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Andrea Italiano
Comunica con l'autore degli articoli: Andrea Italiano
Il
giovanissimo Andrea Italiano si è laureato al D.A.M.S. di Palermo in discipline artistiche musica e
spettacolo, è già da diversi anni che si occupa anche di
elaborare articoli sulle nostre radici artistiche. I suoi
numerosi testi sono documentati da esaurienti note di
riferimento che ci portano alla fonte delle sue ricerche. I suoi
articoli sono stati pubblicati su periodici di Barcellona, ma
anche su riviste specializzati nella ricerca artistica.

Nino Leotti
Ha scritto bene
Sergio Palumbo che se Nino Leotti (Barcellona
P.G.,1919-1993) fosse rimasto a Roma, anziché
tornare a Messina, le sue fortune sarebbero
state oggi dieci volte maggiori. Questo perché –
a dire della linea di ricerca che nel tempo ha
intrapreso e degli esiti dei suoi quadri- a
contatto con il mondo ufficiale dell’arte non
avrebbe fatto fatica a inscrivere la sua cifra
originale e riconoscibilissima nel firmamento
della storia dell’arte italiana del secondo
Novecento.
Leotti, da vero
artista quale fu, ebbe una poetica coerente ma
sempre in aggiornamento, sempre in continua
messa a fuoco. Per questo, credo sia riduttivo
incasellare la sua vicenda entro un movimento
preciso e storicizzato; piuttosto diremo che
Leotti parlò nel corso della sua lunga carriera
vari dialetti della stessa lingua artistica,
cioè l’ambito figurativo-espressivo del realismo
di impronta sociale, cogliendo da ognuno di essi
gli stimoli che alla sua personalità meglio di
attagliavano e sviluppandoli secondo una linea
personale, più emozionale che programmatica. E’
lo stesso pittore ad indicarci la via di questo
transito quando in una intervista concessa a
Sergio Palumbo e riportata nel catalogo della
mostra “Le cose a nudo” tenutasi a Barcellona
nel 1994 (quindi ad un anno dalla sua morte)
afferma: <<è stato proprio lo studio della luce
che mi ha consentito di abbandonare il
neorealismo per il realismo poetico>>.
Il neorealismo,
quello milanese di “Corrente” e quello romano
del Gruppo di “Via Margutta”, è sicuramente il
punto di partenza di Nino Leotti. A questo
movimento vi arriva per due fondamentali motivi.
Contingenti ed estetici: si esce dalla seconda
guerra, l’Italia è un paese distrutto
materialmente e moralmente, egli stesso fu
soldato in Grecia, prigioniero, ferito e
successivamente insignito di una medaglia al
valore. Le privazioni, personali e collettivi,
l’orrore di quanto provato, ma anche la
liberazione dalla tirannia e dalla guerra, lo
portarono (come molti altri artisti) a
sviluppare un’ arte di denuncia, di lotta, di
resistenza, un’arte che focalizzasse
l’attenzione sulla vita quotidiana e sui ceti
sociali più umili, quelli che quotidianamente si
dibattono nel dramma dell’esistenza. In questo
si avvicina ad artisti come Guttuso, Sassu,
Treccani, Migneco, che facevano dell’arte uno
strumento di lotta politica, pittori dei quali
fu personalmente amico e sodale; un’arte che
rompeva con il passato recente di Novecento, il
movimento del “ritorno all’ordine” e della
vicinanza al regime fascista, lavorando in
primis sul binomio forma-colore e sulla sua
deflagrazione espressionista. Ma è giusto
chiarire un punto. Leotti si avvicinò a Corrente
e ai pittori neorealisti romani per “affinità
elettive”. Voglio dire che a questi movimenti
politicizzati, Leotti vi aderì perché in essi
trovava il giusto slancio per fare arte (e
parlare di cose) cosi come il suo animo sentiva
e voleva; non aderì invece ai partiti con cui i
suoi amici erano schierati in maniera militante,
seppure le sue istanze politiche non possono non
essere state affini ad una sinistra umanitarista
e sociale. Due quadri possono essere indicativi
di questo periodo: Scena di mattanza e
Lavoratrice.
Ma questa fase
dura qualche anno. Già alla fine degli anni 50,
restando sempre nello stesso ambito romano,
notiamo in Leotti la voglia di superare il
neorealismo guttusiano con la trattazione di
temi più lirici ed introspettivi e con
l’adozione di un frasario tecnico (specie
nell’aspetto coloristico)più variegato. Cosi, in
alcune tele degli anni 1958-1963 rintracciamo
soluzioni vicine al realismo di Carlo Levi, cosa
che deduciamo nei colori più freddi, nelle
inquadrature a medio e lungo campo, nella
descrizione più psicologica dei personaggi.
Quadri esemplari del periodo sono:
Autoritratto con Nino Pino,
Veduta di città con uomini e ombrelli.
Gli anni Sessanta
segnano la definitiva consacrazione di Leotti.
Ritornato definitivamente a Barcellona dopo tre
densissimi anni romani, il pittore riesce
finalmente a mettere a fuoco tutto quello che
precedentemente si era depositato nella sua
mente e stava in incubazione. Le amicizie,
l’impegno etico e sociale, la riflessione sul
ruolo dell’artista, le preferenze istintive, lo
studio completo della storia dell’arte, la
componente Sicilia nell’immaginario dell’uomo e
del pittore: tutti elementi che faranno sì che
la cifra stilistica di Leotti diventi via via
sempre più riconoscibile e consapevole. Il
Leotti degli anni 60 e 70 arriva ad esiti
davvero eccezionali, segno di una maturità
artistica ormai raggiunta. Come avviene quel
passaggio dal “neorealismo” al “realismo
poetico”? Le opere del periodo possono
chiarirci molte cose.
Gli anni Ottanta
infine, portano Leotti verso approdi non
prevedibili. Specie a cavallo con l’ultimo
decennio del secolo, in una miriade di opere dal
piccolissimo formato (per lo più paesaggi),
Leotti scarnifica le figure e gli oggetti fino a
sintetizzarli nei loro caratteri primi: linee e
colori. E’ una virata inaspettata verso una
forma personale di pittura informale con esiti
estetici che nulla hanno da invidiare a quelli
dei maggiori esponenti del movimento.
Leotti ha
prodotto sul finire di carriera una lunga serie
di caricature di personaggi tipici di
Barcellona, nella quale dichiara la sua
simpatia, il suo amore ed il suo attaccamento
alla città e alla gente, di cui ha saputo
cogliere il carattere peculiare e che ha
restituito in maniera delicata ed ironica, in un
vero testamento antropologico tutto da scoprire.
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L’arte
di Francesco De Francesco
Non è un compito affatto facile parlare
dell’arte di Francesco De Francesco. Non è
facile perché tale è la complessità concettuale,
culturale ed artistica dei suoi quadri che a
dover estrarre le svariate forme dal mare
magnum della composizione c’è il serio
rischio di non riuscire ad individuarle tutte.
Non è facile perché dei suoi quadri non può
esistere una chiave di lettura univoca e
l’interpretazione che di volta in volta se ne da
è il momentaneo, parziale, riflesso di un
specchio, di un cosmo, più grande e molteplice.
