BARCELLONA POZZO DI GOTTO
ARTE ED ARCHITETTURA

INTRODUZIONE
Il primo ad occuparsi delle opere d'arte della nostra città
fu il grande storico Filippo Rossitto, autore della
più importante storia di Barcellona Pozzo di Gotto. Rossitto
aveva progettato l'opera in tre sezioni: civile, letteraria,
monumentale. Oggi conosciamo solo la civile, e soltanto
alcuni frammenti sparsi delle altre due, e il tutto è stato
pubblicato postumo, nel 1911, dopo la sua morte, avvenuta
nel 1879 (era nato nel 1807). Filippo Bucalo nella
prefazione al libro di Rossitto del 1911 spiega perchè
mancano le ultime due parti. Scrive: "Un venale ed ignorante
suo domestico, approfittando della infermità del padrone
(Filippo Rossitto era stato colpito da paralisi, n.d.r.)
gl'involava gran parte dei voluminosi manoscritti della
presente opera e li vendeva per pochi soldi come vecchio
cartone!". Gran parte dei
manoscritti Rossitto li riuscì a recuperare, ricorda ancora
Filippo
Bucalo, e potè ricomporre il testo anche con gli appunti che
gli erano rimasti. Ma non riuscì a completare, e neanche più
ad iniziare la parte monumentale. Ciò nonostante, Rossitto
nella parte civile ci fornisce importanti notizie storiche,
utili ai fini della conoscenza del patrimonio artistico, e
inoltre Bucalo pubblicò in appendice uno scritto
importantissimo riguardante il Monastero Basiliano ed il
sarcofago da lui ritenuto di Simone il Normanno. Altri si
sono occupati dell'arte di Barcellona, come il Di Benedetto
e il Barberini nei loro lavori sulla città degli inizi del
nostro secolo. La storia di Barcellona di Nello Cassata dà conto delle presenze artistiche e monumentali
della città, così come l'opera di padre Biondo sulle chiese
di Barcellona si occupa, necessariamente, delle opere di
pittura, scultura ed architettura presenti nel territorio
comunale. Dobbiamo purtroppo far rilevare come il
disinteresse e l'incuria hanno privato la città di opere
importantissime come la chiesa e il monastero basiliano di
Santa Maria di Gala e la chiesa di Centineo, e ancora il
campanile di San Vito e l'antico Duomo di San Sebastiano,
mentre si trova in condizioni estremamente precarie il
villino Liberty di via Roma.

NECROPOLI DI POZZO DI GOTTO
Nel 1888 arriva a Siracusa Paolo Orsi, che inizia una
proficua attività di scavo in tutta la Sicilia, esplorando i
più importanti centri archeologici dell'isola, e scoprendo
la prima necropoli sicula della provincia di Messina,
quella denominata di Pozzo di Gotto, situata tra
Monte Risica e Colle Cavaliere, dandone comunicazione sul
"Bullettino di Paletnologia Italiana" del 1915. Questa
necropoli, oggi pressochè‚ distrutta, presenta delle tombe a
cella rettangolare e a forno, scavate nel calcare roccioso,
e risale, secondo l'Orsi, all'VIII secolo a.C. Per la prima
volta è stato constatato un caso di cremazione,
assolutamente nuovo nel rito funebre siculo. "La spiegazione
- secondo lo studioso - può essere data dalla circostanza
che, cronologicamente, la necropoli di Pozzo di Gotto è
contemporanea all'apparizione delle prime colonie greche in
Sicilia che fecero conoscere l'uso della cremazione".
CENTRO ARCHEOLOGICO DI MONTE SANT'ONOFRIO
Sulla sommità di Monte Sant'Onofrio, sovrastante il casale di
Acquaficara, nel 1974 l'architetto Pietro Genovese scopre
i resti di "un grosso villaggio fortificato situato sulla
sommità di detto monte da cui dominava le prime colline e
controllava la Piana da Tindari a Giammoro" (P. Genovese,
Sicilia Archeologica, aprile 1977, p. 39). La Soprintendenza di
Messina, nel corso di una campagna di scavi attuata tra il 1975
e il '76, ha portato alla luce alcuni muri realizzati in conci
di tufo calcareo dello spessore variabile dai due ai tre metri
e dei resti di torri. Pietro Genovese ritiene che i resti di
Monte Sant'Onofrio siano da attribuire all'antica città sicula
di Longane, che ha dato il nome al fiume omonimo che attraversa
Barcellona Pozzo di Gotto, mettendo in discussione Bernabò Brea
e Domenico Ryolo che negli anni cinquanta avevano invece
localizzato Longane in territorio di Rodì Milici, dove è situato
un importante centro archeologico. Sulle pendici dello stesso
monte si aprono centinaia di grotte che facevano parte della
necropoli. Tra queste l'architetto Genovese ha segnalato, per le
sue caratteristiche "estetiche", la cosiddetta "Tomba dei
Principi di Longane" del IX-VIII secolo a.C. Fino al secolo
scorso l'esistenza di Longane era ignota a tutti, finchè non
vennero scoperte in questo secolo, in circostanze poco note e in
un luogo non identificato, un caduceo bronzeo, ora
conservato al British Museum di Londra, simbolo presente nella
cultura fenicio-punica, su cui c'è incisa l'iscrizione: "sono
l'araldo pubblico longanese", e alcune monete d'argento coniate
da Longane, del V secolo a.C., che dimostrano l'importanza
raggiunta dalla città in quel secolo, con lo sviluppo della
siderurgia. Le immagini raffigurate nelle monete, la testa di
Heracles e un dio fluviale, confermano l'importanza in cui
veniva tenuto dai Longanesi il culto di Eracle, il semidio
protettore della siderurgia. Di una moneta coniata a Longane
parla anche Emanuele Ciaceri (Culti e miti nella storia
dell'antica Sicilia, pubblicato nel 1911), prima che venisse
rinvenuto il caduceo. Alla pagina 255 lo studioso scrive: "Altra
moneta, una litra, mentre ha una testa giovanile di dio fluviale
porta, nell'altro lato, la leggenda LONGANAION. Si credeva si
riferisse alla città di Longon del territorio catanese ricordata
da Diod. XXIV 6 e rappresentasse quindi anche essa l'Amenanos.
Ma l'Head hist. num. p. 132, basandosi sulla notizia di Polyb.
I 9, di un fiume Longanos nelle vicinanze di Mile, pensò ad una
città situata su questo fiume, e ad esso riferì la moneta colla
divinità fluviale. L'interpretazione ha trovato seguito. (Holm
Stor. della mon. sic. p. 85 n. 121; Hill Coins p. 92). Noi però
incliniamo sempre a vedervi l'Amenanos, non avendo alcuna
notizia d'una città omonima sul fiume Longanos delle vicinanze
di Mile." Intorno alla localizzazione dell'antico Longano s'è
sviluppata una dotta disputa tra gli studiosi. Da una parte
stanno coloro che ritengono il Longano degli antichi l'attuale
torrente che attraversa Barcellona, mentre altri identificano
l'antico Longano con il torrente Monforte, con il Mela o il
Termini-Patrì.La questione è sorta perché la battaglia del
Longano, combattuta nel 269 a.C., secondo gli storici si è
svolta sulle sponde del fiume Longano, presso Mile (Milazzo).
Un'indicazione considerata precisa da tanti studiosi ma,
curiosamente, vaga da pochi altri. Fino all'Ottocento era quasi
certo che il Loetanos di Diodoro Siculo e il Longanos di Polibio
fossero il medesimo fiume di Castroreale. Basti leggere la
storia di Barcellona di Filippo Rossitto (scritta nel 1877),
dov'egli, pur ricordando che non manchino autori che "in altro
sito vogliono collocarlo" sostiene a spada tratta la
collocazione del Longano in territorio barcellonese. Ma la
scoperta negli anni cinquanta della cinta di fortificazione
siculo-greca a Rodì Milici, identificata da Domenico Ryolo e da
Bernabò Brea come appartenente all'antica Longane, ha messo
tutto in discussione. Se dunque Longane era posta sulle colline
sovrastanti la sponda occidentale del Patrì, Ryolo ha tratto la
conclusione che l'antico Longano fosse da identificare con
l'attuale Patrì. Ryolo, scomparso nel 1988, è stato dunque il
maggiore assertore del Longano-Patrì, ed ha avuto la capacità di
"imporre" questa sua tesi negli ambienti ufficiali con la
pubblicazione del suo studio "Il Longano e la sua battaglia"
(Palermo, 1950), nonostante il parere diverso di molti studiosi.
Il primo ad identificare l'antico Longano con l'odierno torrente
Longano che attraversa Barcellona fu Philipp Cluver
(italianizzato in Cluverio, era un geografo polacco che visse
anche a Roma e in Sicilia nel XVII secolo, autore della "Sicilia
antiqua cum minoribus insulis eis adiacentibus, Lugduni,
Batavorum officine, 1619"), seguito da Vito Amico, autore del
fondamentale "Lexicon Topographicum Siculum", poi ancora il
Casagrandi, storico catanese che ha studiato ed analizzato a
fondo la battaglia del Longano, il Fazello, il Piaggia, il
Cantelli, definito dal Casagrandi il "principe dei topografi
siciliani", Filippo Rossitto e, ultimo in ordine cronologico,
il castrense Guido Torre, autore del "Processo al Longano"
pubblicato nel 1993. Mentre l'Holm (studioso tedesco vissuto in
Sicilia nel secolo scorso) propende per identificare l'antico
Longano con il fiume Manforte (presumiamo il torrente che bagna
Monforte S. Giorgio) e l'ingegnere Domenico Ryolo con il Patrì.
I pochi contrari ad identificare l'antico Longano con il moderno
( Holm, D'Amico che lo identifica col Mela, e Ryolo) osservano
che il torrente attuale è un misero corso d'acqua, non
considerando che il torrente, fino alle opere di arginatura
attuate a partire da qualche secolo fa, scorreva liberamente
nella pianura barcellonese. La portata del corso d'acqua era
tale da provocare vere e proprie alluvioni, come quella del
1757, ben descritte dagli storici locali.


CENTRO ARCHEOLOGICO DI PIZZO LANDO
Il
centro archeologico di Pizzo Lando, sulle pendici meridionali di
Barcellona, a 619 metri sul livello del mare, scoperto
dall'architetto Pietro Genovese nel 1977 ma studiato nel corso
di una campagna di scavi svoltasi nel corso del 1995 e curata
dalla Soprintendenza di Messina, per l'importante posizione
strategica venne abitato fin dalla tarda età del bronzo ( X sec.
a.C. ) visto che sono stati rinvenuti resti fittili dell'Ausonio
II ( tazze carenate, fuseruole, frammenti di ceramica e una
fibula bronzea del VIII secolo ). Sono stati ritrovati inoltre i
resti di un nucleo urbano di epoca pre-greca e greca, databile
tra il VI e il III secolo A. C., e una moneta di età classica
raffigurante da una parte la testa di Giove e dall'altra un
soldato greco.

TOMBA MEDIEVALE
Una
tomba, presumibilmente di epoca bizantina-normanna, è stata
identificata dall'architetto Pietro Genovese alla fine degli
anni '70. E' situata sulla collina sovrastante la Grotta Mandra,
lungo la strada di collegamento tra Barcellona e Castroreale.

