da qui il nome Itria, poi corrotto in Idria, oggi conservato nella chiesa di Centineo. Dell'antica chiesa dell'Itria esistono solo i ruderi sulla sponda destra del torrente Itria. La chiesa faceva parte di una antica masseria fortificata del casale di Lando, che secondo il Barberini fu edificato intorno al XV secolo. Dalla planimetria desumibile dalla mappa catastale e dalle strutture superstiti si può ipotizzare una origine normanna (sec. XII) con un ampliamento del XVI-XVII secolo circa. La chiesa era provvista di abside semicircolare (oggi scomparsa) e di una cupoletta posta sul corpo centrale, tutt'ora esistente ed adibito a magazzino. Nel secolo XVI o XVII la chiesa è stata allungata per aumentarne la capienza, e ciò si deduce anche dal muro laterale superstite in pietrame e frammenti di laterizi, con incavi per gli altari, e dall'altare principale con decorazioni barocche, di cui esiste una documentazione fotografica, ma distrutto nell'ultimo decennio.

 

 

                                                         

     SAN GIOVANNI BATTISTA

 

Quindici anni dopo Santa Maria Assunta viene fondata la chiesa di San Giovanni Battista (1635), poi ingrandita tramite l'allungamento dell'unica navata tra il 1751 e il 1754, ed infine consacrata nel 1821. Si caratterizza per il prospetto principale su cui dominano le torri campanarie di tipo arabo-normanno, culminanti in due coperture a bulbo, mentre sui due prospetti laterali insistono dei contrafforti dal gusto barocco che segnano gli ingressi secondari. Sopra il prospetto principale in una nicchia è posta la statua di San Giovanni, opera di Melchiorre Greco del 1754. L'abside è affrescata con il "Convito di Erode" di Gaetano Bonsignore, così come la volta, dipinta con scene evangeliche del pittore barcellonese. Altre tele, in prevalenza del XVIII secolo, assieme al pulpito e ad altri arredi sacri, arricchiscono il

pregevole interno di San Giovanni, dichiarata monumento nazionale nel 1969. Negli ultimi anni e' stata sottoposta a vari restauri (1980 intonaci esterni e tetto, 1986 rifacimento del pavimento) che non sempre si sono rivelati di ottima qualità sopratutto nel ripristino delle decorazioni interne, come il finto marmo malamente ridipinto. Infiltrazioni d'acqua comportanti un pericolo di crollo del tetto ne hanno determinato la chiusura al culto nel novembre '93. Gli affreschi interni sono fortemente minacciati ed in pessime condizioni. Nel 1996 è iniziato un nuovo intervento di restauro che ha interessato gli intonaci esterni ed il tetto, completato nel 2000 con riapertura al culto.

 

 

SANT'ANTONIO ABATE

 

Su una collina che si erge accanto alla Statale 113, all'ingresso lato ovest della città, sorge la chiesa di Sant'Antonio Abate, nel quartiere omonimo, che, nato intorno alla fine del XVI secolo, era un punto di transito obbligato perchè situato lungo la vecchia strada di collegamento dei centri posti lungo la direttrice Messina-Palermo. Il percorso attuale della Statale risale alla fine del secolo scorso, e seppur riprendendo in parte l'antico tracciato, è stato rettificato in più tratti. Uno di questi è proprio di fronte alla chiesa di Sant'Antonio, dove è stata tagliata la collina su cui sorge la chiesa, determinando quindi una nuova configurazione del sito, facendo nascere delle caratteristiche scalinate di accesso che partendo dalla Statale si erpicano fino alla chiesa, raggiungibile pure da una stradella veicolare molto ripida, costruita pochi decenni fa (non compare in una cartografia della città dei primi anni '40). La data del 1637 posta su una piccola acquasantiera sita nella chiesa fa presupporre che la costruzione risalga proprio a quel periodo, anche perché  il Maurolico, nella sua opera sulla Storia di Sicilia del 1562, non parla del casale e della chiesa, segnalando in questo posto soltanto l'esistenza di una locanda, che essendo punto di riferimento per coloro che si trovavano a transitare, divenne punto di aggregazione per la formazione del casale, la cui data di nascita ufficiale è il 1731. Nella Storia di Sicilia di A. F. Ferrara, pubblicata nel 1834, si legge che la chiesa fino al 1731 è rimasta soggetta alla chiesa di rito greco di S. Maria di Centineo, ed entrambe erano poste sotto la giurisdizione della chiesa madre di Castroreale. A navata unica, col campanile arretrato rispetto al prospetto principale e la canonica situata dietro il campanile, la chiesa è caratterizzata nel prospetto principale da un finto protiro con due colonne e capitelli corinzi e da un rosone. Due lesene sormontate da fregi angolari lo delimitano lateralmente ed il coronamento è risolto con gli archetti leggermente  aggettanti. Tutti questi elementi sono realizzati in pietra gialla di Siracusa. L'interno è arricchito da una serie di altari laterali, restaurati parzialmente nel 1955, e dall'altare principale, risultato da un adattamento di quello antico, fornito di un paliotto in marmo policromo intarsiato. Originariamente la chiesa era più piccola dell'attuale, avendo subito l'allungamento della navata nel 1906, lasciando in tal modo arretrato il campanile, allineato prima con il prospetto principale, del quale è stata ritrovata la fondazione durante i lavori di rifacimento del pavimento e del tetto avvenuti negli anni trenta.  In quell'occasione venne rinvenuta la cripta che oggi risulta inaccessibile essendo stata interrata. Agli anni sessanta risale l'intervento di sistemazione del tetto, attuato con delle "capriate" in cemento armato che hanno compromesso la coerenza stilistica dell'edificio distruggendo l'originario tetto in legno. L'ultimo  intervento è stato quello degli anni ottanta, consistente nella costruzione della canonica addossata alla chiesa.