Tale è la ricca complessità di un quadro di De
Francesco che possiamo paragonarlo solo ad un’
icona bizantina: in entrambi la fissità
dell’introspezione vince sul dinamismo
dell’azione, la simbologia rimanda ad un mondo
interno che è più importante di quello esterno,
in entrambi il significato dell’oltrepassare
l’apparenza del fenomenico è suggerito da una
molteplicità di segnacoli, di porte, di chiavi,
di complessi “moltiplicatori di senso”
disseminati nel quadro alla maniera di indizi.
Complessa è la pittura di De Francesco perché
complessa è la sua cultura, bagaglio in cui sono
depositati molteplici lasciti. In un’intervista
che il pittore mi ha rilasciato nel 2002 per la
testata “La Città di Barcellona” egli stesso ha
delineato la sua formazione. E cosi Guvaste Dorè,
il famoso illustratore ottocentesco di Dante, è
messo accanto a Charlie Chaplin, Hitchcock
accanto a Fellini, Frank Capra, Cecil De Mille,
Orson Wells. Il cinema accanto al teatro, la
storia dell’arte accanto alla poesia, la
medicina (la sua professione) accanto alla
musica e alla letteratura, Platone ed il mito
della caverna è affiancato alla conoscenza di
Hegel e del suo pensiero sull’arte, i miti della
Grecia antica (Demetra, Proserpina, Plutone)
sono avvertiti sulla sua pelle di siciliano così
come quelli biblici (Eva e Lilith) e nordici.
Come vedete la forma mentis di De
Francesco è molto coltivata, qualcosa di
incredibilmente sovrapposto che per forza deve
generare un immaginario sovrapposto,
profondamente costruito. Se poi si considera che
la conoscenza della psicologia classica (Freund,
Jung) non solo come materia di studio ma
soprattutto come grimaldello esistenziale per
aprire la realtà alla sua essenza nascosta,
intima, e per questo più vera e terribile,
capiamo perché così difficile è penetrare la
scorza delle tele di De Francesco, che a
dispetto di un iperrealismo esibito (che
formalmente mi rassomiglia quello di un pittore
molto visto ma poco conosciuto, l’italo-
scozzese Jack Vettriano) lasciano immaginare
oceani di conoscenza, foreste di significati.
Giusto ha scritto allora Giovanni Fugazzotto
nell’invito a questa mostra: i quadri di De
Francesco devono essere osservati, si deve
andare oltre l’apparenza del visibile per
comprendere il fondo delle sue realtà,
attraverso l’uso astrattivo - sintetico della
cultura, cultura che per il pittore è davvero
Tutto, croce (perché in opposizione a natura, ad
ingenuità, a spontaneità secondo i canoni del
mito del “buon selvaggio” di Rousseau) e delizia
(perché mezzo per andare oltre e trovare
un senso che faccia “sopravvivere”).
Andiamo per ordine. Chiunque guardi i dipinti di
De Francesco non può non pensare al surrealismo.
Ed in effetti esso forma l’impalcatura del suo
stile. E’ il surrealismo di Magritte, in primis,
da cui deriva non solo il senso dell’arcano
insito nella visione, ma – per restare
nell’ambito tecnico ed iconografico- la densità
plastica dei nudi femminili, la malinconica
pensosità dei volti maschili, il riferimento a
particolari classicheggianti di statue, busti,
teste di marmo, elementi architettonici,
l’inserimento di elementi del mondo animale come
il pesce o il cavallo, la formica, la mosca o
l’elefante, l’utilizzo del simbolo dell’uovo, la
predilezione per il tema dell’acqua e
dell’acquatico, la ripetizione dell’immagine
(con l’ausilio dello specchio) in funzione
metatestuale e straniante, la ricorrenza di un
tema come “l’uomo visto di spalle”, addirittura
la consonanza per il mobilio di scena – quasi un
ossequio allo stile “Luigi Filippo”- fatto di
sedie dalla morbide curve, di tavolini rotondi,
di tendaggi corposi, di comodi divani e persino
il riferimento a qualche titolo (il termine
“fata ignorante”, ad esempio, riecheggia sia nel
catalogo del belga che del siculo-bergamasco).
Avvicina De Francesco a Magritte la concezione
dell’arte come alchimia: capiamo così perché nei
suoi quadri è ricorrente la figura della
Temperanza, il quattordicesimo dei Tarocchi
maggiori, che rappresenta la mescolanza degli
opposti affinché la vita si rigeneri dopo la
putrefazione e la macerazione dello stato
inferiore. Nigredo, rubedo, albedo:
tipico concetto surrealista.
Magritte non è il solo surrealista maestro di De
Francesco. C’è Dalì, si capisce, il Dalì
presente come figura protagonista in un quadro
della mostra “Idillio biblico – tosco- siculo-
catalano”, dal quale discende la ricomposizione
lenticolare delle immagini (che grande perizia
tecnica, calligrafica, direi quasi
miniaturistica, che accomuna i due), che passano
attraverso un disegno minuzioso, perfetto,
surrealista proprio perché tende a sfidare la
realtà in fatto di verosimiglianza, e dal quale
discende la citazione di un animale come
l’elefante o l’uso “particolare” di immagini
religiose in chiave surreale (La
Crocifissione, ad esempio, o l’Ultima
Cena).
C’è ancora Delvaux tra i padri nobili del
Nostro. Ad esso De Francesco si rifà soprattutto
per quanto riguarda l’inserimento del tema
“donna”, spesso portatrice di un erotismo
latente, e dello scheletro, impassibile e
distaccato, ancora in chiave esoterica. Al belga
di Antheit ci riporta l’uso della luce, che è
calda come in un pomeriggio mediterraneo ma
anche carica di ombre, al fine di creare
un’atmosferica classica e al tempo stesso
allucinata.
Ma come non vedere, in questa luce carica e
bloccante, sensuale e straniante, mediterranea e
nordica, reale e mitizzante, un riflesso non
troppo lontano degli interni di Balthus o – per
quanto riguarda certi momenti di assolata
solitudine- addirittura dell’americano Edward
Hopper?
E ancora, cosa sarebbero le sue tele, cosi
cariche di attesa inspiegabile, di estenuante
attesa, di misteri nascosti che forse esistono e
forse no, della metafisica di De Chirico? Cosa
sarebbero gli insoliti accostamenti di certe
figure senza l’osservazione dei quadri di
Savinio?
Restiamo a De Chirico. Nei quadri di De
Francesco ci addentriamo spesso entro spazi
assolati e desolati, in terrazze che sembrano
immerse nel sonno di un mezzogiorno familiare ma
al contempo abitate da presenze nascoste, che
spiano l’osservatore come da dietro le spalle
pronte a balzare in scena. Sono le statue, le
classiche statue della Magna Grecia, disanimate
ma cariche di anima potenziale, sono le ombre,
non sempre consequenziali agli oggetti in scena
e che sembrano dire della presenza ambigua di
altre figure fuori-campo, sono i paesaggi
nostrani alti sulla costa ma che sembrano
abitati da mitici Ciclopi: ebbene in quadri
defranceschiani come le “Stanze della Memoria”,
“Il mare si infuria sulle spiagge derelitte”,
“Ombre misteriose” ed altri, come non pensare
alle Piazze italiane degli anni 15-20 o
alle Marine degli anni 40-60 di De
Chirico, le piazze ferraresi uguali alle nostre
per luce e mistero, per quel mistero sottile ed
impalpabile che a volte può vuol dire terrore?
