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Andrea Italiano

 

 

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Il giovanissimo Andrea Italiano si è laureato al D.A.M.S. di Palermo in discipline artistiche musica e spettacolo, è già da diversi anni che si occupa anche di elaborare articoli sulle nostre radici artistiche. I suoi numerosi testi sono documentati da esaurienti note di riferimento che ci portano alla fonte delle sue ricerche. I suoi articoli sono stati pubblicati su periodici di Barcellona, ma anche su riviste specializzati nella ricerca artistica.

 

 

 

MALTA E SICILIA: LEGAMI DI SANGUE

 

Esiste un lungo filo storico che unisce la Sicilia a Malta, un filo storico che le unisce e le apparenta, e che in un vero scenario “euro-mediterraneo” dovrebbe essere riscoperto e valorizzato (almeno da parte dei governi delle due isole!) nella sua vera sostanza. La Sicilia e Malta, due isole baricentro del mondo mediterraneo, e non solo per motivi geografici, sempre rese partecipi nei secoli dalla storia dell’uomo, dalla Grande Storia dell’uomo occidentale. Ma fu la Sicilia, la più grande isola del “Mare Nostrum”, per la sua natura e per la sua grandezza, ad avere il predominio storico, ad essere (se volessimo umanizzare la storia) la madre. E’ grazie infatti alla presenza della Sicilia, quest’ultimo avamposto italiano ed europeo, e alla sua intermediazione, che Malta visse come un lembo europeo, che potè godere della cultura e dei progressi che sul continente andavano sviluppandosi. Questo ruolo la Sicilia svolse almeno fino all’avvento sull’isola dei Cavalieri Ospedalieri di San Giovanni nel 1530 (che da allora saranno conosciuti come Cavalieri di Malta), anche se perfino nella splendida epoca dei Cavalieri l’apporto siciliano sarà determinante per Malta, sotto forma di artefici, di artisti, di militari valorosissimi. 

Il legame che unisce le due isole (legame sempre vivo per la loro vicinanza geografica, anche a prescindere dai racconti storici) comincia ad appalesarsi storicamente già sotto la dominazione Romana. Malta, all’interno delle guerre puniche, divenne una strategica base militare per i Romani che la conquistarono (come racconta Tito Livio) nel 216 A.C. con il console Tito Sempronio Gracco. L’isola venne cosi confederata alla Repubblica Romana, e ai suoi abitanti venne riconosciuto lo status di “Soci”. I due maggiori centri abitati (Melita e Gaulos) vennero in seguito eretti in “Municipi” e amministrati da un “Procurator” , sottoposto a sua volta alla giurisdizione del Proconsole di Sicilia, che in seguito alla prima guerra punica era diventata la prima provincia del nascente imperialismo (ma ancora repubblicano) romano.

Successivamente, nell’età del pontificato di Gregorio Magno (590-604 D.C.), la dipendenza di Malta dalla Sicilia, divenne di natura religiosa. Infatti nelle sue epistole, quel pontefice enumerava tra i Vescovi di Sicilia anche il Vescovo di Malta, che era quasi sempre un italiano, poiché nella suddivisione della Cristianità per province, Malta ricadeva in quella Siciliana. Gli ordini monastici che via via si andranno ad impiantare nell’isola, proverranno sempre dalla Provincia di Sicilia, nella quale risiedeva il loro superiore e dalla quale dipendevano giuridzionalmente.

Ma il vero e più stringente incontro tra la storia dell’isola maltese e quella siciliana avverrà sotto la dominazione normanna. I Normanni, vichinghi del Nord Europa, cominciarono ad apparire nel Mezzogiorno d’Italia già attorno all’anno 1000, come pellegrini in transito verso la Terra Santa oppure come mercenari al servizio di signorotti locali. Erano conosciuti come uomini giganteschi e soprattutto come valorosi, spietati guerrieri. Questa fama li aiutò di certo ad incutere terrore (ancor prima di combattere) nelle popolazioni del Sud Italia, tanto che a partire dalla meta del secolo XI, con un manipolo sparuto di uomini cominciarono via via a conquistare per se stessi ampi territori. Chi più di distinse in queste lotte di conquiste furono i fratelli Altavilla, Roberto il Guiscardo e Ruggero. Essi, infatti, in poco più di un ventennio sottomisero al gioco normanno tutto il Sud Italia e si imposero sulla scena internazionale come una potenza militare e politica di tutto rispetto. I normanni misero piede in Sicilia intorno al 1060. Anche nell’isola riuscirono ad avere la meglio sulle truppe musulmane (in lotta tra loro) che dalla meta dell’Ottocento avevano sotto il loro potere l’isola. La guerra di conquista normanna terminò nel 1091, quando sotto Ruggero I detto il Granconte cadde l’ultima roccaforte musulmana: Taormina. Nello stesso anno, Ruggero I, nella sua ottica di espansione africana, strappò ai musulmani pure l’isola di Malta, che da allora venne riconosciuta come un’isola appartenente alla Sicilia, la cui capitale nel frattempo era stata spostata da Messina a Palermo. Narra la leggenda che, sbarcato a sulle coste Maltesi ed accolto come un liberatore dai superstiti cristiani, Ruggero donò loro il suo mantello sul quale era impressa una croce bianca su campo rosso, che da allora è la bandiere nazionale dell’isola. Da allora in poi, diverrà sempre più costante l’elemento etnico siciliano nella popolazione maltese, cosi come quello culturale e linguistico che è uno dei sostrati del moderno dialetto maltese. Morto Ruggero I, gli successe il figlio Ruggero II, divenuto nel 1140 Re di Sicilia. L’isola di Malta, ormai del tutto equiparata agli altri possedimenti “palermitani” e su cui vigevano leggi peculiarmente siciliane (come ad esempio quella della “Legazia Apostolica”), continuò ad essere un importate avamposto relativamente all’espansione siciliana nel bacino del Mediterraneo. E grande dovette essere il beneficio di Ruggero verso i Maltesi se fino a qualche tempo fa la chiesa isolana ricordava l’anniversario della morte del re, avvenuta il 26 febbraio del 1154. In seguito, Malta, che molto probabilmente veniva considerata come una pertinenza del re, cominciò ad essere infeudata a questo a quel signore normanno. Attorno al 1186-90 Tancredi conte di Lecce (nipote di Guglielmo primo detto il “Malo”) poi divenuto per “elezione” Re di Sicilia, ultimo re normanno prima dell’unificazione con l’Impero germanico operata da Enrico VI creò, infatti, Margaritone da Brindisi << Conte di Malta>>, cedendogli in feudo le isole.

 

Sotto il regno di Federico II (1198-1250) la storia delle due isole continua a correre parallela. Malta è pertinenza siciliana, che come essa affronta una graduale latinizzazione (a discapito dell’etnia musulmana) della popolazione e soprattutto una costante (ma alla lunga fallimentare) politica anti-baronale. A proposito, fu proprio sull’isola di Malta che fu deportato il ribelle Conte di Celano con parte della sua popolazione abruzzese. Ma a Malta dalla Sicilia, arrivò ben altro regalo. Alla corte palatina di Federico s’era raccolta una cerchia di intellettuali giuristi che, sulla scorta delle corti provenzali, coltivava una raffinata poesia d’amore. Scrivendo, e questa è la novità, in una lingua diversa dal latino o dal provenzale: il siciliano aulico. Questo che è forse il primo tentativo di un uso a fini culturali di una lingua regionale (il volgare), sarà molto importante ai fini della creazione del volgare italiano, di cui appunto il siciliano si pone come matrice prima. Echi di questa moda culturale ma soprattutto di questa lingua filtreranno pure sull’isola maltese, divenendo cosi la prima lingua nazionale maltese. Durane il periodo federiciano Malta continuerà tuttavia ad essere terra feudale.

 

La guerra del Vespro (1282-1302) terminerà “virtualmente” a Malta, quando la flotta siciliana comandata da Ruggero di Lauria affonderà nel porto maltese i resti della flotta angioina. Malta, seguendo ancora la Sicilia, diverrà successivamente una dominazione aragonese. Ed il suo governo verrà fatto succedere da Ruggero di Flor a Nicolò Acciaiuoli, da Guglielmo d’Aragona a Gugliemo Moncada a Artale d’Aragona. Il regime feudale dovette interrompersi nel 1427, quando un diploma rilasciato dal re Alfonzo d’Aragona, sanciva l’affrancamento dei maggiori centri maltesi, il riconoscimento dei privilegi accordati fin dall’età normanna, accomunandoli cosi a città come Palermo, Messina, Siracusa, Catania che appartenendo al Regio demanio non potevano essere concesse in feudo.

 

Il filo diretto tra la Sicilia e Malta, viene ad interrompersi formalmente nel 1530, sotto il regno dell’Imperatore Carlo V di Spagna e d’Asburgo. Il mondo mediterraneo, in quegli anni, stava per essere sconvolto nuovamente dalle forze musulmane che da truppe piratesche si stavano trasformando, sotto l’egida dell’impero turco ottomano, in una temibile potenza imperialistica. Il fatto più grave fu senza dubbio l’assalto e la conquista di Rodì (1523), l’isola su cui i Cavalieri Ospedalieri di San Giovanni, che dall’anno Mille difendevano e custodivano i cristiani di Terra Santa, si erano da secoli rifugiati. Rimasero i Cavalieri, dopo la perdita della loro isola, raminghi ed esuli per l’Europa. Fu a questo punto che Carlo V, ricordandosi forse i mille servigi che la Marina dell’Ordine aveva prestato all’Impero, decise di donare loro l’isola di Malta, Gozo (strappandole alla corona siciliana e contro la volontà della popolazione che vedeva cosi lesi i privilegi accordati dal diploma di Alfonzo) e la piazzaforte di Tripoli in Barberia. Da allora in poi le due isole percorrano percorsi storici diversi ma paralleli. La “perdita” veniva ricordata in passato con il dono al Viceré di Sicilia, da parte del Gran Maestro dell’Ordine nel giorno di Ognissanti, di un falcone.

 

Sotto il governo dei Cavalieri, che fu magnanimo ma severo, l’isola di Malta subì quelle trasformazioni capitali (architettoniche, militari, urbanistiche e sociali) che tutt’oggi la impreziosisce. I siciliani continueranno naturalmente ed abbondantemente ad essere presenti nell’isola come militari-religiosi inquadrati nella Nazione Italiana, ma fu il continuo approdo di lavoratori, di artisti, di architetti siciliani (ma non solo: ci furono pure romani, lombardi, genovesi, napoletani) attirati dalla grande mole delle commesse, che fece sì che il filo che legava da sempre non si spezzasse del tutto, tanto che ancora oggi la gran parte delle chiese, dei palazzi, delle piazze sembra vagamente siciliano, e tanto che gran parte dei cognomi della popolazione suona dolcemente italiano.

 

La fine del Settecento vide il tramonto di Malta come “Isola dei Cavalieri”. Dopo che le loro fortezze avevano respinto con orgoglio tutti gli attacchi turchi (1547- 51- 54- 60- 63- 65), dopo che le loro flotte avevano dato un apporto decisivo alla vittoria di Lepanto (1571), nel 1798 la colonia cavalleresca guidata dal Gran Maestro Hompesch è costretta ad aprire le porte della fortezza di La Valletta alle truppe francesi di Napoleone Bonaparte, che nel quadro della sua Campagna d’Oriente aveva bisogno di una base mediterranea. Ma la dominazione francese non durò a lungo. Infatti nell’agosto dello stesso anno scoppiò un’insurrezione maltese che appoggiata dagli inglesi di Nelson, aveva l’intenzione di riportare l’isola nell’alveo della corona siciliana, che nel frattempo era passata ai Borbone. Nel 1800 terminò l’assedio di La Valletta, al termine del quale i francesi si ritirarono dall’isola. Il Boll, un inglese fungente da luogotenente del Re delle Due Sicilie, prese possesso dell’isola. Ma il tradimento inglese (l’ennesimo tradimento inglese nel corso della storia) era dietro l’angolo. L’interesse inglese per Malta non derivava da una sorta di filantropia anti-francese o da un’alleanza filo- siciliana, bensì dal segreto scopo di occupare un punto strategico all’interno dello scacchiere mediterraneo, dal quale poter gestire la politica imperialista, mercantile e coloniale. Infatti subito dopo aver preso possesso di Malta in nome del Re di Sicilia, il Boll e il Pigot successivamente, amministrarono l’isola in nome del Re inglese. A nulla servì la Pace di Amiens (1802) grazie alla quale Malta doveva tornare in mano ai Cavalieri. Gli inglesi restarono saldamente sulle loro posizioni, finchè nel trattato di Vienna (nel quale si ricostrì l’Europa post- napoleonica) Malta fu affidata definitavemente al governo inglese, fino alla sua definitiva indipendenza moderna (1960), ed in barba alle richieste dei Cavalieri di San Giovanni e del Re di Sicilia, suo antico e legittimo possessore.

 

Con questa introduzione, si spera, di aver messo (seppur in maniera necessariamente sommaria) in luce i rapporti storici che nei secoli hanno legato le due isole mediterranee. Legami che come si è detto, non furono solo politici e militari, ma pure artistici, culturali e sociali. Paradossalmente fu però dopo la perdita siciliana di Malta (1530) che cominciarono ad intensificarsi quegli “scambi umanistici” appena accennati. O quantomeno, le opere d’arte prodotte a partire da quel periodo sono quelle che si sono conservate fino ai giorni nostri. Lo studio seguente vorrà mettere in luce gli scambi artistici (precipuamente pittura e scultura) e le problematiche legate agli artisti che le hanno prodotte.

 

BIBLIOGRAFIA

ANNIBALE SCICLUNA SORGE, Malta: visione storica sintesi politica, Livorno 1932.

SALVATORE TRAMONTANA, Monarchia normanna e sveva, Utet Torino 1986.

PIERRE AUBE’, Ruggero II: Re di Sicilia, Calabria e Puglia, Newton & Compton Roma 2002.

 

 

 

 

UN FORTUNATO RITROVAMENTO

NEL MERCATINO ANTIQUARIO DI BARCELLONA

 

Il mercatino dell’antiquariato di Barcellona, che si tiene nei giardini dell’Oasi ogni ultimo week-end del mese, a volte può riservare piacevoli scoperte, basta avere “fortuna” e “occhio”. Rovistando tra lettere, libri mobili antichi e pezzi curiosi, infatti, recentemente ho avuto la ventura di acquistare (per una cifra davvero irrisoria) una lettera manoscritta di epoca pre-filatelica di una discreta importanza storica: la lettera, in buono stato di conservazione, vergata con inchiostro nero e in scrittura minuta ottocentesca, riportava in calce la firma di Paolo Cumbo, la data 4 Febbraio 1831 ed era indirizzata all’allora barone di Salicà D. Giuseppe Stefano Perrello. Ma chi sono i personaggi sopra citati. Paolo Cumbo nacque a Milazzo il 24 Ottobre da Antonino Cumbo e Laura Proto. Si dedicò alla carriera giudiziaria diventando nel 1825 Procuratore del Re, nel 1826 Giudice della Gran Corte Civile, quindi Giudice della Corte Suprema di Giustizia e infine Procuratore Generale presso la Gran Corte Civile di Napoli. Nel 1859 fu nominato Ministro degli Affari di Sicilia. Di idee moderatamente liberali, con l’appressarsi dell’Unità d’Italia, venne accantonato dai Borbone. Morì a Messina il 17 Agosto 1872. Fu altresì Governatore dell’Arciconfraternita della Pace e dei Bianchi di Messina (1850) e - per quanto riguarda la materia trattata nella nostra lettera – nel 1831 fu Presidente della “Società Economica”, che si proponeva di migliorare le condizioni di vita del Regno attraverso lo sviluppo dell’agricoltura. A tale scopo adibì a campo sperimentale un suo terreno sito a Messina, acquistato dalla principessa di Butera nella zona costiera del “Ringo”.  Il destinatario, Giuseppe Stefano Perrello o Perrelli, barone di Salicà, sposò nell’anno 1808 Marianna Denti e Paratore, figlia di Lucio duca di Piraino. Residente tra Oliveri, Furnari e Barcellona (ho altre lettere che comprovano anche questa residenza), fu possessore della tonnara di Salicà (che è poi l’odierna Tonnarella) e soprattutto di quella di Oliveri, poi passata ai Longo nella seconda metà dell’Ottocento e da essi – ma solo nel Novecento – ai Baroni di Adragna che la smantellarono.

Il Perrello, oltre che nella marineria, doveva occuparsi pure di agricoltura (e con buoni risultati), tant’è che il Cumbo nella lettera – proprio nell’anno della sua presidenza della “Società Economica” – gli chiedeva alcune radici “di asparaci meravigliosi che voi coltivate nei vostri giardini, per poterli includere nel mio orticello … e una norma scritta su la loro coltivazione e perfettibilità”. Ecco dunque che la lettera, scritta da un personaggio in fortissima ascesa politica ad un nobile rispettato e probabilmente molto riconosciuto nel nostro comprensorio, si pone come base documentaria di una nuova e pubblica istituzione messinese.

 

Qualche conclusione sul pervenire del documento sul mercato antiquario. Sicuramente, i Longo, oltre alla tonnara di Oliveri rilevarono dai Perrello anche dimore varie, archivi e il titolo nobiliare (già a fine Ottocento abbiamo un Don Santo Longo Barone di Salicà). La lettera in mio possesso, ai tempi del suddetto passaggio, riconosciuta di notevole valore storico (il ricordo del Ministro Cumbo era ancora fresco) dovette essere conservata anche dalla famiglia di fresco titolata. E solo nel recente smantellamento del suo archivio, nessuno più riconoscendo i personaggi in causa, la lettera ha preso finalmente la via dei rigattieri.

 

 

 

BARCELLONA SURREALISTA

 

 

Oltre ai “realisti”, Barcellona può vantare una buona tradizione di pittori “surrealisti”, o comunque rifacentesi – almeno iconograficamente – a quei maestri europei (Magritte, Dalì, Mirò, Brauner, Delveaux) che a ridosso della seconda guerra mondiale si sono posti come cerniera tra le avanguardie del primo e del secondo Novecento.

 

Per surrealismo intendiamo quel modo di “fare” pittura, che pur mantenendosi nell’alveo della tecnica figurativa tout-court, tende ad esprimere concetti, idee, sensazioni od emozioni con immagini “sopra la realtà”, cioè “solo apparentemente” reali, riprese (secondo quanto Freund aveva insegnato) dal mondo dei sogni (o dell’incubo), dalle visioni extra-razionali, o dalle cosiddette “associazioni di idee”.