 

SS. CROCIFISSO

 

La chiesa del Santissimo Crocifisso venne fondata nel 1663 da Don Tommaso Cocuzza di Castroreale, come risulta dal testamento del 18 dicembre del 1663. Inizialmente era una Cappellania laicale, in seguito divenne Rettoria, con diritto di eleggere il cappellano. Durante la seconda metà dell'ottocento (1860) risulta sconsacrata e quasi abbandonata, tanto che la Confraternita del Crocifisso (nata il 2 giugno del 1705) per farla rinascere decise nel 1884 di essere meno selettiva nella scelta dei confrati ammettendone di ogni classe e condizione sociale. La riuscita nell'intento con l'accresciuto numero dei confratelli, permise la riapertura al culto dell'edificio sacro. Il 7 dicembre 1897 passo' alla famiglia Saccano-Spagnolio di Centineo, discendenti del Cocuzza, che nel 1905 la donarono alla Curia di Messina, che in tal modo da chiesa padronale divenne Ente Pubblico. In pianta si presenta a navata unica, con un'abside stretta e profonda. La navata è impostata in modo estremamente simmetrico, scandita da lesene e provvista di due profondi altari laterali. In quello di sinistra è custodita la statua lignea di Santa Rita eseguita nel 1948 dallo scultore barcellonese Salvatore Crinò assieme al figlio Sebastiano. Il prospetto principale è sormontato da due campanili a pianta ottagonale che in origine erano sormontati da due cupolette di ascendenza prettamente araba.  Nel 1954 sono state rimosse e sostituite con due coperture coniche che ne hanno modificato l'aspetto originario.

 

 

CHIESA DELL'IMMACOLATA

 

