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Andrea Italiano
Comunica con l'autore degli articoli: Andrea Italiano
Il
giovanissimo Andrea Italiano si è laureato al D.A.M.S. di Palermo in discipline artistiche musica e
spettacolo, è già da diversi anni che si occupa anche di
elaborare articoli sulle nostre radici artistiche. I suoi
numerosi testi sono documentati da esaurienti note di
riferimento che ci portano alla fonte delle sue ricerche. I suoi
articoli sono stati pubblicati su periodici di Barcellona, ma
anche su riviste specializzati nella ricerca artistica.

MALTA E SICILIA: LEGAMI DI SANGUE
Esiste un lungo filo storico che unisce la
Sicilia a Malta, un filo storico che le unisce e
le apparenta, e che in un vero scenario
“euro-mediterraneo” dovrebbe essere riscoperto e
valorizzato (almeno da parte dei governi delle
due isole!) nella sua vera sostanza. La Sicilia
e Malta, due isole baricentro del mondo
mediterraneo, e non solo per motivi geografici,
sempre rese partecipi nei secoli dalla storia
dell’uomo, dalla Grande Storia dell’uomo
occidentale. Ma fu la Sicilia, la più grande
isola del “Mare Nostrum”, per la sua
natura e per la sua grandezza, ad avere il
predominio storico, ad essere (se volessimo
umanizzare la storia) la madre. E’ grazie
infatti alla presenza della Sicilia, quest’ultimo
avamposto italiano ed europeo, e alla sua
intermediazione, che Malta visse come un lembo
europeo, che potè godere della cultura e dei
progressi che sul continente andavano
sviluppandosi. Questo ruolo la Sicilia svolse
almeno fino all’avvento sull’isola dei Cavalieri
Ospedalieri di San Giovanni nel 1530 (che da
allora saranno conosciuti come Cavalieri di
Malta), anche se perfino nella splendida epoca
dei Cavalieri l’apporto siciliano sarà
determinante per Malta, sotto forma di artefici,
di artisti, di militari valorosissimi.
Il
legame che unisce le due isole (legame sempre
vivo per la loro vicinanza geografica, anche a
prescindere dai racconti storici) comincia ad
appalesarsi storicamente già sotto la
dominazione Romana. Malta, all’interno delle
guerre puniche, divenne una strategica base
militare per i Romani che la conquistarono (come
racconta Tito Livio) nel 216 A.C. con il console
Tito Sempronio Gracco. L’isola venne cosi
confederata alla Repubblica Romana, e ai suoi
abitanti venne riconosciuto lo status di “Soci”.
I due maggiori centri abitati (Melita e Gaulos)
vennero in seguito eretti in “Municipi” e
amministrati da un “Procurator” ,
sottoposto a sua volta alla giurisdizione del
Proconsole di Sicilia, che in seguito alla prima
guerra punica era diventata la prima provincia
del nascente imperialismo (ma ancora
repubblicano) romano.
Successivamente, nell’età del pontificato di
Gregorio Magno (590-604 D.C.), la dipendenza di
Malta dalla Sicilia, divenne di natura
religiosa. Infatti nelle sue epistole, quel
pontefice enumerava tra i Vescovi di Sicilia
anche il Vescovo di Malta, che era quasi sempre
un italiano, poiché nella suddivisione della
Cristianità per province, Malta ricadeva in
quella Siciliana. Gli ordini monastici che via
via si andranno ad impiantare nell’isola,
proverranno sempre dalla Provincia di Sicilia,
nella quale risiedeva il loro superiore e dalla
quale dipendevano giuridzionalmente.
Ma il vero e più
stringente incontro tra la storia dell’isola
maltese e quella siciliana avverrà sotto la
dominazione normanna. I Normanni, vichinghi del
Nord Europa, cominciarono ad apparire nel
Mezzogiorno d’Italia già attorno all’anno 1000,
come pellegrini in transito verso la Terra Santa
oppure come mercenari al servizio di signorotti
locali. Erano conosciuti come uomini giganteschi
e soprattutto come valorosi, spietati guerrieri.
Questa fama li aiutò di certo ad incutere
terrore (ancor prima di combattere) nelle
popolazioni del Sud Italia, tanto che a partire
dalla meta del secolo XI, con un manipolo
sparuto di uomini cominciarono via via a
conquistare per se stessi ampi territori. Chi
più di distinse in queste lotte di conquiste
furono i fratelli Altavilla, Roberto il
Guiscardo e Ruggero. Essi, infatti, in poco più
di un ventennio sottomisero al gioco normanno
tutto il Sud Italia e si imposero sulla scena
internazionale come una potenza militare e
politica di tutto rispetto. I normanni misero
piede in Sicilia intorno al 1060. Anche
nell’isola riuscirono ad avere la meglio sulle
truppe musulmane (in lotta tra loro) che dalla
meta dell’Ottocento avevano sotto il loro potere
l’isola. La guerra di conquista normanna terminò
nel 1091, quando sotto Ruggero I detto il
Granconte cadde l’ultima roccaforte musulmana:
Taormina. Nello stesso anno, Ruggero I, nella
sua ottica di espansione africana, strappò ai
musulmani pure l’isola di Malta, che da allora
venne riconosciuta come un’isola appartenente
alla Sicilia, la cui capitale nel frattempo era
stata spostata da Messina a Palermo. Narra la
leggenda che, sbarcato a sulle coste Maltesi ed
accolto come un liberatore dai superstiti
cristiani, Ruggero donò loro il suo mantello sul
quale era impressa una croce bianca su campo
rosso, che da allora è la bandiere nazionale
dell’isola. Da allora in poi, diverrà sempre più
costante l’elemento etnico siciliano nella
popolazione maltese, cosi come quello culturale
e linguistico che è uno dei sostrati del moderno
dialetto maltese. Morto Ruggero I, gli successe
il figlio Ruggero II, divenuto nel 1140 Re di
Sicilia. L’isola di Malta, ormai del tutto
equiparata agli altri possedimenti “palermitani”
e su cui vigevano leggi peculiarmente siciliane
(come ad esempio quella della “Legazia
Apostolica”), continuò ad essere un
importate avamposto relativamente all’espansione
siciliana nel bacino del Mediterraneo. E grande
dovette essere il beneficio di Ruggero verso i
Maltesi se fino a qualche tempo fa la chiesa
isolana ricordava l’anniversario della morte del
re, avvenuta il 26 febbraio del 1154. In
seguito, Malta, che molto probabilmente veniva
considerata come una pertinenza del re, cominciò
ad essere infeudata a questo a quel signore
normanno. Attorno al 1186-90 Tancredi conte di
Lecce (nipote di Guglielmo primo detto il
“Malo”) poi divenuto per “elezione” Re di
Sicilia, ultimo re normanno prima
dell’unificazione con l’Impero germanico operata
da Enrico VI creò, infatti, Margaritone da
Brindisi << Conte di Malta>>, cedendogli in
feudo le isole.
Sotto il regno di Federico
II (1198-1250) la storia delle due isole
continua a correre parallela. Malta è pertinenza
siciliana, che come essa affronta una graduale
latinizzazione (a discapito dell’etnia
musulmana) della popolazione e soprattutto una
costante (ma alla lunga fallimentare) politica
anti-baronale. A proposito, fu proprio
sull’isola di Malta che fu deportato il ribelle
Conte di Celano con parte della sua popolazione
abruzzese. Ma a Malta dalla Sicilia, arrivò ben
altro regalo. Alla corte palatina di Federico
s’era raccolta una cerchia di intellettuali
giuristi che, sulla scorta delle corti
provenzali, coltivava una raffinata poesia
d’amore. Scrivendo, e questa è la novità, in una
lingua diversa dal latino o dal provenzale: il
siciliano aulico. Questo che è forse il primo
tentativo di un uso a fini culturali di una
lingua regionale (il volgare), sarà molto
importante ai fini della creazione del volgare
italiano, di cui appunto il siciliano si pone
come matrice prima. Echi di questa moda
culturale ma soprattutto di questa lingua
filtreranno pure sull’isola maltese, divenendo
cosi la prima lingua nazionale maltese. Durane
il periodo federiciano Malta continuerà tuttavia
ad essere terra feudale.
La guerra del Vespro
(1282-1302) terminerà “virtualmente” a Malta,
quando la flotta siciliana comandata da Ruggero
di Lauria affonderà nel porto maltese i resti
della flotta angioina. Malta, seguendo ancora la
Sicilia, diverrà successivamente una dominazione
aragonese. Ed il suo governo verrà fatto
succedere da Ruggero di Flor a Nicolò
Acciaiuoli, da Guglielmo d’Aragona a Gugliemo
Moncada a Artale d’Aragona. Il regime feudale
dovette interrompersi nel 1427, quando un
diploma rilasciato dal re Alfonzo d’Aragona,
sanciva l’affrancamento dei maggiori centri
maltesi, il riconoscimento dei privilegi
accordati fin dall’età normanna, accomunandoli
cosi a città come Palermo, Messina, Siracusa,
Catania che appartenendo al Regio demanio non
potevano essere concesse in feudo.
Il filo diretto tra la
Sicilia e Malta, viene ad interrompersi
formalmente nel 1530, sotto il regno
dell’Imperatore Carlo V di Spagna e d’Asburgo.
Il mondo mediterraneo, in quegli anni, stava per
essere sconvolto nuovamente dalle forze
musulmane che da truppe piratesche si stavano
trasformando, sotto l’egida dell’impero turco
ottomano, in una temibile potenza
imperialistica. Il fatto più grave fu senza
dubbio l’assalto e la conquista di Rodì (1523),
l’isola su cui i Cavalieri Ospedalieri di San
Giovanni, che dall’anno Mille difendevano e
custodivano i cristiani di Terra Santa, si erano
da secoli rifugiati. Rimasero i Cavalieri, dopo
la perdita della loro isola, raminghi ed esuli
per l’Europa. Fu a questo punto che Carlo V,
ricordandosi forse i mille servigi che la Marina
dell’Ordine aveva prestato all’Impero, decise di
donare loro l’isola di Malta, Gozo (strappandole
alla corona siciliana e contro la volontà della
popolazione che vedeva cosi lesi i privilegi
accordati dal diploma di Alfonzo) e la
piazzaforte di Tripoli in Barberia. Da allora in
poi le due isole percorrano percorsi storici
diversi ma paralleli. La “perdita” veniva
ricordata in passato con il dono al Viceré di
Sicilia, da parte del Gran Maestro dell’Ordine
nel giorno di Ognissanti, di un falcone.
Sotto il governo dei
Cavalieri, che fu magnanimo ma severo, l’isola
di Malta subì quelle trasformazioni capitali
(architettoniche, militari, urbanistiche e
sociali) che tutt’oggi la impreziosisce. I
siciliani continueranno naturalmente ed
abbondantemente ad essere presenti nell’isola
come militari-religiosi inquadrati nella Nazione
Italiana, ma fu il continuo approdo di
lavoratori, di artisti, di architetti siciliani
(ma non solo: ci furono pure romani, lombardi,
genovesi, napoletani) attirati dalla grande mole
delle commesse, che fece sì che il filo che
legava da sempre non si spezzasse del tutto,
tanto che ancora oggi la gran parte delle
chiese, dei palazzi, delle piazze sembra
vagamente siciliano, e tanto che gran parte dei
cognomi della popolazione suona dolcemente
italiano.
La fine del Settecento
vide il tramonto di Malta come “Isola dei
Cavalieri”. Dopo che le loro fortezze avevano
respinto con orgoglio tutti gli attacchi turchi
(1547- 51- 54- 60- 63- 65), dopo che le loro
flotte avevano dato un apporto decisivo alla
vittoria di Lepanto (1571), nel 1798 la colonia
cavalleresca guidata dal Gran Maestro Hompesch è
costretta ad aprire le porte della fortezza di
La Valletta alle truppe francesi di Napoleone
Bonaparte, che nel quadro della sua Campagna
d’Oriente aveva bisogno di una base
mediterranea. Ma la dominazione francese non
durò a lungo. Infatti nell’agosto dello stesso
anno scoppiò un’insurrezione maltese che
appoggiata dagli inglesi di Nelson, aveva
l’intenzione di riportare l’isola nell’alveo
della corona siciliana, che nel frattempo era
passata ai Borbone. Nel 1800 terminò l’assedio
di La Valletta, al termine del quale i francesi
si ritirarono dall’isola. Il Boll, un inglese
fungente da luogotenente del Re delle Due
Sicilie, prese possesso dell’isola. Ma il
tradimento inglese (l’ennesimo tradimento
inglese nel corso della storia) era dietro
l’angolo. L’interesse inglese per Malta non
derivava da una sorta di filantropia
anti-francese o da un’alleanza filo- siciliana,
bensì dal segreto scopo di occupare un punto
strategico all’interno dello scacchiere
mediterraneo, dal quale poter gestire la
politica imperialista, mercantile e coloniale.
Infatti subito dopo aver preso possesso di Malta
in nome del Re di Sicilia, il Boll e il Pigot
successivamente, amministrarono l’isola in nome
del Re inglese. A nulla servì la Pace di Amiens
(1802) grazie alla quale Malta doveva tornare in
mano ai Cavalieri. Gli inglesi restarono
saldamente sulle loro posizioni, finchè nel
trattato di Vienna (nel quale si ricostrì
l’Europa post- napoleonica) Malta fu affidata
definitavemente al governo inglese, fino alla
sua definitiva indipendenza moderna (1960), ed
in barba alle richieste dei Cavalieri di San
Giovanni e del Re di Sicilia, suo antico e
legittimo possessore.
Con questa introduzione,
si spera, di aver messo (seppur in maniera
necessariamente sommaria) in luce i rapporti
storici che nei secoli hanno legato le due isole
mediterranee. Legami che come si è detto, non
furono solo politici e militari, ma pure
artistici, culturali e sociali. Paradossalmente
fu però dopo la perdita siciliana di Malta
(1530) che cominciarono ad intensificarsi quegli
“scambi umanistici” appena accennati. O
quantomeno, le opere d’arte prodotte a partire
da quel periodo sono quelle che si sono
conservate fino ai giorni nostri. Lo studio
seguente vorrà mettere in luce gli scambi
artistici (precipuamente pittura e scultura) e
le problematiche legate agli artisti che le
hanno prodotte.
BIBLIOGRAFIA
ANNIBALE SCICLUNA SORGE,
Malta: visione storica sintesi politica,
Livorno 1932.
SALVATORE TRAMONTANA,
Monarchia normanna e sveva, Utet Torino
1986.
PIERRE AUBE’, Ruggero
II: Re di Sicilia, Calabria e Puglia, Newton
& Compton Roma 2002.
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UN FORTUNATO
RITROVAMENTO
NEL MERCATINO
ANTIQUARIO DI BARCELLONA
Il mercatino
dell’antiquariato di Barcellona, che si tiene
nei giardini dell’Oasi ogni ultimo week-end del
mese, a volte può riservare piacevoli scoperte,
basta avere “fortuna” e “occhio”. Rovistando tra
lettere, libri mobili antichi e pezzi curiosi,
infatti, recentemente ho avuto la ventura di
acquistare (per una cifra davvero irrisoria) una
lettera manoscritta di epoca pre-filatelica di
una discreta importanza storica: la lettera, in
buono stato di conservazione, vergata con
inchiostro nero e in scrittura minuta
ottocentesca, riportava in calce la firma di
Paolo Cumbo, la data 4 Febbraio 1831 ed era
indirizzata all’allora barone di Salicà D.
Giuseppe Stefano Perrello. Ma chi sono i
personaggi sopra citati. Paolo Cumbo nacque a
Milazzo il 24 Ottobre da Antonino Cumbo e Laura
Proto. Si dedicò alla carriera giudiziaria
diventando nel 1825 Procuratore del Re, nel 1826
Giudice della Gran Corte Civile, quindi Giudice
della Corte Suprema di Giustizia e infine
Procuratore Generale presso la Gran Corte Civile
di Napoli. Nel 1859 fu nominato Ministro degli
Affari di Sicilia. Di idee moderatamente
liberali, con l’appressarsi dell’Unità d’Italia,
venne accantonato dai Borbone. Morì a Messina il
17 Agosto 1872. Fu altresì Governatore
dell’Arciconfraternita della Pace e dei Bianchi
di Messina (1850) e - per quanto riguarda la
materia trattata nella nostra lettera – nel 1831
fu Presidente della “Società Economica”, che si
proponeva di migliorare le condizioni di vita
del Regno attraverso lo sviluppo
dell’agricoltura. A tale scopo adibì a campo
sperimentale un suo terreno sito a Messina,
acquistato dalla principessa di Butera nella
zona costiera del “Ringo”. Il destinatario,
Giuseppe Stefano Perrello o Perrelli, barone di
Salicà, sposò nell’anno 1808 Marianna Denti e
Paratore, figlia di Lucio duca di Piraino.
Residente tra Oliveri, Furnari e Barcellona (ho
altre lettere che comprovano anche questa
residenza), fu possessore della tonnara di
Salicà (che è poi l’odierna Tonnarella) e
soprattutto di quella di Oliveri, poi passata ai
Longo nella seconda metà dell’Ottocento e da
essi – ma solo nel Novecento – ai Baroni di
Adragna che la smantellarono.
Il Perrello, oltre che
nella marineria, doveva occuparsi pure di
agricoltura (e con buoni risultati), tant’è che
il Cumbo nella lettera – proprio nell’anno della
sua presidenza della “Società Economica” – gli
chiedeva alcune radici “di asparaci
meravigliosi che voi coltivate nei vostri
giardini, per poterli includere nel mio
orticello … e una norma scritta su la loro
coltivazione e perfettibilità”. Ecco dunque che
la lettera, scritta da un personaggio in
fortissima ascesa politica ad un nobile
rispettato e probabilmente molto riconosciuto
nel nostro comprensorio, si pone come base
documentaria di una nuova e pubblica istituzione
messinese.
Qualche conclusione sul
pervenire del documento sul mercato antiquario.
Sicuramente, i Longo, oltre alla tonnara di
Oliveri rilevarono dai Perrello anche dimore
varie, archivi e il titolo nobiliare (già a fine
Ottocento abbiamo un Don Santo Longo Barone di
Salicà). La lettera in mio possesso, ai tempi
del suddetto passaggio, riconosciuta di notevole
valore storico (il ricordo del Ministro Cumbo
era ancora fresco) dovette essere conservata
anche dalla famiglia di fresco titolata. E solo
nel recente smantellamento del suo archivio,
nessuno più riconoscendo i personaggi in causa,
la lettera ha preso finalmente la via dei
rigattieri.
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BARCELLONA
SURREALISTA
Oltre ai “realisti”,
Barcellona può vantare una buona tradizione di
pittori “surrealisti”, o comunque rifacentesi –
almeno iconograficamente – a quei maestri
europei (Magritte, Dalì, Mirò, Brauner, Delveaux)
che a ridosso della seconda guerra mondiale si
sono posti come cerniera tra le avanguardie del
primo e del secondo Novecento.
Per surrealismo intendiamo
quel modo di “fare” pittura, che pur
mantenendosi nell’alveo della tecnica figurativa
tout-court, tende ad esprimere concetti, idee,
sensazioni od emozioni con immagini “sopra la
realtà”, cioè “solo apparentemente” reali,
riprese (secondo quanto Freund aveva insegnato)
dal mondo dei sogni (o dell’incubo), dalle
visioni extra-razionali, o dalle cosiddette
“associazioni di idee”.