Come non pensare ad una conoscenza approfondita
del Maestro in quadri come “Quando il mare
entrava nelle stanze delle sorelle Pirandello”,
dove l’acqua s’insinua minacciosa e furtiva
nell’intimo della coscienza come nel “Ritorno di
Ulisse” del 1968? Il discorso potrebbe durare
all’infinito.
Tuttavia, legare la vicenda artistica De
Francesco al solo asse Surrealismo- Metafisica
sarebbe fare un torto al pittore, poiché
vorrebbe dire sostanzialmente incasellarlo entro
fermenti culturali sorti sviluppatisi e morti
oltre mezzo secolo fa. Ma De Francesco non è un
pittore del passato; egli è un artista
pienamente nel presente, pienamente inscritto in
quelle concezioni post-moderne che tornano alla
figura per usarla in maniera problematica,
critica, che non intende rivaleggiare con la
natura (come ad esempio nel realismo
ottocentesco) ma anzi serve a mettere in luce i
contrasti interni alla natura stessa, i suoi
non-sensi, la sua possibilità di diventare
irrealtà. Ecco perché, giustamente, possiamo
ritenerlo affine a quei movimenti sorti
soprattutto negli Anni 80 del Novecento (e non a
caso De Francesco comincia a dipingere
“professionalmente” è proprio del 1984) come
reazione al concettualismo anti-immaginifico e
che vanno sotto il none di “Anacronismo”,
“Ipermanierismo”, “Citazionismo” raggruppando
pittori come Mariani, Paolini, Abate, Salvo,
Bonechi, Galliano, Parmeggiani, Bruno d’Arcevia,
Carlo Bertocci. Soprattutto a quest’ultimo,
pittore toscano della provincia di Grosseto, mi
sembra di poter avvicinare De Francesco, per lo
stesso uso della figura femminile inserite entro
ambienti marini placidi e ordinati o dei reperti
archeologici in chiave mitica-antimitica, per la
stessa ricerca di un bello classico avvelenato
da una tossicità interna a causa di un ignoto,
di un imprevedibile, di un segreto “male di
vivere” montaliano che sembra minare in un senso
continuo di attesa le figure stesse.
Anche se, e qui veniamo al succo del discorso,
De Francesco assume anche nei confronti dei
movimenti contemporanei una fisionomia che
possiamo dire originale. In lui il recupero del
Surrealismo, della pittura classica o
neo-classica, perfetta, non avviene in maniera
per cosi dire “naturale” (come sarebbe che egli
fosse un epigono del movimento) ma attraverso
citazioni cosi esibite-non-esibite da spiazzare
l’interpretazione di chi guarda e che mischiate
ad altre di ambiti artistici più antichi (e
penso al Caravaggio, a Piero della Francesca, al
bizzarro pittore bergamasco Bonomini, al grande
Antonello, a Bosch), creano veri e propri
corto-circuiti visivi, addirittura strappi
cinematografici, generando “surrealtà della
surrealtà”. Cerco di spiegarmi meglio. Il
surrealismo, specie quello di Magritte, ha sì
usato nella sua pittura il simbolo ma svuotato
del senso consueto e tradizionale dandogli così
un nuovo significato (che appunto perché nuovo
crea nell’osservazione un grande spaesamento
iniziale). De Francesco, e qui emerge la sua
formazione veramente classica, arriva allo
stesso stato d’animo di suspence
magrittiana (ma dico meglio, “hitchcockkiana”,
“kubbrikkiana”) ma accostando i simboli nella
loro pienezza millenaria: è l’accostamento dei
simboli in un epoca che ha bruciato i simboli a
creare il misterioso che terrorizza. E’ come se
l’ arcano che avevano dimenticato torni a vivere
nella nostra società che è invece portata per
sua natura a mostrare tutto, a non nascondere
più nulla, a non comprendere l’indicibile e
l’invisibile.
Ecco che allora egli non è più un surrealista
ma un pittore completamente nuovo che del
surrealismo apprezza il modo di giudicare, di
enucleare, il dolore della vita senza mostrarlo
se non per specula, per assurdità. E’ come nella
tragedia greca in cui la morte non può venire
mostrata in scena ma deve essere annunciata dal
nunzio attraverso le immagini che per essere
esse stesse costruzioni della mente sono sopra
la realtà, essendo la sintesi e l’essenza della
realtà stessa. Ecco come allora la sua
figurazione non serve a speculare
sull’invisibile, a ragionare sul mistero: la
memoria, il mito, l’impossibile, è un giudizio
sulla storia e sulla vita. Prendiamo per esempio
un quadro come “Il dolore nel circo”, quadro
inspirato alla guerra del Kossovo di qualche
anno fa. Qui il surrealismo è solo
nell’estraneamento che l’accostamento di figure
tratte da diversi ambiti restituisce allo
spettatore (la presentatrice in decolleté è una
pin up americana, la donna urlante è un prestito
dal gruppo statuario della Compianto sul
Cristo morte del quattrocentesco Niccolò
dell’Arca), tutto il resto è una critica sociale
che si coagula in pittura. Anche il dolore,
vuole dire il pittore, il sentimento sacro del
dolore, nella società dell’immagine e
dell’effimero è una materia da circo (non a caso
la donna dolente esce da una gabbia, come una
bestia) , da spettacolo, della quale non siamo
in grado di distinguere il vero dal falso.
I simboli che affascinano e terrorizzano. Si
delinea cosi una seconda chiave di lettura
dell’arte del Nostro. E’ il sublime. Il sublime,
che secondo la teoria settecentesca di Edmund
Burke, è quella sensazione di timore che si
prova davanti a qualcosa di cosi smisurato da
procurare nell’uomo la vertigine
dell’annientamento, dell’inadeguatezza. Nei
quadri di De Francesco esso rimodulato in
termini personali, lo avvertiamo di fronte a
certi smisurati paesaggi azzurri e calmi (i
paesaggi eoliani proiettati su orizzonti
infiniti) in cui la presenza umana- se mai ci
fosse- potrebbe recitare il ruolo del confinato,
dell’osservatore voyeur, oppure di fronte
a certi sguardi alteri, impenetrabili,
terribilmente significanti come quelli di
sfingi, o ancora al cospetto di architetture
silenti ma cariche di ombre. Il sublime, davanti
ai quadri di De Francesco, lo proviamo pure per
una nostra sensazione di trovarci di fronte a
qualcosa cosi ormai smisuratamente “Altro da
noi” e l’enorme distanza che ci resta percorrere
tra noi e l’altro che nel quadro si annida.