Nel '500-'600 si sviluppa il quartiere dell'Immacolata a seguito dello spostamento di abitanti da Acquaficara verso la pianura per poter sfruttare i fertili terreni per usi agricoli. La chiesa dell'Immacolata viene costruita nel 1702 dalla Confraternita Maria SS. Immacolata. Non è da escludere la preesistenza di una chiesa più piccola, essendo difficile pensare che per più di un secolo il quartiere ne fosse sprovvisto. Situata in posizione arretrata rispetto alla cortina edilizia, è posta su un basamento con funzione di sagrato che si estende fino alla strada ripristinandone l'allineamento. Il prospetto principale è caratterizzato da due doppie lesene sostenenti una trabeazione, dalla quale si dipartono i due campanili. Il portale d'ingresso è realizzato con conci di pietra decorati con elementi barocchi. I prospetti laterali sono molto semplici, con le sole finestre e senza elementi architettonici di rilievo. Il portale laterale è realizzato anch'esso con conci di pietra decorati con semplici motivi geometrici. E' a navata unica, con una volta a botte molto ribassate copertura a tetto con due falde. All'interno si trova una statua in legno della Madonna Immacolata del XVIII secolo, sei dipinti su tela del XVII secolo e un altare ligneo con un retrostante coro in legno proveniente dalla vicina chiesa dei Basiliani. Si custodiscono inoltre due varette del Venerdì Santo: l'Ecce Homo e la Deposizione. Questa è una delle più belle varette di Barcellona e si ispira ad una tavola del manierista Rosso Fiorentino del 1521. Nel corso del restauro effettuato fra il 2000 e il 2002 al momento della rimozione dell'intonaco esterno dei prospetti è stato osservato un ripristino realizzato a mattoni pieni nella parte superiore dell'angolo Sud-Est e nell'intera parte superiore del campanile. Quest'ultimo quindi è stato completamente ricostruito a mattoni probabilmente nel 1883. Infatti è stato rinvenuto un mattone dello stesso tipo, con incisa la data 1883. La chiesa certamente doveva essere più alta, o era prevista più alta, come provano le consistenti tracce delle quattro finestre chiuse, poste più in alto di quelle attuali. Non è noto il periodo in cui la chiesa è stata probabilmente ridimensionata nell'altezza. E' possibile che ciò sia avvenuto a seguito del ripristino dovuto al crollo determinato da eventi sismici o cedimento delle strutture.

 

 

SENIA DI SANTA VENERA

 

Struttura legata all'attività agricola, risalente al XVIII secolo, è composta da un pozzo e da un grande arco a mattoni. E' stata vincolata dalla Soprintendenza nel 1993, dopo essere stata scoperta in mezzo agli agrumeti durante la costruzione di alcuni edifici.

 

 

CHIESA DI SAN PAOLINO

 

Costruita nel 1725 a seguito della scissione di una confraternita di San Giovanni, la chiesa di San Paolino era posta quasi all'inizio, lato mare, della via Immacolata. E' stata demolita alla fine degli anni '60, ed ormai è rimasta nel vago ricordo e in una rara immagine fotografica. Prima della demolizione era in abbandono da anni, sconsacrata e con le porte sprangate che ne impedivano l'accesso a chiunque.

 

 

       

CHIESA  DEI BASILIANI

 

La nuova chiesa dei Basiliani, costruita sulla collina che sovrasta il quartiere Immacolata,  possiede un prospetto classificabile tra i migliori esistenti in città, dovuto a Giuseppe Chindemi, il quale ha impresso la sua firma sull'intonaco fresco dietro un campanile, assieme all'anno di esecuzione, il 1791. Nel "Dizionario biografico degli artisti siciliani" di Luigi Sarullo (Novecento ed., 1991), alla voce