MONASTERO BASILIANO DI GALA
La
storia artistico-architettonica di Barcellona Pozzo di Gotto
affonda le radici negli interventi di organizzazione agricola
del territorio attuata dai monaci basiliani intorno all'XI
secolo in Val Demone con la costituzione di veri e propri centri
aziendali. Scrive Illuminato Peri a pagina 43 del sua opera
"Uomini città e campagne in Sicilia dall'IX al XIII secolo":
"C'era bensì una dinamica volenterosa, ancor se non di rado
asfittica, che ebbe manifestazione nell'attacco alle fiumare, e
cioè nell'impegno a popolare e sfruttare quanto più largamente
gli spazi e le possibilità che offrivano gli irrequieti rivoli
avanti di esaurirsi nel mare. L'attacco alle fiumare si sviluppò
nei territori di Castroreale promotori i basiliani di S. Maria
di Gala...". A Gala, oggi frazione collinare di Barcellona, ed
allora facente parte del territorio di Castroreale, i monaci
edificarono un monastero, utilizzando le fondazioni ed i resti
di un "castrum" fortificato di epoca romana, (dove sorgeva pure
un colosso di marmo bianco, raffigurante forse una divinità
pagana), parallelamente ad altri monumenti normanni come quelli
di Forza d'Agrò, Mili, Itala. La chiesa, che pare esistesse già
nel VII secolo, venne fatta ricostruire dal Re Ruggero nel 1106.
Dalle descrizioni fatte dagli antichi storici, Santa Maria di
Gala risultava essere sormontata da cinque cupole, secondo il
modello delle chiese centriche orientali, mentre in un disegno
di fine ottocento, dovuto alla matita di Placido Lucà Trombetta,
si legge perfettamente il motivo degli archetti intrecciati in
mattoni emergenti dalla muratura, che oltre alla funzione
statica, conferivano una valenza qualificante alle murature
stesse. All'interno pare che fosse affrescata con scene della
vita di Santa Venera, nata secondo la tradizione proprio in
territorio di Gala nel X secolo. Della chiesa oggi rimangono
scarse tracce; il muro disegnato da Lucà Trombetta è crollato, e
sopravvive solo il relitto del campanile del XVII secolo. Il
degrado del complesso architettonico iniziò dopo l'abbandono del
luogo da parte dei monaci nel 1776 al fine di spostarsi in un
posto più vicino alla città, dove edificarono un nuovo
monastero, completato nel 1791, che sorge su una collinetta sita
sul margine occidentale del centro urbano, nel quartiere
Immacolata. Tutto l'insediamento è stato ora riutilizzato e
trasformato in abitazioni, stalle e magazzini che ne hanno
stravolto l'immagine originaria.

TEMPIO DI SANTA VENERA
Legato alla cultura basiliana è il tempio dedicato a Santa
Venera, posto davanti ad una grotta naturale dove, secondo una
leggenda, sarebbe vissuta la Santa, nata in questo territorio.
Si tratta di una costruzione a pianta quadrata, sormontata da
un'alta cupola ottagonale impostata su nicchie angolari, secondo
un principio costruttivo che trae origine nell'architettura
armena del VII secolo. L'epoca di edificazione è controversa. E'
certo che la grotta, come luogo sacro dedicato a Santa Venera, è
citata in un diploma del XII secolo, ed apparteneva al monastero
di Gala. Secondo Filippo Rossitto, il tempio venne costruito nel
1718 dalla famiglia Gregorio, ma per altri si tratterebbe di una
ricostruzione realizzata sul modello di una cappella analoga più
antica. Probabilmente la famiglia Gregorio fece realizzare il
portale d'ingresso, il cui stile è completamente diverso da
tutto il resto. Noi siamo propensi a ritenere l'origine
dell'edificio risalente al periodo bizantino. All'interno,
proprio all'imboccatura della grotta si notano tre archi in
mattoni la cui struttura ha fatto presupporre a vari studiosi
che si tratti della parte superstite di una chiesetta bizantina
poi trasformata nella forma attuale. La scoperta di alcuni
reperti rinvenuti nel 1970 durante lavori di scavo all'interno
del tempio potrebbero avvalorare questa ipotesi. Sono venuti
alla luce frammenti di ceramica, resti di pavimenti in argilla e
un'acquasantiera del XII secolo. Ciò dimostra che il luogo è
stato certamente utilizzato e trasformato nei secoli. Nella
grotta inoltre si aprono anche alcuni cunicoli franati e
difficilmente esplorabili.

CHIESA DELLA VISITAZIONE DI CENTINEO
Al
periodo paleocristiano è da ascrivere la chiesa della
Visitazione di Centineo, demolita e ricostruita ex novo negli
anni '50 del XX secolo. Risaliva probabilmente al VII secolo, ma
un grosso rifacimento venne attuato nel 1399, ed a quell'epoca
apparteneva l'abside, che oggi conosciamo attraverso una
rarissima foto scattata poco prima della demolizione, realizzata
a rifasci con blocchi di pietra nere alternate a blocchi chiari,
con in alto una finestrella con arco gotico, e tramite la
testimonianza di Vito Amico: "antichissimo edifizio di greco
stile di nere pietre". La chiesa originaria era a pianta
quadrata con tre absidi rivolte ad oriente; le due più piccole
erano incassate nella muratura. La pianta inizialmente quadrata
della chiesa si desume dalla planimetria riportata sulle mappe
catastali prima della sciagurata demolizione. Analizzandola
attentamente e confrontandola con altri edifici tipologicamente
e cronologicamente vicini, e con le notizie storiche e le
pochissime foto che ci rimangono, abbiamo potuto verificare le
fasi di accrescimento dell'edificio con un certo margine
d'errore. Tutte le chiese di rito greco erano provviste di tre
absidi, una più grande, e due più piccole laterali, chiamate
l'una "prothesis" (protesi, dove si deponevano le offerte dei
fedeli e si preparava e veniva esposta l'ostia consacrata, posta
a destra dell'abside principale) e l'altra "diakonikos" (diaconico,
dove si conservavano gli arredi sacri e si rivestivano i diaconi
officianti, posta a sinistra dell'abside principale). Entrambe
le absidi laterali vengono anche chiamate "pastoforia". Il
nucleo inizialmente quadrato (VII secolo -1399) venne ampliato
verso ovest per "latinizzare" l'edificio ed aumentarne la
capienza, e questo avvenne nel 1606. Accanto, sul lato nord,
venne costruito un altro corpo, probabilmente la sagrestia, e
trovò posto, come riferisce padre Carmelo Biondo (Chiese di
Barcellona Pozzo di Gotto, 1986) anche un piccolo cimitero
secondo l'usanza delle chiese paleocristiane, ed era l'unico
esempio di questo tipo in tutto il territorio barcellonese. La
copertura era realizzata con un tetto in legno a due falde con
tegole. Non sappiamo se sulla parte più antica vi fossero delle
cupole, in quanto nessun storico ne fa cenno, e nelle uniche due
foto esistenti non si vede quella parte. Nel mese di novembre
del 1989, durante alcuni lavori di completamento dell'esterno
della nuova chiesa, sono affiorati casualmente i resti delle
fondazioni dell'abside della vecchia chiesa, assieme ad ossa
umane di persone sepolte nella cripta. La Soprintendenza ai Beni
culturali di Messina, informata del ritrovamento dal parroco
padre Mariano La Rosa, ha inviato i propri tecnici che nel corso
di un sopralluogo effettuato il 12 gennaio 1990 hanno reputato
interessanti i resti ritrovati, che alla fine sono stati
nuovamente interrati. Nella nuova chiesa sono state ricollocate
le opere d'arte contenute in quella demolita. Tra queste "La
Visitazione", realizzata nel XVI secolo, la Madonna dell'Itria,
opera del Quagliata del 1667, e dello stesso periodo una tela
di autore ignoto. Si conserva pure un dipinto su tavola
raffigurante San Francesco da Paola.


“TORRIONE SARACENO”
Nel quartiere di Sant'Antonio,
alla periferia di Barcellona, in prossimità della scuola
elementare sorge il "Torrione Saraceno", nella zona chiamata
proprio Piano Torrione. E' stato identificato negli anni '90 del
secolo scorso durante un rilevamento per conto della
Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Messina, la
quale dopo aver redatto la scheda descrittiva, in considerazione
della sua importanza ha iniziato la pratica di vincolo, sia sul
"Torrione" che sugli edifici rurali circostanti. Si tratta di un
edificio a pianta quadrata, i cui lati interni misurano m. 5,50
circa, con muri in pietrame dello spessore di cm. 95,
parzialmente inglobato da edifici rurali costruiti attorno nel
corso dei secoli. La copertura è realizzata con una cupola
semisferica, anzi si tratta esattamente di una volta a vela,
ottenuta dall'intersezione di una cupola semisferica con le
quattro pareti della pianta quadrata inscritta nel cerchio di
base, secondo un procedimento costruttivo tipico
dell'architettura bizantina in uso sin dal IV secolo. E' uno
schema innovativo rispetto all'architettura romana, impiegato
negli edifici a pianta centrale, che ha così liberato i
costruttori dal dover utilizzare una base cilindrica, come nel
Pantheon di Roma. All'interno del "Torrione", agli angoli della
cupola sono visibili quattro anelli in ferro, ed un'altro è
posto al centro. L'altezza attuale dell'edificio è di m. 5,20
circa, ma certamente una parte è interrata, in quanto le varie
alluvioni nel corso dei secoli hanno progressivamente innalzato
il livello del terreno. Lo prova il fatto che i fori pontai,
utilizzati anticamente per mettere le travi in legno provvisorie
durante la costruzione si trovano, a partire dalla quota
attuale, a circa 40 centimetri dal pavimento. Poichè questi
buchi andavano realizzati ogni m. 1,80 circa, abbiamo sottoterra
almeno m. 1,40 di edificio. Da testimonianze orali di anziani
che vivono nella zona abbiamo appreso che effettivamente
l'antica quota del pavimento interno era più bassa
dell'attuale. Questo comprova che il livello esterno del piano
campagna si è innalzato, mentre all'interno, fino a tempo
addietro (a memoria d'uomo) il livello era più basso.
Attualmente la costruzione dispone di una porta d'ingresso e di
una finestra. Il vano d'ingresso non è quello originale,
infatti l'apertura è stata ricavata ampliando verso il basso una
delle due finestre antiche, e ciò è riscontrabile osservando
dall'interno, in quanto l'innalzamento della quota del terreno
esterno ha chiuso l'antica porta. Quindi, nel momento in cui è
stato necessario entrare nuovamente nell'edificio, utilizzato
per tanto tempo come magazzino, si è pensato di ampliare verso
il basso, fino alla quota del terreno, la finestra esistente e
di allargarla. Le caratteristiche dell'edificio, in particolare
il fatto di non avere il tetto praticabile, e i cinque anelli
nella cupola, fanno pensare piuttosto ad una costruzione a
carattere sacro, nella fattispecie ad una piccola chiesa
bizantina. In esse gli anelli venivano utilizzati per appendere
con delle catene le torce per illuminare l'ambiente. Una
conferma di questa nostra supposizione potrà venire da uno scavo
per verificare l'esistenza dell'abside rivolta ad oriente,
com'era d'uso in questo tipo di edifico sacro, che potrebbe
trovarsi sottoterra, e da altri eventuali reperti.
SAN GIACOMO
I
resti di una costruzione forse con cupola centrica si trovano
presso la grotta di Santa Venera, nell'alveo del Torrente
Longano. Si tratta della chiesa di San Giacomo, della quale
emerge solo la cupola, mentre il resto è stato sommerso da una
alluvione. La cupola, realizzata con pietre disposte a circolo
su un tamburo circolare, è rivestita con cocciopesto che la
rende impermeabile. Già esistente nella prima metà del '600 ,
venne sepolta assieme al casale omonimo intorno al 1750 dal
violento straripamento del torrente San Giacomo, uno dei bracci
del Longano. Gli abitanti del casale, per scampare alla
disastrosa alluvione, si trasferirono a Gala e a Mortellito. Un
opportuno scavo per portare alla luce le strutture interrate
potrebbe darci delle risposte certe rispetto alla tipologia e
all'epoca di edificazione. La cupola è molto simile a quella di
San Bartolomeo nel Torrente Patrì, nel comune di Rodì Milici,
portata alla luce recentemente perchè anch'essa sommersa da
un'alluvione che ha innalzato il livello del corso d'acqua. Lo
scavo ha evidenziato la presenza di un nucleo più antico (XIII
secolo ?) sormontato dalla cupola, e una chiesa di epoca
successiva (XVII secolo) con caratteristiche costruttive meno
importanti. La tecnica delle nicchie angolari nel Tempio di
Santa Venera, l'impiego dei laterizi negli archetti di Santa
Maria di Gala, la presenza di edifici sacri a pianta centrica
sormontati da cupola, secondo il professore Camillo Filangeri
dell'Università di Palermo (conferenza a Barcellona P.G., 14
giugno 1993) ricollegano Barcellona a tutta l'esperienza
architettonica dell'isola, e pertanto, alla luce di questi
elementi, bisogna rivederne la storia.
SANTA MARIA DEL PILIERE
La
massiccia torre campanaria del XVI secolo è l'elemento
superstite dell'antica chiesa dedicata alla Madonna del Piliere,
che dopo essere stata danneggiata dal terremoto del 1908, venne
demolita e ricostruita nella stessa area ma con ingresso sul
lato opposto a quello iniziale, negli anni '60. Non esistendo
più la chiesa originaria e non essendo noti documenti sulla sua
origine, ne sconosciamo l'epoca di costruzione. Si ritiene che
risalisse alla dominazione spagnola (XV secolo), poichè la
devozione alla Madonna del Piliere proviene proprio dalla
Spagna. Ma una preziosa testimonianza ce la offre Padre Carmelo
Biondo nella sua opera sulle chiese di Barcellona. Scrive: "Per
parecchi anni la chiesa è rimasta chiusa perchè gravemente
danneggiata dal terremoto del 1908. Era ad una sola navata con
stucchi all'interno e tetto in legno lavorato. La porta
d'entrata era rivolta verso il mare vicino al campanile,
l'abside all'esterno presentava tre piccole nicchie, mentre
nell'interno una fossa comune e diverse tombe erano adibite per
la sepoltura dei locali. Ridotta ad un rudere è stata
ricostruita sulla stessa area e aperta al culto nel 1968." A
proposito della torre, che parrebbe del XVI secolo, sempre Padre
Biondo riporta: "Dell'antica costruzione rimane solamente la
torre campanaria con data 1134 di forma quadrata con due
cupolette all'interno di stile bizantino". All'interno si
custodiva una grande tela, oggi scomparsa, raffigurante una
battaglia tra Cristiani e Saraceni, svoltasi, secondo gli
storici locali, in queste zone. E' rimasta invece la statua in
marmo della Madonna del Piliere della scuola del Gagini, del
1596, assieme a vari dipinti del XVII e XVIII secolo.