La memoria, infine, è un concetto che lo stesso
pittore lega alla sua attività. Ripercorrendo un
passo di quella intervista concessami, De
Francesco dice: “con le opere cerco solo di
comunicare le mie sensazioni, i miei pensieri, i
miei sogni, sperando che questi siano degni di
trasformarsi in ricordi”. Ecco qui delineata una
poetica che allontana il Nostro dal surrealismo
e dalla stessa metafisica. Egli non cerca
l’inconscio, l’irrazionale, il sovvertimento
interno della realtà con l’insolito e
l’inaspettato per un mero fatto ludico, per un
mero fatto artistico. Il suo intento è quello di
essere un pittore serio, vero, quasi un
realista, un pittore che tenta attraverso l’arte
di spiegarsi la vita, di ripercorrere la vita
per trovare nella memoria il senso quasi
consolatorio (ed in questa umanità allontana il
cinismo ed il pessimismo che spesso troviamo nei
pittori sopracitati) del presente. Dicevo “senso
quasi consolatorio”, infatti quando
dall’intenzione si passa alla realizzazione di
questo “progetto memoriale” ecco che avvertiamo
lo stridio, la difficoltà, l’impossibilità di
afferrare il ricordo e la memoria e di sentirla
come qualcosa realmente consolatorio. Non a caso
due quadri esposti in mostra Ballo: il pianto
di Dioniso e Il cuore palpitante del
ricordo mostrano accenti crudamente
drammatici. Nel primo, il pittore pone al centro
della tela una testa marmorea di Dioniso (anche
questo un prestito colto dalla statuaria
greco-romana), il dio greco del vino e della
follia, che sanguina dagli occhi (il sangue è
una simbologia ripresa dai
miracoli-mistificazioni delle statue piangenti
del mondo cattolico mediterraneo) mentre sullo
sfondo si muove sfuocata dal vortice del ballo
una sarabanda di coppie, tra giovani ed anziani,
intenti a ballare in quella che sembra una festa
paesana. Nel secondo quadro, invece, un uomo
strappa il cuore – chiara immagine
cavalcantiana- da una figura femminile ormai
diventata di marmo quasi che tra presente e
passato c’è la stessa differenza tra la statua e
la carne e quando finalmente si arriva al cuore
delle cose, la causa prima per cui abbiamo
iniziato questo cammino a ritroso è ormai
perduta, addormentata, marmorizzata per sempre.
Come dire, usando il titolo di un libro di
Carofiglio, “il passato è una terra straniera”,
ed il ricordo stesso può essere fonte di
disperazione perché è sì consapevolezza di
qualcosa di dolce, idealizzato, familiare, ma
perduto per sempre, irrecuperabile. Ecco come
anche la memoria può diventare per De Francesco
un arma atta a farci male, a farci sanguinare
gli occhi ed il cuore.
Voglio concludere questa mia sommaria,
incompleta, relazione sul pittore analizzando
brevemente un’opera che a mio avviso ben
testimonia la produzione di De Francesco,
riassumendo in sé tutti i grumi essenziali della
sua arte. Si intitola “1, 1, 2, 3, 5 il 6 rompe
l’aureo progredire”. L’immagine è criptica,
mostra delle figure di cavalli e cavalieri che
si riflettono a vicenda per la presenza di una
pozza d’acqua a terra. Da dove deriva questa
immagine? Solo la cultura è in grado è di
decifrare il titolo. Infatti esso è
l’esposizione della “progressione di Fibonacci”,
complessa teoria matematica che dimostra come la
natura si espanda secondo un progetto armonico,
numericamente perfetto. Ma la natura – quando
dalla carta si passa alla vita- non sempre
progredisce. Infatti la visione – a ben
guardare- nasconde un vulnus inesorabile:
su uno dei cavalli del riflesso, quindi non
apparentemente avvertibile, nascosto nelle
pieghe della realtà, siede lo scheletro della
morte con la falce che miete. La figura della
morte, non solo simbolicamente, ma anche
numericamente disturba l’armonia della natura
(infatti, secondo la progressione di Fibonacci,
dopo il cinque viene l’otto e non il sei) e
rompe i piani che ognuno di noi meticolosamente
cerca di portare in porto. Vediamo allora come
in questa piccola tela, De Francesco dispieghi
compiutamente ed essenzialmente il suo mondo di
artista: cultura, pensiero, pessimismo,
bellezza, ricerca dell’armonia, dolore.
Ecco, ci troviamo di fronte ad un grande, vero,
artista ed io mi sento onorato di essere stato
chiamato a parlarne. Grazie.
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L’IMPERFETTA GEOMETRIA
BELLA OPERA PRIMA DELLO SCRITTORE CALABRESE
PIETRO DANIELI
L’imperfetta geometria è quella dei sassi sulla
spiaggia, le pietre forgiate dal costante bacio
del mare che onda dopo onda, secolo dopo secolo,
ne fa un emblema di “vita” della Natura (anche
se vita minerale)che continuamente si modifica,
si trasforma, pur rimanendo nell’essenza
estremamente viva e uguale a se stessa. E questa
geometria, seppur imperfetta, è qualcosa di
buono.
Poi c’è la geometria imperfetta e cattiva,
quelle delle cellule umane fatte impazzire dalla
malattia, dal cancro, che anziché perpetrare la
vita generano morte, la peggiore morte.
Questa insanabile antinomia è al centro del
libro “L’imperfetta geometria” di Pietro Danieli
(Calabria Letteraria Editrice, 2010, pp. 277),
ingegnere calabrese con il “vizio” per la
scrittura che mischiando parti di realtà
biografica alla fiction del romanzo, ha composto
un gran bel lavoro (opera prima) in cui è
narrata la vita (e la morte) di Lorenzo Staldi,
medico affermato dalla vitalità a volte
debordante, definitivamente sconfitto dal cancro
all’intestino.
Detto cosi può sembrare un libro triste da non
consigliare ai più apprensivi. Ed invece, questo
libro, lo consiglio a tutti, specialmente ai
buoni lettori. Perché Danieli, prima che un
testimone, è un vero scrittore. Ed il libro lo
dimostra.
La storia, la trama, è “girata” con una macchina
cinematografica che alterna movimenti nel tempo
presente (la scoperta della malattia, la degenza
ospedaliera che ricorda- con le dovute distanze-
quella dei personaggi della Montagna Incantata
di Mann, il dialogo con le persone care ed alla
fine il distacco vero e proprio dalla vita) con
lunghi flashback nella passato (quando il
giovane Lorenzo, dopo aver superato un duro
momento di scoramento scopre il piacere
“agrodolce” della vita). I piani si intersecano
senza soluzione di continuità, scorrendo
naturalmente (con un architettura complessiva
veramente degna di un ingegnere) uno sotto
l’altro per comporre un affresco multiforme che
però dà il senso compiuto del personaggio a
tutto tondo.
Il personaggio. Lorenzo Staldi, il malato ed il
ragazzo, è l’attore principale attorno al quale
ruotano tante figure di comprimari, immagini che
si affiancano, si sovrappongono e poi spariscono
come in un diorama molto realistico. Ma il
flusso di coscienza (si veda l’incipit
lunghissimo del libro, tutto concentrato nella
mente della “prima persona”) del protagonista
subissa tutti; la sua vita interiore è corposa e
domina addirittura sull’azione. Come nel Werther
di Goethe, anzi, quando l’azione predomina
arriva il tormento ed la paura dell’errore,
della inadeguatezza, a bloccare il tutto su
posizioni di stallo e di vero e proprio dolore.
Un personaggio dalla duplice connotazione:
sensibile e cinico, attento e sfottente,
razionale ed istintivo, su di giri e depresso,
moderno e tradizionale, riflessivo ed impetuoso,
sarà travolto ma definitivamente trasfigurato in
bene (si legga in particolare l’accorata lettera
alla figlia ed i messaggi d’amore alla moglie
nelle ultime pagine del libro) dall’ingresso
nella sua vita della malattia.