Giuseppe Chindemi, redatta da Maria Clara Ruggieri Tricoli, si legge "Noto finora esclusivamente per il progetto della facciata della chiesa dei basiliani di Barcellona Pozzo di Gotto (1791)". Esso era arricchito da un prezioso tondo in marmo del XVI secolo attribuito al Gagini, proveniente dal vecchio monastero di Gala, e sottratto furtivamente da ignoti nell'estate del 1991. All'interno vi è, murato in una nicchia, un coperchio di un sarcofago in marmo, raffigurante un personaggio sconosciuto, che Filippo Rossitto, basandosi su un manoscritto  dell'1 settembre 1764, rinvenuto nell'archivio del monastero, attribuì a Simone il Normanno, figlio di Ruggero, morto in giovane età. In tale manoscritto si legge infatti "il quale dicasi per tradizione di essere sepolto in questa nostra chiesa, nella cappella del S. Patriarca, ove trovasi una statua di marmo con collana al collo e cagnolino ai piedi". Questa è proprio la descrizione del bassorilievo in marmo, ma bisogna notare la formula del manoscritto: "dicasi per tradizione", cioè solo per "tradizione", e non per certezza storica.  Infatti in anni recenti sono stati avanzati seri dubbi da più parti su questa attribuzione.  Simone morì verso il 1105, all'età di circa 12 anni, ma nel XII secolo in Sicilia non esisteva una scuola di scultura in grado di realizzare un lavoro del genere. Per l'architetto Pietro Genovese si tratterebbe di un'opera del 1500, raffigurante forse un signorotto locale o un grosso proprietario di Gala. Ed a sostegno porta il raffronto con una scultura analoga conservata nella chiesa di S. Maria di Gesù a Castroreale, il sarcofago di Geronimo Rosso, dei primi del 1500, opera di Antonello Gagini. E' possibile che l'ignoto autore si sia ispirato proprio a quel lavoro per realizzare l'opera. Le pareti della chiesa sono affrescate con scene della la vita di San Basilio, e nell'altare e posta la statua della Madonna di Tindari, analoga a quella custodita nel Santuario omonimo, opera realizzata nel 1925 dallo scultore barcellonese Matteo Trovato. I basiliani ci hanno lasciato pure un dipinto su tavola del  periodo tardo bizantino, conservato nella Basilica di San Sebastiano, forse raffigurante San Basilio. In realtà è più probabile che si tratti di San Nicola da Bari, in quanto i tratti somatici e la forma della barba rimandano a tale Santo, antico patrono della città prima di essere sostituito da San Sebastiano. A proposito delle tavole bizantine nel nostro territorio c'è da rilevare quanto ha dichiarato Federico Zeri presentando a Messina, nel 1994, il libro di Teresa Pugliatti sulla pittura del cinquecento in Sicilia: "E' molto probabile, e varrebbe la pena di indagare sull'argomento, che nella Sicilia orientale, con centro a Messina, esistesse una produzione di icone sull'esempio della tradizione bizantina." (Gazzetta del Sud del 10/03/1994). L'attiguo convento e' una grande costruzione a corte, che nel corso del tempo è stato adibito a sede del Liceo classico Luigi Valli, poi di altre scuole ed anche della Pretura. Il forzato abbandono definitivo del monastero da parte dei monaci nel 1865, a seguito delle leggi di soppressione degli ordini religiosi, ha favorito il degrado della chiesa e la spoliazione di gran parte  degli arredi sacri, della biblioteca dei monaci e di alcune opere d'arte, come il ritratto del Conte Ruggero e il ritratto dell'Abate Eutichio Ajello. Per molti anni la chiesa rimase abbandonata e resa inaccessibile con la muratura delle tre porte d'ingresso. Negli anni cinquanta una martellante campagna di stampa e una lettera firmata da un gruppo di docenti del Liceo Valli ed inviata alla Soprintendenza, sollecitarono il restauro dell'importante sacro edifico, cosa che avvenne in varie fasi negli anni sessanta e settanta, permettendone la riapertura al culto nel 1969. Venne rifatto il tetto, che nel frattempo era crollato, ma senza il controsoffitto a volta, e ricostruita in cemento armato, con una scelta non molto felice, la cantoria originariamente il legno.

 

 

 

 

 

 

MONTE DI PIETA' GIOVANNI SPAGNOLO

 

Il Monte di Pietà venne costruito nel 1799 per interessamento del filantropo barcellonese Giovanni Spagnolo, che diede tale disposizione nel proprio testamento. In una testimonianza dei primi anni del XX secolo si legge che "Il Monte di Prestanza, sotto il titolo "Giovanni Spagnolo", è una istituzione molto antica e pegnora oggetti di valore con lieve interesse". La storia del Monte di Pietà è in parte legata a quella del Teatro Mandanici, costruito sul terreno adiacente appartenente pure a Giovanni Spagnolo. Il 31 maggio 1967 il Teatro venne colpito da un incendio e dopo qualche tempo i resti vennero demoliti, e la stessa sorte subì una parte del Monte di Pietà, che non era stato neanche toccato dal rogo, e il cui primo piano da molti anni risultava abbandonato essendo venuta meno la sua funzione, mentre al piano terra erano situate varie attività commerciali. In un primo momento vennero edificati dei brutti portici che facevano da schermo alla retrostante area. In seguito alle polemiche scaturite dal fatto che l'area, situata proprio nel cuore della città, era molto dequalificata, nel 1982 venne indetto dall'Amministrazione Comunale un concorso di idee per la ristrutturazione dei portici, da sottoporre al giudizio della Commissione Edilizia, che emise il suo verdetto. Ma l'Amministrazione Comunale non ne tenne conto e diede incarico a dei tecnici di ristrutturare l'intera area del Mandanici, e non solo i portici, e di ricostruire la parte mancante del Monte di Pietà, che venne eseguita, per scelta, in maniera diversa dall'originale. I locali vennero ristrutturati per essere adibiti a spazi espositivi e inaugurati, ancora a "cantiere aperto", allo scoccare della mezzanotte del 6 agosto 1986.  Per l'apertura venne allestita una Mostra didattica di arte contemporanea, "dall'uno alla serie" il titolo allusivo, che presentava litografie e serigrafie di noti artisti moderni come Vasarely, Man Ray, Rotella, Scanavino, Schifano, Isgrò. Dopo un periodo di chiusura di qualche anno, che ha permesso il completamento dei lavori, l'ex Monte di Pietà ha visto la presenza di mostre di pittura, scultura e architettura, divenendo in tal modo un fulcro e un punto di riferimento