 

Filippo Minolfi è certamente il capostipite dei surrealisti di Barcellona. Laureatosi in giurisprudenza, da sempre si è dedicato alla pittura ottenendo vari riconoscimenti di merito, esponendo in molteplici esposizioni personali e collettive e – soprattutto - guadagnandosi grandi commissioni pubbliche di importantissimo spessore, come ad esempio la decorazione del catino absidale e dei pennacchi del Duomo di San Sebastiano, dove ha dipinto una suggestiva immagine del Cristo Pantocratore e i quattro Evangelisti o come il Monumento a Bastiano Genovese nella villa Primo Levi. Minolfi dipinge spazi immensi ma silenziosi e solitari, sospesi tra il sogno e la visione, in cui si stagliano a mezz’aria oggetti incomprensibili ed “alieni” (tubolari, tavole, pezzi meccanici, sfere metalliche) e dove regna il senso dell’attesa e dell’inquietudine, rifacendosi a Magritte e al suo senso arcano delle cose, piene di misteri e di enigmi. I suoi colori prediletti sono l’azzurro, l’ argento ed il marrone, che stende sulla superficie in maniera netta e precisa, contribuendo cosi a dare alla visione effetti di grande estraniamento, il che è poi la sua principale cifra stilistica- ideologica.

 

Francesco de Francesco, sebbene da molto tempo residente a Bergamo dove svolge la professione di medico, è sempre rimasto legato alla sua città natale, nella quale ha spesso inviato lavori su tela o disegni. Suo il progetto ideativo della Fontana dei Due Fiumi nella Piazza Duomo a Barcellona. Ha esposto in varie personali e collettive e molte volte ha prestato la sua mano per illustrazioni di libri (da ultimo il Viaggio intorno alla mia camera e Spedizione notturna intorno alla mia camera di Xavier de Meistre, tradotti da Carmelo Geraci). In De Francesco il surrealismo assume i connotati di un capovolgimento della realtà, di una contorsione della visione, di un continuo rimando di idee e concetti fino all’approdo ad una seconda realtà di grande respiro mitico-poetico, tutta mentale ed immaginata ( e forse in questo incide il Ricordo, elemento tipico degli “esiliati”), ma non per questo meno concreta e vissuta.

 

Osservando i quadri di Sebastiano Giunta dobbiamo concludere di trovarci davanti una concezione del paesaggio che e' ormai proiezione personalissima delle "paure" dell' artista , delle sue previsioni, o se vogliamo del suo modo "politico" di leggere la realta' e la storia. L' uso che egli fa del paesaggio, esulando da ogni approccio meramente descrittivo o realista, e' una grandiosa trasfigurazione, e' una rivisitazione mentale e visionaria della natura, per esprimere il nocciolo profondo dei suoi messaggi, le sue "urla nel deserto". Prendiamo ad esempio un suo quadro dal titolo Odore di uranio. Egli ambienta la scena in un vastissimo spazio desertico, costellato di sterili rocce, chiuso sullo sfondo da catene montuose azzurre e schiacciato da un cielo immenso. Nessuna traccia di vita. Ma che il paesaggio che Giunta vuole descrivere non sia il Sahara c'e' lo dice un particolare architettonico sullo sfondo, A sinistra un abbandonato semi-affossato edificio circolare, costruzione modernissima. Cosa ci vuole dire dunque il pittore ? Che proprio li dove c'e' raffigurato un inospitale deserto (dove non potrebbe resistere nemmeno una lucertola), un tempo vi sorse una citta' popolosa, vitale, rappresentata ormai solo da vestigia de-contestualizzate. Chi la ridusse in deserto, dunque? Una cataclisma, la Natura stessa? No la mano dell' uomo, rapace, egoista, incapace di dialogare con la Natura se non con le sue bombe atomiche.
Il quadro di Giunta e' un monito, un anatema, una supplica a fermare la nostra mano prima che sia troppo tardi. Ecco come una ferma convinzione ambientalista dell' artista si riverbera sui suoi lavori ed in particolare sul modo con cui i suoi occhi vedono la realta'. Il paesaggio visto dall' artista e' divenuto ormai un paesaggio interno, lo stimmung e' ormai weltanschauung, surreale solo per ragioni funzionali.

 

Nino Gentile inizia la carriera pittorica collaborando con un valente decoratore della sua città. Da subito partecipa a molte mostre collettive e personali (Rozzano (Mi), Barcellona PG, Bruxelles, Parigi, Forli , Ravenna, Catania, Taormina, Messina ecc…). Ama definirsi pittore libertario, si ispira ai Maestri dell'impressionismo e del cubismo fino al neo realismo, al surrealismo e alla pop art. Nonostante tutto cerca nuove espressioni in cui sperimentarsi. Anti - accademico di conseguenza, già dal 2000 tenta di lavora di getto per far prevalere il colore al segno. Il maggiore apporto del Surrealismo nell’arte di Gentile è la considerazione del corpo umano come di una “materia” in continua trasformazione, adatta ad accogliere su di sé ogni simbolo. Un corpo che si presta a ricevere e rimandare ogni significato. Per questo può diventare paesaggio, figura concava o convessa, puro occhio o teschio bucherellato dal tempo e dalle tarme. Ma in Gentile c’è un impegno etico che lo porta a posizionarsi ben al di là dei Surrealisti tout – court.

 

Santi Sindoni non è attivo a Barcellona da tanto tempo, per ragioni personali. Negli anni Ottanta - Novanta era riuscito però ad ottenere un’importante commissione pubblica: la decorazione (perduta) dell’abside della chiesa di San Rocco in Calderà con Scene del Nuovo Testamento. Sindoni, ora attivo a Milano, aveva sviluppato una pittura visionaria, dai colori accesi e forti, dalle forme monumentali e retoriche, liriche all’ennesima potenza, in un mix che dal Surrealismo di Dalì lo faceva approdare alle maniera di quei pittori che contemporaneamente si riunivano sotto la bandiera del Neo – Manierismo o Anacronismo.

 

Sebbene sia prevalentemente uno scultore, Nino Abbate, fondatore di Epicentro, è anche valente pittore. Introdotto al Surrealismo da Brancusi, arriva ad avere tangenze soprattutto con il rumeno Victor Brauner. In entrambi, infatti, il surreale è mezzo per parlare dell’ancestrale e dell’enigmatico.

 

 

 

DINAMICA SPAZIALE

 

La scena di chiusura del film Il pianeta delle scimmie (1968) diretto da Franklin J. Schaffner è certamente l’emblema di un modo di rendere testimonianza delle paure e dei tormenti collettivi della nostra contemporaneità. Finalmente liberi dal mondo delle scimmie, nel quale – viceversa al nostro l’uomo vive trattato da bestia - i personaggi arrestano, terrorizzati, la loro corsa davanti al resto colossale di una statua: la testa coronata della Statua della Libertà di New York. Il film si concluderà, dunque, con un profezia terribile: a causa della bramosia di potere dell’uomo, la Terra è stata distrutta da un cataclisma atomico. Di quel mondo non restano, sparsi qua e là, che resti decontestualizzati e tragici.

 

Davanti ai quadri di Minolfi, specialmente ai quadri di “Dinamica Spaziale”, si può rivivere le stesse emozioni che quei personaggi hanno vissuto di fronte alla Statua spezzata. Cosa sono dunque queste “creature” spaziali di legno e metallo, bellissime forme, che ad altezze vertiginose si torcono, si flettono, si lanciano ad altissima velocità verso il basso, verso un mare completamente pacificato ma oramai completamente disanimato? Da alcuni sono state definite “macchine spaziali”. Ma nel concetto di “macchina spaziale” c’è insito quello di ricerca, e dunque di vita perdurante. Ma io non vedo vita, nelle metafore di Minolfi, almeno non più. Vedo invece la deriva fluttuante e disperata di pezzi di mondo, relitti che dopo lo scoppio, il taglio, la lacerazione che il metallo ha prodotto al legno, sono stati scaraventati ovunque, in un processione tragica ma non muta.

 

Perché negli oggetti di Minolfi è implicita la protesta, la significazione. Non si può restare impassibili di fronte ai suoi quadri: essi ci spiegano il mondo contemporaneo. Un mondo dove il tecnicismo (si noti bene, non la scienza o tecnica bensì la loro strumentalizzazione al fine di un consumismo inarrestabile), qui rappresentato dal ferro, dall’acciaio, ha così imbrigliato e costretto ai propri ritmi il legno (il naturale legno, metafora dell’Uomo, che dunque non è mai assente dai suoi quadri) tanto da farlo esplodere, da ucciderlo, da farlo perdere. Il sogno del “mondo a misura d’uomo” è cosi svanito, perché quel mare in bonaccia - che sembrerebbe accogliere pacificamente i legni-acciaio - è ormai puro simulacro di un occasione perduta, rimpianto.

 

E anche dove c’è l’uovo, universale simbolo di vita che si rinnova, anche lì è tragedia. Poiché il ferro, l’acciaio, se ne sono impossessati e il legno non potrà proteggerlo dalla rottura. Già dalla nascita, dunque, l’impostura della super-macchina, permeerà tutto e tutti.

 

Anche in questo concetto mi sembra di rintracciare connessioni cinematografiche. Il film è 2001 Odissea dello Spazio (1968) di Stanley Kubrick. Anche lì la macchina, da compagna di viaggio (e anzi da servitù) si è rivelata alla fine spietata nemica dell’uomo, fino alla sua dispersione. 

 

Le forme di Minolfi sono pura poesia. La poesia di un colore e di un disegno perfetti. Per lui, spesso, s’è parlato di aeropittura, surrealismo, di metafisica, e si sono fatti i nomi di D’Anna, Magritte, Clerici ecc… E la cosa è giusta, ma non completamente. Perché se Minolfi si serve del surrealismo (gli spazi immensi e solitari, gli oggetti alieni e incomprensibili, il senso dell’attesa e dell’inquietudine, l’ arcano delle cose e l’estraniamento dalla realtà, la musicalità di un pittura che è dunque polimorfica), lo fa per arrivare a dirci cose che sono realissime e vere, direi quasi spietate, e soprattutto collettive. E di questo originale “impegno”, che è impegno artistico ma prima di tutto umano, si deve tenere conto, perché – come si scrisse per un altro pittore – la sintesi è tutta sua.

 

“Con un forte profilo, / secco, bello, scattante, / qualcosa di preciso / fatto d’acciaio e altro /  che abbia fredde luci. / E là, sul filo della macchina, l’oltraggio / d’una minima stella rugginosa / che più corrode e corrompe più s’oscura. / Un punto da chiarire, sangue / d’uomo, briciola / vile oppure grumo / perenne, blocco di coraggio” (Qualcosa di Preciso, da “L’Osso l’Anima”).

 

Sul filo della macchina, l’oltraggio, diceva Bartolo Cattafi. Sul filo della macchina, l’oltraggio, dice Filippo Minolfi.

 

 

 

 

MUSEO EPICENTRO STORIA DI UN MUSEO

                              

Il Museo “Epicentro”  di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nasce nel 1994 per iniziativa di Nino Abbate, scultore barcellonese molto presente nel panorama artistico siciliano, che decide di destinare una sua piccola proprietà a luogo dove raccogliere una particolare collezione d’arte contemporanea. Infatti “Epicentro” è un Museo dove si espongono solo mattonelle in terracotta di 30x30 cm donate negli ultimi quattordici anni dagli artisti italiani e stranieri (pittori, scultori, fotografi, designer ecc) più rappresentativi della scena artistica dal secondo dopoguerra ad oggi.

 

Dopo un inizio difficoltoso legato soprattutto a problemi burocratici, Abbate inizia la sua avventura museale inaugurando nel 1994 la prima “Esposizione Nazionale Artisti per Epicentro” con la presentazione di una serie di artisti cittadini e provinciali tra cui spicca però il nome di Emilio Isgrò, barcellonese di nascita ma milanese a tutti gli effetti, riconosciuto ormai universalmente come uno dei fondatori della “Poesia Visiva”, un movimento d’avanguardia sorto a metà degli Anni 60 che si basava sulla de-contestualizzazione della parola scritta e sulla nuova e spiazzante ricollocazione.

 

Le prime esposizioni servono al fondatore per presentare il suo ambizioso progetto al grande pubblico e nel contempo attirare l’attenzione e la fiducia dei grandi artisti italiani. Infatti dopo aver completato la retrospettiva degli artisti locali e messinesi, già nella terza esposizione (1997) vengono invitati ad esporre ben dieci artisti romani già inseriti nel mercato artistico italiano ed invitati a vario titolo alla “Biennale” di Venezia (Giacomo Porzano, Franco Mulas, Lillo Messina). 

 

Ma è dalla quinta esposizione (1998) che Abbate inizia a pensare al suo museo come un rigoroso contenuto storico e presenzialista dei movimenti artistici presenti in Italia dal Dopoguerra al Duemila. In questa occasione, infatti, invita alcuni dei pittori definiti “neorealisti” che hanno segnato il discorso culturale alla fine degli Anni 40. Artisti come Lia Pasqualino Noto, Aldo Borgonzoni, Giuseppe Zigaina, Mario Rossello, Toto Bonanno e Saverio Terruso aderiscono molto entusiasticamente ad “Epicentro”. Borgonzoni, in una lettera ad Abbate, scrive che “sono felice per te e per tutta la comunità di Barcellona, perché avverto l’importanza culturale e spirituale, in un momento difficile per risanare la realtà del Nostro Paese…”.

 

La novità e la bontà di questa iniziativa fa sì che nella sesta esposizione (1999) aderiscano nomi di primissimo piano come Ernesto Treccani, fondatore del movimento generazionale di “Corrente”, Piero Gauli, Trento Longaretti, Titina Maselli, Alberto Sughi, Floriano Bodini. Per quanto riguarda gli “astrattisti”, invece, vengono esposti Egidio Bonfante, Gualtiero Nativi e Pietro Consagra. “Epicentro” attira anche gli artisti più giovani e già in questa edizione vengono invitati Omar Galliani, Gianantonio Abate, i Plumcake e Innocente.

 

In questi anni iniziali i rapporti tra Abbate ed i suoi artisti sono frequentissimi e fecondi, frutto anche di un’indole, quella del fondatore, votata alla perseveranza e alla folle visionarietà. In questi mesi i contatti e gli arrivi di opere sono quasi giornalieri tanto da spingerlo ad ingrandire la sede di Gala ed aprire nuove sale collaterali.

 

Nel Duemila le esposizioni annuali si duplicano. Infatti nel Settembre viene inaugurata la mostra “Fluxus e Poesia Visiva” con la quale si apre il filone concettuale (Mirella Bentivoglio, Giuseppe Chiari, Arrigo Lora Todino, Eugenio Miccini, Martino Oberto, Luca Maria Patella, Franco Vaccari) ed in Dicembre “ Figurazione in Italia” nella quale Abbate riesce a coinvolgere – non senza molti sforzi di convinzione – nomi del calibro di Sonia Alvarez, Piero Guccione, Bruno Caruso, Franco Polizzi, Franco Sarnari, Aldo Mondino, Giannetto Fieschi.

 

Le esposizioni VIII e IX introducono la presenza degli artisti del “MAC” (Movimento Arte Concreta) fondato a Milano da Gillo Dorfles, Achille Perilli, Renato Barisani, Gianni Bertini (che in una sua lettera ci scrive “Da oltre 30 anni viviamo nel pisciatoio di Duchamp. Però ora basta!”) e di quelli di “Azimuth” come Enrico Castellani, Agostino Bonalumi e Dadamaino. Vengono presentati inoltre artisti come Lucio del Pezzo, Mario Persico, Pietro Cascella, Enzo Mari, Getulio Albani, Giovanni Anceschi, Gabriele de Vecchi e Manfredo Massironi. In queste esposizioni “Epicentro” si apre alla fotografia, invitando alcuni tra gli artisti italiani più importanti come Gianni Berengo Gardin, Letizia Battaglia, Mimmo Jodice e Ferdinando Scianna.

 

Contestualmente, si decide di esporre la “Pop Art” italiana che, nel contesto europeo, ha significato una valida risposta all’ondata pop americana sbarcata in Italia nel 1964 in occasione della “Biennale” di Venezia. Ad “Epicentro” si possono trovare opere di Gianfranco Baruchello, Giosetta Fioroni, Mario Ceroli, Concetto Pozzati, Marco Lodola e Piero Gilardi. Mentre tra i più giovani: Eredi Brancusi, Ultrapop e Pier Paolo Campanili.

 

Nel frattempo anche la critica di accorge del fenomeno “Epicentro” e si occupano del Museo alcune tra le firme più autorevoli come Renato Barilli, Rossana Bossaglia, Janus, Lara Vinca Masini, Fulvio Abbate, Germano Berlingheli, Luciano Caprile, Vitaliano Corbi, Nicola Micieli, Giorgio Segato, Giorgio Seveso, Milena Milani, Giancarlo Bojani, Vittorio Fagone, Eduardo Alamaro e giornalisti – scrittori come Giuseppe Quatriglio e Melo Freni.

 

Nella decima esposizione, oltre ad allargare gli orizzonti del museo con la presenza di artisti provenienti dalla “ceramica d’arte” (Faenza, Bassano del Grappa), dal mosaico (Ravenna) oppure dalla vetreria (Murano) si allarga l’orizzonte geografico dei presenti. Infatti, insieme a Hidetochi Nagasawa, vengono esposti l’egiziano Medhat Shafik, il finlandese Hannu Palosuo, il malesiano H.H. Lim ed altri che caratterizzano ancora di più la peculiarità e l’importanza dell’istituzione barcellonese.

 

Le successive edizioni di “Artisti per Epicentro”, oltre agli arrivi di artisti di primissimo piano come Bruno d’Arcevia, Carlo Cioni, Angela Occhipinti, Liberio Reggiani, Ennio Calabria, segnano l’apertura del Museo ai designer italiani che si prestano ben volentieri ad immortalare i loro progetti sul supporto della mattonella. Con grande dedizione, Abbate, riesce infatti a collezionare i cinque grandi maestri di “Domus” (Sottsass, Mari, Branzi, Mendini e Magistretti).