CHIESA DI SANTA VENERA
Scrive padre Carmelo Biondo: "La primitiva chiesa era di stile
greco a tre navate e la sua costruzione risaliva ad epoca, che
possiamo determinare, tra il sec. XV e XVI. Il terremoto del
1908 la distrusse quasi per intero tanto da richiedere una nuova
costruzione."Il Barberini, nella sua storia di Barcellona,
riferisce che la chiesa risaliva al secolo XIV o XV, era a due
navate e venne ricostruita nel 1927 su progetto dell'ingegnere
Fazio. Al momento non siamo a conoscenza di altre notizie
riguardanti questa chiesa, che dalla descrizione ci sembra di un
certo interesse.

TONNARA E TORRE DI CALDERA'
La
tonnara di Calderà esisteva già nel 1442, allorquando viene
concessa al nobile Giovanni Cacciola di Messina, secondo quanto
riferisce Francesco Carlo D'Amico nelle sue "Osservazioni sulla
pesca del tonno", edito nel 1816. Per moltissimi anni restò
inoperosa finchè‚ verso la metà del 1700, poco dopo la
costruzione della vicina chiesa di San Rocco, venne rimessa in
funzione, ma con scarsi risultati. Nel XX secolo, dopo essere
stata nuovamente usata per qualche tempo, fu trasformata in
stalla, ed in seguito, a partire dagli anni '80, demolita
gradualmente e sostituita con nuove costruzioni. Nei suoi pressi
esisteva una torre di guardia edificata nella seconda metà del
1500 per proteggere le coste dalle incursioni saracene. Venne
restaurata nel 1745 dal comune di Barcellona e vi fu apposta una
iscrizione con lo stemma in marmo della città. Dove si trovasse
esattamente questa torre non ci è dato sapere. Il Rossitto, che
l'aveva identificata, non lo precisa, e scrive che dopo il 1745
fu colpita da un incendio e dimezzata nell'altezza, tanto da
confondersi con le case circostanti. Il marchese di Villabianca,
che nel suo lavoro sulle Torri di guardia siciliane la chiama
Torre Cantara, scrive: "Torre che sta nella riviera della costa
occidentale di Milazzo, presso la foce del piccol fiume di Pizzo
di Gotto". A Calderà, dove si teneva pure una fiera del
bestiame, oggi in declino, si svolgeva un discreto commercio e
per questo motivo venne costruito uno scalo, dotato di pontile,
oggi scomparso.
I CASALI - ACQUAFICARA
Prima della nascita dei due nuclei di Barcellona e di Pozzo di
Gotto esistevano dei casali, risalenti al XII secolo (Nasari,
Gurafi, Portosalvo...) e in essi ricadevano delle strutture
difensive, come la Torre di Nasari, del XVI secolo (costruita su
un basamento del 1200 di una precedente torre espugnata dal
Conte Ruggero, a pianta quadrata, all'interno è di forma
circolare e alla sommità si restringe fino a lasciare un foro ),
alcune masserie fortificate a Gala (Torre Mollica, Torre Cappa e
Torre di Sipio) e varie strutture agricole e produttive, come la
"senia" di Santa Venera, di recente vincolata dalla
Soprintendenza, e la Tonnara di Calderà. Un caso interessante,
non ancora sufficientemente indagato, è rappresentato dal casale
di Acquaficara, il cui nome antico, Moasi, sta a significare in
arabo "casa nella roccia", perchè le case sono sorte inglobando
le grotte che si aprono sul fianco di Monte Sant'Onofrio, sulla
cui sommità sono stati localizzati nel 1974 i resti
archeologici. Ciò significa che in epoca medievale ad
Acquaficara-Moasi esisteva probabilmente un abitato
trogloditico, simile ad altri in Sicilia (Pantalica, Gardutah
presso Agrigento) secondo modelli importati nell'isola dai
Musulmani.

SAN VITO
Il
1472, data di fondazione della chiesa di San Vito, segna
l'inizio dell'edificazione delle chiese urbane dei due nuclei di
Pozzo di Gotto e Barcellona, che, nati rispettivamente nel XV e
nel XVI secolo, si fusero nel 1836. San Vito, fondata nel 1472
ma ampliata nel seicento, è una costruzione a tre navate,
scandite da colonne in pietra provviste di entasi, sormontate da
capitelli scolpiti e con il prospetto principale arricchito da
una torre campanaria, demolita negli anni '40 per allargare la
strada. In seguito a questo scempio la chiesa ha subito un lento
degrado, è stata prima sconsacrata, poi restaurata, nel 1982/83
a seguito dell'acquisizione dal parte del Comune per adibirla ad
auditorium. Nonostante il restauro, nel maggio '93 è crollato il
tetto e si è reso necessario un ulteriore intervento. La storia
di San Vito è in parte legata ad una leggenda, rammentata anche
dal Pitrè, la quale narra che nel XVI secolo trovandosi a
transitare un carro trainato da buoi che trasportava una statua
di San Vito (attribuita al Gagini o alla sua scuola) gli animali
giunti di fronte alla chiesa puntarono i piedi e non vollero più
proseguire. I presenti pensarono che San Vito voleva essere
collocato in quella chiesa, cosa che fecero subito, e La
intitolarono al Santo. Gli altari interni sono decorati con
motivi barocchi, ed alcuni affrescati con opere dei Vescosi, una
famiglia di pittori pozzogottesi operanti tra settecento e
ottocento. Sopra l'altare principale era posta una Madonna con
il Bambino, che a seguito del crollo del tetto è stata rimossa e
custodita temporaneamente prima nella Biblioteca Comunale ed
oggi nel Palazzo Comunale. Nel corso nel 1997 è stata restaurata
da Angelo Cristaudo.

TORRE GURAFI
Lungo la strada che da Barcellona si inerpica verso Castroreale,
facendo una piccola deviazione e scendendo verso il fondovalle
si incontra il casale di Gurafi, posto sulla sponda sinistra del
torrente Longano. E' composto da poche case e da attrezzature
agricole del XVI secolo e si trovano i ruderi di una torre
circolare, i resti di una chiesa e di un palazzo padronale.
Gurafi è d'origine saracena, ed il suo nome deriva, secondo
alcuni studiosi, dall'arabo "karafa", recipiente per contenere
olio o vino, entrambi prodotti in abbondanza in questa zona. Per
ripopolare Castroreale, che Federico II aveva reso autonoma,
nel 1324 Gurafi, assieme a Nasari (altro casale d'origine araba)
fornì buona parte di popolazione che andò ad insediarsi nella
vicina cittadina, che peraltro confinava col feudo di Gurafi,
tanto ampio da essere poi distinto (alla fine del XIV secolo)
in orientale ed occidentale (la linea di divisione era data dal
Longano) e confinante pure con i feudi di Nasari, Protonotaro e
Ranieri, e con Gala. La chiesa dell'Immacolata, del 1680, è oggi
un rudere di cui rimangono solo le mura perimetrali,
parzialmente interrata da una alluvione del Longano di metà
Ottocento. Poco distante si trova la caratteristica torre a
pianta circolare, anch'essa in parte interrata e sommersa dalle
erbacce, in precarie condizioni statiche. E' mezza distrutta,
tanto che dall'esterno si riesce a vedere la scala interna,
ricavata nello spessore della muratura. Sarebbe opportuno
tentare un qualche intervento di restauro e di consolidamento
prima che crolli miseramente.

TORRE CANTONI
Posta in prossimità della costa in località Cantoni, è una delle
torri d'avvistamento costruite nel XVI secolo lungo le coste
dell'isola per difenderla dalle incursioni piratesche. Nel corso
del tempo è stata trasformata in abitazione, ed intorno sono
sorti altri corpi di fabbrica adibiti a magazzini ed anche una
cappelletta privata. Per un certo periodo è appartenuta alla
famiglia Picardi, originaria di Roma, che possedeva anche una
villa a Barcellona, in via Umberto I.