degli appassionati d'arte. Un nuovo intervento è stato realizzato nel 2000 per ricavare un auditorium di circa 150 posti, riducendo però lo spazio espositivo.

 

 

TEATRO MANDANICI

 

Il Teatro Mandanici, secondo testimonianze dell'ottocento, era considerato per importanza il secondo della provincia. La costruzione iniziò nel 1844, con un progetto sembra redatto dal messinese Letterio Subba. Il dubbio sull'autore è per certi versi lecito perchè l'informazione è riportata, per quanto ci risulta, solo da Giuseppe Donato, autore del libro:"Il Teatro Vittorio Emanuele di Messina, storia e vita musicale" del 1979, che alle pagine 20 e 21 scrive: "Al concorso per il progetto del nuovo teatro, bandito nell'ambito del reame, parteciparono, fra gli altri, i messinesi Giuseppe Mallandrino Brigandì, Letterio Subba (che successivamente costruirà il Teatro Comunale di Barcellona) e Carlo Falconieri". L'inaugurazione del teatro avvenne nel 1847, con la denominazione di Teatro Comunale, assumendo il nome di Teatro Mandanici nel 1862, su proposta di Filippo Rossitto, nella qualità di consigliere comunale, nonché storico cittadino, proprio per onorare la figura del grande musicista barcellonese scomparso a Genova dieci anni prima. Colpito dal terremoto del 1908, fu ricostruito durante il fascismo, ed in quella forma è giunto fino al '67, alternando spettacoli teatrali e musicali con proiezioni cinematografiche. Dopo l'incendio sviluppatosi la sera del 31 maggio 1967, venne totalmente demolito, non senza polemiche, nei primi anni settanta.

 

 

GIUSEPPE CAVALLARO

 

Lo sviluppo urbanistico di Barcellona ebbe un impulso decisivo, dopo l'Unita' d'Italia, grazie alla figura dell'architetto Giuseppe Cavallaro (1833-1888), progettista del primo nucleo del Palazzo Comunale, oggi completamente trasformato, e del Cimitero. Il Palazzo Comunale "spazioso e bello per architettura e solidità", annotano gli storici dell'epoca, nasceva addossato al torrente Longano, con l'ingresso principale sulla via Garibaldi e rappresentava il primo nucleo dell'odierno Palazzo Longano che tante trasformazioni ha subito nel corso degli anni, fino ai recenti ampliamenti e rifacimenti dei prospetti. Importante lavoro di carattere urbanistico e' il progetto redatto nel 1862 per l'apertura della via Operai. In un'epoca in cui Barcellona era attraversata da strade strette e tortuose, Cavallaro, facendo riferimento alle esperienze più avanzate che maturavano in quegli anni in Italia e all'estero, concepisce una strada dritta e spaziosa che attraversa la città nella sua lunghezza e detta pure delle prescrizioni su come costruire ai suoi lati. Nella relazione che accompagna il progetto spiega: " Il mio progetto solo tende a tracciare

per il momento la strada e nello stesso tempo stabilire di fissare terreni opportuni onde ampliarsi ed abbellirsi in seguito la città sopra una pianta ragionata ", e getta dunque le basi per il futuro piano regolatore di Barcellona. L'altro lavoro impegnativo dell'architetto Cavallaro fu il