 

Nel settembre 2008 è stata inaugurata la XV esposizione nazionale, che ponendosi come ideale chiusura di un’esaltante stagione di acquisizione (all’appello, infatti, mancano sono gli esponenti della “TransAvanguardia” e qualche nome giovane più conosciuto come Cattelan e Beecroft) ha raccolto gli ultimi grandi frutti della stagione italiana 1950-2000 e cioè Carla Accardi, Sergio Vacchi, Ettore Spalletti, Guido Infanti, Luciano Vistosi, Arturo Carmassi e Domenico Mangano.  La XV esposizione si caratterizza anche per la presenza del grande designer Ettore Sottsass che – molto probabilmente – ha lasciato ad “Epicentro” l’ultima sua produzione prima di morire (31 Dicembre 2007). Resta un momento toccante, umano ed artistico al tempo stesso, la lettera che l’architetto milanese ha voluto scrivere ad Abbate (28.9.2007) e nella quale si intuisce il difficile momento dell’artista che tuttavia ha trovato il tempo necessario per inviare in Sicilia ben due mattonelle. Così scrive: <<Gentile Signor Nino Abbate, allegato troverà due progetti di piastrelle… 5 giorni fa ho compiuto 90 anni e sono anche immobilizzato per una ernia del disco. Non posso più dedicarmi a lei neanche 10 minuti>>.

 

 “Epicentro” rappresenta, infine, ancora un’altra, indicibile sfida lanciata all’arte contemporanea, all’arte del futuro. Il fatto che qui si collezionino solo opere su terracotta, terracotta che “è il materiale più docile, più pronto a imbeversi del miracolo congiunto di forme e colori, umile e fastoso, economico e prezioso, antico e moderno”, cosi presente nella vita quotidiana di ognuno di noi tanto da non farci più nemmeno caso, ci dice che “è ora che l’arte torni ad essere utile” (Renato Barilli, 2004), cioè che torni a farsi parametro vitale, consuetudine giornaliera e scala di valori, dal centro alla periferia più estrema. Che sfida immane!

 

 

 

 

L’ARTE “CATARTICA” DI SANTI SINDONI

 

I greci ci insegnarono il valore della catarsi tramite l’Arte, luogo del paradosso per eccellenza. Perché solo nell’arte, per i greci specificatamente nel teatro, è possibile far materializzare “ciò che siamo” in funzione di ciò che non vogliamo; solo nell’arte è possibile ricostruire un nuovo mondo dalle macerie del nostro. In questo senso Santi Sindoni è un greco alla maniera di un Sofocle o di un Euripide, perché nella sua arte ogni elemento parla di violenza (il soggetto, la realizzazione, la grafica, il colore) ma da intendere contrario sensu cioè come un grande atto catartico che ci serva da specchio per l’affrancamento, la liberazione, dalla violenza stessa. Suo precipuo interesse è “ricostruire” un mondo pacifico e libero (dalla guerra, dai tormenti dell’anima, dai contrasti interpersonali) rovesciando l’esistente, per l’appunto violento ed incatenato. Cosi avremo personaggi venuti su per strappi disegnativi, nati da grumi di colori poi distesi tramite larghe e nette pennellate che tagliano la tela come spade giapponesi. C’è in questo procedimento gestuale (il gesto come forza fisica, come restituzione del tormento ma anche come “voglia di vivere”, come libertà creativa che solleva dal dramma) un chiaro rimando ai fauves tedeschi di inizio Novecento, mediati tecnicamente dal cubismo di Picasso, anche se i riferimenti culturali più pregnanti di Sindoni si muovono tutti lungo il crinale instabile della seconda metà del secolo breve, scorcio di secolo in cui la violenza del mondo (e sul mondo) si è manifestata in tutta la sua reale nudità, fuori da imposture ideologiche o misticheggianti: solo dolore e morte.  Scipione (Gino) Bonichi (abbiamo un Cardinale di Sindoni che ricorda fortemente la serie dei Decani dell’artista romano), Francis Bacon (tornano anche in Sindoni i “fantasmi impazziti” che traboccano anima dell’artista dublinese), Keith Haring (la figure sintetizzate di entrambi sono dovute alle giungle metropolitane del loro vissuto), il più “antico” Jose Clemente Orozco (da cui derivano i costanti temi della sofferenza umana come “incarcerazione” del corpo e dell’anima): questi i numi tutelari dell’immaginario del Nostro (che tuttavia- almeno iconograficamente- non dimentica Modigliani, Munch, Van Gogh, Caravaggio: guarda caso, tutti artisti del tormento).

Ma in Sindoni c’è qualcosa di originale. A parte la forza creativa, l’istinto “siculo” bene irreggimentato in grande e “sottocutanea” sapienza realizzativa (non dimentichiamo di essere davanti ad un artista accademico di Brera), credo che la vita “non facile” dell’uomo –Sindoni abbia segnato pure la sua considerazione dell’arte. La sua è un’arte che diventa allora riflessione sulle cause prime ed ultime della vita e del mondo (ecco il suo continuo riferimento a temi religiosi escatologici come l’Apocalisse, oppure il vagheggiamento sulle Origini, oppure certe complesse spiegazioni biologiche/spirituali che sottendono molti suoi quadri)alla ricerca dell’errore, quello che il poeta Bartolo Cattafi chiamava unico osso avulso dal contesto, il supremo centro di violenza, invertito il quale, anche la vita dello stesso Sindoni potrà essere “altra” e nuova.

 Almeno nell’arte; almeno per Artè, musa ineffabile.

 

 

 

 

 

 

L’ARTE BARCELLONESE RACCONTATA ATTRAVERSO QUATTRO MOSTRE

 

Già dalla fine degli Anni 60 del Novecento, a Barcellona, numerose sono state le esposizioni – più o meno nutrite di opere ed artisti – pensate per illustrare gli sviluppi dello stato dell’arte cittadina. Encomiabili iniziative sono state perseguite in questo senso da varie associazioni. E penso alle mostre organizzate dalle società operaie di mutuo soccorso che tenevano al loro interno le “fondamentali” scuole serali di disegno e pittura, oppure a quelle di tantissimi altri sodalizi: il “Gruppo Hermes”, il “Centro Studi e Tradizioni Popolari Atellana”, il “Mo. Di. Cu”. Tuttavia, tra tutte le iniziative, quattro in particolare meritano di essere ricordate con più attenzione e per il loro valore storico-documentativo e per la loro qualità artistica: la “Mostra d’Arte Figurativa Corda Fratres” (1983), i “Murales di Via Scinà” (1986), la mostra “Barcellona Arte 90 – Tecniche, Stili, Tendenze” (1990) ed infine la collettiva “Donna” (2004).

 

La  Mostra d’Arte Figurativa Corda Fratres, che presentava un importante comitato d’onore di politici ed intellettuali (il presidente della Regione Santi Nicita, Santalco, Ordile, Naro, Nino Pino, Nello Cassata e Melo Freni), è stata allestita chiesa di San Vito, allora da poco destinata a sala espositiva. Presenti 63 artisti (di cui 13 barcellonesi: Accetta, Biondo Giovanni, Cascio, Crinò, De Pasquale Paolo, De Pasquale Salvatore, Gaglio, Leotti, Manca, Messina, Minolfi, Miraglia, Raimondo) e presentata in catalogo da Piero Fagone e da Franco Cassata “vuole offrire una panoramica sulla attuale vita artistica messinese e tende a fissare un rapporto diverso tra visitatore ed oggetto esposto… una mostra di colori, di forme, di emozioni” (dalla presentazione di F. Cassata)..

I Murales, distribuiti sulle facciate delle case di Via Scinà, antico budello sito nel popoloso quartiere dell’Immacolata, sono stati dipinti in commemorazione del 150° Anniversario della fondazione del Comune di Barcellona P.G.” e per la loro novità hanno rappresentato una piccola rivoluzione nel mondo artistico cittadino. Vi hanno lavorato: Aronica, Bertazzoni, Giovanni Biondo, Bucalo, Campomaggiore, Cascio, Crisafulli, De Pasquale Salvatore, Ferrante, Gentile, Ginoprelli, Giuffrè,  Giunta Carmelo, Jannaccone, Ingegno, Igrò Iris, Isgrò Emilio (solo omonimo dell’artista delle Cancellature), Lazzari, Leotti, Manca, Marino, Messina, Minissale, Minolfi, Miraglia, Nastasi Pina, Nastasi Titti, Pantano, Peretta, John Picking, Pietrini, Porcini, Puliafito, Raimondo, Rauso, Salardi, Sangiorgio, Sottile, Spiniello, Squadrito, Stracuzzi, Torre, Vacalebre, Valenti, Venuti. Come si vede dai nomi, solo una minima parte degli artisti è barcellonese. Molti sono gli artisti nazionali e la presenza dell’inglese Picking, pittore di grande caratura internazionale, rappresentò la classica, e vera, ciliegina sulla torta.   

Barcellona Arte 90 – Tecniche, Stili, Tendenze, allestita nella Galleria Civica di Piazza San Sebastiano organizzata dalla Pro Loco, dal Mo.Di.Cu. e da “Epicentro” ha esposto lavori di 40 artisti barcellonesi (6 donne): Abbate, Biondo Giovanni, Caliri, Cascio, Cavallaro, Cutropia, Crinò, De Pasquale Paolo, De Pasquale Salvatore, Gaglio, Gelo, Giannetto, Gentile, Giunta Carmelo, Isgrò Iris, Isgrò Emilio (il “Cancellatore”), Leotti, Lombardo, Ingegnere, Manca, Messina, Minolfi, Miraglia, Milone Giuseppe, Mostaccio, Munafò, Nastasi, Oliva, Pino, Piccolo, Pietrini, Porcino, Puliafito, Raimondo, Russo, Stagno, Sindoni, Sottile, Valenti, Venuti. Significative le parole di Gino Trapani, presidente della Pro Loco, nel catalogo: “l’arte barcellonese negli ultimi anni è cresciuta, interpreta la realtà senza schemi e limiti precostituiti e con estrema libertà di stili, non riconducibili ad un movimento, ma polverizzati in una varietà di tendenze che rivela la ricchezza dei linguaggi espressivi di un ambiente al quale, pur mancando un polo culturale, non è venuta meno la consapevolezza delle proprie potenzialità o dei propri limiti”.

Donna, allestita dallo scrivente e dalla Pro Loco in occasione della festa della donna del 2004 presentava 16 artisti barcellonesi (Pietrini, Basile, Stagno, Isgrò Iris, Giunta Sebastiano, Biondo Francesco, Milone Daniela, Gelo, Lombardo, Sottile, Genovese, Mostaccio, Pino, Crinò, Callisto, Cicero) si poneva il compito, arduo, di tirare le somme di cinquant’anni di arte a Barcellona. Così esordii in apertura di quell’avvenimento. “E’ una collettiva di 16 artisti che copre una fascia generazionale molto ampia, arrivando ad ospitare da veri e propri decani dell’arte a pittori molto giovani. Potrete così farvi una chiara idea delle correnti artistiche che coesistono in questo momento a Barcellona, passando dalla pittura classicamente intesa fino alle espressioni più avanzate dell’arte dei nostri giorni, correnti che ancora sfuggono alla catalogazione storica. La collettiva presenta 44 opere di pittura, a cui abbiamo aggiunto anche 5 sculture di due artisti della pietra e del legno, per darvi l’idea, anche sotto questo aspetto, delle innumerevoli tecniche usate dai nostri artisti”.

 

Come ben si potrà notare, trent’anni d’arte barcellonese non sono passati invano, anzi. Tanti nomi, tanti stili, tanti “tipi” di qualità. Gran parte degli artisti è già nota ai lettori. Ma in queste sede, brevemente, segnalo un artista che meriterebbe maggiore attenzione: Giuseppe Gaglio. Un pittore sospeso tra realismo e surrealismo, dagli esiti pittorici di tutto rispetto.

 

 

 

 

APPUNTI DI POETICA PER CATTAFI

 

I critici meno oculati hanno accusato Bartolo Cattafi di non aver maturato nel corso della sua carriera poetica un progetto teoretico e programmatico. Questo presunto limite, assieme ad altre concause, sarebbe il maggior punto di detrazione della poesia del Nostro, scoglio che non l’ha fatto riconoscere, nei venticinque anni dalla sua morte, in tutta la sua reale portata qualitativa, innovativa, sperimentale e contenutistica. Ma se c’è qualcosa che manca davvero nella poesia di Cattafi è semmai (e per fortuna) la non elaborazione ufficiale di un programma poetico da seguire scrupolosamente e costantemente. Assenza che peraltro rintracciamo in gran parte dei poeti della sua generazione (Risi, Bertolucci, Sereni, Luzi, Erba, Giudici, Sanguineti) e in gran parte della poesia italiana spuntata tra la prima e la seconda metà del XX secolo. In fin dei conti non hanno elaborato programmaticamente nessuna poetica nemmeno Ungaretti, Quasimodo e neppure Montale. Una teoresi “buona per tutte le stagioni” è stata partorita solo dai futuristi, dai neo-realisti o dalle prime frange della poesia della Neo-Avanguardia, quella più policitizzata ed impegnata, degli Anni 70. Ma in effetti Cattafi (come tutti quei poeti sopracitati) una sua mentale, coerente, poetica peculiare l’ha elaborata, nettamente rintracciabile nel corso di tutta la sua produzione, da Partenza da Greenwich all’Allodola ottobrina (dal 1952 al 1979) e certamente perseguita fino in fondo. Una poetica che affonda i suoi intenti nell’ auto-conoscenza, nello scavo più profondo della propria psiche, nell’individualismo solidale cioè nella presa di coscienza del Sé in relazione all’Altro, nel rovello attorno al linguaggio, attorno alla parola essenziale, minimale, nella parola significante- significato, segno e messaggio al tempo stesso, nella parola magica cioè risolutrice, che vuole arrivare alla scoperta più sconvolgente: quella dell’intima essenza delle cose, al rovescio della medaglia, all’essiccamento del mitico grasso falsante. Per meglio illustrarvi questi punti salienti, eccovi i passi da alcune poesie davvero risolutrici.

 

Da Partenza da Greenwich: TIRO A SEGNO. In quest’aria la rosa si rovina; / partendo dal più grande/ dei cerchi concentrici, / giungendo al centro del vivo/ colore… Ecco abbozzato già nel 1952 lo scopo principale della ricerca cattafiana: giungere al centro delle cose, immergersi nella realtà come un palombaro nel mare, capirne la sostanza più remota e fondante, avvicinarsi il più possibile a quella cosa spaventosa e innominabile chiamata verità. Si può parlare per Cattafi di metodo deduttivo ( partendo dal più grande/ dei cerchi concentrici, / giungendo al centro), cioè partente dall’esperienza del grande (l’universale) per poi scendere, gradino a gradino, deduzione dopo deduzione, fanìa dopo fanìa, verso il piccolo nocciolo (il particolare) del “mondo”. Questa specie di conoscenza graduale e sofferta del “grande mistero interno” ha qualcosa che lo apparenta al Piccolo più iniziatico e metafisico.

 

NEL CERCHIO. Sarò prossimo il centro: / là s’appunta il nero/ occhio, la nostra/ perla di pece sempre in fiamme… Torna ancora il tema della ricerca del centro, cioè del motore immobile, e la necessità che il nostro occhio (il nostro sforzo conoscitivo) verso lì diriga la sua attenzione.

 

Da l’Osso l’Anima: QUALCOSA DI PRECISO. Con un forte profilo/ secco, bello, scattante, / qualcosa di preciso/ fatto d’acciaio o d’altro/ che abbia fredde luci…Questi versi potrebbero anche attagliarsi al ruolo della parola e alla concezione che del suo ruolo il poeta s’è  fatto. La parola deve essere netta, tagliente come un bisturi, precisa, azzeccata, arma necessaria a bucare la coltre di inconoscibilità che il discorso ha tirato attorno al cuore delle cose. La parola secca e precisa, antiretorica, non enfatica, minimale, non epica, è l’unico strumento possibile per poter aggirare il mito e da esso cavarne l’imprevista natura fondamentale.

 

LA PAZIENZA. Dovemmo fare cataloghi/ dividere le cose/ metterle nel calibro/ pesarle… Per Cattafi è necessario scrutare le cose e soprattutto la realtà, continuamente, non lasciarsi ingannare dalle forme esteriori, saperne il peso, la composizione, il loro nome preciso, soprattutto passarle alla lente di ingrandimento dell’osservazione critica, per riuscire ad individuare il passaggio per accedere all’osso, alla polpa, al cuore, al nostro cuore, alla nostra polpa, al fondo del nostro “inconnu”.

 

L’OSSO. Avanti sputa l’osso: / pulito, lucente, levigato, / senza frange di polpa, / l’immagine del vero, / ammettendo che in questo/ unico osso avulso dal contesto/ allignino chiariti, concentrati/ quesiti fin troppo capitali… Ecco il tema capitale della poetica cattafiana. Cosi capitale da poterci spendere tranquillamente fiumi d’inchiostro. L’impegno assoluto dell’uomo e del poeta si arrovella attorno a questo proposito: arrivare a dire la verità, l’immagine del vero, scoprire il vero funzionamento della realtà, abbandonare l’ipocrisia del falso. Da questo assunto giustiziero parte ogni altro impegno, da qui si dovrebbe acquisire la conoscenza necessaria per vivere. Da questa scoperta individuale ed individualistica, dovrebbe ripartire, seguendo canoni purificati e rivivificati, la nuova vita del mondo.

 

ANABASI: Aruspici ed auguri s’opposero. / Sulla soglia un piede s’impuntò, / nel viaggio/ avemmo presagi che solo pochi ignorano… Ma la scoperta della vera anima delle cose e della realtà è un’anabasi, non un allegro viaggio, è una discesa agli inferi, nell’inferno della parola e di se stesso. Comporta sofferenza, pazienza, attese disattese. Comporta dolore, perché non sempre la parola può piegarsi alla chiarezza, e non sempre l’animo è disponibile a lasciarsi violare.

 

Da Il Buio: LA DISCESA AL TRONO. Non è una pausa di riflessione/ è un raccogliere forze/ ed elemosine/ seduti a sommo delle scale/ prima d’intraprendere/ la discesa al trono/ e tutto profondere/ al fondo roccioso/ aspro inebriante della disperazione. Cattafi è stato via via definito poeta del vuoto, nichilista tragico. Il suo è un guardare verso l’inferno, verso il mistero più buio ed insondabile, cioè verso il fondo dell’incoscio, lì dove tutto si fa e si disfa (al trono, appunto, alla sede del regnante), li dove prende forma la nostra esistenza. E’ un guardare alle radici della nostra stessa vita. Per lui è necessaria questa sofferente auscultazione, perché solo dalla comprensione delle leggi che li vi si ordinano, si può rifondare il domani, il comportamento, la reazione, la risposta alla vita che ci aspetta e ci si para davanti con segni criptati. La conoscenza del mistero che c’è in noi è la chiave di volta di tutta l’esistenza. La spiegazione della vita non è più come in Baudelaire una decriptazione dei simboli esterni piantati come alberi, ma come in Freud una ricerca all’interno della Persona, lì da dove quei simboli sembrano provenire. Ciò è disperazione ma al tempo stesso un atto inebriante, è un atto liberatorio, il superamento del mito della caverna verso la conoscenza diretta e senza filtri del sole.