Il linguaggio del libro, ancora, seppure crudo,
a volte persino scatologico visto che deve
descrivere, oltre agli stati d’animo e ai
dialoghi vari tra i personaggi, soprattutto la
malattia e i suoi effetti ultimi, deleteri, è il
vero punto di forza del libro. Un linguaggio
plurivalente che sa modellarsi a seconda dei
registri narrativi e delle situazioni in cui si
trova il personaggio: a volte vivacemente
semplice tendente al basso, altre volte
colloquiale e medio, altre volte alto e poetico;
un linguaggio soprattutto lucido e fresco che
affronta i vari capitoli del libro con una
partecipazione emotiva agli eventi abbastanza
sostenuta. Un linguaggio che riserva anche
qualche sorpresa, come ad esempio quando
descrive il sopraggiungere della morte del
protagonista. La morte, la nemica che sempre
tormenta l’uomo, viene qui raccontata attraverso
la metafora del campo da attraversare per
arrivare alla meta ultima ma con un fraseggio
poetico, incalzante, dai forti toni suggestivi,
con repentini cambi di umore e di emozioni che
la terminologia, spesso formate endiadi,
sim-pateticamente restituisce.
Veniamo infine al suo autore. Pietro Danieli ha
pubblicato un’opera prima ma è già abbastanza
maturo per potersi dire uno scrittore. Sostenuto
da una buona cultura che travalica quella
letteraria tout- court, ci lascia intuire che sa
spaziare in altri ambiti. Una volta è la musica,
un’altra il cinema, queste suggestioni hanno
formato una forma mentis impiegata nel tessere
un racconto che sa come avvincere il lettore, sa
come emozionarlo, come tenerlo avvinghiato alla
pagine. Un lettore che, alla fine del libro, non
è più quello di prima: potere della letteratura.
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I futuristi
barcellonesi, vecchi e nuovi
Il versante
Nord-Ovest della provincia di Messina, quella
lingua di terra che stretta tra mare e montagna
si distende dal capoluogo sino a Patti, ha
partecipato alla vicenda futurista (dell’isola e
dell’Italia) con uomini, idee e produzioni di
altissimo valore innovativo che non limitandosi
agli anni della piena affermazione del movimento
si sono dimostrati veri e propri semi a “lunga
germinazione”, cioè capaci di produrre anche a
distanza di decenni nuove ed importanti
manifestazioni culturali che affondano nella
complessa e problematica contemporaneità.
I nomi
“storicizzati” sono più o meno noti:
Vann’Antò,
Nicotra,
D’Anna,
Vasari,
Carrozza,
Drago,
Impallomeni e più tardi
Joppolo e
Pino. Soprattutto, il futurismo messinese
si identifica in
Gugliemo Jannelli, figura ribelle e
critica al tempo stesso, perfettamente inserita
nel corpus nazionale del movimento, che dal suo
famoso “Villino Mamertino” si fece tramite
dell’irradiazione dei punti salienti e più
vitali del “verbo” marinettiano (per quanto
riguarda l’ambito letterario) e, per la pittura,
di quello di Balla.
Jannelli fu
autore di numerose “tavole parolibere”
inneggianti alla modernità e alla propria terra
ma seppe distanziarsi dalle posizioni dei
futuristi più “ortodossi” per quanto riguarda il
rifiuto di certi valori (la violenza
“dimostrativa”, la misoginia) e di certe
simpatie politiche (nel 1924 scrisse un pamphlet
contro l’imborghesimento del fascismo).
Soprattutto seppe accogliere la pittura di
Giacomo Balla e la grafica progettuale di
Depero, elementi culturali di grande
intellettualismo che in un ambiente fortemente
legato al verismo tardo-ottocentesco o al
liberty decorativo rappresentavano delle novità
“esplosive” ma forse alquanto eccentriche e non
completamente comprensibili.
Altro punto
nodale del futurismo sui generis di
Jannelli è la considerazione della tradizione in
chiave moderna; in questo senso si comprende la
battaglia per la riapertura del teatro greco di
Siracusa. Nella sua pubblicazione “Il Teatro
Greco di Siracusa ai giovani siciliani” (1924)
si rivendica l’apertura del Teatro a
rappresentazioni di «giovani siciliani
ancora non rappresentati», oltre al
recupero “futurista” del dialetto e di alcuni
aspetti delle tradizioni popolari siciliane.
Il futurismo
jannelliano, come è stato scritto, fu una
rilettura critica di quanto propugnato da
Marinetti e soci. Rilettura che se da un lato
accoglieva entusiasticamente il libertarismo,
l’anti-formalismo accademico, l’energia creativa
giovanile, l’amore per la velocità ed il senso
vitale del colore inteso come dinamismo,
dall’altro rifiutava nettamente l’accettazione
aprioristica del modernismo, il culto
provocatorio della violenza e della guerra e
soprattutto l’involgimento borghese di certe
accomodanti, ed incoerenti, posizioni politiche
che lo stesso Marinetti si trovò ad assumere.
Immediatamente, le posizioni di Jannelli e degli
altri futuristi messinesi (voglio comunque dire
per inciso che l’adesione dei “messinesi” al
futurismo comincia a datare 1913-14), non furono
recepiti dalla stantia cultura locale. Per
testimonianza popolare, lo stesso Jannelli,
veniva considerato dalla sua gente un eccentrico
personaggio, che poteva permettersi – per la sua
alta posizione economica – ogni “lusso”
culturale. Come sempre accade, i frutti di una
irripetibile stagione matureranno solo alcuni
decenni dopo.
Prima di arrivare al succo
del nostro tema “Il
Futurismo come attualità e divenire”, cioè alle
connessioni del movimento avanguardistico con la
creatività del presente e, soprattutto, le sue
possibili interazioni con quella del futuro,
voglio soffermarmi brevemente sulle prime,
storiche, influenze del futurismo sulla cultura
locale. Mi riferisco in particolare alla poesia
di Nino Pino e, più tardi, a quella di Bartolo
Cattafi.
Nino Pino fu politico
appassionato, ardito scienziato, drammaturgo,
instancabile ricercatore della tradizione
contadina della sua terra. Ma fu anche poeta,
come scrisse il critico Giovanni Orsini
«di
ceppo futurista e di proda mediterranea».
Sciami di sparse parole è la prima
raccolta di Pino, edita a Milano nel 1940 per i
tipi della casa editrice “Quaderni di Poesia”.
Pino è poeta, dunque, “neo-futurista”,
discostandosi dai “primi” non solo per evidenti
motivi cronologici ma soprattutto per i
contenuti. Del futurismo Pino accetta certi
aspetti formali (metro libero e variabile,
“scatti” tipografici, uso di onomatopee,
interpolazione di poesia e prosa) e qualche
valore “modernista” (esaltazione della velocità,
esaltazione dei tempi moderni e delle nuove
invenzioni) alla Palazzeschi o alla Marinetti.
Ma dai futuristi tout-court Pino – come
si è già detto per Jannelli - si distacca
decisamente per il rifiuto di altri e capitali
temi come “la volontà di potenza”, l’esaltazione
cieca della guerra e della violenza, il ribrezzo
verso il passato e le tradizioni, e per le
posizioni politiche anarchico/comuniste. Pino
soprattutto concentra nella sua poesia un
intento umanitaristico e solidale con i più
deboli che i futuristi – anche per la loro
particolare posizione storica e politica –
nemmeno sfiorarono.
L’influenza del futurismo
sulla poesia di Cattafi è invece più difficile
da rintracciare. Sebbene sia emblematico il
fatto che la sua prima raccolta “Le mosche del
meriggio”, del 1951, venga dedicata al poeta
futurista Corrado Govoni (presentatogli, a
Milano, dallo stesso Nino Pino), si può
benissimo affermare che la forma poetica del
giovane Cattafi, per compostezza metrica e
ricercatezza linguistica, risenta esplicitamente
di Montale, degli ermetici e di Quasimodo.