CHIESA DI SAN ROCCO A NASARI
Il
quartiere di Nasari è uno dei più antichi di Barcellona,in
quanto esistente già nel 1270. Anticamente il feudo di Nasari si
estendeva verso sud e confinava con quello di Gurafi. La chiesa
di Nasari, dedicata inizialmente a S. Maria di Nasari, esisteva
già nel 1300, come risulta dall'elenco delle "decime" degli anni
1308-1310 (cfr. Raziones Decimarum ..., a cura di Pietro Sella,
p. 47). Successivamente venne dedicata a San Rocco, in occasione
della peste del XVI secolo, e forse venne anche ampliata
assumendo la configurazione attuale. Un primo intervento di
ripristino in epoca moderna risulta effettuato nel 1945.
Successivamente, nel 1999, venne operato un restauro vero e
proprio con risistemazione degli spazi interni secondo le nuove
norme liturgiche che prevedono la collocazione del tabernacolo
in una cappella a se stante, dove è stato messo in evidenza un
antico arco in pietra. In quell'occasione sotto il pavimento,
realizzato negli anni cinquanta del secolo scorso, venne
rinvenuto l'antico pavimento in cotto settecentesco e tre cripte
con volte a botte, nonchè un pozzo per il deposito di ossa
umane. Sono stati trovati pure i resti di sette altari. Non è
stato possibile operare un recupero di queste strutture per
mancanza di fondi, e quindi sono state lasciate due piccole
botole vetrate nel nuovo pavimento in cotto per mostrare il
pavimento sottostante. La chiesa conserva varie tele del XVII
secolo e una delle più belle sculture esistenti nella nostra
città: la statua di Santa Caterina d'Alessandria, opera
sicuramente di Vincenzo Gagini (1527 circa-1595), come risulta
dallo studio pubblicato sul fascicolo della rivista "Kalos"
dedicato a Milazzo, (n. 5 del settembre-ottobre 1993).
Realizzata intorno al 1560, risponde infatti allo stile del suo
ultimo periodo e il modello di riferimento è una statua del
padre Antonello eseguita per la chiesa di San Domenico di
Palermo. Secondo una leggenda locale, era destinata ad una
chiesa di Castroreale, ma i buoi che trainavano il carro con la
statua giunti di fronte alla chiesa si fermarono e non vollero
più proseguire, e nonostante gli sforzi dei presenti non fu più
possibile farli andare avanti. Si decise così di portarla statua
all'interno di San Rocco e porla in un altare a sinistra della
navata.

DUOMO DI SAN SEBASTIANO
Alla fine del 1500 si
cominciava a edificare a Barcellona il Duomo di San Sebastiano,
a tre navate scandite da colonne. Venne completato nel 1606, per
essere poi demolito negli anni trenta del secolo scorso e
sostituito con un nuovo Duomo, oggi Basilica Minore. La sua
distruzione, che ha comportato una grave perdita per il centro
storico della città, venne motivata, ufficialmente, dalle
cattive condizioni statiche in cui versava, ma in realtà
ostacolava il prolungamento della via Roma, l'asse viario più
rappresentativo, cadendo proprio nel bel mezzo della strada, nel
vero cuore antico cittadino, visto che alle sue spalle stavano
il settecentesco Monte di Pietà e l'ottocentesco Teatro
Mandanici. L'antico Duomo, che oggi continua a vivere nella
memoria dei barcellonesi anche attraverso una gran quantità di
foto, possedeva delle opere poi trasferite nella nuova chiesa,
come gli altari in marmo, i quadri, gli arredi sacri. Sul retro
esisteva un'altra chiesetta, degli Agonizzanti, messa in
comunicazione col Duomo in epoca imprecisata. Secondo una fonte,
ritenuta attendibile, "La chiesa dedicata al Santo esisteva già
al sec. XIV. Fu riedificata parecchie volte, l’ultima nel 1936,
ad opera di Sua Ecc. Mons. A. Paino” (S. Chimenz,
L'Archidiocesi e l'Archimandritato di Messina nell'anno 1963,
Messina, Grafiche La Sicilia, 1963). Questo significa che
sarebbe da retrodatare l'epoca di costruzione del Duomo, che in
origine era una semplice chiesa. L'autore, il Chimenz, era un
colto sacerdote archivista della Curia di Messina, che per
scrivere ciò avrà avuto in mano dei documenti che andrebbero
ricercati. Naturalmente questo comporta anche una retrodatazione
dell'epoca di fondazione di Barcellona, che andrebbe valutata
attentamente in quanto non suffragata da documenti storici. Sui
progettisti di questo edificio possediamo, al momento, soltanto
qualche indizio ed una notizia che sembrerebbe certa. Maria
Accascina, nel "Profilo dell'Architettura a Messina dal 1600 al
1800", pubblicato a Roma nel 1964, scrive, riferendosi agli
architetti Andrea Suppa (1628-1671) e Nicola Francesco Maffei
(Messina 1607- 1671): "L’attività di questi due artisti: Nicola
Francesco Maffei e Andrea Suppa, dovette massimamente estendersi
in provincia: la Chiesa Madre di Larderia superiore ha un
prospetto ad unico ordine con paraste, timpano e torre
campanaria ornata da balconcini, simile al prospetto della
Chiesa della Beata Eustochia: la Chiesa Madre di Barcellona a
due ordini, rientra nella stessa corrente di gusto”. Cosa
significa questo? L'Accascina vuol dire che anche la Chiesa
madre di Barcellona è stata opera del Suppa e del Maffei, oppure
che si inserisce nella stessa corrente di gusto, senza però un
intervento diretto dei due architetti? Il dubbio in parte è
stato fugato da una notizia che si trova nella scheda affissa
all'esterno del Monastero di Montevergine di Messina, in via
XXIV Maggio. L'autore della scheda, Alfredo Iannello, ha scritto
che il Suppa e il Maffei, progettisti di Montevergine,
probabilmente sono stati gli autori dell’antico Duomo di San
Sebastiano di Barcellona.
Iannello avrebbe
trovato, quando preparava le schede per gli edifici di Messina,
dei documenti all'Archivio di Stato di Messina che dimostravano
questa paternità. Quindi possiamo asserire con un buon margine
di certezza che gli architetti Suppa e Maffei hanno
probabilmente lavorato per l'antico Duomo di San Sebastiano.
Rimane da stabilire in quale periodo, visto che l'inizio della
costruzione risale al 1595 ed il completamento al 1606. Il Di
Marzo, annotando Vito Amico per l'edizione del 1855 scrive: "Ne
venne allargata la Chiesa Madre ed ornata nella più fine
eleganza, ma l’opera attende ancora il compimento.” I nostri due
architetti, visto le loro date di nascita, hanno operato in un
periodo antecedente, quindi viene da pensare che l'allargamento
sia stato compiuto sull'edificio riprogettato all'incirca a metà
del 1600 dai due messinesi. Al momento attuale delle ricerche e
di quanto esposto sopra possiamo riassumere la cronologia
dell'antico Duomo in questi termini: secolo XIV (?), esistenza
dell'antica chiesa di San Sebastiano; 1595-1606, fondazione del
Duomo di San Sebastiano; 1650 circa (?), Suppa e Maffei
riprogettano il Duomo; 1850 circa, allargamento e forse epoca
della fusione con la chiesa degli Agonizzanti; 1936,
demolizione.

CHIESA DEGLI AGONIZZANTI
La chiesa degli
Agonizzanti sorgeva accanto all'antico Duomo di San Sebastiano,
e venne demolita assieme ad esso nel 1936. Gli studiosi
"moderni" praticamente ne ignoravano l'esistenza, non essendo
citata da nessuno degli storici locali, fino a quando apparve lo
studio di padre Carmelo Biondo, pubblicato nel 1986, che
riportava una fonte orale, quella del professore Alberto
Cutropia, (in possesso della “Giuliana” del 1736 dove sono
riportati dati e notizie sulle antiche chiese di Castroreale e
Barcellona) il quale ha dettato a voce a padre Biondo delle
notizie sul questa chiesa. Da esse si evincono una serie di
informazioni, che assieme ai pochi documenti pervenutici, ci
permettono di avanzare delle supposizioni sulla chiesa. Oltre la
"Giuliana" (che materialmente non abbiamo), c'è' una mappa
catastale del 1874 e il dipinto della Madonna degli Agonizzanti,
proveniente dalla chiesa distrutta, custodito oggi nella
Basilica di San Sebastiano. Dalla mappa catastale e dalla
descrizione si evince chiaramente come la chiesa degli
Agonizzanti fosse posta accanto al Duomo antico, sul lato nord,
e non sul retro, e come vi fosse un distacco fra essa e il
campanile. L'ingresso era situato sulla via Mandanici, dietro il
campanile. All'interno, sulla parete nord, quindi a sinistra
rispetto all'ingresso, vi erano tre altari; sulla parete di
fondo era posto l'altare con il quadro degli Agonizzanti di
Filippo Jannelli, e sulla parete di destra un altro altare. Il
resto della parete era costituito da tre arcate che immettevano
a S. Sebastiano. I tre archi, secondo le fonti storiche, sono
stati aperti all'epoca dell'arciprete Crisafulli, ma di
arcipreti con questo cognome ne abbiamo avuti due: Sebastiano,
nella seconda metà dell'ottocento, e Gaetano, tra il 1907 e il
1914. In precedenza le due chiese erano collegate solo
attraverso una porta. Il fatto che le due chiese fossero
collegate spiega in parte il perchè gli storici non ne hanno mai
fatto menzione: era considerato un unico edifico sacro, e
probabilmente all'epoca in cui cominciarono a scrivere gli
storici locali, cioè il XIX secolo, la chiesa degli
"Agonizzanti" non aveva più questo titolo e fungeva da
sagrestia.
Il culto degli
Agonizzanti risale agli inizi del 1600. Nel 1599 i chierici
"Regolari ministri degli infermi (Crociferi)" vennero mandati a
Messina dal loro istitutore San Camillo de Lellis e qui
fondarono una loro casa. La chiesa a Messina venne edificata nel
1606. (Cfr. Nino Principato, in "Il Soldo", 25 agosto 1979).
Il dipinto della Madonna degli
Agonizzanti, di Filippo Jannelli, è stato datato 1655-1660.
Alla luce di tutto questo si deduce che la chiesa è stata
intitolata agli Agonizzanti nella prima metà del seicento, ma
come afferma anche padre Biondo, era certamente più antica. A
chi fosse intitolata non lo sappiamo, ma viene da pensare, anche
sulla scorta del Chimenz (L'Archidiocesi e l'Archimandritato di
Messina nell'anno 1963, Messina, 1963) che potesse trattarsi
della prima chiesa di San Sebastiano, forse risalente al
Trecento. Nel momento in cui, nel seicento venne costruito il
Duomo di San Sebastiano, inaugurato nel 1606, questa venne
intitolata proprio agli
Agonizzanti.
I CONVENTI
L'arrivo in Sicilia degli Spagnoli (XV secolo) favorisce un
rinnovato interesse religioso che si concretizza
nell'edificazione di chiese e conventi dotati di beni
finalizzati ad opera di assistenza ed istruzione. I conventi si
iniziano a costruire nel 1579 quando i carmelitani si insediano
su una collina di Pozzo di Gotto, poi, nel 1622 i francescani
fondano il convento di Sant'Antonio da Padova, e un anno dopo
anche i cappuccini costruiscono il loro convento, che è stato
distrutto nel 1984, ma è stata salvata la chiesa. Dotati dunque
di notevoli beni, le chiese e i conventi posseggono numerose
opere d'arte.
Alla chiesa del Carmine, aggregata al convento dei carmelitani,
appartengono delle opere del XVII secolo trafugate nell'88, come
la Presentazione di Maria al Tempio di Antonino Vescosi; Santo
Spiridione, di autore ignoto, così come un Sant'Andrea Apostolo.
Nella chiesa del Convento di Sant'Antonio fa bella mostra di se,
sull'altare principale, un prezioso crocifisso ligneo
quattrocentesco, mentre alle pareti si possono ammirare gli
affreschi raffiguranti tre Sante martiri (Sant'Agata, Santa
Apollonia e Santa Lucia) e San Giuseppe, San Michele e San
Paolino, del 1733. Il convento si caratterizza per il suo
aggregarsi attorno ad una corte quadrata provvista di portico
scandito da colonne in pietra. Lungo le sue pareti affiorano
tracce di affreschi oggi scomparsi a causa anche dell'uso
improprio e scriteriato di impianto per la trasformazione del
tabacco, fattone a seguito della soppressione dei conventi
attuata col Regio Decreto del 7 luglio 1866 che aboliva gli
ordini religiosi.