 

La poetica di Bartolo Cattafi è ben esplicata in tante altre poesie, è tutt’altro che superata o superabile, e soprattutto è eternamente contemporanea, cioè accettabile non solo dagli uomini del suo tempo, ma dagli uomini di tutti i tempi e di tutta la storia. Perché è una poetica epistemologica, cioè vertente attorno a una di quelle domande che stanno alla base di tutto il pensiero umano: Cosa siamo? Cosa conosciamo? Ecco un altro fattore perchè la critica dovrebbe riconoscere Cattafi, non solo come uno dei maggiori poeti italiani del Secondo Novecento, ma odiernamente forse il più  contemporaneo (in senso di sensibilità e di problematicità) e soprattutto quello più “inossidabile”, “inalterabilmente leggibile”. E scusatemi la durezza, ma l’affermazione “…Cattafi è un epigono minore…” sentita al convegno (di respiro davvero nazionale) “Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi nel 25° Anniversario della sua morte” tenutosi il 13 Marzo al PalaCattafi di Barcellona ed organizzato dalla Pro Loco in collaborazione con il Comune e la provincia regionale di Messina in occasione della presentazione dell’eccezionale libro del fiorentino Paolo Maccari non è solo, secondo il mio modesto avviso, una cieca falsità interpretativa ma soprattutto un’immensa blasfema aberrazione critica da respingere con tutte le forze e i mezzi possibili.

 

OSSI: Ora spoglie di tutto/ - vesti e carni corrotte- / sono linee e giunture/ ossi liberi e lieti/ in un mondo più puro. ( da Segni)

 

PER SOPRAVVIVERE: Regredire andare/ barcollando a ritroso/ scolorire deprimere/ i miei mezzi espressivi/ abbassare ai minimi valori/ la pressione arteriosa/ assumere uno squallido colore/ fingermi per sopravvivere/ tra morti imperiosi/ più morto che vivo. (da Allodola Ottobrina)

 

 

 

 

"Il culto delle ruine"

Sabato 28 Novembre alle ore 16.00, presso la Sala Conferenze del “Parco Augusto” di Terme Vigliatore, sarà presentato il volume “Il culto delle ruine. Storia del restauro archeologico in Sicilia” (Flaccovio Editore, 2009) di Maria Luisa Ferrara. Ecco un breve profilo della studiosa e a seguire una sintesi del libro, a cura della stessa Ferrara.

 

MARIA LUISA FERRARA (Milazzo 1974), architetto, ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici all’Università di Napoli “Federico II”. Svolge la propria attività scientifica presso il laboratorio L.I.R.B.A. (Laboratorio di Indagini e Restauro dei Beni Architettonici “Salvatore Boscarino”) dell’Università di Palermo. In questo ateneo è docente a contratto di Restauro Archeologico.

                                                                

 SINTESI

Nel Settecento l’interesse per le vestigia della cultura classica, indotto soprattutto dalle “scoperte” archeologiche delle città di Ercolano (1711) e Pompei (1748), favorisce in tutta Europa un rinnovamento degli studi sull’architettura antica. La Grecia e le sue colonie diventano mete imprescindibili degli itinerari di viaggio e la visita nell’ “antico mondo” è vissuta come esperienza di grande valore educativo.

Le basi culturali e scientifiche date dal Winckelmann allo studio dell’arte antica contribuiscono, in maniera decisiva, al riconoscimento di una superiorità dell’espressione artistica greca su tutte le altre. Le sue teorie, diffuse soprattutto con l’opera  Geschichte der Kunst des Altertums del 1764, tradotta in italiano nel 1783, con il titolo Storia delle arti del disegno presso gli antichi, avvalorano la tesi che i “documenti” di pietra si studiano non soltanto con le fonti scritte, ma con l’analisi sul campo e la Sicilia, con la sua grande quantità di preesistenze archeologiche, ne costituisce la più incontaminata rappresentazione. Le opere di Winckelmann conducono a significative evoluzioni nella cultura archeologica; la sua storicizzazione dell’arte antica sarà fondamento per una nuova scienza dell’archeologia e i monumenti della Sicilia diventano un incomparabile campo di studio e approfondimento della cultura classica.

Viaggiatori provenienti da ogni parte d’Europa visitano la Sicilia con la speranza di trovare ulteriori testimonianze della cultura classica; i loro diari di viaggio e le vedute dei monumenti, che accompagnano le descrizioni dei luoghi, concorrono alla diffusione di un’immagine dell’Isola come “terra del mito” che accoglie nel suo grembo memorie di una storia millenaria. Le testimonianze architettoniche della Sicilia, i suoi paesaggi naturali, la sua antropologia, sono decantati in tutti i resoconti di viaggio. L’isola siciliana diventa una fonte di ispirazione; essa esercita un’attrazione che lascia senza fiato all’arrivo e una struggente malinconia al momento della partenza. Goethe, che con la sua opera Italienische Reise istituzionalizza a canone questo percorso, dopo due settimane di soggiorno a Palermo scrive che «senza veder la Sicilia non ci si può fare un’idea dell’Italia. É in Sicilia che si trova la chiave di tutto».

Con il riconoscimento generale dell’egemonia della cultura greca gli eruditi siciliani prendono coscienza dell’importanza della loro storia antica e si dedicano con entusiasmo agli studi dei monumenti di età classica. L’archeologia non rappresenta più un campo di studi riservato a una ristretta cerchia di iniziati, ma diventa una disciplina sempre più diffusa ed accessibile ad un pubblico più vasto. Il fondamento culturale delle testimonianze archeologiche è però proporzionato al concetto di attrattiva per i viaggiatori stranieri e all’interesse che gli antiquari siciliani possono trarne da essi. I primi interventi realizzati nel Settecento sono, infatti, rivolti alle più significative testimonianze archeologiche dell’arte greca in Sicilia quali i templi della Concordia e di Era Lacinia di Agrigento e il tempio di Segesta.

Lo studio dei monumenti archeologici, che gradualmente si trasforma in indagine scientifica, mette in evidenza, forse per la prima volta, l’importanza e la necessità della conservazione delle preziose testimonianze del passato. L’attenzione degli studiosi delle opere antiche dà inizio ad un nuovo modo di rivolgersi al passato, identificando una nuova scienza: il restauro.

La prima istituzione di tutela dei monumenti in Sicilia è designata nel 1778 con la nomina di due Regi Custodi, i principi di Torremuzza e di Biscari, incaricati di redigere i Plani delle Antichità di Sicilia, ovvero catalogare gli edifici classici esistenti nell’Isola, indicando gli eventuali interventi per la loro conservazione. La struttura organizzativa è composta anche da un architetto, che ha il compito di redigere le perizie tecniche, da un pittore, che esegue le vedute dei monumenti e da un «capo-mastro» che si occupa di eseguire i restauri. Entrambi i principi ottengono dal governo di Napoli modesti fondi per sostenere ed integrare le spese dei lavori di scavo e «per ristorare qualche parte». Il “Regno delle due Sicilie” promuove, quindi, una tutela del patrimonio archeologico basata su un preciso programma operativo: la conoscenza è da perseguire mediante l’esecuzione di ricerche archeologiche, la predisposizione di rilievi e la realizzazione di restauri.

I primi interventi di restauro archeologico sono condotti in maniera empirica e rispecchiano la volontà degli antiquari siciliani di riproporre il monumento nel suo aspetto originario. Nel tempio della Concordia si eliminano, nel 1788, le stratificazioni legate alla trasformazione del culto pagano in rito cristiano perché ritenute inconciliabili con la purezza stilistica del “modello” classico. Alcuni anni dopo, nel tempio di Era Lacinia di Agrigento, si ricostruiscono, «tale quale esistevano», rocchi di colonne e frammenti di architravi in nome di una accresciuta “godibilità” e di una maggiore fruizione. Il monumento riconfigurato faciliterebbe, secondo gli autori degli nterventi, la visibilità della storia e, non ultimo, incrementerebbe la notorietà della Sicilia, luogo privilegiato delle espressioni architettoniche della cultura greca.

Il tema del rudere archeologico, sia che esso suggerisca la distruzione violenta di un monumento o il senso della decadenza naturale, assume particolare rilievo nel XIX secolo. La cultura del Grand Tour contribuisce a diffondere un nuovo significato della rovina comparandola ad un’opera d’arte incompiuta. La rovina diventa unica e irriproducibile; luogo della nostalgia dove incantarsi come ascoltando una poesia d’amore, contemplando la caducità della vita. Il rudere è il residuo di una testimonianza che rimanda ad un’altra entità, diversa da se stessa,  ma “presente” in tutti i suoi singoli frammenti. Nella cultura neoclassica la perfezione artistica, del resto, non è un problema di compiutezza materiale: il rudere di un monumento lascia allo spettatore la possibilità di immaginarne il completamento, ricongiungendo idealmente le linee geometriche per ideare nuove forme. Il rudere rappresenta uno stadio della “vita” di un’opera e la sua dissoluzione testimonia il passaggio nel tempo; una naturale circostanza nella quale il «creato» ritorna ad impadronirsi di ciò che gli è sempre appartenuto.

Il monumento-rovina suggerisce un passato che non può mostrare, ma continua a dialogare e la sua voce continua nel presente. «Le ruine – scrive Piranesi - sono parlanti»: esse sono superiori in bellezza al monumento ricostruito. Nessuna imitazione potrebbe eguagliarle nel valore estetico. L’architetto non può che contemplare la loro grazia e, se necessario, ricostruirle graficamente senza intervenire nella materia antica. Sul finire del Settecento, nel restauro del tempio di Era Lacinia si preferisce rinunciare al ripristino della cella e dell’intera peristasi e più tardi, negli anni trenta dell’Ottocento, nel tempio di Castore e Polluce e nel teatro di Taormina, i restauratori si dedicano esclusivamente alla ricomposizione dei frammenti originari ed escludono dall’intervento qualsiasi opera di rifacimento di parti non più esistenti: un tale artificio non potrebbe coniugare con le aspettative degli «intenditori viaggiatori» per i quali le rovine archeologiche costituiscono un importantissimo punto di riferimento per la formazione artistica e una chiara espressione di canoni di bellezza assoluti ed irripetibili. Come si sarebbe potuta conciliare una “nuova” immagine del monumento con il ricordo dei ruderi che la cultura del Tour aveva contribuito a diffondere? Che cosa avrebbero pensato i Voyageurs per quello stridente contrasto cromatico tra il materiale nuovo e quello originario esposto alle intemperie di tanti secoli?

Tale atteggiamento riflette l’emergere, nel dibattito culturale sul restauro, di un’evoluzione della disciplina e nuove posizioni culturali conservative che celebrano il valore storico del rudere archeologico.

Gli interventi di restauro cominciano ad allontanarsi dalle consuete pratiche di rinnovo e ricostruzione per identificarsi, via via, con un atto di cultura: conservare una rovina è innanzitutto riconoscimento del suo valore storico, rispetto del suo stato materiale e della sua autenticità; conservarla significa salvaguardarla e tutelarla, per consentirle di prolungare il suo dialogo con la nostra vita.

A partire dall’Ottocento, quindi, le dottrine estetiche che celebrano il «culto delle ruine», ovvero l’esaltazione delle testimonianze archeologiche incomplete e lacunose, gettano le basi scientifiche e metodologiche che caratterizzano la disciplina del restauro dei nostri giorni.

 

 

 

 

LEGGERE IL GATTOPARDO DI MELO FRENI

UNA ORIGINALE RILETTURA DEL CAPOLAVORO DI TOMASI DI LAMPEDUSA

                                                                              

 

A prescindere dal successo editoriale, dal numero di traduzioni, dalla stupenda resa cinematografica,  dai milioni di lettori che nei suoi cinquant’anni di vita vi si sono avvicinati entusiasti, a prescindere da tutto questo, il Gattopardo, resta tutt’oggi un libro “difficile” ed in buona sostanza incompreso. Questo perché, contrariamente da quanto affermano alcuni valentissimi critici, il Gattopardo è un libro estremamente complesso perché moderno e della nostra modernità coglie a perfezione la rumorosa molteplicità, la perfetta disarmonia in cui tutti ci troviamo a nuotare. Il Gattopardo è libro solo apparentemente unilaterale: i punti di vista sono molteplici (non è solo il Principe Fabrizio a guardare il mondo ma vi è tutta una serie di personaggi che direttamente o indirettamente de-scrivono le cose), i livelli di comprensione plurimi; soprattutto le “intenzioni” sono variegatissime: romanzo, romanzo storico, analisi politica, saggio antropologico, saggio sociologico. <<Tutto questo non dovrebbe poter durare>> -  dice il Salina- <<però  durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli …; e dopo sarà diverso, ma peggiore>>. Non è vero allora che basta <<che tutto cambi perché tutto rimanga com’è>>; le cose peggioreranno nonostante tutto (semmai è per il “Potere” in quanto tale che le cose non mutano mai), e tutto marcirà - come il cadavere impagliato di Bendicò - tutto cambierà. Se leggiamo il libro alla luce di quello che negli ultimi 150 anni di Unità nazionale è avvenuto, allora esso è pure “profetico”. Ecco, questa magnifica - disgraziata complessità, è stata svelata da Melo Freni nel suo Leggere il Gattopardo (Dario Flaccovio Editore, 2009, 128 pp., 10 euro), un libro di 33 brevi capitoli in cui – con puntigliosa e doverosa attenzione – tutto è spiegato, portato alla luce, mostrato nella sua reale valenza contenutistica e formale. Il Gattopardo è un libro grandissimo perché è un libro maturato per un’intera esistenza; Freni di questo ne è consapevole e -  soprattutto – ce lo dice. Egli è consapevole che è giunto il tempo di rimuovere il pregiudizio secondo il quale ci sono cose che “ai siciliani non si possono dire”: i siciliani (e gli italiani tutti) devono svegliarsi dal “sonno” in cui una storia architettata per inganni, interessi in-confessabili, ridicoli misteri, ci ha precipitati (e sta continuando a fare) e cercare un mondo di razionalità, armonia, luce, diritti condivisi. Ecco allora come il suo libro si carica di una portata civile di grande respiro, un impegno spesso scomodo e “scandaloso” ma che lo scrittore ha il dovere di portare avanti, a qualsiasi costo. Freni parla anche della “gestazione” del libro, scritto nel 1955 ma pubblicato postumo nel 1958 da Feltrinelli dopo mille difficoltà, dopo il netto rifiuto di Vittorini per la pubblicazione presso Mondadori, rifiuto motivato da ragioni stilistiche, ideologiche e – suppongo – persino personali. Soprattutto stila dei raffronti con altri libri ed autori, collocando Tomasi di Lampedusa nel suo contesto storico e culturale, contesto intellettuale che al comparire del libro non riuscì a comprenderne la reale portata. Pasolini, ad esempio, nonostante che qualche anno dopo – nel suo Pilade – anch’egli dirà <<un potere vale l’altro potere>>, considerava il romanzo “reazionario” per stile e contenuto; la stessa cosa sarà detta in prima battuta da Sciascia, anche se dopo, lo stesso, sarà costretto a ravvedersi. Il bel saggio di Freni, che colma finalmente una lacuna interpretativa e didattica, e che non è solo un intenso saggio di letteratura o di storia ma pure una lezione di “fede” (fede nlla vita, fede nella luce della ragione, fede nella letteratura come funzione di civiltà e di intervento pratico sul Reale, fede nella Sicilia), è foriero di alcune indicazioni davvero illuminanti ed originali. E’ suo infatti il concetto che il Gattopardo è libro che  - traendo il concetto addirittura dal codex iustinaneus (non per nulla Freni ha una formazione giurisprudenziale)- deve essere interpretato “contrario sensu”, cioè tutto deve essere vagliato alla luce di una critica che sempre si esercita e che paradossalmente si palesa attraverso un’amara, sottile, ironia che colta, come davanti ad uno specchio, sa diventare  è il più efficace “martello” delle storture della storia e del presente. Ecco allora che non è affatto vero che Tomasi giustifica la sua classe, l’aristocrazia, dalle accuse di “feudalesimo”. Il Gattopardo è infatti un libro di critica universale, non si salva nessuno, non vi sono personaggi che si salvano completamente dalle loro colpe e dalle loro omissioni (forse, nemmeno il Principe Fabrizio) ed infondo il ritratto più sincero che egli dà della nobiltà siciliana (e dunque dello stesso Salina) è quello della festa a Palazzo Ponteleone, popolata da <<donne bruttine, uomini sciocchi e vanagloriosi … con i quali [il Salina] debbo solidarizzare>>. Tomasi non salva la nobiltà (come leggere, infatti, il personaggio iniziale del Barone Malvica se non come il simbolo dell’inanità, dell’ignava codardia – anche davanti ai propri “amministratori” più “esperti” - ed ignoranza della decrepita nobiltà siciliana che da secoli era ormai solo una mera esecutrice della volontà politica di sovrani stranieri e mai attrice di una recita propria ed autonoma?) non l’assolve, perché anche essa ha “dormito”, nel proprio assurdo sonno di lusso e sfarzo, sonno che tuttavia si alimentava con gli “incubi” degli altri, dei non nobili, cioè. Freni tutto questo ha capito e lo ha scritto; stranisce invece come un intellettuale come Vittorini non si sia per nulla accorto di questa impressionante durezza verso se stesso e verso i suoi simili. Altro grande merito di Freni sono i ritratti a tutto tondo che ci fornisce di personaggi come Padre Pirrone, di Concetta, di Tancredi e di Angelica e persino di Bendicò, il cane adorato dal Principe. Decisivo è poi l’ultimo concetto che il Freni mette in luce nella sua lettura del Gattopardo: il discorso sulla mafia. Troppo facile sarebbe dire che la mafia nasce come corpo di protezione della vecchia nobiltà terriera, tutt’altro! La mafia nasce e prolifera solo laddove esiste un vuoto di potere (o una delega, addirittura) e di cultura che la “politica” crea per i propri interessi e che “necessariamente” fa colmare a chi mai dovrebbe. In questo senso si porta all’attenzione il famoso passaggio del “Plebiscito” e dei brogli elettorali che in quell’occasione si sono verificati. <<Quei porci in Municipio s’inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via e la trasformano come vogliono loro. Io ho detto nero e mi fanno dire bianco![..] Il mio “no” è diventato “si” >> dice Ciccio Tumeo al Principe, manifestando come l’annessione della Sicilia al regno di Italia sia stata quasi una truffa, con la benedizione di regnanti e politici locali che non si sono fatto scrupolo di delegare il controllo dei cittadini/sudditi ai vari “don” paramafiosi (Pietro Russo – il quale già una volta aveva “rassicurato” il Principe sul fatto che egli aveva tanti “amici” che potevano vigilare su casa Salina – Ciccio Ferrara, Calogero Sedara, soprattutto). In questa connessione politica-malaffare (connessione storica ed antica, tuttavia, dai tempi della lontananza dei Vicerè, dai tempi del “mero e misto imperio” ecc…) nacque la mafia, come notarono gli storici Renda e Mack Smith, e come il Tomasi – solitario e incompreso – scrisse ben cinquant’anni fa. Finalmente è arrivato Freni ad esporci tutto con chiarezza e senza alibi. Di questo dobbiamo essergli grato, di averci mostrato come il Gattopardo sia un libro universale di valori e temi attualissimi (non solo siciliani, dunque), un libro con valenze “metafisiche”: <<da una parte la gravità delle cose terrene col peso della storia, dall’altra l’aspirazione ad elevarsi da esse>>. E’ un’esortazione a divenire “Uomini” che, come già lo stesso Dante scriveva, <<fatti non foste per viver come bestie>>.