Niente acrobazie futuristiche, dunque, nemmeno
sul piano contenutistico. V’è però, e questo
bisogna puntualizzarlo, già nelle prime poesie e
man mano nel corso della carriera, un approccio
dissacrante alle cose poetiche, anche con
“giochi di parole” ed inversioni di senso,
provocatorio diremmo, anti-retorico e libero dai
miti (antichi e moderni) che non può non essere
inteso come il lascito tra i più incisivi e
vitali della poetica futurista.
Veniamo al presente e (si
spera) al futuro, restando sempre localizzati
nella medesima cittadina, Barcellona Pozzo di
Gotto, che seppe raccogliere con grande
propulsione ed intensità di rielaborazione
quanto dal “Villino” di Jannelli (distante non
più di un paio di chilometri da Barcellona)
andava irradiandosi.
Il mezzo privilegiato
della “guerra futurista” fu senza dubbio la
parola. Parola, che presagendo il senso
dell’intero ventesimo secolo, può diventare
“costruttrice”, “demolitrice” e
“ri-costruttrice”: persino “immagine”. La parola
che si fa immagine e viceversa, in uno scambio
inscindibile di campi logici e semantici, per
costruire il “mondo nuovo”: l’utopia del XX
secolo. Questa fu l’intuizione più forte del
futurismo, davvero la prima avanguardia moderna
del secolo; questa innovazione percorse tutte le
altre avanguardie europee, da “dada” al
“concettualismo”, fino alla “poesia visiva” e
oltre. E sulla parola, o meglio sulla sua
de-contestualizzione e successiva ri-contestualizzazione (in chiave semantica ed
iconica), costruiscono il loro fare arte due
artisti barcellonesi, uno conosciuto in tutto il
mondo come co-ideatore della “Poesia Visiva”,
Emilio Isgrò, l’altro in cerca di una più
meritata affermazione,
Marcello Crinò.
Emilio Isgrò, che già
nell’adolescenza mostrava quella prontezza di
spirito legata al gioco delle parole, al
calembour in chiave neo-futurista, è
divenuto celebre per le Cancellature,
cioè per l’azione intellettuale operata sui
capisaldi della letteratura mondiale intesi come
emblemi figurativi ed artistici, dei quali –
attraverso la cancellazione di alcune parole e
la messa in risalto di altre – si poneva il fine
di ribaltare il senso del loro messaggio e
dimostrare al contempo la libertà della parola e
la sua “intima” disponibilità alla manomissione.
Lo studioso Carmelo Aliberti, a proposito del
poeta-Isgrò, ha scritto:
«Isgrò
appare nella tempesta delle operazioni
d’avanguardia che dilaga nella nostra
letteratura, e che spesso sottintendeva valenze
ideologiche contestatrici del sistema alto
borghese… voleva tracciare le linee di una
rivoluzione che svuotasse di pregnanza
contenutistica la parola, per impedire ad essa
sia la possibilità di darsi un ordine
logico-espressivo, che di esprimere messaggi o
trasmettere comunicazioni che potessero plagiare
ancora di più le masse, affamate solo di
consumismo. Isgrò si accorse che la parola non
può più essere lo strumento privilegiato
dell’operazione poetica, ma deve trasformarsi in
avvenimento estetico, in cui il segno verbale
possa coniugarsi con il segno iconico, creare
cioè una poesia visiva, in cui il momentaneo
equilibrio ritrovato possa rappresentare un
momento di ulteriore attesa».
E’ la “poesia visiva”, che senza dubbio non può
non risentire dei “collage tipografici” di
Marinetti, delle poesie di Mazza, di Govoni o di
Soffici. Con la stessa “audacia”, Isgrò ha
sistemato le mosche vicino alle parole (Le
api della Torah), ha “riscritto” testi (Ideologia
della sopravvivenza), ha paragonato Dio, per
la sua perfezione assoluta, ad una delle
automobili più affidabili sul mercato (Volkswagen
bianca in campo nero), ha ingigantito fino a
farlo diventare un totem il Seme d’Arancia,
cioè il mezzo economico su cui si fondava la sua
città. Altro punto di contatto tra Isgrò e i
futuristi potrebbe essere il rifiuto istintivo
del nihilismo che certe avanguardie propugnano e
da cui invece, Marinetti e soci, si
distanziarono con un atteggiamento vitalistico,
propositivo e ricostruttore. Questa notazione
traiamo dalle parole rilasciate dallo stesso
Isgrò nel corso di un’intervista, in cui lo
stesso artista ribadiva il solo apparente
intento distruttivo delle sue Cancellature,
le quali anzichè di «cadere nel nichilismo […]
mantengono una grande fiducia nel linguaggio. Un
privilegio concesso all’arte come strumento di
conoscenza».
Colui che ha meglio
compreso, ed in maniera non epigonica, il
messaggio di Isgrò è un artista
semi-sconosciuto, appartato e misurato come
Marcello Crinò. Anche lui di Barcellona Pozzo di
Gotto, prima di approdare al “concettualismo”
(di marca futurista e dadaista: d’altronde è
facile rintracciare nel Dadaismo la
continuazione “sotto mentite spoglie” di tanto
futurismo), è passato per una fase verista e
realista. Il mestiere imparato (Crinò è
architetto) ha fatto di lui un concettuale
metodico e figurativo, ma dalla vitalità
artistica accesa e contemporanea. Anche il Crinò,
come Isgrò, inserisce elementi verbali nelle sue
opere con i medesimi obiettivi di straniamento,
di ribaltamento o di rafforzamento del
messaggio. Parola che sa lasciare spazio a
particolari iconici tratti direttamente dai
media giornalistici (come pure dalla pittura
classica, attraverso riproduzioni librarie o
riporti disegnativi veri e propri), a inserti
coloristici, ad interventi grafici di una certa
complessità realizzativa. L’arte di Crinò, che
si regge su assunti intellettuali finissimi e
complessi, è formata anche da immagini
fotografiche colorate, sgranate, di forte
impatto visivo (v’è in ciò un omaggio alla
tecnologia come “segno dei tempi”), o da ritagli
di giornale incollati e sovrapposti: un’arte
dialogo, un’arte-cronaca ma senza le
implicazioni negative che la parola cronaca
potrebbe lasciare intendere, perché in lui ogni
elemento cronachistico è filtrato e trasposto, è
come dire sublimato, è reso artistico, insomma.
Gli ultimi lavori di Crinò sono i Palinsesti,
cioè accumuli- strato su strato – di articoli
giornalistici (una specie di de-collage alla
Rotella ma “al contrario”) disposti in apparente
ordine casuale ma che nel loro configurarsi come
opere infinite (infinite perché sfruttano
l’elemento-tempo) vogliono assumere la valenza
di continue “ri-contestualizzazioni” o di nuove
impaginazioni delle notizie e della storia. C’è,
in questa mediazione tra letteratura e realtà,
una certa vicinanza dell’arte del Crinò con la
“singlossia” laddove essa «propone una
riconsiderazione del reale che ne allarga le
maglie e, giocando sui nessi di superficie, vi
include quel margine impossibile, perché
inedito, spesso emotivo e mai convenzionale».