S. MARIA MAGGIORE DI GALA
La frazione di Gala fino al XVI secolo era sottoposta alla
giurisdizione civile di Castroreale, ma dal punto di vista
ecclesiastico era soggetta agli Abati del vicino Monastero
Basiliano. In seguito a dei contrasti avvenuti a causa di questa
doppia dipendenza, Don Melchiorre Basilicò e gli abitanti del
luogo decisero di edificare nel 1609 la chiesa parrocchiale di
Santa Maria Maggiore. Si tratta di una costruzione a navata
unica, coperta da un tetto a falde sostenuto da capriate in
legno a vista. Tuttora possiede la cantoria originale in legno,
provvista di scaletta anch'essa in legno. La struttura
architettonica è rimasta quella originaria, non sono state
operate manomissioni se si eccettua la sostituzione del
pavimento con uno in graniglia di marmo. La sagrestia e la
canonica, del 1617, sono in pessime condizioni, e alcune parti
sono sprovviste di tetto. Il prospetto principale è stato
rimaneggiato con intonaco, e forse sono state coperte parti in
pietra, mentre i prospetti laterali e il retroprospetto sono
rimasti com'erano in origine. All'interno contiene
un'acquasantiera in marmo del 1600 e una statua della Madonna
posta in un altarino in legno. All'interno è mal conservato,
poggiato per terra e addossato al prospetto principale, un
dipinto su tela. Esisteva un altro quadro, la Madonna della Neve
del Bonfiglio, del 1612, rubato nel 1971 poco prima di essere
collocato nella nuova chiesa di Gala.
CHIESA DI SAN FILIPPO NERI
Costruita intorno al XVII secolo, la chiesa di San Filippo Neri
era a navata unica e si trovava inglobata nella cortina edilizia
di via Umberto I e della retrostante via San Filippo Neri, da
dove si accedeva all'omonimo oratorio. Chiusa al culto alla fine
dell'Ottocento, venne demolita nel 1963, dopo essere stata
utilizzata come deposito delle carrozze che giornalmente
stazionavano lungo la strada. In realtà non venne demolita del
tutto, perchè osservando bene tra i tetti delle case
circostanti, emerge tuttora il tamburo ottagonale che sorreggeva
il tiburio. Il tamburo è rimasto inglobato e sembra sia stato
riutilizzato per inserire il corpo scala dell'edificio costruito
al posto della chiesa. Il prospetto, come si evince da poche e
rare fotografie, era caratterizzato da un timpano triangolare
dal sapore neoclassico, sostenuto da lesene con capitelli
compositi. Una di queste lesene superstiti è ancora visibile
lungo la via Umberto I. La copertura della chiesa era realizzata
con un tetto a due falde e con un tiburio ottagonale coperto da
tegole.

SANTA MARIA ASSUNTA
La città nata dalla fusione di due centri originariamente
separati dal torrente Longano, aveva due arcipreture che tuttora
permangono, facenti capo l'una a San Sebastiano, e l'altra, di
Pozzo di Gotto, alla chiesa di Santa Maria Assunta,
strutturalmente e stilisticamente simile alla Basilica di San
Sebastiano, e le cui cupole alte ed imponenti rappresentano dei
segni forti dell'immagine urbana. Come fosse in origine non ci è
dato conoscere, perchè, fondata nel 1620 (o nel 1642) e ancora
in costruzione nel 1646, venne distrutta da un sisma nel 1783 e
riedificata, nella forma attuale sulla stessa area, nel 1859 e
completata Nel 1863. Ma il terremoto del 1908 provocò nuovamente
dei danni gravi, tanto da doverla ricostruire quasi per intero e
completarla nel 1938. All'interno è conservata la statua in
marmo di San Vito del XVI secolo, proveniente dall'ex chiesa
omonima.

MADONNA DELL'ITRIA
La chiesa della Madonna dell'Itria, costruita sulla sponda
destra del torrente Idria, è sorta intorno al 1620-30 lungo
l'antica strada di collegamento tra Milazzo e la via Consolare
che proseguiva per Palermo. Nata per sostituire l'antica chiesa
posta più a monte, a circa tre chilometri di distanza, e della
quale rimangono scarse tracce, è stata demolita nel 1977 e
sulla stessa area è stata edificata una nuova chiesa.
All'esterno si presentava in forme molto semplici, mentre
all'interno gli altari erano decorati con motivi barocchi, il
soffitto a cassettoni e il pavimento in terracotta. Sull'altare
maggiore era posto il dipinto della Madonna Odigitria, e da qui
il nome Itria, poi corrotto in Idria, oggi conservato nella
chiesa di Centineo. Dell'antica chiesa dell'Itria esistono solo
i ruderi sulla sponda destra del torrente Itria. La chiesa
faceva parte di una antica masseria fortificata del casale di
Lando, che secondo il Barberini fu edificato intorno al XV
secolo. Dalla planimetria desumibile dalla mappa catastale e
dalle strutture superstiti si può ipotizzare una origine
normanna (sec. XII) con un ampliamento del XVI-XVII secolo
circa. La chiesa era provvista di abside semicircolare (oggi
scomparsa) e di una cupoletta posta sul corpo centrale, tutt'ora
esistente ed adibito a magazzino. Nel secolo XVI o XVII la
chiesa è stata allungata per aumentarne la capienza, e ciò si
deduce anche dal muro laterale superstite in pietrame e
frammenti di laterizi, con incavi per gli altari, e dall'altare
principale con decorazioni barocche, di cui esiste una
documentazione fotografica, ma distrutto nell'ultimo decennio.

SAN
GIOVANNI BATTISTA
Quindici anni dopo Santa Maria Assunta viene fondata la chiesa
di San Giovanni Battista (1635), poi ingrandita tramite
l'allungamento dell'unica navata tra il 1751 e il 1754, ed
infine consacrata nel 1821. Si caratterizza per il prospetto
principale su cui dominano le torri campanarie di tipo
arabo-normanno, culminanti in due coperture a bulbo, mentre sui
due prospetti laterali insistono dei contrafforti dal gusto
barocco che segnano gli ingressi secondari. Sopra il prospetto
principale in una nicchia è posta la statua di San Giovanni,
opera di Melchiorre Greco del 1754. L'abside è affrescata con il
"Convito di Erode" di Gaetano Bonsignore, così come la volta,
dipinta con scene evangeliche del pittore barcellonese. Altre
tele, in prevalenza del XVIII secolo, assieme al pulpito e ad
altri arredi sacri, arricchiscono il
pregevole interno di San Giovanni, dichiarata monumento
nazionale nel 1969. Negli ultimi anni e' stata sottoposta a vari
restauri (1980 intonaci esterni e tetto, 1986 rifacimento del
pavimento) che non sempre si sono rivelati di ottima qualità
sopratutto nel ripristino delle decorazioni interne, come il
finto marmo malamente ridipinto. Infiltrazioni d'acqua
comportanti un pericolo di crollo del tetto ne hanno determinato
la chiusura al culto nel novembre '93. Gli affreschi interni
sono fortemente minacciati ed in pessime condizioni. Nel 1996 è
iniziato un nuovo intervento di restauro che ha interessato gli
intonaci esterni ed il tetto, completato nel 2000 con riapertura
al culto.

SANT'ANTONIO ABATE
Su
una collina che si erge accanto alla Statale 113, all'ingresso
lato ovest della città, sorge la chiesa di Sant'Antonio Abate,
nel quartiere omonimo, che, nato intorno alla fine del XVI
secolo, era un punto di transito obbligato perchè situato lungo
la vecchia strada di collegamento dei centri posti lungo la
direttrice Messina-Palermo. Il percorso attuale della Statale
risale alla fine del secolo scorso, e seppur riprendendo in
parte l'antico tracciato, è stato rettificato in più tratti. Uno
di questi è proprio di fronte alla chiesa di Sant'Antonio, dove
è stata tagliata la collina su cui sorge la chiesa, determinando
quindi una nuova configurazione del sito, facendo nascere delle
caratteristiche scalinate di accesso che partendo dalla Statale
si erpicano fino alla chiesa, raggiungibile pure da una
stradella veicolare molto ripida, costruita pochi decenni fa
(non compare in una cartografia della città dei primi anni '40).
La data del 1637 posta su una piccola acquasantiera sita nella
chiesa fa presupporre che la costruzione risalga proprio a quel
periodo, anche perché il Maurolico, nella sua opera sulla
Storia di Sicilia del 1562, non parla del casale e della chiesa,
segnalando in questo posto soltanto l'esistenza di una locanda,
che essendo punto di riferimento per coloro che si trovavano a
transitare, divenne punto di aggregazione per la formazione del
casale, la cui data di nascita ufficiale è il 1731. Nella Storia
di Sicilia di A. F. Ferrara, pubblicata nel 1834, si legge che
la chiesa fino al 1731 è rimasta soggetta alla chiesa di rito
greco di S. Maria di Centineo, ed entrambe erano poste sotto la
giurisdizione della chiesa madre di Castroreale. A navata unica,
col campanile arretrato rispetto al prospetto principale e la
canonica situata dietro il campanile, la chiesa è caratterizzata
nel prospetto principale da un finto protiro con due colonne e
capitelli corinzi e da un rosone. Due lesene sormontate da fregi
angolari lo delimitano lateralmente ed il coronamento è risolto
con gli archetti leggermente aggettanti. Tutti questi elementi
sono realizzati in pietra gialla di Siracusa. L'interno è
arricchito da una serie di altari laterali, restaurati
parzialmente nel 1955, e dall'altare principale, risultato da un
adattamento di quello antico, fornito di un paliotto in marmo
policromo intarsiato. Originariamente la chiesa era più piccola
dell'attuale, avendo subito l'allungamento della navata nel
1906, lasciando in tal modo arretrato il campanile, allineato
prima con il prospetto principale, del quale è stata ritrovata
la fondazione durante i lavori di rifacimento del pavimento e
del tetto avvenuti negli anni trenta. In quell'occasione venne
rinvenuta la cripta che oggi risulta inaccessibile essendo stata
interrata. Agli anni sessanta risale l'intervento di
sistemazione del tetto, attuato con delle "capriate" in cemento
armato che hanno compromesso la coerenza stilistica
dell'edificio distruggendo l'originario tetto in legno.
L'ultimo intervento è stato quello degli anni ottanta,
consistente nella costruzione della canonica addossata alla
chiesa.

SS. CROCIFISSO
La
chiesa del Santissimo Crocifisso venne fondata nel 1663 da Don
Tommaso Cocuzza di Castroreale, come risulta dal testamento del
18 dicembre del 1663. Inizialmente era una Cappellania laicale,
in seguito divenne Rettoria, con diritto di eleggere il
cappellano. Durante la seconda metà dell'ottocento (1860)
risulta sconsacrata e quasi abbandonata, tanto che la
Confraternita del Crocifisso (nata il 2 giugno del 1705) per
farla rinascere decise nel 1884 di essere meno selettiva nella
scelta dei confrati ammettendone di ogni classe e condizione
sociale. La riuscita nell'intento con l'accresciuto numero dei
confratelli, permise la riapertura al culto dell'edificio sacro.
Il 7 dicembre 1897 passo' alla famiglia Saccano-Spagnolio di
Centineo, discendenti del Cocuzza, che nel 1905 la donarono alla
Curia di Messina, che in tal modo da chiesa padronale divenne
Ente Pubblico. In pianta si presenta a navata unica, con
un'abside stretta e profonda. La navata è impostata in modo
estremamente simmetrico, scandita da lesene e provvista di due
profondi altari laterali. In quello di sinistra è custodita la
statua lignea di Santa Rita eseguita nel 1948 dallo scultore
barcellonese Salvatore Crinò assieme al figlio Sebastiano. Il
prospetto principale è sormontato da due campanili a pianta
ottagonale che in origine erano sormontati da due cupolette di
ascendenza prettamente araba. Nel 1954 sono state rimosse e
sostituite con due coperture coniche che ne hanno modificato
l'aspetto originario.