progetto del Cimitero Comunale, inaugurato nel 1877 che ricorda lo storico Sebastiano Mazzei: "Per posizione, disegni ed ornati è il più bello di quanti ne sorgono in Sicilia, e basterebbe ad eternare il nome di Giuseppe Cavallaro". Il Comune, alla sua morte, avvenuta nel 1888, gli edificò un grande monumento nel cimitero da lui progettato. Nel volume "Sicilia Liberty", gli autori E. Rizzo e M.  C.  Sirchia scrivono: "in questo luogo si trovano altre opere dovute sia all'artigianato locale che ad interventi esterni. Dalle iscrizioni lasciate sui monumenti commemorativi si può dedurre che tra Milazzo e Barcellona esistevano validi artigiani come Mamì e Lo Schiavo, capaci di scolpire convincenti figure umane a tutto tondo. Maggiore attenzione meritano i ferri battuti come ad esempio quelli delle cappelle Todaro e Pettini; quest'ultima con vetrate policrome di elegante fattura,...". Lo Schiavo operava a Milazzo, mentre Sebastiano Mamì a Barcellona, certamente intorno agli anni '10. ( Esiste infatti  una sua opera, un busto in gesso, custodito da un privato, firmato e datato 1915.

 

 

TORRE SOTTILE

 

Lungo la via del Mare, in prossimità dell'autostrada, sorge una torre a due elevazioni, con finestre ad arco acuto, comunemente chiamata Torre Sottile, progettata dall'architetto Giuseppe Cavallaro. In realtà la vera e antica Torre Sottile era situata quasi a metà della via del Mare, nella zona chiamata "l'albero di malaria". Di essa rimangono solo i resti della base, utilizzati per qualche tempo come vasca irrigua.(cfr.  La Città di Barcellona Pozzo di Gotto, Febbraio 1999, pag. 17). Probabilmente questa torre era da identificarsi con la Torre di Calderà.

 

VILLINO LIBERTY

 

Proprio sulla via Operai, all'angolo con la via Roma, nel 1909 il barone Foti fa progettare all'ingegnere G. Ravidà un villino in stile Liberty, attualmente disabitato e ridotto in cattive condizioni, pur essendo vincolato dalla Soprintendenza. Per le sue qualità architettoniche e per le decorazioni, il villino è stato inserito nel volume  "Sicilia Liberty" già citato (Flaccovio editore), un libro che si avvale della prefazione di Paolo Portoghesi. Gli autori, Eugenio Rizzo e M. Cristina Sirchia, rammentano come "la peculiarità di questo villino risiede nella decorazione in ferro che si dispiega in tralci fioriti e assume i volumi di una scultura in alcuni elementi portanti". L'edificio è improntato ad una notevole simmetria, evidenziata dagli alti pilastri centrali sui due prospetti principali. Le decorazioni in ferro sono dovute ad un abile artigiano locale, noto come "Giovanni u Palummu".  All'interno, riferiscono i pochi fortunati che vi hanno potuto accedere, le pareti sono rivestite con carta da parati e disegni floreali e i soffitti anch'essi decorati con motivi analoghi. Anche l'arredamento interno e' di notevole qualità.

 

 

 

ARTISTI ED ARTIGIANI

 

Tra i tanti artisti ed artigiani barcellonesi ricordiamo gli scultori Giuseppe Rossitto (1840-1908) che visse e lavorò per molti anni alla corte di Costantinopoli; Matteo Trovato, autore nel 1925  della statua lignea della Madonna del Tindari conservata nella chiesa dei Basiliani; "Turillo" Sindoni (1868-1941) che ebbe uno studio a Roma, ed è sepolto al Verano; Salvatore Crinò (1895-1972) anche pittore, che in gioventù visse a Roma ed entrò in contatto con Marinetti ed i futuristi, e i pittori Antonino Randazzo (1926-1986) e Nino Leotti (1919-1993) esponente della pittura neorealista, amico di Guttuso, Mazzullo e Migneco, ebbe anche uno studio in via Margutta a Roma. Filippo Rossitto elenca inoltre numerosi pittori pozzogottesi, tutti vissuti nel XVIII secolo: Filippo Vescosi seniore, Sac. Antonino Vescosi, Giuseppe Russo, Vito Vescosi, Filippo Vescosi Juniore e figli. Tra i pittori barcellonesi annovera solo Gaetano Bonsignore, anch'egli del XVIII secolo.