 

 

 

 

COLOMBE VITTORIOSE

 

In “Colombe Vittoriose” (Il Girasole Edizioni, 2007) ma già nel precedente libro, “L’Essenziale” (Il Girasole Edizioni, 2004), Isidoro Aiello si pone come un poeta che, viaggiando a bordo di un treno in corsa, svolge la sua funzione cogliendo i tratti veloci e movimentati di una geografia esistenziale fatta di spogli paesaggi esistenziali, segnati da piccoli – spossanti - avvenimenti quotidiani, enigmatici o dolorosi, ironicamente amari o sofferti. Tratti di un paesaggio esistente per un solo secondo, poi rapidamente scomparso, eppure persistente nella memoria e nel corpo, per sempre. Ecco allora che il “metro” poetico più adatto a cogliere queste “impressioni” di viaggio diventa la sentenza, l’epigramma, e il verso si spoglia fino a mostrarci il seno oppure incide il corpo ma poi non scende in profondità, lasciandoci solo un presagio, un incipit di senso di sconfitta, di strozzo alla gola. Non ci meraviglieremmo per niente se quel verso – ad un tratto - si asciugasse nell’afasia, nell’osservazione pura, cioè nel silenzio. Dunque ha ragione Salvatore Ferita nella prefazione al libro quando dice che la poesia di Aiello è fatta di “reperti”, reperti di un mondo desertico, di un mondo che c’è stato ma che ora, dal treno in corsa sul quale il poeta viaggia, non resiste se non in vestigia beffarde, elementi meccanici in disarmo, “cuspidi/ arroventate/ col martello sbattute a sangue/ taglienti/ lame di vibrafono/ risultato di sistro…” (Stelle). E del quale il poeta non può lasciarci che “messaggi disperati”, microscopiche notizie, referti di ferite non sempre cicatrizzate, ammonimenti di un “carattere umbratile” sopravvissuto alla catastrofe.

 

 

 

 

 

 

MACBETH METAFORA DELL’UOMO NORMALE

 

Eppure Macbeth può dirsi metafora di ognuno di noi. Si è detto che il Macbeth di Shakespeare  sia la tragedia dell’ambizione, della volontà di potenza e dell’assassinio come mezzo di identificazione personale. Secondo me Macbeth è la tragedia dell’uomo in senso omnicomprensivo, sbattuto dai flutti del destino su imprevedibili sponde e che agisce necessariamente “in un quella data maniera” perché in fondo non ha la libertà di scegliere. Macbeth è la tragedia dell’uomo normale, dell’uomo neutro (come neutra è vista da lontano, quasi come in Pindaro, anche “l’ombra che passa” della vita) che è costretto dagli eventi e dall’Altro a vestire il suo personaggio e a divenire quello che sembra.

 

Macbeth è un soldato valoroso e fedele (Ma tutto questo gli è servito a poco, perché il coraggioso  Macbeth- oh se merita di esser detto coraggioso- sdegnando la fortuna e impugnando la spada fumante di sanguinosa giustizia, vero prediletto del valore, si è scavato a forza di fendenti un passaggio fino a quel furfante, e non gli ha stretto la mano né gli ha detto addio prima di averlo scucito dall’ombelico alle mascelle, e piantata poi la testa sui nostri bastioni ATTO I scena II) che ad un certo punto uccide con estrema infamia il suo re e cugino Duncan di Scozia che pure aveva servito con onore e da cui era stato largamente amato (O nobilissimo cugino! La colpa della mia ingratitudine mi ha pesato fin ora. Ma tu sei cosi innanzi che l’ala più veloce della ricompensa è lenta a raggiungerti: quasi vorrei che il tuo merito fosse minore per potervi adeguare la mia gratitudine e il mio premio. Posso dirti solo che quel che ti è dovuto supera tutto ciò che può pagarlo. ATTO I scena IV). Diventerà re di Scozia egli stesso ma sarà ucciso in preda alla follia dai legittimi discendenti di Duncan.

 

Era nato Macbeth con la primigenia missione di diventare un ambizioso assassino? Cosa ne sarebbe stato di lui se non avesse incontrato all’inizio della tragedia le “ weird sisters”, le fatidiche sorelle, che gli predissero senza un motivo apparentemente plausibile, iniziando così la spirale di degradazione e ossessione, che egli sarebbe diventato signore di Cawdor e re di Scozia? Ma cosa rappresentano le “weird sisters” se non la metafora della società che ti spinge, con le sue lusinghe e suoi modelli, all’ambizione di essere qualcuno, ad essere bello forte e potente emarginandoti ed annullandoti se non segui la sua rotta? (Salve Macbeth! Salute a te, signore di Glamis! Salve Macbeth! Salute a te, signore di Cawdor! Salve Macbeth, che un giorno sarai chiamato re!-----Due verità sono state dette, felice prologo di un dramma sulla regalità, che va maturando…Questo incitamento non può essere malefico, e non può essere buono. Se è cattivo, perché mi ha dato garanzia di riuscita cominciando con una verità? Eccomi signore di Cawdor. E se è buono, perché cedo a una tentazione la cui tremenda immagine mi fa rizzare i capelli e battere alle costole, contro ogni legge di natura, un cuore che pure è solido? …Il mio pensiero, in cui l’assassinio è ancora solo immaginazione , scuote a tal punto ogni mia fibra, da essere ormai tutto dominato da una supposizione e non sentir reale se non ciò che ancora non esiste.  ATTO I scena III)

 

Allo stesso modo Macbeth è un uomo dubbioso e perplesso, teso in bilico tra la santità e la bestialità. La breccia aperta dalle streghe- sirene s’allarga, l’ambizione che esse gli trasmisero porta nei suoi pensieri a far balenare l’idea dell’omicidio e del tradimento. Ma è l’assassinio la strada da seguire? Vale la pena sacrificare i valori, la propria coscienza, l’onore, l’anima eterna per un effimero trionfo momentaneo? E’ seguendo la strada del Dolore e del Male che si purifica e si ascende alle vette della vita? L’omicidio è la risoluzione del problema? (Se una volta compiuto fosse veramente compiuto, sarebbe bene farlo subito.  Se l’assassinio potesse ingabbiare le conseguenze e, troncandone il corso, afferrare d’un tratto il successo così che questo colpo fosse tutto qui, tutto concluso quaggiù, ma quaggiù, su questa labile spiaggia di tempo…balzerei allora con un salto verso il futuro. Ma in questi casi noi dobbiamo subire un giudizio anche quaggiù, perché non facciamo che dare sanguinosi insegnamenti che, una volta appresi, si ritorcono a colpire il maestro. Così la retta mano della giustizia avvicina alle nostre labbra il calice avvelenato che noi stessi mescemmo. Egli riposa qui su di una duplice fiducia: anzitutto perché io sono suo congiunto; poi perché sono suo ospite e dovrei come tale sbarrar la porta all’omicida anzi che impugnare io stesso il pugnale. Inoltre Duncan ha esercitato così mitemente i suoi poteri, è stato così illuminato nel suo alto ufficio, che le sue virtù, come angeli invocherebbero una eterna condanna per la sua soppressione; e la pietà, come un nudo fanciullino appena nato che viene fra i nembi, o un celeste cherubino che cava,chi gli invisibili corsieri dell’aria, soffierà negli occhi di tutti l’orribile misfatto, così che le lacrime soffocheranno persino il vento. Io non ho sproni per pungere i fianchi del mio intento, ma solo un’ambizione impetuosa che minaccia di saltare oltre il segno e cadere dall’altra parte. ATTO I scena VII). Il dubbio della scelta lo attanaglia, ma l’umanità di Macbeth dopo questo monologo sembra riaffermarsi, seppur tra la paura dell’errore, in tutta la sua potenzialità. L’uomo è incerto, anzi pauroso di uccidere per assecondare

l’ambizione. Sa che l’omicidio è il Male, ma che questo male, facendolo, può trasformarsi in Bene, il proprio Bene. Macbeth pensa come pensa un uomo normale, dispiegando nel suo cervello tutta una serie impressionante di passioni e travagli psicologici (ecco la grandezza inarrivabile di Shakespeare!), e nel pensare e nel distinguere ha libertà, tuttavia la sua azione non è conforme al suo pensiero perché nell’azione non c’è libertà. Eccola qui la sostanziale assenza di una libera scelta che condanna Macbeth, assillato improvvisamente (come potrebbe accadere ad  uno di noi) dagli eventi e terreno egli stesso di battaglie tra il Cuore e lo Stomaco, l’Azione e l’Inazione, il Bene e il Male. L’uomo normale che è in Macbeth sa dove sta la frontiera che non gli è concesso superare. Più avanti dirà pure (Io oso fare tutto ciò che si conviene a un uomo; ma non è uomo chi osa far di più. ATTO I scena VII). Ma superarla può significare sopravvivere.

 

A questo punto arriva la figura di Lady Macbet, vero deus ex machina della tragedia, a fugare i dubbi di Macbeth e a dare alla storia la sua unica strada da seguire. Lady Macbeth è l’Altro (che Sartre chiamerà <<l’Inferno>>, la società nella sua faccia non virtuale ma reale, quotidiana, che ti impone l’Azione e allo stesso tempo la Caduta, che ti impone la sua Legge e i suoi Limiti. E’ Lady Macbeth a premere perché il marito uccida il re e realizzi la predizione delle streghe. E’ Lady Macbeth che trasforma un potenziale assassino nel criminale vero. Perché l’omicidio non è che una tappa intermedia e liberatoria, una necessaria rotella del meccanismo, un’ indispensabile esperienza di vita che giova a tutti, che è vitale perché identifica e completa l’iter mondano. (Per inciso Lady Macbet con l’omicidio del re Duncan diverrà essa stessa regina al fianco del marito) Lady Macbeth è emblema della società (fatta da altri uomini) che vuole imporre i suoi dettami, le sue convenzioni e modi di vivere. E’ la società tirannica che al tuo rifiuto ti impone l’emarginazione, la spersonalizzazione, togliendoti la dignità, l’onore, l’umanità e la virilità perfino annullandoti nell’oblio dei “non esistenti”. ( Era dunque una speranza ubriaca quella in cui ti eri ammantato? E si era poi addormentata per svegliarsi adesso livida e tremante dinanzi a ciò che voleva fare così baldamente? Da questo momento considera alla stessa stregua il tuo amore. Hai dunque paura di essere nell’azione e nel coraggio quello stesso che sei nel desiderio? Vorresti avere quello che consideri ornamento della vita e vivere da vigliacco nella tua stessa stima, lasciando che il << non oso>> stia al servizio del <<vorrei>>  come il miserabile gatto del proverbio?… Che essere eri, allora, quando mi confidasti questo disegno? Quando osasti farlo eri un vero uomo, e più ancora lo saresti nell’essere da più di quel che eri allora. ATTO I scena VII) Lady Macbeth è emblema della società (fatta da altri uomini) che deve imporre i suoi dettami, le sue convenzioni e per sopravvivere e tramandarsi.

 

Ho deciso: tendo ogni energia del mio corpo a questo terribile atto. Andiamo, e inganniamo il tempo con il più lieto aspetto: un volto falso deve nascondere quello che sa un cuore falso. (ATTO I scena VII) Così Macbeth uccide, perdendo la sua neutralità iniziale e diventando cattivo. Macbeth acquista la sua identità, si personifica completamente seguendo l’ambizione e la brama che gli Eventi e la Società che li ha generati gli hanno suggerito. Egli diventa il Macbeth della Tragedia. Macbeth veste il ruolo di  “Uomo della Società” perché uccidendo ha eseguito la legge. Macbeth ora esiste, la spinta liberatoria dell’assassinio lo ha salvato dal suicidio dell’inesistenza che come seconda e non ulteriore scelta la società gli avrebbe imposto. Spesso il ruolo, l’abito dell’uomo normale (di cui ripeto Macbeth è metafora)  non è scelto o cucito (come falsamente dicevano i rinascimentali) da egli stesso ma come succede al Nostro gli è imposto dal bisogno impellente, dalla necessità accorrente dal fatto di essere “Uomo nella Società”, uomo tra gli uomini. E come diceva bene Hobbes (interpretando Terenzio) << Homo homini lupus>>.

 

In fin dei conti il Macbeth ci insegna che l’uomo non è buono né cattivo. E’ un nudo manichino, una canna al vento, un meccanismo insignificante di un organismo immenso e regolato da leggi ferree ed immodificabili. Se la società in cui vive sarà ricca di valori positivi egli sarà grande e buono. Se la società si lascerà sopraffare dal marcio egli sarà abietto e cattivo. E l’uomo non è il nucleo fondante della Società in cui vive, non è “faber sui”, a differenza di quanto si pensi. E’ il Bisogno, la Necessità di assecondare la natura animale e la sua inflessibile legge della sopravvivenza il mattone fondante della società eterna.

 

Il Macbeth è la tragedia del pessimismo in cui, inscrivendosi nel filone poetico barocco, si parla della vita dell’uomo (sia esso re o becchino, operaio o signore) come illusione e Difetto, disinganno ed eterna contemplazione della morte, vana azione sempre distruttiva perchè monca per costituzione  della libertà di scelta e di dominio di sé. Macbeth è la tragedia dell’uomo normale, di colpo scaraventato in una tempesta più grande e potente di sé in cui regnano sovrani Bisogno e Necessità, senza appigli né porti sicuri che non siano la coerenza e la dignità personale e dalla quale, per uscirne fuori, bisogna morire e rinascere, accettare di essere diversi da prima senza però aver il privilegio di poter mettere le mani avanti. (La vita è solo un ombra che passa, un povero commediante che si pavoneggia e si dimena per un ora sulla scena e poi cade nell’oblio: la storia raccontata da un idiota, pieno di frastuono e di foga, e che non significa nulla. ATTO V scena V)

E a questa triste condizione esistenziale Shakespeare sa che tutti e sempre saremo soggetti. Per tutti si nascondono dietro l’angolo le “Weird Sisters” e “Lady Macbeth”, che inevitabilmente, ma si spera con effetti meno devastanti, ad un tratto della nostra vita ci si pareranno davanti e ci chiederanno il conto. Per questo l’autore non condanna Macbeth, che in fondo è un eroe negativo e un assassino, ma che a differenza di tutti gli altri cattivi shakesperiani (Iago, Claudio, Tibaldo ecc..) è dotato di un animo titanico, dignitoso e fortemente, eccezionalmente umano. ( Ho vissuto abbastanza: il cammino della mia vita è giunto alla stagione in cui la foglia secca ed ingiallisce; e a me non è permesso cercare tutto ciò che dovrebbe accompagnare la vecchiaia: l’onore, l’amore, l’obbedienza, l’amicizia. In loro vece ho solo maledizioni, sorde ma profonde, onori a fior di labbro, semplici sospiri che il povero cuore vorrebbe rifiutare e non osa. […] Mi hanno legato ad un palo, non posso fuggire e devo combattere fino all’ultimo come un orso prigioniero…  ATTO V scene IV e VII)

 

 

Melo Freni

 

Caro Luigi”, un libro totale

 

Ognuno gli scrittori li conosce a suo modo. Io ho conosciuto (intendo dire umanamente, non certo letterariamente) Melo Freni nel 2006.  Volevo porgergli alcune domande per un giornale locale e grazie all’intermediazione del prof. Giovanni Fugazzotto sono riuscito ad incontrarlo nella sua casa di Marchesana, sotto un albero di grossi, gialli limoni. Dopo i saluti, la prima frase che mi disse fu <<Aprile è il più crudele dei mesi>>. È l’incipit della poesia più famosa della “Terra desolata” di Eliot; io in quel tempo stavo studiando Eliot e per me fu una vera e propria illuminazione. Oltre alle mie agognate domande, da quella occasione, uscii veramente arricchito. Dalla cultura trasmessami, dall’amicizia concessami e dal dono di alcuni libri: “Al Limite della Ragione”, “Severino il Cardinale”, “Dopo l’allegria” e qualche tempo dopo “Le Stanze dell’Attesa”.  Successivamente, ho allargato la conoscenza dello scrittore andando a scovare i numerosi suoi altri titoli, “Il Senso delle cose”, “Le Passioni di Petra”, “Marta d’Elicona”, “La favola del figlio cambiato”, “La famiglia Ceravolo”. Ma la mia conoscenza, il mio modo di conoscere lo scrittore e l’uomo Melo Freni, è indissolubilmente legato ai quei libri dell’Aprile; è intorno a quel quartetto di scrittura ed affetto che vado, rilettura dopo rilettura, costruendo il discorso su di lui. D’altronde non si dice <<gli ultimi saranno i primi>>?

 

Ora è arrivato questo “Caro Luigi”, questo concentrato di scrittura e vita, che erroneamente viene scambiato per un epistolario. Ma “Caro Luigi” è qualcosa di molto più importante, è un libro “complessivo” e direi centrale nel corpus di Melo Freni, nel quale è racchiuso ogni elemento di letteratura (invenzione, romanzo, ricordo, saggio, storia, critica, sfogo, pensiero, poesia) e attorno al quale possiamo fare ruotare tutta una serie di confronti che rafforzano il concetto che Freni – come ogni vero, grande scrittore – è auctor unius libri  cioè scrittore di un solo grande libro, infinito processo di scrittura e ri-scrittura che anche attraverso mille titoli e migliaia di pagine è sempre un arrovellarsi intorno a poche, capitali, tematiche. Poche tematiche, capitali, dette ogni volta in maniera diversa alla ricerca dell’unico (utopico, irraggiungibile) senso della scrittura: dire l’indicibile, cioè la verità. Ecco dove sta la differenza tra gli “scrittori d’occasione” che raggiungono il successo ma sono solo flatus vocis senza nessun vero sostrato e gli “scrittori veri”, mai in cima alle classifiche ma che hanno ”parole come pietre” perché hanno una “missione”. E noi è a questi che dobbiamo guardare, questi dobbiamo ascoltare.