Filippo Minolfi è
certamente il capostipite dei surrealisti di
Barcellona. Laureatosi in giurisprudenza, da
sempre si è dedicato alla pittura ottenendo vari
riconoscimenti di merito, esponendo in
molteplici esposizioni personali e collettive e
– soprattutto - guadagnandosi grandi commissioni
pubbliche di importantissimo spessore, come ad
esempio la decorazione del catino absidale e dei
pennacchi del Duomo di San Sebastiano, dove ha
dipinto una suggestiva immagine del Cristo
Pantocratore e i quattro Evangelisti
o come il Monumento a Bastiano Genovese
nella villa Primo Levi. Minolfi dipinge spazi
immensi ma silenziosi e solitari, sospesi tra il
sogno e la visione, in cui si stagliano a
mezz’aria oggetti incomprensibili ed “alieni”
(tubolari, tavole, pezzi meccanici, sfere
metalliche) e dove regna il senso dell’attesa e
dell’inquietudine, rifacendosi a Magritte e al
suo senso arcano delle cose, piene di misteri e
di enigmi. I suoi colori prediletti sono
l’azzurro, l’ argento ed il marrone, che stende
sulla superficie in maniera netta e precisa,
contribuendo cosi a dare alla visione effetti di
grande estraniamento, il che è poi la sua
principale cifra stilistica- ideologica.
Francesco de Francesco,
sebbene da molto tempo residente a Bergamo dove
svolge la professione di medico, è sempre
rimasto legato alla sua città natale, nella
quale ha spesso inviato lavori su tela o
disegni. Suo il progetto ideativo della
Fontana dei Due Fiumi nella Piazza
Duomo a Barcellona. Ha esposto in varie
personali e collettive e molte volte ha prestato
la sua mano per illustrazioni di libri (da
ultimo il Viaggio intorno alla mia camera
e Spedizione notturna intorno alla mia camera
di Xavier de Meistre, tradotti da Carmelo
Geraci). In De Francesco il surrealismo assume i
connotati di un capovolgimento della realtà, di
una contorsione della visione, di un continuo
rimando di idee e concetti fino all’approdo ad
una seconda realtà di grande respiro
mitico-poetico, tutta mentale ed immaginata ( e
forse in questo incide il Ricordo, elemento
tipico degli “esiliati”), ma non per questo meno
concreta e vissuta.
Osservando i quadri di
Sebastiano Giunta dobbiamo concludere di
trovarci davanti una concezione del paesaggio
che e' ormai proiezione personalissima delle
"paure" dell' artista ,
delle sue
previsioni, o se vogliamo del suo modo
"politico" di leggere la realta' e la storia. L'
uso che egli fa del paesaggio, esulando da ogni
approccio meramente descrittivo o realista, e'
una grandiosa trasfigurazione, e' una
rivisitazione mentale e visionaria della natura,
per esprimere il nocciolo profondo dei suoi
messaggi, le sue "urla nel deserto". Prendiamo
ad esempio un suo quadro dal titolo Odore di
uranio. Egli ambienta la scena in un
vastissimo spazio desertico, costellato di
sterili rocce, chiuso sullo sfondo da catene
montuose azzurre e schiacciato da un cielo
immenso. Nessuna traccia di vita. Ma che il
paesaggio che Giunta vuole descrivere non sia il
Sahara c'e' lo dice un particolare
architettonico sullo sfondo, A sinistra un
abbandonato semi-affossato edificio circolare,
costruzione modernissima. Cosa ci vuole dire
dunque il pittore ? Che proprio li dove c'e'
raffigurato un inospitale deserto (dove non
potrebbe resistere nemmeno una lucertola), un
tempo vi sorse una citta' popolosa, vitale,
rappresentata ormai solo da vestigia
de-contestualizzate. Chi la ridusse in deserto,
dunque? Una cataclisma, la Natura stessa? No la
mano dell' uomo, rapace, egoista, incapace di
dialogare con la Natura se non con le sue bombe
atomiche.
Il quadro di Giunta e' un monito, un anatema,
una supplica a fermare la nostra mano prima che
sia troppo tardi. Ecco come una ferma
convinzione ambientalista dell' artista si
riverbera sui suoi lavori ed in particolare sul
modo con cui i suoi occhi vedono la realta'. Il
paesaggio visto dall' artista e' divenuto ormai
un paesaggio interno, lo stimmung e' ormai
weltanschauung, surreale solo per ragioni
funzionali.
Nino Gentile inizia
la carriera pittorica collaborando con un
valente decoratore della sua città. Da subito
partecipa a molte mostre collettive e personali
(Rozzano (Mi), Barcellona PG, Bruxelles, Parigi,
Forli , Ravenna, Catania, Taormina, Messina
ecc…). Ama definirsi pittore libertario, si
ispira ai Maestri dell'impressionismo e del
cubismo fino al neo realismo, al surrealismo e
alla pop art. Nonostante tutto cerca nuove
espressioni in cui sperimentarsi. Anti -
accademico di conseguenza, già dal 2000 tenta di
lavora di getto per far prevalere il colore al
segno. Il maggiore apporto del Surrealismo
nell’arte di Gentile è la considerazione del
corpo umano come di una “materia” in continua
trasformazione, adatta ad accogliere su di sé
ogni simbolo. Un corpo che si presta a ricevere
e rimandare ogni significato. Per questo può
diventare paesaggio, figura concava o convessa,
puro occhio o teschio bucherellato dal tempo e
dalle tarme. Ma in Gentile c’è un impegno etico
che lo porta a posizionarsi ben al di là dei
Surrealisti tout – court.
Santi Sindoni non è
attivo a Barcellona da tanto tempo, per ragioni
personali. Negli anni Ottanta - Novanta era
riuscito però ad ottenere un’importante
commissione pubblica: la decorazione (perduta)
dell’abside della chiesa di San Rocco in Calderà
con Scene del Nuovo Testamento. Sindoni,
ora attivo a Milano, aveva sviluppato una
pittura visionaria, dai colori accesi e forti,
dalle forme monumentali e retoriche, liriche
all’ennesima potenza, in un mix che dal
Surrealismo di Dalì lo faceva approdare alle
maniera di quei pittori che contemporaneamente
si riunivano sotto la bandiera del Neo –
Manierismo o Anacronismo.
Sebbene sia
prevalentemente uno scultore, Nino Abbate,
fondatore di Epicentro, è anche valente pittore.
Introdotto al Surrealismo da Brancusi, arriva ad
avere tangenze soprattutto con il rumeno Victor
Brauner. In entrambi, infatti, il surreale è
mezzo per parlare dell’ancestrale e
dell’enigmatico.
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DINAMICA SPAZIALE
La
scena di chiusura del film Il pianeta delle
scimmie (1968) diretto da Franklin J.
Schaffner è certamente l’emblema di un modo di
rendere testimonianza delle paure e dei tormenti
collettivi della nostra contemporaneità.
Finalmente liberi dal mondo delle scimmie, nel
quale – viceversa al nostro l’uomo vive trattato
da bestia - i personaggi arrestano,
terrorizzati, la loro corsa davanti al resto
colossale di una statua: la testa coronata della
Statua della Libertà di New York. Il film
si concluderà, dunque, con un profezia
terribile: a causa della bramosia di potere
dell’uomo, la Terra è stata distrutta da un
cataclisma atomico. Di quel mondo non restano,
sparsi qua e là, che resti decontestualizzati e
tragici.
Davanti ai quadri di Minolfi, specialmente ai
quadri di “Dinamica Spaziale”, si può rivivere
le stesse emozioni che quei personaggi hanno
vissuto di fronte alla Statua spezzata. Cosa
sono dunque queste “creature” spaziali di legno
e metallo, bellissime forme, che ad
altezze vertiginose si torcono, si flettono, si
lanciano ad altissima velocità verso il basso,
verso un mare completamente pacificato ma oramai
completamente disanimato? Da alcuni sono state
definite “macchine spaziali”. Ma nel concetto di
“macchina spaziale” c’è insito quello di
ricerca, e dunque di vita perdurante. Ma io non
vedo vita, nelle metafore di Minolfi,
almeno non più. Vedo invece la deriva
fluttuante e disperata di pezzi di mondo,
relitti che dopo lo scoppio, il taglio, la
lacerazione che il metallo ha prodotto al legno,
sono stati scaraventati ovunque, in un
processione tragica ma non muta.
Perché negli oggetti di Minolfi è implicita la
protesta, la significazione. Non si può
restare impassibili di fronte ai suoi quadri:
essi ci spiegano il mondo contemporaneo. Un
mondo dove il tecnicismo (si noti bene, non la
scienza o tecnica bensì la loro
strumentalizzazione al fine di un consumismo
inarrestabile), qui rappresentato dal ferro,
dall’acciaio, ha così imbrigliato e costretto ai
propri ritmi il legno (il naturale legno,
metafora dell’Uomo, che dunque non è mai assente
dai suoi quadri) tanto da farlo esplodere,
da ucciderlo, da farlo perdere. Il sogno del
“mondo a misura d’uomo” è cosi svanito, perché
quel mare in bonaccia - che sembrerebbe
accogliere pacificamente i legni-acciaio
- è ormai puro simulacro di un occasione
perduta, rimpianto.
E
anche dove c’è l’uovo, universale simbolo di
vita che si rinnova, anche lì è tragedia. Poiché
il ferro, l’acciaio, se ne sono impossessati e
il legno non potrà proteggerlo dalla rottura.
Già dalla nascita, dunque, l’impostura della
super-macchina, permeerà tutto e tutti.
Anche in questo concetto mi sembra di
rintracciare connessioni cinematografiche. Il
film è 2001 Odissea dello Spazio (1968)
di Stanley Kubrick. Anche lì la macchina, da
compagna di viaggio (e anzi da servitù) si è
rivelata alla fine spietata nemica dell’uomo,
fino alla sua dispersione.
Le
forme di Minolfi sono pura poesia. La
poesia di un colore e di un disegno perfetti.
Per lui, spesso, s’è parlato di aeropittura,
surrealismo, di metafisica, e si sono fatti i
nomi di D’Anna, Magritte, Clerici ecc… E la cosa
è giusta, ma non completamente. Perché se
Minolfi si serve del surrealismo (gli
spazi immensi e solitari, gli oggetti alieni e
incomprensibili, il senso dell’attesa e
dell’inquietudine, l’ arcano delle cose e l’estraniamento
dalla realtà, la musicalità di un pittura
che è dunque polimorfica), lo fa per arrivare a
dirci cose che sono realissime e vere, direi
quasi spietate, e soprattutto collettive. E di
questo originale “impegno”, che è impegno
artistico ma prima di tutto umano, si deve
tenere conto, perché – come si scrisse per un
altro pittore – la sintesi è tutta sua.
“Con un forte profilo, / secco, bello,
scattante, / qualcosa di preciso / fatto
d’acciaio e altro / che abbia fredde luci. / E
là, sul filo della macchina, l’oltraggio / d’una
minima stella rugginosa / che più corrode e
corrompe più s’oscura. / Un punto da chiarire,
sangue / d’uomo, briciola / vile oppure grumo /
perenne, blocco di coraggio” (Qualcosa di
Preciso, da “L’Osso l’Anima”).
Sul
filo della macchina, l’oltraggio,
diceva Bartolo Cattafi. Sul filo della
macchina, l’oltraggio, dice Filippo Minolfi.
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MUSEO EPICENTRO
STORIA DI UN MUSEO
Il Museo “Epicentro” di
Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nasce nel
1994 per iniziativa di Nino Abbate, scultore
barcellonese molto presente nel panorama
artistico siciliano, che decide di destinare una
sua piccola proprietà a luogo dove raccogliere
una particolare collezione d’arte contemporanea.
Infatti “Epicentro” è un Museo dove si espongono
solo mattonelle in terracotta di 30x30 cm donate
negli ultimi quattordici anni dagli artisti
italiani e stranieri (pittori, scultori,
fotografi, designer ecc) più rappresentativi
della scena artistica dal secondo dopoguerra ad
oggi.
Dopo un inizio
difficoltoso legato soprattutto a problemi
burocratici, Abbate inizia la sua avventura
museale inaugurando nel 1994 la prima
“Esposizione Nazionale Artisti per Epicentro”
con la presentazione di una serie di artisti
cittadini e provinciali tra cui spicca però il
nome di Emilio Isgrò, barcellonese di
nascita ma milanese a tutti gli effetti,
riconosciuto ormai universalmente come uno dei
fondatori della “Poesia Visiva”, un movimento
d’avanguardia sorto a metà degli Anni 60 che si
basava sulla de-contestualizzazione della parola
scritta e sulla nuova e spiazzante
ricollocazione.
Le prime esposizioni
servono al fondatore per presentare il suo
ambizioso progetto al grande pubblico e nel
contempo attirare l’attenzione e la fiducia dei
grandi artisti italiani. Infatti dopo aver
completato la retrospettiva degli artisti locali
e messinesi, già nella terza esposizione (1997)
vengono invitati ad esporre ben dieci artisti
romani già inseriti nel mercato artistico
italiano ed invitati a vario titolo alla
“Biennale” di Venezia (Giacomo Porzano,
Franco Mulas, Lillo Messina).
Ma è dalla quinta
esposizione (1998) che Abbate inizia a pensare
al suo museo come un rigoroso contenuto storico
e presenzialista dei movimenti artistici
presenti in Italia dal Dopoguerra al Duemila. In
questa occasione, infatti, invita alcuni dei
pittori definiti “neorealisti” che hanno segnato
il discorso culturale alla fine degli Anni 40.
Artisti come Lia Pasqualino Noto, Aldo
Borgonzoni, Giuseppe Zigaina,
Mario Rossello, Toto Bonanno e
Saverio Terruso aderiscono molto
entusiasticamente ad “Epicentro”. Borgonzoni, in
una lettera ad Abbate, scrive che “sono felice
per te e per tutta la comunità di Barcellona,
perché avverto l’importanza culturale e
spirituale, in un momento difficile per risanare
la realtà del Nostro Paese…”.
La novità e la bontà di
questa iniziativa fa sì che nella sesta
esposizione (1999) aderiscano nomi di primissimo
piano come Ernesto Treccani, fondatore
del movimento generazionale di “Corrente”,
Piero Gauli, Trento Longaretti,
Titina Maselli, Alberto Sughi,
Floriano Bodini. Per quanto riguarda gli
“astrattisti”, invece, vengono esposti Egidio
Bonfante, Gualtiero Nativi e
Pietro Consagra. “Epicentro” attira anche
gli artisti più giovani e già in questa edizione
vengono invitati Omar Galliani,
Gianantonio Abate, i Plumcake e
Innocente.
In questi anni iniziali i
rapporti tra Abbate ed i suoi artisti sono
frequentissimi e fecondi, frutto anche di
un’indole, quella del fondatore, votata alla
perseveranza e alla folle visionarietà. In
questi mesi i contatti e gli arrivi di opere
sono quasi giornalieri tanto da spingerlo ad
ingrandire la sede di Gala ed aprire nuove sale
collaterali.
Nel Duemila le esposizioni
annuali si duplicano. Infatti nel Settembre
viene inaugurata la mostra “Fluxus e Poesia
Visiva” con la quale si apre il filone
concettuale (Mirella Bentivoglio,
Giuseppe Chiari, Arrigo Lora Todino,
Eugenio Miccini, Martino Oberto,
Luca Maria Patella, Franco Vaccari)
ed in Dicembre “ Figurazione in Italia” nella
quale Abbate riesce a coinvolgere – non senza
molti sforzi di convinzione – nomi del calibro
di Sonia Alvarez, Piero Guccione,
Bruno Caruso, Franco Polizzi,
Franco Sarnari, Aldo Mondino,
Giannetto Fieschi.
Le esposizioni VIII e IX
introducono la presenza degli artisti del “MAC”
(Movimento Arte Concreta) fondato a Milano da
Gillo Dorfles, Achille Perilli,
Renato Barisani, Gianni Bertini (che
in una sua lettera ci scrive “Da oltre 30 anni
viviamo nel pisciatoio di Duchamp. Però ora
basta!”) e di quelli di “Azimuth” come Enrico
Castellani, Agostino Bonalumi e
Dadamaino. Vengono presentati inoltre
artisti come Lucio del Pezzo, Mario
Persico, Pietro Cascella, Enzo
Mari, Getulio Albani, Giovanni
Anceschi, Gabriele de Vecchi e
Manfredo Massironi. In queste esposizioni
“Epicentro” si apre alla fotografia, invitando
alcuni tra gli artisti italiani più importanti
come Gianni Berengo Gardin, Letizia
Battaglia, Mimmo Jodice e
Ferdinando Scianna.
Contestualmente, si decide
di esporre la “Pop Art” italiana che, nel
contesto europeo, ha significato una valida
risposta all’ondata pop americana sbarcata in
Italia nel 1964 in occasione della “Biennale” di
Venezia. Ad “Epicentro” si possono trovare opere
di Gianfranco Baruchello, Giosetta
Fioroni, Mario Ceroli, Concetto
Pozzati, Marco Lodola e Piero
Gilardi. Mentre tra i più giovani: Eredi
Brancusi, Ultrapop e Pier Paolo
Campanili.
Nel frattempo anche la
critica di accorge del fenomeno “Epicentro” e si
occupano del Museo alcune tra le firme più
autorevoli come Renato Barilli,
Rossana Bossaglia, Janus, Lara
Vinca Masini, Fulvio Abbate,
Germano Berlingheli, Luciano Caprile,
Vitaliano Corbi, Nicola Micieli,
Giorgio Segato, Giorgio Seveso,
Milena Milani, Giancarlo Bojani,
Vittorio Fagone, Eduardo Alamaro e
giornalisti – scrittori come Giuseppe
Quatriglio e Melo Freni.
Nella decima esposizione,
oltre ad allargare gli orizzonti del museo con
la presenza di artisti provenienti dalla
“ceramica d’arte” (Faenza, Bassano del Grappa),
dal mosaico (Ravenna) oppure dalla vetreria
(Murano) si allarga l’orizzonte geografico dei
presenti. Infatti, insieme a Hidetochi
Nagasawa, vengono esposti l’egiziano
Medhat Shafik, il finlandese Hannu
Palosuo, il malesiano H.H. Lim ed
altri che caratterizzano ancora di più la
peculiarità e l’importanza dell’istituzione
barcellonese.
Le successive edizioni di
“Artisti per Epicentro”, oltre agli arrivi di
artisti di primissimo piano come Bruno
d’Arcevia, Carlo Cioni, Angela
Occhipinti, Liberio Reggiani,
Ennio Calabria, segnano l’apertura del Museo
ai designer italiani che si prestano ben
volentieri ad immortalare i loro progetti sul
supporto della mattonella. Con grande dedizione,
Abbate, riesce infatti a collezionare i cinque
grandi maestri di “Domus” (Sottsass,
Mari, Branzi, Mendini e
Magistretti).