 

 

 

BASILICA DI SAN SEBASTIANO

 

La costruzione del Nuovo Duomo di San Sebastiano, dal 1992 Basilica Minore, ha polarizzato lo sviluppo del centro cittadino. Attorno a questo imponente edificio, finito di costruire nel 1936 su progetto dell'ingegnere Francesco Barbaro e concepito in stile neoclassico, si apre la piazza principale di Barcellona, attraversata dalla via Roma. In essa si conservano le opere provenienti dal vecchio Duomo.  Tra i quadri ricordiamo la grande tela del 1879 raffigurante il martirio di San Sebastiano, di Giacomo Conti, un'opera di Gaspare Camarda  raffigurante la Vergine col Bambino e San Francesco, firmato e datato 1606, e un dipinto su legno, raffigurante San Giuseppe, eseguito da Santa Rugolo nel 1942. Ed ancora, una Pala d'altare di Cesare Da Napoli (Santi Rocco, Niccolò e Caterina) e San Cristoforo di autore ignoto. Un'altra opera di Cesare Da Napoli, la Vergine delle Grazie col bambino e due Santi, del 1585, proveniente dalla chiesa dei Basiliani, è conservata dalla fine dell'ottocento nel Palazzo Comunale. L'indicazione sulla chiesa di provenienza e' possibile riscontrarla in alcuni testi.  Sia in quello di Giuseppe Grosso Cacopardo "Memorie de' pittori messinesi e degli esteri"  pubblicato  a Messina nel 1821, che nell'importante opera di Teresa Pugliatti "Pittura del cinquecento in Sicilia" (Electa, 1994), si fa riferimento al quadro come proveniente dalla chiesa dei Basiliani di Barcellona. A pagina 66 il Cacopardo, sotto la voce Cesare Di Napoli scrive: "Nella sagrestia de' Basiliani in Barcellona evvi una tavola che può passare per il suo capo d'opera rappresentante la Vergine della Grazia col bambino e due santi laterali..." Evidentemente dopo la soppressione del convento Basiliano si penso' di salvaguardare il dipinto trasportandolo nel Municipio. La Pugliatti, a pag.  240, citando lo stesso Cacopardo, tratta altri due dipinti del medesimo autore, uno raffigurante i Santi Rocco, Niccolò e

Caterina, l'altro i Santi Placido, Niccolò e Lucia, ritenendoli perduti. Ciò risulta vero per il secondo, collocato a suo tempo a San Vito di Pozzo di Gotto, di cui non si hanno più notizie.  Il primo già citato, (Santi Rocco, Paolino e non Niccolò, e Caterina) è invece ancora esistente ed è collocato nella sagrestia della Basilica di San Sebastiano. E' stato sottoposto a restauro nel 2004. La Basilica, oltre alle opere d'arte citate si è arricchita di opere di pittura e scultura realizzate negli ultimi anni. Nel 1984 Filippo Minolfi dipinge un Cristo Pantocratore nell'abside e i quattro evangelisti nei medaglioni sotto la cupola, nel 1986 vengono collocate quattro statue, realizzate dallo scultore Tito Amodei, nel prospetto principale, e infine nel 1994 il pittore Gino Colapietro  esegue "La pesca miracolosa" nel lato sinistro del transetto. La presenza di palazzi a sei piani, innalzati negli anni del boom edilizio attorno alla piazza ne ha soffocato lo spazio, che risulta oggi molto compresso e dequalificato.

 

 

 

GASPARE CAMARDA

 