 

Possiamo dividere “Caro Luigi” in due “sezioni”, la prima formata dalle prime 10 lettere (inerenti Sciascia, Buttitta, Piccolo, D’Arrigo, Francesco Lanza e Serafino Amabile Guastella, Rosa Balistreri e Vittorini), la seconda dalle ultime 5. Possiamo definire “lettera peregrina” quella dedicata a Solonovic, che in effetti funge da cesura tra i due blocchi e che ha per argomento un ricordo privato e “politico” del grande traduttore russo; nella seconda  sezione, in particolare, possiamo considerare “extravagante”, la lettera in cui si torna a parlare di Lanza e Guastella.

Ho effettuato questa divisione, del tutto arbitraria, perché mi è sembrato valido poter re-legare le lettere attorno a due tematiche fondamentali: la “conoscenza della terra” (Prima Sezione) e la “passione della lontananza” (Seconda Sezione). D’altronde mi sono sentito autorizzato a ciò dalle stesse parole dell’autore. E’ lui infatti a scrivere ( p. 11) <<Ricordo spesso Scott Fitzgerald che diceva “felice lo scrittore che ha un paese da raccontare”, ed io questo paese lo ho sentito, perché l’ho sentito, perché l’ho conosciuto, perché l’ho amato>>. Ed è ancora l’autore a darci un’indicazione << più che nostalgia, parlerei di una “passione della  lontananza”. Noi soffriamo la lontananza come una malattia e la nutriamo dentro di noi come un vizio>> (p. 75).

 

Ho detto in apertura che “Caro Luigi” è un falso epistolario; poi ho parlato di lettere. Ciò non è una contraddizione in termini, poiché sono convinto che se la forma è quella epistolare, il contenuto e soprattutto l’intento va bel al di là della semplice comunicazione. Cosi se la lettera è solo un pretesto formale che permette sintesi ed agilità di linguaggio, Luigi Lombardi Satriani è l’ interlocutore universale, con il quale l’autore cerca di stabilire ponti e soprattutto “banchi di prova” per verificare se quanto da egli detto, pensato e vissuto è meritevole di ascolto, significativo, in poche parole “giusto”. In “Caro Luigi” c’è la chiave di lettura per leggere i suoi libri passati. Poiché i temi delle sezioni sopra-indicati sono i temi sul quale si basa tutta la letteratura del Nostro.

 

Torniamo al paragone tra “Caro Luigi” e gli ultimi libri di Freni, il “mio” Freni. Egli conta molto sulla conoscenza del “paese”, per rubare le parole a Fitzgerald. Ma questa non è la conoscenza “cronachistica”, da “inviato speciale”, tipica di chi passa e scrive. La sua è una conoscenza profonda del territorio, inteso come geografia e come storia, profonda perché va alle radici della “stortura”, conscio che solo dalla base si può raddrizzare l’albero.  La sua è la conoscenza “sublimata” che solo gli scrittori sanno fornire. Richiamo all’uopo un breve passo da “Al limite della ragione” (2003) in cui, la definizione più precisa – quindi la “conoscenza” - dell’infelicità della Sicilia viene data per mezzo uno scrittore: <<Oggi si può andare nell’isola attratti dai templi nella valle di Agrigento, a Siracusa per il teatro greco, a Pantalica per la città rupestre, a Tindari per il Gimnasium, a Piazza Armerina per i mosaici, a Selinunte per le colonne, ad Erice per gli aerei precipizi; ma non è solo questa la Sicilia. Il disastro è altrove: nella esaltazione della coscienza individuale, nella immobilità, nella pigrizia, nell’oblio inconscio per cui tante manifestazioni di grandezza sono manifestazioni oniriche, desiderio di morte. “E’ colpa nostra”, dice il Gattopardo>>. E non per niente gli autori citati nel primo gruppo di lettere sono tutti scrittori che hanno fatto della conoscenza profonda del territorio (conoscenza diversamente angolata e prospettata a secondo delle differenti impostazioni socio-culturali) la loro precisa cifra di riconoscimento: Sciascia, Buttitta, Piccolo, D’Arrigo, Francesco Lanza e Serafino Amabile Guastella, Rosa Balistreri e Vittorini. Anche Freni è un “autore della conoscenza” e ce lo specifica subito: <<Il peccato è sempre la stessa pretesa perfezione dei semidei che non si rendono conto di essere invece sciacalli prossimi a diventare iene: Il Gattopardo. Ecco perché l’intransigenza dello scrittore deve essere massima nei confronti di questa sua terra. Chè se Pirandello tendeva l’indice verso il “cacicchismo”, Leonardo Sciascia indica il difetto nella comparti mentalità dell’interesse politico in relazione al proprio. Giacomo de Benedetti non poteva meglio definire l’universo siciliano-pirandelliano: il diuturno servaggio di un mondo senza musica, sospeso ad un infinita possibilità musicale. E’ su questa possibilità che lo scrittore dovrebbe  far leva ed io, secondo le mie possibilità, ho cercato innanzi tutto di non deludermi. La mia coscienza la voglio in ordine>> (pp. 13-14). Ma da dove arriva questa conoscenza? Dallo scandaglio del territorio con occhi di scrittore, con gli occhi critici ma attenti a sentire lo stupore, l’emozione per una terra antica e profonda. Paradigmatico è in questo senso è il brano seguente: << A Raccuia per i lavori in corso e scarse segnalazioni, mi ritrovai con l’automobile in un vicolo apparentemente senza uscita e mi fermai per chiedere informazioni. Silenzio di tomba, assenza assoluta di presenza umana. Mi inoltrai a piedi fino ad un portoncino semiaperto con la targhetta “Medico di Guardia”. Permesso? Un giovane medico è seduto dietro un tavolo e legge. Vada così e così, mi spiega e chiude il libro sull’indice. Cosa legge di bello? Gli domando. Leggo Sant’Agostino, risponde – mi piace Sant’Agostino. Ora, diremmo, è una banalità. No, è pienezza! Se mi consenti, è la pienezza del silenzio: quando uno dei nostri paesi diventa una Certosa e con la sua vita lontana riscatta il mondo dalle temperie delle brutture che imperano, da gironi di bolge tra veleni e follie, schiamazzi e illusioni, tra falsità e rifiuti>>. Ecco dove porta la profonda, vissuta, “conoscenza del paese”: porta a scoprirne l’anima e – contemporaneamente – a scoprire la propria anima. E se mi si permette un passo indietro, questa “conoscenza del paese” che è in primis riscoperta di se stesso è un concetto che Melo Freni ha già espresso ne “Le stanze dell’attesa” (2007) con un brano di rara commozione ed intensità. Il protagonista del racconto sa di essere malato. Tornato a casa, sente dentro di sé l’irrefrenabile pulsione a fare una passeggiata nei suoi luoghi familiari. Così fa, e grazie a questo ritorno al grembo materno, egli, ha un’illuminazione dello spirito che equivale alla guarigione fisica. <<In ospedale ci sarei andato, il ricovero era stato fissato. Con questo animo mi ero accinto alla montagna e una volta entrato nella Valle della Luna la suggestione di quella distesa bianca, infiorata da un letto rosso di oleandri, mi inebriò come se non l’avessi mai vista. Non era un paradosso che impressioni cosi vitali potessero essere percepite da un corpo malato: alla bellezza della natura è suscettibile chi  teme di perderla. Sulla sinistra, il letto del torrente era ghiacciato e sulle rocce si incuneavano i ricami di foglioline che il gelo aveva reso di cristallo. L’immobilità dei casolari accanto agli ovili in disuso era vivificata dalla memoria degli antichi pastori che li avevano abitati. Intanto una macchia nerastra di capre era abbarbicata a un’altra parete, da sembrare un dipinto. .. In alto le rocche prendevano forma di cortina, alzandosi come il muraglione di un grande castello, mi fermai. Il luogo lo conoscevo, ne conoscevo i sentieri … Non so cosa sia venuto a cercare a quest’altezza, ma vado avanti senza la voglia di ritornare indietro e mi soffermo come un padrone attento che nulla gli sfugga delle proprie terre … Scorgo le orme di una lepre … E scorgo la Timogna dove il pastore poeta scriveva i suoi versi prima che la morte lo cogliesse nel fiore della sua malinconia. Cosi da questo luogo e con questa condizione di spirito che mi sembrano un miracolo, una esaltazione improvvisa mi spinge. Il cuore è infervorato da uno slancio … Voglio dimenticare il timore della più amara incertezza e credere, invece, che qualcosa di diverso ci attenda. Vivo per questo in pienezza il sentimento che mi agita e credo nel miracolo: è la fede nella vita a farmelo sperare … Ripresi la via del ritorno senza più paura e mentre il mondo mi si riapriva davanti lungo la discesa, provai più intensa l’emozione della vita>> (pp. 182-185). Forse Freni è lo scrittore italiano che ha fatto della “conoscenza dei luoghi”, che è ancoraggio onesto e coerente alla materia di cui si vuole parlare, l’uso più alto e sofferto di tutto il Novecento. Ancoraggio e conoscenza che è prima di tutto nominazione, cioè frequentazione dei luoghi, vita dei luoghi, sentimento dei luoghi. E questo amore, se può essere scontato in un libro in cui l’ambientazione è precisa, sorprende di ritrovarlo in un libro di poesia, in cui la materia è più generale ed il pubblico senza dubbio meno interessato dalla geografia. Sorprende, ad esempio, di aprire un libro come “Dopo l’allegria”, pubblicato da Passigli (Firenze) nel 2000 con l’avallo di Mario Luzi, e trovare – assieme all’suo della lingua siciliana per alcune poesie – nominati nella sezione “Il porto dei  richiami” paesi e circostanze a noi vicine: Gagini, Santa Marina, Santa Croce, Vulcano, Antonello, Nebrodi, Aluntium, Santa Maria del Gesù, Calamech, Colle del Re, Stromboli.

 

La seconda sezione di “Caro Luigi” è quella dedicata alla “passione della lontananza”. Ma questo è più che un tema letterario, essendo per Freni la lontananza, l’esilio, il ricordo, la memoria, argomenti giornalieri, riflessioni vissute prima che pensate, un pezzo reale della sua vita. Da cosa nasce questa “passione”? Dal fatto che prima o poi si deve partire. E perché si parte? Inizialmente Freni fa parlare Guttuso: << Per chi volesse farsi conoscere, si volesse affermare, per tante generazioni è stata una necessità partire>> (p. 73). Sembra riecheggiare in queste parole il lapidario motto che il nostro autore mette in bocca al cardinale Rampolla in “Severino e il Cardinale” (2006), <<cu nesci arrinesci>> (p.89). Inizialmente questa partenza viene vissuta quasi come un rimorso, un tradimento, un rimprovero che lo scrittore pone segretamente a se stesso (o forse è un rimprovero esterno, di chi resta) ma che subito supera affermando non solo la giustezza della partenza, ma perfino la necessità vitale dell’andarsene: << Dobbiamo avere qualche complesso nei confronti dei siciliani che sono rimasti nell’Isola? Nessun complesso! Quegli amici e colleghi che si sono intestardito a sfidare il proprio destino restando a casa loro sono naufragati nella delusione, vittime di quell’oblio che lentamente corrode ogni volontà. Chi resiste al massimo fa un patto con la sopravvivenza e non si venga a portare l’esempio di Sciascia, di Bufalino, che imposero dai loro paesi la loro grandezza. Sciascia, che abitava a Caltanissetta, a Palermo, era un viaggiatore e Parigi, Milano, Roma non erano per lui mete di visite fuggevoli e disinteressate. Bufalino, se consideriamo, rimane l’unica eccezione, ma non siamo tutti Bufalino >> (pp.73-74). Tuttavia, presto, in questa fiera e stoica affermazione dell’uomo come faber fortuna sui subentra la passione che si fa dolore, disorientamento, “passione della lontananza” come dallo stesso Freni è stato scritto. E in questo senso, la lettera dedicata a Quasimodo (pp.83-84) si fa emblematica. In essa, Freni, parlando delle frequentazioni nostrane del Quasimodo e della su lieta brigata e citando il famoso verso della poesia “Più nessuno mi porterà al Sud”, conclude << non aspettai molto per capire quanto dolore, quanto disorientamento possa apportare nell’anima di un poeta il sentimento della sua terra, della sua esaltazione e del suo strazio>> (p.84) . A questo punto del libro, le ultime due lettere, arriva la via d’uscita dallo strazio, dalla dualità partire/restare. E’ l’immedesimazione con due figure di poeti siciliani del passato: Teocrito e Ibn Hamdis, poeti anche loro costretti a partire, anche loro tenuti stretti da un ricordo incessante e doloroso della Sicilia. Doloroso perché causato da una mancanza (per Teocrito è <<il bisogno di confrontarsi al di fuori degli schemi angusti dell’ambiente originario della provincia>> (p.85) che lo costrinse ad andare via da Siracusa; per Ibn Hamdis fu l’avvento dei normanni e la conseguente perdita della libertà), da un rifiuto (<<se il tiranno della città non lo avesse respinto, sei i Siracusani non avessero trascurato i sentimenti del poeta per le ipocrisie del potere. A Teocrito non rimase che andare>> (p.86); alla stessa maniera era successo a Empedocle di Agrigento), doloroso perché già in loro (come in Freni) <<alla nostalgia della terra si aggiunge la rabbia che è frutto di quella netta involuzione dello spirito che ha portato l’isola ad essere sempre meno fonte di poesia e sempre più oggetto di brame sconsiderate>> (p.84). Sentite come lo stesso tema, il tema di una terra perduta e che dunque ancora più cercata (è la “passione della lontananza” ), torna in “Severino e il Cardinale”: <<Ha detto che ha voglia di ritornare al paese. O mi sbaglio [dice Severino al Rampolla]? Dove vuoi che vada? E’ tardi, troppo tardi. Tu credi che tutto quello che noi due ricordiamo continua ad esistere nella realtà? Noi amiamo il sogno, Severino, ce lo costruiamo, ma se ritorniamo laggiù il sogno svanisce>> (p. 86). Ma proprio questo inserirsi nella storia, nel mito, nell’ineluttabile destino, e nell’accettazione di ciò, è il rimedio alla passione che arde, alla nostalgia che affligge e al dolore che consuma di chi ha capito che “più nessuno mi porterà al Sud”. Non solo però un rimedio, un lenitivo; in questa assunzione di coscienza c’è l’impegno, il vero vivificante della scrittura. Ogni scrittore “esule” da Teocrito a Freni sa che  è un “ambasciatore” (rubo le parole al Nostro) della Sicilia nel mondo, di una Sicilia di vita che si oppone alla Sicilia di morte che riempie i giornali e le pagine dei media.  

 

Dalla lettura di “Caro Luigi” possono venir fuori ancora tanti spunti di lettura interessanti. Quando parla di Lanza, ad esempio, Freni individua nello “scherzo” e nella “leggerezza” dei “Mimi Siciliani” <<una terza via per il superamento di ciò che nel “verismo” portava all’immancabile duello, in Pirandello nella fuga nella finta pazzia>> (p.52), dunque un superamento della tragedia. Oppure quando si scaglia, nella prima lettera, contro i <<bozzettismi che proprio per la facilità della loro fruizione offendono i sentimenti più veri della Sicilia. Parlo di una certa letteratura e parlo dello spettacolo: le risatine che fanno dimenticare, le levità che addormentano, le ironie che distraggono, le storielle che ingannano>> (p.12). C’è in questo passaggio un richiamo altissimo all’impegno dell’intellettuale e alla sua funzione civile e morale all’interno della società.  

Una curiosa coincidenza è ancora è il fatto che il nome di Tomasi di Lampedusa venga solo accennato ma mai trattato largamente. Eppure il “Gattopardo” è “cartina al tornasole” di molta coscienza civile e letteraria di Freni. Questo si capisce ad ogni piè sospinto. Uno spunto di riflessione che il libro ci dona è allora questa: come interpretare, oggi, il “Gattopardo”, come leggere quelle pagine alla luce del fatto che quanto lì dentro si andava profetizzando si è perfettamente avverato? Come non concludere che il diniego di Vittorini alla pubblicazione presso Einaudi del libro non dipese ma fattori letterari, né socio-culturali, bensì dalla guerra di un siciliano contro un altro siciliano? D’altronde è lo stesso Freni, sempre in “Severino e il cardinale” a descriverci in maniera definitiva questa nostra attitudine: <<Noi siciliani siamo anche un po’ strani. O ci amiamo fino alla complicità, oppure l’odio è insormontabile. Non tanto l’odio, direi piuttosto l’invidia: ce la portiamo sempre appresso, anche se viviamo fuori da molti anni>> (p. 31).

 

Ma su tutto e tutti, in “Caro Luigi”, domina una “madre silenziosa”, sempre presente, sempre evocata e mai raggiunta completamente: è la Sicilia, la “terra impareggiabile” cui Freni ha dedicato la sua vita di uomo e letterato. Questo è il tema unico della sua scrittura, questa la sua preoccupazione diuturna. “Caro Luigi” è un libro della/dalla Sicilia. Questa definizione basterebbe. Ma su questo spunto di lettura, fermo la mia relazione.

 

 

 

 

BARTOLO CATTAFI E LA DISCESA AL TRONO

in una interpretazione di

GIOVANNI FUGAZZOTTO

 

 

Quando Bartolo Cattafi “al sommo delle scale” si prepara per la sua discesa al trono, ha in mente una corsa a testa in giù, una corsa alla rovescia. La sua non è un’ascesa al cielo (non ancora, almeno) ma una catabasi dentro l’inferno, quindi una penetrazione nella terra (anche se questa parola deve essere intesa in termini metaforici e certamente non letterari) verso la verità ultima – o prima - del profondo.

 

Nel caso dell’installazione di Giovanni Fugazzotto “La Discesa al Trono”, la terra da attraversare è lo specchio alla base della macchina, uno specchio metaforico che non riflette semplicemente ma si apre sul mondo di sotto e ci risucchia. Ci apre ad una visione, che è il trono capovolto - dritto, dunque non inteso come parte emersa dell’installazione (come qualcosa che c’è qui) bensì lontana apparizione da raggiungere, meta, premio finale per chi s’è addentrato in essa, cattafianamente, e anche lui è giunto al “fondo roccioso / aspro inebriante di disperazione”.