Nel settembre 2008 è stata
inaugurata la XV esposizione nazionale, che
ponendosi come ideale chiusura di un’esaltante
stagione di acquisizione (all’appello, infatti,
mancano sono gli esponenti della
“TransAvanguardia” e qualche nome giovane più
conosciuto come Cattelan e Beecroft) ha raccolto
gli ultimi grandi frutti della stagione italiana
1950-2000 e cioè Carla Accardi, Sergio
Vacchi, Ettore Spalletti, Guido
Infanti, Luciano Vistosi, Arturo
Carmassi e Domenico Mangano. La XV
esposizione si caratterizza anche per la
presenza del grande designer Ettore Sottsass
che – molto probabilmente – ha lasciato ad
“Epicentro” l’ultima sua produzione prima di
morire (31 Dicembre 2007). Resta un momento
toccante, umano ed artistico al tempo stesso, la
lettera che l’architetto milanese ha voluto
scrivere ad Abbate (28.9.2007) e nella quale si
intuisce il difficile momento dell’artista che
tuttavia ha trovato il tempo necessario per
inviare in Sicilia ben due mattonelle. Così
scrive: <<Gentile Signor Nino Abbate, allegato
troverà due progetti di piastrelle… 5 giorni fa
ho compiuto 90 anni e sono anche immobilizzato
per una ernia del disco. Non posso più dedicarmi
a lei neanche 10 minuti>>.
“Epicentro” rappresenta,
infine, ancora un’altra, indicibile sfida
lanciata all’arte contemporanea, all’arte del
futuro. Il fatto che qui si collezionino solo
opere su terracotta, terracotta che “è il
materiale più docile, più pronto a imbeversi del
miracolo congiunto di forme e colori, umile e
fastoso, economico e prezioso, antico e
moderno”, cosi presente nella vita quotidiana di
ognuno di noi tanto da non farci più nemmeno
caso, ci dice che “è ora che l’arte torni ad
essere utile” (Renato Barilli, 2004), cioè che
torni a farsi parametro vitale, consuetudine
giornaliera e scala di valori, dal centro alla
periferia più estrema. Che sfida immane!
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L’ARTE “CATARTICA” DI SANTI SINDONI
I greci ci insegnarono il
valore della catarsi tramite l’Arte, luogo del
paradosso per eccellenza. Perché solo nell’arte,
per i greci specificatamente nel teatro, è
possibile far materializzare “ciò che siamo” in
funzione di ciò che non vogliamo; solo
nell’arte è possibile ricostruire un nuovo mondo
dalle macerie del nostro. In questo senso Santi
Sindoni è un greco alla maniera di un Sofocle o
di un Euripide, perché nella sua arte ogni
elemento parla di violenza (il soggetto, la
realizzazione, la grafica, il colore) ma da
intendere contrario sensu cioè come un
grande atto catartico che ci serva da specchio
per l’affrancamento, la liberazione, dalla
violenza stessa. Suo precipuo interesse è
“ricostruire” un mondo pacifico e libero (dalla
guerra, dai tormenti dell’anima, dai contrasti
interpersonali) rovesciando l’esistente, per
l’appunto violento ed incatenato. Cosi avremo
personaggi venuti su per strappi disegnativi,
nati da grumi di colori poi distesi tramite
larghe e nette pennellate che tagliano la tela
come spade giapponesi. C’è in questo
procedimento gestuale (il gesto come forza
fisica, come restituzione del tormento ma anche
come “voglia di vivere”, come libertà
creativa che solleva dal dramma) un chiaro
rimando ai fauves tedeschi di inizio
Novecento, mediati tecnicamente dal cubismo di
Picasso, anche se i riferimenti culturali più
pregnanti di Sindoni si muovono tutti lungo il
crinale instabile della seconda metà del
secolo breve, scorcio di secolo in cui la
violenza del mondo (e sul mondo) si è
manifestata in tutta la sua reale nudità, fuori
da imposture ideologiche o misticheggianti: solo
dolore e morte. Scipione (Gino) Bonichi
(abbiamo un Cardinale di Sindoni che
ricorda fortemente la serie dei Decani
dell’artista romano), Francis Bacon (tornano
anche in Sindoni i “fantasmi impazziti” che
traboccano anima dell’artista dublinese), Keith
Haring (la figure sintetizzate di entrambi sono
dovute alle giungle metropolitane del loro
vissuto), il più “antico” Jose Clemente Orozco
(da cui derivano i costanti temi della
sofferenza umana come “incarcerazione” del corpo
e dell’anima): questi i numi tutelari
dell’immaginario del Nostro (che tuttavia-
almeno iconograficamente- non dimentica
Modigliani, Munch, Van Gogh, Caravaggio: guarda
caso, tutti artisti del tormento).
Ma in Sindoni c’è qualcosa
di originale. A parte la forza creativa,
l’istinto “siculo” bene irreggimentato in grande
e “sottocutanea” sapienza realizzativa (non
dimentichiamo di essere davanti ad un artista
accademico di Brera), credo che la vita “non
facile” dell’uomo –Sindoni abbia segnato pure la
sua considerazione dell’arte. La sua è un’arte
che diventa allora riflessione sulle cause
prime ed ultime della vita e del
mondo (ecco il suo continuo riferimento a temi
religiosi escatologici come l’Apocalisse, oppure
il vagheggiamento sulle Origini, oppure certe
complesse spiegazioni biologiche/spirituali che
sottendono molti suoi quadri)alla ricerca dell’errore,
quello che il poeta Bartolo Cattafi chiamava
unico osso avulso dal contesto, il supremo
centro di violenza, invertito il quale, anche la
vita dello stesso Sindoni potrà essere “altra” e
nuova.
Almeno nell’arte; almeno
per Artè, musa ineffabile.
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L’ARTE
BARCELLONESE RACCONTATA ATTRAVERSO QUATTRO
MOSTRE
Già dalla fine degli Anni
60 del Novecento, a Barcellona, numerose sono
state le esposizioni – più o meno nutrite di
opere ed artisti – pensate per illustrare gli
sviluppi dello stato dell’arte cittadina.
Encomiabili iniziative sono state perseguite in
questo senso da varie associazioni. E penso alle
mostre organizzate dalle società operaie di
mutuo soccorso che tenevano al loro interno le
“fondamentali” scuole serali di disegno e
pittura, oppure a quelle di tantissimi altri
sodalizi: il “Gruppo Hermes”, il “Centro Studi e
Tradizioni Popolari Atellana”, il “Mo. Di. Cu”.
Tuttavia, tra tutte le iniziative, quattro in
particolare meritano di essere ricordate con più
attenzione e per il loro valore
storico-documentativo e per la loro qualità
artistica: la “Mostra d’Arte Figurativa Corda
Fratres” (1983), i “Murales di Via Scinà”
(1986), la mostra “Barcellona Arte 90 –
Tecniche, Stili, Tendenze” (1990) ed infine la
collettiva “Donna” (2004).
La Mostra d’Arte
Figurativa Corda Fratres, che presentava un
importante comitato d’onore di politici ed
intellettuali (il presidente della Regione Santi
Nicita, Santalco, Ordile, Naro, Nino Pino, Nello
Cassata e Melo Freni), è stata allestita chiesa
di San Vito, allora da poco destinata a sala
espositiva. Presenti 63 artisti (di cui 13
barcellonesi: Accetta, Biondo Giovanni, Cascio,
Crinò, De Pasquale Paolo, De Pasquale Salvatore,
Gaglio, Leotti, Manca, Messina, Minolfi,
Miraglia, Raimondo) e presentata in catalogo da
Piero Fagone e da Franco Cassata “vuole offrire
una panoramica sulla attuale vita artistica
messinese e tende a fissare un rapporto diverso
tra visitatore ed oggetto esposto… una mostra di
colori, di forme, di emozioni” (dalla
presentazione di F. Cassata)..
I Murales,
distribuiti sulle facciate delle case di
Via Scinà, antico budello sito nel popoloso
quartiere dell’Immacolata, sono stati dipinti in
commemorazione del 150° Anniversario della
fondazione del Comune di Barcellona P.G.” e per
la loro novità hanno rappresentato una piccola
rivoluzione nel mondo artistico cittadino. Vi
hanno lavorato: Aronica, Bertazzoni, Giovanni
Biondo, Bucalo, Campomaggiore, Cascio,
Crisafulli, De Pasquale Salvatore, Ferrante,
Gentile, Ginoprelli, Giuffrè, Giunta Carmelo,
Jannaccone, Ingegno, Igrò Iris, Isgrò Emilio
(solo omonimo dell’artista delle Cancellature),
Lazzari, Leotti, Manca, Marino, Messina,
Minissale, Minolfi, Miraglia, Nastasi Pina,
Nastasi Titti, Pantano, Peretta, John Picking,
Pietrini, Porcini, Puliafito, Raimondo, Rauso,
Salardi, Sangiorgio, Sottile, Spiniello,
Squadrito, Stracuzzi, Torre, Vacalebre, Valenti,
Venuti. Come si vede dai nomi, solo una minima
parte degli artisti è barcellonese. Molti sono
gli artisti nazionali e la presenza dell’inglese
Picking, pittore di grande caratura
internazionale, rappresentò la classica, e vera,
ciliegina sulla torta.
Barcellona Arte 90 –
Tecniche, Stili, Tendenze, allestita nella
Galleria Civica di Piazza San Sebastiano
organizzata dalla Pro Loco, dal Mo.Di.Cu. e da
“Epicentro” ha esposto lavori di 40 artisti
barcellonesi (6 donne): Abbate, Biondo Giovanni,
Caliri, Cascio, Cavallaro, Cutropia, Crinò, De
Pasquale Paolo, De Pasquale Salvatore, Gaglio,
Gelo, Giannetto, Gentile, Giunta Carmelo, Isgrò
Iris, Isgrò Emilio (il “Cancellatore”), Leotti,
Lombardo, Ingegnere, Manca, Messina, Minolfi,
Miraglia, Milone Giuseppe, Mostaccio, Munafò,
Nastasi, Oliva, Pino, Piccolo, Pietrini,
Porcino, Puliafito, Raimondo, Russo, Stagno,
Sindoni, Sottile, Valenti, Venuti. Significative
le parole di Gino Trapani, presidente della Pro
Loco, nel catalogo: “l’arte barcellonese negli
ultimi anni è cresciuta, interpreta la realtà
senza schemi e limiti precostituiti e con
estrema libertà di stili, non riconducibili ad
un movimento, ma polverizzati in una varietà di
tendenze che rivela la ricchezza dei linguaggi
espressivi di un ambiente al quale, pur mancando
un polo culturale, non è venuta meno la
consapevolezza delle proprie potenzialità o dei
propri limiti”.
Donna, allestita
dallo scrivente e dalla Pro Loco in occasione
della festa della donna del 2004 presentava 16
artisti barcellonesi (Pietrini, Basile, Stagno,
Isgrò Iris, Giunta Sebastiano, Biondo Francesco,
Milone Daniela, Gelo, Lombardo, Sottile,
Genovese, Mostaccio, Pino, Crinò, Callisto,
Cicero) si poneva il compito, arduo, di tirare
le somme di cinquant’anni di arte a Barcellona.
Così esordii in apertura di quell’avvenimento.
“E’ una collettiva di 16 artisti che copre una
fascia generazionale molto ampia, arrivando ad
ospitare da veri e propri decani dell’arte a
pittori molto giovani. Potrete così farvi una
chiara idea delle correnti artistiche che
coesistono in questo momento a Barcellona,
passando dalla pittura classicamente intesa fino
alle espressioni più avanzate dell’arte dei
nostri giorni, correnti che ancora sfuggono alla
catalogazione storica. La collettiva presenta 44
opere di pittura, a cui abbiamo aggiunto anche 5
sculture di due artisti della pietra e del
legno, per darvi l’idea, anche sotto questo
aspetto, delle innumerevoli tecniche usate dai
nostri artisti”.
Come ben si potrà notare,
trent’anni d’arte barcellonese non sono passati
invano, anzi. Tanti nomi, tanti stili, tanti
“tipi” di qualità. Gran parte degli artisti è
già nota ai lettori. Ma in queste sede,
brevemente, segnalo un artista che meriterebbe
maggiore attenzione: Giuseppe Gaglio. Un pittore
sospeso tra realismo e surrealismo, dagli esiti
pittorici di tutto rispetto.
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APPUNTI DI
POETICA PER CATTAFI
I critici meno oculati
hanno accusato Bartolo Cattafi di non aver
maturato nel corso della sua carriera poetica un
progetto teoretico e programmatico. Questo
presunto limite, assieme ad altre concause,
sarebbe il maggior punto di detrazione della
poesia del Nostro, scoglio che non l’ha fatto
riconoscere, nei venticinque anni dalla sua
morte, in tutta la sua reale portata
qualitativa, innovativa, sperimentale e
contenutistica. Ma se c’è qualcosa che manca
davvero nella poesia di Cattafi è semmai (e per
fortuna) la non elaborazione ufficiale di un
programma poetico da seguire scrupolosamente e
costantemente. Assenza che peraltro rintracciamo
in gran parte dei poeti della sua generazione
(Risi, Bertolucci, Sereni, Luzi, Erba, Giudici,
Sanguineti) e in gran parte della poesia
italiana spuntata tra la prima e la seconda metà
del XX secolo. In fin dei conti non hanno
elaborato programmaticamente nessuna poetica
nemmeno Ungaretti, Quasimodo e neppure Montale.
Una teoresi “buona per tutte le stagioni” è
stata partorita solo dai futuristi, dai
neo-realisti o dalle prime frange della poesia
della Neo-Avanguardia, quella più policitizzata
ed impegnata, degli Anni 70. Ma in effetti
Cattafi (come tutti quei poeti sopracitati) una
sua mentale, coerente, poetica peculiare l’ha
elaborata, nettamente rintracciabile nel corso
di tutta la sua produzione, da Partenza da
Greenwich all’Allodola ottobrina (dal
1952 al 1979) e certamente perseguita fino in
fondo. Una poetica che affonda i suoi intenti
nell’ auto-conoscenza, nello scavo più profondo
della propria psiche, nell’individualismo
solidale cioè nella presa di coscienza del Sé in
relazione all’Altro, nel rovello attorno al
linguaggio, attorno alla parola essenziale,
minimale, nella parola significante-
significato, segno e messaggio al tempo stesso,
nella parola magica cioè risolutrice, che vuole
arrivare alla scoperta più sconvolgente: quella
dell’intima essenza delle cose, al rovescio
della medaglia, all’essiccamento del mitico
grasso falsante. Per meglio illustrarvi questi
punti salienti, eccovi i passi da alcune poesie
davvero risolutrici.
Da Partenza da
Greenwich: TIRO A SEGNO. In
quest’aria la rosa si rovina; / partendo dal più
grande/ dei cerchi concentrici, / giungendo al
centro del vivo/ colore… Ecco abbozzato
già nel 1952 lo scopo principale della ricerca
cattafiana: giungere al centro delle cose,
immergersi nella realtà come un palombaro nel
mare, capirne la sostanza più remota e fondante,
avvicinarsi il più possibile a quella cosa
spaventosa e innominabile chiamata verità. Si
può parlare per Cattafi di metodo deduttivo (
partendo dal più grande/ dei cerchi concentrici,
/ giungendo al centro), cioè partente
dall’esperienza del grande (l’universale) per
poi scendere, gradino a gradino, deduzione dopo
deduzione, fanìa dopo fanìa, verso il piccolo
nocciolo (il particolare) del “mondo”. Questa
specie di conoscenza graduale e sofferta del
“grande mistero interno” ha qualcosa che lo
apparenta al Piccolo più iniziatico e
metafisico.
NEL CERCHIO.
Sarò prossimo il centro: / là s’appunta il nero/
occhio, la nostra/ perla di pece sempre in
fiamme… Torna ancora il tema della
ricerca del centro, cioè del motore immobile, e
la necessità che il nostro occhio (il nostro
sforzo conoscitivo) verso lì diriga la sua
attenzione.
Da l’Osso l’Anima:
QUALCOSA DI PRECISO. Con un forte
profilo/ secco, bello, scattante, / qualcosa di
preciso/ fatto d’acciaio o d’altro/ che abbia
fredde luci…Questi versi potrebbero
anche attagliarsi al ruolo della parola e alla
concezione che del suo ruolo il poeta s’è
fatto. La parola deve essere netta, tagliente
come un bisturi, precisa, azzeccata, arma
necessaria a bucare la coltre di inconoscibilità
che il discorso ha tirato attorno al cuore delle
cose. La parola secca e precisa, antiretorica,
non enfatica, minimale, non epica, è l’unico
strumento possibile per poter aggirare il mito e
da esso cavarne l’imprevista natura
fondamentale.
LA PAZIENZA.
Dovemmo fare cataloghi/ dividere le cose/
metterle nel calibro/ pesarle… Per
Cattafi è necessario scrutare le cose e
soprattutto la realtà, continuamente, non
lasciarsi ingannare dalle forme esteriori,
saperne il peso, la composizione, il loro nome
preciso, soprattutto passarle alla lente di
ingrandimento dell’osservazione critica, per
riuscire ad individuare il passaggio per
accedere all’osso, alla polpa, al cuore, al
nostro cuore, alla nostra polpa, al fondo del
nostro “inconnu”.
L’OSSO.
Avanti sputa l’osso: / pulito, lucente,
levigato, / senza frange di polpa, / l’immagine
del vero, / ammettendo che in questo/ unico osso
avulso dal contesto/ allignino chiariti,
concentrati/ quesiti fin troppo capitali…
Ecco il tema capitale della poetica cattafiana.
Cosi capitale da poterci spendere
tranquillamente fiumi d’inchiostro. L’impegno
assoluto dell’uomo e del poeta si arrovella
attorno a questo proposito: arrivare a dire la
verità, l’immagine del vero, scoprire il vero
funzionamento della realtà, abbandonare
l’ipocrisia del falso. Da questo assunto
giustiziero parte ogni altro impegno, da qui si
dovrebbe acquisire la conoscenza necessaria per
vivere. Da questa scoperta individuale ed
individualistica, dovrebbe ripartire, seguendo
canoni purificati e rivivificati, la nuova vita
del mondo.
ANABASI:
Aruspici ed auguri s’opposero. / Sulla soglia un
piede s’impuntò, / nel viaggio/ avemmo presagi
che solo pochi ignorano… Ma la scoperta
della vera anima delle cose e della realtà è
un’anabasi, non un allegro viaggio, è una
discesa agli inferi, nell’inferno della parola e
di se stesso. Comporta sofferenza, pazienza,
attese disattese. Comporta dolore, perché non
sempre la parola può piegarsi alla chiarezza, e
non sempre l’animo è disponibile a lasciarsi
violare.
Da Il Buio: LA DISCESA
AL TRONO. Non è una pausa di
riflessione/ è un raccogliere forze/ ed
elemosine/ seduti a sommo delle scale/ prima
d’intraprendere/ la discesa al trono/ e tutto
profondere/ al fondo roccioso/ aspro inebriante
della disperazione. Cattafi è stato via
via definito poeta del vuoto, nichilista
tragico. Il suo è un guardare verso l’inferno,
verso il mistero più buio ed insondabile, cioè
verso il fondo dell’incoscio, lì dove tutto si
fa e si disfa (al trono, appunto, alla sede del
regnante), li dove prende forma la nostra
esistenza. E’ un guardare alle radici della
nostra stessa vita. Per lui è necessaria questa
sofferente auscultazione, perché solo dalla
comprensione delle leggi che li vi si ordinano,
si può rifondare il domani, il comportamento, la
reazione, la risposta alla vita che ci aspetta e
ci si para davanti con segni criptati. La
conoscenza del mistero che c’è in noi è la
chiave di volta di tutta l’esistenza. La
spiegazione della vita non è più come in
Baudelaire una decriptazione dei simboli esterni
piantati come alberi, ma come in Freud una
ricerca all’interno della Persona, lì da dove
quei simboli sembrano provenire. Ciò è
disperazione ma al tempo stesso un atto
inebriante, è un atto liberatorio, il
superamento del mito della caverna verso la
conoscenza diretta e senza filtri del sole.