Il futurismo non
è mai morto. Sempre rinnovandosi, nonostante le
critiche (a volte giustificate), ha saputo far
fruttare le sue istanze più pregnanti in tutte
le avanguardie (italiane e non) del Novecento,
arrivando a sedimentarsi anche in forme
culturali del presente apparentemente opposte
(penso all’uso del computer, della tecnologia,
nella musica leggera contemporanea per estendere
e potenziare la voce del cantante e alla
contentezza che avrebbe potuto provare, in
questo,
Luigi Russolo, inventore degli
Intonarumori) rappresentando per molti
aspetti uno specchio fedele del “secolo breve”,
del secolo infinito.
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MALTA E SICILIA: LEGAMI DI SANGUE
Esiste un lungo filo storico che unisce la
Sicilia a Malta, un filo storico che le unisce e
le apparenta, e che in un vero scenario
“euro-mediterraneo” dovrebbe essere riscoperto e
valorizzato (almeno da parte dei governi delle
due isole!) nella sua vera sostanza. La Sicilia
e Malta, due isole baricentro del mondo
mediterraneo, e non solo per motivi geografici,
sempre rese partecipi nei secoli dalla storia
dell’uomo, dalla Grande Storia dell’uomo
occidentale. Ma fu la Sicilia, la più grande
isola del “Mare Nostrum”, per la sua
natura e per la sua grandezza, ad avere il
predominio storico, ad essere (se volessimo
umanizzare la storia) la madre. E’ grazie
infatti alla presenza della Sicilia, quest’ultimo
avamposto italiano ed europeo, e alla sua
intermediazione, che Malta visse come un lembo
europeo, che potè godere della cultura e dei
progressi che sul continente andavano
sviluppandosi. Questo ruolo la Sicilia svolse
almeno fino all’avvento sull’isola dei Cavalieri
Ospedalieri di San Giovanni nel 1530 (che da
allora saranno conosciuti come Cavalieri di
Malta), anche se perfino nella splendida epoca
dei Cavalieri l’apporto siciliano sarà
determinante per Malta, sotto forma di artefici,
di artisti, di militari valorosissimi.
Il
legame che unisce le due isole (legame sempre
vivo per la loro vicinanza geografica, anche a
prescindere dai racconti storici) comincia ad
appalesarsi storicamente già sotto la
dominazione Romana. Malta, all’interno delle
guerre puniche, divenne una strategica base
militare per i Romani che la conquistarono (come
racconta Tito Livio) nel 216 A.C. con il console
Tito Sempronio Gracco. L’isola venne cosi
confederata alla Repubblica Romana, e ai suoi
abitanti venne riconosciuto lo status di “Soci”.
I due maggiori centri abitati (Melita e Gaulos)
vennero in seguito eretti in “Municipi” e
amministrati da un “Procurator” ,
sottoposto a sua volta alla giurisdizione del
Proconsole di Sicilia, che in seguito alla prima
guerra punica era diventata la prima provincia
del nascente imperialismo (ma ancora
repubblicano) romano.
Successivamente, nell’età del pontificato di
Gregorio Magno (590-604 D.C.), la dipendenza di
Malta dalla Sicilia, divenne di natura
religiosa. Infatti nelle sue epistole, quel
pontefice enumerava tra i Vescovi di Sicilia
anche il Vescovo di Malta, che era quasi sempre
un italiano, poiché nella suddivisione della
Cristianità per province, Malta ricadeva in
quella Siciliana. Gli ordini monastici che via
via si andranno ad impiantare nell’isola,
proverranno sempre dalla Provincia di Sicilia,
nella quale risiedeva il loro superiore e dalla
quale dipendevano giuridzionalmente.
Ma il vero e più
stringente incontro tra la storia dell’isola
maltese e quella siciliana avverrà sotto la
dominazione normanna. I Normanni, vichinghi del
Nord Europa, cominciarono ad apparire nel
Mezzogiorno d’Italia già attorno all’anno 1000,
come pellegrini in transito verso la Terra Santa
oppure come mercenari al servizio di signorotti
locali. Erano conosciuti come uomini giganteschi
e soprattutto come valorosi, spietati guerrieri.
Questa fama li aiutò di certo ad incutere
terrore (ancor prima di combattere) nelle
popolazioni del Sud Italia, tanto che a partire
dalla meta del secolo XI, con un manipolo
sparuto di uomini cominciarono via via a
conquistare per se stessi ampi territori. Chi
più di distinse in queste lotte di conquiste
furono i fratelli Altavilla, Roberto il
Guiscardo e Ruggero. Essi, infatti, in poco più
di un ventennio sottomisero al gioco normanno
tutto il Sud Italia e si imposero sulla scena
internazionale come una potenza militare e
politica di tutto rispetto. I normanni misero
piede in Sicilia intorno al 1060. Anche
nell’isola riuscirono ad avere la meglio sulle
truppe musulmane (in lotta tra loro) che dalla
meta dell’Ottocento avevano sotto il loro potere
l’isola. La guerra di conquista normanna terminò
nel 1091, quando sotto Ruggero I detto il
Granconte cadde l’ultima roccaforte musulmana:
Taormina. Nello stesso anno, Ruggero I, nella
sua ottica di espansione africana, strappò ai
musulmani pure l’isola di Malta, che da allora
venne riconosciuta come un’isola appartenente
alla Sicilia, la cui capitale nel frattempo era
stata spostata da Messina a Palermo. Narra la
leggenda che, sbarcato a sulle coste Maltesi ed
accolto come un liberatore dai superstiti
cristiani, Ruggero donò loro il suo mantello sul
quale era impressa una croce bianca su campo
rosso, che da allora è la bandiere nazionale
dell’isola. Da allora in poi, diverrà sempre più
costante l’elemento etnico siciliano nella
popolazione maltese, cosi come quello culturale
e linguistico che è uno dei sostrati del moderno
dialetto maltese. Morto Ruggero I, gli successe
il figlio Ruggero II, divenuto nel 1140 Re di
Sicilia. L’isola di Malta, ormai del tutto
equiparata agli altri possedimenti “palermitani”
e su cui vigevano leggi peculiarmente siciliane
(come ad esempio quella della “Legazia
Apostolica”), continuò ad essere un
importate avamposto relativamente all’espansione
siciliana nel bacino del Mediterraneo. E grande
dovette essere il beneficio di Ruggero verso i
Maltesi se fino a qualche tempo fa la chiesa
isolana ricordava l’anniversario della morte del
re, avvenuta il 26 febbraio del 1154. In
seguito, Malta, che molto probabilmente veniva
considerata come una pertinenza del re, cominciò
ad essere infeudata a questo a quel signore
normanno. Attorno al 1186-90 Tancredi conte di
Lecce (nipote di Guglielmo primo detto il
“Malo”) poi divenuto per “elezione” Re di
Sicilia, ultimo re normanno prima
dell’unificazione con l’Impero germanico operata
da Enrico VI creò, infatti, Margaritone da
Brindisi << Conte di Malta>>, cedendogli in
feudo le isole.