 

La scoperta alla fine della discesa è il Trono “del principe di questo mondo”. Ma chi è questo principe che siede sul trono? Se in Cattafi l’espressione può anche non avere significati esoterici o apocalittici essa è certamente una scoperta che inebria e dispera al tempo stesso. Cattafi scopre che a governare il mondo, “questo mondo”, è l’Io inteso come egocentrismo, egomania (passione,attaccamento alle cose, egoismo) vera zavorra che anziché farci ascendere ci trattiene e ci spinge verso la dissoluzione nel basso. Ciò inebria per un certo, orgoglioso, spirito d’umanesimo; dispera perché proprio nell’affermazione più alta della sua emancipazione, per l’uomo ha inizio la caduta.

 

Così, per Fugazzotto, l’idea della sua installazione (idea realizzata materialmente da altri, come è tradizione concettuale) è duplice. Perché se da un lato la sua è una discesa al trono propriamente detta, dall’altro vuole essere pure un processo all’Io, processo all’Uomo, perseguendo ancora la voce di Cattafi quando dice che “vorremmo un’era / forte, aperta, precisa, / di pubblica chiarezza per le pene. / Non più pagare mediante equivalenze […] / ma tormenti, tenaglie squillanti […] / visibile a tutta la città / la corda che ci tira per il collo” (“Delle pene”, da l’Osso, l’Anima)

 

Fugazzotto, che già con la scultura concettuale “l’osso, l’anima” aveva dimostrato di saper ben cogliere il nocciolo dell’esperienza poetica cattafiana, nella sua monumentale installazione trasmette all’osservatore un forte senso di straniamento per il continuo ed irrisolto contrasto tra reale / ideale, introspezione /denuncia, dimostrando - anche stavolta - di aver compreso a fondo la lezione e il messaggio di Cattafi.

 

 

 

 

 

nella foto Pietro Genovese

 

BREVE INTRODUZIONE ALLA PITTURA DI PIETRO GENOVESE

 

Allorché mi fu proposto di intraprendere questo breve studio che oggi concretizzo, la preoccupazione più immediata che mi colse, fu innanzitutto quella di riunire in un catalogo minimo tutte le opere che in prima battuta si potessero ricondurre con certezza alla mano di Genovese.  A questo punto ho pensato di poter stilare una sorta di ragionamento storico del suddetto catalogo, che senza velleità di completezza critica, servisse a chiarificare, a collocare contestualmente e la figura del pittore per avviare un processo di rivalutazione critica anche dell’opera pittorica di Pietro Genovese

 

Le opere recensite sono state così circa 70 ( di cui 50 olii e 20 disegni), che mi è sembrato opportuno dividere in varie fasi creative e per ogni fase individuare i suoi tratti salienti.

 

Si può perciò indicare un primo momento artistico in quello compreso approssimativamente tra gli anni 1965 e il 1968, anni in cui il ventenne Genovese frequentava la scuola di disegno tenuta nei locali dell’Associazione Operaia di Mutuo Soccorso e diretta dal prof. Giovanni Biondo. Possiamo definire questo momento come il momento di studio, l’apprendistato pittorico del giovane Genovese. Consequenziale all’insegnamento del Biondo, che verteva sulla libertà espressiva e sulla ricerca di una originale vena artistica basata però sull’esempio della tradizione, in questi anni l’attenzione di Genovese spazia sui vari fronti dell’arte europea sorta nel primo Cinquantennio del Novecento. Anche se i suoi interessi maggiori sono polarizzati da quegli artisti che si sono arrovellati in una ricerca che privilegiasse il colore, la sua natura, i rapporti che innesta con la materia e con la forma, gli effetti ottici ed emotivi che crea nello spettatore. Ecco perché quasi tutti i quadri catalogabili in questo periodo (e che per inciso formano buona parte della sua intera produzione) si mostrano influenzati dall’arte di Cezanne, Munch, del Modiglioni, di Paul Klee soprattutto, degli cubo-astrattisti ruotanti intorno ai Delaunay, Kupka, Picasso, ed infine, per qualche prova, da quella di Boccioni e per lui dei simbolisti italiani come Gaetano Previati. Il fatto che questo sia stato per Genovese un momento di studio non toglie che egli avesse già maturato una sua poetica piena di forza espressiva, e una certa indipendenza artistica. Infatti a prescindere dalla suddetta fertilità intellettuale e culturale (il che è già gran cosa), il pregio maggiore di questo periodo è costituito, secondo la mia osservazione, da un gusto spiccato per il colore e la sua matericità, un colore che gli permette di raggiungere degli esiti che vanno al di là dell’elementare figurativismo mimetico, sperimentando anzi delle situazioni sintetiche di forma e materia, luminosità e spazialità di grande interesse artistico e critico.

 

Il secondo momento artistico coincide invece con il cosiddetto “realismo sociale” di Genovese. Il periodo storico, quello che approssimativamente possiamo circoscrivere tra il 1968 ed il 1975 (anche se opere sociali erano state già licenziate dal 1965, tanto per dimostrare quanto le suddivisioni siano cose fatte per convenzioni di studio), è fondamentalmente quello delle grandi contestazioni giovanili e di classe, quello delle grandi rivoluzioni sudamericane e dei drammi umani che esse comportarono. Furono quegli, gli anni in cui si pensava che l’artista non poteva restare escluso dai sommovimenti popolari, non doveva e non poteva isolarsi nel mondo intimistico di un ermetismo di maniera o di uno sperimentalismo senza sbocchi sulla realtà, ma anzi doveva essere portavoce delle istanze e della voce delle classi in lotta, degli ultimi in rivolta per migliorare la propria vita e ridare al mondo un vestito di uguaglianza e giustizia sociale. Genovese, certamente al passo con i tempi, raccoglie la sfida lanciata agli artisti e com-partecipa attivamente a questa richiesta. I modelli di questo periodo sono senza dubbio i Guttuso e i Sassu delle Crocifissioni e delle varie Fucilazioni degli anni Quaranta. Da loro deriva certamente l’inusitata potenza plastica e strutturale del colore, tutto giocato sulla gamma dei marrone, dei rossi, dei gialli e che si dispone per grumi e per fasci, per linee orizzontali grasse di materia. Da loro deriva l’aggressività delle scene, del tutto sintetica e funzionale al messaggio politico, la forza morale dei personaggi. Da loro derivano tuttosommato i repertori iconografici sfruttati (rielaborati per temi del tutto originali e contemporanei), anche se mi sembra giusto dire come almeno in un’occasione (il cosiddetto quadro La Donna del Terremoto del 1968) Genovese abbia anticipato, e non solo nel tema, addirittura Guttuso (che in effetti dipinse la cosiddetta Notte di Ghibellina solo nel 1970, quindi due anni dopo). Sebbene possiamo dire chiuso formalmente questo cosiddetto periodo sociale già nel 1973-74, a conferma della convenzionalità di ogni periodizzazione, ancora negli anni 80 Genovese (ma questa volta il modello è il pop- artista italiano Enrico Baj) dipinge la cosiddetta serie dei Generali o della Guerra, in cui con un segno diverso e senza quella verve ironica e disillusa di Baj, ma ancora con una forza coloristica notevole, mette alla berlina l’idiozia del militarismo e l’atroce realtà della guerra.

 

Un quadro del 1975 segna la svolta di Pietro Genovese verso l’ultima maniera della sua pittura, maniera che dura tutt’oggi. Il quadro rappresenta un profondo spazio pianeggiante dal cui centro, come dallo scoppio di un vulcano, assistiamo all’eruzione di uno spettro variegatissimo di colori, su cui dominano le tonalità del rosso, del verde e del marrone. Questo scoppio di colori è lo scoppio dell’irrazionale che dominerà tutto il proseguo della sua pittura. D’ora in poi gli spazi della rappresentazione di allargheranno a dismisura, i colori  diverranno più smaglianti e si schiariranno verso l’azzurro, il giallo, il bianco, il verde oppure si ispessiranno verso il rosso acceso o il marrone terreo. La componente mistica del messaggio si impadronirà della scena svolgendosi per mezzo di simboli di ardua comprensione, acquistando quella visionarietà sfrenata – ma commovente - che avrebbe fatto impallidire, per originalità e sicurezza di esposizione, gli artisti surrealisti più accaniti.

 

La pittura di Genovese, a prescindere dal tempo in cui è stata prodotta, non lascia mai indifferente chi la incontra. Questa empatia, che è la dote dei veri artisti, può bastare ad avviare un vasto discorso intorno a tutta la sua opera.

 

                                          

 

 

 

 

 

I VISIONARI

(Testi della mostra tenutasi a Barcellona dal 22 al 27 Marzo 2009)

 

Peppino Stagno dipinge la realtà, a prima vista il suo è infatti l’occhio di un verista legato a fatti domestici e paesani di frequenza quotidiana, solo che questa realtà è dipinta “a modo suo”, cioè trasfigurata in maniera - non tanto onirica o surreale - ma (direi proprio) “utopica”. Stagno disegna i paesaggi, le figure, le scene paesane ambientandole in un mondo perfetto, dove tutto è al suo posto e per questo tutto è felice. Proprio in questa esibita discrepanza (che lo spettatore coglie certamente con un forte effetto di ironico spiazzamento) tra “realtà reale” e “realtà pensata” risiede l’originalità di questo pittore, che è un naife vero, ma che negli ultimi anni della sua carriera ha saputo affinare – da autodidatta rigoroso – la tecnica e l’impaginazione scenica arrivando ad esprimersi con immagini suggestive e “stupefacenti” ma al contempo “concettualmente” e razionalmente credibili.

 

Un quadro del 1975 segna la svolta di Pietro Genovese verso l’ultima maniera della sua pittura, maniera che dura tutt’oggi. Il quadro rappresenta un profondo spazio pianeggiante dal cui centro, come dallo scoppio di un vulcano, assistiamo all’eruzione di uno spettro variegatissimo di colori, su cui dominano le tonalità del rosso, del verde e del marrone. Questo scoppio di colori è lo scoppio dell’irrazionale che dominerà tutto il proseguo della sua pittura. D’ora in poi gli spazi della rappresentazione di allargheranno a dismisura, i colori  diverranno più smaglianti e si schiariranno verso l’azzurro, il giallo, il bianco, il verde oppure si ispessiranno verso il rosso acceso o il marrone terreo. La componente mistica del messaggio si impadronirà della scena svolgendosi per mezzo di simboli di ardua comprensione, acquistando quella visionarietà sfrenata – ma commovente - che avrebbe fatto impallidire, per originalità e sicurezza di esposizione, gli artisti surrealisti più accaniti.

 

Nino Gentile inizia la carriera pittorica collaborando con un valente decoratore della sua città. Da subito partecipa a molte mostre collettive e personali (Rozzano (Mi), Barcellona PG, Bruxelles, Parigi, Forli , Ravenna, Catania, Taormina, Messina ecc…). Ama definirsi pittore libertario, si ispira ai Maestri dell'impressionismo e del cubismo fino al neo realismo, al surrealismo e alla pop art. Nonostante tutto cerca nuove espressioni in cui sperimentarsi. Anti - accademico di conseguenza, già dal 2000 tenta di lavora di getto per far prevalere il colore al segno. Il maggiore apporto del Surrealismo nell’arte di Gentile è la considerazione del corpo umano come di una “materia” in continua trasformazione, adatta ad accogliere su di sé ogni simbolo. Un corpo che si presta a ricevere e rimandare ogni significato. Per questo può diventare paesaggio, figura concava o convessa, puro occhio o teschio bucherellato dal tempo e dalle tarme. Ma in Gentile c’è un impegno etico che lo porta a posizionarsi ben al di là dei Surrealisti tout – court.

 

Salvatore Celi è nato a Barcellona Pozzo di Gotto ma cresciuto a Castroreale. Vive e lavora a Furnari. Definirlo “Magritte redivivo” è davvero azzeccato. Egli è un genio enigmatico, un surrealista con lo sguardo di un cineasta alla Bunuel o alla Hitchcock. Artista di lucidità immaginifica (e di prolifica attività) impressionate, i suoi quadri sono caratterizzati da alcuni “catalizzatori” iconografici: chiavi, serrature, porte, cornici, figure di uomini misteriose avvolte da una penombra macabra. Il suo è dunque un invito ad oltrepassare il confine, a varcare la soglia, a penetrare l’apparente realtà (nelle sue opere sono spesso presenti brani di “mondi dentro/dietro mondi”, un po’ alla Truman Show), a lasciarsi alle spalle un presente negativo sospeso tra la veglia ed il sonno. Verso dove? Verso una salvezza nel bello, nell’arte, nel mistero.

 

 

 

 

LUCIO PICCOLO

 

Morto Piccolo, del suo fantasmagorico personaggio s’impossessano subito giornali, televisioni e riviste che finalmente trovano in lui il mito demodé e fuori dal mondo reale ma in contatto con il mondo dell’astratto e del sovrannaturale attorno al quale costruire aneddoti e storie mirabolanti.

In riguardo il poeta, con una punta di ironia rassegnata, cosi si esprimeva (Probabilmente deriva dal fatto che sono un isolato, e gli isolati provocano generalmente curiosità, tanto si figuri che mi hanno chiamato il poeta degli spiriti, il poeta delle ombre, il poeta della morte, non so tante cose….)

Spesso il personaggio- Piccolo prevarica il Piccolo- poeta e questo non fa che pregiudicarlo. E’ impensabile slegare la poesia dalla sua biografia, d’accordo, ma è altrettanto stupido non apprezzare l’anima più vera e autentica delle liriche piccoliane che sta al di là della sua stessa vita.

Liriche che a detta di molti, Pound- Montale e Sciascia per elencarne solo alcuni, si pongono come tra le più alte di tutto il Secondo- Novecento europeo.

La poesia di Piccolo è emblematica della sua vasta formazione culturale, è una poesia di forte ceppo siciliano, Sicilia arcana come la chiamarono, ma allo stesso tempo aperta agli influssi più disparati ed internazionali, in un abbraccio serrato che la pone direttamente in contatto con le voci poetiche più degne ed originali di tutto il mondo. D’altronde fin dalla giovinezza Piccolo aveva stretto un’intesa epistolare col premio Nobel irlandese William Butler Yeats condividendo con lui l’amore quasi panico e panvitalistico per la natura e soprattutto la tensione metafisica sfociante nell’esoterismo e nella conoscenza ermetica delle cose e della vita.

Poi aveva coltivato con estremo trasporto le letterature mitteleuropee, quella anglosassone, transalpina e ispanica a partire dai poeti metafisici del 600 (con cui divideva molte cose in comune) fino ai contemporanei.

Conosceva l’arabo a menadito, era formidabile lettore di Thomas Mann, Char, Hopkins, Cummings, Moore, Carens, Wittensteing e Husserl, Jung e Baudelaire, Dylan Thomas, Pound, Proust, Guillen, Musil, Rilcke e Joice

Fu cultore delle filosofie e poesie greca (citava Omero a memoria), dei miti indiani e orientali, della mistica ebraico- cristiana naturalmente. Conosceva benissimo la letteratura italiana del Novecento con un occhio ai poeti come Gozzano, Rebora, Saba, Ungaretti, Campana, fino agli ermetici a Montale e a Quasimodo.

Questa enorme vastità di cultura impressionò da subito Montale che cosi si espresse: (Mi trovavo, insomma, di fronte a un clerc così dotto e consapevole che veramente l’idea di dovergli fare da padrino mi metteva in un insormontabile imbarazzo. Lucio Piccolo ha letto tous le livre nella solitudine delle sue terre di Capo d’Orlando; ma non segue nessuna scuola).

Ecco la frase giusta NON SEGUE NESSUNA SCUOLA, perché in Piccolo non c’è mai emulazione o imitazione, in lui qualsiasi influsso è interiorizzato e fatto rinascere in maniera completamente nuova e diversa. D’altronde neppure il poeta amava aperture incondizionate verso altre letterature se riguardo ad esse lo stesso Piccolo così parlò (soltanto che adesso i numerosi melibei hanno smesso di agitar corimbi fioriti per brandire la bandiera dello sperimentalismo, novità d’oltralpe e d’oltreoceano che il più delle volte conta almeno tre quarti di secolo di vita)

Tutte queste correnti, queste influenze, mescolate col sostrato siciliano e tradizionale con punte anche dal popolaresco, avevano per forza formato la sua forma mentis in maniera eclettica ma coerente, sicilianista ma fortemente internazionale. (il mondo contadino per me è importantissimo perché ovviamente l’arcaismo, la mentalità antichissima non può che provocare la simpatia del poeta)

Ecco forse uno dei pregi più alti della sua poesia è proprio questo, cioè calare valori, situazioni, modi di essere e vivere siciliani in una dimensione internazionale e universale, proiettare il mondo siciliano nel flusso più ampio del mondo intero, affinché tutti si possano riconoscere in esso, ognuno restando sempre se stesso. Quindi Sicilia come microcosmo dalle sfaccettature vive ed originali ma pienamente partecipe e indissolubilmente legata al macrocosmo del mondo contemporaneo.

Cosi disse Piccolo (Nelle mie liriche e specie nel gruppo dei Canti Barocchi, era mia intenzione di rievocare e fissare un mondo siciliano, più propriamente palermitano, che si trova adesso sulla soglia della propria scomparsa, senza ma avere la ventura di essere fermata da una vera espressione d’arte Intendo parlare di quel mondo di chiese barocche, di vecchi conventi disusati, di anime adeguate a questi luoghi che sono trascorse quasi senza lasciar traccia. Ho tentato non già di rievocarlo ma di dar di esso una interpretazione basata sui pallidi ricordi di infanzia uniti ad un tempo alla festosità delle architetture e dallo sgomento di quelle personalità segregate, remote ed incompiute)

Cosi dice Giuseppe Amoroso uno dei suoi studiosi più attenti ( Perché non è tanto la realtà fisica e storica dell’isola a ispirare la poesia di Piccolo, quanto un privatissimo mito culturale che alla Sicilia lo ricollega…Si tratta di una terra incredibilmente favolosa, non essenzialmente siciliana, ma al di là delle barriere geografiche, per l’uomo inteso non tanto come essere dotato di una biografia storica, ma come momento di divenire fisico, faticoso muoversi delle cose….)