La poetica di Bartolo
Cattafi è ben esplicata in tante altre poesie, è
tutt’altro che superata o superabile, e
soprattutto è eternamente contemporanea, cioè
accettabile non solo dagli uomini del suo tempo,
ma dagli uomini di tutti i tempi e di tutta la
storia. Perché è una poetica epistemologica,
cioè vertente attorno a una di quelle domande
che stanno alla base di tutto il pensiero umano:
Cosa siamo? Cosa conosciamo? Ecco un altro
fattore perchè la critica dovrebbe riconoscere
Cattafi, non solo come uno dei maggiori poeti
italiani del Secondo Novecento, ma odiernamente
forse il più contemporaneo (in senso di
sensibilità e di problematicità) e soprattutto
quello più “inossidabile”, “inalterabilmente
leggibile”. E scusatemi la durezza, ma
l’affermazione “…Cattafi è un epigono minore…”
sentita al convegno (di respiro davvero
nazionale) “Spalle al muro. La poesia di
Bartolo Cattafi nel 25° Anniversario della sua
morte” tenutosi il 13 Marzo al PalaCattafi
di Barcellona ed organizzato dalla Pro Loco in
collaborazione con il Comune e la provincia
regionale di Messina in occasione della
presentazione dell’eccezionale libro del
fiorentino Paolo Maccari non è solo, secondo il
mio modesto avviso, una cieca falsità
interpretativa ma soprattutto un’immensa
blasfema aberrazione critica da respingere con
tutte le forze e i mezzi possibili.
OSSI: Ora spoglie di
tutto/ - vesti e carni corrotte- / sono linee e
giunture/ ossi liberi e lieti/ in un mondo più
puro. ( da Segni)
PER SOPRAVVIVERE:
Regredire andare/ barcollando a ritroso/
scolorire deprimere/ i miei mezzi espressivi/
abbassare ai minimi valori/ la pressione
arteriosa/ assumere uno squallido colore/
fingermi per sopravvivere/ tra morti imperiosi/
più morto che vivo. (da Allodola
Ottobrina)
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"Il culto delle ruine"
Sabato 28 Novembre alle
ore 16.00, presso la Sala Conferenze del “Parco
Augusto” di Terme Vigliatore, sarà presentato il
volume “Il culto delle ruine. Storia del
restauro archeologico in Sicilia” (Flaccovio
Editore, 2009) di Maria Luisa Ferrara. Ecco un
breve profilo della studiosa e a seguire una
sintesi del libro, a cura della stessa Ferrara.
MARIA LUISA FERRARA
(Milazzo 1974), architetto, ha conseguito il
titolo di Dottore di Ricerca in Conservazione
dei Beni Architettonici all’Università di
Napoli “Federico II”. Svolge la propria attività
scientifica presso il laboratorio L.I.R.B.A.
(Laboratorio di Indagini e Restauro dei Beni
Architettonici “Salvatore Boscarino”)
dell’Università di Palermo. In questo ateneo è
docente a contratto di Restauro Archeologico.
SINTESI
Nel Settecento l’interesse per le vestigia della
cultura classica, indotto soprattutto dalle
“scoperte” archeologiche delle città di Ercolano
(1711) e Pompei (1748), favorisce in tutta
Europa un rinnovamento degli studi
sull’architettura antica. La Grecia e le sue
colonie diventano mete imprescindibili degli
itinerari di viaggio e la visita nell’ “antico
mondo” è vissuta come esperienza di grande
valore educativo.
Le basi culturali e scientifiche date dal
Winckelmann allo studio dell’arte antica
contribuiscono, in maniera decisiva, al
riconoscimento di una superiorità
dell’espressione artistica greca su tutte le
altre. Le sue teorie, diffuse soprattutto con
l’opera Geschichte der Kunst des Altertums
del 1764, tradotta in italiano nel
1783, con il titolo Storia delle arti del
disegno presso gli antichi, avvalorano la
tesi che i “documenti” di pietra si studiano non
soltanto con le fonti scritte, ma con l’analisi
sul campo e la Sicilia, con la sua grande
quantità di preesistenze archeologiche, ne
costituisce la più incontaminata
rappresentazione. Le opere di Winckelmann
conducono a significative evoluzioni nella
cultura archeologica; la sua storicizzazione
dell’arte antica sarà fondamento per una nuova
scienza dell’archeologia e i monumenti della
Sicilia diventano un incomparabile campo di
studio e approfondimento della cultura classica.
Viaggiatori provenienti da ogni parte d’Europa
visitano la Sicilia con la speranza di trovare
ulteriori testimonianze della cultura classica;
i loro diari di viaggio e le vedute dei
monumenti, che accompagnano le descrizioni dei
luoghi, concorrono alla diffusione di
un’immagine dell’Isola come “terra del mito” che
accoglie nel suo grembo memorie di una storia
millenaria. Le testimonianze architettoniche
della Sicilia, i suoi paesaggi naturali, la sua
antropologia, sono decantati in tutti i
resoconti di viaggio. L’isola siciliana diventa
una fonte di ispirazione; essa esercita
un’attrazione che lascia senza fiato all’arrivo
e una struggente malinconia al momento della
partenza. Goethe, che con la sua opera
Italienische Reise istituzionalizza a canone
questo percorso, dopo due settimane di soggiorno
a Palermo scrive che «senza veder la Sicilia non
ci si può fare un’idea dell’Italia. É in Sicilia
che si trova la chiave di tutto».
Con il riconoscimento generale dell’egemonia della
cultura greca gli eruditi siciliani prendono
coscienza dell’importanza della loro storia
antica e si dedicano con entusiasmo agli studi
dei monumenti di età classica. L’archeologia non
rappresenta più un campo di studi riservato a
una ristretta cerchia di iniziati, ma diventa
una disciplina sempre più diffusa ed accessibile
ad un pubblico più vasto. Il fondamento
culturale delle testimonianze archeologiche è
però proporzionato al concetto di attrattiva per
i viaggiatori stranieri e all’interesse che gli
antiquari siciliani possono trarne da essi. I
primi interventi realizzati nel Settecento sono,
infatti, rivolti alle più significative
testimonianze archeologiche dell’arte greca in
Sicilia quali i templi della Concordia e di Era
Lacinia di Agrigento e il tempio di Segesta.
Lo studio dei monumenti archeologici, che
gradualmente si trasforma in indagine
scientifica, mette in evidenza, forse per la
prima volta, l’importanza e la necessità della
conservazione delle preziose testimonianze del
passato. L’attenzione degli studiosi delle opere
antiche dà inizio ad un nuovo modo di rivolgersi
al passato, identificando una nuova scienza: il
restauro.
La prima istituzione di tutela dei monumenti in
Sicilia è designata nel 1778 con la nomina di
due Regi Custodi, i principi di
Torremuzza e di Biscari, incaricati di redigere
i Plani delle Antichità di Sicilia,
ovvero catalogare gli edifici classici esistenti
nell’Isola, indicando gli eventuali interventi
per la loro conservazione. La struttura
organizzativa è composta anche da un architetto,
che ha il compito di redigere le perizie
tecniche, da un pittore, che esegue le vedute
dei monumenti e da un «capo-mastro» che si
occupa di eseguire i restauri. Entrambi i
principi ottengono dal governo di Napoli modesti
fondi per sostenere ed integrare le spese dei
lavori di scavo e «per ristorare qualche parte».
Il “Regno delle due Sicilie” promuove, quindi,
una tutela del patrimonio archeologico basata su
un preciso programma operativo: la conoscenza è
da perseguire mediante l’esecuzione di ricerche
archeologiche, la predisposizione di rilievi e
la realizzazione di restauri.
I primi interventi di restauro archeologico sono
condotti in maniera empirica e rispecchiano la
volontà degli antiquari siciliani di riproporre
il monumento nel suo aspetto originario. Nel
tempio della Concordia si eliminano, nel 1788,
le stratificazioni legate alla trasformazione
del culto pagano in rito cristiano perché
ritenute inconciliabili con la purezza
stilistica del “modello” classico. Alcuni anni
dopo, nel tempio di Era Lacinia di Agrigento, si
ricostruiscono, «tale quale esistevano», rocchi
di colonne e frammenti di architravi in nome di
una accresciuta “godibilità” e di una maggiore
fruizione. Il monumento riconfigurato
faciliterebbe, secondo gli autori degli
nterventi, la visibilità della storia e, non
ultimo, incrementerebbe la notorietà della
Sicilia, luogo privilegiato delle espressioni
architettoniche della cultura greca.
Il tema del rudere archeologico, sia che esso
suggerisca la distruzione violenta di un
monumento o il senso della decadenza naturale,
assume particolare rilievo nel XIX secolo. La
cultura del Grand Tour
contribuisce a diffondere un nuovo significato
della rovina comparandola ad un’opera d’arte
incompiuta. La rovina diventa unica e
irriproducibile; luogo della nostalgia dove
incantarsi come ascoltando una poesia d’amore,
contemplando la caducità della vita. Il rudere è
il residuo di una testimonianza che rimanda ad
un’altra entità, diversa da se stessa, ma
“presente” in tutti i suoi singoli frammenti.
Nella cultura neoclassica la perfezione
artistica, del resto, non è un problema di
compiutezza materiale: il rudere di un monumento
lascia allo spettatore la possibilità di
immaginarne il completamento, ricongiungendo
idealmente le linee geometriche per ideare nuove
forme. Il rudere rappresenta uno stadio della
“vita” di un’opera e la sua dissoluzione
testimonia il passaggio nel tempo; una naturale
circostanza nella quale il «creato» ritorna ad
impadronirsi di ciò che gli è sempre
appartenuto.
Il monumento-rovina
suggerisce un passato che non può mostrare, ma
continua a dialogare e la sua voce continua nel
presente. «Le ruine – scrive Piranesi - sono
parlanti»: esse sono superiori in bellezza al
monumento ricostruito. Nessuna imitazione
potrebbe eguagliarle nel valore estetico.
L’architetto non può che contemplare la loro
grazia e, se necessario, ricostruirle
graficamente senza intervenire nella materia
antica. Sul finire del Settecento, nel restauro
del tempio di Era Lacinia si preferisce
rinunciare al ripristino della cella e
dell’intera peristasi e più tardi, negli anni
trenta dell’Ottocento, nel tempio di Castore e
Polluce e nel teatro di Taormina, i restauratori
si dedicano esclusivamente alla ricomposizione
dei frammenti originari ed escludono
dall’intervento qualsiasi opera di rifacimento
di parti non più esistenti: un tale artificio
non potrebbe coniugare con le aspettative degli
«intenditori viaggiatori» per i quali le rovine
archeologiche costituiscono un importantissimo
punto di riferimento per la formazione artistica
e una chiara espressione di canoni di bellezza
assoluti ed irripetibili. Come si sarebbe potuta
conciliare una “nuova” immagine del monumento
con il ricordo dei ruderi che la cultura del
Tour aveva contribuito a diffondere? Che
cosa avrebbero pensato i Voyageurs per
quello stridente contrasto cromatico tra il
materiale nuovo e quello originario esposto alle
intemperie di tanti secoli?
Tale atteggiamento riflette l’emergere, nel
dibattito culturale sul restauro, di
un’evoluzione della disciplina e nuove posizioni
culturali conservative che celebrano il valore
storico del rudere archeologico.
Gli interventi di restauro cominciano ad
allontanarsi dalle consuete pratiche di rinnovo
e ricostruzione per identificarsi, via via, con
un atto di cultura: conservare una rovina è
innanzitutto riconoscimento del suo valore
storico, rispetto del suo stato materiale e
della sua autenticità; conservarla significa
salvaguardarla e tutelarla, per consentirle di
prolungare il suo dialogo con la nostra vita.
A partire dall’Ottocento, quindi, le dottrine
estetiche che celebrano il «culto delle ruine»,
ovvero l’esaltazione delle testimonianze
archeologiche incomplete e lacunose, gettano le
basi scientifiche e metodologiche che
caratterizzano la disciplina del restauro dei
nostri giorni.
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LEGGERE IL GATTOPARDO
DI MELO FRENI
UNA ORIGINALE RILETTURA DEL CAPOLAVORO DI TOMASI
DI LAMPEDUSA
A prescindere dal successo editoriale, dal
numero di traduzioni, dalla stupenda resa
cinematografica, dai milioni di lettori che nei
suoi cinquant’anni di vita vi si sono avvicinati
entusiasti, a prescindere da tutto questo, il
Gattopardo, resta tutt’oggi un libro
“difficile” ed in buona sostanza incompreso.
Questo perché, contrariamente da quanto
affermano alcuni valentissimi critici, il
Gattopardo è un libro estremamente complesso
perché moderno e della nostra modernità coglie a
perfezione la rumorosa molteplicità, la perfetta
disarmonia in cui tutti ci troviamo a nuotare.
Il Gattopardo è libro solo apparentemente
unilaterale: i punti di vista sono molteplici
(non è solo il Principe Fabrizio a guardare il
mondo ma vi è tutta una serie di personaggi che
direttamente o indirettamente de-scrivono le
cose), i livelli di comprensione plurimi;
soprattutto le “intenzioni” sono variegatissime:
romanzo, romanzo storico, analisi politica,
saggio antropologico, saggio sociologico.
<<Tutto questo non dovrebbe poter durare>> -
dice il Salina- <<però durerà, sempre; il
sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli
…; e dopo sarà diverso, ma peggiore>>. Non è
vero allora che basta <<che tutto cambi perché
tutto rimanga com’è>>; le cose peggioreranno
nonostante tutto (semmai è per il “Potere” in
quanto tale che le cose non mutano mai), e tutto
marcirà - come il cadavere impagliato di Bendicò
- tutto cambierà. Se leggiamo il libro alla luce
di quello che negli ultimi 150 anni di Unità
nazionale è avvenuto, allora esso è pure
“profetico”. Ecco, questa magnifica -
disgraziata complessità, è stata svelata da Melo
Freni nel suo Leggere il Gattopardo
(Dario Flaccovio Editore, 2009, 128 pp., 10
euro), un libro di 33 brevi capitoli in cui –
con puntigliosa e doverosa attenzione – tutto è
spiegato, portato alla luce, mostrato nella sua
reale valenza contenutistica e formale. Il
Gattopardo è un libro grandissimo perché è
un libro maturato per un’intera esistenza; Freni
di questo ne è consapevole e - soprattutto – ce
lo dice. Egli è consapevole che è giunto il
tempo di rimuovere il pregiudizio secondo il
quale ci sono cose che “ai siciliani non si
possono dire”: i siciliani (e gli italiani
tutti) devono svegliarsi dal “sonno” in cui una
storia architettata per inganni, interessi
in-confessabili, ridicoli misteri, ci ha
precipitati (e sta continuando a fare) e cercare
un mondo di razionalità, armonia, luce, diritti
condivisi. Ecco allora come il suo libro si
carica di una portata civile di grande respiro,
un impegno spesso scomodo e “scandaloso” ma che
lo scrittore ha il dovere di portare avanti, a
qualsiasi costo. Freni parla anche della
“gestazione” del libro, scritto nel 1955 ma
pubblicato postumo nel 1958 da Feltrinelli dopo
mille difficoltà, dopo il netto rifiuto di
Vittorini per la pubblicazione presso Mondadori,
rifiuto motivato da ragioni stilistiche,
ideologiche e – suppongo – persino personali.
Soprattutto stila dei raffronti con altri libri
ed autori, collocando Tomasi di Lampedusa nel
suo contesto storico e culturale, contesto
intellettuale che al comparire del libro non
riuscì a comprenderne la reale portata. Pasolini,
ad esempio, nonostante che qualche anno dopo –
nel suo Pilade – anch’egli dirà <<un
potere vale l’altro potere>>, considerava il
romanzo “reazionario” per stile e contenuto; la
stessa cosa sarà detta in prima battuta da
Sciascia, anche se dopo, lo stesso, sarà
costretto a ravvedersi. Il bel saggio di Freni,
che colma finalmente una lacuna interpretativa e
didattica, e che non è solo un intenso saggio di
letteratura o di storia ma pure una lezione di
“fede” (fede nlla vita, fede nella luce della
ragione, fede nella letteratura come funzione di
civiltà e di intervento pratico sul Reale, fede
nella Sicilia), è foriero di alcune indicazioni
davvero illuminanti ed originali. E’ suo infatti
il concetto che il Gattopardo è libro
che - traendo il concetto addirittura dal
codex iustinaneus (non per nulla Freni ha
una formazione giurisprudenziale)- deve essere
interpretato “contrario sensu”, cioè tutto deve
essere vagliato alla luce di una critica che
sempre si esercita e che paradossalmente si
palesa attraverso un’amara, sottile, ironia che
colta, come davanti ad uno specchio, sa
diventare è il più efficace “martello” delle
storture della storia e del presente. Ecco
allora che non è affatto vero che Tomasi
giustifica la sua classe, l’aristocrazia, dalle
accuse di “feudalesimo”. Il Gattopardo è
infatti un libro di critica universale, non si
salva nessuno, non vi sono personaggi che si
salvano completamente dalle loro colpe e dalle
loro omissioni (forse, nemmeno il Principe
Fabrizio) ed infondo il ritratto più sincero che
egli dà della nobiltà siciliana (e dunque dello
stesso Salina) è quello della festa a Palazzo
Ponteleone, popolata da <<donne bruttine, uomini
sciocchi e vanagloriosi … con i quali [il
Salina] debbo solidarizzare>>. Tomasi non salva
la nobiltà (come leggere, infatti, il
personaggio iniziale del Barone Malvica se non
come il simbolo dell’inanità, dell’ignava
codardia – anche davanti ai propri
“amministratori” più “esperti” - ed ignoranza
della decrepita nobiltà siciliana che da secoli
era ormai solo una mera esecutrice della volontà
politica di sovrani stranieri e mai attrice di
una recita propria ed autonoma?) non l’assolve,
perché anche essa ha “dormito”, nel proprio
assurdo sonno di lusso e sfarzo, sonno che
tuttavia si alimentava con gli “incubi” degli
altri, dei non nobili, cioè. Freni tutto questo
ha capito e lo ha scritto; stranisce invece come
un intellettuale come Vittorini non si sia per
nulla accorto di questa impressionante durezza
verso se stesso e verso i suoi simili. Altro
grande merito di Freni sono i ritratti a tutto
tondo che ci fornisce di personaggi come Padre
Pirrone, di Concetta, di Tancredi e di Angelica
e persino di Bendicò, il cane adorato dal
Principe. Decisivo è poi l’ultimo concetto che
il Freni mette in luce nella sua lettura del
Gattopardo: il discorso sulla mafia. Troppo
facile sarebbe dire che la mafia nasce come
corpo di protezione della vecchia nobiltà
terriera, tutt’altro! La mafia nasce e prolifera
solo laddove esiste un vuoto di potere (o una
delega, addirittura) e di cultura che la
“politica” crea per i propri interessi e che
“necessariamente” fa colmare a chi mai dovrebbe.