Sotto il regno di Federico
II (1198-1250) la storia delle due isole
continua a correre parallela. Malta è pertinenza
siciliana, che come essa affronta una graduale
latinizzazione (a discapito dell’etnia
musulmana) della popolazione e soprattutto una
costante (ma alla lunga fallimentare) politica
anti-baronale. A proposito, fu proprio
sull’isola di Malta che fu deportato il ribelle
Conte di Celano con parte della sua popolazione
abruzzese. Ma a Malta dalla Sicilia, arrivò ben
altro regalo. Alla corte palatina di Federico
s’era raccolta una cerchia di intellettuali
giuristi che, sulla scorta delle corti
provenzali, coltivava una raffinata poesia
d’amore. Scrivendo, e questa è la novità, in una
lingua diversa dal latino o dal provenzale: il
siciliano aulico. Questo che è forse il primo
tentativo di un uso a fini culturali di una
lingua regionale (il volgare), sarà molto
importante ai fini della creazione del volgare
italiano, di cui appunto il siciliano si pone
come matrice prima. Echi di questa moda
culturale ma soprattutto di questa lingua
filtreranno pure sull’isola maltese, divenendo
cosi la prima lingua nazionale maltese. Durane
il periodo federiciano Malta continuerà tuttavia
ad essere terra feudale.
La guerra del Vespro
(1282-1302) terminerà “virtualmente” a Malta,
quando la flotta siciliana comandata da Ruggero
di Lauria affonderà nel porto maltese i resti
della flotta angioina. Malta, seguendo ancora la
Sicilia, diverrà successivamente una dominazione
aragonese. Ed il suo governo verrà fatto
succedere da Ruggero di Flor a Nicolò
Acciaiuoli, da Guglielmo d’Aragona a Gugliemo
Moncada a Artale d’Aragona. Il regime feudale
dovette interrompersi nel 1427, quando un
diploma rilasciato dal re Alfonzo d’Aragona,
sanciva l’affrancamento dei maggiori centri
maltesi, il riconoscimento dei privilegi
accordati fin dall’età normanna, accomunandoli
cosi a città come Palermo, Messina, Siracusa,
Catania che appartenendo al Regio demanio non
potevano essere concesse in feudo.
Il filo diretto tra la
Sicilia e Malta, viene ad interrompersi
formalmente nel 1530, sotto il regno
dell’Imperatore Carlo V di Spagna e d’Asburgo.
Il mondo mediterraneo, in quegli anni, stava per
essere sconvolto nuovamente dalle forze
musulmane che da truppe piratesche si stavano
trasformando, sotto l’egida dell’impero turco
ottomano, in una temibile potenza
imperialistica. Il fatto più grave fu senza
dubbio l’assalto e la conquista di Rodì (1523),
l’isola su cui i Cavalieri Ospedalieri di San
Giovanni, che dall’anno Mille difendevano e
custodivano i cristiani di Terra Santa, si erano
da secoli rifugiati. Rimasero i Cavalieri, dopo
la perdita della loro isola, raminghi ed esuli
per l’Europa. Fu a questo punto che Carlo V,
ricordandosi forse i mille servigi che la Marina
dell’Ordine aveva prestato all’Impero, decise di
donare loro l’isola di Malta, Gozo (strappandole
alla corona siciliana e contro la volontà della
popolazione che vedeva cosi lesi i privilegi
accordati dal diploma di Alfonzo) e la
piazzaforte di Tripoli in Barberia. Da allora in
poi le due isole percorrano percorsi storici
diversi ma paralleli. La “perdita” veniva
ricordata in passato con il dono al Viceré di
Sicilia, da parte del Gran Maestro dell’Ordine
nel giorno di Ognissanti, di un falcone.
Sotto il governo dei
Cavalieri, che fu magnanimo ma severo, l’isola
di Malta subì quelle trasformazioni capitali
(architettoniche, militari, urbanistiche e
sociali) che tutt’oggi la impreziosisce. I
siciliani continueranno naturalmente ed
abbondantemente ad essere presenti nell’isola
come militari-religiosi inquadrati nella Nazione
Italiana, ma fu il continuo approdo di
lavoratori, di artisti, di architetti siciliani
(ma non solo: ci furono pure romani, lombardi,
genovesi, napoletani) attirati dalla grande mole
delle commesse, che fece sì che il filo che
legava da sempre non si spezzasse del tutto,
tanto che ancora oggi la gran parte delle
chiese, dei palazzi, delle piazze sembra
vagamente siciliano, e tanto che gran parte dei
cognomi della popolazione suona dolcemente
italiano.
La fine del Settecento
vide il tramonto di Malta come “Isola dei
Cavalieri”. Dopo che le loro fortezze avevano
respinto con orgoglio tutti gli attacchi turchi
(1547- 51- 54- 60- 63- 65), dopo che le loro
flotte avevano dato un apporto decisivo alla
vittoria di Lepanto (1571), nel 1798 la colonia
cavalleresca guidata dal Gran Maestro Hompesch è
costretta ad aprire le porte della fortezza di
La Valletta alle truppe francesi di Napoleone
Bonaparte, che nel quadro della sua Campagna
d’Oriente aveva bisogno di una base
mediterranea. Ma la dominazione francese non
durò a lungo. Infatti nell’agosto dello stesso
anno scoppiò un’insurrezione maltese che
appoggiata dagli inglesi di Nelson, aveva
l’intenzione di riportare l’isola nell’alveo
della corona siciliana, che nel frattempo era
passata ai Borbone. Nel 1800 terminò l’assedio
di La Valletta, al termine del quale i francesi
si ritirarono dall’isola. Il Boll, un inglese
fungente da luogotenente del Re delle Due
Sicilie, prese possesso dell’isola. Ma il
tradimento inglese (l’ennesimo tradimento
inglese nel corso della storia) era dietro
l’angolo. L’interesse inglese per Malta non
derivava da una sorta di filantropia
anti-francese o da un’alleanza filo- siciliana,
bensì dal segreto scopo di occupare un punto
strategico all’interno dello scacchiere
mediterraneo, dal quale poter gestire la
politica imperialista, mercantile e coloniale.
Infatti subito dopo aver preso possesso di Malta
in nome del Re di Sicilia, il Boll e il Pigot
successivamente, amministrarono l’isola in nome
del Re inglese. A nulla servì la Pace di Amiens
(1802) grazie alla quale Malta doveva tornare in
mano ai Cavalieri. Gli inglesi restarono
saldamente sulle loro posizioni, finchè nel
trattato di Vienna (nel quale si ricostrì
l’Europa post- napoleonica) Malta fu affidata
definitavemente al governo inglese, fino alla
sua definitiva indipendenza moderna (1960), ed
in barba alle richieste dei Cavalieri di San
Giovanni e del Re di Sicilia, suo antico e
legittimo possessore.
Con questa introduzione,
si spera, di aver messo (seppur in maniera
necessariamente sommaria) in luce i rapporti
storici che nei secoli hanno legato le due isole
mediterranee. Legami che come si è detto, non
furono solo politici e militari, ma pure
artistici, culturali e sociali. Paradossalmente
fu però dopo la perdita siciliana di Malta
(1530) che cominciarono ad intensificarsi quegli
“scambi umanistici” appena accennati. O
quantomeno, le opere d’arte prodotte a partire
da quel periodo sono quelle che si sono
conservate fino ai giorni nostri. Lo studio
seguente vorrà mettere in luce gli scambi
artistici (precipuamente pittura e scultura) e
le problematiche legate agli artisti che le
hanno prodotte.
BIBLIOGRAFIA
ANNIBALE SCICLUNA SORGE,
Malta: visione storica sintesi politica,
Livorno 1932.
SALVATORE TRAMONTANA,
Monarchia normanna e sveva, Utet Torino
1986.
PIERRE AUBE’, Ruggero
II: Re di Sicilia, Calabria e Puglia, Newton
& Compton Roma 2002.
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