CHIESA DELL'IMMACOLATA
Nel
'500-'600 si sviluppa il quartiere dell'Immacolata a seguito
dello spostamento di abitanti da Acquaficara verso la pianura
per poter sfruttare i fertili terreni per usi agricoli. La
chiesa dell'Immacolata viene costruita nel 1702 dalla
Confraternita Maria SS. Immacolata. Non è da escludere la
preesistenza di una chiesa più piccola, essendo difficile
pensare che per più di un secolo il quartiere ne fosse
sprovvisto. Situata in posizione arretrata rispetto alla cortina
edilizia, è posta su un basamento con funzione di sagrato che si
estende fino alla strada ripristinandone l'allineamento. Il
prospetto principale è caratterizzato da due doppie lesene
sostenenti una trabeazione, dalla quale si dipartono i due
campanili. Il portale d'ingresso è realizzato con conci di
pietra decorati con elementi barocchi. I prospetti laterali sono
molto semplici, con le sole finestre e senza elementi
architettonici di rilievo. Il portale laterale è realizzato
anch'esso con conci di pietra decorati con semplici motivi
geometrici. E' a navata unica, con una volta a botte molto
ribassate copertura a tetto con due falde. All'interno si trova
una statua in legno della Madonna Immacolata del XVIII secolo,
sei dipinti su tela del XVII secolo e un altare ligneo con un
retrostante coro in legno proveniente dalla vicina chiesa dei
Basiliani. Si custodiscono inoltre due varette del Venerdì
Santo: l'Ecce Homo e la Deposizione. Questa è una delle più
belle varette di Barcellona e si ispira ad una tavola del
manierista Rosso Fiorentino del 1521. Nel corso del restauro
effettuato fra il 2000 e il 2002 al momento della rimozione
dell'intonaco esterno dei prospetti è stato osservato un
ripristino realizzato a mattoni pieni nella parte superiore
dell'angolo Sud-Est e nell'intera parte superiore del campanile.
Quest'ultimo quindi è stato completamente ricostruito a mattoni
probabilmente nel 1883. Infatti è stato rinvenuto un mattone
dello stesso tipo, con incisa la data 1883. La chiesa certamente
doveva essere più alta, o era prevista più alta, come provano le
consistenti tracce delle quattro finestre chiuse, poste più in
alto di quelle attuali. Non è noto il periodo in cui la chiesa è
stata probabilmente ridimensionata nell'altezza. E' possibile
che ciò sia avvenuto a seguito del ripristino dovuto al crollo
determinato da eventi sismici o cedimento delle strutture.

SENIA DI SANTA VENERA
Struttura legata all'attività agricola, risalente al XVIII
secolo, è composta da un pozzo e da un grande arco a mattoni. E'
stata vincolata dalla Soprintendenza nel 1993, dopo essere stata
scoperta in mezzo agli agrumeti durante la costruzione di alcuni
edifici.

CHIESA DI SAN PAOLINO
Costruita nel 1725 a seguito della scissione di una
confraternita di San Giovanni, la chiesa di San Paolino era
posta quasi all'inizio, lato mare, della via Immacolata. E'
stata demolita alla fine degli anni '60, ed ormai è rimasta nel
vago ricordo e in una rara immagine fotografica. Prima della
demolizione era in abbandono da anni, sconsacrata e con le porte
sprangate che ne impedivano l'accesso a chiunque.

CHIESA DEI BASILIANI
La
nuova chiesa dei Basiliani, costruita sulla collina che sovrasta
il quartiere Immacolata, possiede un prospetto classificabile
tra i migliori esistenti in città, dovuto a Giuseppe Chindemi,
il quale ha impresso la sua firma sull'intonaco fresco dietro un
campanile, assieme all'anno di esecuzione, il 1791. Nel
"Dizionario biografico degli artisti siciliani" di Luigi Sarullo
(Novecento ed., 1991), alla voce
Giuseppe Chindemi, redatta da Maria Clara Ruggieri Tricoli, si
legge "Noto finora esclusivamente per il progetto della facciata
della chiesa dei basiliani di Barcellona Pozzo di Gotto (1791)".
Esso era arricchito da un prezioso tondo in marmo del XVI secolo
attribuito al Gagini, proveniente dal vecchio monastero di Gala,
e sottratto furtivamente da ignoti nell'estate del 1991.
All'interno vi è, murato in una nicchia, un coperchio di un
sarcofago in marmo, raffigurante un personaggio sconosciuto, che
Filippo Rossitto, basandosi su un manoscritto dell'1 settembre
1764, rinvenuto nell'archivio del monastero, attribuì a Simone
il Normanno, figlio di Ruggero, morto in giovane età. In tale
manoscritto si legge infatti "il quale dicasi per tradizione di
essere sepolto in questa nostra chiesa, nella cappella del S.
Patriarca, ove trovasi una statua di marmo con collana al collo
e cagnolino ai piedi". Questa è proprio la descrizione del
bassorilievo in marmo, ma bisogna notare la formula del
manoscritto: "dicasi per tradizione", cioè solo per
"tradizione", e non per certezza storica. Infatti in anni
recenti sono stati avanzati seri dubbi da più parti su questa
attribuzione. Simone morì verso il 1105, all'età di circa 12
anni, ma nel XII secolo in Sicilia non esisteva una scuola di
scultura in grado di realizzare un lavoro del genere. Per
l'architetto Pietro Genovese si tratterebbe di un'opera del
1500, raffigurante forse un signorotto locale o un grosso
proprietario di Gala. Ed a sostegno porta il raffronto con una
scultura analoga conservata nella chiesa di S. Maria di Gesù a
Castroreale, il sarcofago di Geronimo Rosso, dei primi del 1500,
opera di Antonello Gagini. E' possibile che l'ignoto autore si
sia ispirato proprio a quel lavoro per realizzare l'opera. Le
pareti della chiesa sono affrescate con scene della la vita di
San Basilio, e nell'altare e posta la statua della Madonna di
Tindari, analoga a quella custodita nel Santuario omonimo, opera
realizzata nel 1925 dallo scultore barcellonese Matteo Trovato.
I basiliani ci hanno lasciato pure un dipinto su tavola del
periodo tardo bizantino, conservato nella Basilica di San
Sebastiano, forse raffigurante San Basilio. In realtà è più
probabile che si tratti di San Nicola da Bari, in quanto i
tratti somatici e la forma della barba rimandano a tale Santo,
antico patrono della città prima di essere sostituito da San
Sebastiano. A proposito delle tavole bizantine nel nostro
territorio c'è da rilevare quanto ha dichiarato Federico Zeri
presentando a Messina, nel 1994, il libro di Teresa Pugliatti
sulla pittura del cinquecento in Sicilia: "E' molto probabile, e
varrebbe la pena di indagare sull'argomento, che nella Sicilia
orientale, con centro a Messina, esistesse una produzione di
icone sull'esempio della tradizione bizantina." (Gazzetta del
Sud del 10/03/1994). L'attiguo convento e' una grande
costruzione a corte, che nel corso del tempo è stato adibito a
sede del Liceo classico Luigi Valli, poi di altre scuole ed
anche della Pretura. Il forzato abbandono definitivo del
monastero da parte dei monaci nel 1865, a seguito delle leggi di
soppressione degli ordini religiosi, ha favorito il degrado
della chiesa e la spoliazione di gran parte degli arredi sacri,
della biblioteca dei monaci e di alcune opere d'arte, come il
ritratto del Conte Ruggero e il ritratto dell'Abate Eutichio
Ajello. Per molti anni la chiesa rimase abbandonata e resa
inaccessibile con la muratura delle tre porte d'ingresso. Negli
anni cinquanta una martellante campagna di stampa e una lettera
firmata da un gruppo di docenti del Liceo Valli ed inviata alla
Soprintendenza, sollecitarono il restauro dell'importante sacro
edifico, cosa che avvenne in varie fasi negli anni sessanta e
settanta, permettendone la riapertura al culto nel 1969. Venne
rifatto il tetto, che nel frattempo era crollato, ma senza il
controsoffitto a volta, e ricostruita in cemento armato, con una
scelta non molto felice, la cantoria originariamente il legno.



MONTE DI PIETA' GIOVANNI SPAGNOLO
Il
Monte di Pietà venne costruito nel 1799 per interessamento del
filantropo barcellonese Giovanni Spagnolo, che diede tale
disposizione nel proprio testamento. In una testimonianza dei
primi anni del XX secolo si legge che "Il Monte di Prestanza,
sotto il titolo "Giovanni Spagnolo", è una istituzione molto
antica e pegnora oggetti di valore con lieve interesse". La
storia del Monte di Pietà è in parte legata a quella del Teatro
Mandanici, costruito sul terreno adiacente appartenente pure a
Giovanni Spagnolo. Il 31 maggio 1967 il Teatro venne colpito da
un incendio e dopo qualche tempo i resti vennero demoliti, e la
stessa sorte subì una parte del Monte di Pietà, che non era
stato neanche toccato dal rogo, e il cui primo piano da molti
anni risultava abbandonato essendo venuta meno la sua funzione,
mentre al piano terra erano situate varie attività commerciali.
In un primo momento vennero edificati dei brutti portici che
facevano da schermo alla retrostante area. In seguito alle
polemiche scaturite dal fatto che l'area, situata proprio nel
cuore della città, era molto dequalificata, nel 1982 venne
indetto dall'Amministrazione Comunale un concorso di idee per la
ristrutturazione dei portici, da sottoporre al giudizio della
Commissione Edilizia, che emise il suo verdetto. Ma
l'Amministrazione Comunale non ne tenne conto e diede incarico a
dei tecnici di ristrutturare l'intera area del Mandanici, e non
solo i portici, e di ricostruire la parte mancante del Monte di
Pietà, che venne eseguita, per scelta, in maniera diversa
dall'originale. I locali vennero ristrutturati per essere
adibiti a spazi espositivi e inaugurati, ancora a "cantiere
aperto", allo scoccare della mezzanotte del 6 agosto 1986. Per
l'apertura venne allestita una Mostra didattica di arte
contemporanea, "dall'uno alla serie" il titolo allusivo, che
presentava litografie e serigrafie di noti artisti moderni come
Vasarely, Man Ray, Rotella, Scanavino, Schifano, Isgrò. Dopo un
periodo di chiusura di qualche anno, che ha permesso il
completamento dei lavori, l'ex Monte di Pietà ha visto la
presenza di mostre di pittura, scultura e architettura,
divenendo in tal modo un fulcro e un punto di riferimento
degli appassionati d'arte. Un nuovo intervento è stato
realizzato nel 2000 per ricavare un auditorium di circa 150
posti, riducendo però lo spazio espositivo.
TEATRO MANDANICI
Il
Teatro Mandanici, secondo testimonianze dell'ottocento, era
considerato per importanza il secondo della provincia. La
costruzione iniziò nel 1844, con un progetto sembra redatto dal
messinese Letterio Subba. Il dubbio sull'autore è per certi
versi lecito perchè l'informazione è riportata, per quanto ci
risulta, solo da Giuseppe Donato, autore del libro:"Il Teatro
Vittorio Emanuele di Messina, storia e vita musicale" del 1979,
che alle pagine 20 e 21 scrive: "Al concorso per il progetto del
nuovo teatro, bandito nell'ambito del reame, parteciparono, fra
gli altri, i messinesi Giuseppe Mallandrino Brigandì, Letterio
Subba (che successivamente costruirà il Teatro Comunale di
Barcellona) e Carlo Falconieri". L'inaugurazione del teatro
avvenne nel 1847, con la denominazione di Teatro Comunale,
assumendo il nome di Teatro Mandanici nel 1862, su proposta di
Filippo Rossitto, nella qualità di consigliere comunale, nonché
storico cittadino, proprio per onorare la figura del grande
musicista barcellonese scomparso a Genova dieci anni prima.
Colpito dal terremoto del 1908, fu ricostruito durante il
fascismo, ed in quella forma è giunto fino al '67, alternando
spettacoli teatrali e musicali con proiezioni cinematografiche.
Dopo l'incendio sviluppatosi la sera del 31 maggio 1967, venne
totalmente demolito, non senza polemiche, nei primi anni
settanta.