In questo senso si porta all’attenzione il
famoso passaggio del “Plebiscito” e dei brogli
elettorali che in quell’occasione si sono
verificati. <<Quei porci in Municipio
s’inghiottono la mia opinione, la masticano e
poi la cacano via e la trasformano come vogliono
loro. Io ho detto nero e mi fanno dire
bianco![..] Il mio “no” è diventato “si” >> dice
Ciccio Tumeo al Principe, manifestando come
l’annessione della Sicilia al regno di Italia
sia stata quasi una truffa, con la benedizione
di regnanti e politici locali che non si sono
fatto scrupolo di delegare il controllo dei
cittadini/sudditi ai vari “don” paramafiosi
(Pietro Russo – il quale già una volta aveva
“rassicurato” il Principe sul fatto che egli
aveva tanti “amici” che potevano vigilare su
casa Salina – Ciccio Ferrara, Calogero Sedara,
soprattutto). In questa connessione
politica-malaffare (connessione storica ed
antica, tuttavia, dai tempi della lontananza dei
Vicerè, dai tempi del “mero e misto imperio”
ecc…) nacque la mafia, come notarono gli storici
Renda e Mack Smith, e come il Tomasi – solitario
e incompreso – scrisse ben cinquant’anni fa.
Finalmente è arrivato Freni ad esporci tutto con
chiarezza e senza alibi. Di questo dobbiamo
essergli grato, di averci mostrato come il
Gattopardo sia un libro universale di valori
e temi attualissimi (non solo siciliani,
dunque), un libro con valenze “metafisiche”:
<<da una parte la gravità delle cose terrene col
peso della storia, dall’altra l’aspirazione ad
elevarsi da esse>>. E’ un’esortazione a divenire
“Uomini” che, come già lo stesso Dante scriveva,
<<fatti non foste per viver come bestie>>.
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COLOMBE
VITTORIOSE
In “Colombe Vittoriose”
(Il Girasole Edizioni, 2007) ma già nel
precedente libro, “L’Essenziale” (Il Girasole
Edizioni, 2004), Isidoro Aiello si pone come un
poeta che, viaggiando a bordo di un treno in
corsa, svolge la sua funzione cogliendo i tratti
veloci e movimentati di una geografia
esistenziale fatta di spogli paesaggi
esistenziali, segnati da piccoli – spossanti -
avvenimenti quotidiani, enigmatici o dolorosi,
ironicamente amari o sofferti. Tratti di un
paesaggio esistente per un solo secondo, poi
rapidamente scomparso, eppure persistente nella
memoria e nel corpo, per sempre. Ecco allora che
il “metro” poetico più adatto a cogliere queste
“impressioni” di viaggio diventa la sentenza,
l’epigramma, e il verso si spoglia fino a
mostrarci il seno oppure incide il corpo ma poi
non scende in profondità, lasciandoci solo un
presagio, un incipit di senso di sconfitta, di
strozzo alla gola. Non ci meraviglieremmo per
niente se quel verso – ad un tratto - si
asciugasse nell’afasia, nell’osservazione pura,
cioè nel silenzio. Dunque ha ragione Salvatore
Ferita nella prefazione al libro quando dice che
la poesia di Aiello è fatta di “reperti”,
reperti di un mondo desertico, di un mondo che
c’è stato ma che ora, dal treno in corsa sul
quale il poeta viaggia, non resiste se non in
vestigia beffarde, elementi meccanici in
disarmo, “cuspidi/ arroventate/ col martello
sbattute a sangue/ taglienti/ lame di vibrafono/
risultato di sistro…” (Stelle). E del quale il
poeta non può lasciarci che “messaggi
disperati”, microscopiche notizie, referti di
ferite non sempre cicatrizzate, ammonimenti di
un “carattere umbratile” sopravvissuto alla
catastrofe.
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MACBETH METAFORA DELL’UOMO NORMALE
Eppure Macbeth può dirsi
metafora di ognuno di noi. Si è detto che il
Macbeth di Shakespeare sia la tragedia
dell’ambizione, della volontà di potenza e
dell’assassinio come mezzo di identificazione
personale. Secondo me Macbeth è la tragedia
dell’uomo in senso omnicomprensivo, sbattuto dai
flutti del destino su imprevedibili sponde e che
agisce necessariamente “in un quella data
maniera” perché in fondo non ha la libertà di
scegliere. Macbeth è la tragedia dell’uomo
normale, dell’uomo neutro (come neutra è vista
da lontano, quasi come in Pindaro, anche
“l’ombra che passa” della vita) che è costretto
dagli eventi e dall’Altro a vestire il suo
personaggio e a divenire quello che sembra.
Macbeth è un soldato
valoroso e fedele (Ma tutto questo gli è
servito a poco, perché il coraggioso Macbeth-
oh se merita di esser detto coraggioso-
sdegnando la fortuna e impugnando la spada
fumante di sanguinosa giustizia, vero prediletto
del valore, si è scavato a forza di fendenti un
passaggio fino a quel furfante, e non gli ha
stretto la mano né gli ha detto addio prima di
averlo scucito dall’ombelico alle mascelle, e
piantata poi la testa sui nostri bastioni
ATTO I scena II) che ad un certo punto uccide
con estrema infamia il suo re e cugino Duncan di
Scozia che pure aveva servito con onore e da cui
era stato largamente amato (O nobilissimo
cugino! La colpa della mia ingratitudine mi ha
pesato fin ora. Ma tu sei cosi innanzi che l’ala
più veloce della ricompensa è lenta a
raggiungerti: quasi vorrei che il tuo merito
fosse minore per potervi adeguare la mia
gratitudine e il mio premio. Posso dirti solo
che quel che ti è dovuto supera tutto ciò che
può pagarlo. ATTO I scena IV). Diventerà
re di Scozia egli stesso ma sarà ucciso in preda
alla follia dai legittimi discendenti di Duncan.
Era nato Macbeth con la
primigenia missione di diventare un ambizioso
assassino? Cosa ne sarebbe stato di lui se non
avesse incontrato all’inizio della tragedia le “
weird sisters”, le fatidiche sorelle, che gli
predissero senza un motivo apparentemente
plausibile, iniziando così la spirale di
degradazione e ossessione, che egli sarebbe
diventato signore di Cawdor e re di Scozia? Ma
cosa rappresentano le “weird sisters” se non la
metafora della società che ti spinge, con le sue
lusinghe e suoi modelli, all’ambizione di essere
qualcuno, ad essere bello forte e potente
emarginandoti ed annullandoti se non segui la
sua rotta? (Salve Macbeth! Salute a te,
signore di Glamis! Salve Macbeth! Salute a te,
signore di Cawdor! Salve Macbeth, che un giorno
sarai chiamato re!-----Due verità sono state
dette, felice prologo di un dramma sulla
regalità, che va maturando…Questo incitamento
non può essere malefico, e non può essere buono.
Se è cattivo, perché mi ha dato garanzia di
riuscita cominciando con una verità? Eccomi
signore di Cawdor. E se è buono, perché cedo a
una tentazione la cui tremenda immagine mi fa
rizzare i capelli e battere alle costole, contro
ogni legge di natura, un cuore che pure è
solido? …Il mio pensiero, in cui l’assassinio è
ancora solo immaginazione , scuote a tal punto
ogni mia fibra, da essere ormai tutto dominato
da una supposizione e non sentir reale se non
ciò che ancora non esiste. ATTO I scena
III)
Allo stesso modo Macbeth è
un uomo dubbioso e perplesso, teso in bilico tra
la santità e la bestialità. La breccia aperta
dalle streghe- sirene s’allarga, l’ambizione che
esse gli trasmisero porta nei suoi pensieri a
far balenare l’idea dell’omicidio e del
tradimento. Ma è l’assassinio la strada da
seguire? Vale la pena sacrificare i valori, la
propria coscienza, l’onore, l’anima eterna per
un effimero trionfo momentaneo? E’ seguendo la
strada del Dolore e del Male che si purifica e
si ascende alle vette della vita? L’omicidio è
la risoluzione del problema? (Se una volta
compiuto fosse veramente compiuto, sarebbe bene
farlo subito. Se l’assassinio potesse
ingabbiare le conseguenze e, troncandone il
corso, afferrare d’un tratto il successo così
che questo colpo fosse tutto qui, tutto concluso
quaggiù, ma quaggiù, su questa labile spiaggia
di tempo…balzerei allora con un salto verso il
futuro. Ma in questi casi noi dobbiamo subire un
giudizio anche quaggiù, perché non facciamo che
dare sanguinosi insegnamenti che, una volta
appresi, si ritorcono a colpire il maestro. Così
la retta mano della giustizia avvicina alle
nostre labbra il calice avvelenato che noi
stessi mescemmo. Egli riposa qui su di una
duplice fiducia: anzitutto perché io sono suo
congiunto; poi perché sono suo ospite e dovrei
come tale sbarrar la porta all’omicida anzi che
impugnare io stesso il pugnale. Inoltre Duncan
ha esercitato così mitemente i suoi poteri, è
stato così illuminato nel suo alto ufficio, che
le sue virtù, come angeli invocherebbero una
eterna condanna per la sua soppressione; e la
pietà, come un nudo fanciullino appena nato che
viene fra i nembi, o un celeste cherubino che
cava,chi gli invisibili corsieri dell’aria,
soffierà negli occhi di tutti l’orribile
misfatto, così che le lacrime soffocheranno
persino il vento. Io non ho sproni per pungere i
fianchi del mio intento, ma solo un’ambizione
impetuosa che minaccia di saltare oltre il segno
e cadere dall’altra parte. ATTO I scena
VII). Il dubbio della scelta lo attanaglia, ma
l’umanità di Macbeth dopo questo monologo sembra
riaffermarsi, seppur tra la paura dell’errore,
in tutta la sua potenzialità. L’uomo è incerto,
anzi pauroso di uccidere per assecondare
l’ambizione. Sa che
l’omicidio è il Male, ma che questo male,
facendolo, può trasformarsi in Bene, il proprio
Bene. Macbeth pensa come pensa un uomo normale,
dispiegando nel suo cervello tutta una serie
impressionante di passioni e travagli
psicologici (ecco la grandezza inarrivabile di
Shakespeare!), e nel pensare e nel distinguere
ha libertà, tuttavia la sua azione non è
conforme al suo pensiero perché nell’azione non
c’è libertà. Eccola qui la sostanziale assenza
di una libera scelta che condanna Macbeth,
assillato improvvisamente (come potrebbe
accadere ad uno di noi) dagli eventi e terreno
egli stesso di battaglie tra il Cuore e lo
Stomaco, l’Azione e l’Inazione, il Bene e il
Male. L’uomo normale che è in Macbeth sa dove
sta la frontiera che non gli è concesso
superare. Più avanti dirà pure (Io oso
fare tutto ciò che si conviene a un uomo; ma non
è uomo chi osa far di più. ATTO I scena
VII). Ma superarla può significare sopravvivere.
A questo punto arriva la
figura di Lady Macbet, vero deus ex machina
della tragedia, a fugare i dubbi di Macbeth e a
dare alla storia la sua unica strada da seguire.
Lady Macbeth è l’Altro (che Sartre chiamerà
<<l’Inferno>>, la società nella sua faccia non
virtuale ma reale, quotidiana, che ti impone
l’Azione e allo stesso tempo la Caduta, che ti
impone la sua Legge e i suoi Limiti. E’ Lady
Macbeth a premere perché il marito uccida il re
e realizzi la predizione delle streghe. E’ Lady
Macbeth che trasforma un potenziale assassino
nel criminale vero. Perché l’omicidio non è che
una tappa intermedia e liberatoria, una
necessaria rotella del meccanismo, un’
indispensabile esperienza di vita che giova a
tutti, che è vitale perché identifica e completa
l’iter mondano. (Per inciso Lady Macbet con
l’omicidio del re Duncan diverrà essa stessa
regina al fianco del marito) Lady Macbeth è
emblema della società (fatta da altri uomini)
che vuole imporre i suoi dettami, le sue
convenzioni e modi di vivere. E’ la società
tirannica che al tuo rifiuto ti impone
l’emarginazione, la spersonalizzazione,
togliendoti la dignità, l’onore, l’umanità e la
virilità perfino annullandoti nell’oblio dei
“non esistenti”. ( Era dunque una speranza
ubriaca quella in cui ti eri ammantato? E si era
poi addormentata per svegliarsi adesso livida e
tremante dinanzi a ciò che voleva fare così
baldamente? Da questo momento considera alla
stessa stregua il tuo amore. Hai dunque paura di
essere nell’azione e nel coraggio quello stesso
che sei nel desiderio? Vorresti avere quello che
consideri ornamento della vita e vivere da
vigliacco nella tua stessa stima, lasciando che
il << non oso>> stia al servizio del <<vorrei>>
come il miserabile gatto del proverbio?… Che
essere eri, allora, quando mi confidasti questo
disegno? Quando osasti farlo eri un vero uomo, e
più ancora lo saresti nell’essere da più di quel
che eri allora. ATTO I scena VII) Lady
Macbeth è emblema della società (fatta da altri
uomini) che deve imporre i suoi dettami, le sue
convenzioni e per sopravvivere e tramandarsi.
Ho deciso: tendo
ogni energia del mio corpo a questo terribile
atto. Andiamo, e inganniamo il tempo con il più
lieto aspetto: un volto falso deve nascondere
quello che sa un cuore falso. (ATTO I
scena VII) Così Macbeth uccide, perdendo la sua
neutralità iniziale e diventando cattivo.
Macbeth acquista la sua identità, si personifica
completamente seguendo l’ambizione e la brama
che gli Eventi e la Società che li ha generati
gli hanno suggerito. Egli diventa il Macbeth
della Tragedia. Macbeth veste il ruolo di “Uomo
della Società” perché uccidendo ha eseguito la
legge. Macbeth ora esiste, la spinta liberatoria
dell’assassinio lo ha salvato dal suicidio
dell’inesistenza che come seconda e non
ulteriore scelta la società gli avrebbe imposto.
Spesso il ruolo, l’abito dell’uomo normale (di
cui ripeto Macbeth è metafora) non è scelto o
cucito (come falsamente dicevano i
rinascimentali) da egli stesso ma come succede
al Nostro gli è imposto dal bisogno impellente,
dalla necessità accorrente dal fatto di essere
“Uomo nella Società”, uomo tra gli uomini. E
come diceva bene Hobbes (interpretando Terenzio)
<< Homo homini lupus>>.
In fin dei conti il
Macbeth ci insegna che l’uomo non è buono né
cattivo. E’ un nudo manichino, una canna al
vento, un meccanismo insignificante di un
organismo immenso e regolato da leggi ferree ed
immodificabili. Se la società in cui vive sarà
ricca di valori positivi egli sarà grande e
buono. Se la società si lascerà sopraffare dal
marcio egli sarà abietto e cattivo. E l’uomo non
è il nucleo fondante della Società in cui vive,
non è “faber sui”, a differenza di quanto si
pensi. E’ il Bisogno, la Necessità di
assecondare la natura animale e la sua
inflessibile legge della sopravvivenza il
mattone fondante della società eterna.
Il Macbeth è la tragedia
del pessimismo in cui, inscrivendosi nel filone
poetico barocco, si parla della vita dell’uomo
(sia esso re o becchino, operaio o signore) come
illusione e Difetto, disinganno ed eterna
contemplazione della morte, vana azione sempre
distruttiva perchè monca per costituzione della
libertà di scelta e di dominio di sé. Macbeth è
la tragedia dell’uomo normale, di colpo
scaraventato in una tempesta più grande e
potente di sé in cui regnano sovrani Bisogno e
Necessità, senza appigli né porti sicuri che non
siano la coerenza e la dignità personale e dalla
quale, per uscirne fuori, bisogna morire e
rinascere, accettare di essere diversi da prima
senza però aver il privilegio di poter mettere
le mani avanti. (La vita è solo un ombra
che passa, un povero commediante che si
pavoneggia e si dimena per un ora sulla scena e
poi cade nell’oblio: la storia raccontata da un
idiota, pieno di frastuono e di foga, e che non
significa nulla. ATTO V scena V)
E a questa triste
condizione esistenziale Shakespeare sa che tutti
e sempre saremo soggetti. Per tutti si
nascondono dietro l’angolo le “Weird Sisters” e
“Lady Macbeth”, che inevitabilmente, ma si spera
con effetti meno devastanti, ad un tratto della
nostra vita ci si pareranno davanti e ci
chiederanno il conto. Per questo l’autore non
condanna Macbeth, che in fondo è un eroe
negativo e un assassino, ma che a differenza di
tutti gli altri cattivi shakesperiani (Iago,
Claudio, Tibaldo ecc..) è dotato di un animo
titanico, dignitoso e fortemente,
eccezionalmente umano. ( Ho vissuto
abbastanza: il cammino della mia vita è giunto
alla stagione in cui la foglia secca ed
ingiallisce; e a me non è permesso cercare tutto
ciò che dovrebbe accompagnare la vecchiaia:
l’onore, l’amore, l’obbedienza, l’amicizia. In
loro vece ho solo maledizioni, sorde ma
profonde, onori a fior di labbro, semplici
sospiri che il povero cuore vorrebbe rifiutare e
non osa. […] Mi hanno legato ad un
palo, non posso fuggire e devo combattere fino
all’ultimo come un orso prigioniero…
ATTO V scene IV e VII)
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Melo Freni
“Caro Luigi”,
un libro totale
Ognuno gli scrittori li
conosce a suo modo. Io ho conosciuto (intendo dire
umanamente, non certo letterariamente) Melo Freni
nel 2006. Volevo porgergli alcune domande per un
giornale locale e grazie all’intermediazione del
prof. Giovanni Fugazzotto sono riuscito ad
incontrarlo nella sua casa di Marchesana, sotto un
albero di grossi, gialli limoni. Dopo i saluti, la
prima frase che mi disse fu <<Aprile è il più
crudele dei mesi>>. È l’incipit della poesia più
famosa della “Terra desolata” di Eliot; io in quel
tempo stavo studiando Eliot e per me fu una vera e
propria illuminazione. Oltre alle mie agognate
domande, da quella occasione, uscii veramente
arricchito. Dalla cultura trasmessami, dall’amicizia
concessami e dal dono di alcuni libri: “Al Limite
della Ragione”, “Severino il Cardinale”, “Dopo
l’allegria” e qualche tempo dopo “Le Stanze
dell’Attesa”. Successivamente, ho allargato la
conoscenza dello scrittore andando a scovare i
numerosi suoi altri titoli, “Il Senso delle cose”,
“Le Passioni di Petra”, “Marta d’Elicona”, “La
favola del figlio cambiato”, “La famiglia Ceravolo”.
Ma la mia conoscenza, il mio modo di conoscere lo
scrittore e l’uomo Melo Freni, è indissolubilmente
legato ai quei libri dell’Aprile; è intorno a quel
quartetto di scrittura ed affetto che vado,
rilettura dopo rilettura, costruendo il discorso su
di lui. D’altronde non si dice <<gli ultimi saranno
i primi>>?
Ora è arrivato questo “Caro
Luigi”, questo concentrato di scrittura e vita, che
erroneamente viene scambiato per un epistolario. Ma
“Caro Luigi” è qualcosa di molto più importante, è
un libro “complessivo” e direi centrale nel
corpus di Melo Freni, nel quale è racchiuso ogni
elemento di letteratura (invenzione, romanzo,
ricordo, saggio, storia, critica, sfogo, pensiero,
poesia) e attorno al quale possiamo fare ruotare
tutta una serie di confronti che rafforzano il
concetto che Freni – come ogni vero, grande
scrittore – è auctor unius libri cioè
scrittore di un solo grande libro, infinito processo
di scrittura e ri-scrittura che anche attraverso
mille titoli e migliaia di pagine è sempre un
arrovellarsi intorno a poche, capitali, tematiche.