Operazione vitale per ogni cultura che vuole resistere all’avanzare dei Tempi perché è nella conservazione- rinnovamento che germoglia il seme della Vita, è uscendo fuori dagli angusti confini del campanile per affacciarsi al divenire del Mondo intero con le sue voci e le sue rivoluzioni che ci si può raffrontare e dialogare con esso, è esportando per confrontarsi che si continua ad esistere, anzi si esiste in maniera migliore e ancora più gagliarda di quanto si potrebbe fare continuando a coltivare sempre nello stesso terreno che a lungo andare diventa per cause naturali sterile ed improduttivo. Questo è il modo di pensare dei geni, e Piccolo come tutti i geni artistici siciliani degli ultimi due secoli Verga, De Roberto, Capuana, Rosso di San Secondo, Gentile, Vittorini, Borghese, Brancati, Quasimodo, Pirandello e Sciascia, questo fece. (adesso mi faccia riflettere un poco, quante Sicilie conosco? Dovrei partire dalla Sicilia classica dei bucolici evvero? Dei bei Nebrodi monti, poi più giù dalla Sicilia…..cominciamo….pigliamo lo spunto dai dai grandi veristi della fine dell’Ottocento, dalla Sicilia di Verga, della Sicilia di Capuana    è estremamente importante perché si riferisce ai paesini dell’ Etna, circumetnei, e poi la Sicilia di Pirandello…dobbiamo metterlo assieme agli etnei, la Sicilia di Vitaliano Brancati….)

Molti dicono che la sua poesia è di difficile comprensione. Ma il suo neo-barocco non si mostra difficile per snobistica elitarietà, esso altro non è che la resa “fisica” della difficoltà di districarsi nella miriade di richiami, rimandi e simboli della “selva quotidiana” dell’esistenza . Cosi dice il poeta (io ritengo la mia poesia difficile perché….Lo stesso Montale la dice non immediata, non facile, e se non è facile…)

Le tematiche e i valori della poesia piccoliana sono in fondo facilmente rintracciabili.

A dominare v’è il tema della Natura, natura formata da essenze in contino turbinoso movimento che la percorrono e la trasformano, la travolgono per ricrearla in altre forme. E’ questa mutevolezza del reale, questa inconoscibilità della forma definitiva che rende vano ogni tentativo umano di bloccare la Natura, di arrestarne il mutevole sconvolgente movimento per arrivare ad una conoscenza assoluta.

Qualunque siano le forze umane la lotta è sempre impari, trovare una realtà unica e assoluta come il Numero è impossibile. 

E da questa impossibilità nasce il pessimismo cosmico di Piccolo che si risolve in maniera complessa e dolorosa nell’isolamento, in questo nichilismo del richiudersi in se stessi, per trovare nell’Io la calma e gli appigli per la conoscenza. E questo tema se da un lato richiama alla filosofia Husserliana, per entrambi la realtà è concreta ma mutevole e questa duplicità porta al lacerante conflitto tra realtà, oggetto, io e soggetto e per entrambi l’unico modo di sopravvivere è ricorrere alla propria coscienza pura (Husserl) e alla camera interna (come Piccolo chiama la sua coscienza), dall’altro non possiamo che ricollegarlo al pessimismo cosmico leopardiano e  al grande filone del pessimismo esistenziale siciliano che o per la durezza della natura e la sua sostanziale immodificabilità (sia essa natura naturata o natura umana) sfocia in Verga nel disfacimento finale, in Pirandello nell’assunto che alla fine non conclude, in Brancati nello scetticismo satirico ma appunto pessimista e che in Lampedusa porta infine all’inazione o al sonno. Anche se esiste in Piccolo pure una natura benevola, viva e pulsante, allegramente agreste, evocata nella memoria con amore e trasporto perché animata da uno spirito panico o panaturalistico, la natura docile e dolce dei “bei monti nebrodi” e che non difficilmente lo legano a Teocrito e a tanta poesia bucolica seguente. 

Altro tema importante è il tema dell’infanzia, del ricordo di un’età passata e tramontata come già accennato nella lettera a Montale. Un contenitore di poesia, di emozioni e di ingenuo stupore che secondo Piccolo merita di esser salvata e riportata alla luce, messa quasi su un piedistallo come unica cosa salvabile di fronte all’irriconoscibilità del presente. Alla memoria in generale il poeta da una grande considerazione (Del resto gli intelligentissimi greci non avevano stabilito che la madre delle Muse era la Memoria? Memosine…Memoria che ad un mezzo occultista come sono io può avere anche dei sensi verso la memoria ancestrale ) A differenza del cugino Lampedusa questo tema non rievoca però malinconia e la disperazione come di una bella perduta età dell’oro ma simile quasi ad una madeleine proustiana è un attimo di dolcezza da gustare per rivivere, anche se in maniera sfuocata e pacata- mancano in Piccolo d’altronde furiose ascese verso la rivisitazione nostalgica del passato- una trance de vie di cui si può avere una conoscenza più esatta, immutabile.

Altrove comunque la malinconia di Piccolo spargerà il suo velo suadente, in alcune immagini del quale potremo intuire l’alito della Morte e il suo incedere inesorabile e naturale, unica certezza di infallibile eguaglianza così come per la sua stessa classe nobiliare ( decadono financo i pianeti, come vuole che non decadano…non finiscano le famiglie? Sono dei cicli inevitabili…questo….non credo che ci siano dei fattori precisi che possono essere riscontrabili ). Morte da cui peraltro come ogni siciliano ne era lontanamente e sensualmente attratto, come diceva spesso (Qui sarebbe opportuno mettersi parlare, mettere un pò in rilievo questo senso della Morte, della Morte in Sicilia, così appariscente…questo senso nello stesso tempo enormemente tragico, ma anche magnifico, pomposo che si mette tutti gli orpelli dell’arte) e che lo ricollegava alla grande poesia metafisica del Seicento e a quella decadente europea che da Rimbaud sale fin su a D’Annunzio. 

Lo stesso legame internazionale si stringe con la tematica dell’esistenzialismo:

v’è un’angoscia che serpeggia, un’inquietudine, una compatercipazione al dolore dell’uomo che riporta la sua anima caldamente siciliana come quella di Vittorini per esempio alla poesia e alla filosofia esistenziale italiana ed europea, Leopardi, Schopenauer, Heiddeger e Jaspers.

O ancora l’importante filone dedicato o al sonno o alla dormiveglia, il momento ancora di coscienza già velato dalle tenebre della Notte, momento propizio in cui si materializza il passato coi suoi dolci ricordi d’infanzia o che precede il sogno propriamente detto, luogo a volte o mezzo come le favole, i miti, la memoria, di fuga nel passato e nel riposo.  Tema questo tanto caro a Piccolo come peraltro a Campana, a cui dallo stesso Montale è stato avvicinato, oppure al poeta spagnolo contemporaneo Guillen come d’altronde a Cicerone a Shakespeare a Calderon de la Barca.

Per ultimo ho voluto lasciare infine un tema tra i più cari a Piccolo e cioè il tema della conoscenza esoterica. Lo accenno per ultimo non perché esso sia un tema secondario, ma perché tanta critica in cerca di un personaggio ne ha già fatto il filone preponderante quando invece si tratta di un tema importante ma al pari degli altri.

A volte la conoscenza per Piccolo passa dalla decifrazione dei segni arcani del mondo, quasi una divinazione, a volte la conoscenza è per il poeta una scienza misterica dedicata agli iniziati che con fatica devono scoprire il senso riposto delle cose, attraverso simboli e bisbigli devono estrarre la loro essenza nascosta e refrattaria. E cosi si deve intervenire con le pratiche magiche, con il salto elitario sul presente, per aprirlo quasi dall’interno, per forzarlo. Questa attitudine poetica e sicuramente vissuta da Piccolo, vista pure come legante con il mondo agreste e popolare siciliano, è confermata da Consolo che cosi dice  (Al villaggio ci venne incontro zia Genoveffa, la maga delle trombe marine e dei fumi di rametti aromatici. Bacio le mani, barone salutò la vecchia. Piccolo si staccò da me e le andò incontro. Vicini si parlarono) e con il mondo celtico e specificatamente di Yeats dallo stesso Piccolo ( Tutta l’opera di Yeats è permeata  dal senso del soprannaturale; capisco che li è questione pure di razza, perché in Irlanda…le leggende vivono veramente, quelle che ora si chiamano leggende, ma che poi sono…per me sono realtà… Io l’ho provato molto questo, sin da ragazzo, ero molto vicino, insomma mi interessavo molto della parte crepuscolare della psiche come poi è stato detto da qualcuno, << Celtic- Twilight>>)

Al di là delle cattive interpretazioni, figlie di critiche erronee o emozionale, che sono state fatta circa la poesia di Piccolo, essa è innanzitutto lirica pura, poesia di altissimo valore, originale e indipendente come lo stesso autore e soprattutto non sottovalutabile o valutabile in relazione alla gattopardesca biografia dell’autore.

Lucio Piccolo resta uno dei maggiori autori poetici europei della seconda metà del 900  Molti intendono la sua lirica insormontabile o preclusa al mondo quasi colpo teatrale di un ricco e solitario signore; si sbagliano: essa è una poesia vitale e vitalistica, di una musicalità ed un suadenza suggestiva davvero portentosa, sciolta da ogni assurdo sperimentalismo o velleità di pseudo- socialismo impegnato.

E’ vero non tutti l’apprezzeranno al primo ascolto, ma calato il velo della reticenza, sciolta la patina della diffidenza sarà facilmente penetrabile e di conseguenza compresa ed amata. Pochi critici onesti possono resisterle, anche perché contro i detrattori circola ormai una maledizione da attenzionare…(ma una cosa vi dico, amici veri e nemici falsi- marionette in bilico sui trampoli di filosofemi e su grucce di estetiche fallimentari- nemici sinceri e nemici insinceri: sono un osso troppo duro per voi, i vostri denti, i vostri solventi non sono abbastanza efficaci per me. Quando con parole o più probabilmente con gli elaborati silenzi…vi sarete convinti di avermi gettato dalla porta di strada…allora vi accorgerete che sono rientrato dalla finestra, a danzarvi davanti come un’importuna zanzara, o come un moscone se meglio vi piace). 

 

 

 

LE STANZE DELL’ATTESA

BREVE INTRODUZIONE


Quando viene la tempesta bruciano le candele nella camera interna; per giungervi quanto passaggio di anditi, corridoi, tramezzi, gradini e scalette e il pavimento indiscreto che dà nota come un pedale d’organo, stridente, bassa, dall’armadio cavernoso. Ma finalmente qui è il luogo della sicurezza, scavato nelle fibre di mura di centro, nel cuore del riposo dove del mondo di fuori non arriva neppure la vibrazione d’una porta cenere al traino che passa, e il vento dei quadrivi e quello che corre intorno alle altissime gallerie sono soltanto lontano fantasma di sibilo.

Inizio il “racconto” de Le Stanze dell’Attesa con una citazione del brano di apertura della breve prosa Candele del grande poeta Lucio Piccolo, per un’affinità sostanziale che mi pare di cogliere tra i due scritti, cioè il tema della ricerca di un centro vitale, di un luogo dell’anima dove l’anima si possa sentire davvero sicura e libera.

Più che effettuare un’analisi dettagliata ed esaustiva, la mia introduzione vuole essere l’esposizione di alcune personali chiavi di lettura del romanzo.

Innanzitutto ho visto in Le Stanze dell’Attesa una sorta di romanzo di formazione. Il protagonista, dapprima “uomo nudo”, totalmente immerso nel suo mestiere di ingegnere e conoscitore di una forma di vita di superficie, semplice, attraverso una varietà di tappe dolorose, grazie a numerosi personaggi apportatori di varie “lezioni” e messaggi, arriva alla fine della storia a rivestirsi di una nuova consapevolezza, che fanno di lui un uomo completo, completamente maturo, tanto da esser riuscito a penetrare nel mistero della vita e svelarne (o almeno all’apparenza) il senso intimo. Un uomo completamente adatto a vivere.

Ma Le Stanze dell’Attesa è ancora un romanzo allegorico – simbolico. D’altronde cosa è la ricerca del senso della vita che caratterizza l’agire del nostro protagonista se non una metafora della ricerca del senso di sé, in relazione agli altri, al mondo e a Dio? E la ricerca di sé è una catabasi, una discesa verso il fondo (o “ una discesa al Trono” come la chiamava Bartolo Cattafi), una discesa all’inferno delle cose, dove ci si arriva per dolore e lutti, per lacrime e perdite. Ma questo dolore è necessario, necessaria è la negritudo della decomposizione in vista della resurrezione – in forme completamente trasformate ed inattaccabili – della rubedo. Per chi non ha dimestichezza con questi termini, sto accennando a quella che gli alchimisti chiamavano Opus Magnum (la Grande Opera), cioè il processo di mortificazione, purificazione e sublimazione che doveva attraversare l’anima per giungere alla visione del Divino. E di questi simboli, seppure solo indirettamente, legati al mondo dapprima accennato, mi sembra permeato il racconto.

Da un punto di vista più prettamente tecnico, Le Stanze dell’Attesa può essere letto pure come un romanzo centripeto, come un romanzo di cui l’autore sa già la fine ma ad essa ci arriva partendo dal punto più lontano. Partendo dal fuori si arriva cioè al centro. E in questa corsa in spirale c’è una forma di sofferenza via - via sempre più accentuata (non per niente i capitoli risolutivi del romanzo sono ambientata in luoghi di sofferenza o impostati su di essa), sofferenza che anche il lettore deve cogliere come un ripiegamento su sé stessi che prelude ad un uscita liberatoria.

La mia analisi, brevemente, oltre che sul modo di intendere il romanzo vuole soffermarsi su tre aspetti fondamentali di esso: il protagonista, il messaggio, i luoghi.

Il personaggio non ha nome e la cosa è bellissima. Perché potrebbe avere tutti i nomi del mondo, di ciascun uomo, anche il nostro. Ma io lo chiamerò Parsifal, il “puro e folle” di Cretienne de Troyes. Perché come Parsifal, che all’inizio vive nella foresta al di sopra di ogni conoscenza complessa della vita, anche il Nostro (pure lui “puro e folle”) in apertura vive in una foresta incontaminata e infinita, quella dei Caraibi. Perché Parsifal, così come il Nostro, si troverà ad un certo punto della sua vita ad affrontare tutta una serie di peripezie, prove ed errori, che lo condurranno alla maturazione completa e al rivestirsi di quegli abiti propri dell’uomo. Il Nostro conoscerà - attraverso le pagine del libro – l’amore, il distacco, il dolore, la paura, la coscienza ( e il superamento per mezzo della fede) della morte che condurranno alla fine, attraverso un processo assoluto di purificazione e apertura alla Conoscenza. Quella conoscenza che come dice Ecclesiaste non si può ottenere se non aumentando il dolore.

Il messaggio. Il libro di Freni si apre con una dotta citazione da Goethe: Ogni bisogno, la cui vera soddisfazione sia impedita, induce alla fede (da “Le Affinità Elettive”). Ecco forse il vero asse portante di Le Stanze dell’Attesa: la fede. Ma non la sola fede religiosa, a cui peraltro sottende tutto il racconto, ma anche la fede nell’amore, la fede nella salvezza, la fede nell’amicizia, la fede nella solidarietà, la fede nella vita. La vita al di sopra di tutto: ecco qual è lo slogan che mi resta di questo libro. Il dovere primario di ogni uomo è quello di coltivare la vita, che è il primo dono e il primo dovere. Niente deve essere preposto alla fede, al culto della vita. L’abnegazione totale alla vita è forse il senso più profondo della vita.

I luoghi. I luoghi del libro sono funzionali al suo essere indirizzato verso il centro finale. I Caraibi, innanzitutto, dove il protagonista si trova per lavoro. Quale posto più lontano ed adatto per iniziare la storia? I Caraibi rappresentano l’esterno, la lontananza il punto di partenza. Ma da essi il protagonista lentamente si stacca per un graduale avvicinamento a casa. Prima a Roma, poi a Venezia (anche se per motivi accidentali e certamente non voluti), infine in Sicilia, a casa, sulle sue montagne, sul suo mare. E la Sicilia, ancora una volta in Freni, diventano il luogo dell’interno, del cuore, della vicinanza, delle radici. Il luogo dove il protagonista conoscerà la Verità. Ma oltre che di una geografia terrestre, i luoghi e i personaggi che in quei luoghi si trovano incardinati rappresentano una ben più suggestiva geografia dell’anima. E se i Caraibi possono rappresentare l’esilio o l’allontanamento dalla madre, la Sicilia ritorna ad essere l’identificazione materna per eccellenza, il ritorno al grembo dove tutto è più vero. Il ritorno a se stessi. E allora la Sicilia – come in tutti i libri dell’autore - rappresenta il luogo dell’Essenza.

Abbiamo detto che il senso della vita, così come si coglie ne Le Stanze dell’Attesa è la “Fede nella Vita”. Quando il personaggio, cosciente della sua grave malattia, compie una lunga passeggiata sulle montagne che circondano la sua casa (in un climax ascendete di valore drammatico assoluto) in cerca di una spiegazione al suo dolore, sente tra sé e sé che il miracolo può essere ancora possibile, lo sente perché: …è la fede nella vita a farmelo sperare (p.185). Credo che in questa frase sia riassunto tutto il romanzo di Freni. E già solo per questo, non volendo dilungarci nel cogliere i mille altri motivi per farlo (letterari, simbolici, artistici, estetici), la sua lettura diventa indispensabile in un’era come la nostra dove il nichilismo, l’annullamento della coscienza e della vitalità sembrano essere diventate facili scappatoie per giustificare tutto.

Il senso della vita è vivere, il senso dell’uomo è vivere da uomo. Forse in ciò c’è un superamento di Mann e della sua La Montagna Incantata (visto che il monumento letterario viene citato in quarta di copertina per un giusto raffronto tematico). Superamento non vuol dire maggiore “punti in classifica”. Vuol dire esposizione di nuovi valori e messaggi, quei valori e messaggi che dovrebbero caratterizzare le nostre società future. E se il libro del tedesco, il logoramento nel sogno come sfiducia nella vita e nell’uomo, può essere inteso come il preludio a tutto il Novecento, speriamo che il libro di Freni, la fiducia nell’uomo e nei suoi valori fondamentali, siano preludio ad un secolo migliore.

Perché la gente comune non pensa che la condizione principale della vita è l’attesa. Per una qualunque ragione o per l’altra ciascuno attende sempre qualcosa, l’avverarsi di qualcosa che potrebbe essere anche un miracolo, nella sua stanza dell’attesa. Chiudo la mia breve rassegna con questa citazione del libro, quando il protagonista si trova a dibattere con un suo amico professore (p.179). La stanza dell’attesa è dunque il luogo per eccellenza, il luogo sicuro dal quale si riparte dopo ogni dolore – sconfitta. E’ la “camera interna” di Piccolo. E il cerchio si chiude.

 

 

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Ultimo Aggiornamento 01/08/2010
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