GIUSEPPE CAVALLARO
Lo
sviluppo urbanistico di Barcellona ebbe un impulso decisivo,
dopo l'Unita' d'Italia, grazie alla figura dell'architetto
Giuseppe Cavallaro (1833-1888), progettista del primo nucleo del
Palazzo Comunale, oggi completamente trasformato, e del
Cimitero. Il Palazzo Comunale "spazioso e bello per architettura
e solidità", annotano gli storici dell'epoca, nasceva addossato
al torrente Longano, con l'ingresso principale sulla via
Garibaldi e rappresentava il primo nucleo dell'odierno Palazzo
Longano che tante trasformazioni ha subito nel corso degli anni,
fino ai recenti ampliamenti e rifacimenti dei prospetti.
Importante lavoro di carattere urbanistico e' il progetto
redatto nel 1862 per l'apertura della via Operai. In un'epoca in
cui Barcellona era attraversata da strade strette e tortuose,
Cavallaro, facendo riferimento alle esperienze più avanzate che
maturavano in quegli anni in Italia e all'estero, concepisce una
strada dritta e spaziosa che attraversa la città nella sua
lunghezza e detta pure delle prescrizioni su come costruire ai
suoi lati. Nella relazione che accompagna il progetto spiega: "
Il mio progetto solo tende a tracciare
per
il momento la strada e nello stesso tempo stabilire di fissare
terreni opportuni onde ampliarsi ed abbellirsi in seguito la
città sopra una pianta ragionata ", e getta dunque le basi per
il futuro piano regolatore di Barcellona. L'altro lavoro
impegnativo dell'architetto Cavallaro fu il
progetto del Cimitero Comunale, inaugurato nel 1877 che ricorda
lo storico Sebastiano Mazzei: "Per posizione, disegni ed ornati
è il più bello di quanti ne sorgono in Sicilia, e basterebbe ad
eternare il nome di Giuseppe Cavallaro". Il Comune, alla sua
morte, avvenuta nel 1888, gli edificò un grande monumento nel
cimitero da lui progettato. Nel volume "Sicilia Liberty", gli
autori E. Rizzo e M. C. Sirchia scrivono: "in questo luogo si
trovano altre opere dovute sia all'artigianato locale che ad
interventi esterni. Dalle iscrizioni lasciate sui monumenti
commemorativi si può dedurre che tra Milazzo e Barcellona
esistevano validi artigiani come Mamì e Lo Schiavo, capaci di
scolpire convincenti figure umane a tutto tondo. Maggiore
attenzione meritano i ferri battuti come ad esempio quelli delle
cappelle Todaro e Pettini; quest'ultima con vetrate policrome di
elegante fattura,...". Lo Schiavo operava a Milazzo, mentre
Sebastiano Mamì a Barcellona, certamente intorno agli anni '10.
( Esiste infatti una sua opera, un busto in gesso, custodito da
un privato, firmato e datato 1915.

TORRE SOTTILE
Lungo la via del Mare, in prossimità dell'autostrada, sorge una
torre a due elevazioni, con finestre ad arco acuto, comunemente
chiamata Torre Sottile, progettata dall'architetto Giuseppe
Cavallaro. In realtà la vera e antica Torre Sottile era situata
quasi a metà della via del Mare, nella zona chiamata "l'albero
di malaria". Di essa rimangono solo i resti della base,
utilizzati per qualche tempo come vasca irrigua.(cfr. La Città
di Barcellona Pozzo di Gotto, Febbraio 1999, pag. 17).
Probabilmente questa torre era da identificarsi con la Torre di
Calderà.
VILLINO LIBERTY
Proprio sulla via Operai, all'angolo con la via Roma, nel 1909
il barone Foti fa progettare all'ingegnere G. Ravidà un villino
in stile Liberty, attualmente disabitato e ridotto in cattive
condizioni, pur essendo vincolato dalla Soprintendenza. Per le
sue qualità architettoniche e per le decorazioni, il villino è
stato inserito nel volume "Sicilia Liberty" già citato (Flaccovio
editore), un libro che si avvale della prefazione di Paolo
Portoghesi. Gli autori, Eugenio Rizzo e M. Cristina Sirchia,
rammentano come "la peculiarità di questo villino risiede nella
decorazione in ferro che si dispiega in tralci fioriti e assume
i volumi di una scultura in alcuni elementi portanti".
L'edificio è improntato ad una notevole simmetria, evidenziata
dagli alti pilastri centrali sui due prospetti principali. Le
decorazioni in ferro sono dovute ad un abile artigiano locale,
noto come "Giovanni u Palummu". All'interno, riferiscono i
pochi fortunati che vi hanno potuto accedere, le pareti sono
rivestite con carta da parati e disegni floreali e i soffitti
anch'essi decorati con motivi analoghi. Anche l'arredamento
interno e' di notevole qualità.

ARTISTI ED ARTIGIANI
Tra
i tanti artisti ed artigiani barcellonesi ricordiamo gli
scultori Giuseppe Rossitto (1840-1908) che visse e lavorò per
molti anni alla corte di Costantinopoli; Matteo Trovato, autore
nel 1925 della statua lignea della Madonna del Tindari
conservata nella chiesa dei Basiliani; "Turillo" Sindoni
(1868-1941) che ebbe uno studio a Roma, ed è sepolto al Verano;
Salvatore Crinò (1895-1972) anche pittore, che in gioventù visse
a Roma ed entrò in contatto con Marinetti ed i futuristi, e i
pittori Antonino Randazzo (1926-1986) e Nino Leotti (1919-1993)
esponente della pittura neorealista, amico di Guttuso, Mazzullo
e Migneco, ebbe anche uno studio in via Margutta a Roma. Filippo
Rossitto elenca inoltre numerosi pittori pozzogottesi, tutti
vissuti nel XVIII secolo: Filippo Vescosi seniore, Sac. Antonino
Vescosi, Giuseppe Russo, Vito Vescosi, Filippo Vescosi Juniore e
figli. Tra i pittori barcellonesi annovera solo Gaetano
Bonsignore, anch'egli del XVIII secolo.


BASILICA DI SAN SEBASTIANO
La
costruzione del Nuovo Duomo di San Sebastiano, dal 1992 Basilica
Minore, ha polarizzato lo sviluppo del centro cittadino. Attorno
a questo imponente edificio, finito di costruire nel 1936 su
progetto dell'ingegnere Francesco Barbaro e concepito in stile
neoclassico, si apre la piazza principale di Barcellona,
attraversata dalla via Roma. In essa si conservano le opere
provenienti dal vecchio Duomo. Tra i quadri ricordiamo la
grande tela del 1879 raffigurante il martirio di San Sebastiano,
di Giacomo Conti, un'opera di Gaspare Camarda raffigurante la
Vergine col Bambino e San Francesco, firmato e datato 1606, e un
dipinto su legno, raffigurante San Giuseppe, eseguito da Santa
Rugolo nel 1942. Ed ancora, una Pala d'altare di Cesare Da
Napoli (Santi Rocco, Niccolò e Caterina) e San Cristoforo di
autore ignoto. Un'altra opera di Cesare Da Napoli, la Vergine
delle Grazie col bambino e due Santi, del 1585, proveniente
dalla chiesa dei Basiliani, è conservata dalla fine
dell'ottocento nel Palazzo Comunale. L'indicazione sulla chiesa
di provenienza e' possibile riscontrarla in alcuni testi. Sia
in quello di Giuseppe Grosso Cacopardo "Memorie de' pittori
messinesi e degli esteri" pubblicato a Messina nel 1821, che
nell'importante opera di Teresa Pugliatti "Pittura del
cinquecento in Sicilia" (Electa, 1994), si fa riferimento al
quadro come proveniente dalla chiesa dei Basiliani di
Barcellona. A pagina 66 il Cacopardo, sotto la voce Cesare Di
Napoli scrive: "Nella sagrestia de' Basiliani in Barcellona evvi
una tavola che può passare per il suo capo d'opera
rappresentante la Vergine della Grazia col bambino e due santi
laterali..." Evidentemente dopo la soppressione del convento
Basiliano si penso' di salvaguardare il dipinto trasportandolo
nel Municipio. La Pugliatti, a pag. 240, citando lo stesso
Cacopardo, tratta altri due dipinti del medesimo autore, uno
raffigurante i Santi Rocco, Niccolò e
Caterina, l'altro i Santi Placido, Niccolò e Lucia, ritenendoli
perduti. Ciò risulta vero per il secondo, collocato a suo tempo
a San Vito di Pozzo di Gotto, di cui non si hanno più notizie.
Il primo già citato, (Santi Rocco, Paolino e non Niccolò, e
Caterina) è invece ancora esistente ed è collocato nella
sagrestia della Basilica di San Sebastiano. E' stato sottoposto
a restauro nel 2004. La Basilica, oltre alle opere d'arte citate
si è arricchita di opere di pittura e scultura realizzate negli
ultimi anni. Nel 1984 Filippo Minolfi dipinge un Cristo
Pantocratore nell'abside e i quattro evangelisti nei medaglioni
sotto la cupola, nel 1986 vengono collocate quattro statue,
realizzate dallo scultore Tito Amodei, nel prospetto principale,
e infine nel 1994 il pittore Gino Colapietro esegue "La pesca
miracolosa" nel lato sinistro del transetto. La presenza di
palazzi a sei piani, innalzati negli anni del boom edilizio
attorno alla piazza ne ha soffocato lo spazio, che risulta oggi
molto compresso e dequalificato.