Poche tematiche, capitali, dette ogni volta in
maniera diversa alla ricerca dell’unico (utopico,
irraggiungibile) senso della scrittura: dire
l’indicibile, cioè la verità. Ecco dove sta la
differenza tra gli “scrittori d’occasione” che
raggiungono il successo ma sono solo flatus vocis
senza nessun vero sostrato e gli “scrittori veri”,
mai in cima alle classifiche ma che hanno ”parole
come pietre” perché hanno una “missione”. E noi è a
questi che dobbiamo guardare, questi dobbiamo
ascoltare.
Possiamo dividere “Caro Luigi”
in due “sezioni”, la prima formata dalle prime 10
lettere (inerenti Sciascia, Buttitta, Piccolo,
D’Arrigo, Francesco Lanza e Serafino Amabile
Guastella, Rosa Balistreri e Vittorini), la seconda
dalle ultime 5. Possiamo definire “lettera
peregrina” quella dedicata a Solonovic, che in
effetti funge da cesura tra i due blocchi e che ha
per argomento un ricordo privato e “politico” del
grande traduttore russo; nella seconda sezione, in
particolare, possiamo considerare “extravagante”, la
lettera in cui si torna a parlare di Lanza e
Guastella.
Ho effettuato questa
divisione, del tutto arbitraria, perché mi è
sembrato valido poter re-legare le lettere attorno a
due tematiche fondamentali: la “conoscenza della
terra” (Prima Sezione) e la “passione della
lontananza” (Seconda Sezione). D’altronde mi sono
sentito autorizzato a ciò dalle stesse parole
dell’autore. E’ lui infatti a scrivere ( p. 11)
<<Ricordo spesso Scott Fitzgerald che diceva “felice
lo scrittore che ha un paese da raccontare”, ed io
questo paese lo ho sentito, perché l’ho sentito,
perché l’ho conosciuto, perché l’ho amato>>. Ed è
ancora l’autore a darci un’indicazione << più che
nostalgia, parlerei di una “passione della
lontananza”. Noi soffriamo la lontananza come una
malattia e la nutriamo dentro di noi come un vizio>>
(p. 75).
Ho detto in apertura che “Caro
Luigi” è un falso epistolario; poi ho parlato di
lettere. Ciò non è una contraddizione in termini,
poiché sono convinto che se la forma è quella
epistolare, il contenuto e soprattutto l’intento va
bel al di là della semplice comunicazione. Cosi se
la lettera è solo un pretesto formale che permette
sintesi ed agilità di linguaggio, Luigi Lombardi
Satriani è l’ interlocutore universale, con il quale
l’autore cerca di stabilire ponti e soprattutto
“banchi di prova” per verificare se quanto da egli
detto, pensato e vissuto è meritevole di ascolto,
significativo, in poche parole “giusto”. In “Caro
Luigi” c’è la chiave di lettura per leggere i suoi
libri passati. Poiché i temi delle sezioni
sopra-indicati sono i temi sul quale si basa tutta
la letteratura del Nostro.
Torniamo al paragone tra “Caro
Luigi” e gli ultimi libri di Freni, il “mio” Freni.
Egli conta molto sulla conoscenza del “paese”, per
rubare le parole a Fitzgerald. Ma questa non è la
conoscenza “cronachistica”, da “inviato speciale”,
tipica di chi passa e scrive. La sua è una
conoscenza profonda del territorio, inteso come
geografia e come storia, profonda perché va alle
radici della “stortura”, conscio che solo dalla base
si può raddrizzare l’albero. La sua è la conoscenza
“sublimata” che solo gli scrittori sanno fornire.
Richiamo all’uopo un breve passo da “Al limite della
ragione” (2003) in cui, la definizione più precisa –
quindi la “conoscenza” - dell’infelicità della
Sicilia viene data per mezzo uno scrittore: <<Oggi
si può andare nell’isola attratti dai templi nella
valle di Agrigento, a Siracusa per il teatro greco,
a Pantalica per la città rupestre, a Tindari per il
Gimnasium, a Piazza Armerina per i mosaici, a
Selinunte per le colonne, ad Erice per gli aerei
precipizi; ma non è solo questa la Sicilia. Il
disastro è altrove: nella esaltazione della
coscienza individuale, nella immobilità, nella
pigrizia, nell’oblio inconscio per cui tante
manifestazioni di grandezza sono manifestazioni
oniriche, desiderio di morte. “E’ colpa nostra”,
dice il Gattopardo>>. E non per niente gli autori
citati nel primo gruppo di lettere sono tutti
scrittori che hanno fatto della conoscenza profonda
del territorio (conoscenza diversamente angolata e
prospettata a secondo delle differenti impostazioni
socio-culturali) la loro precisa cifra di
riconoscimento: Sciascia, Buttitta, Piccolo,
D’Arrigo, Francesco Lanza e Serafino Amabile
Guastella, Rosa Balistreri e Vittorini. Anche Freni
è un “autore della conoscenza” e ce lo specifica
subito: <<Il peccato è sempre la stessa pretesa
perfezione dei semidei che non si rendono conto di
essere invece sciacalli prossimi a diventare iene:
Il Gattopardo. Ecco perché l’intransigenza dello
scrittore deve essere massima nei confronti di
questa sua terra. Chè se Pirandello tendeva l’indice
verso il “cacicchismo”, Leonardo Sciascia indica il
difetto nella comparti mentalità dell’interesse
politico in relazione al proprio. Giacomo de
Benedetti non poteva meglio definire l’universo
siciliano-pirandelliano: il diuturno servaggio di un
mondo senza musica, sospeso ad un infinita
possibilità musicale. E’ su questa possibilità che
lo scrittore dovrebbe far leva ed io, secondo le
mie possibilità, ho cercato innanzi tutto di non
deludermi. La mia coscienza la voglio in ordine>>
(pp. 13-14). Ma da dove arriva questa conoscenza?
Dallo scandaglio del territorio con occhi di
scrittore, con gli occhi critici ma attenti a
sentire lo stupore, l’emozione per una terra antica
e profonda. Paradigmatico è in questo senso è il
brano seguente: << A Raccuia per i lavori in corso e
scarse segnalazioni, mi ritrovai con l’automobile in
un vicolo apparentemente senza uscita e mi fermai
per chiedere informazioni. Silenzio di tomba,
assenza assoluta di presenza umana. Mi inoltrai a
piedi fino ad un portoncino semiaperto con la
targhetta “Medico di Guardia”. Permesso? Un giovane
medico è seduto dietro un tavolo e legge. Vada così
e così, mi spiega e chiude il libro sull’indice.
Cosa legge di bello? Gli domando. Leggo
Sant’Agostino, risponde – mi piace Sant’Agostino.
Ora, diremmo, è una banalità. No, è pienezza! Se mi
consenti, è la pienezza del silenzio: quando uno dei
nostri paesi diventa una Certosa e con la sua vita
lontana riscatta il mondo dalle temperie delle
brutture che imperano, da gironi di bolge tra veleni
e follie, schiamazzi e illusioni, tra falsità e
rifiuti>>. Ecco dove porta la profonda, vissuta,
“conoscenza del paese”: porta a scoprirne l’anima e
– contemporaneamente – a scoprire la propria anima.
E se mi si permette un passo indietro, questa
“conoscenza del paese” che è in primis riscoperta di
se stesso è un concetto che Melo Freni ha già
espresso ne “Le stanze dell’attesa” (2007) con un
brano di rara commozione ed intensità. Il
protagonista del racconto sa di essere malato.
Tornato a casa, sente dentro di sé l’irrefrenabile
pulsione a fare una passeggiata nei suoi luoghi
familiari. Così fa, e grazie a questo ritorno al
grembo materno, egli, ha un’illuminazione dello
spirito che equivale alla guarigione fisica. <<In
ospedale ci sarei andato, il ricovero era stato
fissato. Con questo animo mi ero accinto alla
montagna e una volta entrato nella Valle della Luna
la suggestione di quella distesa bianca, infiorata
da un letto rosso di oleandri, mi inebriò come se
non l’avessi mai vista. Non era un paradosso che
impressioni cosi vitali potessero essere percepite
da un corpo malato: alla bellezza della natura è
suscettibile chi teme di perderla. Sulla sinistra,
il letto del torrente era ghiacciato e sulle rocce
si incuneavano i ricami di foglioline che il gelo
aveva reso di cristallo. L’immobilità dei casolari
accanto agli ovili in disuso era vivificata dalla
memoria degli antichi pastori che li avevano
abitati. Intanto una macchia nerastra di capre era
abbarbicata a un’altra parete, da sembrare un
dipinto. .. In alto le rocche prendevano forma di
cortina, alzandosi come il muraglione di un grande
castello, mi fermai. Il luogo lo conoscevo, ne
conoscevo i sentieri … Non so cosa sia venuto a
cercare a quest’altezza, ma vado avanti senza la
voglia di ritornare indietro e mi soffermo come un
padrone attento che nulla gli sfugga delle proprie
terre … Scorgo le orme di una lepre … E scorgo la
Timogna dove il pastore poeta scriveva i suoi versi
prima che la morte lo cogliesse nel fiore della sua
malinconia. Cosi da questo luogo e con questa
condizione di spirito che mi sembrano un miracolo,
una esaltazione improvvisa mi spinge. Il cuore è
infervorato da uno slancio … Voglio dimenticare il
timore della più amara incertezza e credere, invece,
che qualcosa di diverso ci attenda. Vivo per questo
in pienezza il sentimento che mi agita e credo nel
miracolo: è la fede nella vita a farmelo sperare …
Ripresi la via del ritorno senza più paura e mentre
il mondo mi si riapriva davanti lungo la discesa,
provai più intensa l’emozione della vita>> (pp.
182-185). Forse Freni è lo scrittore italiano che ha
fatto della “conoscenza dei luoghi”, che è
ancoraggio onesto e coerente alla materia di cui si
vuole parlare, l’uso più alto e sofferto di tutto il
Novecento. Ancoraggio e conoscenza che è prima di
tutto nominazione, cioè frequentazione dei luoghi,
vita dei luoghi, sentimento dei luoghi. E questo
amore, se può essere scontato in un libro in cui
l’ambientazione è precisa, sorprende di ritrovarlo
in un libro di poesia, in cui la materia è più
generale ed il pubblico senza dubbio meno
interessato dalla geografia. Sorprende, ad esempio,
di aprire un libro come “Dopo l’allegria”,
pubblicato da Passigli (Firenze) nel 2000 con
l’avallo di Mario Luzi, e trovare – assieme all’suo
della lingua siciliana per alcune poesie – nominati
nella sezione “Il porto dei richiami” paesi e
circostanze a noi vicine: Gagini, Santa Marina,
Santa Croce, Vulcano, Antonello, Nebrodi, Aluntium,
Santa Maria del Gesù, Calamech, Colle del Re,
Stromboli.
La seconda sezione di “Caro
Luigi” è quella dedicata alla “passione della
lontananza”. Ma questo è più che un tema letterario,
essendo per Freni la lontananza, l’esilio, il
ricordo, la memoria, argomenti giornalieri,
riflessioni vissute prima che pensate, un pezzo
reale della sua vita. Da cosa nasce questa
“passione”? Dal fatto che prima o poi si deve
partire. E perché si parte? Inizialmente Freni fa
parlare Guttuso: << Per chi volesse farsi conoscere,
si volesse affermare, per tante generazioni è stata
una necessità partire>> (p. 73). Sembra riecheggiare
in queste parole il lapidario motto che il nostro
autore mette in bocca al cardinale Rampolla in
“Severino e il Cardinale” (2006), <<cu nesci
arrinesci>> (p.89). Inizialmente questa partenza
viene vissuta quasi come un rimorso, un tradimento,
un rimprovero che lo scrittore pone segretamente a
se stesso (o forse è un rimprovero esterno, di chi
resta) ma che subito supera affermando non solo la
giustezza della partenza, ma perfino la necessità
vitale dell’andarsene: << Dobbiamo avere qualche
complesso nei confronti dei siciliani che sono
rimasti nell’Isola? Nessun complesso! Quegli amici e
colleghi che si sono intestardito a sfidare il
proprio destino restando a casa loro sono naufragati
nella delusione, vittime di quell’oblio che
lentamente corrode ogni volontà. Chi resiste al
massimo fa un patto con la sopravvivenza e non si
venga a portare l’esempio di Sciascia, di Bufalino,
che imposero dai loro paesi la loro grandezza.
Sciascia, che abitava a Caltanissetta, a Palermo,
era un viaggiatore e Parigi, Milano, Roma non erano
per lui mete di visite fuggevoli e disinteressate.
Bufalino, se consideriamo, rimane l’unica eccezione,
ma non siamo tutti Bufalino >> (pp.73-74). Tuttavia,
presto, in questa fiera e stoica affermazione
dell’uomo come faber fortuna sui subentra la
passione che si fa dolore, disorientamento,
“passione della lontananza” come dallo stesso Freni
è stato scritto. E in questo senso, la lettera
dedicata a Quasimodo (pp.83-84) si fa emblematica.
In essa, Freni, parlando delle frequentazioni
nostrane del Quasimodo e della su lieta brigata e
citando il famoso verso della poesia “Più nessuno mi
porterà al Sud”, conclude << non aspettai molto per
capire quanto dolore, quanto disorientamento possa
apportare nell’anima di un poeta il sentimento della
sua terra, della sua esaltazione e del suo strazio>>
(p.84) . A questo punto del libro, le ultime due
lettere, arriva la via d’uscita dallo strazio, dalla
dualità partire/restare. E’ l’immedesimazione con
due figure di poeti siciliani del passato: Teocrito
e Ibn Hamdis, poeti anche loro costretti a partire,
anche loro tenuti stretti da un ricordo incessante e
doloroso della Sicilia. Doloroso perché causato da
una mancanza (per Teocrito è <<il bisogno di
confrontarsi al di fuori degli schemi angusti
dell’ambiente originario della provincia>> (p.85)
che lo costrinse ad andare via da Siracusa; per Ibn
Hamdis fu l’avvento dei normanni e la conseguente
perdita della libertà), da un rifiuto (<<se il
tiranno della città non lo avesse respinto, sei i
Siracusani non avessero trascurato i sentimenti del
poeta per le ipocrisie del potere. A Teocrito non
rimase che andare>> (p.86); alla stessa maniera era
successo a Empedocle di Agrigento), doloroso perché
già in loro (come in Freni) <<alla nostalgia della
terra si aggiunge la rabbia che è frutto di quella
netta involuzione dello spirito che ha portato
l’isola ad essere sempre meno fonte di poesia e
sempre più oggetto di brame sconsiderate>> (p.84).
Sentite come lo stesso tema, il tema di una terra
perduta e che dunque ancora più cercata (è la
“passione della lontananza” ), torna in “Severino e
il Cardinale”: <<Ha detto che ha voglia di ritornare
al paese. O mi sbaglio [dice Severino al Rampolla]?
Dove vuoi che vada? E’ tardi, troppo tardi. Tu credi
che tutto quello che noi due ricordiamo continua ad
esistere nella realtà? Noi amiamo il sogno,
Severino, ce lo costruiamo, ma se ritorniamo laggiù
il sogno svanisce>> (p. 86). Ma proprio questo
inserirsi nella storia, nel mito, nell’ineluttabile
destino, e nell’accettazione di ciò, è il rimedio
alla passione che arde, alla nostalgia che affligge
e al dolore che consuma di chi ha capito che “più
nessuno mi porterà al Sud”. Non solo però un
rimedio, un lenitivo; in questa assunzione di
coscienza c’è l’impegno, il vero vivificante della
scrittura. Ogni scrittore “esule” da Teocrito a
Freni sa che è un “ambasciatore” (rubo le parole al
Nostro) della Sicilia nel mondo, di una Sicilia di
vita che si oppone alla Sicilia di morte che riempie
i giornali e le pagine dei media.
Dalla lettura di “Caro Luigi”
possono venir fuori ancora tanti spunti di lettura
interessanti. Quando parla di Lanza, ad esempio,
Freni individua nello “scherzo” e nella “leggerezza”
dei “Mimi Siciliani” <<una terza via per il
superamento di ciò che nel “verismo” portava
all’immancabile duello, in Pirandello nella fuga
nella finta pazzia>> (p.52), dunque un superamento
della tragedia. Oppure quando si scaglia, nella
prima lettera, contro i <<bozzettismi che proprio
per la facilità della loro fruizione offendono i
sentimenti più veri della Sicilia. Parlo di una
certa letteratura e parlo dello spettacolo: le
risatine che fanno dimenticare, le levità che
addormentano, le ironie che distraggono, le
storielle che ingannano>> (p.12). C’è in questo
passaggio un richiamo altissimo all’impegno
dell’intellettuale e alla sua funzione civile e
morale all’interno della società.
Una curiosa coincidenza è ancora è il fatto che il
nome di Tomasi di Lampedusa venga solo accennato ma
mai trattato largamente. Eppure il “Gattopardo” è
“cartina al tornasole” di molta coscienza civile e
letteraria di Freni. Questo si capisce ad ogni piè
sospinto. Uno spunto di riflessione che il libro ci
dona è allora questa: come interpretare, oggi, il
“Gattopardo”, come leggere quelle pagine alla luce
del fatto che quanto lì dentro si andava
profetizzando si è perfettamente avverato? Come non
concludere che il diniego di Vittorini alla
pubblicazione presso Einaudi del libro non dipese ma
fattori letterari, né socio-culturali, bensì dalla
guerra di un siciliano contro un altro siciliano?
D’altronde è lo stesso Freni, sempre in “Severino e
il cardinale” a descriverci in maniera definitiva
questa nostra attitudine: <<Noi siciliani siamo
anche un po’ strani. O ci amiamo fino alla
complicità, oppure l’odio è insormontabile. Non
tanto l’odio, direi piuttosto l’invidia: ce la
portiamo sempre appresso, anche se viviamo fuori da
molti anni>> (p. 31).
Ma su tutto e tutti, in “Caro
Luigi”, domina una “madre silenziosa”, sempre
presente, sempre evocata e mai raggiunta
completamente: è la Sicilia, la “terra
impareggiabile” cui Freni ha dedicato la sua vita di
uomo e letterato. Questo è il tema unico della sua
scrittura, questa la sua preoccupazione diuturna.
“Caro Luigi” è un libro della/dalla Sicilia. Questa
definizione basterebbe. Ma su questo spunto di
lettura, fermo la mia relazione.
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BARTOLO CATTAFI E LA DISCESA AL TRONO
in
una interpretazione di
GIOVANNI
FUGAZZOTTO
Quando Bartolo
Cattafi “al sommo delle scale” si prepara per la sua
discesa al trono, ha in mente una corsa a
testa in giù, una corsa alla rovescia. La sua
non è un’ascesa al cielo (non ancora, almeno) ma una
catabasi dentro l’inferno, quindi una
penetrazione nella terra (anche se questa parola
deve essere intesa in termini metaforici e
certamente non letterari) verso la verità ultima – o
prima - del profondo.