La tela del 1606, la Vergine che porge il Bambino a San Francesco, custodita nella Basilica e' probabilmente una delle prime realizzazioni di Gaspare Camarda, pittore pozzogottese nato nel 1570 e morto dopo il 1629, nonchè‚ l'unica conservata nella sua città d'origine. Il dipinto, ricorda Antonino Bilardo ( "Il museo Civico di Castroreale", edito dal Comune di Castroreale negli anni '80) deriva da una stampa, circolante in quegli anni, riproducente  l'Estasi di San Francesco, dipinto  nel 1599 dal senese tardo manierista Francesco Vanni (1563-1610). Formatosi a Messina nella bottega di Antonio Catalano detto l'Antico secondo quanto riferisce Giuseppe Grosso Cacopardo (studioso del secolo scorso, autore di " Memorie de' pittori messinesi e degli esteri", pubblicato nel 1821), il Camarda "giunse ben presto ad ottenere fama di valente pittore".  Almeno quindici sue tele sono disseminate nelle chiese della nostra provincia. L'apprendistato  messinese ha fatto ritenere al Cacopardo che fosse nativo della città dello Stretto, ma lo storico Filippo Rossitto ha lasciato una annotazione di suo pugno su una copia dell'opera del Cacopardo (in possesso della Biblioteca Comunale di Barcellona) dove si legge testualmente: "Camarda era pozzogotese". Il Rossitto, per scrivere ciò, avrà avuto in mano degli elementi certi.  Nelle sue opere è presente un intreccio di influssi romani e napoletani, e si inserisce nella folta schiera dei manieristi del XVI secolo. L'ambiente pittorico messinese in quell'epoca era dominato da Polidoro da Caravaggio, allievo di Raffaello, giunto nella città dello stretto verso il 1528. Polidoro annoverò come seguace l'oriundo napoletano Deodato Guinaccia, che a sua volta ebbe tra i continuatori anche il Camarda. A Messina, per la chiesa di San Domenico dipinse una Santa Caterina, e per la chiesa di Santa Maria di Gesù realizzò I Magi.  Questa è ritenuta dalla critica la sua opera più pregevole, sia per il modo in cui è composta, che per il colore e la prospettiva. Ancora a Messina, nella chiesa di Gesù e Maria del Buon Viaggio, nell'altare maggiore è collocato il Trionfo della croce tra Gesù e Maria. Nel Santuario di Capo D'Orlando sono esposti due quadri, restaurati  da Angelo Cristaudo: l'Adorazione dei Pastori del 1626 e il Crocefisso tra due monaci oranti dell'anno successivo.  Pure del 1626 è l'Epifania conservata a Casalvecchio Siculo nella Chiesa Madre. L'ultima opera con datazione certa è la Madonna dei Miracoli fra i SS. Placido e Francesco di Paola, del 1629, custodita nel museo di Castroreale.

 

 

 

CINEMA CORALLO

 

E' stato progettato da Filippo Rovigo (1909-1984), importante architetto razionalista nato a Montalbano Elicona, che ha operato prima a Roma, e dal dopoguerra fino alla morte a Messina, dove ha disegnato e costruito sale cinematografiche, edilizia popolare, uffici e alberghi. Il prospetto del cinema Corallo, realizzato nel 1962, è articolato volumetricamente da due corpi aggettanti allineati verticalmente, e da una parete finestrata che delimita la scala di servizio esaltandone ulteriormente il verticalismo. Ampio è l'uso del cemento faccia a vista, sia all'esterno che all'interno, caratterizzato da due aeree scale simmetriche che conducono alla tribuna.

 

 

 

 

NUOVO TEATRO MANDANICI

 

Il  nuovo Teatro Mandanici, progettato dall'architetto catanese Giovanni Leone, iniziato a costruire nell'81 in una parte della villa comunale, è in corso di completamento.  Una suggestiva inaugurazione a cantiere aperto è già avvenuta nel 1986 con uno spettacolo teatrale d'eccezione:"Didone Adonais Domine", scritto da Emilio Isgrò (nato nel 1937) artista barcellonese di fama internazionale che opera nel campo delle arti visive e della letteratura.

 

 

 

 

MONUMENTO A SEBASTIANO GENOVESE

 

L'opera, collocata nella villa comunale, è stata ideata da Filippo Minolfi, artista barcellonese, per ricordare il professore Sebastiano Genovese, scomparso in un incidente nel dicembre 1983, ed è stata inaugurata il 4 giugno 1988. Realizzata in acciaio inossidabile, è caratterizzata da due elementi triangolari che ricordano le vele di una barca, che in tal modo evidenziano la passione e l'interesse scientifico di Sebastiano Genovese per il mare, elemento centrale dei suoi studi. Le sfere invece, in quanto simbolo cosmico, stanno a significare l'universalità del pensiero di Genovese, ma anche fanno riferimento al batiscafo usato dallo scienziato barcellonese per le immersioni nello stretto di Messina.

 

 

SEME D'ARANCIA

 

Il Seme d'arancia, "Impiantazione in tufo, resina, agrumi, scorie vulcaniche"  e' stato realizzato nella piazza antistante l'ex stazione ferroviaria ed inaugurato il 21 marzo 1998.  L'opera, ideata da Emilio Isgrò, è una grande scultura raffigurante un seme d'arancia ingrandito, posta al centro della piazza trasformata in un giardino mediterraneo con tanti alberi a simboleggiare la memoria storica della città, grande produttrice  negli anni passati di  questi agrumi, tanto da ispirare proprio ad Isgrò una poesia dal titolo "Produce arance", che segno' la sua partenza per Milano e l'inizio della folgorante carriera di artista e fondatore della "poesia visiva".  

 

 

 

 

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