GASPARE CAMARDA
La
tela del 1606, la Vergine che porge il Bambino a San Francesco,
custodita nella Basilica e' probabilmente una delle prime
realizzazioni di Gaspare Camarda, pittore pozzogottese nato nel
1570 e morto dopo il 1629, nonchè‚ l'unica conservata nella sua
città d'origine. Il dipinto, ricorda Antonino Bilardo ( "Il
museo Civico di Castroreale", edito dal Comune di Castroreale
negli anni '80) deriva da una stampa, circolante in quegli anni,
riproducente l'Estasi di San Francesco, dipinto nel 1599 dal
senese tardo manierista Francesco Vanni (1563-1610). Formatosi a
Messina nella bottega di Antonio Catalano detto l'Antico secondo
quanto riferisce Giuseppe Grosso Cacopardo (studioso del secolo
scorso, autore di " Memorie de' pittori messinesi e degli
esteri", pubblicato nel 1821), il Camarda "giunse ben presto ad
ottenere fama di valente pittore". Almeno quindici sue tele
sono disseminate nelle chiese della nostra provincia.
L'apprendistato messinese ha fatto ritenere al Cacopardo che
fosse nativo della città dello Stretto, ma lo storico Filippo
Rossitto ha lasciato una annotazione di suo pugno su una copia
dell'opera del Cacopardo (in possesso della Biblioteca Comunale
di Barcellona) dove si legge testualmente: "Camarda era
pozzogotese". Il Rossitto, per scrivere ciò, avrà avuto in mano
degli elementi certi. Nelle sue opere è presente un intreccio
di influssi romani e napoletani, e si inserisce nella folta
schiera dei manieristi del XVI secolo. L'ambiente pittorico
messinese in quell'epoca era dominato da Polidoro da Caravaggio,
allievo di Raffaello, giunto nella città dello stretto verso il
1528. Polidoro annoverò come seguace l'oriundo napoletano
Deodato Guinaccia, che a sua volta ebbe tra i continuatori anche
il Camarda. A Messina, per la chiesa di San Domenico dipinse una
Santa Caterina, e per la chiesa di Santa Maria di Gesù realizzò
I Magi. Questa è ritenuta dalla critica la sua opera più
pregevole, sia per il modo in cui è composta, che per il colore
e la prospettiva. Ancora a Messina, nella chiesa di Gesù e Maria
del Buon Viaggio, nell'altare maggiore è collocato il Trionfo
della croce tra Gesù e Maria. Nel Santuario di Capo D'Orlando
sono esposti due quadri, restaurati da Angelo Cristaudo:
l'Adorazione dei Pastori del 1626 e il Crocefisso tra due monaci
oranti dell'anno successivo. Pure del 1626 è l'Epifania
conservata a Casalvecchio Siculo nella Chiesa Madre. L'ultima
opera con datazione certa è la Madonna dei Miracoli fra i SS.
Placido e Francesco di Paola, del 1629, custodita nel museo di
Castroreale.

CINEMA CORALLO
E'
stato progettato da Filippo Rovigo (1909-1984), importante
architetto razionalista nato a Montalbano Elicona, che ha
operato prima a Roma, e dal dopoguerra fino alla morte a
Messina, dove ha disegnato e costruito sale cinematografiche,
edilizia popolare, uffici e alberghi. Il prospetto del cinema
Corallo, realizzato nel 1962, è articolato volumetricamente da
due corpi aggettanti allineati verticalmente, e da una parete
finestrata che delimita la scala di servizio esaltandone
ulteriormente il verticalismo. Ampio è l'uso del cemento faccia
a vista, sia all'esterno che all'interno, caratterizzato da due
aeree scale simmetriche che conducono alla tribuna.

NUOVO TEATRO MANDANICI
Il
nuovo Teatro Mandanici, progettato dall'architetto catanese
Giovanni Leone, iniziato a costruire nell'81 in una parte della
villa comunale, è in corso di completamento. Una suggestiva
inaugurazione a cantiere aperto è già avvenuta nel 1986 con uno
spettacolo teatrale d'eccezione:"Didone Adonais Domine", scritto
da Emilio Isgrò (nato nel 1937) artista barcellonese di fama
internazionale che opera nel campo delle arti visive e della
letteratura.

MONUMENTO A SEBASTIANO GENOVESE
L'opera, collocata nella villa comunale, è stata ideata da
Filippo Minolfi, artista barcellonese, per ricordare il
professore Sebastiano Genovese, scomparso in un incidente nel
dicembre 1983, ed è stata inaugurata il 4 giugno 1988.
Realizzata in acciaio inossidabile, è caratterizzata da due
elementi triangolari che ricordano le vele di una barca, che in
tal modo evidenziano la passione e l'interesse scientifico di
Sebastiano Genovese per il mare, elemento centrale dei suoi
studi. Le sfere invece, in quanto simbolo cosmico, stanno a
significare l'universalità del pensiero di Genovese, ma anche
fanno riferimento al batiscafo usato dallo scienziato barcellonese per le immersioni nello stretto di Messina.
SEME D'ARANCIA
Il
Seme d'arancia, "Impiantazione in tufo, resina, agrumi, scorie
vulcaniche" e' stato realizzato nella piazza antistante l'ex
stazione ferroviaria ed inaugurato il 21 marzo 1998. L'opera,
ideata da Emilio Isgrò, è una grande scultura raffigurante un
seme d'arancia ingrandito, posta al centro della piazza
trasformata in un giardino mediterraneo con tanti alberi a
simboleggiare la memoria storica della città, grande
produttrice negli anni passati di questi agrumi, tanto da
ispirare proprio ad Isgrò una poesia dal titolo "Produce
arance", che segno' la sua partenza per Milano e l'inizio della
folgorante carriera di artista e fondatore della "poesia
visiva".

BIBLIOGRAFIA
-
AA.VV., Barcellona un tempo, a cura della Corda Fratres,
Palermo, 1983.
-
AA.VV., Dizionario della pittura e dei pittori, Einaudi, 1989.
- DE
PASQUALE FLAVIA, PINO NUNZIATINA, Filippo Rovigo, I
quaderni dell'Ordine degli Architetti di Messina, 1996.
-
AMICO VITO, Dizionario Topografico della Sicilia, trad. e note
di G. Di Marzo, Palermo, 1855.
-
BARBERINI S.E., Barcellona Pozzo di Gotto nella storia e nei
monumenti, tip. Greco, Barcellona, 1933.
-
BARRESI MIMMAROSA, CASAMENTO ALDO, Barcellona Pozzo di Gotto
100-1930, Città e architettura, Edizioni Caracol, Palermo, 2004
-
BAVASTRELLI EDOARDO, CERAOLO CARMELO (a cura di), La tua città
Guida ai beni culturali noti e meno noti di Barcellona Pozzo di
Gotto, Legambiente Barcellona e Assessorato alla Pubblica
Istruzione e Cultura del Comune di Barcellona, 1997.
-
BILARDO ANTONINO, Il museo civico di Castroreale, Comune di
Castroreale, senza data ma 1985.
- a
cura di BILARDO ANTONINO, Il mosaico della memoria, pittura e
scultura a Barcellona tra Quattrocento e Seicento, Edizioni GBM,
Messina, 1998.
-
BIONDO CARMELO, Chiese di Barcellona Pozzo di Gotto, Grafiche
Scuderi, Messina, 1986.
-
BOTTARI STEFANO, La cultura figurativa in Sicilia, ed. D'Anna,
Messina-Firenze, 1954.
-
BREA LUIGI BERNABO', Città di Longane, Biblioteca Comunale
popolare "Longane", Rodi' Milici, 1967.
-
CACOPARDO GIUSEPPE GROSSO, Memorie de' pittori messinesi e degli
esteri, Messina, 1821.
-CALDARELLA ANTONINO, Santa Venera. Libreria Editrice Urso,
Avola, 1983.
-
CARUSO G., ALFANO G., CRINO' M., GENOVESE G.,(a cura di), Cento
idee per la città, Rassegna di progetti e idee di architettura
per la città di Barcellona P.G., Corda Fratres, Barcellona P.G.,
1991.
-
CARUSO G., CRINO' M., PANTANO G., Formazione sviluppo
caratteristiche architettoniche ed evoluzione urbanistica della
città di Barcellona Pozzo di Gotto, I Quaderni dell'Ordine degli
Architetti di Messina, 1995.
-
CASSATA NELLO, Barcellona Pozzo di Gotto nel Risorgimento, ed.
Spes, Milazzo, 1967.
-
CASSATA NELLO, Barcellona Pozzo di Gotto dal 1860 ai nostri
giorni, ed. Spes, Milazzo, 1969.
-
CASSATA NELLO, Storia di Barcellona Pozzo di Gotto, ila- Palma,
Palermo, 1981-82, 3 voll.
-
CASSATA NELLO, FALCONE NINO, Stradario storico di Barcellona
Pozzo di Gotto, ed. Pungitopo, Patti, 1983.
-
CIACERI EMANUELE, Culti e miti nella storia dell'antica Sicilia,
(l^ edizione 1911), rist. anastatica Giuseppe Brancato editore,
senza data.
-
CLUVER PHILIPP, Sicilia antiqua, item Sardinia e Corsica, 1619
-
CRINO' MARCELLO, Salvatore Crino' Pittore e Scultore, I LIBRI DI
"INTROSPEZIONI 2000", Barcellona P.G., 1995.
-
CUCINOTTA SALVATORE, Popolo e clero in Sicilia nella dialettica
socio-religiosa fra cinque-seicento, Edizioni Storiche
Siciliane, Messina, 1986.
-
D'AMICO FRANCESCO CARLO, Osservazioni sulla pesca del tonno,
1816
- DI
BENEDETTO ANTONINO, Barcellona Pozzo di Gotto, 1906 (in
Dizionario illustrato dei Comuni siciliani di Francesco Nicotra
).
-
DONATO GIUSEPPE, Il Teatro Vittorio Emanuele di Messina, storia
e vita musicale, Messina, 1979.
-
FERRARA A.F., Storia di Sicilia, Palermo, 1834, Tipografia L.
Dato.
-
FILANGERI CAMILLO, Monasteri Basiliani di Sicilia, ed.
Biblioteca Regionale Universitaria di Messina, 1980.
-
GAGLIO GIUSEPPE, Al tempo dei Cappuccini, in Gazzetta del Sud,
27 Aprile 1983.
-
GENOVESE PIETRO, Sicilia archeologica, Rassegna periodica di
studi, notizie e documentazione edita dall'Ente Provinciale
Turismo di Trapani, Anno X, n. 33, Aprile 1977.
-
HOLM ADOLFO, Storia della Sicilia nell'antichità, Arnaldo Forni
Bologna, 1965.
-
ISGRO' SEME D'ARANCIA, Catalogo Electa, Milano, 1998
-
KALOS/Milazzo n, 5, settembre-ottobre 1993.
-
MAZZARELLA SALVATORE, ZANCA RENATO, Il libro delle torri, Sellerio,
Palermo, 1983.
-
MAZZEI SEBASTIANO, Storia di Barcellona Pozzo di Gotto, ed.
Montes, Girgenti, 1911.
-
ORSI PAOLO, Necropoli sicula a Pozzo di Gotto, in "Bullettino di
Paletnologia Italiana, Anno XLI, nn. 1-6-1915
-PERI ILLUMINATO, Uomini, Città, Campagne in Sicilia dall'XI al
XIII secolo, Laterza, Bari, 1978.
-
PERI ILLUMINATO, La Sicilia dopo il Vespro, Laterza, Bari, 1982.
-
PUGLIATTI TERESA, Pittura del cinquecento in Sicilia, ed. Electa,
Napoli, 1993.
-
RACCUGLIA S. e DE TROVATO A., Barcellona Pozzo di Gotto, Tip. G.
Destefano, Ragusa, 1898.
-
RIZZO EUGENIO, SIRCHIA MARIA C., Sicilia Liberty, Prefazione di
Paolo Portoghesi, Libreria Dario Flaccovio Editore, 1986.
-
ROSSITTO FILIPPO, La città di Barcellona Pozzo di Gotto, Crupi,
Messina, 1911.
-
RYOLO DI MARIA DOMENICO, Longane città Sicana, Biblioteca
Comunale popolare "Longane", Rodi' Milici, 1967.
-
SARULLO LUIGI, Dizionario biografico degli artisti siciliani,
Novecento editore, Palermo, 1991.
-
SAYA BARRESI A., Un caso di "Pietas" collettiva, Quaderni de "Lo
Studente", Palermo, 1985.
-
PIETRO SELLA (a cura di), Rationes decimarum Italiae nei secoli
XIII e XIV, Sicilia, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica
Vaticana, 1944.
-
TORRE GUIDO, Processo al Longano, edizioni Akron, Furci Siculo
(Me), 1993.
-
VILLABIANCA, Torri di guardia dei litorali della Sicilia, ed.
Giada, Palermo, 1986.
|