Nel caso
dell’installazione di Giovanni Fugazzotto “La
Discesa al Trono”, la terra da attraversare è lo
specchio alla base della macchina, uno
specchio metaforico che non riflette
semplicemente ma si apre sul mondo di sotto
e ci risucchia. Ci apre ad una visione, che è il
trono capovolto - dritto, dunque non inteso
come parte emersa dell’installazione (come
qualcosa che c’è qui) bensì lontana
apparizione da raggiungere, meta, premio finale per
chi s’è addentrato in essa, cattafianamente,
e anche lui è giunto al “fondo roccioso / aspro
inebriante di disperazione”.
La scoperta
alla fine della discesa è il Trono “del
principe di questo mondo”. Ma chi è questo principe
che siede sul trono? Se in Cattafi l’espressione può
anche non avere significati
esoterici o apocalittici essa è certamente una
scoperta che inebria e dispera al tempo stesso.
Cattafi scopre che a governare il mondo, “questo
mondo”, è l’Io inteso come egocentrismo,
egomania (passione,attaccamento alle
cose, egoismo) vera zavorra che anziché farci
ascendere ci trattiene e ci spinge verso la
dissoluzione nel basso. Ciò inebria per un certo,
orgoglioso, spirito d’umanesimo; dispera perché
proprio nell’affermazione più alta della sua
emancipazione, per l’uomo ha inizio la caduta.
Così, per
Fugazzotto, l’idea della sua installazione (idea
realizzata materialmente da altri, come è
tradizione concettuale) è duplice. Perché se da
un lato la sua è una discesa al trono
propriamente detta, dall’altro vuole essere pure un
processo all’Io, processo all’Uomo,
perseguendo ancora la voce di Cattafi quando dice
che “vorremmo un’era / forte, aperta, precisa, / di
pubblica chiarezza per le pene. / Non più pagare
mediante equivalenze […] / ma tormenti, tenaglie
squillanti […] / visibile a tutta la città / la
corda che ci tira per il collo” (“Delle pene”, da l’Osso,
l’Anima)
Fugazzotto, che
già con la scultura concettuale “l’osso, l’anima”
aveva dimostrato di saper ben cogliere il nocciolo
dell’esperienza poetica cattafiana, nella sua
monumentale installazione trasmette
all’osservatore un forte senso di straniamento per
il continuo ed irrisolto contrasto tra reale /
ideale, introspezione /denuncia, dimostrando
- anche stavolta - di aver compreso a fondo la
lezione e il messaggio di Cattafi.
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nella foto Pietro Genovese
BREVE INTRODUZIONE ALLA PITTURA DI PIETRO
GENOVESE
Allorché mi fu proposto di intraprendere questo
breve studio che oggi concretizzo, la preoccupazione più
immediata che mi colse, fu innanzitutto quella di riunire in un
catalogo minimo tutte le opere che in prima battuta si potessero
ricondurre con certezza alla mano di Genovese. A questo punto
ho pensato di poter stilare una sorta di ragionamento storico
del suddetto catalogo, che senza velleità di completezza
critica, servisse a chiarificare, a collocare contestualmente e
la figura del pittore per avviare un processo di rivalutazione
critica anche dell’opera pittorica di Pietro Genovese
Le opere recensite sono state così circa 70 ( di
cui 50 olii e 20 disegni), che mi è sembrato opportuno dividere
in varie fasi creative e per ogni fase individuare i suoi tratti
salienti.
Si può perciò indicare un primo momento artistico
in quello compreso approssimativamente tra gli anni 1965 e il
1968, anni in cui il ventenne Genovese frequentava la scuola di
disegno tenuta nei locali dell’Associazione Operaia di Mutuo
Soccorso e diretta dal prof. Giovanni Biondo. Possiamo definire
questo momento come il momento di studio, l’apprendistato
pittorico del giovane Genovese. Consequenziale all’insegnamento
del Biondo, che verteva sulla libertà espressiva e sulla ricerca
di una originale vena artistica basata però sull’esempio della
tradizione, in questi anni l’attenzione di Genovese spazia sui
vari fronti dell’arte europea sorta nel primo Cinquantennio del
Novecento. Anche se i suoi interessi maggiori sono polarizzati
da quegli artisti che si sono arrovellati in una ricerca che
privilegiasse il colore, la sua natura, i rapporti che innesta
con la materia e con la forma, gli effetti ottici ed emotivi che
crea nello spettatore. Ecco perché quasi tutti i quadri
catalogabili in questo periodo (e che per inciso formano buona
parte della sua intera produzione) si mostrano influenzati
dall’arte di Cezanne, Munch, del Modiglioni, di Paul Klee
soprattutto, degli cubo-astrattisti ruotanti intorno ai Delaunay,
Kupka, Picasso, ed infine, per qualche prova, da quella di
Boccioni e per lui dei simbolisti italiani come Gaetano Previati.
Il fatto che questo sia stato per Genovese un momento di studio
non toglie che egli avesse già maturato una sua poetica piena di
forza espressiva, e una certa indipendenza artistica. Infatti a
prescindere dalla suddetta fertilità intellettuale e culturale
(il che è già gran cosa), il pregio maggiore di questo periodo è
costituito, secondo la mia osservazione, da un gusto spiccato
per il colore e la sua matericità, un colore che gli permette di
raggiungere degli esiti che vanno al di là dell’elementare
figurativismo mimetico, sperimentando anzi delle situazioni
sintetiche di forma e materia, luminosità e spazialità di grande
interesse artistico e critico.
Il secondo momento artistico coincide invece con
il cosiddetto “realismo sociale” di Genovese. Il periodo
storico, quello che approssimativamente possiamo circoscrivere
tra il 1968 ed il 1975 (anche se opere sociali erano state già
licenziate dal 1965, tanto per dimostrare quanto le suddivisioni
siano cose fatte per convenzioni di studio), è fondamentalmente
quello delle grandi contestazioni giovanili e di classe, quello
delle grandi rivoluzioni sudamericane e dei drammi umani che
esse comportarono. Furono quegli, gli anni in cui si pensava che
l’artista non poteva restare escluso dai sommovimenti popolari,
non doveva e non poteva isolarsi nel mondo intimistico di un
ermetismo di maniera o di uno sperimentalismo senza sbocchi
sulla realtà, ma anzi doveva essere portavoce delle istanze e
della voce delle classi in lotta, degli ultimi in rivolta per
migliorare la propria vita e ridare al mondo un vestito di
uguaglianza e giustizia sociale. Genovese, certamente al passo
con i tempi, raccoglie la sfida lanciata agli artisti e
com-partecipa attivamente a questa richiesta. I modelli di
questo periodo sono senza dubbio i Guttuso e i Sassu delle
Crocifissioni e delle varie Fucilazioni degli anni Quaranta. Da
loro deriva certamente l’inusitata potenza plastica e
strutturale del colore, tutto giocato sulla gamma dei marrone,
dei rossi, dei gialli e che si dispone per grumi e per fasci,
per linee orizzontali grasse di materia. Da loro deriva
l’aggressività delle scene, del tutto sintetica e funzionale al
messaggio politico, la forza morale dei personaggi. Da loro
derivano tuttosommato i repertori iconografici sfruttati
(rielaborati per temi del tutto originali e contemporanei),
anche se mi sembra giusto dire come almeno in un’occasione (il
cosiddetto quadro La Donna del Terremoto del 1968)
Genovese abbia anticipato, e non solo nel tema, addirittura
Guttuso (che in effetti dipinse la cosiddetta Notte di
Ghibellina solo nel 1970, quindi due anni dopo). Sebbene
possiamo dire chiuso formalmente questo cosiddetto periodo
sociale già nel 1973-74, a conferma della convenzionalità di
ogni periodizzazione, ancora negli anni 80 Genovese (ma questa
volta il modello è il pop- artista italiano Enrico Baj) dipinge
la cosiddetta serie dei Generali o della Guerra,
in cui con un segno diverso e senza quella verve ironica e
disillusa di Baj, ma ancora con una forza coloristica notevole,
mette alla berlina l’idiozia del militarismo e l’atroce realtà
della guerra.
Un quadro del 1975 segna la svolta di Pietro
Genovese verso l’ultima maniera della sua pittura, maniera
che dura tutt’oggi. Il quadro rappresenta un profondo spazio
pianeggiante dal cui centro, come dallo scoppio di un vulcano,
assistiamo all’eruzione di uno spettro variegatissimo di colori,
su cui dominano le tonalità del rosso, del verde e del marrone.
Questo scoppio di colori è lo scoppio dell’irrazionale che
dominerà tutto il proseguo della sua pittura. D’ora in poi gli
spazi della rappresentazione di allargheranno a dismisura, i
colori diverranno più smaglianti e si schiariranno verso
l’azzurro, il giallo, il bianco, il verde oppure si ispessiranno
verso il rosso acceso o il marrone terreo. La componente mistica
del messaggio si impadronirà della scena svolgendosi per mezzo
di simboli di ardua comprensione, acquistando quella
visionarietà sfrenata – ma commovente - che avrebbe fatto
impallidire, per originalità e sicurezza di esposizione, gli
artisti surrealisti più accaniti.
La pittura di Genovese, a prescindere dal tempo
in cui è stata prodotta, non lascia mai indifferente chi la
incontra. Questa empatia, che è la dote dei veri artisti, può
bastare ad avviare un vasto discorso intorno a tutta la sua
opera.
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I VISIONARI
(Testi della mostra tenutasi a
Barcellona dal 22 al 27 Marzo 2009)
Peppino Stagno dipinge la
realtà, a prima vista il suo è infatti l’occhio di un verista
legato a fatti domestici e paesani di frequenza quotidiana, solo
che questa realtà è dipinta “a modo suo”, cioè trasfigurata in
maniera - non tanto onirica o surreale - ma (direi proprio)
“utopica”. Stagno disegna i paesaggi, le figure, le scene
paesane ambientandole in un mondo perfetto, dove tutto è al suo
posto e per questo tutto è felice. Proprio in questa esibita
discrepanza (che lo spettatore coglie certamente con un forte
effetto di ironico spiazzamento) tra “realtà reale” e “realtà
pensata” risiede l’originalità di questo pittore, che è un naife
vero, ma che negli ultimi anni della sua carriera ha saputo
affinare – da autodidatta rigoroso – la tecnica e
l’impaginazione scenica arrivando ad esprimersi con immagini
suggestive e “stupefacenti” ma al contempo “concettualmente” e
razionalmente credibili.
Un quadro del 1975 segna la svolta di Pietro Genovese
verso l’ultima maniera della sua pittura, maniera che dura tutt’oggi.
Il quadro rappresenta un profondo spazio pianeggiante dal cui
centro, come dallo scoppio di un vulcano, assistiamo
all’eruzione di uno spettro variegatissimo di colori, su cui
dominano le tonalità del rosso, del verde e del marrone. Questo
scoppio di colori è lo scoppio dell’irrazionale che dominerà
tutto il proseguo della sua pittura. D’ora in poi gli spazi
della rappresentazione di allargheranno a dismisura, i colori
diverranno più smaglianti e si schiariranno verso l’azzurro, il
giallo, il bianco, il verde oppure si ispessiranno verso il
rosso acceso o il marrone terreo. La componente mistica del
messaggio si impadronirà della scena svolgendosi per mezzo di
simboli di ardua comprensione, acquistando quella visionarietà
sfrenata – ma commovente - che avrebbe fatto impallidire, per
originalità e sicurezza di esposizione, gli artisti surrealisti
più accaniti.
Nino Gentile inizia la carriera pittorica collaborando
con un valente decoratore della sua città. Da subito partecipa a
molte mostre collettive e personali (Rozzano (Mi), Barcellona
PG, Bruxelles, Parigi, Forli , Ravenna, Catania, Taormina,
Messina ecc…). Ama definirsi pittore libertario, si ispira ai
Maestri dell'impressionismo e del cubismo fino al neo realismo,
al surrealismo e alla pop art. Nonostante tutto cerca nuove
espressioni in cui sperimentarsi. Anti - accademico di
conseguenza, già dal 2000 tenta di lavora di getto per far
prevalere il colore al segno. Il maggiore apporto del
Surrealismo nell’arte di Gentile è la considerazione del corpo
umano come di una “materia” in continua trasformazione, adatta
ad accogliere su di sé ogni simbolo. Un corpo che si presta a
ricevere e rimandare ogni significato. Per questo può diventare
paesaggio, figura concava o convessa, puro occhio o teschio
bucherellato dal tempo e dalle tarme. Ma in Gentile c’è un
impegno etico che lo porta a posizionarsi ben al di là dei
Surrealisti tout – court.
Salvatore Celi è nato a Barcellona Pozzo di Gotto ma
cresciuto a Castroreale. Vive e lavora a Furnari. Definirlo
“Magritte redivivo” è davvero azzeccato. Egli è un genio
enigmatico, un surrealista con lo sguardo di un cineasta alla
Bunuel o alla Hitchcock. Artista di lucidità immaginifica (e di
prolifica attività) impressionate, i suoi quadri sono
caratterizzati da alcuni “catalizzatori” iconografici: chiavi,
serrature, porte, cornici, figure di uomini misteriose avvolte
da una penombra macabra. Il suo è dunque un invito ad
oltrepassare il confine, a varcare la soglia, a penetrare
l’apparente realtà (nelle sue opere sono spesso presenti brani
di “mondi dentro/dietro mondi”, un po’ alla Truman Show),
a lasciarsi alle spalle un presente negativo sospeso tra la
veglia ed il sonno. Verso dove? Verso una salvezza nel bello,
nell’arte, nel mistero.
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LUCIO PICCOLO
Morto Piccolo, del suo fantasmagorico personaggio
s’impossessano subito giornali, televisioni e riviste che
finalmente trovano in lui il mito demodé e fuori dal mondo reale
ma in contatto con il mondo dell’astratto e del sovrannaturale
attorno al quale costruire aneddoti e storie mirabolanti.
In riguardo il poeta, con una punta di ironia
rassegnata, cosi si esprimeva (Probabilmente deriva dal fatto
che sono un isolato, e gli isolati provocano generalmente
curiosità, tanto si figuri che mi hanno chiamato il poeta degli
spiriti, il poeta delle ombre, il poeta della morte, non so
tante cose….)
Spesso il personaggio- Piccolo prevarica il
Piccolo- poeta e questo non fa che pregiudicarlo. E’ impensabile
slegare la poesia dalla sua biografia, d’accordo, ma è
altrettanto stupido non apprezzare l’anima più vera e autentica
delle liriche piccoliane che sta al di là della sua stessa vita.
Liriche che a detta di molti, Pound- Montale e
Sciascia per elencarne solo alcuni, si pongono come tra le più
alte di tutto il Secondo- Novecento europeo.
La poesia di Piccolo è emblematica della sua
vasta formazione culturale, è una poesia di forte ceppo
siciliano, Sicilia arcana come la chiamarono, ma allo stesso
tempo aperta agli influssi più disparati ed internazionali, in
un abbraccio serrato che la pone direttamente in contatto con le
voci poetiche più degne ed originali di tutto il mondo.
D’altronde fin dalla giovinezza Piccolo aveva stretto un’intesa
epistolare col premio Nobel irlandese William Butler Yeats
condividendo con lui l’amore quasi panico e panvitalistico per
la natura e soprattutto la tensione metafisica sfociante
nell’esoterismo e nella conoscenza ermetica delle cose e della
vita.
Poi aveva coltivato con estremo trasporto le
letterature mitteleuropee, quella anglosassone, transalpina e
ispanica a partire dai poeti metafisici del 600 (con cui
divideva molte cose in comune) fino ai contemporanei.
Conosceva l’arabo a menadito,
era formidabile lettore di Thomas Mann, Char, Hopkins, Cummings,
Moore, Carens, Wittensteing e Husserl, Jung e Baudelaire, Dylan
Thomas, Pound, Proust, Guillen, Musil, Rilcke e Joice
Fu cultore delle filosofie e poesie greca (citava
Omero a memoria), dei miti indiani e orientali, della mistica
ebraico- cristiana naturalmente. Conosceva benissimo la
letteratura italiana del Novecento con un occhio ai poeti come
Gozzano, Rebora, Saba, Ungaretti, Campana, fino agli ermetici a
Montale e a Quasimodo.
Questa enorme vastità di cultura impressionò da
subito Montale che cosi si espresse: (Mi trovavo, insomma, di
fronte a un clerc così dotto e consapevole che veramente l’idea
di dovergli fare da padrino mi metteva in un insormontabile
imbarazzo. Lucio Piccolo ha letto tous le livre nella solitudine
delle sue terre di Capo d’Orlando; ma non segue nessuna scuola).
Ecco la frase giusta NON SEGUE NESSUNA SCUOLA,
perché in Piccolo non c’è mai emulazione o imitazione, in lui
qualsiasi influsso è interiorizzato e fatto rinascere in maniera
completamente nuova e diversa. D’altronde neppure il poeta amava
aperture incondizionate verso altre letterature se riguardo ad
esse lo stesso Piccolo così parlò (soltanto che adesso i
numerosi melibei hanno smesso di agitar corimbi fioriti per
brandire la bandiera dello sperimentalismo, novità d’oltralpe e
d’oltreoceano che il più delle volte conta almeno tre quarti di
secolo di vita)
Tutte queste correnti, queste influenze, mescolate col sostrato
siciliano e tradizionale con punte anche dal popolaresco,
avevano per forza formato la sua forma mentis in maniera
eclettica ma coerente, sicilianista ma fortemente
internazionale. (il mondo contadino per me è importantissimo
perché ovviamente l’arcaismo, la mentalità antichissima non può
che provocare la simpatia del poeta)
Ecco forse uno dei pregi più alti della sua poesia è proprio
questo, cioè calare valori, situazioni, modi di essere e vivere
siciliani in una dimensione internazionale e universale,
proiettare il mondo siciliano nel flusso più ampio del mondo
intero, affinché tutti si possano riconoscere in esso, ognuno
restando sempre se stesso. Quindi Sicilia come microcosmo dalle
sfaccettature vive ed originali ma pienamente partecipe e
indissolubilmente legata al macrocosmo del mondo contemporaneo.
Cosi disse Piccolo (Nelle mie liriche e specie nel gruppo dei
Canti Barocchi, era mia intenzione di rievocare e fissare un
mondo siciliano, più propriamente palermitano, che si trova
adesso sulla soglia della propria scomparsa, senza ma avere la
ventura di essere fermata da una vera espressione d’arte Intendo
parlare di quel mondo di chiese barocche, di vecchi conventi
disusati, di anime adeguate a questi luoghi che sono trascorse
quasi senza lasciar traccia. Ho tentato non già di rievocarlo ma
di dar di esso una interpretazione basata sui pallidi ricordi di
infanzia uniti ad un tempo alla festosità delle architetture e
dallo sgomento di quelle personalità segregate, remote ed
incompiute)
Cosi dice Giuseppe Amoroso uno dei suoi studiosi più attenti
( Perché non è tanto la realtà fisica e storica dell’isola a
ispirare la poesia di Piccolo, quanto un privatissimo mito
culturale che alla Sicilia lo ricollega…Si tratta di una terra
incredibilmente favolosa, non essenzialmente siciliana, ma al di
là delle barriere geografiche, per l’uomo inteso non tanto come
essere dotato di una biografia storica, ma come momento di
divenire fisico, faticoso muoversi delle cose….)
Operazione vitale per ogni cultura che vuole resistere
all’avanzare dei Tempi perché è nella conservazione-
rinnovamento che germoglia il seme della Vita, è uscendo fuori
dagli angusti confini del campanile per affacciarsi al divenire
del Mondo intero con le sue voci e le sue rivoluzioni che ci si
può raffrontare e dialogare con esso, è esportando per
confrontarsi che si continua ad esistere, anzi si esiste in
maniera migliore e ancora più gagliarda di quanto si potrebbe
fare continuando a coltivare sempre nello stesso terreno che a
lungo andare diventa per cause naturali sterile ed improduttivo.
Questo è il modo di pensare dei geni, e Piccolo come tutti i
geni artistici siciliani degli ultimi due secoli Verga, De
Roberto, Capuana, Rosso di San Secondo, Gentile, Vittorini,
Borghese, Brancati, Quasimodo, Pirandello e Sciascia, questo
fece. (adesso mi faccia riflettere un poco, quante Sicilie
conosco? Dovrei partire dalla Sicilia classica dei bucolici
evvero? Dei bei Nebrodi monti, poi più giù dalla Sicilia…..cominciamo….pigliamo
lo spunto dai dai grandi veristi della fine dell’Ottocento,
dalla Sicilia di Verga, della Sicilia di Capuana è
estremamente importante perché si riferisce ai paesini dell’
Etna, circumetnei, e poi la Sicilia di Pirandello…dobbiamo
metterlo assieme agli etnei, la Sicilia di Vitaliano Brancati….)
Molti dicono che la sua poesia è di difficile
comprensione. Ma il suo neo-barocco non si mostra difficile per
snobistica elitarietà, esso altro non è che la resa “fisica”
della difficoltà di districarsi nella miriade di richiami,
rimandi e simboli della “selva quotidiana” dell’esistenza . Cosi
dice il poeta (io ritengo la mia poesia difficile perché….Lo
stesso Montale la dice non immediata, non facile, e se non è
facile…)
Le tematiche e i valori della poesia piccoliana
sono in fondo facilmente rintracciabili.
A dominare v’è il tema della Natura, natura
formata da essenze in contino turbinoso movimento che la
percorrono e la trasformano, la travolgono per ricrearla in
altre forme. E’ questa mutevolezza del reale, questa
inconoscibilità della forma definitiva che rende vano ogni
tentativo umano di bloccare la Natura, di arrestarne il mutevole
sconvolgente movimento per arrivare ad una conoscenza assoluta.
Qualunque siano le forze umane la lotta è sempre
impari, trovare una realtà unica e assoluta come il Numero è
impossibile.
E da questa impossibilità nasce il pessimismo
cosmico di Piccolo che si risolve in maniera complessa e
dolorosa nell’isolamento, in questo nichilismo del richiudersi
in se stessi, per trovare nell’Io la calma e gli appigli per la
conoscenza. E questo tema se da un lato richiama alla filosofia
Husserliana, per entrambi la realtà è concreta ma mutevole e
questa duplicità porta al lacerante conflitto tra realtà,
oggetto, io e soggetto e per entrambi l’unico modo di
sopravvivere è ricorrere alla propria coscienza pura (Husserl) e
alla camera interna (come Piccolo chiama la sua coscienza),
dall’altro non possiamo che ricollegarlo al pessimismo cosmico
leopardiano e al grande filone del pessimismo esistenziale
siciliano che o per la durezza della natura e la sua sostanziale
immodificabilità (sia essa natura naturata o natura umana)
sfocia in Verga nel disfacimento finale, in Pirandello
nell’assunto che alla fine non conclude, in Brancati nello
scetticismo satirico ma appunto pessimista e che in Lampedusa
porta infine all’inazione o al sonno. Anche se esiste in Piccolo
pure una natura benevola, viva e pulsante, allegramente agreste,
evocata nella memoria con amore e trasporto perché animata da
uno spirito panico o panaturalistico, la natura docile e dolce
dei “bei monti nebrodi” e che non difficilmente lo legano a
Teocrito e a tanta poesia bucolica seguente.
Altro tema importante è il tema dell’infanzia,
del ricordo di un’età passata e tramontata come già accennato
nella lettera a Montale. Un contenitore di poesia, di emozioni e
di ingenuo stupore che secondo Piccolo merita di esser salvata e
riportata alla luce, messa quasi su un piedistallo come unica
cosa salvabile di fronte all’irriconoscibilità del presente.
Alla memoria in generale il poeta da una grande considerazione (Del
resto gli intelligentissimi greci non avevano stabilito che la
madre delle Muse era la Memoria? Memosine…Memoria che ad un
mezzo occultista come sono io può avere anche dei sensi verso la
memoria ancestrale ) A differenza del cugino Lampedusa
questo tema non rievoca però malinconia e la disperazione come
di una bella perduta età dell’oro ma simile quasi ad una
madeleine proustiana è un attimo di dolcezza da gustare per
rivivere, anche se in maniera sfuocata e pacata- mancano in
Piccolo d’altronde furiose ascese verso la rivisitazione
nostalgica del passato- una trance de vie di cui si può
avere una conoscenza più esatta, immutabile.
Altrove comunque la malinconia di Piccolo
spargerà il suo velo suadente, in alcune immagini del quale
potremo intuire l’alito della Morte e il suo incedere
inesorabile e naturale, unica certezza di infallibile
eguaglianza così come per la sua stessa classe nobiliare (
decadono financo i pianeti, come vuole che non decadano…non
finiscano le famiglie? Sono dei cicli inevitabili…questo….non
credo che ci siano dei fattori precisi che possono essere
riscontrabili ). Morte da cui peraltro come ogni siciliano
ne era lontanamente e sensualmente attratto, come diceva spesso
(Qui sarebbe opportuno mettersi parlare, mettere un pò in
rilievo questo senso della Morte, della Morte in Sicilia, così
appariscente…questo senso nello stesso tempo enormemente
tragico, ma anche magnifico, pomposo che si mette tutti gli
orpelli dell’arte) e che lo ricollegava alla grande poesia
metafisica del Seicento e a quella decadente europea che da
Rimbaud sale fin su a D’Annunzio.
Lo stesso legame internazionale si stringe con la
tematica dell’esistenzialismo:
v’è un’angoscia che serpeggia, un’inquietudine,
una compatercipazione al dolore dell’uomo che riporta la sua
anima caldamente siciliana come quella di Vittorini per esempio
alla poesia e alla filosofia esistenziale italiana ed europea,
Leopardi, Schopenauer, Heiddeger e Jaspers.
O ancora l’importante filone dedicato o al sonno
o alla dormiveglia, il momento ancora di coscienza già velato
dalle tenebre della Notte, momento propizio in cui si
materializza il passato coi suoi dolci ricordi d’infanzia o che
precede il sogno propriamente detto, luogo a volte o mezzo come
le favole, i miti, la memoria, di fuga nel passato e nel
riposo. Tema questo tanto caro a Piccolo come peraltro a
Campana, a cui dallo stesso Montale è stato avvicinato, oppure
al poeta spagnolo contemporaneo Guillen come d’altronde a
Cicerone a Shakespeare a Calderon de la Barca.
Per ultimo ho voluto lasciare infine un tema tra
i più cari a Piccolo e cioè il tema della conoscenza esoterica.
Lo accenno per ultimo non perché esso sia un tema secondario, ma
perché tanta critica in cerca di un personaggio ne ha già fatto
il filone preponderante quando invece si tratta di un tema
importante ma al pari degli altri.
A volte la conoscenza per Piccolo passa dalla
decifrazione dei segni arcani del mondo, quasi una divinazione,
a volte la conoscenza è per il poeta una scienza misterica
dedicata agli iniziati che con fatica devono scoprire il senso
riposto delle cose, attraverso simboli e bisbigli devono
estrarre la loro essenza nascosta e refrattaria. E cosi si deve
intervenire con le pratiche magiche, con il salto elitario sul
presente, per aprirlo quasi dall’interno, per forzarlo. Questa
attitudine poetica e sicuramente vissuta da Piccolo, vista pure
come legante con il mondo agreste e popolare siciliano, è
confermata da Consolo che cosi dice (Al villaggio ci venne
incontro zia Genoveffa, la maga delle trombe marine e dei fumi
di rametti aromatici. Bacio le mani, barone salutò la vecchia.
Piccolo si staccò da me e le andò incontro. Vicini si parlarono)
e con il mondo celtico e specificatamente di Yeats dallo stesso
Piccolo ( Tutta l’opera di Yeats è permeata dal senso del
soprannaturale; capisco che li è questione pure di razza, perché
in Irlanda…le leggende vivono veramente, quelle che ora si
chiamano leggende, ma che poi sono…per me sono realtà… Io l’ho
provato molto questo, sin da ragazzo, ero molto vicino, insomma
mi interessavo molto della parte crepuscolare della psiche come
poi è stato detto da qualcuno, << Celtic- Twilight>>)
Al di là delle cattive interpretazioni, figlie di
critiche erronee o emozionale, che sono state fatta circa la
poesia di Piccolo, essa è innanzitutto lirica pura, poesia di
altissimo valore, originale e indipendente come lo stesso autore
e soprattutto non sottovalutabile o valutabile in relazione alla
gattopardesca biografia dell’autore.
Lucio Piccolo resta uno dei maggiori autori
poetici europei della seconda metà del 900 Molti intendono la
sua lirica insormontabile o preclusa al mondo quasi colpo
teatrale di un ricco e solitario signore; si sbagliano: essa è
una poesia vitale e vitalistica, di una musicalità ed un
suadenza suggestiva davvero portentosa, sciolta da ogni assurdo
sperimentalismo o velleità di pseudo- socialismo impegnato.
E’ vero non tutti l’apprezzeranno al primo
ascolto, ma calato il velo della reticenza, sciolta la patina
della diffidenza sarà facilmente penetrabile e di conseguenza
compresa ed amata. Pochi critici onesti possono resisterle,
anche perché contro i detrattori circola ormai una maledizione
da attenzionare…(ma una cosa vi dico, amici veri e nemici
falsi- marionette in bilico sui trampoli di filosofemi e su
grucce di estetiche fallimentari- nemici sinceri e nemici
insinceri: sono un osso troppo duro per voi, i vostri denti, i
vostri solventi non sono abbastanza efficaci per me. Quando con
parole o più probabilmente con gli elaborati silenzi…vi sarete
convinti di avermi gettato dalla porta di strada…allora vi
accorgerete che sono rientrato dalla finestra, a danzarvi
davanti come un’importuna zanzara, o come un moscone se meglio
vi piace).
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LE STANZE DELL’ATTESA
BREVE INTRODUZIONE
Quando viene la tempesta bruciano le candele nella camera
interna; per giungervi quanto passaggio di anditi, corridoi,
tramezzi, gradini e scalette e il pavimento indiscreto che dà
nota come un pedale d’organo, stridente, bassa, dall’armadio
cavernoso. Ma finalmente qui è il luogo della sicurezza, scavato
nelle fibre di mura di centro, nel cuore del riposo dove del
mondo di fuori non arriva neppure la vibrazione d’una porta
cenere al traino che passa, e il vento dei quadrivi e quello che
corre intorno alle altissime gallerie sono soltanto lontano
fantasma di sibilo.
Inizio il “racconto” de Le Stanze dell’Attesa con una citazione
del brano di apertura della breve prosa Candele del grande poeta
Lucio Piccolo, per un’affinità sostanziale che mi pare di
cogliere tra i due scritti, cioè il tema della ricerca di un
centro vitale, di un luogo dell’anima dove l’anima si possa
sentire davvero sicura e libera.
Più che effettuare un’analisi dettagliata ed esaustiva, la mia
introduzione vuole essere l’esposizione di alcune personali
chiavi di lettura del romanzo.
Innanzitutto ho visto in Le Stanze dell’Attesa una sorta di
romanzo di formazione. Il protagonista, dapprima “uomo nudo”,
totalmente immerso nel suo mestiere di ingegnere e conoscitore
di una forma di vita di superficie, semplice, attraverso una
varietà di tappe dolorose, grazie a numerosi personaggi
apportatori di varie “lezioni” e messaggi, arriva alla fine
della storia a rivestirsi di una nuova consapevolezza, che fanno
di lui un uomo completo, completamente maturo, tanto da esser
riuscito a penetrare nel mistero della vita e svelarne (o almeno
all’apparenza) il senso intimo. Un uomo completamente adatto a
vivere.
Ma Le Stanze dell’Attesa è ancora un romanzo allegorico –
simbolico. D’altronde cosa è la ricerca del senso della vita che
caratterizza l’agire del nostro protagonista se non una metafora
della ricerca del senso di sé, in relazione agli altri, al mondo
e a Dio? E la ricerca di sé è una catabasi, una discesa verso il
fondo (o “ una discesa al Trono” come la chiamava Bartolo
Cattafi), una discesa all’inferno delle cose, dove ci si arriva
per dolore e lutti, per lacrime e perdite. Ma questo dolore è
necessario, necessaria è la negritudo della decomposizione in
vista della resurrezione – in forme completamente trasformate ed
inattaccabili – della rubedo. Per chi non ha dimestichezza con
questi termini, sto accennando a quella che gli alchimisti
chiamavano Opus Magnum (la Grande Opera), cioè il processo di
mortificazione, purificazione e sublimazione che doveva
attraversare l’anima per giungere alla visione del Divino. E di
questi simboli, seppure solo indirettamente, legati al mondo
dapprima accennato, mi sembra permeato il racconto.
Da un punto di vista più prettamente tecnico, Le Stanze
dell’Attesa può essere letto pure come un romanzo centripeto,
come un romanzo di cui l’autore sa già la fine ma ad essa ci
arriva partendo dal punto più lontano. Partendo dal fuori si
arriva cioè al centro. E in questa corsa in spirale c’è una
forma di sofferenza via - via sempre più accentuata (non per
niente i capitoli risolutivi del romanzo sono ambientata in
luoghi di sofferenza o impostati su di essa), sofferenza che
anche il lettore deve cogliere come un ripiegamento su sé stessi
che prelude ad un uscita liberatoria.
La mia analisi, brevemente, oltre che sul modo di intendere il
romanzo vuole soffermarsi su tre aspetti fondamentali di esso:
il protagonista, il messaggio, i luoghi.
Il personaggio non ha nome e la cosa è bellissima. Perché
potrebbe avere tutti i nomi del mondo, di ciascun uomo, anche il
nostro. Ma io lo chiamerò Parsifal, il “puro e folle” di
Cretienne de Troyes. Perché come Parsifal, che all’inizio vive
nella foresta al di sopra di ogni conoscenza complessa della
vita, anche il Nostro (pure lui “puro e folle”) in apertura vive
in una foresta incontaminata e infinita, quella dei Caraibi.
Perché Parsifal, così come il Nostro, si troverà ad un certo
punto della sua vita ad affrontare tutta una serie di peripezie,
prove ed errori, che lo condurranno alla maturazione completa e
al rivestirsi di quegli abiti propri dell’uomo. Il Nostro
conoscerà - attraverso le pagine del libro – l’amore, il
distacco, il dolore, la paura, la coscienza ( e il superamento
per mezzo della fede) della morte che condurranno alla fine,
attraverso un processo assoluto di purificazione e apertura alla
Conoscenza. Quella conoscenza che come dice Ecclesiaste non si
può ottenere se non aumentando il dolore.
Il messaggio. Il libro di Freni si apre con una dotta citazione
da Goethe: Ogni bisogno, la cui vera soddisfazione sia impedita,
induce alla fede (da “Le Affinità Elettive”). Ecco forse il vero
asse portante di Le Stanze dell’Attesa: la fede. Ma non la sola
fede religiosa, a cui peraltro sottende tutto il racconto, ma
anche la fede nell’amore, la fede nella salvezza, la fede
nell’amicizia, la fede nella solidarietà, la fede nella vita. La
vita al di sopra di tutto: ecco qual è lo slogan che mi resta di
questo libro. Il dovere primario di ogni uomo è quello di
coltivare la vita, che è il primo dono e il primo dovere. Niente
deve essere preposto alla fede, al culto della vita.
L’abnegazione totale alla vita è forse il senso più profondo
della vita.
I luoghi. I luoghi del libro sono funzionali al suo essere
indirizzato verso il centro finale. I Caraibi, innanzitutto,
dove il protagonista si trova per lavoro. Quale posto più
lontano ed adatto per iniziare la storia? I Caraibi
rappresentano l’esterno, la lontananza il punto di partenza. Ma
da essi il protagonista lentamente si stacca per un graduale
avvicinamento a casa. Prima a Roma, poi a Venezia (anche se per
motivi accidentali e certamente non voluti), infine in Sicilia,
a casa, sulle sue montagne, sul suo mare. E la Sicilia, ancora
una volta in Freni, diventano il luogo dell’interno, del cuore,
della vicinanza, delle radici. Il luogo dove il protagonista
conoscerà la Verità. Ma oltre che di una geografia terrestre, i
luoghi e i personaggi che in quei luoghi si trovano incardinati
rappresentano una ben più suggestiva geografia dell’anima. E se
i Caraibi possono rappresentare l’esilio o l’allontanamento
dalla madre, la Sicilia ritorna ad essere l’identificazione
materna per eccellenza, il ritorno al grembo dove tutto è più
vero. Il ritorno a se stessi. E allora la Sicilia – come in
tutti i libri dell’autore - rappresenta il luogo dell’Essenza.
Abbiamo detto che il senso della vita, così come si coglie ne Le
Stanze dell’Attesa è la “Fede nella Vita”. Quando il
personaggio, cosciente della sua grave malattia, compie una
lunga passeggiata sulle montagne che circondano la sua casa (in
un climax ascendete di valore drammatico assoluto) in cerca di
una spiegazione al suo dolore, sente tra sé e sé che il miracolo
può essere ancora possibile, lo sente perché: …è la fede nella
vita a farmelo sperare (p.185). Credo che in questa frase sia
riassunto tutto il romanzo di Freni. E già solo per questo, non
volendo dilungarci nel cogliere i mille altri motivi per farlo
(letterari, simbolici, artistici, estetici), la sua lettura
diventa indispensabile in un’era come la nostra dove il
nichilismo, l’annullamento della coscienza e della vitalità
sembrano essere diventate facili scappatoie per giustificare
tutto.
Il senso della vita è vivere, il senso dell’uomo è vivere da
uomo. Forse in ciò c’è un superamento di Mann e della sua La
Montagna Incantata (visto che il monumento letterario viene
citato in quarta di copertina per un giusto raffronto tematico).
Superamento non vuol dire maggiore “punti in classifica”. Vuol
dire esposizione di nuovi valori e messaggi, quei valori e
messaggi che dovrebbero caratterizzare le nostre società future.
E se il libro del tedesco, il logoramento nel sogno come
sfiducia nella vita e nell’uomo, può essere inteso come il
preludio a tutto il Novecento, speriamo che il libro di Freni,
la fiducia nell’uomo e nei suoi valori fondamentali, siano
preludio ad un secolo migliore.
Perché la gente comune non pensa che la condizione principale
della vita è l’attesa. Per una qualunque ragione o per l’altra
ciascuno attende sempre qualcosa, l’avverarsi di qualcosa che
potrebbe essere anche un miracolo, nella sua stanza dell’attesa.
Chiudo la mia breve rassegna con questa citazione del libro,
quando il protagonista si trova a dibattere con un suo amico
professore (p.179). La stanza dell’attesa è dunque il luogo per
eccellenza, il luogo sicuro dal quale si riparte dopo ogni
dolore – sconfitta. E’ la “camera interna” di Piccolo. E il
cerchio si chiude.
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